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venerdì 4 agosto 2023

Hanno clonato Tyrone (2023)

Incuriosita da un titolo originale che mi suonava abbastanza sciocchino, ho recuperato su Netflix il film Hanno clonato Tyrone (They Cloned Tyrone), diretto e co-sceneggiato dal regista Juel Taylor.


Trama: lo spacciatore Fontaine, assieme a due improbabili alleati, scopre che nel quartiere dove vive stanno accadendo cose al limite del paradossale e decide di investigare...


Hanno clonato Tyrone
sarebbe stato un film perfetto per le mani d'oro di Jordan Peele, il quale però, stranamente, non ha avuto nulla a che fare con l'opera in questione. Dico questo perché il nuovo film distribuito da Netflix sfrutta un genere "poco nobile" (in questo caso la fantascienza) per esprimere il disagio della comunità afroamericana e sottolineare il persistente stato di oppressione per mano di una classe dirigente formata principalmente da bianchi, ai quali non importano né l'integrazione razziale né la comprensione di una cultura altra, tantomeno una qualche forma di sostegno e sviluppo per quartieri lasciati decadere e trasformati in ghetti. Ciò che importa, di solito, sono mantenimento dello status quo, repressione o controllo capillare e da qui parte la trama di Hanno clonato Tyrone, che (non è spoiler poiché si evince già dal titolo) parla di clonazione e quindi richiama, a tratti, le atmosfere paranoiche de L'invasione degli ultracorpi e di una depersonalizzazione voluta da misteriose e malevole entità governative. A contrastare questa cospirazione c'è un improbabile trio che sembra uscito da una barzelletta, formato da uno spacciatore, un pappone e una prostituta, il che definisce il mood del film virandolo, spesso e volentieri, verso i territori del mistery ironico e volgarotto. L'idea non sarebbe affatto male, non fosse che, come spesso accade, Hanno clonato Tyrone risulta una di quelle pellicole dove le due anime che la compongono, invece di compenetrarsi creando un'opera ricca e sfaccettata, cozzano dando l'idea di vedere due film diversi, uno troppo stupido per l'argomento trattato e l'altro troppo serio per la quantità di gag e battute che contiene. 


Benché abbia del potenziale innegabile, Juel Taylor non è Jordan Peele e, quel che è peggio, è privo del dono della sintesi. Hanno clonato Tyrone ha una durata proporzionalmente elefantiaca per quel che deve raccontare, e si perde in dettagli e ripetizioni reiterate che lo spettatore medio può tranquillamente afferrare in un paio di sequenze; inoltre, una volta scoperto il mistero, la storia perde in qualche modo di fascino e mordente e si trascina stancamente verso la risoluzione finale. Di fatto, è più intelligente l'estetica del film rispetto alla trama, e centra molto di più la questione di fondo. La fotografia è infatti volutamente sgranata e retrò, così come la scelta di rendere incerti i contorni temporali della vicenda, con costumi e scenografie privi di elementi specifici di un determinato periodo storico e, al limite, più virate sul vintage (cosa che fa deliziosamente a pugni coi dialoghi zeppi di citazioni moderne e scompensa lo spettatore) e, soprattutto, sull'idea "bianca" di come dovrebbe vestirsi un afroamericano strettamente legato a un quartiere povero e degradato. Quest'ultimo aspetto si rispecchia anche nelle personalità e nel modo di parlare dei personaggi principali, che abbracciano allegramente stereotipi reiterati nel tempo, con risultati diversi. Jamie Foxx e Teyonah Parris incarnano infatti l'aspetto più ironico della pellicola e sono frizzantissimi, insieme o separati (anche troppo, a tratti sfociano nell'irritante), mentre a John Boyega è toccata la parte del duro muto, con quella faccia un po' così che induce al sonno anzitempo, il che mi fa pensare che anche lui sia uno di quegli attori che necessitano di un buon regista per brillare, pena l'essere mangiati dal resto del più carismatico cast. Per quanto mi riguarda, Hanno clonato Tyrone è l'ennesima occasione sprecata infilata nel cestone Netflix, carica di potenzialità andate perse in un mare di brodo allungato che ha privato di sapore anche quei pochi aspetti originali. 

Di John Boyega (Fontaine), Jamie Foxx (Slick Charles) e Kiefer Sutherland (Nixon) ho già parlato ai rispettivi link. 

Juel Taylor è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto un altro film, Actors Anonymous. E' anche produttore e attore.

Teyonah Parris interpreta Yo-Yo. Americana, ha partecipato a film come Se la strada potesse parlare, Candyman e serie quali CSI - Scena del crimine e Wanda/Vision. Anche produttrice, ha 36 anni e due film in uscita tra cui The Marvels, dove tornerà a vestire i panni di Monica Rambeau.


Se Hanno clonato Tyrone vi fosse piaciuto recuperate Get Out e Noi. ENJOY! 


domenica 5 gennaio 2020

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)

Non è che non sia andata a vedere Star Wars: L'ascesa di Skywalker (Star Wars: Episode XI - Rise of Skywalker), diretto dal regista J.J. Abrams e conclusione definitiva (a quanto pare) del lungo ciclo cominciato da Lucas negli anni '70; è che, purtroppo, per me le vacanze di Natale implicano lo stare lontana da qualunque tipo di tastiera  e non essere vacanze nemmeno per sbaglio, tra pranzi, cene, festività, malanni e sfighe. Ergo, vi beccate il post quando ormai non interessa più a nessuno!


Trama: la resurrezione dell'imperatore Palpatine mette in subbuglio Rey, ormai avviata a diventare maestro Jedi, Kylo Ren e tutte le forze positive e negative della galassia, che si preparano per la battaglia finale.


E anche questo Star Wars se lo semo levati dalle palle. Uh, che mancanza di rispetto, lo so, ma io non sono mai stata una fan della saga e ammetto di aver guardato questi ultimi episodi più per curiosità e desiderio di completezza che per altro, senza nemmeno rivederli in vista di quest'ultimo capitolo. Che, tra tutti, mi è parso quello più noioso e tutto ciò che è stato modificato e aggiustato per venire incontro al fandom maledetto era talmente evidente da balzare agli occhi persino a me che di Star Wars non capisco un pazzo. Rammentavo una certa volontà di distaccarsi dalla solita favoletta trita e ritrita della Forza ne Gli ultimi Jedi, incarnata nella figura incazzosa di un vecchio pronto a mostrare il dito medio a cani e porci, invece questo ultimo film già comincia con un terrificante "trucco della Folaga" che, onestamente, non ha sortito l'emozione sperata in chi, come me, manco ricordava a momenti chi fosse Palpatine, poi prosegue con colpi di scena perplimenti, arrampicate sugli specchi e calci rotanti in faccia alla povera cinesina Rose, relegata al ruolo di comparsa di lusso per non offendere i poveri broflakes dell'internet, con momenti che potrebbero essere MOLTO commoventi, se solo fossero stati gestiti al meglio, come l'addio definitivo alla povera Carrie Fisher (che, onestamente, mi ha distrutta dalle lacrime solo per il pensiero di Billie Lourd, costretta a rivivere su schermo la morte della madre un'altra volta). Il resto... mah, posso dire che il resto è stato noia, almeno per la prima parte del film. L'ascesa di Skywalker segue infatti uno schema ben preciso e ripetitivo: Rey e gli altri (mi dispiace Poe, mi dispiace Finn, ma il vostro arco narrativo s'è perso nei meandri delle sceneggiature e non siete mai diventati qualcosa più che comparse, in più stavolta hanno cercato pure di appiopparvi dei potenziali love interest che lasciano il tempo che trovano...) cercano qualcosa, durante la ricerca ciccia fuori Kylo Ren che porta Rey a uscire fuori di testa, Finn si intristisce, Chewbacca bestemmia nella sua lingua, tutto ricomincia da capo e di tanto in tanto salta qualche pianeta (anche lì, alla faccia del trucco della Folaga. i "guardalà" per salvare personaggi importanti da esplosioni devastanti abbondano) mentre attori della madonna come Richard E. Grant e Domnhall Gleeson fanno la figura dei pistola, soprattutto il roscio.


L'unico che esce a testa alta, finalmente, è Adam Driver, che nel frattempo sono arrivata ad apprezzare moltissimo come attore in film ben più interessanti di un franchise per bambini. Premesso che il suo personaggio è scritto col Kyulo (all'inizio forse è cattivo, poi forse meno cattivo, poi torna ad essere cattivissimo, poi a un certo punto ci pensa su e ritiene poco doveroso essere cattivo, quindi sparisce, ecc. ecc.), quel che è certo è che Adam Driver è riuscito a trasformare il Frignetta del primo capitolo in un ragazzo tormentato per cui provare pietà, anche solo per non aver mai raggiunto il carisma dei due genitori, mannaggia a lui e agli sceneggiatori. Altra persona da ringraziare tantissimo è ovviamente John Williams. Tolti tutti gli effetti speciali del mondo, il design futuristico delle astronavi, i fenomenali poteri cosmici in minuscoli spazi vitali, il cuore di Star Wars è la sua colonna sonora, in grado di rendere epica persino una soffiata di naso e di toccare i sentimenti di fan della prima ora e di spettatori casuali, inducendo persino alle lacrime, a tratti. Poi boh, che vi devo dire... io spero vivamente la finiscano qui. I primi tre Guerre Stellari erano degli ottimi film d'avventura spaziale che hanno rivoluzionato il modo di fare e recepire il cinema commerciale, quest'ultima trilogia è stata un breve viaggio carico di potenzialità e momenti emozionanti ma anche zeppa di lungaggini, perplessità e noia, pompata a dismisura da un fandom che, come giustamente leggevo su Il bar del fumetto, è uno dei più tossici presenti al mondo, capace di amare e odiare senza mezze misure con motivazioni più che risibili e nonostante questo anche troppo potente. Probabilmente, sempre per dovere di completezza, andrò a vedere anche eventuali, futuri film (anche se le parole di Lando Calrissian mi hanno fatto fare un tonfo alle balle sentito in tutta la sala, altro che tremito nella Forza), sperando in qualcosa di emozionante e "nuovo" come Rogue One ma senza sperarci troppo. I tempi di Leia, Luke e Han Solo sono finiti, lasciamo in pace Chewbacca col suo straziante dolore e guardiamo oltre, per piacere.


Del regista e co-sceneggiatore J.J. Abrams ho già parlato QUI.  Carrie Fisher (Leia Organa), Mark Hamill (Luke Skywalker),  Adam Driver (Kylo Ren), Daisy Ridley (Rey), John Boyega (Finn), Oscar Isaac (Poe Dameron), Domhnall Gleeson (Generale Hux), Richard E. Grant (Generale Pryde), Lupita Nyong'o (Maz Kanata), Keri Russell (Zorii Bliss), Billy Dee Williams (Lando Calrissian), Greg Grunberg (Snap Wexley), Shirley Henderson (Babu Frik), Billie Lourd (Luogotenente Connix), Dominic Monaghan (Beaumont), Warwick Davis (Wicket W. Warrick) e Harrison Ford (non accreditato, è Han Solo) li trovate invece ai rispettivi link.


Il compositore John Williams è stato omaggiato con una comparsata nei panni del barista Oma Tres, Ian McDiarmid torna dopo avere interpretato l'imperatore Palpatine fin dai tempi de L'impero colpisce ancora mentre un delirio di attori famosi hanno ripreso i loro vecchi ruoli all'interno della saga (o sono tornati come voci di archivio) solo per pronunciare una frase: Hayden Christensen (Anakin Skywalker), Samuel L. Jackson (Mace Windu), Ewan McGregor (Obi Wan Kenobi, assieme alla voce dello scomparso Alec Guinness), Frank Oz (Yoda), Freddie Prinze Jr. (Kannan Jarus), James Earl Jones (Darth Vader), Andy Serkis (Snoke) e Liam Neeson (Qui-Gon Jinn). Ovviamente, se L'ascesa di Skywalker vi fosse piaciuto recuperate tutti i film legati alla saga di Guerre Stellari e se ancora non vi bastasse, per il futuro si preannuncia una trilogia tutta nuova il cui primo film dovrebbe venire scritto e diretto da Rian Johnson mentre sul canale streaming Disney + dovrebbero cicciare fuori una serie prequel di Rogue One incentrata sul personaggio di Diego Luna e una imperniata su Obi Wan Kenobi, con Ewan McGregor come protagonista. Chi vivrà vedrà ma nel frattempo... ENJOY!

martedì 19 dicembre 2017

Star Wars - Gli ultimi Jedi (2017)

Puntuale come un cinepanettone è arrivato anche quest'anno l'appuntamento con Guerre Stellari, franchise giunta all'episodio VIII, ovvero Star Wars - Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson. Ovviamente il post è SPOILER FREE ma una cosa devo dirla prima di cominciare: il film è dedicato alla memoria di Carrie Fisher quindi NON FATE I BONOBI e non alzatevi durante i titoli di coda, almeno finché non comparirà la dedica in questione. A voi e alle vostre creature spargi-popcorn (non fatemi toccare questo tasto...) potrà non fregare un belino, dopo quasi tre ore di film, di commemorare l'attrice ma c'è gente, tipo me, che avrebbe gradito commuoversi in relativa pace, senza doversi agitare come un pupazzo misirizzi per riuscire a vedere lo schermo coperto da primati desiderosi di uscire. #FottuteScimmie



Trama: mentre il Nuovo Ordine sta per sferrare l'attacco definitivo contro i Ribelli, Rey cerca di convincere Luke Skywalker a tornare in battaglia, con scarsi risultati...



Suvvia, più stringata di così con la trama non potevo essere. Di quest'ultimo Star Wars ne ho lette di ogni, nei limiti del non spoiler, e come direbbe Elio "la critica è concorde" nel definirlo una noia mortale per i primi tre quarti di durata e un trionfo meraviglioso verso il finale. Ora, sarà che io non sono una fan sfegatata della saga e questi film, gira che ti rigira, mi sembrano tutti uguali, posso dire invece con sincerità di averlo apprezzato dall'inizio alla fine, un po' come è successo con gli altri. Gli ultimi Jedi è un giusto mix di tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna di Star Wars: ci sono le battaglie nello spazio, con un inizio decisamente esplosivo e la sensazione palpabile che stavolta per i Ribelli butterà malissimo (magari non ai livelli di Rogue One ma un bel po' di tensione c'è), ci sono i flashback che cercano di scavare un po' di più sulle questioni di Forza, Lato Oscuro e Lato Chiaro, ci sono le avventure su mondi strani popolati da alieni più o meno carini (stavolta il tasso di cuterie è alto, forse è questo il problema dei fan duri e puri!), ci sono confronti molto attesi, ritorni assai graditi, momenti di Nostalgia Canaglia, momenti lacrimevoli, momenti divertenti, momenti di approfondimento psicologico, momenti di puro orrore (Adam Driver topless!! Holy fuck!!!!) e persino qualche timido tentativo di imbastire una parvenza di romanticismo. Soprattutto, c'è una bella riflessione sul mito e su un paio di figure chiave delle "leggende", non solo in ambito starwarsiano. Per tutto il film i personaggi invitano a lasciare spazio al nuovo, a non farsi condizionare dal "sentito dire" o da ciò che ormai viene dato come dogma, nel bene e nel male, e c'è l'invito a guardare al futuro non solo in chiave poetica ma anche nel senso pratico di preservare la propria vita in funzione di ciò che verrà dopo. Non è che non muoia nessuno in Gli ultimi Jedi ma viene imbastita una riflessione anche sull'utilità della morte e sul ruolo di "eroe", che non dev'essere necessariamente colui che si butta di testa in azioni spericolate alla Han Solo, perché ci sono altri modi per essere eroi. Meno spettacolari, magari meno efficaci, ma quanto basta per mantenere viva una scintilla di speranza, oscillando tra eccesso e moderazione così che l'equilibrio necessario venga mantenuto, un po' come accade con la cosiddetta Forza, anch'essa ben ridimensionata da fonti autorevoli.


C'è quindi parecchio spazio per la crescita dei personaggi in Gli ultimi Jedi, cosa che ho apprezzato tantissimo, una crescita che non si limita ai personaggi nuovi (i quali, bontà loro, dovrebbero avere ancora tanto da dire, sottoutilizzato Finn in primis) ma si estende a quelli più vecchi e più amati e sicuramente solleticherà il naso a qualche produttore furbo già pronto a finanziare prequel e quant'altro. In particolare, mi è piaciuto il lavoro di "lima" svolto sul Frignetta, che rimarrà sempre un umorale testa di minchia ma perlomeno è in qualche modo cresciuto, così come non è scontata l'evoluzione di Dameron Poe, a mio avviso destinato a grandi cose; continuo a non uscire di testa per Rey, ormai assurta a livelli di MaryStuaggine fuori scala (SPOILER applausi a scena aperta per il Frignetta, che l'ha freddata con un "te alla fine qui non c'entri una mazza, non ti credere che non sei figlia di nessuno di importante!") ma dal lato femminile c'è l'introduzione della simpatica Rose, la quale mi ha ricordato parecchio il punto di vista "normale" di un Samvise Gamgee, unico in grado di cogliere verità importanti con la sua semplicità, come per esempio il fatto che nel corso di una guerra tra "buoni" e "cattivi" chi ci guadagna non è l'una o l'altra fazione ma chi fornisce loro le armi, facendo il gesto dell'ombrello ai popoli vessati. A proposito di "popoli", molto carino, benché ridotto, il bestiario alieno e soprattutto tanto di cappello ad un regista "inesperto" come Rian Johnson, autore anche della sceneggiatura, il quale è riuscito a confezionare un paio di sequenze spettacolari ed emozionanti (SPOILER Lo specchio di Rey ma anche il bombardamento iniziale e la sconvolgente soluzione finale adottata da Holdo) e a concludere il film con un accostamento di colori classico ma sempre valido, ché sapete quanto adori vedere sporcare il bianco della neve col rosso del sang.. ehm, scusate, del terreno sotto il sale (ringrazio un illuminato utente FB per la correzione!). Solo io trovo geniale l'idea di aggirare il PG-13 e mostrare la devastazione di un campo di battaglia senza mostrare nemmeno un cadavere ma impregnando lo schermo di rosso come nemmeno Tarantino? Spero di no. Ma poi, chissenefrega di qualsiasi pensiero critico, mio o di chiunque altro. Se Mirco è andato al cinema solo per Chewbacca e i Porg, io andavo solo per vedere Carrie Fisher, la mia, la nostra Principessa per l'ultima volta. Non Benicio Del Toro e Domhnall Gleeson, sempre due bellissimi figlioli, nemmeno Mark Hamill in tutta la sua gloriosa e scazzatissima vecchiaia: solo Carrie Fisher. E il mio cuore, nonostante fosse gonfio di lacrime, con lei ha gioito e trovato la Forza.


Di Mark Hamill (Luke Skywalker e quella specie di Leprecauno alieno che infila le monete dentro BB8), Carrie Fisher (Leia Organa), Adam Driver (Kylo Ren), Daisy Ridley (Rey), John Boyega (Finn), Oscar Isaac (Poe Dameron), Andy Serkis (Snoke), Lupita Nyong'o (Maz Kanata), Domhnall Gleeson (Generale Hux), Laura Dern (Vice Ammiraglio Holdo), Benicio Del Toro (DJ), Frank Oz (voce originale di Yoda), Justin Theroux (Maestro Codebreaker), Andy Nyman (Guardia della prigione), Joseph Gordon - Levitt (Voce originale di Slowen Lo), Warwick Davis (Wobidin) e Gareth Edwards (Soldato della resistenza) ho già parlato ai rispettivi link.

Rian Johnson è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Looper ed episodi di Breaking Bad. Anche attore, ha 44 anni.


Gwendoline Christie interpreta il Capitano Phasma. Inglese, famosa per essere la Brienne de Il trono di spade, ha partecipato a film come Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 2 e Star Wars - Il risveglio della forza. Ha 39 anni e due film in uscita.


Billie Lourd interpreta il Luogotenente Connix. Americana, figlia di Carrie Fisher, la ricordo per aver partecipato alle serie Scream Queens e American Horror Story. Ha 25 anni e un film in uscita.


Joaquin Phoenix ha rifiutato il ruolo di DJ, andato così a Benicio Del Toro. A Rian Johnson è stato offerto di girare anche il prossimo Episodio IX e, benché il regista abbia declinato a causa dei tempi strettissimi di lavorazione , pare che la Lucasfilm gli abbia dato il La per una trilogia personale ambientata nell'universo di Star Wars. Nell'attesa di vedere questa nuova trilogia e che torni J.J. Abrams alla regia l'anno prossimo per l'Episodio XI, se Gli ultimi Jedi vi fosse piaciuto recuperate  tutti i film legati alla saga di Guerre Stellari. ENJOY!

martedì 28 novembre 2017

Detroit (2017)

Nonostante la distribuzione scarsa è arrivato miracolosamente a Savona Detroit, l'ultimo film della regista Kathryn Bigelow. Visto il bene che ne diceva Alessandra non potevo assolutamente lasciarmelo scappare e ora mi ritrovo a non sapere cosa scrivere di uno dei film più belli dell'anno.


Trama: Nel luglio del 1967 le tensioni razziali a Detroit hanno ormai dato origine a violenza, incendi, razzie e persino omicidi, al punto che persino l'esercito è dovuto scendere in campo. In questo clima di follia e terrore, un gruppo di persone viene bloccato dalla polizia all'interno del Motel Algiers, dove si consuma uno degli episodi più neri della storia americana...



Mettiamo subito le carte in tavola. Non ho la competenza tecnica né le conoscenze necessarie a parlare come si deve di un film come Detroit (Ce le ha Lucia però e vi invito a leggere il suo post QUI, su Il Giorno degli Zombi). Non mi sento in grado di spiegare perché mi è sembrato che Kathryn Bigelow "dirigesse come un uomo", come se le registe donne dovessero per forza di cose essere dei fiori delicati capaci solo di realizzare film da salotti per bene, eppure mi sono ritrovata spesso a pensare "Cristo, questa donna ha le palle". Ha le palle e la facoltà di annullare il gender, se mi si passa il termine ormai stra-abusato, e anche il genere, ché Detroit è una di quelle pellicole impossibili da etichettare: dramma storico è una definizione troppo restrittiva, visto che la Bigelow fin dall'inizio si inoltra nei territori del war movie, del documentario, del torture porn, dell'horror, persino del legal drama, in una chiosa finale talmente asciutta e definitiva da avere lo stesso effetto di un pugnale conficcato nel petto dello spettatore già abbastanza provato. La Bigelow è una donna che non ha paura di prendere la cinepresa, anzi, più cineprese, ed entrare nel cuore dell'azione, creando tensione anche solo inquadrando un gesto, uno sguardo, una strada vuota che a poco a poco si riempie di gente incazzata, una mano che scende a palpeggiare annullando in un momento tutta la dignità di una persona; è una donna capace di gestire al meglio sia le scene corali sia quelle individuali, la bellezza di un paio di numeri musicali assolutamente necessari così come il crudo orrore di una pistola puntata alla tempia per scherzo, l'allegria di una serata come tante e la tensione costante appena fuori da un'oasi apparentemente felice. Ecco, la tensione. Detroit è impastato di tensione, è una bomba pronta ad esplodere sempre, anche nei momenti apparentemente più tranquilli, è un film che dura quasi tre ore eppure fila via liscio come se fossero solo una. Non che alla fine lo spettatore non le senta tutte, anzi. Proprio per questo costante clima di terrore e paranoia presente in ogni singola scena, Detroit annichilisce chi ha il coraggio di affrontarlo con un terrificante "effetto Diaz" di cui in molti, sicuramente, avranno già parlato, eppure secondo me la Bigelow riesce ad andare ancora oltre Vicari e non solo per quel che riguarda la pura tecnica. Laddove Diaz raccontava un incubo vicino nel tempo e nei luoghi, quindi "fresco" e comprensibile da chiunque avesse un minimo di sensibilità umana (ciò non vale per te, povero coglione, che hai urlato "dovevano dargliene di più"), Detroit presuppone uno sforzo ulteriore a cui va incontro giusto un minimo d'introduzione necessaria a fare capire come negli anni '60 la città che da il titolo al film fosse una zona di guerra fatta e finita.


Kathryn Bigelow, donna, bianca, classe 1951, annulla tempo e differenze di razza e classe sociale per raccontare un dramma universale concretizzato in un eclatante, vergognoso episodio di violenza, razzismo e paranoia che assurge a simbolo di un disagio ben più grande e diffuso. Non segna un solco per terra, dividendo buoni da cattivi (ché la stupidità ed arroganza di molte delle "vittime" è palese, così come la necessità di un controllo militare all'interno di una situazione incontrollabile e il ricorso all'uso della violenza "istintiva" da persone poste sotto un regime di stress continuo terrorizzate per la propria vita) ma con poche sequenze ci introduce nelle vite di tutti i coinvolti, tratteggiando psicologie e situazioni personali senza incappare nel dramma tout court o nel didascalismo a tutti i costi; anzi, la sequenza iniziale, a onor del vero, è anche illusoria in quanto da ad intendere allo spettatore ignorante una risoluzione positiva della vicenda, un vento di cambiamento che in realtà non è mai arrivato, non per quelle persone almeno. E così, io spettatrice donna, bianca, classe 1981, sono finita a ritrovarmi nei panni di un manipolo di ragazzi di colore colpevoli solo, come ho detto sopra, di essere giovani e stupidi, di un omone colpevole solo di voler la pace a tutti i costi pur essendo in una situazione di palese svantaggio e di due ragazze convinte di vivere un'epoca di libertà anche sessuale e che invece si sono trovate davanti dei burini sadici; mi sono sentita impotente davanti a chi impugna una pistola e ha un distintivo, impotente come chi viene trattato come un criminale e sfidato a compiere gesti da criminale perché "negro", ché tanto prima o poi verrò beccato in flagranza di reato quindi tanto vale farlo subito. Ho subito lo schifo di umiliazioni verbali e corporali, ho desiderato lasciare la sala per non vedere e l'immedesimazione è aumentata ancora di più perché mi muoveva lo stesso desiderio di quei poveri cristi messi al muro, ho sperimentato l'orrore definitivo di non veder riconosciuta giustizia in quanto davanti a me non c'erano "miei pari" ma semplicemente un branco di bifolchi razzisti (che porco schifo spero guardino il film e si vergognino in saecula saeculorum se sono ancora vivi e non sottoterra dopo una vita di sofferenze come invece mi auguro); ho visto sogni infranti, la paura di tornare a vivere ancora, la necessità di abbandonare casa, amici e lavoro per paura di finire ammazzati o peggio. Soprattutto, anche davanti all'onestà di una didascalia che sottolinea la natura di ricostruzione romanzata dell'intera vicenda, ho amato la Bigelow per aver reso in qualche modo giustizia a persone realmente esistite e finite quasi nel dimenticatoio, il modo in cui attraverso un film ha cercato di a trasmettere allo spettatore anche una minima parte della sofferenza e della paura che sicuramente hanno ammorbato i loro ultimi istanti di vita. Potrei aggiungere due righe sugli attori, tutti bravissimi (Poulter è terrificante, roba da causare incubi la notte, ma è difficile dimenticare lo sguardo di Algee Smith o l'incredulità di John Boyega) ma sinceramente, come ho scritto all'inizio, scrivere di Detroit per me è molto difficile. Succede, quando un film ti entra sotto la pelle e ti manda all'aria cuore, stomaco e cervello trascinandoti in un vortice di paura, rabbia, frustrazione, vergogna e pena infinita.


Della regista Kathryn Bigelow ho già parlato QUI. John Boyega (Dismukes) e Anthony Mackie (Greene) li trovate invece ai rispettivi link.

Will Poulter interpreta Krauss. Inglese, ha partecipato a film come Le cronache di Narnia - Il viaggio del veliero, Revenant - Redivivo e War Machine. Anche sceneggiatore e produttore, ha 24 anni e un film in uscita.


Hannah Murray interpreta Julie. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, Womb, Dark Shadows e alla serie Il trono di spade. Ha 28 anni.


Jack Reynor interpreta Demens. Americano, ha partecipato a film come Macbeth e Sing Street. Anche produttore, ha 25 anni e tre film in uscita.


Se Detroit vi fosse piaciuto recuperate Diaz. ENJOY!




venerdì 5 maggio 2017

The Circle (2017)

Dopo due settimane di assenza dalla sala cinematografica ho cercato di rimpinguare un po' le casse del multisala ormai probabilmente sull'orlo del fallimento e sono quindi andata a vedere The Circle, diretto e co-sceneggiato dal regista James Ponsoldt a partire dall'omonimo romanzo di Dave Eggers.


Trama: una ragazza comincia a lavorare per The Circle, azienda impegnata nel campo delle telecomunicazioni. Tra il lavoro al servizio clienti, attività social e telecamere più o meno nascoste, la vita della ragazza e di chi le sta accanto verrà sconvolta dall'onnipresente "occhio" del Grande Fratello...


Facebook, Whatsapp, Istagram, Twitter, Youtube, Linkedin, Swarm, mille altre app social di cui ignoro l'esistenza, la funzione o il nome: al giorno d'oggi, se non sei "connesso" sei fuori dal mondo, se non sei "social" in pratica vuol dire che non stai facendo nulla e io per prima, nonostante le critiche mosse, utilizzo questi strumenti del demonio, sebbene magari non in maniera invasiva come altri. Non so neppure io perché lo faccio, tolte le condivisioni per far conoscere il mio blog. In effetti, perché dovrebbe fregare a qualcuno sapere che sabato sono stata, per dire, a vedere un concerto di Madonna? Perché persone esterne alla mia cerchia più stretta di amici dovrebbero essere interessate a vedere le foto del mio viaggio in Giappone? Eppure si condividono determinate cose perché, di questi tempi strani e misteriosi, persone conosciute proprio sui social, magari mai viste dal vivo, sono diventate in qualche modo importanti e amiche e fa piacere tenere i contatti anche con loro. Potrebbe essere un utilizzo "sano" dei social, come quello di diffondere notizie importanti, avvertire i concittadini relativamente a truffe o furti, cercare il gatto scomparso, ridare il sorriso a chi, per un motivo o per l'altro, è costretto magari a letto oppure ha avuto una giornata del menga e cerca di tirarsi su con qualche lazzo spiritoso dei contatti Facebook più arguti. L'importante è che ogni condivisione parta sempre da una scelta libera (magari responsabile, anche), con l'occhio della mente sempre proiettato verso la realtà vicina e tangibile, soprattutto con la consapevolezza che, magari, all'amico taggato su una foto mentre sta vomitando per strada non farà piacere essere visto da tutti i suoi contatti, quindi sarebbe meglio non violare la privacy altrui. Proprio dal concetto di privacy, ormai apparentemente superato e vetusto in questi tempi digitali, parte il nocciolo della trama di The Circle, in cui un'impiegata comincia a lavorare nell'azienda omonima e si vede inizialmente coinvolta in un turbine di appuntamenti "social" e arricchimenti del proprio profilo ("altrimenti gli altri come fanno a capire chi sei?") al limite del grottesco, per poi ritrovarsi impelagata in qualcosa di ben più serio ed angosciante. La prima parte del film, molto più riuscita della seconda, spinge lo spettatore a porsi domande scomode relative al già citato concetto di privacy e su quale debba essere il limite tra esso e la sicurezza personale o nazionale, riportando in auge l'idea di un "Grande Fratello" che proprio grazie al suo occhio spinge le persone a comportarsi bene nel timore di essere viste e beccate in castagna durante il compimento di crimini più o meno gravi. Nei primi quaranta minuti di film la tensione viene costruita sapientemente, immergendo la protagonista in una realtà "troppo bella per essere vera", circondandola di personaggi ambigui e alzando con un ritmo costante l'asticella dell'invasività delle "regole" che i colleghi le consigliano di seguire, causando nello spettatore un senso di indignazione subito seguito da vergogna, ché la realtà non è poi così diversa, e alimentandone ovviamente le aspettative... e qui risiede l'enorme problema di The Circle.


Dopo un inizio scoppiettante e dopo aver intavolato una serie di domande scomode, la pellicola di Ponsoldt si affloscia al punto che non saprei neppure io spiegare cosa diamine sia andato storto senza ricorrere a degli SPOILER. Nella prima parte del film la protagonista accetta di partecipare ad un esperimento social che la priva di qualsiasi tipo di privacy (una sorta di "punizione" per un'infrazione minore, probabilmente il punto di ridicolo più alto toccato dalla sceneggiatura) e, facendo questo, diventa una sorta di guru mondiale, il volto rassicurante di The Circle ma anche la coscienza diabolica che spinge i due fondatori a osare di più, ad obbligare le persone ad iscriversi al social per poter votare e persino a creare un programma capace di scovare chi non ha voglia (in quanto criminale oppure in quanto persona "analogica") di fare parte della comunità dei cosiddetti Circlers, fino ad arrivare alle estreme conseguenze. Scossa da un avvenimento terribile, Mae decide di sbugiardare i due fondatori della compagnia sfruttando i loro stessi mezzi e mostrandoli al mondo per quello che sono, cioé due furboni matricolati interessati solo a fare soldi... e qui il film finisce. Finisce con Mae che, invece di scappare in Scozia con l'amica Annie e fanculizzare internet, abbraccia un mondo fatto di telecamere nascoste, droni invasivi, messaggini sul cellulare e buongiornissimi di prima mattina, col sorriso sulle labbra di chi ha fatto proprio un'opera buona. Ma de che, scusa? Alla fine non è cambiato proprio nulla, probabilmente avranno chiuso in carcere Hanks e socio ma a che è servito il "martirio" del povero falegname sfigato? E perché un genio come Lafitte non si è reso conto che Mae è, in definitiva, una povera psicopatica? FINE SPOILER. In pratica, molto rumore per nulla, in quanto The Circle non solo sceglie l'ignavia evitando di prendere una posizione chiara rispetto ai problemi che solleva (la sceneggiatura in tal senso è stupida ma, effettivamente, può far riflettere l'idea dell'"obbligo morale" di condividere visivamente delle esperienze personali con chi, per problemi fisici, non potrà mai provarle) ma, ancor peggio, toglie la componente thriller da una storia nata anche per essere tale, riducendo la "minaccia" dell'azienda ed imputandola esclusivamente alla stupidità umana, come a dire "il mondo è così, non ci si può fare nulla". Posso accettare, anzi, solitamente apprezzo le distopie che finiscono male ma qui siamo proprio nel territorio della superficialità, del lassismo, del "non ci hanno dato soldi per continuare a girare la pellicola, finiamola un po' come viene viene", del lanciare il sasso e ritirare la mano, lasciando allo spettatore un film insipido come la sua protagonista. Senza nulla togliere ad Emma Watson, per me bravissima e bella da mozzare il fiato ma purtroppo costretta in un personaggio per il quale è impossibile provare la minima empatia, neppure dotandola di un genitore (ciao, Bill, ci mancherai) afflitto da distrofia muscolare, perché la verità è che Mae è scema come un tacco e fa fare bella figura persino allo Steve Jobs de noantri interpretato da Tom Hanks, per una volta tornato ad essere bravo e simpatico, tanto che verrebbe voglia di tifare per lui e vedere l'intero mondo cadere sotto le grinfie della socialità di The Circle per poi andare in pezzi. Non so come sia il libro di Eggers ma se come scrittore e co-sceneggiatore è davvero così miope preferisco lasciare sugli scaffali la sua opera e reimmergermi nelle pagine di Burgess, Orwell, Ballard e di tutti gli altri scrittori che, già decenni fa, sapevano "prevedere" il futuro e riempire davvero d'angoscia il cuore del lettore.


Di Emma Watson (Mae Holland), Glenne Headly (Bonnie Holland), Bill Paxton (Vinnie Holland), Karen Gillan (Annie), Tom Hanks (Bailey) e Patton Oswalt (Tom Stenton) ho già parlato ai rispettivi link.

James Ponsoldt è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come The Spectacular Now. Anche produttore e attore, ha 39 anni e un film in uscita.


John Boyega interpreta Ty Lafitte. Inglese, lo ricordo per film come Attack the Block e Star Wars: Il risveglio della forza. Anche produttore, ha 25 anni e quattro film in uscita, tra i quali i prossimi due episodi di Star Wars e Pacific Rim: Uprising.


Tra gli altri attori, nei panni della senatrice Santos troviamo Judy Reyes, alias la Carla di Scrubs. Il ruolo di Mae era stato offerto ad Alicia Vikander ma l'attrice ha rifiutato per poter partecipare a Jason Bourne, cosa che ha permesso ad Emma Watson di prendere parte al film. Detto questo, se The Circle vi fosse piaciuto recuperate Attacco al potere. ENJOY!

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