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venerdì 29 maggio 2026

2026 Horror Challenge: Bug (2006)


La challenge settimanale chiedeva la visione di un film uscito nel 2006, quindi ho scelto di festeggiare i 20 anni di Bug, diretto dal regista William Friedkin.

Trama

Agnes, separata da un marito violento appena uscito dal carcere, vive da sola in un motel. Un giorno, un'amica le presenta Peter, uomo dal passato misterioso. Dopo essersi fermato a dormire da lei, Peter sviluppa con Agnes un rapporto sempre più stretto e pericoloso...

RECENSIONE

Se vogliamo essere proprio precisi, Bug festeggerà i vent'anni l'anno prossimo, perché l'opera di Friedkin era stata distribuita nelle sale statunitensi a maggio del 2007, dopo essere stata presentata al festival di Cannes l'anno prima. Per amor di challenge, e poiché ormai ho già guardato il film, ho deciso di far valere comunque il 2006, tanto l'anno prossimo ci sarà già un sacco di gente appassionata che vi parlerà di Bug e il mio post sarebbe un'insignificante goccia nel mare. Tra l'altro, la challenge mi ha dato modo di colmare l'ennesima lacuna. Nonostante la regia importante, infatti, non avevo mai avuto modo di guardare Bug e ne sono rimasta folgorata. Il film racconta, in maniera lucidissima, una triste vicenda dove proprio la lucidità va a invece farsi friggere e, come da orripilante sottotitolo italiano, la paranoia diventa contagiosa. La vicenda, tratta dall'omonima pièce teatrale di Tracy Letts (autore anche della sceneggiatura), ruota attorno al rapporto che si instaura tra Agnes, donna spezzata da un passato doloroso e in fuga dal marito violento, e Peter, taciturno veterano della Guerra del Golfo. I due si incontrano una sera grazie ad un'amica comune e Agnes decide di ospitare per la notte Peter, privo di un posto dove stare. Inizialmente, le interazioni tra i due, pur influenzate dalla profonda solitudine di entrambi, sono all'insegna di un cortese distacco. Una notte di sesso, tuttavia, segna l'inizio di una connessione più profonda e deleteria per entrambi. Agnes, vittima del senso di colpa legato alla scomparsa del figlio e terrorizzata dal marito appena uscito di prigione, sviluppa una contorta dipendenza da Peter, un mix tra un istinto di protezione quasi materno verso una "vittima" della società e dei "poteri forti" e il bisogno di avere accanto un uomo che la faccia sentire necessaria. L'atteggiamento di Agnes, al tempo stesso altruista ed egoista, non fa altro che esacerbare i problemi mentali di Peter, il quale, privo di qualcuno in grado di porre un freno logico alle sue paranoie, le porta all'estremo. In una graduale ma inarrestabile inversione dei ruoli, la natura potenzialmente salvifica di Agnes viene sconfitta dal desiderio di tenere vicino Peter a tutti costi e la donna di polso dell'inizio diventa uno scricciolo impaurito e privo di pensieri "suoi"; viceversa, Peter passa dall'essere l'uomo timido che voleva soltanto un amico a complottista terrorizzato ma sicuro di sé, autoproclamandosi guida di Agnes all'interno di un mondo governato da un'élite di potenti intenzionati a controllare il genere umano. La cosa triste e angosciante di Bug è la zona grigia in cui si muovono i due protagonisti, due anime perse che non possono venire definiti come carnefice o vittima, colpevole o innocente. Lo stesso Peter non è cattivo, anzi, vuole soltanto il bene dell'unica persona che ha ascoltato e accolto ciò che per altri erano solo paranoie da curare, senza rendersi conto che il suo atteggiamento è persino più deleterio e pericoloso di quello dell'ex marito di lei.  

Essendo un dramma teatrale, gli ambienti dove si svolge Bug sono ridotti all'osso. La maggior parte della vicenda ha luogo all'interno della stanza di motel dove vive Agnes, mentre quel paio di sequenze nel bar e nel supermercato hanno due funzioni diverse, la prima quella di contestualizzare il sostrato sociale in cui si muove la protagonista, la seconda per delinearne il dramma passato. La stanza del motel, già claustrofobica e squallida all'inizio, tanto che sembra quasi di sentire l'odore stantio dell'alcol, delle sigarette e del caffè che scandiscono i giorni e le notti di Agnes, si trasforma sotto la cinepresa di Friedkin in un mondo alieno. La metamorfosi del mondo ridotto dei due protagonisti passa attraverso un drastico cambiamento di scenografia, che va di pari passo con una fotografia sempre più fredda; da insicuro ricettacolo di sporcizia ed insetti, dove chiunque o qualunque cosa potrebbe entrare senza nemmeno troppa fatica, la stanza diventa un asettico trionfo di alluminio, proiettando all'esterno la follia che divora la mente di Agnes e Peter. Friedkin, rigorosissimo nel mettere in scena una discesa agli inferi quanto più verosimile possibile, lascia talvolta che le paranoie dei protagonisti trovino sfogo sullo schermo, coinvolgendo lo spettatore con movimenti di macchina e un montaggio isterici, sottolineati da un sonoro invasivo, oppure giocando di sottrazione e lasciando che siano gli attori a convincere il pubblico della presenza o meno dei fantomatici insetti del titolo. Ed è difficile, credetemi, non cominciare a grattarsi in maniera forsennata, nel momento in cui Michael Shannon e Ashley Judd iniziano a convincersi gradualmente che ci sia un'infestazione (o peggio) in corso. Coadiuvati da un sapiente trucco prostetico, i due attori sono talmente tanto intensi nelle loro interpretazioni da far scomparire dalla memoria dello spettatore i pochi comprimari che li affiancano (tranne un surreale Brían F. O'Byrne). In particolare, Michael Shannon, che già interpretava Peter a teatro, compie un lento e convincente percorso da eccentrico tutto sommato innocuo a matto col botto dotato di una logica agghiacciante, difficile da confutare, mentre Ashley Judd, nei suoi disperati tentativi di rimanere aggrappata a una sanità mentale sempre più labile, spezzerebbe il cuore a un sasso; il dialogo e la sequenza "rivelatori", prima dell'inevitabile, scioccante epilogo, sono tra i punti più alti raggiunti al cinema quell'anno, e lasciano svuotati, vittime di un tarlo nel cervello che rischia di rendere difficile il sonno. Se, come me, avete sempre vissuto nell'ignoranza, è giunto il momento di festeggiare i 20 anni di Bug recuperandolo e inserendolo nei vostri film preferiti di sempre. E' un viaggio angosciante, ma val la pena, credetemi!

CAST

Del regista William Friedkin ho già parlato QUI. Ashley Judd (Agnes White) e Michael Shannon (Peter Evans) li trovate invece ai rispettivi link.

  • Harry Connick Jr. interpreta Jerry Goss. Americano, lo ricordo per film come Il mio piccolo genio, Independence Day e serie quali Will & Grace. Anche produttore, cantante e compositore, ha 59 anni. 

mercoledì 15 aprile 2026

Il Bollalmanacco On Demand: Vivere e morire a Los Angeles (1985)


Poiché siamo vicini alla terza guerra mondiale, tanto vale compiere un miracolo e far tornare la rubrica Il Bollamanacco On Demand! Sono lenta e incostante, ma anche precisa, quindi ho segnato tutte le richieste arrivate nel corso degli anni, e non me ne dimenticherò nemmeno una. Oggi, per esempio, tocca a Vivere e morire a Los Angeles (To Live and Die in L.A.), diretto e co-sceneggiato nel 1985 dal regista William Friedkin a partire dal romanzo omonimo di Gerald Petievich, e chiesto anni fa da Bruno. Il prossimo film On Demand sarà Buon compleanno Mr. Grape. ENJOY!

Trama

Due agenti federali tentano di incastrare, con ogni mezzo possibile, il sanguinoso falsario Eric Masters...

RECENSIONE

Dopo tanti anni passati senza studiare il Cinema e i suoi grandi Autori (cosa che riuscivo a fare ai tempi dell'università) mi sento sempre un po' in soggezione a parlare di registi come William Friedkin, perché ormai non ho proprio più i mezzi espressivi per farlo. Eppure, anche un'ignorante di ritorno come me, di fronte a Vivere e morire a Los Angeles, si rende conto di avere davanti un'opera forse minore, se paragonata ai capolavori di Friedkin, ma così potente da spazzare via il 90% dei film usciti negli ultimi 20 anni. Vivere e morire a Los Angeles è un film che segna il ritorno del regista alle atmosfere che lo avevano reso famoso, dopo una serie di insuccessi commerciali, e ai personaggi di poliziotti borderline, più simili a criminali senza scrupoli che ad integerrimi rappresentanti della legge. Il protagonista del film è Richard Chance, agente federale con un kink per le situazioni mortalmente pericolose, talmente drogato di adrenalina che alla fine del film mi è parso che William Petersen fosse l'emblema dell'uomo in botta da cocaina. A seguito della morte del suo collega storico per mano di Eric Masters, un falsario senza scrupoli, Chance giura di incriminare il colpevole con ogni mezzo, coinvolgendo il nuovo collega, l'integerrimo Vukovich. I metodi spregiudicati di Chance, uniti all'apparente inafferrabilità di Masters, danno vita a situazioni sempre più al limite, a un'ossessione che non guarda in faccia nessuno e si alimenta delle atmosfere di una Los Angeles che sembra un inferno di anime in pena. La città californiana diventa protagonista del film al pari degli esseri umani, facendosi specchio del cuore arido di chi ci vive; labirinto bruciato dal sole di strade infinite e pericolose, che sembrano non portare da nessuna parte, Los Angeles è un luogo dove si vive e si muore senza un perché, con una violenza e una casualità terrificanti, e dove non sembrano esistere luoghi sicuri, visto che appartamenti e locali, per non parlare di anonimi prefabbricati, sono squallidi rifugi temporanei passabili di venire violati con una spallata ben assestata.  

All'interno di questa terra di nessuno, Friedkin confeziona un paio di sequenze da slogarsi la mascella. L'iniziale parallelo tra le ambizioni artistiche del raffinato Masters e il suo lavoro principale di falsario, con tutto il processo della creazione di biglietti da 20 dollari fasulli, è un capolavoro di regia e montaggio che trasforma l'atto criminale in un lavoro di fine artigianato, come dimostra l'impasto di colori da cui parte Willem Dafoe all'inizio della scena. Non bastasse questa introduzione folgorante, Friedkin, assieme al direttore della seconda unità (un giovanissimo Robert D. Yeoman che ha sostituito, per la sequenza in questione, lo storico collaboratore di Wim Wenders, Robby Müller, dichiaratosi incapace di realizzarla), dà vita ad uno degli inseguimenti in macchina più adrenalinici e belli di sempre, partendo dagli spazi ristretti di uno scarico merci ferroviario, passando per gli immensi canaloni che fiancheggiano la ferrovia, per arrivare al momento cult della sequenza, l'ingresso contromano e la conseguente fuga di Chance e Vukovich in autostrada, che mi ha spinta a stringere gli occhi in più di un momento. Il senso costante di pericolo, il bisogno patologico di agire al di fuori della legge, fino alle estreme conseguenze, si ripropone nell'interpretazione nervosa di un William Petersen giovane e bello come il sole, catturato (talvolta spiato) dalla cinepresa di Friedkin in perenne movimento, anche durante i confronti più statici. Il costante subbuglio interiore di Chance si contrappone all'iniziale leggerezza di Vukovich, un personaggio che si carica di tinte sempre più cupe, come se il suo animo integerrimo non potesse esimersi dal venire sporcato dal marciume rimestato dal collega e rappresentato dall'Eric Masters di Willem Dafoe. Dafoe interpreta un villain perfetto, terribilmente anni '80. Rappresenta tutto ciò che di affascinante e sexy poteva esserci all'epoca e, contemporaneamente, tutto lo schifo celato dietro l'apparenza, l'orrore e la perversione spazzati sotto il tappeto dello yuppismo rampante. Mi ha richiamato alla mente anche le atmosfere di Cruising, perché nulla mi toglie dalla testa che, dietro il paio di dark ladies che si affiancano ai protagonisti, la tensione omoerotica del triangolo Chance, Vukovich e Masters è presente e palpabile... ma forse sono solo io che penso male. Sia come sia, ho aspettato 40 anni per vedere Vivere e morire a Los Angeles ma ne è valsa la pena, perché un'opera come questa è Cinema puro e semplice, imprescindibile. Se non lo avete mai visto recuperatelo, io intanto ringrazio Bruno per avermi consigliato questa gemma!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore William Friedkin ho già parlato QUI. Willem Dafoe (Eric Masters), John Pankow (John Vukovich), John Turturro (Carl Cody) e Dean Stockwell (Bob Grimes) li trovate invece ai rispettivi link.

  • William Petersen interpreta Richard Chance. Più conosciuto come Grissom della serie CSI - Scena del crimine, ha partecipato a film come Manhunter - Frammenti di un omicidio e ad altre serie quali Ai confini della realtà. Anche produttore, ha 73 anni.

CURIOSITà

Nel film compare anche il padre di Robert Downey Jr., Robert Downey, nei panni di Thomas Bateman. Gary Sinise aveva fatto l'audizione per il ruolo di Chance e, non avendola passata, ha suggerito di chiamare William Petersen. Se Vivere e morire a Los Angeles vi fosse piaciuto, recuperate Il braccio violento della legge e Cruising. ENJOY!

venerdì 28 agosto 2015

Rainbow Day - Cruising (1980)


Quest'oggi La fabbrica dei sogni compie sette anni e la padrona del blog ha chiesto alla solita cumpa di cinefili scribacchini di farle gli auguri in modo un po' speciale, ovvero parlando di un film a tematica omosessuale per ricordare quanto ancora sia diffusa l'omofobia e quanta strada si debba fare (soprattutto in Italia) perché alle coppie gay vengano giustamente riconosciuti gli stessi diritti di quelle etero. La mia scelta è caduta, più per curiosità che per effettiva conoscenza del film in questione, su Cruising, diretto e sceneggiato nel 1980 dal regista William Friedkin partendo dal romanzo omonimo di Gerald Walker.


Trama: dopo una serie di brutali delitti compiuti ai danni di alcuni omosessuali dediti a pratiche sadomaso, un poliziotto viene scelto dal suo capo per infiltrarsi all'interno di questo "microcosmo" e scovare il killer...



Sono sinceramente dispiaciuta di avere scelto Cruising come film per celebrare la diversità e l'orgoglio omosessuale, dico davvero. E non perché la pellicola di Friedkin non mi sia piaciuta, anzi, l'ho trovata molto weird ed intrigante ma c'è da mettersi le mani nei capelli per il modo in cui dipinge la scena gay "underground" del Greenwich Village e non c'è da stupirsi che il film sia stato boicottato già durante le riprese dalla comunità omosessuale. Immaginate qualsiasi stereotipo possa venirvi in mente sui gay, cominciando molto banalmente da un mix tra i video dei Village People e le scene ambientate al Blue Oyster in Scuola di polizia, aumentate brutalmente il livello di pornografia e avrete una vaga idea di quello che vi aspetterà se mai deciderete di guardare Cruising: il film infatti non lesina scene hard di ordinarie orge sotterranee tra fustacchioni dotati di baffoni a manubrio, aderentissimi pantaloni con apposite aperture ad altezza chiappe, accessori sadomaso e berrettini da poliziotto, oppure panoramiche di parchi popolati da aitanti omosessuali in modalità "cruising", ovvero pronti a cercare la scopata facile (da cui nasce il gioco di parole tra "cruising" inteso come andare in cerca di partner e "cruising" nel senso di andare di pattuglia) e sculettanti buliccetti sognatori rigorosamente scrittori, costumisti, attori, ecc. ecc. Non certo un bel modo di presentare la comunità gay ad un pubblico che l'anno seguente avrebbe cominciato a vedere ovunque l'alone violaceo del morbo dell'AIDS e scatenato una caccia all'omosessuale che, siamo sinceri, dura ancora oggi. Pensandoci a mente fredda, lo sguardo di Friedkin è impietoso e, sia a livello di sceneggiatura che di regia, ci sono pochissime occasioni in cui lo spettatore viene spinto non tanto a provare pietà ma perlomeno ad empatizzare con le vittime in particolare o con gli omosessuali in generale. Tutto viene infatti filtrato attraverso il punto di vista (dapprima naif poi sempre più allucinato e distorto) di un giovanissimo sbirro che viene costretto non solo a fare da esca per un eventuale killer ma anche a diventare "carne da macello" agli occhi di questi branchi di gay violenti ed infoiati, all'interno di ambienti talmente sordidi che la mente del protagonista viene inevitabilmente travolta ed annullata. Soltanto una volta Steve Burns prova un reale impulso di umana pietà nei confronti di un giovane omosessuale brutalizzato dalla polizia ma è solo perché, per esigenze di "copione", si mette finalmente nei panni di chi viene malmenato ed umiliato in quanto "diverso" e ciò lo porta a mettere in discussione tutto quello che gli è sembrato normale fino a poco prima, fidanzata e lavoro compresi. Un po' poco per celebrare l'orgoglio gay.


Nonostante tutto questo bailamme di stereotipi e momenti talvolta anche abbastanza trash, pare che Cruising abbia fatto storia e si sia comunque conquistato un suo spazio nell'empireo dei cult, per vari motivi. Innanzitutto, il film è basato sulla storia vera di un serial killer che negli anni settanta aveva fatto parecchie vittime tra gli omosessuali e, molto probabilmente, l'omicida era un tale Paul Bateson, che aveva partecipato a L'esorcista nei panni dell'infermiere che infila Reagan sotto la terribile macchina per la scansione cerebrale e che, di conseguenza, è stato spesso consultato da Friedkin durante la realizzazione di Cruising. Una realizzazione travagliata, come avrete capito dal tema trattato, e non solo per le giuste proteste della comunità gay: pare infatti che il regista abbia dovuto tagliare le scene più spinte onde evitare che il film venisse interamente censurato e non si sa tutt'oggi se questi quasi 40 minuti di girato siano stati (come si vocifera) distrutti oppure se ancora esistano da qualche parte, cosa di cui i fan sono convinti e che da anni li spinge a chiedere una riedizione integrale della pellicola. Come avrete capito, non faccio parte degli aficionados di Cruising e starei serena anche senza un eventuale director's cut ma non nego di avere apprezzato il cupissimo clima generale di ambiguità ed incertezza che permea l'intera vicenda, fatta di continui scambi di ruolo tra prede e predatori, di vicendevoli pregiudizi, di violenza tollerata e malcelata, di imbarazzo e di follia. Altro non aggiungerò sulla trama, perché credo che Cruising sia un film da scoprire (e da cui lasciarsi sconvolgere) a poco a poco, con un Al Pacino reduce da ruoli già iconici ed impegnato in una parte per molti versi difficilissima e logorante; sono quasi convinta che, alla fine delle riprese, gli attori coinvolti abbiano dovuto tirarsi delle gran secchiate di acqua addosso per lavare via quell'aura di "sbagliato" e corrotto che si portano addosso quasi tutti i protagonisti, salvo forse la povera ed ignara Karen Allen, la fidanzata della porta accanto costretta a stare fianco a fianco con una realtà pericolosa appena fuori dalla portata del suo campo visivo. Altro che Rainbow: la comunità gay americana non è mai stata così Black!!


Se volete continuare a celebrare La fabbrica dei sogni e il Rainbow Day potete andare a leggere i post scritti dai colleghi blogger! ENJOY!

In Central Perk
Inside the Obsidian Mirror
Non c'è paragone
Pensieri Cannibali
La fabbrica dei sogni
Delicatamente perfido
Solaris
Director's Cult
Montecristo
WhiteRussian


domenica 23 giugno 2013

L'esorcista (1973)

Il 19 giugno 1973 usciva in America L'esorcista, giustamente uno degli horror più famosi del mondo, diretto dal regista William Friedkin e tratto dall'omonimo libro di William Peter Blatty (anche sceneggiatore del film). A 40 anni di distanza, per festeggiarne l'anniversario, l'Edizione Integrale sarebbe dovuta ri-uscire al cinema, ma dalle mie parti è stata snobbata, quindi mi sono consolata il 18 giugno, guardando la pellicola in tv dopo anni di astensione.  


Trama: la piccola Regan viene posseduta da un demone. Due preti, uno vecchio e malato, l'altro giovane ma vittima di problemi personali che lo portano a mettere in dubbio la propria fede, cercheranno di esorcizzarla...


Alle elementari, quando ho cominciato ad aver sentore di un genere di film chiamato "d'orrore", le pellicole che facevano più paura anche solo per sentito dire erano naitmer (Nightmare - Dal profondo della notte), Profondo Rosso (che nelle parole di mia cugina perdeva di significato, diventando solo "il film dove il burattino andava ad uccidere la gente", pensa te come una sola sequenza possa incidere nella mente di un ragazzino!) e, ovviamente, L'esorcista. Innumerevoli leggende metropolitane volevano che chiunque avesse visto L'esorcista si fosse ritrovato poi con una nonna o un nonno in meno, inspiegabilmente morti il giorno dopo la visione; guai anche a cancellare accidentalmente la videocassetta o buttarla via per esorcizzare, appunto, questa maledizione peculiare, perché il risultato sarebbe stato il medesimo, se non peggio. "Nonno, esco, vado a vedere L'esorcista" e via, l'anziano patriarca giù a ravanarsi i maròni per scongiurar la sfiga. A dar credito alle voci il 1973 sarà stato un anno dove le morti inspiegabili di arzilli vecchietti si sprecavano!! Tutto questo per dire che L'esorcista è diventato, giustamente, un film seminale e ben impresso persino nella mente di chi si è sempre rifiutato di vederlo, un pezzo di storia cinematografica non solo di genere, un icona dell'horror e un fenomeno sociale.


Ma come mai L'esorcista è riuscito a superare i confini di tempo e genere? Alla fine, io ho avuto il coraggio di vederlo due volte e, nonostante in entrambe le occasioni non abbia dormito la notte, non ho avuto così tanta paura durante la visione. Certo, il famosissimo make-up di Regan è ancora oggi spaventoso, così come la terribile voce del demone che possiede la ragazzina, e le sequenze dell'esorcismo colpiscono sia per il loro realismo che per la tensione palpabile che si può percepire nel corso del rito... ma la durata di queste scene è trascurabilissima (9 minuti!!) se si pensa che il film, nella sua versione integrale, va avanti per due ore e non concede quasi nulla a quegli spaventi facili che vanno tanto di moda adesso. No, il bello de L'esorcista è quel suo costruire la tensione, l'ansia e l'attesa del "confronto" finale fin dalla prima sequenza, con quelle immagini girate nell'abbacinante sole del deserto, dove qualcosa di antico viene risvegliato per sempre. Sono le terribili "cure", gli osceni ed invasivi esami medici a cui viene sottoposta la piccola Regan, una roba che al confronto quella dell'esorcismo è una scena buona giusto per la Melevisione. E' quella maledetta casa a due piani, dove i domestici della famiglia MacNeil e la povera Chris subiscono la demoniaca influenza della ragazzina sempre più incontrollabile, tra morti sospette, fenomeni inspiegabili, urla e freddo infernali. E' il terribile disagio di Padre Damian, immigrato, preda del senso di colpa per la morte della madre, prete quasi per sbaglio si direbbe. E' il famosissimo score di Mike Oldfield, quell'inquietante Tubular Bells che conoscono ormai persino i bambini. E', almeno per me, il "Dio Cristo" ossessivamente ripetuto dall'atea Chris, un'imprecazione che ho udito solo nella versione italiana de L'esorcista e in nessun altro film doppiato, quasi come se la donna si fosse chiamata la sfiga da sola nominando il nome di Dio invano. E' la debolezza di Padre Merrin, fiaccato sin dall'inizio nel corpo e nello spirito, costretto a combattere una forza ben più grande di lui. E', infine, la perfezione formale e l'estremo realismo della regia di Friedkin, che non lascia nessun dettaglio al caso, arricchisce ogni visione di particolari sempre nuovi e, soprattutto, radica una storia sovrannaturale in un contesto legatissimo alla realtà. E', in poche parole, un capolavoro imperdibile, che val la pena vedere almeno una volta nella vita... con un po' di coraggio, ovvio.


Di Max Von Sydow (Padre Merrin), Jack MacGowran (Burke Dennings) e ovviamente Linda Blair (Regan MacNeil) ho già parlato ai rispettivi link.

William Friedkin è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Il braccio violento della legge (per il quale ha vinto l’Oscar come miglior regista), Vivere e morire a Los Angeles, L’albero del male, The Hunted – La preda, Bug, Killer Joe ed episodi delle serie Ai confini della realtà e CSI – Scena del crimine. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 78 anni.


Ellen Burstyn (vero nome Edna Rae Gillooly) interpreta Chris MacNeil. Americana, ha partecipato a film come Alice non abita più qui (che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista), Scherzi del cuore, Requiem for a Dream, Red Dragon, Il prescelto e a serie come Perry Mason. Anche produttrice, ha 71 anni e sei film in uscita.  


Jason Miller, ovvero l’attore che interpreta Padre Damian, ha partecipato anche a L’esorcista III come “Paziente X” (che poi se non rammento male è sempre Padre Damian senza i suoi ricordi, una roba bruttissima che rende vana l'inquietudine dell'ambiguo finale del capostipite...), mentre il regista John Boorman ha rifiutato di dirigere L’esorcista perché “troppo crudele verso i bambini”, poi però ha accettato di buon grado di realizzare L’esorcista II – L’eretico. Rimaniamo in tema di star capricciose: Audrey Hepburn era stata la prima scelta di Friedkin per quanto riguarda il ruolo di Chris MacNeil, ma l’attrice avrebbe accettato solo se il film fosse stato girato a Roma, mentre Stanley Kubrick si era offerto di girare il film a patto di poterlo anche produrre e avere il controllo sull'intera operazione. Gli studios, temendo il solito sforamento di tempi e budget, gli hanno purtroppo fatto una bella leva. Stessa cosa ha fatto l'Academy con la nomination all'Oscar come miglior attrice non protagonista per la giovane Linda Blair, che ha perso ogni chance di vincere l'ambita statuetta quando ci si è accorti che la voce del demone in realtà non era sua ma dell'attrice Mercedes McCambrige. La pellicola ha così vinto "solo" due Oscar, quello per miglior sonoro e quello per la migliore sceneggiatura non originale. Del film esistono due sequel, i già nominati L'esorcista II - L'eretico, che ha per protagonista sempre Linda Blair, e L'esorcista III. Più recentemente, sono stati inoltre girati due prequel che, se non ho capito male, sono praticamente la stessa identica storia, solo scritta e diretta in modo differente: L'Esorcista - La genesi, del 2004, l'avevo visto al cinema ed era un horroraccio spaventevole diretto da Renny Harlin mentre l'altra versione, Dominion: Prequel to the Exorcist, è stata girata nel 2005 da Paul Schrader e mi si dice sia nettamente migliore. Se L'esorcista vi fosse piaciuto recuperate quindi tutte queste pellicole e magari aggiungeteci Il presagio, Rosemary's Baby, Stigmata e The Amityville Horror. ENJOY!!

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