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venerdì 8 settembre 2023

Tartarughe Ninja - Caos mutante (2023)

Nei panni di zia vecchia/Ornella Vanoni, in settimana sono andata a vedere Tartarughe Ninja - Caos mutante (Teenage Mutant Ninja Turtles: Mutant Mayhem), diretto e co-sceneggiato dai registi Jeff Rowe e Kyler Spears.


Trama: quattro tartarughe mutanti tentano di trovare il loro posto nel mondo cercando di sconfiggere un altro mutante deciso ad annientare l'umanità.


Tanto è l'amore che provo per Seth Rogen che, appena saputo del suo coinvolgimento in Tartarughe Ninja - Caos mutante, ho subito inserito il film in wishlist e, vergognandomi un po' di andare in sala da sola, ho chiesto al mio fido compare di visioni horror di prestarmi il figlio maschio. Così, aggiuntosi al gruppo anche l'amico fraterno del giovane "delfino", mi sono goduta lo spettacolo sentendomi un po' come la paziente di un ospizio accompagnata da BEN due badanti e sono tornata mentalmente bambina, quando non vedevo l'ora che iniziasse l'episodio quotidiano di Tartarughe Ninja alla riscossa, uno dei miei cartoni preferiti. A onor del vero, mi sentivo anche un po' in ansia per l'eventualità che ai miei due giovani accompagnatori il film non piacesse, ma il mio timore si è rivelato infondato: Tartarughe Ninja - Caos mutante è stato gradito da entrambi, sia per la storia che per le animazioni particolari, e l'amico fan delle Turtles ha apprezzato l'originalità dei cambiamenti apportati alla origin story del quartetto di tartarughe e del loro papà/sensei Splinter (sui quali non farò spoiler). La marea di sceneggiatori coinvolti nel progetto ha scelto una via piuttosto "universale" di ripresentare personaggi assai popolari, preferendo enfatizzarne non tanto le caratteristiche di abili guerrieri ninja, quanto piuttosto la loro volontà di integrarsi ed essere accettati, seguendo un canovaccio à la X-Men, che coniuga il desiderio di una vita normale al terrore di un'umanità pronta ad odiare il diverso da sé. Il fatto che le Turtles siano anche state introdotte alle arti marziali è un di più che consente al discorso di ampliarsi e concretizzarsi nella presenza di un nemico potente da combattere, con tutto il bestiario di assurdi mutanti che hanno fatto la fortuna della serie, ma ciò che ho trovato interessante è stata proprio la rappresentazione fanciullesca dei protagonisti. Leonardo, Michelangelo, Donatello e Raffaello, ognuno dotato di una spiccata e adorabile personalità, sono dipinti, giustamente, come quattro ragazzini più immaturi della media (d'altronde sono stati tutta la vita nelle fogne, ci sta!), attirati da cose sciocche quanto i dialoghi e gli scherzi tirati per le lunghe che si palleggiano l'un con l'altro, e da bravi ragazzini inesperti hanno paura e tendono a scoraggiarsi; come nel più classico dei racconti di formazione (talmente classico, in effetti, che a un certo punto viene persino citato il Pinocchio di Collodi e il Paese di Bengodi), sia loro che quel vecchio barbogio di Splinter devono tirare fuori il coraggio di crescere e cambiare, e lo stesso vale per il 90% dei comprimari.


A proposito di personaggi e comprimari. Il character design del film è spettacolare e oltremodo spietato. Gli unici ad essere gradevolmente cartooneschi sono solo i quattro protagonisti, gli altri mutanti sembrano usciti da un horror o, comunque, vengono enfatizzati gli aspetti sgradevoli della loro condizione animale (lo stesso Splinter fa schifo a livelli inenarrabili, soprattutto se non vi piacciono i ratti, ma c'è chi lo batte), e lo stesso vale per esseri umani dai tratti somatici pesantissimi, quasi delle caricature, tra i quali si salva solo una April O'Neal piena di difetti eppure graziosissima. Questo design assai vicino al fumetto underground si ripropone anche in un'animazione ibrida, nella quale convivono elementi della street art, dei comics anni '90 e dello steampunk, il tutto frullato dallo stile pop e flu(uu)ido di Jeff Rowe, che già mi aveva dato tantissime gioie col suo I Mitchell contro le macchine; durante la visione di Tartarughe Ninja - Caos mutante mi è sembrato, a tratti, di avere davanti un'opera realizzata con lunghe sequenze in stop motion (nonostante sapessi benissimo che il film è in CGI) e questa sensazione di "artigianalità" è stata accresciuta dalla scelta vincente di rendere gli ambienti in background quanto più sporchi e rozzi possibili, offrendo allo spettatore un ambiente urbano degradato che non vedevo su schermo dai tempi de Il corvo, alla faccia della commozione provata davanti alle abbacinanti luci di Broadway. Ciò detto, Tartarughe Ninja - Caos mutante non è per nulla cupo e i momenti esilaranti si sprecano, anche se si percepisce chiaramente l'età dei realizzatori coinvolti: Rogen e soci sono sicuramente stati attenti al target di riferimento principale, ovvero i ragazzini, ma l'utilizzo delle 4 Non Blondes o della famigerata Ninja Rap di Vanilla Ice che ciccia fuori da un'autoradio come la "vergognosa" sigla di Dawson's Creek in Urban Legend è qualcosa che può colpire al cuore solo gli anziani come me. Mi dichiaro dunque conquistata da Tartarughe Ninja - Caos mutante, signor*, e spero vivamente che esca presto non solo il sequel introdotto dalla scena mid-credits, ma anche un lungometraggio, simile per stili e temi, dedicato a un'altra mia enorme passione, i Biker Mice da Marte. I Want to Believe (ma non fatemi aspettare troppo, o i miei accompagnatori diventeranno maggiorenni e avranno altro a cui pensare!!).     


Del regista e co-sceneggiatore Jeff Rowe ho già parlato QUI. Maya Rudolph (voce originale di Cynthia Utrom), Seth Rogen (anche co-sceneggiatore, doppia Bebop), Rose Byrne (Leatherhead), Giancarlo Esposito (Baxter Stockman), Jackie Chan (Splinter), Paul Rudd (Mondo Gecko) e Michael Badalucco (Bad Bernie) li trovate invece ai rispettivi link.

Kyler Spears è il co-regista del film, al suo primo lungometraggio. Americano, principalmente storyboarder, ha 31 anni.


Tra i doppiatori originali d'eccellenza ci sono John Cena, che presta la voce a Rocksteady, e Ice Cube, che interpreta Superfly. Se l'argomento Turtles vi interessa, ecco i titoli dei film da recuperare per essere veri completisti: Tartarughe Ninja alla riscossa, Tartarughe Ninja II - Il segreto di Ooze, Tartarughe Ninja III (tutti e tre disponibili con abbonamento Prime Video),TMNT, Tartarughe Ninja Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra. ENJOY!
 
   


mercoledì 23 marzo 2022

Licorice Pizza (2021)

Nonostante le previsioni negative, Licorice Pizza, l'ultimo film scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, è riuscito ad arrivare in Italia prima della fatidica Notte degli Oscar, dove è candidato a tre premi (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale), e domenica sono riuscita ad andarlo a vedere.


Trama: il quindicenne Gary Valentine, attore bambino ormai al tramonto, si infatua di Alana, di dieci anni più grande di lui. Nonostante lei sia reticente, col tempo tra i due si instaura un legame, cementato da mille piccole esperienze...


Sapevo che sarebbe tornata, prima o poi, la sindrome di La La Land. Sapevo che mi sarei trovata a piangere davanti a un film amatissimo da tutti gli amici cinefili che più rispetto, obnubilata dalla terribile domanda "ma perché non l'ho adorato quanto loro?". Sono forse fallata? Sono forse una cialtrona (risposta: sì) che finge di amare il cinema (risposta: no)? E' forse Paul Thomas Anderson uno di quei registi che non riesco ad amare incondizionatamente come Tarantino e Scorsese, dei quali mai riuscirei a parlare male nemmeno volendo? Mi sa che a questa domanda posso rispondere tranquillamente con un sì. Anderson mi aveva folgorata da giovane con quei due capolavori che potrei riguardare in loop senza mai stufarmi, Boogie Nights e soprattutto Magnolia, e ultimamente avevo trovato adorabile Il filo nascosto, ma per esempio The Master mi aveva distrutta sia per la bellezza che per la pesantezza, mentre Vizio di forma... vabbé, di Vizio di forma non parlo, è un'altra di quelle pellicole amatissime da tutti e che io non sono riuscita proprio a farmi piacere. Licorice Pizza non ha raggiunto i livelli di scartavetramento di marroni provato durante la visione di Vizio di Forma, per carità. L'ho trovato simpatico e leggero, e ho trovato adorabili entrambi gli sciocchissimi protagonisti e la loro forsennata ricerca di uno scopo nella vita, quel gioco di sentimenti che li lega dall'inizio alla fine del film nonostante entrambi, a turno, cerchino di sottrarsi alla reciproca attrazione (o al filo rosso del destino?). D'altronde, è un po' impossibile non voler bene a Gary e Alana. Lui, con quella faccetta furba e malinconica ereditata dall'enorme padre che si è ritrovato, sembra la versione bambina di uno dei protagonisti di Animal House, sempre pronto ad imbarcarsi in imprese assurde e con l'enorme "difetto" di amare le belle ragazze; lei, la quintessenza dell'agitazione femminile di quegli anni, una 25enne che non sa ancora cosa fare della sua esistenza, consapevole del potere che è in grado di esercitare il suo corpo ma troppo goffa per sfruttarlo appieno. Assieme fanno tenerezza, fanno venire rabbia, fanno ridere e persino, sul finale, commuovono.


Eppure, con tutto il bene che ho voluto a questi due ragazzi "in corsa" per le strade leggendarie della Hollywood degli anni '70, fatte di glamour, di trash, di cinema, di musica ma anche di (potenziale) violenza e pericolo, mi sono resa conto di non avere apprezzato granché il contorno. Mi è sembrato che il cuore del film (almeno per come lo avrei preferito io, non fraintendetemi), che per mio gusto vorrei un po' più "universale", si perdesse a favore di un altro cuore, quello del regista; là dove Branagh, col suo Belfast, ha raccontato la sua storia personale rendendola universale, alla portata di tutti (forse troppo, direbbero alcuni, e forse potrebbero avere ragione), il ben più intellettuale ed élitario Anderson ha messo assieme un'infinita serie di situazioni, citazioni e rimandi strettamente legati alla propria esperienza personale o ai racconti fatti da amici, parenti e conoscenti, appartenenti tuttavia a un mondo "altro", ben distante da quello di noi poveracci ignoranti (da quel punto di vista forse ci è più vicino l'altro Autore che si è messo in gioco quest'anno, Sorrentino). Bisognerebbe avere una conoscenza enciclopedica non solo del Cinema, ma anche della TV, della musica e di tanti piccoli gossip dell'epoca per apprezzare appieno tutto ciò che viene mostrato in Licorice Pizza, letteralmente imbibito di tutte le passioni del regista, che spesso sovrastano le vicende di Gary e Alana diventando molto più importanti; certo, ogni siparietto, ogni dettaglio, persino ogni ristorante e negozio diventano parte fondamentale dell'esistenza e della crescita di questi due ragazzi, ma a volte ho avuto l'impressione che tutti gli elementi del film non si amalgamassero e si sfilacciassero, una sensazione che non ho mai provato guardando i film dell'altro re degli intellettuali cinematografici, Wes Anderson. Poi, per carità, probabilmente la mia è solo l'invidia di chi non ha mai avuto Alana Haim a farle da babysitter o Philip Seymour Hoffman come vicino di casa e migliore amico del padre, per dire, ma ad una prima visione mi sono sentita "respinta" da Licorice Pizza. Spero di potere cambiare idea tra qualche anno, ad una seconda visione, quindi nel frattempo sospendo il giudizio e consiglio comunque a tutti di andarlo a vedere al cinema, perché sarebbe disonesto, da parte mia, non riconoscere questo immenso atto d'amore verso la settima arte e la sua grandissima qualità a livello di regia, attori e colonna sonora.


Del regista e sceneggiatore Paul Thomas Anderson ho già parlato QUI. Maya Rudolph (Gale), John C. Reilly (Edward Munster), Sean Penn (Jack Holden), Tom Waits (Rex Blau), Bradley Cooper (Jon Peters) e Benny Safdie (Joel Wachs) li trovate invece ai rispettivi link. 


Il protagonista Cooper Hoffman, ovviamente figlio di Philip Seymour Hoffman, è al suo esordio come attore e gli auguro una lunga e prospera carriera; anche la cantante Alana Haim è alla sua prima esperienza come attrice in un lungometraggio, ma da anni collabora, assieme alla sua famiglia (sorelle, padre e madre compaiono nel film come la famiglia di Alana), assieme a Paul Thomas Anderson, che ha girato parecchi dei video musicali del gruppo Haim. Nel nutrito cast segnalo inoltre la presenza del padre di Leonardo di Caprio, George, come venditore di materassi ad acqua e di Skyler Gisondo, ovvero l'Eric di Santa Clarita Diet, nei panni di Lance Brannigan, modellato, a quanto dichiarato dal regista, sull'attore Tim Matheson. Se Licorice Pizza vi fosse piaciuto, o se anche solo vi mancassero alcune tra le più evidenti citazioni, vi consiglio di recuperare Taxi Driver, American Graffiti, Fuori di testa, Boogie Nights, C'era una volta a... Hollywood e magari anche Harold e Maude, perché no? ENJOY!

martedì 22 giugno 2021

Luca (2021)

Intristita dalla scelta di destinarlo solo allo streaming, domenica ho comunque recuperato Luca, l'ultima fatica Pixar diretta e co-sceneggiata dal regista Enrico Casarosa.


Trama: Luca Paguro è un piccolo mostro marino che, dopo l'incontro con un suo simile, scopre di poter acquistare sembianze umane appena uscito dall'acqua. I due decidono di conquistare la libertà partendo con l'esplorazione della cittadina di Porto Rosso...


Sfortunato questo Luca, ultimo, poetico frutto della Pixar. Sfortunato perché, in quanto ambientato durante una mitica estate ligure, sarebbe stato perfetto per venire proiettato nelle arene all'aperto della nostra regione, invece la Disney ha deciso di non distribuirlo al cinema e di gettarlo nel calderone del suo servizio di streaming online, penalizzando non poco le belle immagini della pellicola. Da una parte, meglio così: guardare Luca doppiato è un delitto punibile con la pena di morte visto l'assoluto divertimento derivante dal mix di inglese, pesantissimo accento italiano e frasi interamente pronunciate nella nostra lingua che rende il cartone una festa non solo per gli occhi ma anche per le orecchie; a mio avviso, l'unica cosa intelligente da fare per evitare l'inevitabile piattume dell'adattamento nostrano sarebbe stato calcioruotare Orietta Berti, la Litizzetto e Fazio e affidare ogni locuzione italiana ai Pirati dei Caruggi (che hanno realizzato questo geniale trailer) così da creare un favoloso mix di italiano e dialetto genovese, ma purtroppo questo non è un mondo perfetto e non lo sarà mai. Frustrazioni linguistiche a parte, com'è questo Luca? Delizioso, non c'è altro modo per descriverlo. Fresco come una vacanza al mare negli anni '60 (fidatevi, la poesia nel frattempo si è persa o forse sono io che ormai detesto i turisti con tutta me stessa), filtrato dagli enormi occhioni di un mostriciattolo a cui il mare sta stretto, tutto in Luca profuma dell'innocenza dell'infanzia, della fantasia di chi ancora deve scoprire non solo il mondo ma anche ciò che si staglia appena fuori dall'uscio di casa, della malinconica consapevolezza che prima o poi l'estate/infanzia finirà per lasciare spazio all'autunno e alle scelte di vita, che implicano anche lasciarsi alle spalle amicizie ed affetti o mettere da parte alcuni sogni per inseguirne altri, senza mai dimenticare la spinta dei primi entusiasmi.


Alla faccia della Sirenetta, a Luca e Alberto basta uscire dall'acqua per ottenere sembianze umane, ma ciò non rende le cose più facili: i genitori di Luca minacciano di confinarlo nientemeno che negli abissi, a Porto Rosso è aperta la caccia ai mostri marini, in generale piccoli e grandi inconvenienti incombono su due caratteri molto diversi, due amici (Luca, più piccolino ed innocente, Alberto, di qualche anno più grande e più smaliziato) che anelano alla libertà che solo la mitica Vespa può offrire. Si unisce alla coppia una ragazzina, Giulia, vacanziera genovese che risulta strana agli occhi dei ragazzini del posto, outsider nonostante la sua natura di essere umano perché presa di mira dal bulletto del paese. Giulia e Alberto diventano così i due poli necessari allo sviluppo della personalità di Luca, perché l'energia e il coraggio "rozzi" del secondo vengono in qualche modo "incanalati" dalla vivacità intelligente della prima, in un continuo scambio reciproco di esperienze, divertimento e anche litigi che farà crescere tutti e tre, non solo Luca. A fare da sfondo a questa rocambolesca amicizia e alla fuga di Luca dal fondo del mar c'è la bellissima Porto Rosso, un compendio di tutta la bellezza che potete trovare nelle Cinque Terre nonché luogo che tira fuori il meglio dell'arte dei disegnatori della Pixar, tra colori vivaci e scorci talmente realistici che parrebbe davvero di essere in Liguria, nonché tutta una serie di elementi iconografici per chiunque sia capitato in Italia almeno una volta. Si potrebbe discutere sull'abbondanza di stereotipi presenti in Luca, ma poiché Casarosa è italianissimo e il film è filtrato dai suoi ricordi di vacanze infantili la cosa è anche normale e d'altronde io d'estate mi ammazzo di pesto e gelato, un po' come fanno i protagonisti del film, e posseggo persino una Vespa quindi non sono la persona adatta per un pippone antinazionalista; inoltre ho apprezzato molto anche la colonna sonora con successi anni '60 o canzoni un po' più recenti ma debitrici di un certo stile pop (come Il gatto e la volpe di Bennato, calzantissima), nonché le mille citazioni di Mastroianni, Fellini e persino I soliti ignoti, quindi direi che con me Luca ha fatto proprio centro anche se continuo a preferirgli Pierluca, ça va sans dire


Di Jacob Tremblay (voce originale di Luca Paguro), Maya Rudolph (Daniela Paguro), Peter Sohn (Ciccio) e  Sacha Baron Cohen (zio Ugo) ho parlato ai rispettivi link.

Enrico Casarosa è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio dopo il corto La luna (inoltre doppia il giocatore di carte e il pescatore furioso). Nato a Genova, anche animatore, ha 51 anni.


Jack Dylan Grazer
è la voce originale di Alberto Scorfano. Americano, lo ricordo per essere stato l'Eddie Kaspbrak di It e It - Capitolo 2, inoltre ha partecipato ad altri film come Tales of Halloween, Beautiful Boy e Shazam!. Ha 18 anni e un film in uscita.


Marina Massironi
è la voce originale della Signora Marsigliese. Nata a Legnano, storica "spalla" di Aldo, Giovanni e Giacomo, la ricordo per film come Tre uomini e una gamba, Così è la vita, Tutti gli uomini del deficiente e Chiedimi se sono felice. Ha 58 anni.


Non vi venga in mente di saltare i titoli di coda. Non tanto per la scena post credit quanto per i deliziosi disegni che raccontano, in parte, il destino dei personaggi dopo la fine del film. ENJOY!


venerdì 7 maggio 2021

I Mitchell contro le macchine (2021)

Lo aspettavo da quando ancora lo avevano intitolato Connected e finalmente è arrivato su Netflix I Mitchell contro le macchine (The Mitchells vs the Machines), diretto e sceneggiato da Mike Rianda e Jeff Rowe.


Trama: un viaggio in macchina per portare la figlia maggiore al college si trasforma per i Mitchell in un'odissea quando la tecnologia di tutto il mondo improvvisamente impazzisce...


Ma quanto diamine è carino I Mitchell contro le macchine? Definirlo un piccolo miracolo di animazione è riduttivo, ma è così, perché sia nella sceneggiatura che nella realizzazione riesce a mantenere in equilibrio perfetto tutte le anime di cui è composto: coming of age, road movie, parodia, action, commedia demenziale, fantascienza distopica, lungo episodio di Lizzie McGuire, horror, tutto ciò convive all'interno di un film di quasi due ore che non perde di ritmo nemmeno per un secondo e che, in tutto questo, porta persino lo spettatore a commuoversi e riflettere. La famiglia Mitchell, infatti, sarà anche strana ma dentro ognuno di loro ci sono  pezzi di noi. Abbiamo la protagonista, Katie, che vorrebbe scappare da una famiglia che, pur volendole bene, non capisce le sue aspirazioni; un papà, Rick, che con tutte le buone intenzioni e l'amore smisurato per la figlia, non accetta minimamente la deriva tecnologica della società (quanto mi ha ricordato il mio, di padre. Se gli avessero messo in bocca un paio di bestemmie e un bonario "strunsate" davanti ai video girati da Katie, avremmo avuto un perfetto signor Bolla) e si è ormai dimenticato di quando anche lui aveva mille strani desideri di indipendenza e libertà; abbiamo una mamma e un fratellino che cercano di mediare con due caratteri affatto facili, affermando nel frattempo anche le loro personalità peculiari (ed adorabili. Linda è già la migliore madre di sempre, Aaron il fratellino scemo che tutti vorremmo avere nonché uno dei pochissimi bambini animati privo di quelle caratteristiche che pungolano la sindrome di Erode) e ovviamente tutti i problemi di questa famiglia disfunzionale esploderanno e verranno risolti all'interno di un viaggio che li vedrà unici superstiti della razza umana contro la tecnologia che si è finalmente ribellata.


Voi direte, giustamente, che la trama è trita e ritrita, la morale per cui dobbiamo tutti venirci incontro e parlare un po' di più, accettandoci per quello che siamo, già sentita mille volte (e lo sottolinea il film stesso, attraverso la cinica PAL), ma I Mitchell contro le macchine è talmente realistico nella spietatezza con cui sviscera tutti i nostri difetti e scoppiettante nella realizzazione da risultare nuovo e fresco come poche altre opere recenti, perché spesso ciò che serve è solo l'intelligenza di rimescolare elementi noti e ricombinarli in maniera diversa e genuina. E' quello che accade ne I Mitchell contro le macchine, a partire dalla colonna sonora elettronica che fa tanto videogame o episodio di Stranger Things, per arrivare ai già citati momenti di ancor più cartoonesca introspezione alla Lizzie McGuire, durante i quali la realtà viene completamente filtrata dallo sguardo creativo e un po' pazzo di Katie, per non parlare poi dei veri meme o video di Youtube che, a differenza di quella schifezza vile di Jem e le Holograms, qui vengono utilizzati con criterio per rendere il tutto ancora più "empatico" e divertente, come se già non bastassero le bellissime animazioni, efficaci soprattutto nei tic quasi impercettibili che caratterizzano i singoli personaggi. Non starò ad elencare tutti i momenti di pura esaltazione e incredulo divertimento che mi hanno fatto venire voglia di alzarmi dalla poltrona per una standing ovation (dico solo una cosa: Furby. Ma ce ne sarebbero mille altre, in primis tutte le gag legate al cagnolino Monchi) e andare ad abbracciare Rianda e Rowe, vi dico solo di guardare senza indugio I Mitchell contro le macchine perché rischia di essere il motivo principale per farsi un abbonamento a Netflix. Ah, si astengano leghisti, puristi, broflakes, complottisti del "ci stanno facendo diventare gay" e fautori del "Pensiamo ai bambini" visto che Katie è lesbica. E i genitori, guarda un po', la amano lo stesso, anzi, la adorano. Dove andremo a finire, signora mia.  


Di Danny McBride (Rick Mitchell), Maya Rudolph (Linda Mitchell) e Olivia Colman (PAL) ho già parlato ai rispettivi link.

Mike Rianda è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio, inoltre doppia Aaron Mitchell.  Americano, ha 37 anni.

Jeff Rowe è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lavoro come regista (ma è uno degli sceneggiatori di Disincanto). Americano, doppia il tizio che ama divertirsi. 


Tra gli altri doppiatori originali segnalo il cantautore John Legend (Jim Posey), sua moglie Chrissy Teigen (Hailey Posey), Conan O'Brien (Glaxxon 5000) e persino il famosissimo cane Doug the Pug, che ovviamente doppia il cagnolino Monchi. Se I Mitchell contro le macchine vi fosse piaciuto recuperate Gli Incredibili e Ralph Spaccatutto, entrambi disponibili su Disney + . ENJOY!

mercoledì 11 marzo 2015

Vizio di forma (2014)

L'ho rimandato di un paio di settimane, vuoi perché ero sempre stanchissima e il film dura due ore e mezza, vuoi perché a Savona non era uscito, ma in questi giorni ho finalmente visto Vizio di Forma (Inherent Vice), diretto e sceneggiato nel 2014 dal regista Paul Thomas Anderson partendo dal romanzo omonimo di Thomas Pynchon.


Trama: l'investigatore privato Doc (un "hippie" perennemente in botta) si ritrova a dover indagare sulla scomparsa dell'ultimo, facoltoso amante dell'ex fidanzata Sashta, che a sua volta diventa irrintracciabile. A questo caso già intricato si aggiungono altri delitti e misteri...

Dopo mezz'ora avevo la stessa faccia di Bigfoot
Ho rotto così tanto le palle con questo Vizio di forma, piangendo con amici, parenti e lettori per il fatto che a Savona non l'avevano proiettato, che adesso ho vergogna a dire che la visione dell'ultimo film di Paul Thomas Anderson è stata un parto plurigemellare senza anestesia. Ho iniziato a guardarlo alle 21, sul letto, alle 21.10 ero già nel mondo dei sogni e ho dovuto ricominciare la visione, stavolta sulla "sedia scomoda", per poter arrivare fino alla fine (e a metà film ho dovuto comunque andare a farmi un giro, ché la confusione e la noia stavano per vincere anche sulla scomodità!) di questa interminabile storia di sballoni e criminali, fidanzate lontane ma mai dimenticate e sbirri in odore di gayezza, dentisti pervertiti e sette di santoni. Vizio di forma mi ha fatto capire che io queste storie con settecento personaggi, ognuno importantissimo ai fini della trama (ai quali si deve aggiungere un altro centinaio di persone soltanto nominate ma altrettanto importanti) non le reggo, dovrei fare come quei romanzieri dell'800 che usavano dei pupazzetti per ricordare i nomi oppure costruire schemi e sistemi nel corso della visione perché dopo dieci minuti comincio a perdermi pezzi di storia e non so più chi è chi e perché fa cosa. Oppure, semplicemente, dovrei leggere il libro di Pynchon e POI riguardare Vizio di forma, magari doppiato in italiano, perché quei dialoghi interminabili, gergali e ricchi di riferimenti a fatti e persone hanno rischiato di mandarmi fuori di testa tanto quanto l'incommensurabile ODIO per il personaggio di Sashta, la tipica decerebrata che più fa casino, più è molla e più adduce giustificazioni idiote ai suoi comportamenti da stronza, più gli uomini beoti le cadono ai piedi. Altro che Vizio di forma, 'sta tizia è un gatto appeso ai marroni e povero Doc col cervello imbottito di droghe che non riesce a dimenticarla! No, davvero, alla terza recensione tiepida e scoglionata di film simili (vedi anche The Counselor e La talpa) ho capito che pellicole come Vizio di forma non fanno per me, non importa quanto siano blasonate.

Dopo un'ora avevo la stessa faccia di Japonica
Poi se volete che dica che Paul Thomas Anderson è bravissimo con la macchina da presa, è un mago nei campi lunghi che svelano dettagli apparentemente insignificanti ma in realtà fondamentali, riesce a creare similitudini tra due personaggi (Doc e Bigfoot) che dovrebbero essere diversissimi tra loro girando sequenze speculari che li vedono protagonisti, gioca con la luce e con lo spettatore, omaggia persino Leonardo Da Vinci e la sua Ultima cena e millemila altre cose che non fanno che confermare la sua grandezza va bene, ve lo dico: Vizio di forma è una gioia per gli occhi e io sono una capra incapace di godere anche di ciò che la pellicola racconta. Se volete vi dico anche che Joaquin Phoenix è perfetto per il ruolo del detective sballone che si lascia scivolare addosso l'esistenza salvo profondersi in inaspettati slanci di coraggio o arguzia e posso anche aggiungere che il cast di supporto ha rischiato di commuovermi. Josh Brolin ha praticamente la parte del testardo e ridicolo "uomo tutto d'un pezzo" Bigfoot cucita addosso, Benicio del Toro e Martin Short compaiono poco ma sono, a modo loro, indimenticabili, Owen Wilson è stranamente defilato ma bravissimo, persino Eric Roberts è riuscito a riscattarsi da rumenta come The Cloth con uno schioccare di dita e potrei andare avanti così per ore, magnificando anche i costumi, le incredibili scenografie, la colonna sonora, la simpatica voce fuori campo... insomma, tutto. Tutto tranne quel maledetto gap che ho avvertito tra la bellezza formale e la storia narrata, quel "qualcosa" di ridondante e complicato che mi ha impedito di appassionarmi alle vicende di Doc e mi ha spinta a pregare per dei tagli, per una riduzione della durata da due ore e mezza a due ore o anche meno. Prometto che tra qualche anno riguarderò Vizio di forma, ovviamente dopo aver letto il libro e con un taccuino di appunti in mano. Giuro che mi rimangerò tutto, cancellerò il post e lo riscriverò. Ma ora, come dice Pappalardo, lasciatemi sfogare: Paolo Tommaso Figlio d'Andrea, che bel film ma che due marroni!!!

La bellezza.
Del regista e sceneggiatore Paul Thomas Anderson ho già parlato qui. Joaquin Phoenix (Larry "Doc" Sportello), Josh Brolin (Christian F. "Bigfoot" Bjornsen), Eric Roberts (Michael Z. Wolfmann), Maya Rudolph (Petunia Leeway), Benicio Del Toro (Sauncho Smilax), Jena Malone (Hope Arlingen), Owen Wilson (Coy Arlingen), Reese Witherspoon (Penny Kimball), Martin Short (Dr. Rudy Blatnoyd) e Martin Donovan (Crocker Fenway) li trovate invece ai rispettivi link.

Michael Kenneth Williams interpreta Tariq Khalil. Americano, ha partecipato a film come Al di là della vita, L'incredibile Hulk, 12 anni schiavo, Anarchia - La notte del giudizio e a serie come I Soprano, Alias, CSI:NY, CSI - Scena del crimine e Broadwalk Empire. Anche produttore, ha  48 anni e quattro film in uscita.


Christopher Allen Nelson, che "interpreta" il cadaverico Glenn Charlock, era lo sposo in Kill Bill Vol. 1 e 2. Parliamo come al solito di chi non ce l'ha fatta ora, cosa che mi spezza particolarmente il cuore perché se Paul Thomas Anderson non avesse voluto a tutti i costi tornare a lavorare con Phoenix il ruolo di Doc sarebbe andato a Robert Downey Jr. Dio, quanto avrei voluto rivederlo nei panni di uno sballone!! Per quel che riguarda la varia umanità femminile che popola il film invece, Charlize Theron era stata presa in considerazione per il ruolo di Shasta. Detto questo, se Vizio di forma vi fosse piaciuto, recuperate Il grande Lebowski e A Scanner Darkly - Un oscuro scrutare. ENJOY!

martedì 24 febbraio 2015

Big Hero 6 (2014)

L'avevo perso sotto Natale per mille e uno motivi ma siccome era uno dei candidati all'Oscar come Miglior Film d'animazione (categoria in cui ha trionfato) ho deciso di recuperare nei giorni scorsi Big Hero 6, diretto nel 2014 dai registi Don Hall e Chris Williams e (molto) liberamente ispirato all'omonimo fumetto della Marvel.



Trama: il giovane studente prodigio Hiro, assieme al robot guaritore Baymax e un gruppetto di geni, si mette alla ricerca di un uomo misterioso che ha provocato un terribile incidente per impossessarsi dei nanobot inventati dal ragazzino...



Quando ero piccola la morte nei cartoni animati era qualcosa di tangibile e sempre presente ma mai interamente sviscerato. Molti personaggi orfani, come Biancaneve o Cenerentola, venivano presentati già in età post-adolescenziale, con il trauma della morte dei genitori ormai alle spalle e col problema molto più pressante della matrigna perfida; per altri, come il povero Simba o l'ancor più povero Bambi, la morte del padre o della madre erano necessari e terribili catalizzatori per il loro passaggio all'età adulta, quasi una sorta di "sacrificio" tribale che scatenava un meccanismo di vendetta oppure di perdita dell'innocenza; altri ancora non avevano i genitori e punto, la cosa non influiva minimamente nella trama del cartone animato, come accadeva per esempio in La bella e la bestia, Aladdin o La sirenetta. Big Hero 6, invece, è il primo film Disney (almeno, che io ricordi) a mostrare finalmente il protagonista messo di fronte alla perdita di una persona amata e alla difficoltà di elaborare un lutto che non può essere messo da parte tanto facilmente. Al di là del tema supereroistico un po' bambinesco, questo aspetto della trama è secondo me fondamentale e trattato con una buona dose di sensibilità; senza entrare troppo nei dettagli per non fare eccessivi spoiler, Hiro non è mai completamente distolto dalla terribile perdita che ha subito, il ricordo del caro estinto è sempre presente nella sua mente e per tutto il film guida non solo le sue azioni ma anche quelle del robot Baymax, creatura "terapeutica" e quindi programmata per curare i mali sia fisici che psicologici del suo giovane paziente. All'interno alla trama avventurosa vengono inseriti momenti in cui eventuali piccoli spettatori (ma anche grandi) che dovessero avere subito un trauma simile a quello di Hiro possano avere qualche elemento da cui partire per superarlo, affidandosi agli amici, alla famiglia e facendo tesoro delle esperienze condivise con chi non c'è più, senza cedere al dolore e alla disperazione che portano a compiere gesti estremi.


Dite che sono andata un po' troppo sul pesante? Avete ragione e mi scuso. Big Hero 6 non è malinconico come vi ho dato a intendere, anzi, a tratti è decisamente esilarante... però è stato proprio il suo lato triste ad avermi colpita maggiormente durante la visione e ammetto di essermi innamorata del morbidoso e dolcissimo Baymax fin dal primo momento in cui l'ho visto e di essermi convinta che tutti, soprattutto i bimbi tristi e soli, dovrebbero avere un amicone così, premuroso, paziente e interamente votato a far del bene al suo protetto. Guardando all'aspetto più generale, il film in sé è simpatico e divertente, sfrutta i vari cliché supereroistici con discreta originalità e mette in campo una banda di personaggi che sono uno più matto dell'altro (devo forse specificare che il mio aMMore sconfinato non va solo a Baymax ma anche allo schizzato Fred? Non credo, soprattutto non dopo aver visto l'indimenticabile e geniale scena post credits che farà la felicità di qualunque nerd che si rispetti!). La qualità Disney si avverte palpabile non solo nella sceneggiatura ma anche nella realizzazione di Big Hero 6. Il character design dei vari personaggi strizza l'occhio ai manga e ai supereroi senza esagerare né risultare ridondante o parodico, Baymax è talmente pacioccoso e morbido che verrebbe voglia di crearlo davvero solo per poterlo abbracciare e le sequenze d'azione sono così ben fatte che è stata la prima volta in cui mi sono pentita di non aver visto un film in 3D; peraltro, è stata anche una delle poche volte in cui ho guardato i titoli di coda senza stancarmi un attimo perché i disegni di Scott Watanabe e Shiyoon Kim, con quel tocco manga e leggermente underground, sono una gioia per gli occhi. Insomma, signori, la Disney colpisce ancora. Per il 2015, prometto solennemente che non salterò mai più il film natalizio della Casa del Topo!


Di Jamie Chung (Go Go), James Cromwell (Robert Callaghan) e Maya Rudolph (Zia Cass) ho già parlato ai rispettivi link.

Don Hall è il co-regista della pellicola e ha diretto anche Winnie the Pooh - Nuove avventure nel Bosco dei Cento Acri. E' anche sceneggiatore, animatore e doppiatore.


Chris Williams è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Bolt - Un eroe a quattro zampe. Anche sceneggiatore, animatore e doppiatore, ha 46 anni.


Scott Adsit (vero nome Robert Scott Adsit) è la voce originale di Baymax. Americano, ha partecipato a film come The Italian Job, St. Vincent e a serie come Friends, Dharma & Greg, Ally McBeal, CSI: Miami, Alias, Streghe, Malcom, Monk e 30 Rock; come doppiatore ha inoltre lavorato anche per serie come Robot Chicken. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 49 anni e due film in uscita.


T.J. Miller è la voce originale di Fred. Americano, ha partecipato a film come Cloverfield, L'orso Yoghi e I fantastici viaggi di Gulliver; come doppiatore ha inoltre lavorato anche per i film Dragon Trainer, Dragon Trainer 2 e per le serie American Dad!. Anche sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e due film in uscita tra cui Deadpool.


Alan Tudyk è la voce originale di Alistair Krei. Americano, ha partecipato a film come Patch Adams, Cuori in Atlantide, Dodgeball - Palle al balzo, Tucker and Dale vs. Evil, La leggenda del cacciatore di vampiri e a serie come Firefly, CSI - Scena del crimine e Dollhouse; come doppiatore ha inoltre lavorato anche per i film L'era glaciale, L'era glaciale 2 - Il disgelo, Alvin Superstar 3 - Si salvi chi può!, L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva, Frozen - Il regno di ghiaccio e per le serie I Griffin, Phineas e Ferb, Robot Chicken, American Dad! e Adventure Time. Ha 43 anni e tre film in uscita.


Tra gli altri doppiatori segnalo Damon Wayans Jr. (la voce di Wasabi), che nella serie Tutto in famiglia era l'amico infamino di Junior. Nel fumetto originale compaiono due personaggi piuttosto conosciuti dell'Universo Marvel in generale e delle storie degli X-Men in particolare, Silver Samurai e Sole Ardente, che tuttavia non hanno potuto partecipare al film in quanto è la Fox che ne detiene i diritti; tra le altre differenze del fumetto rispetto al film ci sono inoltre il passato criminale giapponese di GoGo o il fatto che la borsa di Honey Lemon sia un luogo dove si può stipare praticamente qualsiasi oggetto, a prescindere dalle dimensioni; inoltre, Baymax ha un tipico design mecha ben diverso dal paffuto robottone della pellicola e può anche prendere la forma di un dragone, mentre Wasabi è un cuoco asiatico e Fred, detto Fredzilla, può generare un'aura solida a forma di Kaiju. Purtroppo il fumetto in questione non è mai arrivato in Italia ma se Big Hero 6 vi fosse piaciuto potete compensare recuperando magari Il gigante di ferro. ENJOY!


martedì 6 agosto 2013

Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie (2004)

Pensavate che la saga di Ron Burgundy fosse finita? Calma, non recensirò il seguito che deve ancora uscire persino in America ma un film distribuito credo solo nel mercato dell'home video, abbinato al DVD o Blu-Ray di Anchorman: La leggenda  di Ron Burgundy. Sto parlando di Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie, diretto sempre nel 2004 dal regista Adam McKay.


Trama: mentre Veronica continua l'inarrestabile ascesa verso il successo, un gruppo di ladri attivisti chiamato Alarm Clock da del filo da torcere a Ron Burgundy e al suo news team.


Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie non è altro che un simpatico modo per raccogliere tutto il materiale scartato dal film originale. Invece di inserire nel DVD uno sterminato elenco di scene eliminate Ferrell e McKay hanno deciso di creare uno spin-off che le unisse tutte e realizzare, di fatto, una seconda pellicola. I limiti dell'operazione, purtroppo, si vedono e si percepiscono soprattutto nella prima parte del video, finché la presenza degli Alarm Clock non diventa preponderante: in pratica assistiamo ad un concatenarsi di gag palesemente tratte dalle sequenze cult di The Anchorman con il narratore che fa da collante e cerca di dar loro compattezza, non mancano quelle che sono fondamentalmente delle ripetizioni, come la scena in cui Ron chiama a raccolta il news team soffiando in una conchiglia (cambia solo il barista che non è più Danny Trejo) e anche dei momenti in cui si ha difficoltà a dare un senso alle immagini, soprattutto se non si è visto il film originale, come quando Ron piange sotto la doccia abbracciato a un cane di pezza. Questa prima parte risulta così poco divertente e parecchio derivativa, con giusto un paio di chicche che giustificano però l'intera operazione.


La seconda parte del Lost Movie è invece migliore perché si distacca quasi completamente dal film originale e racconta una storia nuova in cui ci vengono mostrati anche alcuni aspetti sorprendenti dei personaggi che pensavamo di conoscere a menadito. Gli Alarm Clock sono un gruppo di sballoni esilaranti tra cui spicca soprattutto la falsa nera interpretata da Maya Rudolph, il personaggio del mentore di Ron, un porco naturista dall'esotico nome di Jess Moondragon, riesce a conquistare con un paio di deliranti monologhi e alcuni degli sketch nuovi superano persino quelli classici di The Anchorman, soprattutto quelli che riguardano Carell e Koechner. Per le ragioni di cui sopra, per quel che riguarda il reparto tecnico e attoriale vale tutto ciò che ho detto nella recensione del primo film quindi, in generale, anche questo The Lost Movie può tranquillamente considerarsi un validissimo e divertente intrattenimento, anche se non riesce a sconfinare nel cult come il suo predecessore. Il mio consiglio è quello di acquistare l'edizione speciale di Anchorman: La leggenda  di Ron Burgundy e immergersi completamente nel folle mondo del numero uno degli anchorman televisivi.


Del regista Adam McKay ho già parlato qui. Will Ferrell (Ron Burgundy), Christina Applegate (Veronica Corningstone), Paul Rudd (Brian Fantana), Steve Carell (Brick Tamland), Dave Koechner (Champ Kind), Fred Willard (Ed Harken), Seth Rogen (il cameraman), Justin Long (Chris Harken) e Vince Vaughn (Wes Mantooth) ho già parlato ai rispettivi link.

Kevin Corrigan interpreta Paul Hauser. Americano, ha partecipato a film come L’esorcista III, Quei bravi ragazzi, Una vita al massimo, Il bacio della morte, Mosche da bar, The Departed – Il bene e il male, 7 psicopatici e alle serie Medium e CSI: Miami. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 44 anni e quattro film in uscita.

  
Maya Rudolph interpreta Kanhasha X. Attrice comica americana per anni in forza al Saturday Night Live, ha partecipato a film come Gattaca la porta dell’universo, Qualcosa è cambiato, Shrek Terzo (come doppiatrice) Un weekend da bamboccioni, Un weekend da bamboccioni due e ha doppiato un episodio de I Simpson. Ha 41 anni e due film in uscita.



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