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venerdì 6 dicembre 2024

Bollalmanacco on Demand: Mary Reilly (1996)

Un po' mi addolora affrontare l'On Demand di oggi, perché Mary Reilly, diretto nel 1996 da Stephen Frears, è l'ultimo film richiesto da Arwen Lynch, ed è triste pensare che non mi chiederà di guardare più nulla. Oggi, più che mai, la sua natura profondamente cinefila mi manca tantissimo.


Trama: la giovane cameriera Mary Reilly si innamora del suo datore di lavoro, il dottor Henry Jekyll, e rimane turbata dall'arrivo del suo violento, ferale assistente, Edward Hyde...


Non ho mai letto il romanzo originale di Valerie Martin, pubblicato anche in Italia col titolo La governante del Dottor Jekill, ma mi è venuta in soccorso Lucia con un suo vecchio, prezioso articolo che mi ha fatta venire voglia di andare a caccia della versione Bompiani, mai vista su nessuna bancarella. Leggere il post di Lucia mi ha fatta anche un po' vergognare della mia ignoranza; non riguardavo Mary Reilly dai tempi dell'università ma l'ho sempre considerato (e l'opinione, dopo quasi 20 anni, non è cambiata) un bellissimo film, un gotico dalle sfumature sensuali con degli ottimi attori (salvo la protagonista, ahimé), che fa uno splendido uso della cupa fotografia, delle scenografie, persino degli oggetti di scena. In realtà, da ciò che ho letto mi sembra di capire che la sceneggiatura di Christopher Hampton banalizzi un po' il romanzo della Martin, trasformando le riflessioni di una donna del suo tempo nella classica battaglia tra innocenza e oscurità; in effetti, per chi come me ha amato Le relazioni pericolose (sempre frutto del sodalizio tra Frears e Hampton), il legame che si viene a creare tra Mary Reilly e Jekyll/Hyde, soprattutto quando subentra l'alter ego malvagio del dottore, ricorda molto quello tra la pura Madame de Tourvel e Valmont, fatto di assalti e resistenze sempre più deboli, ma anche di crisi di coscienza da parte del "cattivo", frastornato dalla dignitosa purezza dell'avversaria. Questo, nonostante Mary Reilly non sia cresciuta nella bambagia come Madame de Tourvel, anzi, l'esatto contrario. Mary ha subito, fin dall'infanzia, tutto l'orrore di avere a che fare con un uomo incapace di controllare i propri istinti violenti, e ne porta evidenti cicatrici sulla pelle. Il suo naturale distacco nei confronti di Jekyll deriva non solo dal rispetto dei rigidi codici vittoriani ma, probabilmente, anche da un'inevitabile terrore nei confronti degli uomini. Da qui, però, nasce anche l'attrazione verso un padrone di casa gentile, colto, che la sceglie, proprio in virtù del suo acume, come confidente privilegiata, elevandola dal resto del personale di servizio. Il naturale riserbo di Mary fa breccia anche nel violento alter ego di Jekyll, Hyde, e, anche in questo caso, l'impressione è che la cameriera venga "blandita" da una condizione di esclusività che nasce dall'essere l'unica ad avere avuto contatto diretto con l'uomo e la sola ad avere il potere di instillargli scrupoli morali. 


Lo "scontro" tra Mary e Jekyll deriva soprattutto da una diversa concezione di "male". Mary accetta l'oscurità del mondo, il dolore, come qualcosa di naturale, dignitoso ed inevitabile quanto la gioia; non lo subisce, ma neppure si dispera quando ne viene colpita, seguendo una mentalità molto pratica. Viceversa, Jekyll richiama Hyde per non soccombere all'orrore dell'esistenza (si parla di una "malattia", ma non è dato sapere se ci si riferisca alle tendenze licenziose di Jekyll, testimoniate dal suo rapporto di lunga data con Mrs. Farraday, o alla perdita di una persona amata), cercando un modo per diventare puro istinto e non venire più turbato da scrupoli di coscienza o vincoli legati alla morale o alle convenzioni sociali. Mentre John Malkovich incarna perfettamente questo dualismo, convincente com'è sia nei panni di tormentato, elegante gentiluomo, che in quelli di demone depravato, quella che fatica di più è Julia Roberts. Dopo il successo ottenuto con commedie romantiche palesemente a lei più consone, l'attrice ha cercato probabilmente di dimostrare che poteva anche reggere altri ruoli (e in futuro ci sarebbe riuscita); purtroppo, Mary Reilly non era forse il personaggio giusto, e per me è la Roberts l'unico, grande difetto del film. L'attrice non riesce a veicolare la naturalezza con cui Mary vive ed accetta le regole della sua società, la rende o un burattino rigido e perennemente immusonito, oppure uno spirito libero che scalpita per diventare altro, e anche i momenti di intimità con Malkovich funzionano poco, tanto è il carisma che l'attore trasuda anche nei panni del dimesso Jekyll. Ho sempre amato molto, invece, la regia di Frears, coadiuvata dalla fotografia plumbea di Philippe Rousselot, che imprigiona i personaggi all'interno della falsa sicurezza di quattro mura claustrofobiche e rappresenta alla perfezione l'ipocrisia dell'epoca vittoriana; la fredda, rigorosa gestione delle ville borghesi rispecchia l'esteriorità della gente perbene, ma appena girato l'angolo c'è lo schifo di sangue e sporcizia che infesta i vicoli della città, pronto ad esplodere ad ogni momento, come i sentimenti negativi che si nascondono nei suoi abitanti. Per tutti questi motivi, Mary Reilly è uno di quei film che rivedo sempre volentieri, e che mi rapiscono nonostante le imperfezioni. Recuperatelo, se non vi è mai capitato di guardarlo, soprattutto se vi piacciono le opere gotiche. Io intanto cercherò il romanzo!


Del regista Stephen Frears ho già parlato QUI. Julia Roberts (Mary Reilly), John Malkovich (Dr. Henry Jekyll / Mr. Edward Hyde), Michael Gambon (padre di Mary), Glenn Close (Mrs. Farraday), Michael Sheen (Bradshaw) e Ciarán Hinds (Sir Danvers Carew) li trovate invece ai rispettivi link.


Tim Burton
avrebbe dovuto dirigere il film ma ha rifiutato per scazzi produttivi, portando con sé anche la possibilità di una Winona Ryder protagonista. Niente di fatto anche per Daniel Day-Lewis, che ha declinato l'offerta di interpretare Jekyll/Hyde, e per Uma Thurman, che ha perso non solo il ruolo titolare ma anche la possibilità di venire candidata a un Razzie Award, onore invece toccato sia a Julia Roberts (quell'anno vinse però Demi Moore per Striptease) che al regista Stephen Frears. Il prossimo film On Demand sarà Little Sister. ENJOY!


domenica 12 maggio 2019

Ted Bundy - Fascino criminale (2019)

Spinta da un trailer intrigante, non ho potuto fare a meno di recuperare Ted Bundy - Fascino criminale (Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile), diretto dal regista Joe Berlinger.


Trama: Ted Bundy, studente di legge legato a una ragazza con figlia a carico, viene fermato dalla polizia per una semplice infrazione stradale e finisce processato per mezza dozzina di terrificanti omicidi.


Lo so, lo hanno già fatto tutti ma sapete che ho una (de)formazione "linguistica", pertanto non posso non soffermarmi sull'orrore di un titolo italiano sbagliatissimo per cominciare a parlare di Ted Bundy - Fascino criminale, perché l'adattamento nostrano offre una chiave di lettura del film completamente errata. Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile è una definizione estrapolata direttamente dal processo a Ted Bundy, riferita alla natura dei suoi crimini. Estremamente malvagia, in primis. Quasi sovrannaturale, un male disumanizzato, da orco delle fiabe, tanto da non sembrare nemmeno possibile, atto a recare alle vittime quanto più danno possibile. Nell'accezione italiana, Wicked e Evil avrebbero anche potuto accorparli in un Estremamente, terribilmente malvagio, in realtà c'è differenza tra wicked ed evil: l'uno viene utilizzato per il male compiuto verso altri, l'altro è pertinente alla sfera della moralità, ma non stiamo a spaccare il capello. Arriviamo a Vile. Come in italiano. Vile, abietto, spregevole, ignobile. Quindi estremamente, terribilmente malvagio e ignobile. Questo era Ted Bundy. Questi erano i suoi crimini. Definizione di fascino: potenza di attrazione e seduzione. Se ad esso si aggiunge "criminale", mi da ad intendere che qualcuno possa trovare affascinante l'idea di un pazzo che, nel tempo, ha ucciso, stuprato e mutilato almeno una trentina di giovani donne, che teneva alcune delle loro teste mozzate come trofeo, che, non pago, talvolta ha infierito sessualmente anche sui cadaveri. Un titolo simile mi fa pensare che, consapevoli di tali aberranti azioni, le donne americane lanciassero comunque mutandine addosso a Bundy, oppure che quest'ultimo sia stato connotato come antieroe romantico nel sentire comune, un po' come un Clyde Barrow qualsiasi, ma non c'è UN SOLO minuto di tutto il film in cui si percepisce una cosa simile, per fortuna.


E' vero, verissimo, che Joe Berlinger mostra interviste di ragazze incapaci di convincersi di come quel bel ragazzo dal modo di fare spigliato e gentile possa essere un serial killer efferato, ed è anche vero che Carole Ann Boone ha scelto di sposarlo durante il processo, ma queste scelte ed opinioni non nascono dal fascino: nascono, appunto, dall'incapacità di credere, a prescindere da tutte le prove disponibili, ché la teoria del GomBloDDoH non è qualcosa nata ora su internet. Un'incapacità (o, meglio, mancanza di volontà) di credere che non ha impedito comunque a Elizabeth Kloepfer, all'epoca fidanzata con Bundy, di sospettare e superare ogni tipo di sentimento davanti a coincidenze un po' troppo grandi per poter essere ignorate. E, aggiungo, il Ted Bundy del film avrà anche il visetto di Zac Efron ma non è affascinante per niente, anzi. Nonostante non venga mai mostrato Bundy nell'atto di compiere i suoi crimini, lasciando così virtualmente il beneficio del dubbio almeno fino alla fine, il ritratto che emerge è quello di un ragazzo pieno di sé, strafottente, consapevole di essere bello e pronto ad esibirsi in numeri di inaudita, ridicola sfacciataggine anche per un sistema giudiziario consacrato allo spettacolo come quello americano ma tuttavia incapace di convincere poliziotti, avvocati e giudici, convinti a ragione di avere davanti agli occhi un mostro di una malizia immane. Il risultato è sconvolgente perché uno pensa all'esagerazione dello strumento cinematografico e poi si trova a dover testimoniare come molte delle intemperanze di Bundy, riportate sui titoli di coda attraverso filmati d'epoca, fossero vere, reali quanto l'allegria guascona mostrata nelle interviste, da far accapponare la pelle.


Merito di uno che l'argomento lo conosce bene, visto che il regista Joe Berlinger ha sfornato per Netflix anche la serie Conversazioni con un killer: il caso Bundy, che non mancherò di recuperare nei prossimi giorni. Il regista ha scelto l'approccio psicologico e giudiziario, lasciando da parte l'efferatezza, affidando interamente il dolore e lo sconcerto delle vittime alla Liz Kendall della brava Lily Collins, fanciulla uscita indenne fisicamente dalla relazione con Bundy ma completamente annientata nell'animo al pari dell'altra povera crista che si è ritrovata a sostituirla, ingannata dal bel Ted tanto da aiutarlo in tribunale e condannare una bambina a portare il suo stesso cognome. Tra canzoni inserite qui e là ad hoc, sapienti ricostruzioni processuali, flashback inquietanti e confronti al cardiopalma, mai mi sarei aspettata di dover ammettere che Zac Efron è un Ted Bundy perfetto, terribilmente inquietante nel suo atteggiamento da bravo ragazzo piacione e capace di mangiarsi tutto il resto del pur valido cast. L'unico a cui, se permette, non gliela si mena, è un meraviglioso John Malkovich che compare poco ma lascia il segno (e pensare che il giudice vero era realmente così caustico, severo, scoglionato ma giusto come lo interpreta Malkovich) anche più del protagonista. In soldoni, film interessante e godibilissimo, con un unico, enorme difetto: è stato distribuito ovunque su Netflix, che lo produce, tranne in Italia, dove ovviamente potete trovarlo in ben pochi cinema oltre che mal titolato. C'è solo da sperare che la piattaforma on line se l'accaparri presto anche da noi, soprattutto perché visto in lingua originale rende ovviamente molto di più.


Di Lily Collins (Liz Kendall), Zac Efron (Ted Bundy), Jeffrey Donovan (John O'Connell, avvocato difensore dello Utah), Dylan Baker (David Yocom, pubblico ministero dello Utah), Haley Joel Osment (Jerry), Brian Geraghty (Pubblico difensore Dan Dowd), Jim Parsons (Pubblico ministero Larry Simpson) e John Malkovich (Giudice Edward D. Cowart) ho parlato ai rispettivi link.

Joe Berlinger è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2 prima di convertirsi ai documentari, tra i quali segnalo Paradise Lost 3: Purgatory e Conversazioni con un killer: il caso Bundy. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 58 anni.


Kaya Scodelario interpreta Carole Anne Boone. Inglese, ha partecipato a film come Moon e Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar. Ha 27 anni e due film in uscita tra cui Crawl.


James Hetfield, cantante dei Metallica, compare per la prima volta nel ruolo di attore come Bob Hayward, un poliziotto. Se la figura di Ted Bundy vi interessa, parecchi film e serie si sono dedicati a lui: Il mostro, film per la TV del 1986, Ted Bundy, Ted Bundy - Il serial killer e Bundy, più virato sull'horror e con Kane Hodder tra i protagonisti, senza dimenticare ovviamente Conversazioni con un kiler: il caso Bundy, diretto sempre da Joe Berlinger e disponibile su Netflix. ENJOY!

martedì 26 febbraio 2019

Velvet Buzzsaw (2019)

Me lo hanno consigliato un paio di amici, così ho deciso di guardare Velvet Buzzsaw, produzione originale Netflix diretta e sceneggiata dal regista Dan Gilroy.


Trama: l'assistente di una famosa gallerista scopre un gran numero di opere appartenenti a un artista defunto. Dopo la scoperta, chi ha a che fare col mondo dell'arte in generale e con quei quadri in particolare comincia a finire vittima di inspiegabili e mortali incidenti.



Madonna, la pesantezza. Dopo Roman J. Israel, Esq., avrei dovuto ricordare che avere Dan Gilroy alla sceneggiatura E alla regia sarebbe stato sinonimo di mattonata sicura, di tedium vitae prolungato e concluso con un meraviglioso "e quindi?". Dopo aver sfrangiato le scatole con le insicurezze di un avvocato Forrest Gump, Gilroy torna alla carica con un horror all'acqua di rose verbosissimo, ambientato nell'elegante mondo delle case d'arte e dei critici blasonati, dove chiunque si venderebbe persino la madre per un briciolo di potere e per far vedere che la sua parola, il suo occhio, contano più di quello degli altri. E così arriva il metaforone: chi di critica e brama di fama ferisce, di critica e brama di fama perisce, attraverso gli inquietanti quadri di un artista sconosciuto, scoperti in maniera casuale dopo la sua morte, vere e proprie entità sovrannaturali intrise di sangue maledetto che uccideranno chiunque avrà a che fare con loro. Ma, in soldoni, chi è, appunto, che si ritroverà per le mani questi quadri? Ovviamente, il vuoto cosmico del mondo dell'arte, gente che al confronto i protagonisti di American Psycho erano di una profondità sconfinata. Abbiamo il critico d'arte bisessuale e infido, la stronzetta arrivista, l'artista eclettica e matta come un cavallo, la mecenate fredda e spietata, l'artista sfigato che ti prego John Malkovich, che diamine, ti paga a cottimo Netflix per partecipare senza motivo a 'ste cretinate?, tutta gente che non muore nemmeno troppo male e di cui, onestamente, non frega nulla a nessuno. Ah, e poi c'è la ragazzetta di Stranger Things messa a mo' di comic relief, protagonista della gag più riuscita di un film che vuole essere horror, thriller, caustico, ironico, drammatico, sentimentale e non è, purtroppo per lui e per gli spettatori, nessuna di queste cose.


Di tutto sto cucuzzaro, salvo solamente la regia e le scenografie, oltre ad alcune soluzioni omicide niente male. Dan Gilroy cerca di infondere "arte" e particolarità anche nella scelta di alcune riprese e nella costruzione di un paio di sequenze, per il resto ho apprezzato la scelta di ambientare diversi omicidi all'interno di ambienti "falsi", che risultano tali all'occhio dello spettatore solo quando l'inquadratura si allarga mostrando allo spettatore la situazione nella sua interezza; Gilroy strizza l'occhio agli amanti dell'horror con un paio di topoi sempre terrificanti come le bambole e i burattini assassini (ecco, Hoboman è la cosa più geniale di tutto il film e mette davvero paura), e i quadri dell'artista maledetto sono genuinamente inquietanti, così come il repentino e mortale cambio di prospettiva che decreta la fine di una dei protagonisti, inghiottita letteralmente da un'opera d'arte. Se posso dire la mia e permettermi di criticare Gilroy, uno che ha scritto film come Lo sciacallo, le scelte sbagliate sono state fatte proprio in fase di sceneggiatura. Intanto, Velvet Buzzsaw è un titolo fuorviante che porta ad immaginare una qualche implicazione di Rhodora nella natura maledetta dei quadri, come si evince da almeno un dialogo, invece la cosa finisce lì e non ha sbocchi, tranne sul finale posticcio graziato solo dalla penultima, poetica inquadratura; secondo, vista l'ambientazione alla American Psycho, non avrebbe avuto più senso prendere il personaggio di Jake Gyllenhaal e renderlo talmente ossessionato da quei quadri da spingerlo ad uccidere in maniera pulpissima ed artistica quanta più gente possibile? Ma soprattutto, ribadisco: la funzione di John Malkovich, qual è? Quella di disegnare cerchietti sulla sabbia nei titoli di coda? Dan Gilroy, se vuoi fare dei film "strani" e infilarci in mezzo Malkovich, riguardati per l'appunto Essere John Malkovich, poi ne riparliamo. Mi spiace, ma per me è no.


Del regista Dan Gilroy ho già parlato QUI. Jake Gyllenhaal (Morf Vandewalt), Rene Russo (Rhodora Haze), Toni Collette (Gretchen), John Malkovich (Piers) e Billy Magnussen (Bryson) li trovate invece ai rispettivi link.


Natalia Dyer, che interpreta Coco, è la Nancy di Stranger Things. ENJOY!

domenica 13 gennaio 2019

Bird Box (2018)

Inaspettatamente, prima della fine dell'anno Netflix ha messo a segno un altro colpaccio mettendo in catalogo Bird Box, diretto nel 2018 dalla regista Susanne Bier e tratto dal romanzo La morte avrà i tuoi occhi di Josh Malerman.


Trama: il mondo viene funestato da un'epidemia di suicidi causati da misteriose entità. Tra i pochi sopravvissuti c'è Malorie, madre di due bambini assieme ai quali tenta una disperata traversata alla cieca lungo il fiume...



Netflix fa una pubblicità spudorata a rumenta come Sabrina e poi lascia passare gioiellini come Bird Box in secondo piano, al punto che se non avessi letto della presenza di Sarah Paulson nel cast probabilmente non avrei nemmeno dato una chance al film di Susanne Bier. Poi l'ho guardato, ho scoperto che c'era anche John Malkovich e ovviamente ho ri-bestemmiato contro Netflix. Detto questo, Bird Box è un inquietante horror post-apocalittico che priva i personaggi principali di uno dei cinque sensi, rendendo ancora più ardua la sopravvivenza. Benché il romanzo da cui è tratto risalga al 2014, è inevitabile pensare subito a A Quiet Place, all'interno del quale i protagonisti venivano messi in pericolo dai suoni, ma la mente durante la visione è corsa anche al quasi sconosciuto ma pregevole From Within; all'interno di Bird Box, infatti, chi utilizza la vista rischia di scorgere qualcosa di terribile che lo spinge a suicidarsi e i personaggi sono dunque costretti a rimanere chiusi in casa con le finestre oscurate oppure tentare una fuga disperata con gli occhi bendati, a rischio di finire malissimo sia che si incroci lo sguardo con le creature invisibili sia che ci si rompa l'osso del collo perché impossibilitati a vedere (cosa che, per inciso, non succede a nessuno, un'ingenuità a livello di trama che effettivamente fa un po' sorridere visto che, io per prima, come minimo sarei volata in un dirupo). In tutto questo, la protagonista è una donna incinta dotata dello stesso senso materno che potrei avere io la quale, già provata dalla sua indesiderata condizione, si ritrova a un certo punto a dover garantire la sopravvivenza sua e di ben due bambini e ad affrontare scelte che la renderebbero ancora meno umana delle creature che danno loro la caccia. La storia di Malorie e dei sue due figli viene narrata con una serie di flashback che fungono da intermezzo per la loro  fuga disperata verso la salvezza, affidata alla corrente di un fiume, scelta narrativa che divide il film in due "generi" ideali: il survival apocalittico in senso stretto e qualcosa di più simile al The Mist di Stephen King, all'interno del quale fanno più paura le dinamiche che intercorrono tra i sopravvissuti piuttosto che la minaccia che li affligge.


La bellezza di Bird Box, dunque, risiede non solo nella storia ma anche nel modo in cui vengono tratteggiati i vari personaggi. Mi verrebbe da dire che il tocco femminile alla regia si percepisce, perché la protagonista viene costretta ad affrontare se stessa prima ancora che la minaccia sovrannaturale incombente ma anche perché persino i personaggi secondari hanno qualcosa da dire, come per esempio un John Malkovich sopra le righe ma capace di regalare almeno un interessante confronto a base di "saggezza popolare", per non parlare dei primi piani di due bimbi tanto espressivi quanto disperati e del modo in cui Sandra Bullock si rapporta con loro. L'attrice, poi, è bellissima e brava come non mai. Il personaggio di Malorie è infatti una protagonista nella quale ci si può ritrovare sotto molti aspetti, è eroica ma anche umanissima ed imperfetta, oltre ad essere pervasa da un dolore che la spinge a comportarsi da stronza persino con i due bambini che si è ritrovata tra le mani, un "boy" e una "girl" ai quali viene letteralmente impedito di affezionarsi alla madre, fino a rischiare inevitabili, nefaste conseguenze. In generale, comunque, mi è parso che ogni dialogo, ogni gesto, ogni interazione non fosse lasciata al caso e il risultato è che, oltre ad avere il cuore in gola durante le sequenze più concitate e prettamente horror (e ce ne sono moltissime), di tanto in tanto guardando Bird Box si riesce anche a riflettere e a commuoversi, soprattutto sul delicato finale che, mi si dice, è molto diverso da quello del libro. Quindi il mio consiglio è quello di recuperare Bird Box per incominciare l'anno cinematografico su Netflix nel migliore dei modi!


Di Sandra Bullock (Malorie), John Malkovich (Douglas), Sarah Paulson (Jessica), Jacki Weaver (Cheryl), Tom Hollander (Gary), Pruitt Taylor Vince (Rick) e David Dastmalchian (Predone che fischia) ho parlato ai rispettivi link.

Susanne Bier è la regista del film. Danese, ha diretto film come Non desiderare la donna d'altri, Dopo il matrimonio, In un mondo migliore e Love Is All You Need. Anche sceneggiatrice, produttrice e attrice, ha 58 anni.


Machine Gun Kelly (vero nome Colson Baker) interpreta Felix.  Rapper americano, ha partecipato a film come Nerve e Viral. Anche compositore e produttore, ha 28 anni e quattro film in uscita.


Parminder Nagra interpreta la dottoressa Lapham. Inglese, la ricordo per film come Sognando Beckham, inoltre ha partecipato a serie quali E.R. Medici in prima linea e Agents of S.H.I.E.L.D.. Ha 43 anni e un film in uscita.


Se Bird Box vi fosse piaciuto recuperate The Mist e A Quiet Place. ENJOY!



venerdì 19 febbraio 2016

Zoolander 2 (2016)

So che siamo in tempo di Oscar ma non si può sempre e solo parlare di film seri. Nell'attesa che di andare a vedere quel Deadpool per cui ho già una scimmia mutante nutrita a chimichanga sulla schiena, beccatevi un post su Zoolander 2, diretto e co-sceneggiato da Ben Stiller.


Trama: sono passati quindici anni dall'ultimo film e Derek Zoolander è diventato un eremita a seguito di terribili eventi che hanno coinvolto sua moglie, suo figlio e persino il biondo Hansel. I due ex modelli vengono però richiamati sulle passerelle e si ritrovano coinvolti in un complotto legato alla morte di alcune popstar...


Iniziamo il post con una premessa MOLTO importante: se non vi è piaciuto Zoolander, se non amate questo genere di film supercazzola, se non tollerate la comicità assolutamente demenziale e/o priva di qualsivoglia satira, critica, riflessione, smettete pure di leggere, tanto nulla di ciò che scriverò potrà convincervi ad andare a vedere Zoolander 2. Che, per inciso, mi è piaciuto molto, nei limiti della belinata che è, ovviamente, e forse soprattutto perché sono una di quelle persone che non ha elevato il primo film a cult della vita. Al grido di "squadra che vince non si cambia!" e addirittura "sceneggiatura che vince non si cambia!" Ben Stiller si è limitato a prendere personaggi e situazioni di Zoolander, immaginare come gli stessi sarebbero cambiati dopo una decina di anni, trascinarli all'interno di un mondo della moda che, complici anche le nuove tecnologie, si rinnova completamente nel giro di mezza stagione (tanto che quello che era cool la settimana prima, dopo sette giorni è già demodé) ed esasperare al limite estremo le gag più riuscite del capostipite. Stop. Zoolander 2 è praticamente Zoolander all'ennesima potenza, niente di più e niente di meno, un'ininterrotta serie di momenti WTF affidati quasi interamente alla natura clueless dei "bellissimi" Derek e Hansel, con qualche stoccata all'acqua di rose al jet set internazionale (diciamo che in questo senso a Stiller e Theroux è piaciuto vincere molto facile, come dimostra l'iniziale comparsata di Justin Bieber) e una sottotrama da film action che è un mero pretesto narrativo per appoggiare le suddette gag a qualcosa di tangibile, onde evitare che gli spettatori si perdano nel marasma di espressioni "belle belle in modo assurdo" del protagonista.


Non vi sto ovviamente ad anticipare NULLA di quei cinque o sei momenti genuinamente esilaranti presenti nel film, meriterei di venire arrestata dalla divisione Fashion dell'FBI se lo facessi. Posso solo dire che Zoolander 2 sfrutta forse più che nel primo capitolo le comparsate dei VIP che si sono prestati al gioco (Pénelope Cruz compare persino nella locandina ma il vincitore assoluto di TUTTO - e non a caso - è un favoloso Benedict Cumberbatch) e anche il tempo che ormai si riflette in maniera abbastanza impietosa sui volti dei due protagonisti Stiller e Wilson è una componente fondamentale della trama. L'ambientazione italiana, o per meglio dire romana, ricatapulta lo spettatore all'interno di una Dolce Vita, più che di una Grande Bellezza, quasi d'antan e l'omaggio a vecchi film come Vacanze Romane è palese, così come sono palesi i rimandi non solo a 007 ma anche e soprattutto a Guerre stellari ed Austin Powers, celebrato in una sfacciatissima scena di bacio slinguazzato. Quel che manca a Zoolander 2 (anche se il mio ragazzo non è proprio d'accordo) è però quell'elemento un po' "froSCio" che era parte integrante del primo film, quel modo tutto particolare di mescolare immagini da videoclip ad una colonna sonora molto azzeccata; sì, qualche timido tentativo lo troviamo anche qui (il finto spot con Naomi Campbell è geniale quanto il destino finale di Mugatu) ma si tratta soprattutto di rimandi al vecchio Zoolander e lasciano un po' il tempo che trovano. Per finire, vi consiglio di non andare a vedere Zoolander 2 al cinema e di recuperarlo in lingua originale: tolta la voce di Pino Insegno, al quale voglio sempre molto bene, l'adattamento italiano sfiora l'imbarazzante. Mi rendo conto di quanto sia difficile rendere un modo di parlare probabilmente astruso come quello del personaggio Don Atari nella nostra lingua ma infilarci uno "stica" ogni due per tre non mi è parso il modo migliore e lo stesso vale per l'imbarazzante "figoso" messo in bocca a Zoolander, che mi ha causato la stessa pelle d'oca di quando Fabio Volo dice "cioé...ficofico" in Kung Fu Panda. Orrore vero, altro che "bello bello in modo assurdo"!


Del regista e co-sceneggiatore Ben Stiller, che interpreta ovviamente anche Derek Zoolander, ho già parlato QUI. Penélope Cruz (Valentina), Christine Taylor (Matilda Jeffries), Kristen Wiig (Alexanya Atoz), Benedict Cumberbatch (Tutto), Justin Theroux (è il co-sceneggiatore della pellicola ma anche il DJ malvagio), Milla Jovovich (Katinka), Will Ferrell (Mugatu), Owen Wilson (Hansel), Jerry Stiller (Maury Ballstein) e John Malkovich (Skip Taylor) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra i VIP che compaiono nel ruolo di se stessi segnalo la futura Betsy Braddock Olivia Munn, Susan Sarandon, l'immancabile Billy Zane, Justin Bieber, Demi Lovato, Katy Perry, Kiefer Sutherland, Anna Wintour, Lenny Kravitz, Naomi Campbell, Sting, Kate Moss, Susan Boyle, Tommy Hilfiger, Valentino, M.C. Hammer, Mark Jacobs e Skrillex (solo per citare quelli che ho riconosciuto) mentre in piccoli ruoli compaiono anche la modella rumena Madalina Diana Ghenea e il cantante Mika. Ovviamente, detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate il primo Zoolander, ENJOY!

martedì 4 agosto 2015

Cut Bank (2014)

Curiosando su Imdb mi è saltato all'occhio il recente Cut Bank, diretto nel 2014 dal regista Matt Shakman e così dal nulla ho deciso di guardarlo, ispirata dalla marea di attori famosi presenti.


Trama: il giovane Dwayne sogna di abbandonare per sempre Cut Bank, la cittadina dov'è cresciuto e dov'è costretto a rimanere a causa del padre invalido. Un giorno, lui e la sua ragazza registrano per caso con una telecamera l'omicidio del postino del paese e si ritrovano coinvolti in un'intricata e sanguinosa storia...


Nonostante l'incipit di cui sopra, non mi aspettavo troppo da Cut Bank. Il regista si è fatto le ossa in TV ma è praticamente alla prima esperienza in campo cinematografico, la pellicola ha richiesto due anni per venire girata, Liam Hemsworth è belloccio ma incapace di intrigarmi e troppo spesso i film che puntano su grandi nomi come John Malkovich e Billy Bob Thornton si rivelano delle mezze sciocchezzuole nelle quali questi attoroni compaiono sì e no per un paio di minuti (spesso facendoci anche una figura barbina). Date le premesse, ho cominciato la visione con un occhio molto critico che, a poco a poco, è diventato incapace di staccare gli occhi dallo schermo mentre un sorrisone mi si stampava sul volto e mi ritrovavo a pensare ai Coen e soprattutto all'adorato Fargo. Ora, non cominciate ad accusarmi di vilipendio al capolavoro, so benissimo che Cut Bank non potrà mai nemmeno arrivare a leccare la neve dalle scarpe di Fargo, tuttavia le dinamiche criminali portate avanti da dei perdenti, l'ambiente ristretto di una cittadina di provincia (la più fredda d'America, nientemeno!) e l'imprevedibilità della follia e dell'avidità umane sono molto simili e si intrecciano all'interno di una trama che avvince dall'inizio alla fine. A differenza di Fargo, Cut Bank strizza maggiormente l'occhio ad un pubblico di giovani che potrebbero riconoscersi nelle ambizioni e nell'insofferenza di Dwayne e Cassandra, non a caso interpretati da due bellissimi idoli cinematografici per teenagers, inoltre la vicenda fa distinzione tra buoni e cattivi e in qualche modo "punisce" chi se lo merita lasciando un importante insegnamento a chi ha deviato dalla cattiva strada perché accecato dalla disperazione, mentre il film dei Coen era ben più cinico e spietato; tuttavia, l'ironia e un paio di personaggi altamente caricaturali sono molto simili e Cut Bank si districa abilmente dai cliché riuscendo a divertire e interessare lo spettatore nonostante un paio di soluzioni troppo "comode", soprattutto sul finale.


Oltre alla trama intrigante, fortunatamente Cut Bank risulta valido anche sotto quegli aspetti che mi incutevano tanto timore. Il regista Matt Shakman non sarà mai (torno a ripetermi!) uno dei Coen, ma sicuramente non è nemmeno un dilettante che non ha mai tenuto in mano una cinepresa e riesce a governare il timone di una vicenda violenta e sanguinosa dando al tutto un piglio classico e quasi rilassato, un aspetto che viene enfatizzato da una fotografia brillante che, soprattutto all'inizio, ci illude della sonnolenta tranquillità di Cut Bank con un'incredibile panoramica di fiori gialli da cartolina. Per quanto riguarda gli attori, è vero che John Malkovich, Billy Bob Thornton e Bruce Dern non compaiono tantissimo ma hanno tutti e tre dei ruoli fondamentali e ben definiti e soprattutto Malkovich non è costretto ad interpretare il solito personaggio malvagio o completamente pazzo che sembra essergli così congeniale negli ultimi tempi. Chi è un po' sprecato, a dirla tutta, è un attore che a me piace molto come Oliver Platt ma la delusione è stata compensata da una nuova (almeno per me!) scoperta come Michael Stuhlbarg, nascosto dietro un paio di giganteschi occhialoni a fondo di bottiglia e fiaccato da una gravissima balbuzie che lo rende molto ma molto ingannevole. L'unico neo della pellicola, se vogliamo, è il fatto che Liam Hemsworth non sia un protagonista abbastanza carismatico da tenere sulle spalle l'intero film e che spesso e volentieri gli altri personaggi eclissino il belloccio ma insipido Dwayne e la sua fidanzata sciocchina ma il "contorno" è abbastanza interessante da far passare in secondo piano questo difetto. In conclusione, se vi piacciono le crime story insolite e state aspettando che i Coen si palesino con un altro film, provate a dare una chance a Cut Bank, potrebbe rivelarsi una gradita sorpresa!


Di Liam Hemsworth (Dwayne McLaren), John Malkovich (Sceriffo Vogel), Billy Bob Thornton (Big Stan) e Oliver Platt (Joe Barrett) ho già parlato ai rispettivi link.

Matt Shakman è il regista della pellicola. Americano, ha diretto episodi di serie come Six Feet Under, Kitchen Confidential, Ugly Betty, Weeds, Dr. House e Fargo. Anche attore e produttore, ha 40 anni e sarà lui a dirigere il primo episodio della serie Heroes Reborn.


Teresa Palmer interpreta Cassandra. Australiana, ha partecipato a film come Wolf Creek, The Grudge 2 e Warm Bodies. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 29 anni e sei film in uscita.


Bruce Dern interpreta Georgie Wits. Americano, ha partecipato a film come Marnie, Il grande Gatsby, Giù le mani dal mio periscopio, Ancora vivo, Small Soldiers, Haunting - Presenze, Django Unchained, Nebraska e a serie come CSI: NY. Ha 79 anni e due film in uscita tra cui The Hateful Eight.


Michael Stuhlbarg interpreta Derby Milton. Americano, ha partecipato a film come A Serious Man, Hugo Cabret, Men in Black 3, 7 psicopatici, Lincoln, Hitchcock, Blue Jasmine e a serie come Ugly Betty e Broadwalk Empire. Ha 47 anni e quattro film in uscita.


Se Cut Bank vi è piaciuto recuperate il pluricitato Fargo, L'uomo che non c'era, Burn After Reading e Soldi sporchi. ENJOY!

venerdì 6 settembre 2013

Red 2 (2013)

Con un po' di ritardo questa settimana sono riuscita a vedere Red 2 del regista Dean Parisot, seguito di quel Red che tanto mi era piaciuto nel 2010.


Trama: Frank e Sarah ormai stanno insieme e vivono le "gioie" di una vita tranquilla e noiosa. Questo, ovviamente, finché il folle Marvin non decide di coinvolgerli in una crisi internazionale innescata da una bomba atomica e uno scienziato pazzo...


I Reduci Estremamente Distruttivi sono tornati e, sebbene Red 2 non raggiunga le vette del primo, sorprendente e simpatico capitolo, riescono comunque ancora a divertire e spaccare culi nonostante la veneranda età. Se Red presentava i personaggi e il mondo dello spionaggio attraverso gli occhi affascinati di una donna di provincia desiderosa di avventure in Red 2 il focus si sposta prepotentemente sulla coppia Sarah/Frank e tutta la vicenda non è altro che un modo per aiutarli a capire come impostare un rapporto che credevamo idilliaco e che invece soffre la noia e la routine di una vita normale. I personaggi "secondari" (e chiamiamoli così...) come Victoria e Marvin diventano così, tra una sparatoria e l'altra, i consulenti dei due piccioncini e dispensano consigli o tramano riavvicinamenti sfruttando i pericoli incombenti. In questo caso, gli sceneggiatori hanno deciso di fare ripiombare i personaggi in piena guerra fredda e di farli girare come trottole in giro per il mondo, inserendo villain e/o riluttanti alleati che rispecchiano in pieno i cliché spionistici, con quel goccio di esotico che non guasta mai. Il risultato è un film allegro, spigliato, condito dalle solite, accattivanti scene d'azione/inseguimenti/sboronate ma anche, ahimé, troppo pieno di luoghi comuni e, soprattutto, prevedibilissimo sul finale, risolto con un terribile escamotage da bambini delle elementari.


Ma poi, alla fine, chi diavolo era andato a vedere Red 2 per la trama? Non certo io, per carità, che puntavo invece a ritrovare "solo" i miei amati vecchietti e gli attori che li interpretano! Bruce Willis è sempre fico ma questa volta è un po' sottotono, devo ammetterlo: la simpatica e frizzante Mary Louise Parker e, soprattutto, un'indescrivibilmente meravigliosa Helen Mirren gli rubano la scena in più di un'occasione, soprattutto quando quest'ultima si profonde nella folle imitazione della Regina (citando sé stessa in diverse pellicole, tra l'altro), spara o duetta in macchina con Byung-Hun Lee. A proposito del quale posso solo asciugare le bave e rantolare un "tante cose belle e buone": quest'uomo è un incredibile pezzo di fico, che stia fermo o che combatta, sia nudo che vestito. Dico solo che persino la sua tartaruga ha la tartaruga e va bene così! Catherine Zeta Jones invece delude per mancanza di carisma e abbondanza di bruttezza a causa dell'inguardabile taglio di capelli ma Anthony Hopkins compensa col suo fare gigione e Malkovich da il bianco soprattutto grazie alle sue espressioni e al guardaroba da denuncia con cui i costumisti amano vestirlo (a proposito di abiti: le scarpe della Mirren e della Parker mi hanno commossa per lo stile da sbavo. Le voglio ora.), sebbene il suo personaggio risulti più forzato e meno divertente rispetto al primo capitolo. Per finire, da nerd ho molto apprezzato l'uso dei disegni di Cully Hamner (che assieme a Warren Ellis aveva realizzato la serie a fumetti) nei titoli di testa del film e la ripresa del suo stile nei vari "stacchi" che segnalano i diversi spostamenti dei nostri eroi. In definitiva, Red 2 è quindi un simpatico film per passarsi due orette di sana, violenta e disimpegnata allegria ma comincia già a mostrare i primi segni del detto "un gioco è bello se dura poco". Speriamo non decidano di fare un terzo capitolo perché non credo gli andrà più così bene!


Del regista Dean Parisot ho già parlato qui. Bruce Willis (Frank Moses), John Malkovich (Marvin), Mary-Louise Parker (Sarah), Helen Mirren (Victoria), Anthony Hopkins (Bailey), Byung-Hun Lee (Han Cho Bai), Catherine Zeta-Jones (Katja), David Thewlis (La rana) e Brian Cox (Ivan) li trovate invece ai rispettivi link.

Neal McDonough interpreta Jack Horton. Americano, ha partecipato a film come Darkman, L’insaziabile, Minority Report, The Hitcher, Capitan America: Il primo Vendicatore e a serie come Più forte ragazzi, X-Files, Desperate Housewives, CSI: NY e CSI – Scena del crimine. Anche produttore e sceneggiatore, ha 57 anni e sei film in uscita.


Ernest Borgnine avrebbe voluto riprendere il ruolo dell’archivista del primo film e in effetti le sue scene erano già state scritte per il sequel ma purtroppo il grande attore è venuto a mancare nel 2012 e le sequenze sono state girate da Titus Welliver, non riportato nei credits. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Red. ENJOY!!

venerdì 30 agosto 2013

Cameron Diaz Day: Essere John Malkovich (1999)


Oggi non è il John Malkovich Day. No, quello arriverà, spero, a Dicembre. Come avrete capito dal banner "nasone ma figaccione" di Pio, oggi è il Cameron Diaz Day ma chissà perché alla bella e brava Camerona, che per inciso compie 41 anni, pungeva vaghezza di calarsi nei panni dell'eclettico e pelato attore in questo Essere John Malkovich (Being John Malkovich), diretto dal bravo Spike Jonze nel 1999 e, soprattutto, sceneggiato da quel genio di Charlie Kaufman!!


Trama: Craig, un burattinaio frustrato, scopre una porta collegata direttamente alla mente di John Malkovich. Possedendo l'attore e muovendolo come uno dei suoi pupazzi cercherà di ottenere il successo e l'amore della collega Maxine, che però è già oggetto del desiderio della moglie Lotte...


Se ho scelto Essere John Malkovich per celebrare Cameron non è solo perché amo John e adoro questo film ma perché, per una volta, la bionda attrice di origini cubane è brutta. Sì, oddio, brutta come potrei essere io tirata a lucido per un matrimonio ma comunque inguardabile rispetto al suo solito standard. Ed è brava, bravissima. Soprattutto perché il pazzo Kaufman ha creato un personaggio difficilissimo da interpretare senza sforare in una cialtronata sopra le righe. Immaginate una tizia che vive per i suoi animali, che ha trasformato la casa in uno zoo per sopperire all'istinto materno frustrato da un marito mollo ed inconcludente. Immaginate che la tizia in questione, dopo essersi fatta un viaggio nella mente di Malkovich, senta risvegliarsi il proprio lato maschile lo assecondi con entusiasmo, arrivando persino a concupire la donna amata dal marito e accendendo così una surreale rivalità tra le mura domestiche. Non vado avanti per non togliervi la sorpresa ma, anche così, vi sarete fatti un'idea di come un personaggio simile rischi di diventare borderline e perlomeno ridicolo. Invece Cameron Diaz riesce ad infondergli un candore e una dolcezza incredibili anche nei momenti di delirio, quando Lotte viene inebriata dall'esperienza Malkovich e, come un'adolescente, comincia ad entusiasmarsi ed abbracciare la sua nuova natura. Nascosta da un'improbabile capigliatura riccia e infagottata in abiti meno che glamour, la Diaz diventa così un importante e delicato tassello del rompicapo messo in piedi da Jonze e Kaufman, indimenticabile come il resto dei personaggi che popolano questo strano film.


Quanto ad Essere John Malkovich in sé, dovete vederlo perché nessuna recensione potrebbe mai rendergli giustizia. Potrei parlarvi della delicata e disperata poesia dei burattini di Craig, dei dialoghi al fulmicotone, della delirante scena in cui Malkovich incontra un universo di cloni, dell'assurda idea che possa esistere un passaggio segreto per la mente dell'attore, dell'esilarante comparsata di Charlie Sheen nei panni di sé stesso, dell'incredibile interpretazione di un John Cusack in stato di grazia, dell'indiscutibile abilità registica di Jonze, della bellezza della colonna sonora (Bjork, oh Bjork!!), della profondità di sentimenti (anche negativi) che caratterizza ognuno dei personaggi ritratti, tanto che alla fine chi conduce l'esistenza più banale di tutti è proprio l'oggetto del titolo, della storia del settimo piano e mezzo o del trauma infantile dello scimpanzé Elijah... ma il vero piacere sta nello scoprire tutte queste cose e moltissime altre durante la visione di Essere John Malkovich. Io lo amo con tutto il cuore ma credo sia un film facile ad odiarsi, sicuramente sarà un'esperienza che non dimenticherete facilmente e che, se la ripeterete, vi aprirà ogni volta la mente su un mondo assurdo e sempre diverso. Come Malkovich. E come Cameron Diaz, che nel Bollalmanacco è già comparsa in altre vesti...

The Mask - Da zero a mito (1994), il suo film d'esordio. Bionda e bellissima, ruba il cuore di un Jim Carrey in formissima!

Paura e delirio a Las Vegas (1998) una semplice comparsata nei panni di una reporter che, in ascensore, viene turbata dai deliranti protagonisti.
  
Shrek - E vissero felici e contenti (2010) dove la voce di Cameron da vita all'orchessa Fiona, una delle principesse più toste mai create!

E il Cameron Diaz Day non finisce qui!! Ecco i link delle recensioni degli altri compagni d'avventura... ENJOY!!

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lunedì 7 gennaio 2013

Nicolas Cage Day - Con Air (1997)


Mondo, uniamoci e festeggiamo, perché oggi è… Il Nicolas Cage Day. Figuriamoci, direte voi! Miscredenti, prendetevela con il folle Frank Manila, blogger illuminato che ha unito sotto un’unica, tamarra ed inespressiva egida altri blogger non meno folli per una celebrazione del nostro “musO” proprio in occasione del compleanno di Nic Cage. Avrei voluto fare come quelli de I 400 calci e buttare giù una sorta di “memoria del pesce rosso” prendendo a oggetto l’angosciante e angoscioso Stress da vampiro, ma la verità è che di suddetto film non ricordo davvero una mazza. Non avendo tempo  di recuperarlo, ho deciso quindi di rendere omaggio a Cage con il mio film preferito, tra tutti quelli da lui “interpretati”,  facendo risorgere per l’occasione un post andato perso nel passaggio tra piattaforme. Allacciate le cinture, rispolverate i vinili degli impronunciabili  Lynyrd Skynyrd, intamarritevi e leggetevi la recensione di Con Air, diretto nel 1997 dal regista Simon West. E ancora, buon Nicolas Cage Day a tutti!!!!



Trama: Cameron Poe è un ex ranger, rinchiuso in carcere per avere ucciso un balordo che aveva minacciato lui e la moglie. Ottenuta la libertà vigilata, viene trasferito però su un aereo pieno di carcerati tra i peggiori esistenti al mondo, che viene dirottato dal loro capo, Cyrus Grissom. Ovviamente toccherà a Cameron risolvere la situazione…


Parrà strano, ma Con Air l’ho visto talmente tante volte da riuscire a riconoscere i suoni di sottofondo, le voci e la colonna sonora se i miei lo guardano e io sono in un’altra stanza. Lo ammetto, e non me ne vergogno, perché è davvero uno dei miei film preferiti. Al di là della trama, una tamarrata infarcita di dialoghi che a volerli definire imbarazzanti si fa loro un complimento, ha dalla sua che è ironico, ben diretto e popolato da attori della madonna che, a ben pensarci, non avevano alcun motivo di accettare di presenziare ad un simile film. MA per fortuna invece lo hanno fatto.


Infatti il punto di forza di Con Air (o almeno quello che io ho più apprezzato) sta nel fatto che ogni singolo personaggio è ben caratterizzato e a suo modo indimenticabile, per quanto, sicuramente, il protagonista sia un compendio di ogni cliché del genere action (bifolco, praticamente invincibile, duro ma dal cuore tenero, stronzetto con una morale, desideroso di arrivare da moglie e figlia che lo aspettano a casa ma “hey, hummingbird”, prima debbo salvare gli amici!). Per questo il buon Nicolas Cage, nella sua inespressiva ottusità, è perfetto per il ruolo di Cameron Poe e non sfigura davanti alla “colta” follia che John Malkovich regala a Cyrus o all’allucinata calma dell’inquietante Garland di Steve Buscemi, solo per citare i personaggi che saltano più all’occhio. Ma ogni convitto è dotato di una caratteristica che lo fa spiccare sugli altri, persino quelli senza nome, e anche gli sbirri (che, quasi quasi, verrebbe voglia di vederli sconfitti per una volta) sono ben caratterizzati, soprattutto lo Sceriffo Larkin di John Cusack, topo di biblioteca costretto suo malgrado a diventare eroe “per caso”.


Ovviamente, in un film simile non possono mancare le scene d’azione. Strepitoso e chiassosissimo il finale, con l’aereo che cerca di non schiantarsi sopra un’affollata Las Vegas, da manuale l’agguato teso ai soldati dell’esercito che cercano di catturare i detenuti, molto belle le scene iniziali, dove sapienti primi piani e un montaggio serratissimo mostrano come Cyrus e compagnia progettano di dirottare l’aereo. Indispensabile, tra l’altro, la colonna sonora: lo score originale è particolare e sufficientemente “ansiogeno”, ma il picco di genialità lo si tocca nella canzone che Buscemi canta con una piccola e sozza pargoletta che potrebbe diventare la sua prossima vittima e, soprattutto, ascoltando la storica Sweet Home Alabama che, come sottolinea sempre il personaggio di Buscemi, è stata portata al successo da un gruppo i cui componenti sono morti in un incidente aereo. Bel modo di portarsi sfiga, complimenti! Dimenticate invece l’insipida e melensa ballata finale, anche se si è beccata una candidatura all’Oscar come miglior canzone originale (senza vincerlo, per fortuna). Insomma, Con Air non sarà sicuramente il film del secolo, ma come action è uno dei migliori. Guardatelo senza pericolo e, come sempre, con spirito lieto e tamarro, senza prenderlo troppo sul serio.. e soprattutto, se riuscite, in lingua originale, perché l’accento bifolco di Nicolas Cage è da voto 10!

E ora, seguendo lo spirito del Nicolas Cage Day, che lo vede assoluto protagonista, non sto a mettervi il solito elenco di attori che hanno partecipato a Con Air, bensì un piccolo compendio dei film "Cageani" che potete trovare sul Bollalmanacco, in ordine cronologico:

Il ladro di  orchidee (2002), dove Nicolas Cage da prova di ricordarsi, ogni tanto, di essere attore. Ruolo impegnativo per film della madonna, consigliatissimo.


Ghost Rider (2007), dove Nicolas Cage riesce ad essere più inespressivo della sua fiammeggiante controparte in CG. Una ciofeca per palati fortissimi.


Kick Ass (2010), dove Nicolas Cage si imbaffetta per l'occasione e, grazie ad un doppiaggio italiano pessimo, passa da essere personaggio tragico a padre pederasta. In compenso il film è un trionfo.


L'ultimo dei templari (2011), dove Nicolas Cage rifà Cameron Poe ai tempi delle Crociate. Un guazzabuglio medievale, senza capo né coda, per un Cage più inespressivo e bolso che mai!



Se ancora non vi bastasse, vi rimando ai post degli altri blogger che hanno aderito all'iniziativa, per un Nicolas Cage Day infinito! ENJOY e... all'anno prossimo!!

e CriticissimaMente


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