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venerdì 13 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: 47 Metri - Uncaged (2019)


La challenge horror
di questa settimana voleva un horror con degli animali. La scelta è caduta su 47 Metri - Uncaged (47 Meters Down: Uncaged), diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Johannes Roberts.

Trama

Mia, la sorellastra e le sue amiche decidono di esplorare un antico tempio sepolto dalle acque, ma non sanno che ormai il luogo è diventato la tana di uno squalo...

RECENSIONE

Mi diverte sempre l'idea di come si intreccino le casualità. La settimana scorsa è uscito in Italia Primate e, più o meno nello stesso momento, ho recuperato un altro film di Johannes Roberts, questo 47 Metri - Uncaged. Ammetto di non essermi riguardata 47 Metri prima di affrontare il sequel, ma non è un problema, perché i due film hanno un unico collegamento, ovvero gli squali. 47 Metri vedeva le protagoniste chiuse in una gabbia in fondo all'oceano, circondate da squali, mentre qui le protagoniste sono, come da titolo, "uncaged" ma comunque in una situazione di merda, anche se non avete una mezza fobia degli abissi come me o non siete claustrofobici come mio padre. Ecco, a papà è bastato che accennassi alla trama del film per smettere di respirare, quindi pensateci bene, nel caso, prima di recuperare 47 Metri - Uncaged, perché i punti chiave della trama sono assai simili a quelli del suo predecessore: i protagonisti si ritrovano bloccati in fondo al mare/oceano, con una riserva d'aria sempre più scarsa, braccati dagli squali. Qui si aggiunge la componente di un luogo buio e labirintico, dentro il quale si rischia di rimanere intrappolati, una struttura antichissima e fragile, che mal sopporta le sollecitazioni di uno squalo furibondo e cieco. Sì, l'altra particolarità di 47 Metri - Uncaged è che gli squali hanno le stesse caratteristiche dei pesci abissali, quindi braccano la preda seguendo i rumori particolarmente forti, le vibrazioni dell'acqua o il sangue di eventuali ferite. L'unica cosa che non cambia, però, è la bastardaggine di Johannes Roberts, il quale adora mettere i suoi personaggi in situazioni orribili, ferirli non solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, e uccidere nei modi peggiori anche chi non meriterebbe di fare una brutta fine (tranne Nicole. Quella è scema come un tacco e finire mangiata da uno squalo è un destino ancora troppo clemente per una così).

Siccome 47 Metri - Uncaged è un film che vive praticamente della sua breve durata e dell'intrattenimento che offre durante la visione, tra una bestemmia di paura e l'altra, non è che mi sia granché soffermata sugli aspetti tecnici. In generale, mi è sembrato che Johannes Roberts e il direttore della fotografia Mark Silk abbiano fatto buon uso dell'illuminazione, utilizzando le luci anche in maniera creativa (per esempio quando, a un certo punto, spunta un segnalatore rosso lampeggiante) e, soprattutto, rendendo ogni scena chiara e comprensibile, anche nelle sequenze più concitate. Passando alle note dolenti, il regista si appoggia anche troppo spesso a jump scares banali, benché efficaci, e il film è privo di quell'eleganza che, invece, si può riscontrare in Primate, più d'atmosfera e curato (è anche vero che il budget di 47 Metri - Uncaged era la metà e il film è rimasto ben poco nelle sale, finendo quasi subito nel circuito dello streaming o dei DVD). Anche le attrici protagoniste non sono granché. La sceneggiatura cerca di farci affezionare a Mia in quanto vessata dalle compagne di scuola ed ignorata dalla sorellastra, ma il personaggio è talmente labile che neppure Sophie Nélisse si impegna a portare a casa una performance che non sia meramente fisica. In virtù di questo, la scena finale, che dovrebbe essere la giusta rivincita morale di Mia nei confronti della ragazza che l'ha bullizzata, risulta ridicola e forzata, ma c'è chi potrebbe dire la stessa cosa di tutta la parte che segue i superstiti fuori dal tempio, il trionfo della suspension of disbelief. Siccome, però, io mi sono molto divertita, non rientro nel novero di queste persone incapaci di godersi il binomio morte & distruzione portato da un branco di squali e vi consiglio di tenervi 47 Metri - Uncaged per le calde serate estive e una necessaria iniezione di leggerezza. Sempre che non siate claustrofobici, ça va sans dire. 

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Johannes Roberts ho già parlato QUI. 


CURIOSITà

Sistine Rose Stallone, che interpreta Nicole, è la figlia di Sylvester Stallone. 47 Metri - Uncaged, pur non essendovi legato in alcun modo, segue 47 Metri, quindi, se vi fosse piaciuto, recuperatelo e aggiungete Lo squalo,  Paradise Beach - Dentro l'incubo e Dangerous Animals. ENJOY!

venerdì 6 febbraio 2026

2026 Horror Challenge: Ben - Rabbia Animale (2025)


Siccome il multisala ha miracolosamente proiettato entrambi gli horror usciti in Italia la settimana scorsa, martedì sono corsa a vedere anche Ben - Rabbia animale (Primate), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Johannes Roberts, che mi vale anche come post "libero" per la challenge horror di questa settimana.

Trama

Quando Ben, uno scimpanzé domestico, contrae la rabbia, Lucy e i suoi amici devono cercare di sopravvivere alla sua furia omicida...

RECENSIONE

Il filone "scimmie assassine" ha vissuto un periodo di gloria nella seconda metà degli anni '80 e poi, che io sappia, il genenere monkey horror si era andato un po' a perdere. Sì, una scimmia mostruosa è tornata prepotentemente sotto i riflettori grazie ad Oz Perkins, ma non è la stessa cosa, anche se The Monkey è meraviglioso. Dopo il piccolo assaggio avuto con Nope, serviva un horror con le scimmie vecchio stampo e ce lo ha offerto su un piatto d'argento Johannes Roberts, il quale si è fatto le ossa cominciando con gli squali. Ben - Rabbia animale (che, da qui in avanti, chiamerò col titolo originale, Primate, perché quello italiano non si può sentire né vedere) è un horror d'assedio "basico", privo di significati nascosti o metaforoni, creato con l'esplicito intento di divertire il pubblico (se, per divertimento, uno intende cagarsi in mano dall'inizio alla fine del film). C'è uno scimpanzé che ha contratto la rabbia, e l'unico compito della sceneggiatura è quello di creare situazioni varie e plausibili che portino i ragazzi protagonisti a finire sotto le grinfie della bestia, per poi morire nei modi peggiori; l'impianto è molto simile a Cujo, non a caso una delle opere cartacee e cinematografiche preferite dal regista, ma Primate è meno statico e logorante, più vicino all'idea di uno slasher con una scimmia al posto del serial killer. Prima che mi stiate chiedendo se mi si è inaridito il cuore, io un minimo di empatia per Ben l'ho provata, ché non è mica colpa sua se è stato morso e contagiato, ma è proprio qui che giocano un po' sporco Johannes Roberts e compagnia, perché il minimo segno di debolezza sentimentale da parte dei protagonisti significa morte certa, per loro o per altri. Considerato, inoltre, che lo scimpanzé era stato allevato dalla madre della protagonista, prima di morire per un tumore, e che è cresciuto con le figlie a mo' di fratellino, l'aspetto emotivo è preponderante, soprattutto quando i protagonisti sono costretti ad accettare l'idea che ormai Ben non è più la bestiola intelligente e tenera che conoscevano. 

Johannes Roberts
, come ho scritto all'inizio, si è fatto le ossa con squali e serial killer mascherati, quindi sa bene come gestire ambienti chiusi (per quanto grandi) dai quali non è possibile uscire, oltre ad essere assai abile con le riprese subacquee e le piscine, ambiente, quest'ultimo, dove si svolge almeno metà film. Poiché è affetto dalla rabbia, Ben è costretto a stare lontano dall'acqua, ma la sua natura di primate viene lo stesso sfruttata dalla regia trasformandolo in una minaccia che può arrivare da direzioni inaspettate, così che ogni panoramica degli ambienti, ogni piano americano, ogni inquadratura di quinta è una minaccia alle coronarie dello spettatore. Il pregio più grande di Primate è però l'utilizzo di effetti speciali analogici. Ben non è una creatura digitale, bensì un attore che indossa un costume realizzato dalle abili mani di esperti del settore e si vede, perché la creatura è dotata di una personalità, dei modi anche teneri, una profondità che nessuna scimmia digitale avrebbe potuto trasmettere. E nessuna scimmia vera sarebbe potuta entrare in completa modalità killer, visto il modo in cui Ben, verso il finale, arriva a somigliare più a un demone che a un essere vivente, anche in virtù di una crescente sete di sangue che genera splatterate da voltastomaco, di quelle che ormai si vedono raramente al cinema. Anche per questo motivo, Primate è un film da godere in sala, senza sottovalutarlo: fila via veloce che è un piacere, in un'ora e mezza mette talmente tanta ansia che staccare gli occhi dallo schermo è impossibile, non lesina dettagli gore, a volte strappa persino qualche risata e sfrutta l'handicap di uno dei protagonisti in maniera interessante e funzionale. L'unico dubbio che mi è rimasto, alla fine del film, è quanto ci metterà la famiglia protagonista a finire sotto i ponti dopo tutti i risarcimenti che dovranno pagare, alla faccia della casa da sogno a strapiombo sulla roccia. Ma affari loro, così imparano a deturpare il paesaggio e a trattare le povere scimmiette con superficialità.

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Johannes Roberts ho già parlato QUI. 

  • Troy Kotsur interpreta Adam. Americano, lo ricordo per film come Number 23 e CODA - I segni del cuore (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista); inoltre ha partecipato a serie quali CSI:NY, Scrubs e Criminal Minds. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 58 anni. 

CURIOSITà

Jess Alexander, che interpreta Hannah, era Vanessa ne La sirenetta mentre Charlie Mann, che interpreta Drew, era nel cast di The Watchers. Se Ben - Rabbia animale vi fosse piaciuto recuperate Monkey Shines - Esperimento nel terrore, Link, Shakma - La scimmia che uccide e Cujo. ENJOY!

mercoledì 6 giugno 2018

The Strangers: Prey at Night (2018)

Nonostante la pessima programmazione savonese, in questi giorni sono riuscita a recuperare The Strangers: Prey at Night, diretto dal regista Johannes Roberts.


Trama: I membri di una famiglia decidono di fermarsi in un trailer park in riva al lago durante il tragitto verso il collegio dove hanno iscritto la figlia minore; il luogo, tuttavia, è diventato terreno di caccia di tre killer mascherati...



Ricordo The Strangers come una delle esperienze cinematografiche più terrificanti della mia vita e in effetti non ho mai più avuto voglia di riguardarlo dopo la visione di dieci anni fa. Il film di Bertino mi aveva fatto capire che l'home invasion, se realizzato bene, è il genere horror in grado di farmi più paura, soprattutto per il suo modo di rappresentare una realtà abitativa assai simile a quella dove vivo io; guardando pellicole come The Strangers non mi riesce difficile, infatti, immaginare tre tizi mascherati nascosti nell'orto sotto casa, nell'androne della scala, nei dintorni con pochissimi vicini di casa, nelle ombre della cantina, pronti a bussare a una porta che da direttamente sulla strada, al pianterreno. Mi avevano detto che, a differenza di The Strangers, questo Prey at Night era una schifezza, una cretinata, un sequel che non avrebbe nemmeno dovuto esistere... ma io, senza vergogna, ammetto di essermela fatta sotto durante la visione, perché il concetto di base non è cambiato: c'è sempre una normalissima famiglia (stavolta le vittime sono quattro invece di due) in un posto normalissimo benché isolato e ci sono sempre tre stronzi mascherati, tre esseri umani normalissimi, che decidono di farne fuori i membri, così, senza un motivo plausibile. Attenzione però, le differenze tra il film di Bertino e quello di Roberts ci sono e saltano subito all'occhio. Il primo The Strangers non ricercava la spettacolarità fine a se stessa e sottolineava sia la sciocca casualità degli eventi sia la banalità del male, con una piccola stoccata alla realtà bucolica e religiosa delle piccole città della provincia americana, qui invece siamo più nell'ambito dello slasher "cialtrone" e alcune scelte di sceneggiatura sono esagerate come quelle di un qualsiasi horror girato negli anni '80 o '90, con gente che non muore nemmeno a darle fuoco oppure mezzi della polizia sfondati da un pick-up preso da un rigattiere, solo per fare due esempi non spoilerosi. Del resto è probabilmente anche giusto così visto che sono passati dieci anni da The Strangers e nel frattempo non solo il pubblico ha capito il gioco ma si è come minimo visto You're Next, Vacancy e tutta la saga di The Purge, quindi quasi sicuramente l'home invasion "raffinato", realistico e per buona metà silenzioso in stile Bertino non avrebbe più fatto presa e sarebbe stato criticato per l'eccessiva lentezza (Su The Monster, per esempio, ho letto le peggio cose e puntavano tutte sul fatto che nel corso del film "non succedesse niente"; il pubblico però è anche un rompico**ioni, attenzione, infatti Prey at Night è stato massacrato dalla critica perché "non è come il primo". E grazie al ca**o, aggiungo io).


Prey at Night è dunque un'opera più banale rispetto al suo predecessore, più prevedibile e stupidina ma comunque divertente, molto soddisfacente e, soprattutto, ben realizzata, debitrice di quello stile furbo e smaccatamente anni '80 che va tanto di moda adesso ma senza esagerare. Per intenderci, gli omaggi a Carpenter (Fog per la colonna sonora, Christine - La macchina infernale per l'intera sequenza sul pre-finale) e Non aprite quella porta si sprecano e vengono sbattuti in faccia allo spettatore con una sfacciataggine incredibile, però la regia di Johannes Roberts non è solo fuffa mista a omaggi; il regista ci sa fare, ricerca delle belle soluzioni visive, ci ricorda la bellezza del suo In the Deep attraverso una deliziosa ed angosciante sequenza subacquea, in generale non da mai l'impressione allo spettatore di avere davanti un film diretto con sciatteria o impersonalità dal classico signor Nessuno e questo è sicuramente un punto a suo favore. Il secondo punto a favore di Prey at Night è la colonna sonora, anche questa terribilmente citazionista e ruffiana ma perdonatemi se davanti all'utilizzo "improprio" di Total Eclipse of the Heart mi sono sciolta, trattenendo l'applauso a stento. Meno bene gli attori, invece, con tre protagonisti su quattro non pervenuti: come ho scritto agli amichetti blogger su uazzap, la mocciosetta ribelle ha un bel paio di polmoni e strilla come un aquilotto, inoltre la sua facciotta è particolarmente espressiva quando manifesta disgusto o paura, per il resto c'è solo da lamentare il sottoutilizzo della Hendricks e il nulla più assoluto trasmesso dal cast maschile, persino nei momenti più concitati. I tre Strangers, dal canto loro, se la cavano invece grazie alle maschere ma la bionda del primo film era decisamente migliore. In conclusione, anche in virtù di un reparto effetti speciali splatter non disprezzabile, conferisco testé a Prey at Night il titolo di sequel molto carino, meritevole di una visione, per una perfetta serata da passare a sollazzarsi tra un attacco di tachicardia e un momento karaoke.


Del regista Johannes Roberts ho già parlato QUI mentre Christina Hendricks, che interpreta Cindy, la trovate QUA.


Martin Henderson, che interpreta Mike, era l'ex marito di Naomi Watts in The Ring. SPOILER DEL PRIMO THE STRANGERS: Prima che lo script venisse rimaneggiato, l'idea era quella di far tornare la protagonista di The Strangers per le sequenze iniziali e di farla uccidere lì. FINE SPOILER DEL PRIMO THE STRANGERS che, ovviamente, vi consiglio di recuperare per poi aggiungere Vacancy, You're Next, Them, Funny Games ,A' l'interieur, la saga di The Purge e magari anche Un giorno di terrore. ENJOY!


mercoledì 7 settembre 2016

In the Deep (2016)

Spinta dai consigli di chi riesce a tenersi al passo ben più di me, in questi giorni sono riuscita a recuperare In the Deep, anche conosciuto come 47 Meters Down, diretto e co-sceneggiato dal regista Johannes Roberts.


Trama: due ragazze in vacanza decidono di provare l’esperienza di immergersi in una gabbia all’interno di una fetta di Oceano popolata da squali. Purtroppo la gabbia ad un certo punto si stacca e le ragazze si ritrovano bloccate sott’acqua, a 47 metri dalla superficie.

Solo a rileggere la trama mi manca il fiato. Se The Shallows ha avuto pietà della sottoscritta ambientando la vicenda nelle “acque basse”, i realizzatori di In the Deep hanno invece scelto di tirare giù il carico da undici e spingersi fin nelle profondità marine. Certo, quarantasette metri potranno sembrarvi pochini, comprendo che gli abissi riescano a raggiungere numeri ben più vertiginosi, ma direi che sia bastato anche solo toccare le decine, mostrando due ragazze in carenza progressiva d’ossigeno, circondate da oscurità e squali, per mozzarmi il respiro. In the Deep fa leva sulla natura claustrofobica delle vastità oceaniche, sulla maledetta assenza di branchie all’interno di un corpo umano e sui mille problemi legati al mondo delle immersioni, non così facile e carino come potrebbe apparire in un documentario bensì zeppo di regole atte a preservare la salute dei subacquei, che rischiano embolie, allucinazioni e mille altri simpaticissimi effetti collaterali; quel che è peggio, all’interno del film non ci sono subacquei provetti ma due ragazze di cui solo una ha una lieve infarinatura “tecnica”, l’altra ha invece lo stesso coraggio che potrei mostrare io in una situazione simile. Come ogni film a tematica “pericolo marino” che si rispetti, In the Deep prevede inoltre una serie di inconvenienti sempre più insormontabili, accompagnati da sfiga crescente, ed è superfluo dire che per un’ora e mezza la tensione si mantiene a livelli altissimi, tanto che potrei affermare, come spesso accade, “non riuscirete a staccare gli occhi dallo schermo”… ma la verità è che io spesso gli occhi li ho chiusi eccome, cercando di respirare col diaframma visto che dalla parte alta del torace non c’era proprio verso.

Dal punto di vista di trama e conseguente tensione In the Deep è quindi, come mi avevano detto, una spanna sopra The Shallows ma sono tanti gli elementi che fanno della pellicola una piccola, ahimé poco conosciuta perlina. Per esempio, prendiamo le protagoniste. La Blake Lively di The Shallows è una gnocca colossale, esperta surfista e biondona in formissima, sembra proprio nata per sopravvivere ad un’esperienza devastante come quella raccontata nel film; per contro, le protagoniste di In the Deep sono due ragazze ordinarie, non particolarmente belle o atletiche, soprattutto una, cosa che rende il tutto ancora più plausibile ed efficace. Certo, io al posto di Lisa sarei morta d’infarto direttamente all’interno della gabbia e non mi sarei mai azzardata ad uscire col rischio tangibile di non riuscire più a tornare indietro (no ma grazie, bellissima sequenza. Altro che incubi di notte…), ma non stiamo a sottilizzare. In the Deep è stato probabilmente anche più difficile da realizzare rispetto al "cuginetto", soprattutto per quel che riguarda la fotografia, in quanto interamente ambientato sott’acqua, con la maggior parte delle scene illuminate soltanto da torce elettriche o da uno sparuto faro, e l’unica cosa in cui The Shallows gli è superiore è la bellezza delle immagini naturali, che gli ha meritato l’orrido titolo italiano di Paradise Beach. Per il resto, i due film si assomigliano moltissimo e non solo per l’argomento trattato ma anche per l’espediente di mostrare in sovraimpressione i messaggi inviati dal cellulare dei personaggi (espediente di cui The Shallows fa un uso maggiore, cosa che mi ha dato l’idea di avere davanti più un film di forma che di sostanza) quindi, in definitiva, se vi piace il genere consiglierei di recuperarli entrambi, sebbene la mia preferenza vada decisamente a In the Deep. Assieme, neanche a dirlo, alla promessa di non guardarlo mai più, nemmeno per sbaglio.


Di Matthew Modine, che interpreta Taylor, ho già parlato QUI mentre Mandy Moore, che interpreta Lisa, la trovate QUA.

Johannes Roberts è regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come The Other Side of the Door. Anche compositore, produttore e attore, ha 40 anni.


Santiago Segura, che interpreta Benjamin, ha partecipato alla seconda stagione di Scream nei panni di Stavo, il figlio dello sceriffo. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate The Shallows. ENJOY!

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