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mercoledì 9 aprile 2025

Holland (2025)

Siccome Fresh mi era piaciuto molto, appena è uscito su Prime Video il film Holland, della regista Mimi Cave, mi ci sono fiondata senza pensarci due volte. Occhio perché il post conterrà qualche spoilerino, quindi se non avete ancora visto Holland, guardatelo poi tornate qui.


Trama: Nancy vive nella fiabesca cittadina di Holland assieme al marito Fred e al figlioletto Harry. La sua è una vita da sogno, almeno finché, cercando un orecchino scomparso, la donna non comincia a sospettare che Fred le nasconda qualcosa...


Galeotto fu un orecchino. Un piccolissimo oggetto è tutto ciò che serve a Nancy per rimettere in discussione la sua vita. Ma diciamo che l'orecchino è la goccia che fa traboccare il vaso, l'incarnazione tangibile di un sassolino nella scarpa che Nancy magari non avverte coscientemente, ma che la porta ad avere tremendi incubi la notte, visioni di un'oscurità claustrofobica, di acque che la inghiottono trascinandola a fondo. Nancy è la tipica moglie di Stepford (è un caso che abbiano scelto la Kidman per il ruolo della protagonista? Io penso di no) e vive in una deliziosa cittadina dove tutti sono amici, i pochissimi outsider sono tenuti saldamente a bada, ogni cosa richiama le immagini da cartolina di un'Olanda che non esiste ma che viene celebrata da festival, tradizioni e ricette. Nancy è apparentemente molto grata della vita che ha. DEVE essere grata, in effetti, perché qualcosa nel suo passato, che non verrà mai rivelato precisamente al pubblico, ha fatto sì che toccasse a Fred salvarla e darle un posto dove stare, degli obiettivi... un ruolo. Eppure, come ho scritto prima, il sassolino c'è, e di solito le mogli di Stepford cominciano il loro percorso di liberazione "giocando" a fare le detective, fondamentalmente per vincere la noia (taciuta, mi raccomando!) di una vita perfetta e sempre uguale. Se poi a dare una mano nell'eccitante indagine ci si mette anche un collega carino, outsider a sua volta poiché proveniente nientemeno che da un posto esotico come il Messico, alla smania da investigatrice si aggiunge il "pensiero stupendo" di una scappatella, perché forse nemmeno la vita sessuale matrimoniale è idilliaca come ci si è costretti a credere. Ma questa, se vogliamo, è la parte meno interessante di un film che diventa prevedibile in ogni suo plot twist, poiché attinge a piene mani da una tradizione consolidata e che, a un certo punto, diventa quasi la fotocopia del racconto Un bel matrimonio di Stephen King. Ciò che avrei voluto maggiormente indagato, e che invece diventa la coda di un finale aperto un po' pasticciato, è il dramma psicologico della protagonista, "bloccata" anche nel momento della liberazione dalla "programmazione" impartitale non solo da Fred, ma dall'intero sistema sociale di Holland. Nonostante tutto, Nancy decide di continuare a fare finta di niente, dopo essersi cullata per settimane nei sogni infantili di un principe azzurro sexy intervenuto a salvarla da un marito fedifrago. Questo perché Fred è qualcosa di peggiore, e non è tanto il desiderio di preservare il figlioletto da un orribile trauma a spingerla, quanto la speranza di tornare alla sua vita da sogno, a un innegabile agio economico, a una routine che annebbia la mente e non fa pensare. Sicuramente meglio venire compatita perché cornuta, che vedersi togliere tutto perché il marito è un serial killer.


Holland
, dunque, pecca in ciò che l'avrebbe reso ben più interessante, nell'approfondimento dei personaggi. Non solo di Nancy, scelta già di per sé un po' criminale, ma anche del collega Dave, a sua volta uomo dal passato misterioso e, probabilmente, introdotto a Holland come "quota" integrativa, per sottolineare la natura buona ed inclusiva degli abitanti, MA con parsimonia (d'altronde, basta sentire odore di alcool per mettere al bando un altro membro della comunità). Anzi, Dave è proprio uno degli aspetti del film che ho apprezzato meno, perché mi è sembrato che la sceneggiatura non sapesse come gestirlo; sul finale, addirittura, il personaggio viene utilizzato come veicolo di un dubbio quantomeno scorretto, arrivati a quel punto, e gli viene appioppata una natura da stalker pericoloso che solo spettatori al loro primo thriller si sarebbero potuti bere. A parte questi aspetti, che potrebbero avere dato fastidio solo alla sottoscritta, Holland è un film molto curato, soprattutto esteticamente. Mimi Cave, come già in Fresh, accompagna a concetti sgradevoli delle immagini patinate, che rendono il tutto ancora più grottesco. Holland è un posto plasticoso, colorato e finto quanto l'importante diorama che Fred costruisce nel capannone assieme al figlio, nonché un luogo fuori dal tempo (non ho capito se il film è ambientato nei primi anni dell'attuale millennio o se è solo la cittadina ad essere rimasta volutamente indietro); la regia ricorre spesso ad angoli di ripresa che distorcono le fattezze di persone e ambienti, mentre la fotografia aumenta l'effetto straniante dipingendo tutto con colori e luci palesemente posticce. Anche a livello di colonna sonora, scenografie e costumi è stato fatto un ottimo lavoro, perché in ogni sequenza c'è qualche dettaglio strano in grado di colpire lo spettatore e sviarne le percezioni, mettendolo ancora più in dubbio. Ora magari peccherò di bodyshaming ma uno di questi dettagli strani è proprio il viso di Nicole Kidman, sempre più finto, perennemente atteggiato a un'espressione di stupore, con quei lineamenti da bambolotta e la pelle lucida per i continui ritocchi estetici. Sarà la mia percezione, ma mi è sembrato che anche la sua recitazione fosse "finta", troppo caricata. All'inizio poteva anche essere una scelta vincente, visto che Nancy è fondamentalmente costretta a recitare e zittire tutto ciò che la rende umana ed imperfetta, ma anche verso il finale rimane una leziosità di fondo, una teatralità, una fissità a mio avviso indegna della grande attrice di un tempo. Preso per quel che è, Holland non è un brutto film, ma è l'ennesimo thriller usa e getta da "cestone" streaming, che, come molti suoi simili, lascia il tempo che trova. Da vedere una sera senza troppe aspettative, però, va più che bene. 


Della regista Mimi Cave ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Nancy Vandergroot), Gael García Bernal (Dave Delgado) e Matthew Macfadyen (Fred Vandergroot) li trovate invece ai rispettivi link. 

Rachel Sennott interpreta Candy Deboer. Americana, la ricordo per film come Shiva Baby e  Bodies, Bodies, Bodies. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 30 anni. 


Se Holland vi fosse piaciuto recuperate La donna perfetta, Don't Worry Darling e A Good Marriage. ENJOY!

mercoledì 15 gennaio 2025

2025 Horror Challenge: Licantropus (2022)

La challenge horror chiedeva, per la terza settimana, di guardare l'horror più famoso tra quelli non ancora visti e non sulla watchlist. La scelta è caduta su Licantropus (Werewolf by Night), diretto nel 2022 dal regista Michael Giacchino.


Trama: un gruppo di cacciatori di mostri si riunisce per superare una prova, alla fine della quale il vincitore entrerà in possesso della gemma Bloodstone. Qualcosa, però, renderà la prova molto più movimentata...


Licantropus
è uno special televisivo che, ai tempi dell'uscita, ha fatto parlare parecchio di sé, in quanto prodotto "sperimentale" della Marvel. Il film è tratto dalla serie a fumetti omonima uscita negli anni '70 e il personaggio, nato da un'idea di Roy Thomas, faceva parte del revival horror seguito all'alleggerimento del Comics Code Authority. Ciò che rende particolare la pellicola, è il fatto che Licantropus è stato realizzato proprio come un horror della Universal, con tanto di immagini in bianco e nero (salvo per la presenza di una bloodstone rosso brillante), e all'inizio dà proprio l'illusione di mantenere le atmosfere dei film dell'epoca. Tra personaggi sopra le righe, umorismo nero e un'aura di mistero a circondare la famiglia Bloodstone e la reliquia da essa custodita, è facile lasciarsi coinvolgere dalla storia e cadere nell'illusione di avere davanti un omaggio ai tempi che furono (anche se il look dei cacciatori di mostri è troppo moderno e fighetto), anche in virtù del ritmo "rilassato" con cui vengono introdotte le basi della trama. Dopodiché, essendo comunque un mediometraggio da 50 minuti prodotto dai Marvel Studios e distribuito direttamente su Disney +, le cose si velocizzano e viene anche meno quell'aria gotica che rendeva Licantropus così particolare. Benché, infatti, a un certo punto venga a crearsi una situazione potenzialmente angosciante e perfetta per un horror più "adulto", l'umorismo nero regredisce a siparietti slapstick e le sequenze si riempiono di adrenalinici corpo a corpo, con qualche lievissima concessione ad eleganti macchie di sangue che impattano contro la macchina da presa, la quale pur non mostra nulla di particolarmente splatter o disgustoso, nemmeno quando artigliate e pesanti ferite all'arma bianca lo richiederebbero. Si può dire che, dopo l'inizio promettente, Licantropus si adagia sullo stile di una serie TV Marvel un po' più violenta e spaventosa del normale, ponendo però dei paletti "morali" che non vengono mai superati e che privano i mostri della carica orrorifica ed eversiva che dovrebbero possedere di diritto. 


Dal mio punto di vista, ovviamente, questa mancanza di coraggio è un peccato, nonostante mi sia comunque divertita a guardare Licantropus, anche perché l'unione di due stili così diversi manca di equilibrio e di un raccordo che la renda meno stridente. Peccato, perché Giacchino (anche autore, naturalmente, della colonna sonora) dietro la macchina da presa mostra di saperci fare e confeziona delle sequenze estremamente rispettose dello stile Universal, sfrutta bene i giochi di luce ed ombra, quando si tratta di passare alle scene d'azione non entra in confusione e, coadiuvato da un buon montaggio, rende tutto chiaro e comprensibile. Ho apprezzato molto anche il trucco e gli effetti speciali artigianali, affiancati da un'ottima CGI necessaria per dare vita a uno dei personaggi horror più iconici della Casa delle Idee. Infine, Licantropus vanta un ottimo cast. Gael García Bernal è caratterizzato da un perfetto mix di fascino e goffaggine, Laura Donnelly mi ha ricordato tantissimo Krysten Ritter in Jessica Jones (quando le serie Marvel erano meglio, mannaggia!) e Harriet Sansom Harris si mangia tutti con un'interpretazione così sopra le righe che è una gioia per il cuore. Purtroppo, come ho scritto sopra, le potenzialità di Licantropus sono state sacrificate alle necessità della Marvel, che lo rendono automaticamente un'opera non così "sperimentale" come l'avevano pubblicizzato all'epoca. Il mio cervello se n'è reso conto, perché da metà special in poi ha cominciato a venire intaccato da quella sensazione di superficialità consumistica evocata ormai da ogni prodotto del MCU, che lo spinge ad inserirli, man mano che il tempo passa, nel limbo dei film dimenticati. Di solito ci vuole una settimana, magari a Licantropus servirà un mese, ma temo che il destino sarà il medesimo. 
 

Gael García Bernal
, che interpreta Jack Russell, ho già parlato QUI.

Michael Giacchino è il regista della pellicola, al suo primo e, finora, unico lungometraggio. Americano, principalmente attivo come compositore, ha 58 anni.


Nel 2023 è stata distribuita una versione a colori del film, per omaggiare gli horror della Hammer. Se Licantropus vi fosse piaciuto recuperate L'uomo lupo. ENJOY!

mercoledì 18 agosto 2021

Old (2021)

E' uscito il 21 luglio. Con la lacrima nell'occhio (grazie, autostrade liguri maledette, grazie!) ho dovuto aspettare fino al 12 agosto per vedere uno dei film che mi fomentavano di più quest'anno, ovvero Old di M. Night Shyamalan. A sapere che era così mi sarei risparmiata una notevole dose di bestemmie d'attesa...


Trama: durante una vacanza in un resort, un gruppo di persone finisce su una spiaggia dove il tempo scorre a una velocità maggiore, condannando tutti a una vecchiaia precoce o peggio...


Niente, Shyamalan non ce l'ha fatta. Dopo la bellezza di TRE film non dico splendidi ma comunque molto gradevoli, doveva per forza tornare alla pellicola pseudo-filosofica di alto concetto, perché accontentarsi di qualcosa di più terra terra faceva brutto. E così, il buon Shyamalan ci ha scodellato Old, ovvero un dito puntato contro lo spettatore e la società travestito da film "horror", dove non esistono personaggi profondi o interessanti bensì delle idee, dei concetti con sembianze umane ai quali vengono messi in bocca i dialoghi peggiori sentiti quest'anno. Chi mi conosce sa quanto io abbia odiato Lady in the Water e quell'altra cretinata con la natura frugnante di E venga il giorno; bene, Old è meno peggio di questi due orrori, ma purtroppo soffre della stessa antipatia congenita e degli stessi personaggi ai quali è impossibile affezionarsi perché, Cristo, non sono realistici, sono lì per mostrarci quanto intelligente è Shyamalan e quanto universali sono gli archetipi che essi incarnano. Prendete, per esempio, la famigliola protagonista. Il padre è buono ma freddo, l'incarnazione dell'umanità ormai troppo legata a numeri e statistiche, incapace di guardare al presente, sempre pronta a razionalizzare e controllare il futuro. Anche la mamma è buona ma fredda, però lei (ah-aH!!) si occupa di un museo ed è terrorizzata dall'idea di finire, un giorno, come i corpi senza nome che popolano le teche da lei curate, quindi di base è comunque impegnata a guardare al passato. E' giusto il contrappasso, per questa famigliola allo sfascio, all'interno della quale i genitori stanno per separarsi senza pensare ai figli, che papà e mamma vengano privati della gioia di vedere crescere i due pargoli, ritrovandoseli già oltre l'adolescenza e alle prese con i traumi più grandi della loro vita; è l'unico modo, ovviamente, per innescare una riflessione sul senso dell'esistenza, e sulla necessità di godersi il presente, ma fosse finita lì. Sull'isola si ritrovano (per un motivo che è un'ALTRA critica, però a qualcosa di più tangibile e terrificante) altre persone ognuna presa per incarnare un grande difetto dell'umanità odierna e sono sicura che, agli occhi di Shyamalan, vedere questi personaggi confrontarsi avrebbe dovuto essere un esercizio filosofico altissimo, mentre io so solo che, spesso, scoppiavo in risate incontrollabili.


Mettiamo da parte per un momento le sequenze più "cringesilaranti" dell'intera pellicola (tutte o quasi caricate sulle spalle di Alex Wolff, almeno finché non sopraggiunge quello che voleva sicuramente essere un commoventissimo pre-finale che però a me ha fatto l'effetto Pryor/Wilder, ma menzionerei anche, e con onore, le conseguenze della mancanza di calcio, che Cristo ma nemmeno Robert Englund alla fine di The Mangler, guarda) e soffermiamoci sul fatto che ogni maledetto ospite dell'isola sviscera i suoi problemi e si confronta coi compagni nemmeno si trovasse in uno studio psichiatrico, soffermiamoci sul fatto che, anche quando non hanno un interlocutore, questi trovano comunque il modo di fare dei monologhi sul senso (secondo loro) della vita, soffermiamoci sul fatto che, a un certo punto, la PSICOLOGA (ebbene sì, ce n'è una) chiede ESPLICITAMENTE di fare della terapia di gruppo e infine chiediamoci perché dovremmo prendere seriamente un film simile. Soprattutto, vorrei che qualcuno mi spiegasse perché ad affiancare la palese, didascalica serietà con cui Shyamalan ci scodella i suoi concetti enormi, il buon Manoj Nelliyattu ci piazzi sempre delle puttanate col botto (SPOILER: Ma sta cretinata del neonato che muore perché non è stato curato per 30 secondi? Allora, in quell'isola non c'è nessuno a cui venga la piorrea dopo anni passati a non curarsi i denti, nessuno deperisce per la mancanza di cibo, Prisca non muore per setticemia dopo un'operazione chirurgica effettuata in mezzo alla sabbia, con la ferita tenuta aperta da gente con le mani probabilmente ricoperte di invisibili granelli, i responsabili della struttura non hanno mai pensato di far saltare in aria la barriera corallina che è l'unico handicap del luogo, i bambini invecchiano mentalmente come se avessero vissuto anni di esperienze quando invece avrebbero dovuto rimanere infanti nel corpo di adulti e infine, restando in tema corpo, in mancanza di attività fisica i tessuti muscolari e polmonari avrebbero dovuto collassare invece Kara diventa Manolo mentre a Trent e Maddox crescono praticamente le branchie... e per trenta secondi del piffero il neonato muore? Ma per favore), tanto che persino gli attori a me sono sembrati molto spaesati e perplessi. Poi per carità, bella la regia, ottima la gestione della suspance, perfette alcune sequenze che mi hanno rivoltato lo stomaco, ma in definitiva Shyamalan ha di nuovo lasciato il posto a quell'antipatico spocchioso di Shyabadà e io non posso che augurargli di finire recantato in un'isola deserta finché non si sarà di nuovo deciso a rinsavire. 


Del regista e co-sceneggiatore M.Night Shyamalan, che interpreta anche l'autista dell'hotel, ho già parlato QUI. Gael Garcia Bernal (Guy), Vicky Krieps (Prisca), Rufus Sewell (Charles), Alex Wolff (Trent a 15 anni), Abbey Lee (Chrystal), Ken Leung (Jarin), Embeth Davidtz (Maddox adulta) e Francesca Eastwood (Madrid) li trovate invece ai rispettivi link. 

Eliza Scanlen interpreta Kara a 15 anni. Australiana, la ricordo per film come Piccole donne e Le strade del male, inoltre ha partecipato a serie come Home & Away. Anche regista e sceneggiatrice, ha 22 anni. 


Old
è tratto dal graphic novel Castello di sabbia di Frederik Peeters e Pierre Oscar Lévy, ovviamente privo della maggior parte degli spiegoni e delle cretinate che inficiano il film di Shyamalan, quindi forse sarebbe meglio recuperare quello invece che andare al cinema. ENJOY! 


mercoledì 3 gennaio 2018

Coco (2017)

Buon 2018 a tutti! Vi faccio gli auguri oggi perché il post di El Bar l'avevo già scritto mesi fa mentre questa è la prima volta che mi metto a scrivere sul blog con l'anno nuovo e spero di non essere arrugginita perché vorrei parlare bene di Coco, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Lee Unkrich e co-diretto (nonché co-sceneggiato) da Adrian Molina. NO SPOILER, ovvio.


Trama: desideroso di diventare un musicista benché osteggiato dalla famiglia, il piccolo Miguel ruba una chitarra dalla tomba del famosissimo Ernesto de la Cruz proprio nel dia de los muertos e, a causa di una maledizione, finisce per rimanere bloccato nell'aldilà...


L'ho già scritto su Facebook ma lo ripeto anche qui: Coco è uno dei film più belli del 2017 e, come ha detto il buon Sauro di Solaris, ha fregato tutti i blogger che, come me, avevano già stilato le loro classifiche. Ben lontano dall'essere una pallida imitazione de La sposa cadavere o, come avrei temuto, del pregevole Il libro della vita, Coco è un'altra vittoria della Pixar, che è riuscita a confezionare l'ennesimo capolavoro non solo di animazione ma anche e soprattutto di sceneggiatura. L'idea di partenza, oltre alla caratterizzazione del protagonista, è in effetti molto simile a quella del film di Gutiérrez; ne Il libro della vita c'era un torero che voleva diventare musicista, qui abbiamo il piccolo rampollo di una famiglia di calzolai che vorrebbe intraprendere la stessa strada ma, mentre Manolo veniva da una stirpe di toreri che con la musica non avevano mai avuto nulla a che fare, Miguel sa che la sua antenata ha espressamente vietato ai propri discendenti di approcciarsi alla musica dopo essere stata abbandonata da un marito spinto dal desiderio di diventare famoso. Coco si apre dunque col triste racconto di Mamá Imelda, prima di una serie di matriarche forti e determinate, molto vicine all'immagine di "donna del sud" sdoganata dai simpatici sketch di Casa Surace, armate di ciabatta e pronte a rifocillare gli amati nipotini ma anche impossibili da contraddire e incredibilmente testarde e fiere, e continua nel modo più bello possibile. Coco infatti non parla solo di contrasti familiari e di desideri di libertà affidati al solito protagonista intraprendente e baciato dal talento ma è soprattutto una pellicola sulla Famiglia con la F maiuscola e su un concetto di morte che è quanto di più distante da quello cupo e disperato sdoganato in anni di animazione per bambini, una diversità che non si limita alla rappresentazione coloratissima di un aldilà da sogno; Coco, per la prima volta da che ricordi, parla della morte con naturalezza rendendola parte dell'inevitabile ciclo vitale e sottolinea l'importanza della commemorazione dei defunti come fonte di forza per chi è rimasto in vita, anche quando sembra che le memorie ad essi legate siano solo negative oppure terribilmente tristi. La testardaggine di Miguel, al quale vanno sin dall'inizio le simpatie dello spettatore, si trasforma nel corso del film in un'arma a doppio taglio che fa riflettere sulla necessità di "ascoltare tutte le campane" senza lasciarsi accecare da rabbia e pregiudizi e, soprattutto, senza allontanarsi da chi, benché sbagliando e per quanto in modo maldestro, ci ha comunque sempre voluto bene.


L'importanza di "ascoltare" e cercare di capire le ragioni degli altri si traduce, ironicamente, in un film a tema musicale che di musica, fortunatamente, ne ha ben poca all'interno. A differenza del corto che precede la pellicola, quel Frozen - Le avventure di Olaf sul quale tornerò più avanti, Coco non è zeppo di numeri musicali, anzi, è molto parco e si riduce a quattro, massimo cinque siparietti assolutamente funzionali alla trama ed importantissimi, brevi e molto accattivanti (senza parlare, ovviamente, dello score "di sottofondo", realizzato da un Michael Giacchino particolarmente ispirato). La musica, d'altronde, ha tenuto la famiglia di Miguel arroccata sulle sue posizioni per decenni e probabilmente ha costretto la maggior parte dei membri a prendere una strada diametralmente opposta alle loro aspirazioni ed è giusto che essa venga dosata con parsimonia nel corso del film, come qualcosa che Miguel, giovane ed entusiasta, deve ancora imparare a gestire... e anche come una magia capace di richiamare ricordi, emozioni e gioia di cantare. Quel che non manca a Coco è invece la bellezza di sequenze animate mozzafiato, all'interno delle quali spicca un aldilà non soltanto coloratissimo e soffuso della magica luce arancione del tagete messicano, ma anche strutturato in modo che ogni cosa all'interno dello skyline vintage della città dei morti (solcato da magnifici spiriti guida) ricordi il volto di un calavera; e se le citazioni a Frida Kahlo, favolosa nume tutelare del film, sono allo stesso tempo esilaranti e bellissime (il numero delle ballerine sulla papaya mi ha uccisa sulla poltrona) e il flashback iniziale realizzato animando i festoni di carta è un piccolo capolavoro, quello che mi ha colpita di più guardando Coco è stata la delicatezza del character design. Con questo non mi riferisco tanto agli eleganti teschi dipinti che popolano il regno dei morti, per quanto comunque bellissimi, ma piuttosto alla verosimiglianza con cui gli animatori hanno riportato in maniera stilizzata i tratti somatici tipici di un popolo fino a creare quel capolavoro di nonnina tutta rughe e lunghe trecce bianche che ha rischiato di strapparmi il cuore dal petto proprio ora che la mia, di nonna, non sta troppo bene; la nonna di Miguel è bellissima, con una faccia tenera tutta da amare come si farebbe con qualunque vecchina veneranda ed è la prima volta che mi capita, sempre in un film per bambini, di vedere la vecchiaia riproposta, pur con tutti i suoi difetti (malattie comprese, ché qui si parla di alzheimer), in maniera così dolce e rispettosa quando di solito gli anziani vengono usati o come delle specie di Yoda o messi a mo' di burberi rompiscatole. Quindi andate, andate a vedere Coco, portatevi manciate di fazzoletti, preparatevi a ridere, emozionarvi e piangere senza ritegno... e, soprattutto, armatevi di santa pazienza prima che inizi.


Sì perché prima di Coco c'è, ahinoi, il "corto" Frozen - Le avventure di Olaf. VENTIDUE MINUTI difficili da sopportare persino per me (che ho adorato Frozen e mi sono divertita anche col corto precedente, Frozen Fever), durante i quali un bambino si è alzato è ha detto al padre "Ma papà, io mi sto annoiando!". E ne hai ben donde, povero patato! Il problema non è che Olaf, il pupazzo di neve con la voce da pittima che "ama i caldi abbracci", sia il protagonista praticamente assoluto, quanto piuttosto che i VENTIDUE MINUTI siano TUTTI cantati. Tutti, santiddio. L'unico momento in cui mi sono esaltata/commossa è stato quando le note di "Do You Want to Build a Snowman?" hanno fatto capolino, per il resto se nel 2019 mi daranno un Frozen 2 interamente cantato e imperniato per l'ennesima volta sulla tristezza derivante dall'infanzia perduta di Elsa e Anna andrò ad impiccarmi a un albero di Natale perché, signore mie, quanto ancora la vogliamo tirare avanti con sta storia di Elsa che si deprime perché per colpa sua Anna non ha mai avuto una famiglia, una festa, un legame fraterno, un chediaminenesò? E basta, dai, tiriamo fuori un po' di palle! Anche perché diverse catene cinematografiche americane hanno ritirato il corto, quindi non devo essermi rotta le scatole solo io... (e poi non avete idea di quanto sia piacevole guardare i colori di Coco dopo venti minuti di toni freddi)


Del regista e co-sceneggiatore Lee Unkrich ho già parlato QUI mentre Cheech Marin (la voce originale del poliziotto che parla con Hector) lo trovate QUA.

Adrian Molina è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Americano, è alla sua prima esperienza come regista ma ha già lavorato in casa Pixar come sceneggiatore e animatore in Ratatouille, Monster University e Il viaggio di Arlo. Ha 32 anni.


Gael García Bernal è la voce originale di Hector. Messicano, ha partecipato a film come Amores perros, Y tu mamá también - Anche tua madre, I diari della motocicletta, La mala educación e a serie come Mozart in the Jungle. Anche produttore, regista, cantante e sceneggiatore, ha 40 anni e due film in uscita.


Benjamin Bratt è la voce originale di Ernesto de la Cruz. Americano, ha partecipato a film come Demolition Man, Catwoman, Doctor Strange e La fratellanza mentre come doppiatore ha lavorato in Cattivissimo me 2. Anche produttore e cantante, ha 55 anni.


La voce originale di Papá Julio è quella del regista Alfonso Arau. Se Coco vi fosse piaciuto, potete trovare su internet il corto Dante's Lunch: A Short Tail, avente per protagonista il cane guida di Miguel e, in aggiunta, potete guardare Ratatouille, Inside Out, Il libro della vita e Up. ENJOY!



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