Visualizzazione post con etichetta hong chau. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta hong chau. Mostra tutti i post

venerdì 20 febbraio 2026

Cime tempestose (2026)


Martedì sono finalmente andata al cinema a vedere un film che mi incuriosiva parecchio, Cime tempestose (Wuthering Heights), diretto e sceneggiato dalla regista Emerald Fennel a partire dal romanzo omonimo di Emily Brontë.

Trama

Cathy ed Heathcliff passano l'infanzia assieme, uniti da un sentimento di reciproco amore mai confessato. La situazione precipita quando il ricco Edgar Linton si stabilisce nei pressi di Wuthering Heights e si innamora di Cathy...

RECENSIONE

Cime tempestose mi ha incuriosita fin dall'inizio, in virtù del taglio molto "Harmony" che traspariva dai primi poster e dal trailer, roba da fare rabbrividire tutti gli amanti della Brontë. Siccome le due opere precedenti della Fennel mi erano piaciute, la prima più della seconda, mi ero detta che l'operazione da lei condotta non poteva certo essere così banale. Poi sono piovute recensioni che hanno stroncato, quasi all'unanimità, Cime tempestose, al punto che uno dei critici italiani più blasonati è arrivato a definirlo "il film peggiore dell'anno, nonostante si sia appena a Febbraio". Ora, con tutto il rispetto, il signore che non nomino mi pare ormai un po' senile, o forse non ricorda cosa siano i brutti film, che da qui a definire "brutto" Cime tempestose ne passa. Quel che è certo è che, probabilmente, tra tutte le opere di Emerald Fennel è quella che, al momento, mi è piaciuta meno, perché mi ha dato l'impressione di essere poco più di un feuilletton assai patinato, benché non sciocco come possa apparire a una prima occhiata. A me è sembrato che la Fennel abbia voluto raccontare la "sua" versione di Cime tempestose, esplicitando a chiare lettere la propria poetica per mezzo del personaggio di Isabella, la quale viene introdotta mentre "impone" ad Edgar l'appassionato resoconto (riportato a modo suo) di una storia d'amore fittizia che l'ha travolta, quella di Romeo e Giulietta. A sua volta, la Fennel, sostituendosi alla narratrice inaffidabile del romanzo, racconta la storia d'amore di Cathy ed Heathcliff, liberandola da (quasi) tutte le sottotrame presenti nell'opera della Brontë e presentandola come la storia di un sentimento totalizzante tra due animi orgogliosi, che non riescono a vivere l'uno senza l'altra ma arrivano comunque a distruggersi per punirsi a vicenda di colpe mai commesse. Nel film della Fennel non esiste una "seconda generazione", il legame tra Cathy ed Heathcliff non si compie attraverso una gioventù più innocente, ma si consuma in tutta la sua passione nel presente, in maniera, se posso permettermi, molto più verosimile, per quanto sicuramente meno poetica. In breve, la Fennel reimmagina Cime tempestose come se lo stesse raccontando con tutto l'entusiasmo di una fan non tantodell'opera, quanto dei due protagonisti, anche rendendo esplicito qualcosa che nel romanzo non c'è ma, tutto sommato, potrebbe essere anche solo stato omesso "per verecondia" (di una narratrice, ribadisco, inaffidabile e pudica). Pertanto, criticare la regista per il mancato rispetto dell'opera, a mio avviso, lascia il tempo che trova. 

Per quanto mi riguarda, ho un problema a monte con Cime tempestose. Ho sempre trovato il romanzo una discreta mattonata sulle palle e di Heathcliff e Cathy non mi è mai fregato nulla, né a18 anni né dopo averlo riletto l'anno scorso. La sceneggiatura della Fennel ha di buono che smussa un po' gli spigoli di due personaggi talmente insopportabili da fare il giro, rendendo Cathy più bisbetica che Algida Stronza (TM) e privando Heathcliff della natura di mostro detestabile che mostra nel romanzo. Vero è, però, che Heathcliff ne esce depotenziato in generale, e l'idea che mi ha dato è quella di un cagnolino bastonato che rialza la testa per mordere nei momenti sbagliati, quando invece avrebbe dovuto limitarsi a "brillare" come selvaggio ammaliatore graziato dal fascino gitano e l'appetito sessuale di un Kinski's Paganini qualsiasi. E su questa nota di colore, direi che è giunto il momento di onorare Lucia sottolineando quanto mi abbia divertito e fatto ridere Cime tempestose. Non so se ogni risata fosse voluta al 100%, o se ho il cervello ormai deviato dagli horror e sono riuscita a cogliere una natura tragicomica dove magari non esisteva. Sicuramente, lo stretto legame tra eros e thanatos è presente fin dalla prima, splendida sequenza introduttiva, e viene riproposto più volte nel corso del film (credo sia evidente come ogni evoluzione del rapporto tra Heathcliff e Cathy sia preceduto o seguito da qualcosa che richiama la morte, come se quello fosse il loro destino finale), ma è anche vero che ogni immagine macabra viene stemperata da immagini e simbologie grottesche. Restando in argomento, ho preferito la prima parte del film alla seconda. Le interazioni e i dialoghi tra i personaggi sono frizzanti, non solo i battibecchi tra Heathcliff e Cathy, ma anche i botta e risposta tra quest'ultima e Nelly (per quanto Nelly sia comunque una figura tragica, ben distante dall'impicciona del romanzo), per non parlare della caratterizzazione estrema di Isabella, un'esilarante psicopatica in erba. Per contro, il "far l'amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi" l'ho trovato di una noia mortale, talvolta persino cringe, insomma tutto quello che non mi sarei aspettata dall'unione carnale di due "belli belli in modo assurdo" come Margot Robbie e Jacob Elordi. E ora, le fan dell'attore australiano smettano pure di leggere, grazie.

A me Elordi non piace, né come uomo, né come attore. In Cime tempestose lo salva un inizio in versione Sandokan, ma nonostante ciò che ha decretato all'unisono buona parte della popolazione femminile della sala attraverso starnazzanti urla di giubilo, Heathcliff imberbe, col capello sbarazzino e l'orecchino da scugnizzo in bella vista, perde almeno 20 punti di fascino. E va bene l'occhio spento e il viso di cemento, lei è il mio piccione ed io il suo monumento, ma il ragazzo non cambia espressione se non quando copula o quando deve spingere Cathy a sventolarsi la patasfralla: lì gli viene lo sguardo malandrino, si rianima di botto trasformandosi nel sogno bagnato di tutte le donne etero con gusti normali (ahimé, sono etero ma ho sempre avuto gusti di merda, quindi con me non attacca), confermandosi dunque perfetto per una carriera nel porno, non nel Cinema, mi spiace. Margot Robbie invece affronta ogni scena, anche quelle potenzialmente ridicole, con dignità e fascino, portando a casa una Cathy alla quale potrei anche affezionarmi. Ciò che invece rasenta la perfezione sono la colonna sonora che mescola modernità e suggestioni antiche, l'uso dei colori, i costumi e le scenografie. Questi ultimi due elementi saranno anacronistici quanto volete, ma che originalità, che opulenza, che inventiva (la carta da parati color "Catherine". Geniale). Sempre rimanendo in tema "momenti esilaranti", mi rimarrà sempre nel cuore la simmetria dei fiaschi lucidi come smeraldi, impilati in perfetta simmetria, all'interno di una lurida bettola che non vedeva uno straccio dal '15-'18, ma questa è solo la punta dell'iceberg: sia Wuthering Heights che la casa di Edgar rispecchiano l'animo di chi le abita e sono entrambi soffocanti a modo loro, gabbie che intrappolano Cathy, l'una come cupo inferno di indigenza e degrado, l'altra come casa delle bambole (e chi s'è perso la palese citazione a Barbie Gioielli Segreti è una persona malissima). L'unico luogo di libertà è la brughiera. Spazzata dagli elementi e chilometrica quanto il campo da calcio di Holly e Benji, i protagonisti sembrano passare la vita a correrci dentro per raggiungersi, o fermi ad aspettarsi a vicenda, con pochi brevi incontri che li segnano indelebilmente, condannandoli a un destino di solitudine, morte e follia. E con questo concludo, dicendo che Cime tempestose, pur con tutti i suoi difetti, è un film molto bello, che merita una visione con occhi scevri da pregiudizi e l'animo libero da qualsiasi tipo di amore talebano verso il libro della Brontë. Ora aspetto che la Fennel diriga un vero film horror, perché tra impiccagioni, fiumi rossastri, sanguisughe e salassi da incubo, sono sicura che ne sarei molto soddisfatta. 

CAST

Della regista e sceneggiatrice Emerald Fennel ho già parlato QUI. Margot Robbie (Cathy), Jacob Elordi (Heathcliff) e Hong Chau (Nelly) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Alison Oliver, che interpreta Isabella, era anche nel cast di Saltburn mentre Ewan Mitchell, che interpreta Joseph, è l'Aemond Targaryen della serie House of the Dragon. Se volete altre versioni di Cime tempestose, vi rimando a questo link. ENJOY! 

venerdì 21 giugno 2024

Kinds of Kindness (2024)

In ritardo rispetto al mondo, per colpa della durata elefantiaca, sono riuscita a recuperare al cinema Kind of Kindness, diretto e co-sceneggiato dal regista Yorgos Lanthimos.


Trama: nel primo episodio un uomo d'affari decide di liberarsi dalla pesante influenza del suo capo; nel secondo, un poliziotto viene assalito dal dubbio che la donna salvatasi dopo un incidente in mare non sia la sua vera moglie; nel terzo, i membri di una setta cercano il loro messia dai poteri miracolosi.


Benché Kinds of Kindness sia un film a episodi, ho deciso di non dedicare a ciascuno di essi un paragrafo come faccio di solito, soprattutto per evitare inutili spoiler a chi dovesse ancora vedere il film. In seconda istanza, preferisco prendere Kinds of Kindness come un'opera unica, profondamente legata ai primi lavori di Lanthimos, all'interno della quale si possono ritrovare tutti i temi che erano preponderanti nel grottesco Dogtooth. Proprio "grottesco" è l'aggettivo giusto per definire le vicende narrate nel film, all'interno del quale tre questioni profondamente serie e drammatiche offrono risvolti inaspettatamente ridicoli, se non addirittura comici, privando i protagonisti della loro importanza di fronte alla vastità dell'universo e dell'inconoscibile. I personaggi principali di ogni episodio sono, infatti, dei poveri inetti con grosse difficoltà a rapportarsi con l'esistenza; forse per questo motivo, attirano su di loro l'altrui volontà di prevaricare o cercano spontaneamente qualcosa che dia loro uno scopo anche a costo di spersonalizzarsi e incappare in grosse cantonate. I kinds of kindness del titolo originale sono atti di devozione che sfociano nell'insano e nel perverso e rappresentano il fil rouge che porta avanti la poetica del regista, fatta di sentimenti distorti che spingono al controllo dei sentimenti (o all'anaffettività) e dei comportamenti altrui, spesso alla ricerca di una perfezione impossibile che sfocia in frustrazione e in inevitabile violenza. L'esempio perfetto di tutto ciò, nonché il mio episodio preferito, è il primo, che scava proprio in un rapporto di inquietante dipendenza da cui il protagonista cerca di fuggire; mirabile sintesi di tutto ciò che adoro in Lanthimos, è espressione del masochismo più puro ma, a modo suo, è anche tristemente tenero. C'è della tenerezza anche nel secondo episodio, ma ammetto di non averlo capito. Probabilmente, sono stata distratta dalle potenziali implicazioni fantascientifiche o horror richiamate dalla trama e dalla generale impressione che il poliziotto protagonista abbia trovato la "soluzione" al suo problema senza rendere partecipe il pubblico, tuttavia non ho capito dove volesse andare a parare il tutto e la "rivelazione" buttata lì en passant con un sogno raccontato non ha granché giovato. Il terzo episodio torna ad essere più comprensibile e ammetto di avere riso parecchio durante la visione, forse perché è costruito come una parodia di tutte le sette religiose che infestano sia il mondo che le opere di finzione. Nonostante l'abbondanza di aspetti e rituali ridicoli, per non parlare della protagonista goffa e di una serie di inenarrabili sfighe, anche questo episodio nasconde un cuore tragico, fatto di persone che hanno perso loro stesse e sono bloccate in un limbo di prospettive sgradevoli, alla mercé di chiunque voglia approfittarsi di loro o, peggio ancora, offrire aiuti non richiesti che minacciano di distruggerle. 


A prescindere da ogni considerazione personale, come ha detto la mia amica a fine visione "il film è zeppo di chicche", quindi anche nell'episodio meno riuscito ci sono momenti di puro genio che valgono la visione di Kinds of Kindness. Un altro aspetto che ho gradito tantissimo è il ritorno a una regia e una fotografia meno barocche rispetto a Povere creature! e, per quanto mi riguarda, molto più efficaci. Lo spaesamento dei personaggi, il loro essere protagonisti di una tragicommedia sulla quale non hanno alcun controllo, vengono enfatizzati da inquadrature dove sono gli sfondi (naturali o artificiali) ad essere preponderanti sulla figura umana; interni eleganti ma asettici diventano gli spettatori della desolazione dei protagonisti, oppure questi ultimi percorrono strade apparentemente senza fine, per non parlare del modo in cui persino la casetta di due sposi innamorati si priva di calore e si trasforma in ulteriore mezzo di incomunicabilità. Aggiungo inoltre che l'assurda colonna sonora di Jerskin Fendrix, inframmezzata da pezzi più pop e accattivanti, mi ha lasciata spiazzata in più di un'occasione, in particolare quando cupi cori arrivano a sottolineare i momenti più inquietanti o rivelatori. Gli attori, infine, meriterebbero un post a parte. Jesse Plemons è patrimonio mondiale, nonché avviato a percorrere la strada di un altro grande a lui molto simile per "colori" e corporatura, Philip Seymour Hoffman, e meriterebbe davvero che i registi gli cucissero addosso ruoli in bilico tra il weird e il drammatico, perché gli calzano alla perfezione. E lo so che tutti siete andati al cinema per Emma Stone, altrettanto a suo agio e palesemente divertita, però stavolta le ho preferito il biondo co-protagonista, che riesce a tenere testa persino a Willem Dafoe (divino, che ve lo dico a fare?) e a LUI. Con lui, intendo Yorgos Stefanakos, fantastico signor nessuno dalla faccia di pancotto, che arriverà a riempire ogni vostro pensiero e a perseguitarvi nel sonno: è forse lui un Dio? E' forse un silenzioso agente del caos? E' forse un tizio che voleva semplicemente mangiarsi un panino senza fare troppo casino, invano? Chissà. Vi toccherà guardare Kinds of Kindness per scoprirlo!


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Margaret Qualley (Vivian / Martha / Rebecca / Ruth), Jesse Plemons (Robert / Daniel / Andrew), Hong Chau (Sarah / Sharon / Aka), Willem Dafoe (Raymond / George / Omi), Mamoudou Athie (Will / Neil / Infermiere all'obitorio) e Emma Stone (Rita / Liz / Emily) li trovate invece ai rispettivi link.



martedì 28 febbraio 2023

The Whale (2022)

Era uno dei film che aspettavo di più per questa stagione, così il giorno stesso dell'uscita sono corsa a vedere The Whale, diretto nel 2022 dal regista Darren Aronofsky, tratto dalla pièce teatrale omonima di Samuel D. Hunter e candidato a tre premi Oscar (Brendan Fraser miglior attore protagonista, Hong Chau miglior attrice non protagonista e miglior trucco e acconciatura).


Trama: Charlie, insegnante di lettere, a causa delle complicazioni derivanti dalla sua obesità patologica ha più pochi giorni da vivere. Nel tempo che gli rimane, cerca di ricucire il rapporto con la figlia adolescente, Ellie...


"Fanculo le tesi, fanculo questo corso". Queste sono le parole scritte da Charlie sulla chat del suo gruppo di studio, verso la fine di The Whale, quando tutto attorno a lui è sul punto di crollare definitivamente. Uno passa la vita ad imparare come analizzare le opere, diventando alla stregua di un freddo robot spinto, il 90% delle volte, a scrivere o enunciare ciò che gli altri vogliono sentire dire, seguendo la scia di altri critici più eminenti che hanno sviscerato tutto quello che viene percepito come "giusto" e dogmatico, e il risultato è che di verità ce n'è ben poca, di sincerità non ne parliamo. E così è la vita, ovviamente. Una vita in cui tutto dev'essere regolare, dove anche ciò che viene percepito come aberrante deve avere un senso e riportato alla "normalità", e dove rischiamo di arrivare a sentirci in colpa anche davanti alla felicità: in un atto di egoismo, Charlie l'ha agguantata abbandonando la sua vecchia famiglia e lo stesso ha fatto il suo compagno, Alan, ma nessuno dei due è riuscito a perseguirla fino in fondo, schiacciati dai sensi di colpa e dai fantasmi delle loro vite precedenti. Se Alan ha lasciato che il suo corpo si consumasse, Charlie, quasi come per un contrappasso dantesco, ha invece deciso di diventare l'equivalente di Moby Dick, una balena bianca di incommensurabile tristezza, lontano dagli occhi di un mondo a cui è legato giusto dal filo sottile di un lavoro online e di sporadiche telefonate alla moglie, sempre concentrate sull'unica cosa "vera" che ancora gli è rimasta, la figlia Ellie. Ma se dicessi di essere in grado di capire i sentimenti dei personaggi che si muovono sul palcoscenico di The Whale contraddirei l'apologia della verità salvifica che è il fulcro del film di Aronosfsky. La verità è che io non avrei mai sopportato di stare vicina a una persona debole e rinunciataria come Charlie e che capisco tutta la rabbia di Ellie, figlia abbandonata a otto anni e mai più contattata da un padre che prima ha cercato l'amore altrove e poi non ha avuto il coraggio di condividere il proprio dolore se non con il cibo. La verità è che io sarei stata tagliata fuori dalla vita di Charlie, perché a differenza di Liz non avrei mai assecondato la sua malattia e lo avrei costretto ad un ricovero coatto, anche a costo di perdere per sempre l'unico legame rimasto con la mia famiglia. 


La verità è che non c'è un solo personaggio che non abbia disprezzato profondamente all'interno di The Whale, ognuno per vari motivi, e che solo lo sguardo mite del meraviglioso Brendan Fraser mi ha dato la pazienza di aspettare e capire, mentre ringraziavo ogni divinità di non essere costretta innanzitutto a vivere come Charlie, ma anche a dover essere coinvolta in una situazione simile. Sono forse egoista? Sicuramente, non ho mai detto il contrario. La verità è che quel formato 4:3, assieme alla stazza immensa di Charlie, mi hanno chiuso lo stomaco all'idea di vivere in quella casa sporca, di sicuro puzzolente, dove l'unica oasi di serenità e pulito è una stanza chiusa a chiave dove non entra mai nessuno; la sensazione di una depressione perenne (così simile ma così diversa dalla mia, che da qualche anno mi picchietta delicatamente sulla spalla ricordandomi la sua sgradevole esistenza senza mai esagerare), rappresentata da ambienti quasi sempre bui o male illuminati e dalla pioggia scrosciante all'esterno, mi ha talmente serrato la gola che il tanto temuto pianto è arrivato solo alla fine, per un misto purificante di tristezza e liberazione. Il sole, il mare, la voce di Sadie Sink (vergognosamente snobbata agli Oscar) che, dopo tanti urli di rabbia, declama una sincerità ingenua, disarmante eppure impossibile da prendere sottogamba, sono arrivati a trafiggere quel blocco che mi teneva rigida e a disagio sulla poltrona, indecisa su cosa pensare di tutto ciò che era passato fino a quel momento sullo schermo, e mi ha scossa con immagini di pura poesia e leggerezza, porte su un mondo da sogno che noi stupidi, fragili, brutti esseri umani passiamo la vita a negarci, appesantiti da una realtà brutale e da catene che ci creiamo da soli. Al diavolo, ho di nuovo il magone quindi la smetto, tanto la verità è che non saprei mai scrivere bene di un film come questo. Brendan, mio dolcissimo Brendan. Ti auguro con tutto il cuore che The Whale ti riporti tutto il successo che meriti perché la bellezza, quella vera, non può togliertela nessuno, e neppure il talento. E fanculo l'Oscar, fanculo l'Academy, fanculo il sistema, servono solo ai cinèfili per farsi le pippe.


Del regista Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Brendan Fraser (Charlie), Sadie Sink (Ellie) e Samantha Morton (Mary) li trovate invece ai rispettivi link.

Ty Simpkins interpreta Thomas. Americano, ha partecipato a film come Insidious, Iron Man 3, Oltre i confini del male - Insidious 2, The Nice Guys, Insidious: L'ultima chiave, Avengers: Endgame e a serie quali CSI: Scena del crimine. Anche produttore, ha 22 anni e due film in uscita tra cui Insidious: Fear the Dark.


Hong Chau interpreta Liz. Thailandese, ha partecipato a film come Vizio di forma, The Menu e a serie quali How I Met Your Mother e CSI - Scena del crimine; come doppiatrice ha lavorato in American Dad! e BoJack Horseman. Anche sceneggiatrice, ha 44 anni e due film in uscita. 



Se vuoi condividere l'articolo