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martedì 10 settembre 2024

MaXXXine (2024)

Finalmente. Quando ormai non ci speravo più, anch'io sono riuscita ad andare al cinema e vedere MaXXXine, diretto e sceneggiato dal regista Ti West.


Trama: anni dopo la terribile esperienza in Texas, Maxine Minx, sempre decisa a diventare una stella del cinema, ottiene una parte in un film horror. Qualcuno, però, è sulle sue tracce, pronto a rivangare il suo passato...


Ti West
ha concluso la sua trilogia, il suo progetto più ambizioso. Per quanto avessi adorato, all'epoca, X, mentirei se dicessi che avrei scommesso anche solo un'euro sulla riuscita dell'operazione. Credevo, erroneamente, che non si potesse fare meglio di così. Invece, il regista ci ha prima stupito con un racconto di frustrazioni e speranze tanto potente da farci provare pietà per quella che, a rigor di logica, avrebbe dovuto essere solo una disgustosa e rancorosa matta, infine ha concluso il percorso del personaggio Maxine Minx, inserendolo in un discorso più ampio legato al cinema di genere e alla società americana, senza una sola sbavatura. Maxine ha cominciato, in X, come potenziale stellina dell'hard dotata del "fattore X", quel qualcosa in grado di bucare lo schermo, riconducibile ad una cazzimma e una durezza interiore nate dalla ferma volontà di sfondare, a qualunque costo; in parallelo, West raccontava un'America ipocrita, che rinnegava in pubblico la fame di libertà sessuale stigmatizzando un'industria del porno mai stata così fiorente, e rivendicava la dignità di chi in quell'industria lavorava o creava legami familiari. Con MaXXXine, arriviamo agli anni '80 in cui le speranze di ricchezza e di progresso si scontravano con un clima di puro terrore, alimentato da un'amministrazione durissima e bigotta, pronta a creare nemici mediatici per ciò che più contava davvero, riassumibile con Patria, mamma, torta di mele. Negli anni del Satanic Panic e delle proteste contro horror, pornografia e persino giochi di ruolo, la realtà abilmente nascosta sotto il tappeto dell'ipocrisia puritana era fatta di squallidi localini a luci rosse, serial killer e quant'altro e questa sensazione di pericolo e "sporco" tangibile viene resa da Ti West ogni volta che Maxine esce di casa per andare a lavorare. Quanto alla protagonista, il tempo passato e il mancato successo non l'hanno resa meno determinata, anzi; ben consapevole della realtà che la circonda, dov'è un attimo venire uccise da un pazzo e dimenticate in un angolo di strada, Maxine è ben decisa a non lasciare che nulla disturbi la sua paziente ricerca di un'occasione giusta, e finalmente quest'ultima arriva con un ruolo all'interno di un film horror. L'amore di Ti West per la sua protagonista e per l'industria cinematografica è tangibile. La regista del film "La puritana II", le maestranze e il set diventano per Maxine l'unico punto fermo di un'esistenza minacciata da un caotico passato, e ogni azione "altruista" intrapresa da un personaggio al quale importa solo di se stesso (e, nonostante questo, impossibile da odiare) nasce proprio dal desiderio di non perdere in primis questo porto sicuro, oltre alla ovvia possibilità di diventare una star, finalmente. Di vivere la vita che Maxine merita.


Ovviamente, per raggiungere l'happy end, sempre che qualcosa di simile esista, Maxine dovrà passare per un'ordalia di morte e follia. Sono tanti i modelli a cui guarda Ti West, purtroppo per la sottoscritta è passato tuttavia tanto tempo da quando quegli stessi modelli mi sono passati sotto agli occhi. Perdonatemi, dunque, se non citerò Fulci e il suo Lo squartatore di New York, bensì i padri del Giallo all'italiana come Bava e Argento, "genitori" di killer senza volto e con le mani guantate, in grado di trasudare odio e perversione nonostante siano privi di un sembiante riconoscibile. Ma più del killer e del gusto di Ti West per delle morti ancora più splatter che nei film precedenti, mi ha colpita il modo in cui sono state rappresentate le sordide strade di una Los Angeles priva di patina nostalgica o glamour, con uno stile che mi ha ricordato moltissimo Cruising di Friedkin (anche se lì l'azione si svolgeva a New York); la fotografia di MaXXXine, fatta principalmente di ombre e cupe luci al neon, enfatizza ancora più la sensazione di pericolo imminente, di una città caotica e corrotta, dove gioventù e bellezza sopravvivono poco e male. Quanto a Mia Goth, sarebbe un delitto non parlarne. Mi riservo di farlo con più competenza quando avrò rivisto il film in lingua originale, perché al momento ho apprezzato maggiormente la sua interpretazione in Pearl, ma ormai direi che l'attrice ha centrato in pieno il personaggio titolare, portando a termine il non facile compito di spingere lo spettatore a fare il tifo per una "macchina da guerra" egoista e dalla morale ambigua. Anzi, sul finale a me è salito persino il magone per l'amarezza dello sguardo e delle espressioni di Mia Goth, specchio di un futuro incerto, sempre appeso a un filo, anche quando le cose parrebbero essersi risolte per il meglio (non ha aiutato la presenza, sui titoli di coda, della canzone Bette Davis Eyes, che mi spezza il cuore dal 2015). Il resto del cast non è meno interessante. Su tutti, ho apprezzato tantissimo l'inedito Kevin Bacon in versione detective laido e anche Elizabeth Debicki, con la sua algida eleganza, è perfetta come mentore di Maxine e motivatrice in grado di riportare il personaggio sulla "retta" via verso il successo. Sono sicura che MaXXXine meriterebbe ulteriori approfondimenti ma, come nel caso di Pearl, è un film che riuscirei a capire ed apprezzare di più a una seconda visione, quindi per ora mi fermo qui, ringraziando Ti West e Mia Goth per il bellissimo viaggio e per una delle trilogie migliori degli ultimi anni... nell'attesa che ci siano altre storie da raccontare!


Del regista e sceneggiatore Ti West ho già parlato QUI. Mia Goth (Maxine Minx), Elizabeth Debicki (Elizabeth Bender), Giancarlo Esposito (Teddy Night), Kevin Bacon (John Labat), Michelle Monaghan (Detective Williams), Bobby Cannavale (Detective Torres), Larry Fessenden (Guardia), e Lily Collins (Molly Bennett) li trovate invece ai rispettivi link. 

Sophie Thatcher interpreta la FX artist. Americana, ha partecipato a film come The Boogeyman e a serie quali The Exorcist e Yellowjackets. Anche produttrice, ha 24 anni e un film in uscita, Heretic.



Se MaXXXine vi fosse piaciuto, recuperate X - A Sexy Horror Story e Pearl. ENJOY!

martedì 21 maggio 2024

Abigail (2024)

Prima di partire per la Borgogna sono corsa al cinema a vedere Abigail, diretto dai registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett.


Trama: una squadra di malviventi assortiti viene incaricata di rapire una ragazzina per una cifra spropositata. Purtroppo per loro, la piccola Abigail non è indifesa come sembra...


Abigail
è una deliziosa, piccola chicca che mi aveva attirata già dal trailer, per una volta affatto ingannevole, anzi, sincero relativamente a ciò che è la natura del film: tanto divertimento, tanto splatter, qualche brivido. In più, e questo è un valore aggiunto per me, coniuga due delle cose che più amo vedere al cinema, ovvero gli heist movies con un cast molto affiatato e, ovviamente, i vampiri. Abigail comincia, infatti, come il più classico esponente della prima categoria di film che ho citato: una banda di persone che non si conoscono tra loro, ed usano nomi falsi nel caso venissero colti in flagrante, devono fare un colpo. Ci vengono risparmiate le fasi organizzative, la vicenda comincia già all'ingresso della magione dove la banda dovrà rapire una ragazzina, e una rapida carrellata (alla quale si aggiungerà, più avanti, un simpatico "gioco" che consente allo spettatore di approfondire maggiormente le personalità dei singoli membri) ci mostra le abilità di ognuno dei rapitori. E' un'introduzione rapida e divertente, perché la ciccia vera consiste nell'arrivo dei protagonisti all'interno di una splendida villa ove dovranno passare la notte con la ragazzina rapita, nell'attesa che arrivino i soldi del riscatto. Lì dentro l'atmosfera da heist movie dura il tempo di un battito di ciglia, prima che entri a gamba tesa l'elemento gotico, veicolato da scenografie a dir poco splendide, zeppe di dettagli rivelatori (e di un omaggio artistico a Finché morte non ci separi, che ha più di un elemento in comune con Abigail), e quello horror tout court, quando la ragazzina si rivela un vampiro famelico che ama giocare con le sue prede prima di divorarle in un sol boccone. Abigail è "tutto qui". Non c'è la satira sociale di Finché morte non ci separi e i personaggi sono incasellabili, come ironicamente sottolineato a un certo punto, all'interno di cliché abbastanza banali, quindi tutto il film si gioca su un canovaccio vecchio come il mondo, quello del mostro che uccide, una dopo l'altra, le sue vittime. Tutto sta a rendere carismatico il mostro ed interessanti le vittime, e l'intera prima parte del film è focalizzata sul secondo obiettivo; tolti un paio di elementi sacrificabili, è dura sopportare l'idea che Abigail uccida i superstiti del Rat Pack (segnatevi questo nome perché tornerò sulla questione alla fine del post) e molta della tensione deriva non tanto dal terrore verso la pur cattivissima vampiretta, ma dal dispiacere che uno dei nostri personaggi preferiti faccia una brutta fine.



Il merito di tanto affetto va, in primis, al cast. Melissa Barrera sembra molto più a suo agio qui che sul set di Scream, forse perché lontana dall'eredità scomoda lasciata da Neve Campbell, in più attorno a lei ci sono caratteristi di lusso. Kevin Durand aggiunge un twist inedito al suo solito ruolo da duro, Kathryn Newton ormai è abbonata ai ritratti di ragazze weird dall'espressione stralunata ed è sempre più adorabile, Dan Stevens è figo anche con canottiera e occhialazzi da wog, ma a un certo punto diventa ancora più figo: dico solo che non mi veniva voglia di sventagliarmi così, a mo' di Maria Antonietta davanti a Fersen, dal 22 maggio 2001, e più non dimandate. E poi, ovviamente, c'è Abigail. Una leziosa ballerina dalla vocina delicata, capace di staccarti la testa con un morso. I due registi si divertono un sacco a mescolare senza soluzione di continuità elementi infantili e graziosi a topoi horror, e rendono ancor più "personaggio" la vampira costruendole attorno delle performance di danza di tutto rispetto, cosa che tocca il suo apice nell'esibizione simultanea col burattino umano di turno; in più, viene fatto un uso ottimo della splendida location, che può tranquillamente essere definita personaggio a se stante, con tutti quei piccoli elementi rivelatori, le singole stanze piene di personalità, e un aspetto esteriore ingannevole, che nasconde all'interno abissi (o piscine) di depravazione schifosa e tanto squallore. Infine, c'è il sangue. Tanto, tantissimo sangue, un bagno di liquido rosso godereccio e divertito, alla faccia dell'educata cenere in cui dovrebbero trasformarsi i vampiri di fronte alla morte ultima. Sogno, neanche a dirlo, un Radio Silence cinematic universe, magari un prequel condiviso tra Abigail e Finché morte non ci separi in cui la piccola vampira interagisca col demoniaco Le Bail, e chiedo a gran voce un film come questo a settimana, perché mi ha scaldato il cuore e ce n'è gran bisogno. Concludo, infine, con una chiosa da non traduttrice rosicona, sottolineando la pochezza dell'adattamento italiano. A un certo punto, Lambert definisce i rapitori "branco di ratti", questo dopo averli battezzati con i nomi dei componenti del Rat Pack: Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Joey Bishop,  Peter Lawford e Don Rickles, che in realtà non faceva proprio parte ufficialmente del gruppo. Buona parte di loro era nel cast dell'heist movie Colpo grosso, quindi l'umorismo di Lambert è duplice, un po' dispregiativo, un po' giocoso, e in italiano non solo si perde il riferimento e il gioco di parole ma non si capisce nemmeno perché, a un certo punto, il personaggio di Kevin Durand si "svegli" e capisca un riferimento che, di fatto, in italiano non viene reso. Mi chiedo se non ci fosse un modo per tradurlo meglio nella nostra lingua, invece di costringermi a bestemmiare sonoramente in sala. 


Dei registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett ho già parlato QUI. Dan Stevens (Frank), Kathryn Newton (Sammy), Kevin Durand (Peter), Giancarlo Esposito (Lambert) e Matthew Goode (il padre) li trovate invece ai rispettivi link.

Melissa Barrera interpreta Joey. Messicana, la ricordo per film come Scream e Scream VI. Anche produttrice, ha 34 anni e un film in uscita. 


Se Abigail vi fosse piaciuto recuperate Finché morte non ci separi e Renfield. ENJOY!

venerdì 8 settembre 2023

Tartarughe Ninja - Caos mutante (2023)

Nei panni di zia vecchia/Ornella Vanoni, in settimana sono andata a vedere Tartarughe Ninja - Caos mutante (Teenage Mutant Ninja Turtles: Mutant Mayhem), diretto e co-sceneggiato dai registi Jeff Rowe e Kyler Spears.


Trama: quattro tartarughe mutanti tentano di trovare il loro posto nel mondo cercando di sconfiggere un altro mutante deciso ad annientare l'umanità.


Tanto è l'amore che provo per Seth Rogen che, appena saputo del suo coinvolgimento in Tartarughe Ninja - Caos mutante, ho subito inserito il film in wishlist e, vergognandomi un po' di andare in sala da sola, ho chiesto al mio fido compare di visioni horror di prestarmi il figlio maschio. Così, aggiuntosi al gruppo anche l'amico fraterno del giovane "delfino", mi sono goduta lo spettacolo sentendomi un po' come la paziente di un ospizio accompagnata da BEN due badanti e sono tornata mentalmente bambina, quando non vedevo l'ora che iniziasse l'episodio quotidiano di Tartarughe Ninja alla riscossa, uno dei miei cartoni preferiti. A onor del vero, mi sentivo anche un po' in ansia per l'eventualità che ai miei due giovani accompagnatori il film non piacesse, ma il mio timore si è rivelato infondato: Tartarughe Ninja - Caos mutante è stato gradito da entrambi, sia per la storia che per le animazioni particolari, e l'amico fan delle Turtles ha apprezzato l'originalità dei cambiamenti apportati alla origin story del quartetto di tartarughe e del loro papà/sensei Splinter (sui quali non farò spoiler). La marea di sceneggiatori coinvolti nel progetto ha scelto una via piuttosto "universale" di ripresentare personaggi assai popolari, preferendo enfatizzarne non tanto le caratteristiche di abili guerrieri ninja, quanto piuttosto la loro volontà di integrarsi ed essere accettati, seguendo un canovaccio à la X-Men, che coniuga il desiderio di una vita normale al terrore di un'umanità pronta ad odiare il diverso da sé. Il fatto che le Turtles siano anche state introdotte alle arti marziali è un di più che consente al discorso di ampliarsi e concretizzarsi nella presenza di un nemico potente da combattere, con tutto il bestiario di assurdi mutanti che hanno fatto la fortuna della serie, ma ciò che ho trovato interessante è stata proprio la rappresentazione fanciullesca dei protagonisti. Leonardo, Michelangelo, Donatello e Raffaello, ognuno dotato di una spiccata e adorabile personalità, sono dipinti, giustamente, come quattro ragazzini più immaturi della media (d'altronde sono stati tutta la vita nelle fogne, ci sta!), attirati da cose sciocche quanto i dialoghi e gli scherzi tirati per le lunghe che si palleggiano l'un con l'altro, e da bravi ragazzini inesperti hanno paura e tendono a scoraggiarsi; come nel più classico dei racconti di formazione (talmente classico, in effetti, che a un certo punto viene persino citato il Pinocchio di Collodi e il Paese di Bengodi), sia loro che quel vecchio barbogio di Splinter devono tirare fuori il coraggio di crescere e cambiare, e lo stesso vale per il 90% dei comprimari.


A proposito di personaggi e comprimari. Il character design del film è spettacolare e oltremodo spietato. Gli unici ad essere gradevolmente cartooneschi sono solo i quattro protagonisti, gli altri mutanti sembrano usciti da un horror o, comunque, vengono enfatizzati gli aspetti sgradevoli della loro condizione animale (lo stesso Splinter fa schifo a livelli inenarrabili, soprattutto se non vi piacciono i ratti, ma c'è chi lo batte), e lo stesso vale per esseri umani dai tratti somatici pesantissimi, quasi delle caricature, tra i quali si salva solo una April O'Neal piena di difetti eppure graziosissima. Questo design assai vicino al fumetto underground si ripropone anche in un'animazione ibrida, nella quale convivono elementi della street art, dei comics anni '90 e dello steampunk, il tutto frullato dallo stile pop e flu(uu)ido di Jeff Rowe, che già mi aveva dato tantissime gioie col suo I Mitchell contro le macchine; durante la visione di Tartarughe Ninja - Caos mutante mi è sembrato, a tratti, di avere davanti un'opera realizzata con lunghe sequenze in stop motion (nonostante sapessi benissimo che il film è in CGI) e questa sensazione di "artigianalità" è stata accresciuta dalla scelta vincente di rendere gli ambienti in background quanto più sporchi e rozzi possibili, offrendo allo spettatore un ambiente urbano degradato che non vedevo su schermo dai tempi de Il corvo, alla faccia della commozione provata davanti alle abbacinanti luci di Broadway. Ciò detto, Tartarughe Ninja - Caos mutante non è per nulla cupo e i momenti esilaranti si sprecano, anche se si percepisce chiaramente l'età dei realizzatori coinvolti: Rogen e soci sono sicuramente stati attenti al target di riferimento principale, ovvero i ragazzini, ma l'utilizzo delle 4 Non Blondes o della famigerata Ninja Rap di Vanilla Ice che ciccia fuori da un'autoradio come la "vergognosa" sigla di Dawson's Creek in Urban Legend è qualcosa che può colpire al cuore solo gli anziani come me. Mi dichiaro dunque conquistata da Tartarughe Ninja - Caos mutante, signor*, e spero vivamente che esca presto non solo il sequel introdotto dalla scena mid-credits, ma anche un lungometraggio, simile per stili e temi, dedicato a un'altra mia enorme passione, i Biker Mice da Marte. I Want to Believe (ma non fatemi aspettare troppo, o i miei accompagnatori diventeranno maggiorenni e avranno altro a cui pensare!!).     


Del regista e co-sceneggiatore Jeff Rowe ho già parlato QUI. Maya Rudolph (voce originale di Cynthia Utrom), Seth Rogen (anche co-sceneggiatore, doppia Bebop), Rose Byrne (Leatherhead), Giancarlo Esposito (Baxter Stockman), Jackie Chan (Splinter), Paul Rudd (Mondo Gecko) e Michael Badalucco (Bad Bernie) li trovate invece ai rispettivi link.

Kyler Spears è il co-regista del film, al suo primo lungometraggio. Americano, principalmente storyboarder, ha 31 anni.


Tra i doppiatori originali d'eccellenza ci sono John Cena, che presta la voce a Rocksteady, e Ice Cube, che interpreta Superfly. Se l'argomento Turtles vi interessa, ecco i titoli dei film da recuperare per essere veri completisti: Tartarughe Ninja alla riscossa, Tartarughe Ninja II - Il segreto di Ooze, Tartarughe Ninja III (tutti e tre disponibili con abbonamento Prime Video),TMNT, Tartarughe Ninja Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra. ENJOY!
 
   


venerdì 21 settembre 2018

Stephen King's Day - Brivido (1986)


Per festeggiare il compleanno di Stephen King, Marco de La Stanza di Gordie ha chiamato all'appello noi blogger e chiesto di parlare di un film tratto da una delle sue opere. Io, per fare proprio le cose per bene, ho scelto di pubblicare un post sulla prima e finora unica prova da regista dello zio Stephen, ovvero Brivido (Maximum Overdrive), da lui diretto e sceneggiato nel 1986 a partire dal racconto Camion, pubblicato nella raccolta A volte ritornano.


Trama: a causa del passaggio di una cometa, camion, automobili e oggetti elettrici impazziscono e diventano dotati di vita propria. Un gruppo di persone rimane bloccato in una stazione di servizio e deve cercare di sopravvivere...



Proprio perché amo fare le cose per bene, prima di scrivere il post mi sono riletta anche Camion. Ci vuole poco, è un racconto brevissimo ed incredibilmente pessimista, con un bodycount alto, senza un vero e proprio inizio né una fine, all'interno del quale troviamo quello che sarebbe diventato il cuore del film, ovvero le vicende di un gruppo di persone asserragliate in una stazione di servizio e circondate da camion che minacciano di farle fuori. In Camion non viene spiegato perché i pesanti mezzi di trasporto sono diventati senzienti in quanto il racconto è solo un piccolo assaggio di apocalisse, all'interno del quale la voce narrante elucubra su un ben triste futuro per l'intera umanità, un futuro di schiavitù e ritorno all'età della pietra; inoltre, i personaggi presi in considerazione sono pochissimi, appena sei, al punto che un paio di loro (voce narrante compresa) non hanno nemmeno un nome o comunque muoiono prima che venga fatta luce sul loro carattere o sulle relazioni che intercorrono tra di loro. Nonostante, quindi, Camion sia molto simile come concetto a La nebbia (persone disparate bloccate in un luogo chiuso a causa di una minaccia esterna), in esso manca ciò che rende quest'ultimo davvero angosciante, quella follia serpeggiante che trasforma le persone normali in mostri peggiori di quelli che stanno all'esterno, e si "limita" ad essere la visione kinghiana di una probabile distopia che va a criticare l'eccessiva dipendenza dalle macchine. Per ricavare un film intero da un soggetto così evocativo ma effettivamente striminzito, King ha dovuto per forza lavorare di fantasia ed ecco perché la semplice, efficace "compressa" di apocalisse contenuta in A volte ritornano si è prima "evoluta" in uno dei più classici B-Movie a base di eroi sboccati, damsel in distress che tanto damigelle non sono, sangue, esplosioni e colonna sonora zamarra, poi è diventata il Graal della mia infanzia. Dovete infatti sapere che mi è capitato solo UNA volta (esclusa questa) di vedere Brivido fino alla fine perché ogni maledetta volta che provavo a programmare il videoregistratore durante uno dei suoi mille passaggi televisivi qualcosa interrompeva la registrazione poco dopo l'arrivo della mitragliatrice, lasciandomi con un palmo di naso a domandarmi che fine avrebbero fatto Bill e soci. Poi un giorno sono riuscita nell'intento e... vabbé, dai, lo ammetto, sono rimasta delusa, perché Brivido è un film divertente ma anche dannatamente brutto.


Brivido è infatti frutto di due presupposti sbagliatissimi: Stephen King che decide di adattare una sua opera così che venga proprio come vuole lui, senza "interpretazioni" esterne (qualcuno ha detto Kubrick?) e Stephen King che decide di dirigere il film strafatto di coca, ahimé una costante per lui, almeno in quegli anni. Queste due scelte estreme hanno portato ad ovvi risultati. In primis, come già ho scritto prima, Brivido è diventato una belinata per ragazzini, perfetto per un doppio spettacolo al drive-in e zeppo di incongruenze MA con un'unica intuizione geniale, ovvero quella di dare un volto, quello del Goblin, ad uno dei camion, fissandolo nella memoria dello spettatore a prescindere dall'effettiva qualità della pellicola. La minaccia non è più il futuro fatto di schiavitù ma il presente in cui il camion-Goblin rischia di maciullarti le ossa e in quanto tale è proprio il mezzo in questione la fonte di tutti i mali, il nemico da sconfiggere assieme a tutto il suo codazzo di minion; inoltre, per rendere il tutto ancora più dinamico, ironico e splatter, non sono solo i camion ad impazzire ma tutti i mezzi elettronici, bancomat, distributori di bibite e coltelli elettrici compresi. Qui comincia a cascare l'asino, ché per esempio le automobili dei protagonisti dovrebbero di regola portarli a schiantarsi contro i guardrail o peggio, invece si lasciano condurre docili come agnellini, per non parlare poi di eventuali aerei o carri armati, missili, bombe atomiche... insomma, era più sensato limitarsi ai camion e lasciare il sospetto, come nel racconto. All'interno del gruppetto di sopravvissuti, poi, si ritrovano tutti gli stereotipi del cinema di genere, interpretati da attori più o meno abbaianti (dite quello che volete di Emilio Estevez ma, diamine, ha UNA SOLA espressione e al confronto Van Damme mi diventa l'equivalente di Al Pacino!) e talvolta, fortunatamente, affidati a caratteristi interessanti o divertenti come Pat Hingle e Yeardley Smith; soprattutto, buona parte dei personaggi hanno in bocca dialoghi improponibili e diventano carne da macello soggetti ad omicidi più o meno efferati e qui si torna allo Stephen King strafatto di bamba il quale, per il 90% del tempo, non capiva una cippa di quanto stava accadendo sul set ma aveva sicuramente enormi ambizioni. Lo spettatore ha dunque l'onore di vedere cadaveri sparsi un po' in tutte le sequenze (alcuni senza motivo, come quelli morti dentro le automobili, apparentemente "uccisi" dai finestrini), gente crivellata da proiettili o con le mani tagliate ma "qualcuno", all'epoca, aveva inserito nella versione finale della pellicola anche ragazzini che esplodevano in laghi di sangue, facce staccate e cervelli al vento, con sommo scorno di censori subito corsi ai ripari. Per fortuna, rimangono le esplosioni. Immagino la mente di King gioiosamente obnubilata dalla coca e lui che vuole vedere esplodere tutto, con personaggi armati di lanciarazzi che cercano di fare piazza pulita degli odiati camion. E cosa c'è di più bello, mentre il fuoco divampa, di sentire in sottofondo la musica degli AC/DC? Ecco, questo è Brivido: sangue, ignoranza, esplosioni, metal a stecca. Certo, ci sono modi migliori di ricordare Stephen King ma il Re va premiato anche per la sua sconsideratezza e i suoi errori, soprattutto quando questi ultimi diventano dolci ricordi d'infanzia.


Di Emilio Estevez (Bill Robinson), Pat Hingle (Hendershot) e Giancarlo Esposito (giocatore nella sala videogame) ho già parlato ai rispettivi link.

Stephen King è il regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre compare nel ruolo dell'uomo che cerca di prelevare i soldi dal bancomat. Questa per ora rimane la sua prima ed unica prova dietro la macchina da presa ma King ha dato molto a cinema e TV come produttore, attore e persino come compositore (per la miniserie L'ombra dello scorpione), macchinista (per la miniserie Incubi e deliri) e fotografo di scena (per la miniserie Shining, dove ha lavorato anche come aiuto regista). Ha 71 anni, auguri Stephen!!


Laura Harrington interpreta Brett. Americana, ha partecipato a film come Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione, Buon compleanno, Mr. Grape!, L'avvocato del diavolo e Paulie - Il pappagallo che parlava troppo. Anche sceneggiatrice, ha 60 anni.


Yeardley Smith, che interpreta Connie, è da anni la voce originale di Lisa Simpson e si vergogna tantissimo di aver partecipato a questo film. Lo stesso tema di Brivido è stato ripreso da Trucks - Trasporto infernale, quindi se il film vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete Christine - La macchina infernale e La macchina nera. ENJOY!



Ecco i link agli altri tributi che troverete oggi in giro per il web!

mercoledì 5 luglio 2017

Okja (2017)

Spinta dalle recensioni positive (una, bellissima, è quella di Lucia) e dal fatto di avere finalmente Netflix, qualche giorno fa ho recuperato Okja, scritto e diretto dal regista Bong Joon-Ho.


Trama: una ragazzina coreana deve cercare di liberare il maiale gigante Okja dalle grinfie della multinazionale che ha creato lui e i suoi simili.


Dopo aver visto Okja mi vergogno quasi a dirlo ma io sono carnivora. Non onnivora, proprio carnivora. Dopo due settimane passate in Giappone praticamente senza mangiare nemmeno un pezzetto di ciccia che non fosse raro e triste pollo ho sbranato la casalinga fettina di vitello con gusto estremo. E mi sento molto merda a scrivere questa cosa, non tanto per i miei livelli di salute (per la cronaca, al momento sto benissimo, analisi a posto, grazie) ma proprio perché sono consapevole di ciò che è accaduto all'animaletto che sto ingerendo, non mi nascondo dietro il dito dell'ignoranza né dietro alla concezione SakiHiwatariana del "la mucca ti ringrazia perché non stai sprecando la sua vita e la trasformi in energia per le tue cellule", mi rendo conto da sola che se la mucca potesse parlare mi manderebbe a cagare assieme a tutto ciò che compone il mio organismo e non parliamo poi di quello che mi direbbe il maiale. Ecco, no, parliamo del maiale, anzi, del super-maiale. Okja. Il protagonista di questo film, creato "biologicamente" da una multinazionale per superare il problema della fame nel mondo. Prometto che non aprirò la parentesi del bio e di quello che le persone comprano spendendo una fraccata di soldi solo grazie a quest'etichetta, probabilmente mangerebbero anche mia nonna se le tagliassi delle fettine di chiappa e le mettessi sul mercato assicurandone la natura BIO. Orto bio. Comunque, tornando al film, la multinazionale Mirando Corporation ha scoperto questi maiali giganti assolutamente bio (sì, credici) e ha concesso a ventisei allevatori diversi di tirarne su altrettanti esemplari, così da poter decretare il miglior super-maiale nel giro di una decina d'anni e cominciare a venderli ai consumatori sbavanti. Uno di questi maiali, Okja, viene cresciuto in Corea da un vecchio allevatore che ha una nipotina, Mija, un'orfanella che giustamente riversa sulla creatura tutto l'affetto e l'innocenza di una bimba solitaria trasformandola in qualcosa di più di una maxisalsiccia destinata a finire sul mercato mondiale. Il problema è che Okja, dieci anni dopo, viene incoronata "miglior maiale" e viene portata via dalla sua casa, con conseguente sconforto della piccola Mija, la quale scopre che il nonno non ha mai neppure provato ad acquistare la creatura dalla Mirando Corporation, come invece aveva fatto credere alla bambina. Questi sono i presupposti di un'avventura che porta Mija a scappare di casa per inseguire Okja fino in America, il problema è che la pellicola di Joon-Ho Bong non è un'avventura allegra e spensierata, lo avrete già capito.


Sul suo cammino, Mija trova infatti i peggiori adulti possibili, a partire proprio dal nonno, ma non solo. Accanto ad esseri palesemente abietti come il veterinario televisivo Johnny Wilcox e le folli Lucy e Nancy Mirando, immediatamente inseribili nel novero dei "cattivi" tout court, ci sono anche gli animalisti che dovrebbero essere buoni ma fondamentalmente sfruttano la povera Mija per i loro fini, per quanto nobili; nel corso della pellicola, Mija viene sottovalutata e presa in giro da tutti in primis perché è piccola e "non capirebbe" ma il confronto con l'"altro" passa anche attraverso una barriera linguistica invalicabile, tutti "paletti" che trasformano l'impresa della bambina in un viaggio verso una terra ostile, incomprensibile e violenta, in aperto contrasto con una natura quasi incontaminata dove per parlare a chi è diverso basta il cuore. Per sopravvivere alla follia di una società moderna fatta di contraddizioni, sceneggiate costruite a tavolino per non turbare gli animi sensibili e gente che nasconde la testa sotto la sabbia come gli struzzi, persino Mija è costretta a scendere a compromessi e soprattutto a comprendere i meccanismi che governano la nostra società, così da riuscire a salvare perlomeno il suo piccolo mondo e la propria innocenza, ma il finale di Okja è uno dei più atroci e crudelmente realistici mai mostrati su schermo. Da spettatrice e da carnivora ipocrita ho fatto fatica a guardare tutto ciò che Joon-Ho Bong sceglie di mostrare agli spettatori e a Mija, tutte le brutture a cui viene sottoposta la povera Okja, quell'orrendo spettacolo capace di richiamare alla mente un olocausto umano e ben radicato nella nostra memoria storica, persino i lividi che rimedia la bambina ad ogni passo del suo faticoso percorso verso la libertà e la salvezza del suo amico animale.


Giustamente Joon-Ho Bong deve avere pensato che una simile violenza fosse necessaria per raggiungere le nostre coscienze addormentate ma la verità è che il regista coreano è soprattutto un fine poeta e un Autore con la A maiuscola, capace di portarci a provare per Okja lo stesso affetto che proveremmo verso una creatura reale. E Okja, di fatto, E' reale, un miracolo di computer graphic che non sembra posticcio neppure per un istante, talmente ben integrata con ciò che la circonda da rendere plausibile persino il dolce omaggio iniziale a Il mio vicino Totoro; Okja è vera, conseguentemente risultano veri anche i suoi tristi compagni di sventura, sottoposti a torture inenarrabili, e il nostro cuore arriva a piangere per ognuno di loro, anche se non hanno nome. E' un vero peccato che Okja sia un film disponibile solo su Netflix perché una distribuzione cinematografica renderebbe giustizia ad alcune delle scene d'azione più belle mai girate, una su tutte la concitatissima fuga al supermercato dove tutti i coinvolti, animale compreso, sembrano farsi incredibilmente male, oppure il terribile inseguimento dopo la parata, per arrivare al pluricitato e cupo finale, dove ogni dettaglio dovrebbe imprimersi a fuoco nella mente dello spettatore in saecula saeculorum. Come già avevo scritto nella recensione di Train to Busan, un film come Okja riesce a dare dei punti a qualsiasi blockbuster occidentale mescolando sapiente tecnica artistica al cuore pulsante di una sceneggiatura semplice ma profonda, che rielabora cliché universali in un modo tutto nuovo e parla al mondo intero non solo grazie all'ausilio di bravissimi attori occidentali ma anche e soprattutto grazie al musetto espressivo di una ragazzina bellissima e coraggiosa, con due occhioni addolorati che spezzerebbero il cuore a un sasso. Io mi fermo qui ma avrete capito che Okja è un film splendido che merita di essere visto da chiunque e lo consiglio spassionatamente, anche se rischia di farvi diventare vegani. Faccio solo un appunto agli adattatori italiani: ma perché mettere in bocca ai personaggi frasi come "Cerca di imparare l'italiano, ti sarà molto utile!" quando Mija va a New York? E andiamo, su...


Di Tilda Swinton (Lucy e Nancy Mirando), Giancarlo Esposito (Frank Dawson), Jake Gyllenhaal (Johnny Wilcox), Shirley Henderson (Jennifer), Paul Dano (Jay), Daniel Henshall (Blond) e Lily Collins (Red) ho già parlato ai rispettivi link.

Joon-Ho Bong è il regista e sceneggiatore della pellicola. Sud Coreano, ha diretto film come The Host e Snowpiercer. Anche attore e produttore, ha 48 anni e un film in uscita.


Nei panni di K avrete notato l'attore Steven Yeun, meglio noto come il Glenn di The Walking Dead. Se Okja vi foste piaciuto provate a recuperare E.T. - L'extraterrestre. ENJOY!


domenica 17 aprile 2016

Il libro della giungla (2016)

Alla fine l'unico film che sono andata a vedere in occasione dei Cinema Days è stato Il libro della giungla (The Jungle Book), diretto dal regista Jon Favreau e ovviamente tratto dall'omonima raccolta di racconti di Rudyard Kipling.


Trama: il "cucciolo d'uomo" Mowgli viene trovato nella giungla dalla pantera Bagheera e dato in affidamento al branco di lupi guidato da Akela. Il piccolo cresce sano e forte finché il ritorno della tigre Shere Khan, assetata di vendetta nei confronti degli esseri umani, non lo costringe a fuggire ed intraprendere un pericoloso viaggio per tornare al villaggio degli uomini...


Io devo essere una delle poche persone in tutto il mondo ad aver guardato la versione Disney de Il libro della giungla giusto un paio di volte e ad aver letto l'opera di Kipling talmente tanto tempo fa da non ricordarla nemmeno più. La conseguenza di tutto ciò è stata, ovviamente, che Il libro della giungla non si è radicato nel mio immaginario infantile né si sono sviluppati nei suoi confronti sentimenti tali da storcere il naso davanti all'ennesimo live action sfornato da una Casa del Topo ormai alla canna del gas per quanto riguarda le idee. Un'altra conseguenza è stato l'inaspettato sorrisone col quale sono uscita dopo la visione del film di Favreau, che al momento merita la palma di miglior adattamento da cartone animato a film con esseri "in carne e ossa" (benché di reale, nella pellicola, ci sia solo il piccolo attore che interpreta Mowgli, il resto è stato interamente realizzato al computer, location comprese); la sceneggiatura di Justin Marks è infatti fondamentalmente rispettosa delle opere originali, non ricerca origini strappalacrime alla cattiveria della tigre Shere Khan come accadeva in Maleficent né si limita a riproporre una storia ormai anacronistica soffocandola con barocchismi scenografici o sontuosi costumi à la Cenerentola di Branagh. Certo, Il libro della giungla ha dalla sua l'incredibile universalità e attualità dei temi che tocca, quindi parte già avvantaggiato. L'accettazione dell'altro, il senso di appartenenza a un gruppo che non deve essere necessariamente la famiglia, la capacità di capire ciò che ci rende unici ed arrivare a usarlo per il bene degli altri sono solo alcuni dei mille messaggi positivi che da sempre la storia di Mowgli può trasmettere a grandi e piccini e, ovviamente, se questi messaggi vengono inseriti all'interno di un racconto avventuroso e popolato da personaggi indimenticabili quali l'orso Baloo, il scimmiesco Re Luigi, il cattivissimo e carismatico Shere Khan e la saggia pantera Bagheera, vincere facile è quasi inevitabile.


C'è anche da dire che Favreau, benché non concorrerà mai alla Palma d'Oro o all'Oscar né come regista né come attore, non è assolutamente l'ultimo arrivato in campo action e gran parte del piacere durante la visione de Il libro della giungla deriva direttamente dalla sua capacità di girare scene fluide, dinamiche e a dir poco spettacolari, sequenze alle quali ovviamente giova un valido montaggio. Per quanto gli effetti speciali compongano il 95% dell'opera è raro che si avverta quel fastidioso senso di "finto" che mi ha colpita come un maglio durante la visione del trailer dell'orrido ed imminente Alice attraverso lo specchio: luci ed ombre sono particolarmente realistiche, i paesaggi accolgono naturalmente sia il piccolo Mowgli che gli animali virtuali "indossati" dai pupazzi creati dallo studio di Jim Henson o addirittura dallo stesso Favreau, e le fondamentali bestiole sono realizzate divinamente, soprattutto il bellissimo orsone Baloo (stendo un leggero velo pietoso su Bagheera, l'unico animale che purtroppo non sono riuscita a farmi piacere, troppo rigido il muso e palesemente fasullo). Poi, ovvio, da un film come questo non si può pretendere il realismo assoluto e ci mancherebbe, così com'è giusto che l'originale Libro della giungla non vada dimenticato, nonostante l'intrigante scelta di realizzare un Kaa femmina ahimé poco sfruttato. Ecco quindi perché ho accolto con moltissimo piacere l'altra furberia di Justin Marks, ovvero quella di integrare parte dei testi delle canzoni del cartone animato nei dialoghi tra i vari personaggi, per poi travalicare in pochi ed azzeccati momenti musical durante i quali Baloo e Mowgli prima, Re Luigi poi, fanno scendere la lacrimuccia a chi, come me, ancora non ha dimenticato le accattivanti Lo stretto indispensabile e Voglio essere come te. A tal proposito vi consiglierei, nonostante NON CI SIANO SCENE POST CREDITS, di rimanere a vedere i titoli di coda: primo, perché per buona parte degli stessi ci sono delle simpatiche scenette all'interno di un pop up, poi perché potrete sentire un paio di canzoni in lingua originale, tra cui la sensuale The Python's Song cantata da Scarlett Johansson... anche se nulla batte un inedito Giancarlo Magalli in versione cantante jazz, sappiatelo!


Del regista Jon Favreau (che doppia anche il cinghiale nano) ho già parlato QUI. Bill Murray (voce originale di Baloo), Ben Kingsley (Bagheera), Idris Elba (Shere Khan), Scarlett Johansson (Kaa), Christopher Walken (King Louie) e Sam Raimi (lo scoiattolo gigante) li trovate invece ai rispettivi link.

Lupita Nyong'o è la voce originale di Raksha. Messicana, la ricordo per film come 12 anni schiavo (per il quale ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista) e Star Wars - Il risveglio della forza. Anche produttrice e regista, ha 33 anni e tre film in uscita tra cui Star Wars: Episode VIII.


Giancarlo Esposito (vero nome Giancarlo Giuseppe Alessandro Esposito) è la voce originale di Akela. Danese, ha partecipato a film come Changeling, Una poltrona per due, Cercasi Susan disperatamente, Brivido, I soliti sospetti, Derailed - Attrazione letale e a serie come Miami Vice, Ghost Whisperer, Bones, CSI: Miami, Breaking Bad e C'era una volta. Anche produttore e regista, ha 58 anni e quattro film in uscita.


Tra le voci dei lupetti ci sono quelle di Emjay Anthony, il giovane protagonista di Krampus - Natale non è sempre Natale, dei due figli di Naomi Watts e Leiv Schreiber, Sasha e Kai, e di Max Favreau, figlio del regista (la figlia Madeleine invece doppia uno dei rinoceronti); i doppiatori italiani invece contano il già citato Giancarlo Magalli (Re Luigi), Neri Marcoré (Baloo), Toni Servillo (Bagheera), Violante Placido (Raksha) e Giovanna Mezzogiorno (Kaa). La Disney sta già pensando ad un sequel della pellicola con lo stesso team creativo; nell'attesa, se Il libro della giungla vi fosse piaciuto recuperate ovviamente il cartone animato del 1967. ENJOY!

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