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venerdì 31 gennaio 2025

A Complete Unknown (2024)

Con ben 8 candidature (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Attore Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi e Miglior Sonoro), A Complete Unknown, diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista James Mangold partendo dalla biografia Dylan Goes Electric! di Elijah Wald, era THE film to watch questa settimana.


Trama: ispirato dal musicista folk Woody Guthrie, un giovane Bob Dylan si trasferisce a New York e, a poco a poco, si impone come esponente di spicco del genere. Almeno finché non decide di cambiare...


Per contestualizzare o, forse, per comprendere il mio giudizio tiepido su A Complete Unknown, mi tocca esordire, come al solito, palesando la totale ignoranza relativamente a Bob Dylan, di cui conosco (peraltro apprezzandoli molto) solo i successi principali. Non è che pretendessi di diventare esperta di Dylan dopo la visione del film, ma avrei voluto rimanere affascinata dal carisma e dalla personalità del cantautore, avrei voluto percepire i tormenti di un animo senza pace, una "rolling stone" diretta verso il "complete unknown" che libera da ogni etichetta e costrizione, avrei voluto sentire l'influenza delle due donne che hanno contribuito a definirne la personalità (la cantante folk Joan Baetz e la pittrice Suze Rotolo, qui chiamata Sylvie Russo). Invece, ho avuto più di due ore di piccoli, superficiali pezzettini biografici che forzano la trasformazione di Dylan da ragazzino timido di belle speranze a stronzetto con la S maiuscola, scoglionato da tutto e da tutti senza che si capisca bene perché, salvo per un naturale spleen misto a stress da improvviso successo. Sul finale, introdotto poco prima da una "tavola rotonda" di anziani musicisti barbogi, si intuisce che buona parte dello scazzo di Dylan derivasse da un disperato tentativo di liberarsi dall'etichetta di musicista folk, ma questo "scontro" tra vecchio e nuovo (che esplode nell'unica sequenza emozionante del film, quella del famigerato festival di Newport in cui Dylan, come da titolo della biografia di Elijah Wald, è passato all'elettrico) arriva come un fulmine a ciel sereno a corollario di un'interminabile girandola di canzoni, concerti ed esibizioni che vedono Dylan sempre più nero e depresso. La sceneggiatura (lo scorsesiano Jay Cocks è impazzito, o non si spiega) non fa il salto di qualità neppure per quanto riguarda Joan Baetz e Sylvie Russo. La prima, tanto quanto, conquista per il carisma e risulta fondamentale per la formazione di Bob Dylan; per quanto riguarda la seconda, viene completamente privata della sua personalità di attivista politica ed artista (indispensabile "spinta" all'evoluzione del cantante) e ridotta a ragazzina insicura e innamorata, alla quale vengono messe in bocca un paio di frasi da Bacio Perugina, alternandole a un comodo bignami di storia americana dell'epoca, comprendente la crisi di Cuba, la morte di Kennedy e quella di Malcom X. Risultano abbastanza bidimensionali anche gli altri musicisti affiancati a Dylan. Salvo l'onnipresente Woody Guthrie, che apre e chiude il film come in un cerchio perfetto, Pete Seeger ne esce fuori come un mix tra Mister Rogers e Papà Castoro più che un artista impegnato, mentre Bob Neuwirth, presentato come fondamentale comprimario, si perde in mezzo alle facce degli altri membri della prima band di Dylan.


Come dicevano in A proposito di Davis: "Se non è nuova e non invecchia allora è musica folk". A Complete Unknown, in questo caso, è un film folk come la musica di cui parla, anche a livello di regia. James Mangold dirige col piglio sicuro del regista elegante e classico, regala primi piani intensi, carrellate rispettose che introducono negli studi di registrazione, piccoli, frenetici squarci di lusso, festival da manuale e un'altrettanto tipica New York, uscita dritta da qualche copertina di un album. Abbastanza per rendere il film gradevolissimo alla vista, un po' poco per far urlare al miracolo e arrivare addirittura ad ambire a delle nomination, il che vale per tutto il resto di A Complete Unknown. Parliamo di Chalamet, per esempio. Non ho visto il film in lingua originale, quindi ho dovuto basarmi sulle canzoni (che non mi sembravano ricantate dal doppiatore) e sulla performance fisica, per dare un giudizio. Nulla da dire sulle prime, la voce dell'attore mi è parsa perfetta, ma mi pare che Chalamet ormai abbia deciso di basare le sue interpretazioni su sguardi fissi, espressioni dolenti/scazzate/malinconiche e pose da bello e dannato (madonna quando lo vedo così implume e stiggio mi vengono i brividi, ma di repulsione). Diciamo che alla noia per la sceneggiatura si è aggiunta quella di vedere l'attore così privo di brio e verve. Monica Barbaro va un po' meglio, se non altro ci prova, spesso riuscendoci, a creare un'alchimia e quel minimo di tensione amorosa/sessuale tra lei e Chalamet, senza contare che la sua Joan Baetz è più fascinosa dell'originale, mentre su Edward Norton non riesco a pronunciarmi. Sono stra-convinta che al suo posto avrebbe dovuto esserci Tom Hanks, anziché costringere il povero Edward a quegli sguardi da cane bastonato, a quei mezzi sorrisi da papà indulgente con figlio scemo a carico, e lo stesso vale per Elle Fanning, ingabbiata in un personaggio insipido quanto il film. Ho sperato, invano, in qualche colpo di coda di Dan Fogler e giuro che, quando a un certo punto ho visto arrivare P.J. Byrne, ho gioito, convinta che il suo solito personaggio faccia di merda avrebbe creato caos e scompiglio. Invece l'unico accenno di sconvolgimento l'ho avuto dall'adattamento italiano, con un incredibile "Ma come pensi di arrivare al VILLAGGIO in Taxi?". Belin, ma non si riferiva forse al VILLAGE, visto che Sylvie abita proprio lì? Potrei sbagliarmi, in caso mi scuso, ma il dubbio mi è sorto spontaneo. L'unica certezza che mi rimane è che A Complete Unknown sia un film medio, pompato come se avessimo davanti il nuovo Quarto potere, e il fatto che abbia otto nomination la dice lunga sulla "salute" degli Academy Awards. 


Del regista e co-sceneggiatore James Mangold ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Bob Dylan), Edward Norton (Pete Seeger), Scoot McNairy (Woody Guthrie), Dan Fogler (Albert Grossman), Elle Fanning (Sylvie Russo), Boyd Holbrook (Johnny Cash) e P.J. Byrne (Harold Leventhal) li trovate invece ai rispettivi link. 

Monica Barbaro interpreta Joan Baez. Americana, ha partecipato a film come Top Gun: Maverick. Ha 36 anni.



martedì 24 settembre 2024

Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (2024)

Martedì scorso sono andata a vedere Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (Speak no Evil), diretto e sceneggiato dal regista James Watkins partendo dalla sceneggiatura dell'omonimo film danese.


Trama: Louise e Ben, americani trapiantati a Londra con la figlioletta Agnes, incontrano durante una vacanza gli inglesi Paddy e Ciara, assieme al figlio Ant. Tornati a casa, vengono invitati a passare un weekend a casa dei nuovi amici, i quali però si rivelano meno simpatici del previsto...


So che James Watkins è un regista inglese, ma Speak no Evil è il remake più americano che vi capiterà di vedere in tutta la vostra vita, salvo forse Missing - Scomparsa, di cui tra l'altro parleremo prossimamente. Gli americani hanno bisogno di risposte e certezze, e Speak no Evil è LA risposta a tutte le domande che vi siete sicuramente posti guardando l'originale danese. Poiché il film di Watkins nasce per dare delle risposte, il primo tempo è sostanzialmente la copia carbone di ciò che è stato fatto in precedenza, con un paio di esasperazioni atte a fornire un contesto ancora più chiaro: Louise e Ben sono PALESEMENTE una coppia in crisi, Agnes è PALESEMENTE una bambina ansiosa e problematica, Paddy è PALESEMENTE uno spirito libero ma anche un po' pericoloso, tant'è che gira in Vespa senza casco davanti a dei vigili urbani, il lazzarone. Tutti questi dettagli Christian Tafdrup non li forniva ma, nonostante ciò, la pellicola risultava fruibilissima, era dopo che cominciavano le magagne. Lasciando un attimo da parte l'ironia, è interessante vedere la differenza di approccio anche per ciò che riguarda le dinamiche di "potere" tra i personaggi. La coppia danese del primo film era composta da persone che, tutto sommato, erano mosce e depresse in egual misura, ma il più sofferente era il marito, fiaccato da una routine priva di poesia che, progressivamente, gli inaridiva l'animo. Sull'onda dell'attuale "woman power", il personaggio di Louise è molto più cazzuto (anche se non più simpatico) del marito vittima e, anche dalle inquadrature, si evince che lo scontro di personalità, per non parlare di un po' di tensione sessuale sottesa, è tutto tra lei e Paddy; quest'ultimo è il boss finale da sconfiggere, senza se e senza ma, tanto che Ciara (resa più ambigua da una sottotrama che potrebbe o non potrebbe rispecchiare la realtà) è una presenza evanescente o quasi, con buona pace della sempre bravissima Aisling Franciosi, divorata dal carisma di James McAvoy. C'è anche un altro aspetto da considerare, esplicato fin dal soggetto della prima inquadratura. A Watkins interessa girare un film sulla perdita dell'innocenza, sull'homo homini lupus, non una metafora estremizzata della società odierna, fatta di cupissima sopportazione. Per fare ciò, ritorna alle atmosfere che gli sono congeniali fin dai tempi del lontano Eden Lake, mettendo in scena anche uno scontro sociale ben definito, tra persone fondamentalmente fighette e "civilizzate" che non si sentono di offendere i campagnolassi ignoranti che hanno dato loro la possibilità di passare un weekend diverso, cosa che apre a momenti di reale, esilarante e rozzo disagio, là dove Tafdrup se ti vedeva ridere ti prendeva a bacchettate forti sulle dita. 


Quindi sì, per citare Stannis, guardando l'originale Speak no Evil mi sono sentita MOLTO americana, e non avete idea di quanto, proprio per questo motivo, mi sia goduta la versione di Watkins, la quale, da metà in poi, offre allo spettatore tutto il giusto sfogo al prurito di mani cominciato nel momento esatto in cui i protagonisti entrano nella casa dei loro ospiti. Sono consapevole quanto chiunque altro che le soluzioni ricercate da Watkins sono facili, almeno a livello di sceneggiatura (non di esecuzione, per quanto mi riguarda, visto che comunque mi è mancato il respiro per l'ansia più di una volta), ma, se non altro, le reazioni dei personaggi hanno una motivazione plausibile. Che poi i risultati di queste reazioni portino ad esiti discutibili, è qualcosa che dipende dalla sensibilità individuale, ma qui si scende nello spoiler e non vorrei farne. Se avete piacere, ne riparleremo nei commenti; umanamente parlando, posso dire di essere soddisfatta di quello che ho visto, da spettatrice non mi sarebbe dispiaciuta un po' più di cattiveria, ma sono veramente bazzecole, perché quando si innesca il ricordo dello Speak no Evil originale affiora alle labbra un inevitabile sorriso. Del nuovo Speak no Evil, poi, ho apprezzato il cast, la confezione, persino la colonna sonora, decisamente più vicina ai miei gusti. L'unico che proprio non ho sopportato è Scoot McNairy, anche troppo mollo per il personaggio che interpreta, ma Mackenzie Davis e Aisling Franciosi sono due garanzie e James McAvoy dà libero sfogo all'esperienza vissuta sul set di Split e Glass, civilizzando "la bestia" quanto basta per trarre in inganno i malcapitati e portando a casa un'altra validissima interpretazione. Per una volta, dunque, il "trattamento Blumhouse" non mi è dispiaciuto. Capisco chi urlerà al vilipendio ma, come al solito, il film originale nessuno lo tocca e sta sempre lì, fruibile da chi volesse passare una serata in gioiosa depressione; il remake, per una volta, cerca una strada sua per raccontare un'altra storia e innescare altre riflessioni, non mi è sembrata una stupidata realizzata tanto per dare contentini e semplificare a beneficio del pubblico idiota, quindi non posso fare altro che consigliarlo! 


Del regista e sceneggiatore James Watkins ho già parlato QUI. James McAvoy (Paddy), Mackenzie Davis (Louise Dalton), Scoot McNairy (Ben Dalton) e Aisling Franciosi (Ciara) li trovate invece ai rispettivi link. 


Se il film vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Speak no Evil. ENJOY!

mercoledì 7 giugno 2017

War Machine (2017)

Attirata dai martellanti cartelloni pubblicitari sparsi in tutta Roma, durante il viaggio di ritorno dal weekend nella Capitale ho guardato l'ultima produzione Netflix, ovvero War Machine, diretto e co-sceneggiato dal regista David Michôd partendo dal libro The Operators, del giornalista Michael Hastings.


Trama: al generale Glen McMahon viene ceduto il comando delle operazioni che dovrebbero portare alla conclusione del coinvolgimento americano nella guerra in Afghanistan ma il militare non è disposto a ritirarsi senza combattere...


Ci vuole un po' di preparazione psicologica ad affrontare questo filmazzo di due ore prodotto e interpretato da Brad Pitt, nemmeno fosse uno one man show dell'ex Signor Jolie. Innanzitutto, serve un cervello riposato perché War Machine, tratto da un articolo del Rolling Stone diventato poi un libro di non-fiction, è molto logorroico e zeppo di nomi propri, di luoghi e di persona, oltre che di moltissime nozioni interessanti capaci di far sentire l'occidentale medio in generale e l'americano in particolare piccino picciò; io, che riposata non ero, mi sono addormentata dopo venti minuti ma dopo un sonno ristoratore di un'ora ho ripreso prontamente la visione della pellicola, uscendone soddisfatta. La mia soddisfazione potrebbe però non riscuotere consensi e comprendo da sola che War Machine ha mille difetti, non ultimo un'abbondanza di tempi morti che potrebbe scoraggiare più di uno spettatore e una lunghezza che avrebbe giovato di qualche taglio qui e là ma è anche indubbio che War Machine offre la possibilità alla persona comune di gettare uno sguardo oltre l'informazione di TG e giornali e cominciare a scorgere la punta dell'iceberg di tutta la merda che si cela sotto guerre come quella in Afghanistan, il che per me è un valore aggiunto. Il punto di vista adottato dal film è quello della voce narrante di Sean Cullen, giornalista freelance incaricato di seguire le operazioni del generale Glen McMahon, ultimo di una lunga lista di comandanti in campo ai quali è stato chiesto di gestire la guerra in Afghanistan (modellato sul generale ormai in congedo Stanley McChrystal, sputtanato proprio dall'articolo di Rolling Stones scritto da Michael Hastings) e uomo tutto d'un pezzo, una macchina da guerra fermamente convinta di essere l'unica persona in grado di sbrogliare una matassa impossibile da districare e vincere così il conflitto, riuscendo dove altri "sfigati" hanno fallito. Le convinzioni di McMahon e la natura della guerra in Afghanistan, "cercata" dagli USA e considerata come un aiuto verso popolazioni che non lo avevano chiesto, vengono messe alla berlina dal giornalista e conseguentemente rese in tutta la loro follia, risultando in un insieme di situazioni al limite del paradossale vissute da persone che parrebbero delle caricature e invece sono tristemente vicine ai loro modelli reali.


Il fulcro di tutto è la natura alienata (e alienante) di un uomo che ha conosciuto solo la guerra, che ragiona per regole autoimposte e con l'unico obiettivo di vincere, incapace di capire come muoversi nel mondo reale e, conseguentemente, anche di contestualizzare il tessuto sociale dei Paesi in cui viene a trovarsi; i confronti con il presidente interpretato da Ben Kingsley (una figura patetica ma fondamentale), con la moglie e con la politica tedesca sono emblematici del modo tutto americano di affrontare le cose senza pensare alle conseguenze o a ciò che è stato prima, cosa che porta conseguentemente all'impossibilità di spiegare i motivi di determinate scelte e a una sordità nei confronti dei bisogni altrui. La logorrea di War Machine acquista così un nuovo significato, in quanto la guerra, la propaganda, persino la cosiddetta informazione non sono altro che aria fritta utilizzata per confondere le masse e fornire vuote giustificazioni a chi non smette di fare danni pur con le migliore intenzioni. Glen McMahon, nonostante l'alta opinione di sé malcelata da un'umiltà ipocrita, non è che uno dei tanti militari usati come carne da cannone e da eroe di guerra diventerà lo stupido, arrogante capro espiatorio di un intero sistema sbagliato che probabilmente non cesserà mai di esistere ed è questo l'amaro concetto che traspare dalla satira di War Machine. Certo, il "cuore" del film va scovato sotto una parata di volti famosissimi e un approccio che ricorda molto i film prodotti dai Coen e soprattutto da Soderbergh, che è un modo di fare cinema a mio avviso più improntato sulla forma che sul contenuto e può piacere o meno; dal canto suo, Brad Pitt ha scelto di interpretare McMahon come un Braccio di ferro perennemente incazzato (secondo me quest'uomo non riesce a liberarsi dal fantasma di Aldo Rayne così come Johnny Depp non riesce a scrollarsi di dosso quello di Jack Sparrow) e la sua presenza scenica si impone sul resto del cast fino a fare scomparire caratteristi e attori blasonati anche ottimi, il che mi ha fatto un po' storcere il naso ma, in generale, War Machine mi è piaciuto e lo consiglio, soprattutto se avete un abbonamento Netflix da sfruttare.


Di Brad Pitt (Generale Glen McMahon), John Magaro (Cory Staggart), Anthony Michael Hall (Greg Pulver), Topher Grace (Matt Little), Lakeith Stanfield (Caporale Billy Cole), Ben Kingsley (Presidente Karzai), Meg Tilly( Jeannie McMahon), Griffin Dunne (Ray Canucci), Scoot McNairy (Sean Cullen), Tilda Swinton (Politica tedesca) e Russell Crowe (Bob White) ho già parlato ai rispettivi link.

David Michôd è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Animal Kingdom e The Rover. Anche produttore e attore, ha 45 anni.


Alan Ruck interpreta Pat McKinnon. Americano, ha partecipato a film come Una pazza giornata di vacanza, In fuga per tre, Speed, Twister, E venne il giorno e a serie quali I racconti della cripta, Oltre i limiti, Innamorati pazzi, Scrubs, Medium, Ghost Whisperer, CSI: Miami, CSI - Scena del crimine, Numb3rs e The Exorcist. Ha 61 anni e tre film in uscita.


Se War Machine vi fosse piaciuto recuperate M.A.S.H. ENJOY!

martedì 21 aprile 2015

Black Sea (2014)

Nonostante il genere “suBBaquo” non faccia proprio al caso mio, qualche sera fa ho deciso di guardare Black Sea, diretto nel 2014 dal regista Kevin MacDonald.


Trama: abbandonato dalla moglie e licenziato dalla ditta per cui lavora, l’ex marinaio Robinson decide di riunire una ciurma per recuperare un’enorme quantità di lingotti d’oro che dovrebbero trovarsi all’interno di un sottomarino affondato nel corso della seconda guerra mondiale…


Come saprete se seguite da qualche tempo il mio blog, riassumere i film in tre righe di trama non è il mio forte. Questo per dire che, rileggendo quello che ho scritto sopra, sembrerebbe che Black Sea sia un film d’avventura imperniato su un’allegra caccia al tesoro, magari una tamarreide con Nicolas Cage, invece non è affatto così. Black Sea è uno dei film più cupi, coinvolgenti, tesi e persino commoventi che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi e se è vero che quella raccontata nel film è un’avventura, bisogna considerare soprattutto i motivi che hanno spinto i protagonisti ad intraprenderla. Il film diretto da MacDonald è infatti un triste figlio della crisi globale e mette in scena dei personaggi ruvidi, segnati dalla vita, arrivati ad un età in cui un licenziamento si tradurrebbe in una ricerca ininterrotta di lavori svilenti (quando va bene) o in una perenne condizione di indigenza e solitudine. Accettare una missione potenzialmente mortale, finanziata da un riccone al quale ovviamente spetterebbe la parte più sostanziosa del bottino, è l’unico modo per tornare ad avere un po’ di respiro e tornare ad essere “umani” agli occhi di figli e mogli che li disprezzano o che a loro volta soffrono per la condizione disagiata di chi dovrebbe mantenerli ed assicurare loro un futuro; sperando per il meglio o spinti, come nel caso di Robinson, da un bruciante misto di rimpianti, desiderio di rivalsa e odio nei confronti della società, questo branco di derelitti si immerge nelle acque oscure del titolo. Da questa premessa si dipana una pellicola difficile da guardare serenamente, per più di un motivo. In primis, perché l’abilità con cui lo sceneggiatore definisce in pochi tratti le personalità dei coinvolti ci spinge ad immedesimarci maggiormente con questi esperti marinai, rendendo ancora più insostenibili i vari “inconvenienti” di navigazione; secondariamente, quegli stessi “inconvenienti” rischiano di uccidere uno spettatore mediamente claustrofobico come la sottoscritta. Black Sea, come ho detto sopra, è infatti un film molto teso, costruito in modo da non dare un attimo di tregua pur rimanendo credibile in ogni twist, anche il più inaspettato. Inoltre, all’isolamento creato dal sottomarino, dall’oscurità delle acque profonde e dalla necessità di rimanere in incognito si aggiungono l’imprevedibilità di tutti i membri dell'equipaggio (uno è psicopatico, uno ha un enfisema, uno è un ragazzino, uno è un ambiguo topo di scrivania e lo stesso Robinson è troppo coinvolto a livello personale per essere un capitano obiettivo) e l’ulteriore isolamento provocato dalla compresenza di metà equipaggio anglofono e metà formato da russi, cosa che, inevitabilmente, richiede mediatori in grado di capire entrambe le lingue, prima che le inevitabili differenze linguistiche e un malcelato razzismo facciano precipitare una situazione già molto delicata.


Essendo Black Sea un film che da molta importanza all’elemento umano, linguistico e culturale ma anche una pellicola fatta di sequenze concitate e claustrofobiche riprese sottomarine, lo spettatore italiano rischia di trovarsi in una bruttissima situazione di impasse. Da un lato, infatti, io ho amato alla follia i peculiari accenti degli attori (tutti bravissimi, non ce n’è uno che mi abbia fatto considerare il suo personaggio come una banale macchietta, neppure i russi), a partire da quello di Jude Law che parla con una pesantissima inflessione aberdoniana, un ulteriore “indizio” della mentalità chiusa, ruvida, tradizionalista e anche un po’ “ignorante” non solo del protagonista ma di tutto il resto della ciurma; in italiano quest’incredibile varietà linguistica è andata inevitabilmente perduta, col risultato che Black Sea già dal trailer convince davvero poco e da l’erronea impressione di essere l’ennesima copia di film come Caccia a ottobre rosso o simili (senza contare il fatto che ogni russo, come mi hanno detto, è stato doppiato con la cadenza tipica degli imitatori di Putin). Vi direi quindi di guardare Black Sea in lingua originale ma l’altro lato della medaglia è che sicuramente al cinema, con un grande schermo e un bel sonoro spacca timpani, la sensazione di trovarsi all’interno del sottomarino o a centinaia di metri dalla superficie del mare, immersi nell’oscurità e privi di ossigeno, dev’essere un’esperienza ancora più emozionante e terribile, nonché il modo migliore per apprezzare la bella regia di MacDonald. Se, a differenza mia, siete persone in grado di resistere ai fortissimi stimoli che potrebbe procurarvi la visione in sala di Black Sea, la cosa migliore da fare sarebbe probabilmente guardarlo due volte, prima al cinema in italiano e poi a casa in lingua originale (o viceversa), così da godere al meglio di entrambi gli aspetti della pellicola. In ogni caso, non lasciatevi fuorviare da pregiudizi o recensioni negative; nonostante l’impianto abbastanza tradizionale che mi impedisce di elevarlo a cult o capolavoro, Black Sea è un gran bel film che vi consiglierei di vedere senza indugio!


Di Jude Law (Robinson), Scoot McNairy (Daniels) e Ben Mendelsohn (Fraser) ho già parlato ai rispettivi link.

Kevin MacDonald è il regista della pellicola. Scozzese, ha diretto film come L'ultimo re di Scozia, State of Play, The Eagle e il documentario One Day in September, col quale ha vinto un premio Oscar. Anche produttore e sceneggiatore, ha 48 anni e sta dirigendo i primi episodi della miniserie 11/22/63, tratta dall'omonimo libro di Stephen King.


Michael Smiley interpreta Reynolds. Irlandese, ha partecipato a film come Shaun of the Dead, Profumo - Storia di un assassino, The ABCs of Death, La fine del mondo e a serie come Black Mirror e Doctor Who. Ha 52 anni e quattro film in uscita.


Se Black Sea vi fosse piaciuto recuperate Abissi, The Abyss e Leviathan, gli unici film "sottomarini" o acquatici che sono riuscita a vedere fino alla fine prima di passare a miglior vita per l'ansia! ENJOY!

Qui trovate la recensione de Il giorno degli zombi, che mi ha invogliata tantissimo nel recupero!

venerdì 21 novembre 2014

Frank (2014)

Uno dei film che volevo vedere questa settimana era Frank, diretto dal regista Leonard Abrahamson, liberamente ispirato alla vita del musicista Chris Sievey e soprattutto del suo alter ego, Frank Sidebottom.


Trama: Jon vorrebbe fare il musicista e sfuggire alla grigia vita di provincia. L'occasione si presenta quando gli impronunciabili Soronprfbs cercano un tastierista per un concerto e per incidere l'album ma la vita con gli strani elementi che compongono il gruppo non sarà facile...


Frank è un film molto tenero, che spiazza lo spettatore in più di un'occasione, non tanto per la storia, di per sé assai semplice, quanto per i personaggi rappresentati. In realtà, pur chiamandosi Frank, fin dall'inizio la pellicola si concentra sul giovane Jon e sui suoi tentativi frustrati di trovare un posto all'interno della scena musicale irlandese prima e mondiale poi, cosa che fa di lui l'osservatore attraverso il cui punto di vista vengono presentati i personaggi e raccontata tutta la storia di Frank e dei Soronprfbs. Che sono dei bei scoppiati, bisogna dirlo. Dei casi umani senza speranza che accolgono quasi di malavoglia il "normale" Jon e che nella musica non cercano successo ma semplicemente un modo per fare arte, per esprimersi, probabilmente per sfogare una natura che li porterebbe dritti in prigione o al manicomio, alcuni anche al suicidio. Jon invece vuole emergere, vuole diventare famoso e per questo racconta ogni dettaglio della sua esperienza condividendolo sui social; è palese che Jon sia un musicista mediocre, non perché gli manca la tecnica ma perché gli manca quella personalità che gli consentirebbe di trovare ispirazione anche nelle cose più semplici e banali, gli manca l'innocenza di voler fare musica senza secondi fini, senza dover essere per forza fico. In confronto a Jon, spesso irritante nella sua ragionevolezza da manager/bimbominkia, Frank e gli odiosi Soronprfbs risultano umani e gradevoli, anche con i loro antipatici modi di fare e i loro atteggiamenti sociopatici, perché questi assurdi outsider amano la musica e soprattutto si amano l'un con l'altro e si sostengono come se fosse la cosa più naturale del mondo, condividendo le poche gioie e i molti dolori della loro vita scapestrata.


Tenero e spiazzante questo Frank, come ho detto all'inizio. Però manca qualcosa, qualcosa che riesca a tirare fuori la storia dal binario conosciuto del percorso di formazione del protagonista (successo - crollo - redenzione) e dell'happy ending canonico a tutti i costi. Quel qualcosa che, se Frank fosse stato messo in mano a gente come Kaufman, Gondry, Jonze o Anderson, veri esperti nell'arte di tratteggiare le idiosincrasie umane e le esistenze di gente troppo assurda per vivere, l'avrebbe probabilmente elevato a capolavoro assoluto. Manca in definitiva il gusto per l'assurdo, che in Frank si riduce alla mera forma, all'apparenza che nasconde invece un'anima semplice e abbastanza convenzionale, un po' come la maschera di cartapesta indossata dal protagonista. Peccato perché gli attori sono tutti bravissimi, il blasonato e mascherato Fassbender, pur avendo una voce bella quanto il suo vero aspetto (ecco, magari sarebbe guardare il film in lingua originale...), non ruba la scena ai co-protagonisti, così che tutti gli interpreti riescono ad ottenere il proprio giusto e meritato spazio mentre le canzoni sono molto particolari e ricordano (a me che sono musicalmente ignorante, ovviamente) un po' lo stile dei Sonic Youth, con suoni isterici e dissonanti che accompagnano dei testi assurdi e quasi nonsense. Insomma, diciamo che da Frank mi aspettavo un po' di coraggio e weird in più però parliamo di una pellicola assai gradevole che mi sento assolutamente di consigliare, soprattutto per chi è in cerca di una storia in grado di mescolare con leggerezza ed equilibrio il dramma e la commedia.


Di Domhnall Gleeson (Jon Burroughs), Maggie Gyllenhaal (Clara) e Michael Fassbender (Frank) ho già parlato ai rispettivi link.

Lenny Abrahamson è il regista della pellicola. Irlandese, ha diretto film come Adam & Paul e What Richard Did. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e un film in uscita.


Scoot McNairy (vero nome John Marcus McNairy) interpreta Don. Americano, ha partecipato a film come Cogan - Killing them Softly, Argo, 12 anni schiavo, L'amore bugiardo e a serie come Six Feet Under, How I Met your Mother, My Name is Earl, CSI - Scena del crimine e Bones. Anche produttore, ha 37 anni e tre film in uscita, tra cui Batman vs Superman: Dawn of Justice.


François Civil, che interpreta il francese Baraque, era il Papillon del diludente Necropolis - La città dei morti mentre Carla Azar, che interpreta Nana, è davvero una musicista, soprattutto batterista. Neanche a dirlo, l'assurdo personaggio di Frank è stato scritto per Johnny Depp ed è strano in effetti che l'attore non abbia partecipato al progetto, lasciando campo libero a Fassbender! Lo script originale, invece, era ambientato soprattutto in Svezia ma le location sono cambiate quando a dirigere la pellicola è stato chiamato l'irlandese Lenny Abrahamson. Detto questo, se Frank vi fosse piaciuto recuperate Essere John Malkovich. ENJOY!

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