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venerdì 30 giugno 2023

Elemental (2023)

In settimana sono riuscita ad andare a vedere Elemental, l'ultimo film della Pixar, diretto e co-sceneggiato dal regista Peter Sohn.


Trama: Amber è una fiammella che vive in un quartiere di Element City assieme ai suoi anziani genitori, coi quali manda avanti un negozio. L'incontro con Wade, fatto d'acqua, la costringerà a mettere in discussione se stessa e la sua vita...


Non so se lo avete notato ma ultimamente va di moda dire che i prodotti Disney fanno schifo. Cioè, ultimamente va di moda dire che qualunque cosa fa schifo, di solito senza nemmeno avere visto/provato la cosa in questione, ma spalare merda sulla Disney sembra diventato uno sport nazionale. C'è un fondo di motivazioni corrette in questa "moda", non sarò io a negarlo: la necessità di creare prodotti di rapido consumo per lo streaming o franchise remunerativi, di cavalcare la terrificante onda nostalgica analizzata ottimamente dal Doc QUI, ha creato una sovrabbondanza di prodotti scadenti, banali, tecnicamente discutibili, buoni per una serata e poi condannati all'oblio quando va bene, oppure orribili quando va male. Oltre a questo, la Pixar ci ha abituati anche troppo bene con le sue opere storiche, di conseguenza ogni prodotto sottostante l'asticella del capolavoro non viene considerato come un bel film, ma direttamente una cacca fumante. Onestamente, questo atteggiamento mi ha un po' stufato ed è uno dei motivi per cui non leggo quasi nulla prima di andare a vedere un film, ché a me il bianco e nero tranchant non sono mai piaciuti e preferisco il grigio, o l'arcobaleno, come nel caso di questa meravigliosa esplosione di colori che è Elemental. A me l'ultima opera della Pixar è piaciuta parecchio e il sentimento che non mi abbandona dalla sera della visione è innanzitutto un'ammirazione spropositata per chi si è ingegnato a progettare ed animare un mondo complesso che tenesse conto dell'interazione fisica tra i quattro elementi, costretti a convivere all'interno di Element City; in una città dominata dall'acqua (l'elemento principale, la "classe ricca") gli animatori hanno dovuto trovare il modo di inserire l'aria in forma di buffe nuvolette, la terra come piante semoventi, e ovviamente il fuoco, l'elemento di disturbo costretto a venire confinato all'interno di un quartiere apposito, pena l'estinzione delle fiammelle o l'incenerimento degli alberi. Ogni edificio, oggetto, cibo, luogo, sport è declinato in chiave "elementale" e ci sarebbero tante di quelle possibilità da esplorare che non basterebbe un film di due ore, oltre al fatto che sarebbe difficile anche mantenere non solo la qualità dell'animazione eccelsa di cui si può godere in Elemental ma anche i capolavori cromatici nati dall'interazione tra acqua e fuoco (per non parlare della sequenza che vede protagonisti i coloratissimi fiori di Vivisteria) che mi hanno lasciata letteralmente a bocca aperta.


Un po' più "semplice", ma non meno valida, è la trama di Elemental. Questa volta la Pixar gioca la carta della storia d'amore tra due persone completamente diverse, incompatibili come il fuoco rappresentato da Ember e l'acqua rappresentata da Wade; l'appartenenza dei due a classi sociali che più distanti non si può da' il la ad un discorso sull'immigrazione, la ghettizzazione e tutto il carico di aspettative e paure che si portano sulle spalle i figli di chi ha lasciato tutto per raggiungere un mondo (presumibilmente) migliore. Questo, assieme a una minaccia incombente atta a fomentare ancora più i sentimenti di inadeguatezza provati da chi, dopo decenni, si sente ancora straniero e giudicato, concorrono a rendere più dinamico e profondo un canovaccio abbastanza tradizionale per il genere "love story". Inoltre, i due personaggi principali vengono arricchiti proprio dalle peculiarità tipiche della loro natura, con Wade che è trasparente e puro come l'acqua, dotato di un'empatia fuori dal comune, mentre Amber è passionale e fumina, oltre che smossa dal "fuoco" dell'arte, ed è anche per questo che diventa un piacere seguire la coinvolgente e tenera evoluzione del loro rapporto. Non pensiate adesso che Elemental sia un film cupo o sdolcinato, anzi. I momenti ironici e dinamici sono moltissimi, con gag simpatiche (ma mai invasive) legate all'interazione tra elementi o ad alcune peculiarità delle famiglie dei protagonisti, ma ci sono anche quei momenti di riflessione e commozione "adulte" a cui la Pixar ci ha abituati e che rendono i film di questa casa di produzione perfetti sia per i genitori che per i figli. A patto, ovviamente, che i primi siano intelligenti: mammina cara, se il tuo pargolo si lamenta perché il corto che precede Elemental (il commovente Carl's Date, che riprende i personaggi di Up) NON E' Elemental e quindi non gli interessa, la risposta adeguata è "Fregancazzo, stai zitto comunque per rispetto degli altri" non che lo ignori fino all'inizio del film per poi premiarlo con un "Hai ragione, ma adesso è cominciato il film VERO, quindi bisogna stare seri", perché la prossima cosa vera e seria che ti arriverà in faccia sarà una mia cinquina. E viva i buoni sentimenti!!   


Del regista e co-sceneggiatore Peter Sohn ho già parlato QUIMamoudou Athie (Wade Ripple), Ronnie Del Carmen (Bernie) e Catherine O'Hara (Brooke) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Elemental vi fosse piaciuto recuperate Zootropolis e Inside Out. ENJOY!

venerdì 23 giugno 2023

Lightyear - La vera storia di Buzz (2022)

Avendolo perso al cinema ho approfittato della sua uscita su Disney + per recuperare Lightyear - La vera storia di Buzz (Lightyear), diretto e co-sceneggiato dal regista Angus MacLane.


Trama: dopo essere rimasto bloccato su un pianeta sconosciuto e ostile, il ranger spaziale Buzz Lightyear cerca un modo di riportare la sua gente sul pianeta natale, ma invano. La situazione precipita quando la colonia viene aggredita da un orda di robot capitanati dal misterioso Zurg...


Lightyear, come chiarito dal testo in sovrimpressione che si può leggere all'inizio, è il film da cui sono stati tratti i personaggi tanto amati da Andy nel primo Toy Story, quindi il "gioco" che ha dato il la all'operazione è l'idea che lo spettatore si mettesse nei panni del piccolo Andy e vedesse coi suoi occhi, finalmente, cosa lo avesse entusiasmato tanto da mettere da parte il suo cowboy Woody per il moderno ranger spaziale Buzz Lightyear. Ho cercato un po' di notizie in rete e l'età di Andy nel primo Toy Story non è proprio chiarissima. Chi dice sette anni, chi dice dieci, comunque si parla di un bambino delle elementari, massimo delle medie, e onestamente, ricordando cosa piaceva a me da piccola, mi risulta un po' difficile credere che a quell'età ci si possa entusiasmare tanto per un film del genere. Visto con gli occhi di un bambino degli anni '90, Lightyear risulta interessante per l'ambientazione spaziale, l'abbondanza di robot e navicelle, per il piglio combattivo del protagonista e la presenza di comprimari abbastanza simpatici e, soprattutto, "inesperti", perfetti perché un ragazzino ci si possa identificare e sognare di essere al loro posto accanto al suo eroe; d'altra parte, ho trovato il protagonista anche troppo antipatico e supponente per essere apprezzabile da un bambino (mi viene in mente, uno su tutti, Han Solo oppure anche Luke Skywalker, se vogliamo rimanere in tema spaziale, molto più carismatici e umani di Buzz) e la trama è cupa da morire oltre che molto complicata, soprattutto da un certo punto in poi. Quella di Buzz è la storia di un uomo che ha fallito, che non riesce a creare dei legami perché per lui la cosa essenziale è concludere con successo una missione che, per forza di cose, lo porta ad alienarsi non solo dalle persone ma anche dalla realtà, e il suo percorso di "redenzione" verso una visione più umana ed altruista del mondo non è particolarmente vivace, quindi non riesco davvero ad immaginare come un bambino possa sentirsi totalmente coinvolto. 


Dal punto di vista di un adulto del 2022, Lightyear risulta invece un film non necessario e neppure memorabile. La storia stenta un po' ad ingranare, anche se le cose più interessanti e coinvolgenti succedono proprio nel primo atto, dopodiché il piglio umoristico dei personaggi secondari, soprattutto del gatto SOX che merita di entrare nell'Olimpo dei preferiti di chiunque, la rende leggermente più scorrevole, almeno fino al pre-finale, durante il quale ammetto che il mio livello di interesse è drasticamente calato, al punto che il mega twist con spiegone annesso mi ha lasciata abbastanza fredda. Considerato ciò, la fortuna di Lightyear è la sua relativamente breve durata, ma riuscire ad annoiarsi a tratti davanti ad un cartone animato di un'ora e mezza o poco più è qualcosa che dovrebbe fare vergognare la Pixar. Nulla da eccepire, invece, per quanto riguarda la qualità visiva, sempre eccelsa. I passi avanti fatti nel campo dell'animazione al computer (provate a non spaventarvi quando Disney +, alla fine di Lightyear, vi schiafferà in home page un fotogramma del primo Toy Story!) sono tangibili e alcune sequenze del film, molte delle quali omaggiano film di fantascienza ormai cult, sono belle da mozzare il fiato, non hanno nulla da invidiare alle grandi produzioni riservate a franchise come Star Wars (anzi, a volte le superano) e funzionano bene anche su uno schermo piccolo, quindi figuriamoci al cinema. Un peccato, dunque, che questi passi avanti dell'animazione vengano accompagnati da un passo indietro della complessiva qualità dei prodotti Pixar, che ci aveva abituati ad exploit ben più grandi e, soprattutto, ben più dotati di cuore ed anima; Lightyear risulta una specie di riempitivo, un tentativo di mungere una mucca prosciugatasi già nel 2010, un film carino ma nulla più che, probabilmente, avrà lasciato freddi anche i fan di Toy Story e che non fa venire la voglia di guardarlo e riguardarlo. Che peccato! 


Del regista e co-sceneggiatore Angus MacLane ho già parlato QUI. Chris Evans (voce originale di Buzz Lightyear), Keke Palmer (Izzy Hawthorne), Peter Sohn (SOX/Vecchio SOX), Taika Waititi (Mo Morrison), James Brolin (Zurg) e Bill Hader (Featheringhamstan) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è uno spin-off di Toy Story - Il mondo dei giocattoli, quindi, se vi fosse piaciuto, recuperate anche Toy Story 2 - Woody & Buzz alla riscossa, Toy Story 3 - La grande fuga  e Toy Story 4. ENJOY!


martedì 22 giugno 2021

Luca (2021)

Intristita dalla scelta di destinarlo solo allo streaming, domenica ho comunque recuperato Luca, l'ultima fatica Pixar diretta e co-sceneggiata dal regista Enrico Casarosa.


Trama: Luca Paguro è un piccolo mostro marino che, dopo l'incontro con un suo simile, scopre di poter acquistare sembianze umane appena uscito dall'acqua. I due decidono di conquistare la libertà partendo con l'esplorazione della cittadina di Porto Rosso...


Sfortunato questo Luca, ultimo, poetico frutto della Pixar. Sfortunato perché, in quanto ambientato durante una mitica estate ligure, sarebbe stato perfetto per venire proiettato nelle arene all'aperto della nostra regione, invece la Disney ha deciso di non distribuirlo al cinema e di gettarlo nel calderone del suo servizio di streaming online, penalizzando non poco le belle immagini della pellicola. Da una parte, meglio così: guardare Luca doppiato è un delitto punibile con la pena di morte visto l'assoluto divertimento derivante dal mix di inglese, pesantissimo accento italiano e frasi interamente pronunciate nella nostra lingua che rende il cartone una festa non solo per gli occhi ma anche per le orecchie; a mio avviso, l'unica cosa intelligente da fare per evitare l'inevitabile piattume dell'adattamento nostrano sarebbe stato calcioruotare Orietta Berti, la Litizzetto e Fazio e affidare ogni locuzione italiana ai Pirati dei Caruggi (che hanno realizzato questo geniale trailer) così da creare un favoloso mix di italiano e dialetto genovese, ma purtroppo questo non è un mondo perfetto e non lo sarà mai. Frustrazioni linguistiche a parte, com'è questo Luca? Delizioso, non c'è altro modo per descriverlo. Fresco come una vacanza al mare negli anni '60 (fidatevi, la poesia nel frattempo si è persa o forse sono io che ormai detesto i turisti con tutta me stessa), filtrato dagli enormi occhioni di un mostriciattolo a cui il mare sta stretto, tutto in Luca profuma dell'innocenza dell'infanzia, della fantasia di chi ancora deve scoprire non solo il mondo ma anche ciò che si staglia appena fuori dall'uscio di casa, della malinconica consapevolezza che prima o poi l'estate/infanzia finirà per lasciare spazio all'autunno e alle scelte di vita, che implicano anche lasciarsi alle spalle amicizie ed affetti o mettere da parte alcuni sogni per inseguirne altri, senza mai dimenticare la spinta dei primi entusiasmi.


Alla faccia della Sirenetta, a Luca e Alberto basta uscire dall'acqua per ottenere sembianze umane, ma ciò non rende le cose più facili: i genitori di Luca minacciano di confinarlo nientemeno che negli abissi, a Porto Rosso è aperta la caccia ai mostri marini, in generale piccoli e grandi inconvenienti incombono su due caratteri molto diversi, due amici (Luca, più piccolino ed innocente, Alberto, di qualche anno più grande e più smaliziato) che anelano alla libertà che solo la mitica Vespa può offrire. Si unisce alla coppia una ragazzina, Giulia, vacanziera genovese che risulta strana agli occhi dei ragazzini del posto, outsider nonostante la sua natura di essere umano perché presa di mira dal bulletto del paese. Giulia e Alberto diventano così i due poli necessari allo sviluppo della personalità di Luca, perché l'energia e il coraggio "rozzi" del secondo vengono in qualche modo "incanalati" dalla vivacità intelligente della prima, in un continuo scambio reciproco di esperienze, divertimento e anche litigi che farà crescere tutti e tre, non solo Luca. A fare da sfondo a questa rocambolesca amicizia e alla fuga di Luca dal fondo del mar c'è la bellissima Porto Rosso, un compendio di tutta la bellezza che potete trovare nelle Cinque Terre nonché luogo che tira fuori il meglio dell'arte dei disegnatori della Pixar, tra colori vivaci e scorci talmente realistici che parrebbe davvero di essere in Liguria, nonché tutta una serie di elementi iconografici per chiunque sia capitato in Italia almeno una volta. Si potrebbe discutere sull'abbondanza di stereotipi presenti in Luca, ma poiché Casarosa è italianissimo e il film è filtrato dai suoi ricordi di vacanze infantili la cosa è anche normale e d'altronde io d'estate mi ammazzo di pesto e gelato, un po' come fanno i protagonisti del film, e posseggo persino una Vespa quindi non sono la persona adatta per un pippone antinazionalista; inoltre ho apprezzato molto anche la colonna sonora con successi anni '60 o canzoni un po' più recenti ma debitrici di un certo stile pop (come Il gatto e la volpe di Bennato, calzantissima), nonché le mille citazioni di Mastroianni, Fellini e persino I soliti ignoti, quindi direi che con me Luca ha fatto proprio centro anche se continuo a preferirgli Pierluca, ça va sans dire


Di Jacob Tremblay (voce originale di Luca Paguro), Maya Rudolph (Daniela Paguro), Peter Sohn (Ciccio) e  Sacha Baron Cohen (zio Ugo) ho parlato ai rispettivi link.

Enrico Casarosa è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio dopo il corto La luna (inoltre doppia il giocatore di carte e il pescatore furioso). Nato a Genova, anche animatore, ha 51 anni.


Jack Dylan Grazer
è la voce originale di Alberto Scorfano. Americano, lo ricordo per essere stato l'Eddie Kaspbrak di It e It - Capitolo 2, inoltre ha partecipato ad altri film come Tales of Halloween, Beautiful Boy e Shazam!. Ha 18 anni e un film in uscita.


Marina Massironi
è la voce originale della Signora Marsigliese. Nata a Legnano, storica "spalla" di Aldo, Giovanni e Giacomo, la ricordo per film come Tre uomini e una gamba, Così è la vita, Tutti gli uomini del deficiente e Chiedimi se sono felice. Ha 58 anni.


Non vi venga in mente di saltare i titoli di coda. Non tanto per la scena post credit quanto per i deliziosi disegni che raccontano, in parte, il destino dei personaggi dopo la fine del film. ENJOY!


venerdì 6 gennaio 2017

Ratatouille (2007)

Ci riproviamo? Ci riproviamo. Da quando ho aperto il blog avrò guardato almeno quattro volte Ratatouille, diretto nel 2007 dai registi Brad Bird e Jan Pinkava (e vincitore di un Oscar come miglior lungometraggio animato!) eppure non ho mai avuto il coraggio di scriverne una recensione. Perché?!


Trama: dopo essere stato separato dalla colonia, il ratto Remy decide di intraprendere il suo sogno di diventare chef quando incontra per caso Alfredo Linguini, giovane tuttofare appena assunto nel rinomato ristorante di Gusteau, modello di vita dell'animaletto il cui motto è "Chiunque può cucinare".



E niente, Ratatouille ha sfiga. Mentre scrivo queste righe è il 9 dicembre e io ho guardato in TV il film in questione almeno due settimane fa. Per di più, non oso immaginare quando riuscirò a pubblicare il post visto che riesco a scriverne solo adesso, quando purtroppo le emozioni suscitate dalla storia del topolino Remy si sono già raffreddate. Eppure io ADORO Ratatouille, mi ritrovo sempre ad asciugare una lacrima furtiva sul finale e vengo invasata nei giorni a seguire dal fuoco sacro della cucina, cosa che mi porta a combinare gli stessi disastri del povero, goffo Linguini. Lo adoro perché il ratèn Remy, per quanto razionalmente dovrebbe farmi schifo in quanto non topino di campagna ma proprio ratto, è di una tenerezza incomparabile, col suo modo di lavarsi le manine prima di cucinare o con quell'espressività incredibile che gli consente di farsi capire dagli esseri umani pur non parlando la loro lingua. Lo adoro per il messaggio positivo che veicola e per l'attenzione che dedica anche ad un apparente villain come il critico culinario Ego: al di là della "banale" morale per la quale le persone devono essere lasciate libere di seguire la propria vocazione anche quando questa pare essere non convenzionale, ho sempre amato molto la stoccata decisamente adulta lanciata a chi ormai ha perso la passione per il proprio mestiere, al punto da trasformarlo in grigia routine. Se il cuoco Skinner ha sempre lavorato col solo obiettivo di fare soldi e sfruttare il nome dello chef Gusteau (al punto da arrivare a creare una linea di precotti col suo marchio, snaturando così il motto dello chef defunto) e quindi, da un certo punto di vista, è irredimibile, il critico Ego ha invece cominciato il suo lavoro con la stessa passione e convinzione di Remy, Linguini e Colette, ma il suo spirito è stato fiaccato da una serie di cocenti delusioni e dalla "facilità" del suo mestiere, che condanna i ristoranti a chiudere per il solo gusto di scrivere stroncature argute e divertenti. Molto adulta ed apprezzabile è anche la scelta di non concedere allo spettatore un happy ending nel senso classico del termine, scelta che denota cura e coerenza in fase di sceneggiatura (ho sempre apprezzato il fatto che i cuochi rifiutassero di aiutare Linguini sul finale, disgustati dalla scoperta che lo chef più rinomato di Parigi fosse un ratto e probabilmente più feriti nell'orgoglio da questa "truffa" che dalla natura stessa di Remy).


E poi c'è Parigi, la meravigliosa parì, terra di mille e una possibilità anche se a cercarle è un rattino cresciuto in campagna. Zeppo dei più esilaranti stereotipi francesi eppure infuso di un amore gigantesco per quella città, Ratatouille fa venire voglia di prendere un aereo e andare a perdersi nella ville lumière, affittare un mini appartamentino dal quale guardare la Tour Eiffel illuminata per poi passare le serate a oziare in qualche caffé franscese dove è sicuro che qualche prelibatezza ci finirà sotto i denti (vabbé, adesso non esageriamo!!). Nel caso non trovassimo quello che ci interessa in giro per la città, c'è sempre da dire che, al di là del modo non convenzionale col quale cucina Remy (l'unica concessione all'assurdità di un character design caricaturale ma realistico e delle animazioni molto curate, assai attente agli ambienti veri come cucine e dispense), Ratatouille insegna anche un po' di tecniche base nonché delle regole fondamentali da seguire ai fornelli, soprattutto quando si sceglie di  buttarsi nell'ardua impresa di cucinare qualche prelibatezza a livello amatoriale, regole che madre non smette mai di urlarmi amichevolmente nelle orecchie come Colette fa con Linguini. Tornando al film in sé, senza divagare troppo nelle esperienze personali, col senno di poi Rataouille potrebbe sembrare un film "piccolo" se paragonato ad altri capolavori della Pixar, eppure, come il piatto da cui prende il nome, nonostante le travagliate vicende produttive funziona e si fa voler bene soprattutto grazie alla semplicità della storia, alla bontà delle caratterizzazioni dei personaggi e sì, anche alla bella presentazione: a me ne basta un boccone per tornare bambina, essere felice e volerne vedere ancora, quindi consiglio a tutti di assaggiare, almeno una volta, questo delizioso manicaretto a disegni animati!


Del co-regista e co-sceneggiatore Brad Bird ho già parlato QUI. Ian Holm (voce originale di Skinner), Peter Sohn (Emile) e Will Arnett (Horst) li trovate invece ai rispettivi link.

Jan Pinkava è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato nell'attuale Repubblica Ceca, è al suo primo e finora unico lungometraggio dietro la macchina da presa ma ha vinto un Oscar per il miglior corto animato con Il gioco di Geri. Anche produttore e animatore, ha 53 anni.


Patton Oswalt è la voce originale di Remy. Americano, ha partecipato a film come Giù le mani dal mio periscopio, Man on the Moon, Magnolia, Zoolander, Starsky & Hutch, Blade: Trinity e a serie come Dollhouse, Due uomini e mezzo e Agents of S.H.I.E.L.D.; come doppiatore, ha lavorato per serie quali Due fantagenitori, Spongebob, Kim Possible, Futurama, I Simpson, American Dad! e My Little Pony: L'amicizia è magica. Anche sceneggiatore e produttore, ha 47 anni e due film in uscita.


Brian Dennehy è la voce originale di Django, il padre di Remy. Americano, lo ricordo per film come Rambo, Cocoon - L'energia dell'universo, FX - Effetto mortale, Cocoon - Il ritorno, Presunto innocente e Romeo + Giulietta; inoltre, ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak, MASH, Dallas, Dynasty, Hunter e Miami Vice. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 78 anni e due film in uscita.


Peter O'Toole è la voce originale di Anton Ego. Inglese, lo ricordo per film come Lawrence d'Arabia, La Bibbia, Agente 007 - Casino Royale, Supergirl - La ragazza d'acciaio, L'ultimo imperatore, High Spirits - Fantasmi da legare e Stardust. Anche produttore e regista, è morto nel 2013, a 81 anni.


Janeane Garofalo è la voce originale di Colette. Americana, ha partecipato a film come Giovani, carini e disoccupati, Il rompiscatole, Dogma e a serie come Ellen, Quell'uragano di papà, I Soprano, Due uomini e mezzo e 24. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 52 anni e due film in uscita.


Sebbene Jan Pinkava sia accreditato come co-regista e co-sceneggiatore di Ratatouille, la storia principale, i personaggi, l'ambientazione e molto altro sono essenzialmente farina del suo sacco mentre Brad Bird è subentrato soltanto qualche anno dopo, quando alla Pixar hanno deciso che le idee di Pinkava non avrebbero portato al film il successo sperato, cosa che, ovviamente, ha spinto il regista a lasciare la compagnia. Detto questo, se Ratatouille vi fosse piaciuto recuperate Fievel sbarca in America e A Bug's Life - Megaminimondo. ENJOY!


domenica 10 luglio 2016

Il viaggio di Arlo (2015)

Questo è periodo di cartoni animati, sopportate. Recentemente ho recuperato infatti Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur), diretto nel 2015 dal regista Peter Sohn.


Trama: il giovane apatosauro Arlo, dopo essere caduto nel fiume, si ritrova solo e lontano da casa. Durante il lungo viaggio di ritorno stringe amicizia con un piccolo cavernicolo e i due si aiuteranno a vicenda fronteggiando vari pericoli...



Faccio outing: a me i dinosauri non sono mai piaciuti. Non provo interesse particolare verso questi giganteschi rettiloni preistorici, Jurassic Park lo guardo ma senza fare i gridolini "da Patrizia" (come direbbe Leo Ortolani) e Alla ricerca della Valle incantata mi ha sempre fatto cordialmente schifo. Forse per questo quando ho visto i trailer de Il viaggio di Arlo, nonostante una sospetta lacrima baluginante nell'angolo dell'occhio, non ho fatto carte false per andarlo a vedere, preferendo aspettare di guardarlo comodamente a casa, senza fretta. Devo dire che, dopo la visione, un po' mi sono pentita di questa scelta: Il viaggio di Arlo è infatti una pellicola poetica, appassionante e anche molto adulta nel modo in cui si rapporta verso i piccoli spettatori. La trama verte sul classico viaggio di formazione del personaggio, un apatosauro timido e pauroso che non riesce, terrorizzato com'è da qualsiasi cosa, a fare la sua parte nell'immensa mole di lavoro necessaria a mandare avanti la "fattoria" di famiglia. A seguito di un terribile trauma, che idealmente potrebbe dare il cinque a quelli scioccanti di Bambi e de Il Re Leone, e di un tafferuglio col piccolo cavernicolo che lo ha indirettamente provocato, Arlo si ritrova lontano da casa, solo e costretto a fronteggiare le sue peggiori paure in un mondo ben diverso da quello tranquillo del podere in cui è cresciuto; la preistoria dipinta ne Il viaggio di Arlo è una wilderness fatta e finita, dove gli unici esseri dotati di parola e quindi comprensibili sono i dinosauri, mentre i mammiferi, umani compresi, sono delle bestie semplici e in balia degli istinti, spesso pericolose. Comprensibili, attenzione, non vuol dire buoni. La pellicola, di fatto, scodella un paio di sequenze abbastanza crude, interamente imperniate sul violento istinto di sopravvivenza che muove buona parte dei dinosauri che popolano il "mondo esterno", dominati dalla fame, dal desiderio di possesso e, in generale, da una mentalità assai affine a quella dei fuorilegge del Far West. Il viaggio di Arlo diventa quindi un percorso non solo verso la scoperta della tolleranza e dell'amicizia, o verso l'accettazione della paura come parte di sé e veicolo verso la maturità, ma anche una lotta costante per la sopravvivenza, raccontata senza troppi fronzoli.


Dal punto di vista tecnico Il viaggio di Arlo è ovviamente bellissimo. I realizzatori hanno scelto consapevolmente di dare ai dinosauri e al piccolo umano Spot un piglio più cartoonesco, rendendoli di fatto i veri eroi o antagonisti della pellicola, mentre il resto della fauna è realizzato in maniera più realistica, tanto che ad un certo punto un grosso insetto viene persino sbocconcellato prima e mangiato poi, cosa che credo di non avere mai visto in un film Disney o Pixar. Gli ambienti naturali sono altrettanto ben realizzati, tanto che a tratti pare di assistere a delle riprese dal vero; ciò vale non tanto per quel che riguarda il podere della famiglia di Arlo o per le suggestive scene notturne piene di lucciole (quelle che campeggiano giustamente in ogni immagine promozionale o poster, oltre che mostrarsi già nei trailer) quanto piuttosto per le foreste, la terribile piena del fiume, le tempeste che spazzano gli alberi e le splendide sequenze girate all'interno delle praterie, che probabilmente avrebbero provocato invidia a Pekinpah stesso. Particolare anche la colonna sonora, a sua volta perfetta per una storia simile ambientata nel Far West. Ovviamente, le canzoncine sono bandite, ché già bastano i dinosauri agricoltori, ci mancava solo fossero anche canterini, tuttavia la prima parte, fatta di musiche più allegre e country, e la seconda, con melodie dal respiro più epico e malinconico, si compenetrano alla perfezione ed invogliano lo spettatore ad ascoltare lo score musicale fino alla fine dei titoli di coda dopo i quali, mi spiace per voi, ma non c'è nessuna scena aggiuntiva. In sostanza, Il viaggio di Arlo è un bellissimo film ed è un peccato che la Pixar se lo sia giocato così male, schiacciandolo con il tam tam pubblicitario per Inside Out, perché avrebbe meritato un bel po' di attenzione in più. Recuperatelo, se potete.


Di Jeffrey Wright (voce originale di Papà), Frances McDormand (Mamma), Steve Zahn (Tonitrus), Anna Paquin (Ramsey) e Sam Elliott (Butch) ho già parlato ai rispettivi link.

Peter Sohn è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche doppiatore, animatore, sceneggiatore e ha 39 anni.


Il viaggio di Arlo ha avuto una produzione travagliatissima, durata sei anni, durante la quale molto è cambiato sia in termini di trama che di personaggi e, conseguentemente, doppiatori, tanto che del cast originale è rimasta solo Frances McDormand mentre John Lithgow, Judy Greer e Neil Patrick Harris (così come il regista Bob Peterson) sono stati rimpiazzati o eliminati. Detto questo, se Il viaggio di Arlo vi fosse piaciuto recuperate Il re leone. ENJOY!

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