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mercoledì 4 maggio 2016

The Dressmaker - Il diavolo è tornato (2015)

In questi giorni è uscito al cinema The Dressmaker - Il diavolo è tornato (The Dressmaker), diretto e co-sceneggiato dalla regista Jocelyn Moorhouse partendo dal romanzo omonimo di Rosalie Ham. Vediamo se val la pena dargli un'occhiata!!


Trama: Tilly torna al suo paese dopo anni di esilio imposto all'estero, durante i quali è diventata un'affascinante sarta. Decisa ad avere vendetta per la vita che le è stata rubata, Tilly comincia a "rivestire" molti abitanti della cittadina...


Se avessi dato retta al battage pubblicitario di The Dressmaker probabilmente non avrei mai guardato il film di Jocelyn Moorhouse. Erroneamente presentata come un emulo de Il diavolo veste Prada, se non peggio, questa pellicola è in realtà una particolare storia di vendetta introdotta quasi come un western, con una Singer al posto delle pistole, oltre che un film difficile da ascrivere ad un unico genere: se, infatti, l'inizio ricorda molto le tragicommedie corali di cui negli anni '90 era maestro Lasse Halstrom, la vicenda di Tilly a un certo punto svolta nel melò (vero ed unico punto debole di The Dressmaker, a mio avviso) e poi si inoltra nelle tinte sanguinose del grottesco, regalando un finale sorprendente. La trama, prima ancora della vendetta, prende in realtà in esame la ricerca della verità e il disperato tentativo della protagonista di riprendersi una vita che le è stata strappata senza che neppure lei sappia bene il perché. Mandata via del paese a seguito di una terribile tragedia che, a suo dire, l'ha "maledetta" per sempre, Tilly torna nella sua terra profondamente cambiata, almeno all'esterno, mentre a Dungatar il tempo pare essersi fermato, radicandosi in uno status quo di profondo squallore e piccineria mentale. Mentre la madre pare non avere memoria di lei, tutti gli abitanti di Dungatar sono concordi nel ritenere Tilly una disgrazia e soltanto le sue arti sartoriali li costringono a mettere da parte la diffidenza per puro interesse personale; gli abiti di Tilly trasformano letteralmente chi li indossa, mettendone a nudo la bellezza esteriore, ma così non è, purtroppo, per la bruttezza interiore, che rimane tale oppure peggiora. E' in questo modo che gli sceneggiatori giocano con lo spettatore, sfidandolo a capire quale direzione prenderà una storia che avrebbe tutte le carte in regola per sfociare in una perfetta morale Disneyana e in una liaison da sogno tra Tilly e il meraviglioso Teddy, se non fosse che la "maledizione" della protagonista risiede nella fondamentale cattiveria di tutti gli abitanti di Dungatar, falsi, ipocriti e meschini a tal punto che i protagonisti de Il seggio vacante della Rowling sono al confronto dei docili agnellini.


Ad affiancare una trama per la gran parte assai particolare ed interessante, c'è la fondamentale scelta di dotare Tilly di una Singer invece che di una pistola, cosa che rende The Dressmaker incredibilmente stiloso. Attenzione però, la pellicola della Moorhouse non è una robetta per donnine modaiole! I costumi sono un fondamentale veicolo per l'amara ironia di cui è permeata la pellicola, ambientata negli anni '50, e molte delle mise create da Tilly (per inciso, una più bella dell'altra) vengono utilizzate per sottolineare la natura ridicola dei personaggi, una su tutti la vanesia Gertrude che, con le sue pose da diva consumata, richiama più volte il contrasto vincente tra paesanotti e glitter che era uno dei punti chiave in Priscilla la regina del deserto. L'omaggio a questo stupendo caposaldo della cinematografia australiana si ripropone nella figura di uno Hugo Weaving nuovamente en travesti, l'unico personaggio positivo assieme a Teddy e alla madre di Tilly nonché, finalmente, un ruolo capace di svecchiare un attore che ormai si era abbonato a parti da impersonale malvagio; tra gli altri attori spiccano, oltre all'inedita Sarah Snook in versione bitch, una Kate Winslet magnifica, perfettamente a suo agio negli eleganti panni di una donna costretta a mostrarsi più forte di quanto non sia per sopravvivere ad una comunità che la vorrebbe vedere morta, e soprattutto Judy Davis, la quale nei panni della folle ed ubriaca Molly ruba spesso la scena alla bellissima (pure troppo!) coppia formata da Liam Hemsworth e la "vecchia" Kate. Le scenografie che mescolano suggestioni da western di frontiera a quello che, ahimé, è il reale paesaggio dell'outback australiano, unite ad una colonna sonora piacevole e ai già citati costumi da urlo, sono la ciliegina sulla torta di un film sorprendente, che vi consiglio di guardare in barba alla pubblicità ingannevole italiana... e per le donnine che ancora non fossero convinte, aggiungo in omaggio un Liam Hemsworth in mutande che è davvero tanta ma tanta roBBa!

Non ringraziatemi :)
Di Liam Hemsworth (Teddy McSwiney), Kate Winslet (Myrtle "Tilly" Dunnage), Hugo Weaving (Sergente Farrat), Sarah Snook (Gertrude "Trudy" Pratt), Judy Davis (Molly Dunnage) e Caroline Goodall (Elsbeth) ho già parlato ai rispettivi link.

Jocelyn Moorhouse è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Australiana, ha diretto film come Istantanee, Gli anni dei ricordi e Insieme per caso. Anche produttrice e attrice, ha 56 anni.


Kerry Fox, che interpreta la terribile Beulah Harridiene, era una dei tre protagonisti di Piccoli omicidi tra amici. Detto questo, se The Dressmaker vi fosse piaciuto guardate Chocolat oppure divertitevi con She Devil - Lei, il diavolo. ENJOY!

martedì 26 gennaio 2016

Steve Jobs (2015)

Prosegue il mio lento percorso di preparazione per gli Oscar e oggi parlerò di Steve Jobs, diretto nel 2015 dal regista Danny Boyle e tratto dalla biografia omonima di Walter Isaacson.


Trama: il film racconta la vita di Steve Jobs a partire dalla sua espulsione dal consiglio d'amministrazione della Apple per arrivare ai rinnovati fasti moderni e la definitiva consacrazione a genio dell'informatica..



Quello biografico è un genere che mi piace molto quando riguarda personaggi di mio interesse ma che tendo un po' ad evitare quando si tratta di persone che non hanno mai solleticato la mia curiosità. Dopo il suo "Stay Hungry, Stay Foolish" chissà perché mi immaginavo Steve Jobs come una sorta di John Keating del mondo dell'informatica ed ero quindi pronta ad una specie di "agiografia" atta a glorificare questa figura fondamentale per l'epoca moderna, conseguentemente a morire di noia. Per fortuna il film di Danny Boyle, sceneggiato da Aaron Sorkin a partire dalla biografia di Walter Isaacson, dipinge uno Steve Jobs insopportabile, geniale ma caratterizzato dagli incredibili, fastidiosi difetti che chiunque lavori come dipendente avrà riconosciuto almeno una volta nei propri capi: impaziente, inconsapevole dei ritmi della realtà che lo circonda, incapace di riconoscere ai suoi sottoposti e in generale alle persone la dignità di essere umani (gli unici due a sottrarsi in minima parte a questo trattamento sono la segretaria Joanna e l'ex mentore John Sculley), bizzoso, maleducato, egocentrico, truffaldino ed egoista, Steve Jobs schiaccia come una pressa tutto quello che si pone davanti al raggiungimento del suo obiettivo e dismette come inutile tutto ciò che non è funzionale ad esso. La pellicola è divisa in tre tempi, anni '80, anni '90 e secondo millennio, e racconta l'ascesa, la caduta e il successivo trionfo del protagonista, teso alla creazione di una società dove i computer fungono da migliori amici dell'uomo, perfetti non solo internamente ma soprattutto per quel che riguarda il design; per Steve Jobs il progresso passava innanzitutto dagli occhi e dal desiderio dell'utente di possedere qualcosa di esclusivo, una "forma d'arte" casalinga impossibile da modificare ed incompatibile con gli altri dispositivi comuni. La sceneggiatura è interamente incentrata sulla sua ossessione verso l'immagine, i mass media e la pubblicità e si snoda partendo dall'acuta citazione di un'intervista ad un esperto ai tempi dell'uscita di 2001: Odissea nello spazio (continuamente citato nel corso del film) mostrando progressivamente l'avverarsi delle profezie tecnologiche dell'intervistato, soprattutto ad opera di Steve Jobs. Lo stesso protagonista viene praticamente descritto come una futuristica macchina antropomorfa, difficile e talvolta pericolosa da gestire, e la rappresentazione della sua "umanità" viene interamente affidata ai confronti (purtroppo spesso mai avvenuti nella realtà) con le figure chiave della sua esistenza, soprattutto con la figlia Lisa, riconosciuta solo all'età di 9 anni e frutto di una relazione assai burrascosa.


La connotazione negativa del protagonista e il conseguente desiderio di capire cosa lo abbia reso perfetto ed immortale agli occhi dei suoi tanti estimatori è ciò che rende Steve Jobs incredibilmente interessante e dinamico, anche grazie a dialoghi vivaci e poco legati all'aspetto tecnico del suo lavoro, capaci di sviscerare la personalità di personaggi che vediamo descritti in un periodo ben particolare della loro vita. Cotanto lavoro di sceneggiatura viene affidato ad attori incredibilmente bravi. Michael Fassbender è un mostro (no, beh, è un figo pauroso ma capite cosa intendo...) e la sua presenza scenica è fondamentale per questa pellicola, anche perché l'attore mescola sapientemente una freddezza teutonica ad un fascino incredibile, che tuttavia spesso soccombono alla palese goffaggine del personaggio, almeno per quanto riguarda le questioni relative alle interazioni sociali. A spalleggiarlo ci sono una brava Kate Winslet (alla quale però non darei l'Oscar. Ora come ora la mia favorita è Rooney Mara ma devo ancora vedere le performance delle altre candidate...), il camaleontico Michael Stuhlbarg (l'unico il cui personaggio cambia radicalmente aspetto fisico nel corso del tempo), il gradevole Jeff Bridges (tornato finalmente ad un ruolo serio e ambiguo, con un personaggio allo stesso tempo abietto ma malinconico, degno di un minimo di pietà) e l'adorato Seth Rogen, per la prima volta alle prese con un ruolo misurato e "ingombrante" come quello di Steve Wozniak, ex socio di Jobs ritiratosi gradualmente dalle scene ma considerato uno dei "padri" degli attuali personal computer: i dialoghi tra Rogen e Fassbender, l'idea di un'amicizia difficile da tenere in piedi e lo scontro tra due personalità che più diverse non si può sono alcuni dei punti più alti del film ma la sequenza che mi ha più emozionata è stata quella che descrive il primo incontro tra Jobs e la figlia Lisa, durante la quale l'odio per il protagonista è salito a livelli insuperati. Buona infine la prova di Danny Boyle, un po' impersonale però agli occhi di un profano: onestamente, se non avessi letto che il regista ha scelto di filmare gli anni '80 in 16 mm, i '90 in 35 e i tempi recenti in digitale, per rispecchiare l'evoluzione nel tempo della tecnologia Apple, non ci avrei mai fatto caso. A parte questa botta d'ignoranza, Steve Jobs è un film davvero notevole, emozionante ed interessante anche per chi come me non si è mai curata troppo di un mito dell'epoca moderna. Che siate appassionati di Jobs o semplicemente amanti del buon cinema, non potete davvero perderlo!


Del regista Danny Boyle ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Steve Jobs), Kate Winslet (Joanna Hoffman), Seth Rogen (Steve Wozniak), Jeff Daniels (John Sculley), Michael Stuhlbarg (Andy Hertzfeld) e Sarah Snook (Andrea Cunningham) li trovate invece ai rispettivi link.

Katherine Waterston interpreta Chrisann Brennan. Inglese, ha partecipato a film come Vizio di forma e a serie come Broadwalk Empire. Anche produttrice, ha 36 anni e tre film in uscita tra cui Animali fantastici e dove trovarli e Alien: Covenant.


Il film avrebbe dovuto essere diretto da David Fincher ma la Sony ha rinunciato ad ingaggiarlo a causa degli esosi compensi richiesti e la ferma volontà del regista di avere l'intero controllo dell'opera; Fincher avrebbe voluto Christian Bale nel ruolo di protagonista ma quando è subentrato Danny Boyle il regista ha chiesto la presenza di Leonardo Di Caprio, il quale ha rinunciato per girare Revenant. E' tornato così in lizza Bale ma è stato proprio lui a declinare l'offerta, ritenendosi inadatto al ruolo e spianando così la via a Fassbender. Come ho scritto nel corso del post, alcuni degli eventi salienti del film non sono mai accaduti e purtroppo di questo gruppo fanno parte alcuni tra i più emozionanti, come la sequenza in cui Lisa usa il computer per disegnare, la riconciliazione tra Jobs e Sculley, molti litigi con Wozniak e la scena finale tra Jobs e la figlia ormai maggiorenne, effettivamente la più "posticcia". Detto questo, se Steve Jobs vi fosse piaciuto consiglierei il recupero di Jobs, che pur non ho mai visto. ENJOY!

mercoledì 20 gennaio 2016

Le regole del caos (2014)

La maratona di giovedì scorso mi ha portata a vedere anche Le regole del caos (A Litte Chaos), diretto e co-sceneggiato da Alan Rickman nel 2014.


Trama: Re Luigi XIV commissiona al famoso progettatore di gardini André Le Notre i lavori per la nuova reggia di Versailles. Quest’ultimo rimane folgorato dalle idee intraprendenti di Madame De Barra, che viene coinvolta attivamente nei lavori…


Probabilmente sapete quanto ami la storia francese del periodo della Rivoluzione e quanto, di conseguenza, mi affascinino anche i secoli immediatamente precedenti o successivi nonché tutto ciò che riguarda luoghi “topici” come la reggia di Versailles. Le regole del caos, per quanto viziato da un’incredibile inesattezza storica, ha solleticato inevitabilmente queste mie passioni e mi ha spinta ad un gradito ripasso di tutte le storie dinastiche legate alla monarchia Francese, ramificate in un’infinita serie di figli illegittimi, dipartite premature, incroci di nazionalità e quant’altro, quindi in tal senso mi è piaciuto molto. Dall’altra parte però si tratta di una pellicola abbastanza banalotta per quel che riguarda la trama, con una protagonista emancipata e tuttavia propensa a viversi una telefonatissima storia d’amore col belloccio (moscio ma pur sempre belloccetto) di turno, stufo di venire cornificato dalla moglie vecchia, brutta, insensibile e pure vajassa. Madame De Barra è una donna intraprendente e dalle idee rivoluzionarie, ferma sostenitrice del “pizzico di caos” necessario anche nell'ambito dei progetti più regolari; la sua presenza all’interno della Corte desta scandalo ed ammirazione in egual modo in quanto non derivante da uno status nobiliare, bensì dai meriti acquisiti col duro lavoro e la bravura nell'eseguirlo. Madame De Barra è quindi il “canonico” elemento di caos che si può trovare spesso nelle opere in costume come questa e, come tale, affronta tutta una serie di esperienze positive e negative in grado di caratterizzarlo maggiormente e renderlo unico agli occhi dello spettatore, come per esempio l’incontro inaspettato con un Re “in borghese”, la quasi disfatta per mano di un’antagonista invidiosa, l’iniziale diffidenza dei colleghi uomini, il progressivo innamoramento del suo superiore, ecc. ecc. Per quel che riguarda la trama, dunque, non c’è nulla di particolarmente esaltante all’interno de Le regole del Caos, salvo un paio di momenti commoventi legati non tanto al tragico passato della protagonista, quanto alla triste (benché privilegiata) posizione delle dame a Corte, alle quali veniva fatto divieto di parlare di esperienze strazianti come la morte dei figli così da preservare l’atmosfera “solare” voluta dal Sovrano.


Alan Rickman, da parte sua, pare trovarsi molto a suo agio negli ambienti ricchi e raffinati della Corte ed azzecca un paio di sequenze di incredibile bellezza girate all’interno degli elegantissimi e colorati giardini (la fotografia di Le regole del caos è soprattutto molto bella); eppure, mancano quella sensibilità e quel minimalismo quasi intimista che tanto avevo apprezzato ne L’ospite d’inverno, tanto che la personalità del regista non solo non traspare dalla trama, ma neppure dalle immagini da lui girate né dall’interpretazione di Luigi XIV, priva della forza necessaria per renderlo carismatico quanto avrebbe dovuto. L’idea generale data da Le regole del caos è che, a dispetto del titolo, sia un compitino gradevole ed elegante ma privo di mordente in quanto anche troppo codificato e quest’impressione viene ulteriormente avvallata dal lavoro degli attori coinvolti. La Winslet, con la sua bellezza “terrena” ed imperfetta, è l’ideale per incarnare la temprata Madame De Barra, sia nei suoi aspetti più mascolini che in quelli prettamente femminili, eppure l’attrice non riesce a toccare l’animo dello spettatore neppure durante i momenti più drammatici della pellicola; d’altra parte il coprotagonista maschile, Matthias Schoenaerts, è talmente mollo ed insipido che la Winslet riuscirebbe a rubargli la scena anche solo spazzolandosi via la polvere dal vestito. Ad inghiottire tutto e tutti col suo carisma, però, è Stanley Tucci nei panni del Principe D’Orleans, il vero “caos” della pellicola nonostante la breve durata della sua permanenza sullo schermo, ahimé. Per quel che vale, comunque, Le regole del caos è un gradevole film in costume che piacerà molto agli amanti di un certo tipo di cinema romantico e sognatore, quindi non mi sento di sconsigliarlo del tutto, sebbene avrei preferito congedarmi da Alan Rickman con qualcosa di molto più travolgente!!


Del regista e co-sceneggiatore Alan Rickman, che interpreta anche Luigi XIV, ho già parlato QUI. Kate Winslet (Sabine De Barra), Stanley Tucci (Il duca d'Orleans) e Phyllida Law (Suzanne) li trovate invece ai rispettivi link.

Matthias Schoenaerts interpreta André Le Notre. Belga, ha partecipato a film come La meute, Un sapore di ruggine e ossa e The Danish Girl. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 39 anni e un film in uscita.


La bimba che si vede sedere da sola durante le scene ambientate al Louvre è Mia, figlia di Kate Winslet, all'epoca delle riprese incinta di un altro figlio. Per quel che riguarda il personaggio della Winslet, Sabine De Barra non è mai esistita mentre Le Notre sì ed è colui che ha progettato anche gli Champs-Elysées; il vero André Le Nôtre tra l'altro era più vecchio di Luigi XIV di 25 anni e, ai tempi in cui è ambientato il film, ne aveva 70, di cui più di 20 già passati a lavorare ai giardini di Versailles. Detto questo, se Le regole del caos vi fosse piaciuto recuperate Ragione e sentimento, L'intrigo della collana ed Orgoglio e pregiudizio. ENJOY!


lunedì 11 gennaio 2016

Golden Globes 2016

Non starò a fare tanti preamboli: questo è un lunedì di merda per l'orribile notizia che riguarda l'adorato Duca Bianco, quindi scusatemi se il normale entusiasmo per i Golden Globes è stato definitivamente azzerato. Seguono un paio di commenti sui premi assegnati stanotte, scritti prima di conoscere la ferale notizia.


Miglior film - Drammatico
The Revenant (USA, 2015)
Dispiace molto per Mad Max - Fury Road ma sono straconvinta che The Revenant sarà una meraviglia, quindi attendo il 16 gennaio per confermare o meno le mie impressioni. Vittoria telefonatissima, ma ci sta.

Miglior film - Musical o commedia
The Martian
(USA/UK, 2015)
Purtroppo all'uscita cinematografica l'ho snobbato, ora urge recupero, anche solo per curiosità. Gli altri candidati, tolto La grande scommessa che ho adorato e di cui parlerò in settimana, non credo li guarderei neppure per sbaglio...


Miglior attore protagonista in un film drammatico
Leonardo Di Caprio in The Revenant
Altra vittoria telefonatissima. Che dire Leo, aspettiamo la solita disfatta dell'Oscar, ormai sei una barzelletta!



Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Brie Larson in Room
Ci credete che non ho MAI sentito neppure nominare questa ragazza? Credo di aver visto solo Don Jon con lei e francamente non mi è rimasta impressa, eppure è riuscita a scalzare dal podio grandissimi nomi. Il film Room, che uscirà in Italia il 3 marzo, racconta del rapporto tra una madre e un figlio che non ha mai visto il mondo esterno. Dicono sia bellissimo, aspettiamolo con gioia dunque!


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Matt Damon in The Martian
Non vado matta per Damon e sinceramente avrei sperato in una vittoria di Steve Carell, meraviglioso ne La grande scommessa. Non si può aver tutto dalla vita purtroppo...


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Jennifer Lawrence in Joy
Maronna se ha rotto le balle questa! Altro Globe telefonatissimo sul quale però non posso sindacare, non avendo visto le interpretazioni delle altre candidate.


Miglior attore non protagonista
Sylvester Stallone in Creed
Ma che, daVero? Muoio dal ridere ma sono anche contenta, via, evidentemente il vecchissimo Rocky colpisce ancora. Peccato però per Mark Rylance, che ne Il ponte delle spie è tantissima roba!



Miglior attrice non protagonista
Kate Winslet in Steve Jobs
Premesso che in un film biografico se vince l'attrice non protagonista significa che la biografia non ha raggiunto l'obiettivo prefissatosi, dichiaro che OGNI PREMIO NON ANDATO A THE HATEFUL EIGHT E' UN PREMIO SPRECATO. Ergo, cacca sulla Winslet e carezzine a Jennifer Jason Leigh.


Miglior regista
Alejandro Gonzáles Iñárritu
Altro Globe scontato ma permettetemi di piangere per Miller che, in virtù della sua età e del trionfo che ha girato, meritava il premio più di chiunque.


Miglior sceneggiatura
Aaron Sorkin per Steve Jobs
In virtù di ciò che ho detto sopra (vittoria della Winslet, cacca sulla stessa), Golden RUBATO a Quentin. Vergogna.


Miglior canzone originale
Writing's on the Wall di Sam Smith e James Napier, per il film Spectre
Non credo di averla mai sentita ma credo che tutto sia meglio di lovmilaiciudulovmilovmilaiciudu.

Miglior colonna sonora originale
The Hateful Eight di Ennio Morricone
No, dico, avevate dubbi?????

Come se l'avesse vinto lui <3
Miglior cartone animato
Inside Out (USA 2015)
Idem come sopra. Avevate dubbi? Anche se il film dei Peanuts era molto carino anche!


Miglior film straniero
Il figlio di Saul (Saul Fia, Ungheria 2015)
Come al solito, davanti al film straniero rimango in silenzio perché non ne conosco neppure uno. Il figlio di Saul però dovrebbe uscire il 21 gennaio anche da noi quindi potrei andarlo a vedere se mai decidessero di distribuirlo qui...


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Mr. Robot, la serie sulla bocca di tutti, si conferma come da vedere e diventerà il mio prossimo recupero, anche in virtù della vittoria di Christian Slater. A sorpresa Lady Gaga vince come miglior attrice per American Horror Story Hotel (che non vince come miglior miniserie, ahimé, e cacca anche sulla mancata vittoria di Jamie Lee Curtis per Scream Queens!) e, per quanto le voglia bene, devo dire che il personaggio è stato creato apposta per il suo fisico ed il suo stile quindi avrei aspettato di vederla impegnata in un ruolo davvero difficile prima di premiarla con qualcosa di ambito come un Golden Globe. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

sabato 5 ottobre 2013

Kate Winslet Day - Creature del cielo (1994)


Oggi è il Jean Claude Van Damme Day. Cioè, avrebbe dovuto esserlo e invece stiamo festeggiando il Kate Winslet Day. Non che mi dispiaccia la Kate come attrice, per carità, è una delle migliori in circolazione, ma da qui a dire che è una delle mie preferite ne passa (la verità è che non le ho mai perdonato Titanic ecco, l’ho detto). Comunque, il Day è stata la scusa, oltre che per festeggiare l’ex pagnottosa miss Winslet, che oggi compie 38 anni, anche per guardare un film che puntavo da tempo, ovvero Creature del cielo (Heavenly Creatures), diretto nel 1994 dal regista Peter Jackson.


Trama: il film romanza la vera storia di Pauline Parker e Juliet Hulme, due adolescenti legate da un’amicizia talmente forte e totale da portarle a crearsi un mondo tutto loro, che proteggeranno fino alle estreme conseguenze.  


Creature del cielo è il primo film che vede protagonista la giovane Kate Winslet, all’epoca diciannovenne sebbene interpretasse una quindicenne, l’intelligente e affascinante Juliet o Deborah, come comincerà a chiamarla Pauline. Il personaggio della Winslet ci viene descritto da Peter Jackson come un raggio di sole nella monotona e solitaria vita della proletaria Pauline, una principessa inglese coccolata e viziata dai genitori, ricca non solo in senso economico ma anche dotata di cultura ed incredibili capacità artistiche che spaziano dall’arte alla scrittura. Il modo in cui la Winslet entra in scena, presentandosi con un impeccabile quanto saputello accento inglese e correggendo l’insegnante di francese, è abbastanza memorabile e cattura subito sia lo spettatore che Pauline, favorendo l'immedesimazione con la discutibile protagonista. Mano a mano che la pellicola prosegue, però, ci accorgiamo di quanto Juliet, per quanto ricca, colta e affascinante, sia soprattutto cagionevole di salute, fragile, insicura ed emotivamente instabile, in grado di passare da momenti di estrema euforia ad altri di incredibile prostrazione che la giovane amica e compagna Pauline non sarà in grado di affrontare, riuscendo solo a fomentarli. L’interpretazione della Winslet è effettivamente straziante a tratti, spesso supera in qualità quella della co-protagonista e rende difficile per lo spettatore distaccarsi completamente dall’empatia che viene a crearsi verso questa ragazzina pazza e contemporaneamente innocente, un’autoproclamatasi “heavenly creature” troppo debole per vivere in una realtà priva della perfezione e del glam che le due amiche sognano.


E ora, due parole anche per Creature del cielo nel suo insieme. Jackson, aiutato dalla moglie Fran Walsh, riesce a prendere una tragica storia di cronaca e a trasformarla nella favola nera di due adolescenti allo sbando, immergendo gli spettatori in un mondo fantastico e vintage, scandito dalle note delle canzoni del tenore Mario Lanza, l'idolo delle due ragazze (in netto contrasto con Orson Welles, visto come un uomo nero terribile e allo stesso tempo sexy). La realtà insoddisfacente lascia spesso il posto al regno immaginario di Borovnia, dove Juliet è la principessa Deborah e Pauline è dapprima il principe Charles e poi la bella zingara Gina, un mondo popolato da semoventi statuette di argilla a grandezza naturale perfettamente animate dalla WETA; tutto ciò che le protagoniste vivono nella realtà viene romanzato in questo mondo fantastico dove, di fatto, vengono annullate le delusioni sentmentali, legittimate le loro pulsioni omosessuali e anche quelle omicide, incarnate dalla terribile figura di Diello, figlio adolescente dei regnanti. Jackson mette al servizio di Creature del cielo la sua esperienza di regista horror/fantasy, riuscendo nell'intento di mescolare commedia e tragedia, fantasia e realtà in maniera completamente inedita e, soprattutto, molto disturbante. Per buona parte del film, infatti, i toni sono quelli del romanzo di formazione e della favola ma verso il finale, subdolamente, l'atmosfera diventa assai simile a quella di un horror, il punto di vista della madre di Pauline viene fatto percepire maggiormente e, di conseguenza, lo spettatore comincia a ricordare qual è il fulcro da cui è partita la vicenda di Creature del cielo... ma lo stesso non può smettere di provare pena per le due protagoniste, come dimostra lo straziante finale che mi ha lasciata in lacrime, sconfitta. E pensare che, fino a quel momento, Jackson era stato il regista splatter-demenziale per eccellenza. Alla faccia dello schiaffo morale, eh! Se non lo avete mai visto, dunque, recuperate Creature del cielo e continuate a festeggiare il Kate Winslet Day con...

Contagion (2011) dove la brava Kate interpreta una coraggiosa quanto sfortunata dottoressa.

Carnage (2011), moglie frustrata del fastidioso ma bravissimo Christoph Waltz in una prova di recitazione da Oscar.


Comic Movie (2013) lo spreco di talento in un film imbarazzante!


E con le recensioni degli altri blogger che hanno partecipato all'operazione! ENJOY!

Director's Cult
In Central Perk
Recensioni ribelli
Scrivenny 2.0
White Russian
Movies Maniac
Bette Davis Eyes
Combinazione Casuale
Pensieri Cannibali
Montecristo
Dal romanzo al film


mercoledì 11 settembre 2013

Comic Movie (2013)

Spinta da non so  nemmeno io quale follia cosmica ho deciso di recuperare, nonostante non fosse uscito dalle mie parti, Comic Movie (Movie 43), film a episodi diretto nel 2013 da una ridda di registi che troverete nominati in fondo al post. "Bolla, come sei raffazzonata oggi!", direte voi. Beh è quel che si merita questo capolavoro...


Trama (versione internazionale*): due ragazzi decidono di giocare all'insopportabile e saccente fratellino haker un tiro mancino. Per fargli abbandonare l'inseparabile portatile e zepparglielo di virus lo attirano fuori da camera sua con la richiesta di cercare un film assolutamente introvabile e proibito (nonché inventato sul momento), ovvero Movie 43. Dopo vari tentativi, che portano alla visione di filmati al limite dell'indecenza, salta fuori che la pellicola esiste davvero... e potrebbe scatenare la fine del mondo!
*La trama riportata si riferisce alla versione internazionale del film. Negli USA la cornice è leggermente più sensata e vede un regista (Dennis Quaid) completamente folle cercare di vendere Movie 43 a un produttore (Greg Kinnear) presentandogli man mano tutti gli spezzoni che lo compongono e conta, tra le guest star, anche Seth MacFarlane. Nel DVD di Comic Movie, inoltre, è stato inserito anche Find Our Daughter, episodio che ha per protagonisti Julianne Moore e Tony Shalhoub.


Partiamo dal titolo, vah. Comic Movie è l'ovvio tentativo italiano di attirare quei poveri gonzi che vanno al cinema solo per vedere quei tristissimi film/parodia che scimmiottano le mode del momento come Superhero Movie, Epic Movie, Scary Movie, etc. etc. Poveri gonzi, diffidate dagli infingardi distributori perché nonostante l'umorismo di bassa lega sia più o meno simile Comic Movie è una raccolta di cortometraggi tenuti malamente assieme da una cornice "narrativa" che li lega l'uno all'altro, non c'eentrano nulla né i fumetti né la comicità. A quelli che invece, come me, sapevano a cosa sarebbero andati incontro, dico solo che i gran nomi di richiamo presenti nella pellicola pregheranno i loro dei perché i fan si dimentichino del loro coinvolgimento in quello che, a conti fatti, è uno dei film meno divertenti, più noiosi, patetici e disgustosi del globo terracqueo. Una roba che, al confronto, F is for Fart è un serio e nobile capolavoro dell'avanguardismo giapponese. Detto questo, cercate di seguirmi in questo excursus delle storie presenti in Comic Movie (seguono alcuni SPOILER ma chissenefrega, insomma. Se non volete leggerli saltate al sesto paragrafo).


Comic Movie mi ha fatto ridere all'inizio. Non posso dire di no, sarei falsa come Giuda se negassi l'evidenza. Ammetto anche che la storia di contorno mi ha incuriosita perché volevo davvero sapere dove sarebbero andati a parare con la questione del Movie 43. Quindi, andiamo con ordine. Il cortometraggio con Hugh Jackman e Kate Winslet è quello che, cronologicamente, è stato girato per primo ed è servito da esca per distributori e attori famosi nel corso dei dieci anni di gestazione di questa mmmmerda. Indubbiamente, fa stramazzare al suolo dalle risate soprattutto per le facce che fa la Winslet davanti ad un Jackman sempre bellissimo ma con un difetto fisico a dir poco imbarazzante e funziona perché basato su uno sketch vecchio come il cucco: nessuno si accorge di tale difetto o comunque tutti scelgono di ignorarlo tranne la protagonista, che si ritrova sempre più in difficoltà. Segue l'altrettanto simpatico Homeschooled, con Naomi Watts e quel gran figo di Liev Schreiber che decidono di educare il figlio adolescente a casa, fungendo non solo da insegnanti ma anche da bulli, primi amori e quant'altro. Una roba surreale che mi ha strappato altre grasse risate, così come ha fatto la prima sequenza di The Proposal... almeno finché la proposta della svampita Anna Faris (Will you poop on me?) non viene messa in atto. E' un mio limite, lo so, ma l'umorismo scatologico a base di scoregge e cacca (non merda, c'è differenza!!) non mi fa affatto ridere. Così come mi intristisce vedere Richard Gere e Uma Thurman nei ruoli più sputtananti della loro carriera, il primo nei panni del manager che si ritrova a dover combattere contro la stupidità degli adolescenti che vorrebbero scoparsi il primo IPod fatto come una donna vera e la seconda in quelli di un'imbarazzante Lois Lane stalkerata da Superman in quella che potrebbe essere la peggiore presa in giro di sempre del rapporto tra Batman e Robin. Per fortuna arrivano le meravigliose accoppiate Kieran Culkin/Emma Stone e Chloe Moretz/Christopher Mintz-Plasse a risollevare l'atmosfera con due simpatici sketch abbastanza piacevoli e originali... se non fosse che a dare il carico a coppe e affossare definitivamente Comic Movie ci pensano gli ultimi quattro cortometraggi, che meritano per questo un paragrafo a parte.


Happy Birthday vede il bellissimo Gerard Butler nei panni di un lepricauno. La cosa non fa ridere, il corto è di una deficienza rara e scommetto quel che volete che il doppiaggio italiano non riuscirà a riprodurre l'unico elemento piacevole, ovvero l'accento "oirish" del nanetto. Il finale poi è l'equivalente di una di quelle barzellette sporche e idiote che raccontano gli ultimi derelitti del pianeta quando al bar la conversazione langue, sul serio. Segue Truth or Dare, con un'imbarazzante Halle Berry alla quale dovrebbero venire frantumati i denti con l'immeritato Oscar vinto ormai troppi anni fa. L'apice del becerume viene toccato quando, nel corso delle sfide (di una deficienza incredibile su una scala da 0 a Zach Galifianakis in Una notte da leoni) tra lei e il tizio con cui ha un appuntamento al buio, la signora Berry prepara il guacamole con la tetta destra o decide di trasformarlo in un cinese. Mamma mia, le matte risate, guarda. Mel Brooks, prendi esempio e vergognati. Non bastasse questo capolavoro di umorismo, ecco arrivare l'insignificante Victory's Glory, che vorrebbe parodiare quei film dove la squadra composta da outsider vince la partita dopo un edificante discorso del coach e lo fa mettendo in bocca a quest'ultimo parolacce, banalità e incitazioni a percuotere col fallo gli avversari (sic). Ancora non vi basta? Credete davvero che nulla possa superare il cattivo gusto di vedere esplodere un uomo investito e poi immerso nelle sue feci? O, ingenue creature! Dopo i titoli di coda vi aspetta Beezel, un simpatico gatto animato gay e in odore di Troma che si sodomizza da solo con uno spolverino mentre guarda il suo padrone fare sesso con la fidanzata! Dov'è Fritz il gatto? Vatti a nascondere, cartonetto per educande!! E potrei continuare per ore, ma anche no.


Madonna quanto ho scritto. E ciò è male perché mi si dice che un bravo critico, cosa che effettivamente non sono, è in grado di condensare le sue opinioni in poche righe. Ok. Questo film è Lammerda©. Buono solo per lo spezzone con la Winslet e Jackman e per i due finti spot dal gusto assurdo che richiama molto quello de I Griffin, il resto non ha ragione di essere. Come ho detto, non fa ridere. E un film comico che non fa ridere, giusto per mettersi allo stesso livello di Comic Movie, è utile come un chiulo senza buco.

Ecco la fine che merita Comic Movie...
Di Griffin Dunne, regista del segmento “Veronica”, ho già parlato QUI, Elizabeth Banks, regista di Middleschool Date e co-protagonista dell'episodio Beezel nei panni di Amy, la trovate QUA e Brett Ratner, regista di Happy Birthday, è già stato nominato in questo post. Beezel invece è stato girato da James Gunn. Hugh Jackman (David), Kate Winslet (Beth), Liev Schreiber (Robert), Naomi Watts (Samantha), Kieran Culkin (Neil), Emma Stone (Veronica), Justin Long (finto Robin), Jason Sudeikis (falso Batman), Leslie Bibb (falsa Wonder Woman), Christopher Mintz-Plasse (Mikey), Chloe Grace Moretz (Amanda), Gerard Butler (i due lepricani), Sean William Scott (Brian), Halle Berry (Emily) e Terrence Howard (Coach Jackson) li trovate invece ai rispettivi link.

Peter Farrelly è il regista della “cornice” originale del film e degli episodi The Catch e Truth or Dare. Americano, ha diretto pellicole come Scemo & più scemo, Tutti pazzi per Mary, Io, me & Irene, Osmosis Jones e Amore a prima svista. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 57 anni e in progetto il film Dumb and Dumber To, al momento in fase di pre-produzione.


Steven Brill è il regista della “cornice” del film e dell’episodio IBabe. Americano, ha diretto pellicole come Little Nicky – Un diavolo a Manhattan e Without a Paddle – Un tranquillo weekend di vacanza. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 51 anni e un film in uscita.  


Steve Carr è il regista dell’episodio The Proposition. Americano, ha diretto film come Il dottor Dolittle 2 e L’asilo dei papà. Anche produttore, ha 51 anni e un film in uscita.


Anna Faris interpreta Vanessa. Americana, la ricordo per film come Scary Movie, Scary Movie 2, Lost in Translation, Scary Movie 3, I segreti di Brokeback Mountain, Scary Movie 4 e My Super Ex-Girlfriend, inoltre ha partecipato alla serie Friends. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 37 anni e un film in uscita.


Chris Pratt interpreta Jason. Americano, ha partecipato a film come Wanted - Scegli il tuo destino, Jennifer's Body, Zero Dark Thirty e alla serie The O.C. Ha 34 anni e quattro film in uscita tra cui Lego - The Movie e Guardians of the Galaxy.


Richard Gere (vero nome Richard Tiffany Gere) interpreta il capo nell'episodio IBabe. Americano, ex sex symbol degli anni '80/'90, lo ricordo per film come American Gigolo, Ufficiale e gentiluomo, Pretty Woman, Sommersby, Il primo cavaliere, The Jackal, Se scappi ti sposo, Autumn in New York, Il Dottor T & le donne, The Mothman Prophecies - Voci dall'ombra, Chicago Hachiko - Il tuo migliore amico. Anche produttore e regista, ha 64 anni e un film in uscita.


Uma Thurman (vero nome Uma Karuna Thurman) interpreta la finta Lois Lane. Qui parliamo di una delle muse di Tarantino nonché una delle mie attrici preferite, che ricordo per film come Le relazioni pericolose, Pulp Fiction, Batman & Robin, Gattaca - La porta dell'universo, I miserabili, The Avengers - Agenti speciali, Vatel, Kill Bill, Be Cool My Super Ex-Girlfriend. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 43 anni e quattro film in uscita tra cui Nynphomaniac, ma quello che stiamo aspettando tutti con ansia è Kill Bill 3, annunciato ma sempre rimandato!!


Will Graham e Rusty Cundieff sono altri due registi impelagati nel progetto di cui tuttavia non ho mai sentito parlare mentre James Duffy, regista di SuperHero Speed Dating, ha all’attivo solo il corto che lo ha ispirato, Robin’s Big Date. Un altro segmento tratto da un corto già esistente (Machine Child) è l’interessante Machine Kids, usato come una sorta di “pubblicità progresso” e diretto da Jonathan Van Tulleken, regista di alcuni episodi della serie Misfits. Passiamo ora agli altri attori più o meno famosi coinvolti nel progetto: nel corso del film troviamo Jack McBrayer, lo stagista della serie 30 Rock, la Veronica Mars Kristen Bell, la voce originale del griffiniano Joe, Patrick Warburton, la star della serie Jackass Johnny Knoxville, il comico inglese Stephen Merchant, quella vajassa di Snookie e il protagonista dei tre Transformer Josh Duhamel. Ci hanno invece visto lungo e hanno mandato al diavolo il progetto George Clooney (che avrebbe dovuto recitare nei panni di sé stesso), Colin Farrell (interpellato per il ruolo del leprecauno) e persino i campioni del cattivo gusto Ray Parker e Matt Stone, creatori di South Park, che avrebbero dovuto dirigere uno degli episodi. Ringraziate inoltre, per una volta, l’audience americana che ha bocciato durante un test screening l’episodio dove Anton Yelchin interpretava un necrofilo perché non voglio nemmeno sapere dove sarebbero andati a parare! Detto questo, non saprei cosa consigliarvi se vi fosse piaciuto Comic Movie. Forse un buon psichiatra? ENJOY!!

venerdì 23 settembre 2011

Carnage (2011) - Recensione

Dritto dritto dalla Mostra del cinema di Venezia arriva miracolosamente anche dalle mie parti l’ultima fatica di Roman Polanski, quel Carnage tratto dalla pièce teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza (anche sceneggiatrice della pellicola, assieme al regista).



Trama: due famiglie sono costrette a confrontarsi quando il figlio dei Longstreet viene picchiato con un bastone dal figlio dei Cowan. Inizialmente i toni della discussione sono concilianti e civili, ma l’idillio non dura a lungo…



Roman Polanski è un autore che personalmente amo molto, sebbene non abbia visto tutti i suoi film ma solo i più famosi e quelli un po’ più horror. Quello che mi piace della gran parte delle sue opere è la feroce ironia e la critica neppure troppo sottile della borghesia, delle piccole bugie che sono parte integrante della sua stessa esistenza. Queste due caratteristiche si ritrovano in questo Carnage, una commedia intellettuale nera, molto breve e di stampo teatrale, resa splendidamente dalla bravura di quattro attori a dir poco perfetti. Dopo una breve introduzione muta, ripresa da lontano (e che ritornerà nel finale come un cerchio perfetto), che ci introduce il motivo dell’incontro delle due famiglie, l’occhio del regista “viola” l’intimità dell’appartamento dei Longstreet e ci mostra impietosamente quello che può accadere dietro una facciata di civiltà ed apparente normalità, in un microcosmo che riflette, purtroppo, la realtà in cui viviamo.



Comincia così un film che, nonostante si svolga all’interno di un appartamento e sia assai verboso, non è per nulla statico né noioso. Il confronto tra le due famiglie da il La ad una riflessione sulla società moderna, dove i rapporti sono resi difficili dalle convenzioni imposte dalla civiltà, convenzioni che spesso seguiamo senza esserne convinti perché cozzano con il nostro fondamentale egoismo ed individualismo: è il “dio del massacro” del titolo originale che, sotto sotto, guida ogni nostra azione, anche quando sembra essere compiuta per altruismo, o per difendere qualcuno che ci sta a cuore. E’ quella volontà di  primeggiare sugli altri, sempre e comunque, di mostrarci perfetti, di mantenere le apparenze, di combattere con le unghie e con i denti per avere successo nella vita, anche a scapito della famiglia, degli amici, della serenità. I quattro protagonisti di Carnage sono, in tal senso, dei perfetti “adepti” di questo dio, anche quelli che in apparenza si battono per l’interesse dei figli e che sono più buoni e civili degli altri.



Non entrerò troppo nel dettaglio per non togliere la sorpresa a chi vuole andare a vedere il film, ma la cosa interessante di Carnage è il continuo alternarsi dei ruoli, delle “alleanze” tra personaggi, delle dinamiche di conflitto (essenzialmente quattro, oltre ovviamente all’evento scatenante iniziale: il fatto che Alan sia sempre al telefonino, la sua causa con una casa farmaceutica, i frequenti malori di Nancy, il criceto che John avrebbe abbandonato per strada). Le certezze del pubblico e i cliché vengono intelligentemente ribaltati:  il “cattivo” della pellicola è l’unico consapevole della realtà odierna e l’unico che, quindi,  segue coerentemente i suoi valori (o meglio, i suoi NON valori, visto che del figlio non gliene frega nulla, della famiglia tanto meno e non fa niente per nasconderlo, fino alla fine). In un certo senso quindi l’unico personaggio sincero e quindi relativamente positivo è lui, sicuramente più di quanto non siano gli altri tre: Nancy è debole, vanesia e schiava delle apparenze, Penelope invece è progressista e pacifista in apparenza ma in realtà è un’egoista che sfrutta i problemi del figlio solo per mostrare le sue presunte qualità, insoddisfatta della vita e con un marito felice della propria ignoranza e mediocrità, costretto a tenere alte le aspettative della moglie. Gli attori che interpretano questi quattro personaggi sono ovviamente tutti bravissimi; personalmente, adoro Christoph Waltz quindi forse non sono molto obiettiva nel dire che il migliore è sicuramente lui, tuttavia anche John C. Reilly, che solitamente non sopporto, incarna alla perfezione il difficile personaggio di John.  Però, oltre alle interpretazioni magistrali e alla storia effettivamente accattivante ed interessante, ho amato soprattutto il finale. Senza rivelarlo, dico solo che è meraviglioso assistere ad un’ora e mezza di esilaranti scene isteriche, comportamenti a dir poco grotteschi e sceneggiate da primedonne… solo per poi vedere ribadita la loro inutilità con una conclusione ironica e pungente, dove le immagini parlano da sole, senza bisogno di ulteriori dialoghi. Insomma andate a vedere Carnage perché, nel suo genere, è davvero un piccolo gioiello.



Di Christoph Waltz, che interpreta Alan Cowan, ho già parlato qui. Kate Winslet interpreta Nancy Cowan, trovate il suo trafiletto qua. Anche John C. Reilly, nei panni di John Longstreet, ha avuto modo di comparire sul Bollalmanacco qui.

Roman Polanski (vero nome Rajmund Roman Liebling) è il regista della pellicola. Un altro dei miei registi preferiti in assoluto, lo ricordo per film come Per favore non mordermi sul collo, il bellissimo Rosemary’s Baby, Chinatown, Pirati, La nona porta, Il pianista (con il quale ha vinto l’Oscar come miglior regista) e Oliver Twist. Francese, anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 78 anni.



Jodie Foster (vero nome Alicia Christian Foster) interpreta Penelope Longstreet. Universalmente considerata come una delle attrici più potenti di Hollywood, emblema di un tipo di cinema “di massa” ma anche molto intellettuale, la ricordo per film come Due ragazzi e … un leone, Taxi Driver, Tutto accadde un venerdì, Una ragazza, un maggiordomo e una lady, Hotel New Hampshire, lo splendido Il silenzio degli innocenti (per il quale ha vinto il suo secondo Oscar come migliore attrice protagonista, il secondo era arrivato nel 1989 con Sotto accusa) , Il mio piccolo genio, Sommersby, Nell, Anna and the King, Panic Room e il recente Mr. Beaver. Ha partecipato anche a serie come Una moglie per papà, The Addams Family, X – Files e doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttrice e regista, ha 49 anni e un film in uscita.



E ora vi lascio col trailer originale del film... ENJOY!!




Pubblicato su The Ed Wooder

mercoledì 14 settembre 2011

Contagion (2011)

Forse perché il 2012 si sta avvicinando, il mio Multisala sta facendo il miracolo e si sta impegnando per mettere in programmazione bei film che non avrei mai creduto di poter vedere al cinema nella mia zona. Ieri sera sono riuscita così ad andare a vedere Contagion, la nuova pellicola del regista Steven Soderbergh.



Trama: Un terribile e mortale virus si diffonde in pochissimi giorni in tutto il pianeta. Mentre autorità mondiali, luminari della medicina e giornalisti cercano di trovare una soluzione, i pochi sopravvissuti cominciano a fare i conti con la paura e il caos…



Pur essendo uno dei pochi film “originali” in uscita, Contagion riprende un trend già in voga negli anni ’70, ovvero quello delle pellicole catastrofiche che radunavano un gran numero di famosissime star dell’epoca. Originale, quindi, con riserva, anche se l’approccio ad una trama di per sé non innovativa viene portato avanti con piglio assai asettico e documentaristico, concedendo poco allo spettacolo. Soderbergh decide di puntare molto sui fatti e di girare un film sobrio, privo di fronzoli o immagini ad effetto (uniche eccezioni la terribile sequenza dell’autopsia su Gwyneth Paltrow e la commovente scena finale del prom casalingo, accompagnata dalla splendida musica degli U2), dal montaggio serrato ed implacabile come la diffusione del virus che vorrebbe rappresentare. Un drink all’aeroporto, un viso lucido di sudore, primi piani di mani che toccano oggetti che vengono passati ad altre mani, didascalie con nomi di città e relativo numero di abitanti, panoramiche di hotel, autobus, condomini, metropoli: Contagion come da titolo si concentra giustamente sulla dinamica del contagio e sulla conseguente ondata di panico collettivo e “fobia dell’altro” che influenzano ogni cosa, dalle alte decisioni governative ai più semplici rapporti umani.



Il risultato è un film sicuramente ben recitato (Kate Winslet e Jude Law sono strepitosi!), molto bello ed ottimamente confezionato, che stringe lo spettatore in una morsa di ansia dall’inizio alla fine, evitando di ammorbarlo con spiegazioni scientifiche troppo dettagliate o complesse, e che alla fine non si sofferma troppo su nessun personaggio, preferendo mostrare un campionario di varia umanità per coprire il maggior numero di punti di vista possibili. Certo, all’uscita dal cinema ho origliato i pareri “a caldo” di alcune persone, e secondo loro il difetto più grande di Contagion è proprio questo, la decisione di raccontare tante piccole storie senza approfondirle troppo. Personalmente non l’ho preso come un difetto ma come un ulteriore mezzo per accentuare il realismo della pellicola perché, diciamoci la verità, nel corso di una pandemia dubito che tutti i giorni accadano costantemente, ad ogni singola persona, eventi degni di essere narrati: molto meglio, quindi, mostrare spizzichi e bocconi di vicende più o meno interessanti e lasciare anche qualche dubbio, storie che potranno essere ulteriormente raccontate o continuate se qualcuno lo vorrà. A dire il vero la cosa che però mi ha colpita di più è l’assenza di personaggi totalmente positivi o negativi (a parte Jude Law che è un bel bastardo, ma in modo particolare) e di qualsivoglia riferimento alla religione; in Contagion nessun personaggio ricerca il conforto della fede, non ci sono santi né predicatori che inneggiano alla fine del mondo, solo una disperata fiducia nella scienza e nell’informazione alternativa, un’ancor più disperata diffidenza verso le autorità e il desiderio di proteggere il proprio mondo, per quanto sia piccolo. Chissà cosa farei io in un caso come questo. Mah. Per ora posso solo dire che Contagion mi è piaciuto e lo consiglio.



Di Matt Damon (Mitch), Gwyneth Paltrow (Beth), Jude Law (Alan), Laurence Fishburne (Dr. Cheever), Kate Winslet (Dr. Mears), Elliot Gould (Dr. Sussmann), ho già parlato nei vari post a loro dedicati, che potete leggere cliccando sui link.

Steven Soderbergh è il regista della pellicola. Americano, lo ricordo per film come Sesso, bugie e videotape, Out of Sight, Traffic (che gli è valso l’Oscar come miglior regista), Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco, Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 48 anni e tre film in uscita.



Marion Cotillard interpreta la Dottoressa Orantes. Francese, ha partecipato a film come Taxxi, Taxxi 2, Taxxi 3, Big Fish – Le storie di una vita incredibile, Un’ottima annata, La vie en rose (che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista) e Inception, oltre ad un episodio della serie Highlander. Ha 36 anni e un film in uscita, Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno.



John Hawkes (vero nome John Perkins) interpreta Roger. Per la serie, “dove t’ho già visto?”: ma sei Pete!! Pete, il povero, sfigatissimo commesso seviziato dai fratelli Jeko in Dal tramonto all’alba!! E non solo, ovviamente. Potete trovare l’attore americano in film come Scary Movie, Freaked – Sgorbi, Congo, Incubo finale, Identità, Miami Vice o in serie come Millenium, Nash Bridges, E.R. – Medici in prima linea, Buffy l’ammazzavampiri, X- Files, Più forte ragazzi, 24, Taken, Senza traccia, CSI e Lost. Ha 52 anni e quattro film in uscita.



Rimaniamo in tema di attori. Tra chi ce l’ha fatta, segnalo Jennifer Ehle, che nel film interpreta la dottoressa Hextall mentre ne Il discorso del re era la moglie di Logue. Passando a  chi, invece, non ce l’ha fatta,  si era pensato di assegnare il ruolo (marginale ma a suo modo importante) di Beth a Jennifer Connelly che, in quanto premio Oscar, in questo cast all star non avrebbe sfigurato. Se vi fosse piaciuto Contagion suggerirei di guardare almeno L’inferno di cristallo, film catastrofico che da piccola mi terrorizzava e dal quale pare Soderbergh abbia tratto ispirazione per la sua ultima pellicola. Intanto che lo cercate, vi lascio col trailer di Contagion... ENJOY!

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