lunedì 18 novembre 2013

Get Babol! #86

Buon lunedì a tutti! Questa settimana in America si palesano all'orizzonte poche uscite e poco interessanti, tanto che il sito GetGlue mi ha consigliato solo un film... e che film! (ironia, ironia) ENJOY!

Hunger Games: Catching Fire
Di Francis Lawrence
Con Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Liam Hemsworth 
Trama (da Imdb): Katniss Everdeen e Peeta Mellark diventano i bersagli di Capitol City dopo che la loro vittoria ai 74esimi Hunger Game si è trasformata in una scintilla di ribellione in tutti i distretti di Panem.

Il sito lo consiglia perché mi sono piaciuti Cappuccetto rosso sangue, Il cacciatore di giganti e Battle Royale. Peccato però che Hunger Games, a parte l'inizio gradevole ed interessante, non mi avesse entusiasmata per nulla e che anche il primo libro della saga si sia rivelato un mattonetto di banalità. La lettura del secondo sta andando un po' meglio, giusto per la presenza di un paio di personaggi ben caratterizzati, tra i quali non rientra ahimé la tanto amata Katniss/Jennifer Lawrence, ma bene o male riprende le stesse situazioni del primo capitolo aumentando la sensazione di "pericolo incombente" quindi nulla di nuovo sul fronte occidentale. Se andrò a vedere La ragazza di fuoco quando uscirà la settimana prossima sarà quasi solo per la  curiosità scatenata dall'improbabile presenza di Philip Seymour Hoffman... però, cari realizzatori, pietà! Perché la durata di 'sta meenchiata deve superare le due ore? Volete che muoro???
La mia reazione davanti al personaggio di Katniss...!

domenica 17 novembre 2013

Machete Kills (2013)

Mercoledì la Bolla è andata a vedere Machete Kills. Quel film girato da Robert Rodriguez. La Bolla ora scrive, voi leggete.


Trama: Machete viene chiamato dal presidente degli Stati Uniti per impedire che la nazione venga colpita dai missili del pericolosissimo ribelle pazzo Mendez. Ovviamente sotto c'è molto più di quel che appare...


Alla Bolla Machete Kills è piaciuto. L'ha fatta tanto ridere, più del primo. C'è tanto tanto trash inutile ed ingiustificato, proprio l'ideale per non pensare. E infatti la Bolla non pensa. La Bolla accetta e ride. La Bolla va in brodo di giuggiole davanti a quella tamarra di Lady Gaga, a Mel Gibson chiaroveggente che prende in giro il suo ruolo di profeta dei poveri, a quel Carlo Estevez che compare per la prima volta sullo schermo, al ritorno di Tom Savini, al Camaleonte e a Banderas che gli mancava solo la gallina Rosita poi era a posto per sempre.


La Bolla ride davanti alla copulata in treddì, alle innumerevoli citazioni ignoranti di Guerre Stellari, della fantascienza maffa anni '80, di tutti i film di Rodriguez e di alcuni del buon Tarantino. La Bolla ride del fatto che Nicotero e Berger si sono bevuti il cervello realizzando effetti speciali da cartoleria o del fatto che il missile "puff" si sgonfia e sciabatta nell'acqua come una pietra tirata da un bambino mollo. La Bolla piange commossa davanti a quel finto trailer di Machete Kills Again... In Space, lo vorrebbe guardare adesso, subito. Perché Danny Trejo vestito come Big Jim astronauta e l'uomo con la maschera di ferro (Di Caprio? DaVero????) varrebbero da soli il prezzo del biglietto.


La Bolla ama Machete. Perché Machete vuole bene a tutti (mavaffanculo). E certo, pulin, pare proprio tenero come un Minipony. Perché anche se Danny Trejo ha una sola espressione (quella incazzata, ovviamente), fulmina i nemici, decapita, sventra, corre rigido come una foca sul Pack, fa implodere i nemici, veste da zamarro, parla in terza persona come Giulio Cesare e avrà sì e no tre minuti di dialogo in tutto il film si vede che è un tenerone. Però sentire Voz accusare  Machete di essere dotato di mezzo cervello ha fatto male alla Bolla. Così la Bolla si è adeguata. Perché Machete capita. Machete non twitta. Machete non saprebbe usare Blogger. Quindi la Bolla ha scritto l'unica recensione che Machete riuscirebbe a capir... ehm... avrebbe voglia di leggere. Stacce ™.


Del regista e co-sceneggiatore Robert Rodriguez ho già parlato qui. Danny Trejo (Machete), Mel Gibson (Voz), Michelle Rodriguez (Luz), Amber Heard (Miss San Antonio), Charlie Sheen (o, meglio, Carlos Estevez, nei panni del presidente), Antonio Banderas (El Camaleón 4), Walton Goggins (El Camaleón 1), Vanessa Hudgens (Cereza), Alexa Vega (Killjoy), Tom Savini (Osiris Amanapur), William Sadler (Sceriffo Doakes) e Jessica Alba (Sartana) ho già parlato ai rispettivi link.

Demian Bichir (vero nome Demián Bichir Nájera) interpreta Mendez. Messicano, ha partecipato a film come Che – L’argentino, Che – Guerriglia, Le belve, Corpi da reato e a serie come Weeds. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita. 


Cuba Gooding Jr. interpreta El Camaleón 2. Americano, lo ricordo per film come Il principe cerca moglie, Codice d’onore, Cuba Libre – La notte del giudizio, Virus letale, Jerry Maguire (Oscar come miglior attore non protagonista), Qualcosa è cambiato, Al di là dei sogni, Instinct – Istinto primordiale, Pearl Harbor, Rat Race e Zoolander; inoltre, ha partecipato alla serie MacGyver e doppiato Mucche alla riscossa. Anche produttore, ha 45 anni e due film in uscita.


Nel film, come ho già accennato nel post, compare anche la cantante Lady Gaga nei panni di La Camaleón, ma non solo: tra le altre guest stare segnalo Sofia Vergara (Desdemona), il "VanDamme" cileno Marko Zaror (Zaror) e le immancabili sorelle Electra ed Elise Avellan in versione sexy infermiere. E adesso arriva la nota dolente, ovvero scoprire quale attrice famosissima e già molto vituperata dalla sottoscritta ai tempi di Dawson's Creek non è stata al gioco e verrà per questo ri-bollata di infamia perpetua: Michelle Williams ha rifiutato il ruolo di Miss San Antonio. Cacca su di lei. E cacca anche su Rodriguez se non dirigerà il promesso Machete Kills Again... In Space! Nell'attesa, se Machete Kills vi fosse piaciuto recuperate Machete e aggiungete Desperado, Grindhouse - Planet Terror, I mercenari e I mercenari 2. ENJOY!

venerdì 15 novembre 2013

Prisoners (2013)

Dopo qualche settimana di assenza dalle sale è giunto il momento di fare doppietta. Nel weekend spero di riuscire a parlare di Machete Kills mentre oggi vi beccate qualche pensiero sparso su Prisoners, diretto dal regista Denis Villeneuve.


Trama: il giorno del ringraziamento Anna ed Eliza, due bimbette di sei e sette anni, scompaiono, presumibilmente rapite. Il primo ed unico indiziato è Alex, un ragazzo con palesi problemi psichici. Incapace di rispondere alle domande della polizia il ragazzo viene rilasciato per mancanza di prove ma Keller, padre di Anna, non crede alla sua innocenza e lo rinchiude in un edificio abbandonato per estorcergli una confessione..


Questo 2013 cinematografico sta regalando un sacco di sorprese positive. Nonostante fosse privo di un battage pubblicitario che, molto probabilmente, avrebbe accompagnato l'opera di qualsiasi altro regista di "genere" ben più famoso, Prisoners rischia infatti di vincere il primo premio come miglior thriller dell'anno, forse perché la pellicola di Denis Villeneuve, ironicamente, non può venire "imprigionata" in una semplice definizione. Sotto la superficie dell'angosciante, spesso frustrante ricerca del rapitore di due bambine, delle indagini del detective Loki, della violenza di un padre disperato ai danni di un presunto colpevole c'è un'umanità tristissima e fatta di Prigionieri non solo fisici, sbatacchiati qua e là da una realtà orribile e, purtroppo, mai chiaramente definibile né facile da comprendere. Keller, padre disperato, è prigioniero delle proprie cieche convinzioni e delle aspettative della moglie, di un passato di alcoolista e di un'infanzia orribile; il detective Loki è prigioniero del suo terrore di fallire e causare conseguentemente dolore alle famiglie delle vittime, cosa che lo costringe ad innalzare un muro tra lui e loro; tutti gli altri personaggi sono prigionieri del dolore, della pazzia, di ferite talmente profonde da condizionare la loro esistenza e alimentare un circolo vizioso potenzialmente infinito dal quale nessuno potrà uscire vincitore e dove il confine tra bene e male cessa di esistere.


Prisoners è un film angosciante che supera nettamente molti altri thriller anche e soprattutto per la mancanza di quella fede salda ed incrollabile, tipicamente americana, verso la mentalità da vigilantes o di un'apologia del padre di famiglia che, attraverso il dolore, diventa eroe. Qui non esiste redenzione, non esiste catarsi, non esiste neppure un personaggio dotato di qualità fuori dal comune perché all'inizio, vedendo il modo in cui un Hugh Jackman fuori di sé si approccia al detective Jake Gyllenhaal, mi è venuto da pensare che mio padre reagirebbe allo stesso modo: sopraffatto dal dolore, incapace di ragionare o di capire la mentalità poliziesca continuerebbe comunque a dire "mia figlia è stata rapita, è stato lui, lo so che è stato lui e quindi perché lo avete rilasciato? No, non ci siamo capiti, non me ne frega niente se non ha parlato. Le ho detto che è stato lui quindi è così e basta." Allo stesso modo, il detective è un'altra figura assolutamente realistica perché, se ci fate caso, dalla sua ha sì una testardaggine incredibile, ma è indisciplinato, bizzoso e violento e tutto quello che scopre, alla fin fine, lo scopre più per fortuna che per abilità. Il che è un po' paradossale perché, nonostante vari twist della trama, gli indizi ci sono e non sono difficili da seguire o da comprendere per lo spettatore comodamente seduto in poltrona. Ma, come ho detto, l'elemento thriller è solo una scusante per indagare l'animo umano e, in questo, Prisoners da veramente il meglio.


Merito, ovviamente, di un gruppetto di attori fantastici, sui quali spiccano Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, due grandissimi professionisti che si palleggiano il premio per la migliore interpretazione nel corso dell'intera durata del film ma ci sono anche le prove misurate ed efficaci di Viola Davis e Terrence Howard, quella convincentissima di Melissa Leo e la rivelazione dell'inquietantissimo, pietoso Paul Dano, in grado di provocare nello spettatore una miriade di sensazioni contrastanti. Per quanto riguarda la regia, Villeneuve utilizza un punto di vista distaccato ma limitato, nel senso che lo spettatore non viene portato a conoscenza di nessun dettaglio in più rispetto ai protagonisti, i quali spesso vengono ripresi dall'interno di un auto come se il regista volesse mostrarceli senza venire coinvolto nella vicenda, offrendoci così la possibilità di osservare con occhio imparziale e oggettivo. A dire il vero, per impostazione tecnica Prisoners mi ha ricordato tantissimo Mystic River, che viene spesso richiamato anche per quanto riguarda i temi trattati; siccome adoro quel particolare film di Clint Eastwood, non posso fare altro quindi che consigliare la pellicola di Villeneuve a tutti gli amanti del buon cinema. Astenersi genitori ansiosi, ovviamente.


Di Hugh Jackman (Keller Dover), Jake Gyllenhaal (Detective Loki), Viola Davis (Nancy Birch), Maria Bello (Grace Dover), Terrence Howard (Franklin Birch), Melissa Leo (Holly Jones) e Len Cariou (Padre Patrick Dunn) ho già parlato ai rispettivi link.

Denis Villeneuve è il regista della pellicola. Canadese, ha diretto film come Polytechnique e La donna che canta. Anche sceneggiatore e attore, ha 46 anni.


Paul Dano interpreta Alex Jones. Americano, ha partecipato a film come Identità violate, Little Miss Sunshine, Cowboys & Aliens, Ruby Sparks, Looper – In fuga dal passato e alla serie I Soprano. Anche produttore, ha 29 anni e due film in uscita.


Hugh Jackman (che, ironia della sorte, era stato chiamato ad interpretare il ruolo di padre disperato anche per Amabili resti) è tornato all’ovile dopo aver abbandonato il progetto, quando a dirigerlo avrebbe dovuto ancora essere Antoine Fuqua. Anche Bryan Singer è stato tra i registi papabili e sotto di lui avrebbero dovuto recitare Mark Wahlberg e Christian Bale nei ruoli principali, ma anche questo progetto è venuto meno. Dopo queste curiosità, i soliti consigli: se Prisoners vi è piaciuto procuratevi Il silenzio degli innocenti e il già citato Amabili resti. ENJOY!

giovedì 14 novembre 2013

(Gio)WE, Bolla! del 14/11/2013

Buon giovedì a tutti! La settimana cinematografica che, in tutta Italia, ha calato un paio di assi mica da ridere (Venere in pelliccia di Polanski ma anche The Canyons, sicuramente trashissimo ma scritto da Bret Easton Ellis), si riconferma nella mia città come una delle più loffie, scionche e maffe EVAH. Mi preparo ad una settimana casalinga di recuperi e vi invito a vedere quale scempio può causare una mala distribuzione... ENJOY!

Stai lontana da me
Reazione a caldo: e anche da me..
Bolla, rifletti: ma potrei mai andare a vedere un film che ha per protagonisti Enrico Brignano e Ambra Angiolini? Ovviamente no, se volevo una roba raffazzonata rimaneva a casa a guardare le ficscion. Peccato però, perché la storia di un uomo che porta sistematicamente sfiga a tutte le donne che incontra mi sembrava anche simpatica.


Jobs
Reazione a caldo: ma chisseneimpipa, e mi scusi.
Bolla, rifletti: Grand’uomo del nostro tempo Jobs. Ma non sono interessata a guardare la sua biografia cinematografica. Ulteriori riflessioni le trovate QUI.


L’ultima ruota del carro
Reazione a caldo: questa settimana solo cinema italiano, eh…
Bolla, rifletti: per fortuna, L’ultima ruota del carro parrebbe meno peggio di Stai lontana da me. Sarà per l’ambientazione vintage, sarà per la presenza di Sergio Rubini che mi piace sempre tanto… chissà. L’unico problema è che, coprendo un timespan che va dagli anni ’70 ad oggi, il film rischia di essere l’ennesimo sguardo superficiale su un’italietta che esiste solo al cinema, appunto.

Il cinema d’élite invece propone, col solito ritardo, l’unico film italiano che avrei voglia di vedere..


Zoran, il mio nipote scemo
Reazione a caldo: avessero dato QUESTO al multisala…
Bolla, rifletti: commedia scorretta ad alto tasso etilico caricata interamente sulle enormi spalle di un bravissimo Giuseppe Battiston, questo Zoran, il mio nipote scemo poteva essere la ventata di aria fresca, per quanto avvinazzata, che avrebbe svoltato una settimana piattissima. Recupererò il prima possibile, giuro!

mercoledì 13 novembre 2013

Wolf Children (2012)

Stasera, nelle fortunate sale di buona parte d'Italia, dovrebbe venire proiettato grazie alla Nexo l'anime Wolf Children (おおかみこどもの雨と雪 -  Ōkami Kodomo no Ame to Yuki), diretto nel 2012 dal regista Mamoru Hosoda. Poiché, ovviamente, il multisala della mia città non ha aderito all'iniziativa, mi sono dovuta arrangiare e per fortuna, o mi sarei persa un capolavoro dell'animazione nipponica (raccomandato anche da Muze, tra l'altro!).


Trama: Hana è una semplice studentessa che, un giorno, si innamora, ricambiata, di un misterioso ragazzo. Dalla loro unione nascono Yuki e Ame, due bimbi che, come il padre, sono sia umani che lupi. Rimasta sola dopo la morte dell'amato, Hana si trova nella difficile condizione di dover crescere due figli di cui non comprende appieno la natura...


Guardando Wolf Children mi è venuto in mente il mio viaggio in Giappone. Soprattutto, mi è venuta in mente un’inquietante pubblicità che passava nella Metro: in essa, si vedeva una ragazza che, d’un tratto, decideva di non scendere alla fermata stabilita ma di seguire un uomo sconosciuto e, praticamente, fare quello che faceva lui (che poi, molto banalmente, era andare a bersi una birra in un Izakaya). La pubblicità si concludeva con l’invito ad espandere i propri orizzonti e ad usare la Metro per dare un po’ di brio alla propria vita e io, guardandola, mi sono sentita vincere da una tristezza tale che mi sarei buttata sotto il primo treno. Purtroppo, da quel poco che mi è parso di capire, la vita del giapponese medio, del salaryman se vogliamo, è proprio questa: una vita fatta di routine, governata da regole ferree, dove i rapporti umani sono scarsi, praticamente inesistenti, e persino pranzare o cenare diventano più delle fastidiose azioni di sostentamento da portare a termine il più rapidamente possibile piuttosto che un’occasione di convivio. E voi ora direte, ma cosa c’entra tutto questo con la storia di due bambini lupo? C’entra perché, come nella migliore tradizione Miyazakiana, in Wolf Children si toccano argomenti come la solitudine, la libertà, il contrasto tra una città opprimente e una campagna che offre la possibilità di vivere in una dimensione più umana, tra le regole imposte e l’opportunità di sovvertirle trovando così il proprio cammino e, soprattutto, riscoprendo un’innocenza e una semplicità perdute nella grande metropoli.


Wolf Children è sì una favola, ma in essa si può tranquillamente leggere una pungente critica verso la società moderna, dove il debole viene condannato all’emarginazione e alla solitudine e solo chi riesce ad adattarsi, affrontare le proprie paure e cambiare può sperare di trovare il proprio posto nel mondo. Il destino di Hana e dei suoi due figli, Yuki e Ame, si compie quindi in maniera graduale ed asseconda naturalmente la personalità dei tre protagonisti, che vengono fatti maturare e diventare consapevoli dei loro desideri, delle loro priorità e, soprattutto, della loro vera natura, così come accade nella vita reale, in maniera per nulla scontata (emblematica, in questo, la seconda parte della pellicola) e, soprattutto, senza che nessuna delle loro scelte venga giudicata come buona o cattiva. La loro evoluzione ci viene mostrata semplicemente, mettendo i personaggi di fronte ai problemi della vita di tutti i giorni, come le malattie dei piccoli, la necessità di guadagnarsi da vivere, il bisogno di avere un’istruzione e di farsi degli amici o, magari, trovare l’amore; questi eventi comuni o i piccoli gesti di vita quotidiana vengono complicati dalla natura lupesca dei bambini ed è divertente e commovente vedere la forte e dolce Hana impegnarsi per capire i suoi strani figli così da poterli crescere al meglio ed aiutarli ad integrarsi in una società che, da sempre, considera il lupo come un crudele predatore da cacciare o lo dipinge come il "cattivo" della storia. I protagonisti, come avrete capito, sono tratteggiati in maniera così perfetta da sembrare vivi e reali e sono circondati da figure altrettanto tridimensionali, persone che chiunque di noi potrebbe incontrare nella vita di tutti i giorni e che, in qualche modo, influenzano il nostro modo di essere e di porci nei confronti del prossimo.


Alla storia apparentemente "banale" ma molto complessa e profonda di Wolf Children si accompagnano un character design di una delicatezza incredibile (e incredibilmente acuto per quel che riguarda l'antropomorfismo o meno dei lupi) e un'animazione semplice ma comunque d'impatto, fatta di lunghe, silenziose sequenze "casalinghe" e molto intime che si mescolano a frenetici momenti dove sono la vivacità dei bambini e la forza della Natura a farla da padrone, soprattutto per quel che riguarda prati fioriti (Hana), pioggia (Ame) e neve (Yuki). Il tutto è impreziosito da una colonna sonora che accompagna alla perfezione ogni momento e si conclude nei titoli di coda con la struggente Okaasan no uta (La canzone della madre), il modo ideale per trattenere nell'animo e lasciar riverberare a lungo tutta la potenza del commovente finale. Insomma, non esagero nel definire Wolf Children un capolavoro che poco ha da invidiare alle migliori pellicole dello Studio Ghibli e che potrebbe tranquillamente diventare una delle punte di diamante in un'eventuale collezione dedicata all'animazione nipponica; se, come me, non avete avuto occasione di vederlo al cinema, recuperatelo in ogni modo possibile e preparatevi ad emozionarvi, meravigliarvi e piangere a dirotto con ogni fotogramma di questo splendido anime.

Mamoru Hosoda è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Digimon - Il film, One piece - L'isola segreta del barone Omatsuri, La ragazza che saltava nel tempo e Summer Wars oltre a episodi delle serie Digimon. Ha 46 anni.


Se Wolf Children vi è piaciuto, non perdete capolavori come Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, Princess Mononoke e Ponyo sulla scogliera. ENJOY!

martedì 12 novembre 2013

Lupin III - Il castello di Cagliostro (1979)

Come promesso, piano piano recensirò tutte le pellicole, gli OAV e i film TV dedicati a Lupin III. Oggi tocca a un altro capolavoro, Il castello di Cagliostro (ルパン三世カリオストロの城, - Rupan Sansei - Kariosutoro no shiro), diretto nel 1979 da Hayao Miyazaki.


Trama: Lupin e compagnia arrivano nel regno di Cagliostro, famoso per la produzione di banconote false. Lì fanno la conoscenza di Clarice, tenuta prigioniera da un malvagio Conte...


E' passato poco più di un mese dalla recensione di La pietra della saggezza, che avevo decretato come il miglior film dedicato a Lupin, e già mi devo ricredere su tutto quello che avevo scritto nei commenti: Il castello di Cagliostro è un capolavoro, un mirabile esempio di come l'arte possa coniugarsi con una produzione seriale e dar vita a qualcosa di semplicemente unico. Sicuramente, incarna il punto di svolta del personaggio Lupin che, fino ad allora, sia nei manga che nell'anime era stato dipinto come un donnaiolo impenitente, scaltro ma spesso crudele, egoista ed infantile; con l'interpretazione di Miyazaki il ladro gentiluomo diventa un avventuriero affascinante e dal cuore fondamentalmente buono, intraprendendo quella nuova strada che avrebbe reso fruibile le sue avventure anche da un pubblico di ragazzini e che, purtroppo, sarebbe coincisa anche con prodotti più scadenti e dalle storie ripetitive. Non è ovviamente il caso di questo Il castello di Cagliostro, uno dei migliori film d'avventura mai girati, giusto per parafrasare le parole di Spielberg. Si potrebbe quindi dire che La pietra della saggezza è il trionfo della vecchia natura di Lupin, Il castello di Cagliostro di quella nuova.


Con Il castello di Cagliostro, Miyazaki Sensei butta praticamente alle ortiche tutto quanto fatto prima di allora e dirige un suo personalissimo film infarcendolo di tutte le sue passioni, come l'amore per l'Italia, racchiuso in quella striminzita Cinquecento che diventa il mezzo dell'esaltante inseguimento iniziale, il trionfo della Storia e della Natura sulla gretta avidità umana, la capacità di un cuore gentile di domare anche la più feroce delle bestie e, sopratutto, il gusto di creare dei velivoli riconoscibili tra mille, come il buffo aeroplano del Conte, teatro di vertiginose sequenze aeree accentuate anche dalla peculiare architettura del Castello del titolo. In mezzo a tutti questi stravolgimenti, tuttavia, Miyazaki dimostra la sua genialità anche nel dare una dimensione più vera e coerente ai personaggi creati da Monkey Punch: da fan di Jigen, ho ovviamente adorato il modo in cui il sensei riesca, senza utilizzare dialoghi ma solo mostrando gesti e momenti condivisi per la maggior parte nei titoli di testa, a rendere alla perfezione il rapporto di confidenza e amicizia esistente tra il pistolero e il ladro gentiluomo, ma non c'è solo questo ovviamente. Fujiko viene finalmente mostrata come una cazzutissima avventuriera in grado di combattere e non solo di mostrare le enormi tette, Zenigata è un integerrimo poliziotto rispettato dai suoi sottoposti e non solo un vecchio isterico dotato di una sfiga apocalittica e Goemon, infine, è tradizionalmente giapponese come non mai. Anche il personaggio di Clarice, creato per l'occasione, incarna l'eroina miyazakiana forte e femminile e non si limita ad essere un'aggiunta per favorire nuove dinamiche all'interno del cast, ma riesce a scavarsi un posticino nel cuore e nei ricordi dello spettatore proprio grazie alla sua tridimensionalità.


La regia e l'animazione de Il castello di Cagliostro, infine, risultano ancora oggi curatissime e straordinarie, soprattutto se si pensa che Miyazaki, qui al suo primo lungometraggio, era subentrato all'ultimo minuto e aveva avuto pochissimo tempo per portare a termine il lavoro. Tra inseguimenti in macchina, voli, combattimenti, un'infinità di scene corali e momenti più tranquilli e, a tratti, persino poetici, Il castello di Cagliostro non perde nemmeno un secondo di ritmo e si segue piacevolmente fino alla fine, mentre alcune immagini rimangono inevitabilmente nel cuore, come i paracadute che si stagliano contro il cielo come petali o la rivelazione finale relativa al tesoro di Cagliostro. Altro punto a favore della pellicola è quello di essere, a mio avviso, perfettamente fruibile sia dai fan di Lupin, sia da chi non ha mai sentito parlare dell'anime o del manga sia, a quel che mi è dato capire, dagli appassionati del "vero" Lupin, quello creato da Maurice LeBlanc, perché Il castello di Cagliostro riprende parecchi elementi dai romanzi originali, come Arsène Lupin e la contessa di Cagliostro o La signorina dagli occhi verdi. Quindi, recuperatelo appena possibile perché qui parliamo di un vero capolavoro del genere!


Del regista e co-sceneggiatore Hayao Miyazaki ho già parlato qui. Dopo Il castello di Cagliostro, Miyazaki Sensei, con lo pseudonimo di Tereki Tsutomu, si è cimentato nella regia di un paio di episodi della lunghissima seconda serie di Lupin (quella dove il ladro gentiluomo indossa la giacca rossa, per intenderci), nella fattispecie Albatros, le ali della morte e I ladri amano la pace, due chicche che dovreste poter reperire facilmente su Youtube. Inoltre, se vi è piaciuto Il castello di Cagliostro, guardate anche La cospirazione dei Fuma e La pietra della saggezza. ENJOY!

lunedì 11 novembre 2013

Get Babol! #85

Buon lunedì a tutti! Le poche uscite USA, perlomeno quelle consigliate dal sito GetGlue, si preannunciano molto interessanti e sfoderano sia storie avvincenti che grandi attori. Andiamo a vedere nel dettaglio e... ENJOY!

Nebraska
Di Alexander Payne
Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb
Trama (da Imdb): Un uomo anziano ed alcoolizzato va dal Montana al Nebraska col figlio per ritirare un premio milionario.

Il sito lo consiglia perché mi sono piaciuti Lost in Translation e Il grande Lebowski. Il fascino del bianco e nero sembra non smettere di richiamare registi e sceneggiatori ma questo Nebraska, a cui avevo già accennato brevemente nel post dedicato al festival di Cannes di quest'anno (Bruce Dern ha vinto il premio come miglior attore), mi sembra più vicino al classico cinema "duro e puro" americano piuttosto che a The Artist o L'uomo che non c'era. Un solido racconto di formazione, grandi attori, una fotografia dell'America rurale e bifolca: cosa si potrebbe chiedere di più? La risposta a questa domanda, almeno in Italia, potremo averla il 23 gennaio.

Charlie Countryman
Di Fredrik Bond
Con Shia LaBeouf, Evan Rachel Wood, Mads Mikkelsen
Trama (da Imdb): Un ragazzo si innamora di una donna già "promessa" ad un violento criminale.

Il sito lo consiglia perché mi sono piaciuti Drive, A History of Violence e Millenium - Uomini che odiano le donne. Basterebbe solo la presenza del mio adorato Rupert Grint per farmi venire voglia di guardare questo film, ma la verità è che il trailer mi ha ricordato parecchio uno dei miei film preferiti, True Romance, e Mads Mikkelsen (che di solito mi dice proprio poco) nei panni del boss violento mi ha portata ad un accesso di salivazione. La pellicola non è stata accolta benissimo dai critici, ma chissenefrega, l'importante è che mi ispiri. Purtroppo non c'è ancora traccia di un'eventuale distribuzione italiana.



Se vuoi condividere l'articolo