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venerdì 5 dicembre 2025

2025 Horror Challenge: The Other Lamb (2019)


Il tema della challenge horror questa settimana era "horror a tema setta". Ho così scelto The Other Lamb, diretto nel 2019 dalla regista Malgorzata Szumowska.

Trama

La giovane Selah fa parte di una setta di sole donne, votata al culto di un unico uomo, il Pastore. Quando, assieme alle consorelle e al Pastore, Selah è costretta a spostarsi verso una nuova dimora, la sua fede comincia ad andare in crisi...

Recensione

The Other Lamb non è un horror nel senso stretto del termine, ma racconta, spesso attraverso immagini oniriche, l'orrore dei cambiamenti della pubertà, all'interno di un ambiente psicologicamente insalubre. L'opera è un coming of age, ambientato in una setta, che comincia "in medias res", senza dare modo allo spettatore di capire come e quando la setta si è formata e cosa abbia spinto il fantomatico Pastore a radunare attorno a sé un gregge di donne che, a suo dire, avevano bisogno di essere protette dal mondo esterno. Tutto ciò che conosciamo è la gerarchia che governa il gregge, all'interno del quale le donne sono divise in figlie e mogli; una differenza di status all'interno della quale si annida la falla principale di una "religione" che predica un'amorevole sorellanza sotto l'occhio attento del Pastore, e che in realtà alimenta una rivalità sottesa e un risentimento reciproco, atto ad indebolire le donne impedendo loro di aprire gli occhi alla squallida realtà. L'apice del percorso religioso delle adepte, infatti, è ricevere la "grazia" del Pastore, ovvero essere scelte per avere rapporti con lui, con conseguente gelosia (reciproca ma anche rivolta verso le madri) delle figlie abbastanza grandi da avere le prime pulsioni sessuali, come Selah, ed invidia delle madri che, col tempo, vedono sfiorire la propria bellezza e scemare l'interesse del Pastore verso di loro. La fede di Selah, assieme alla sua attrazione fisica verso il Pastore, subiscono uno scossone nel momento in cui, raggiunta la maturità sessuale, la ragazza ha le sue prime mestruazioni, un passaggio traumatico per due motivi: l'arrivo del ciclo la priva della condizione di bambina, proiettandola verso la possibilità di concretizzare le sue aspirazioni e diventare moglie, ma le mestruazioni sono anche considerate una cosa impura, e le donne che le hanno vengono separate dalle altre finché non finiscono. Vittima di questi scossoni fisici e mentali, Selah viene a conoscenza del suo passato e di quello di sua madre grazie alla vicinanza con una donna considerata "rotta", e per questo tenuta costantemente separata dalle altre. Per lo stesso motivo, Selah comincia a vedere oltre l'aura "salvifica" del Pastore e a riflettere su tutte le contraddizioni incarnate dalla sua religione, a immaginare altre possibilità, per se stessa e le sue consorelle.

Come ho scritto all'inizio del post, The Other Lamb non è un horror, ma un thriller psicologico giocato interamente sui silenzi, i gesti e gli sguardi dei personaggi, sulla comunione tra pochi esseri umani e una natura che si fa sia ventre protettivo sia spietata matrigna, soprattutto quando la guida del gregge viene affidata ad un mostro egocentrico. L'elegantissima regia di Malgorzata Szumowska spalanca le porte di un mondo con un piede appena fuori dallo scorrere del tempo, tanto che i pochi elementi moderni presenti all'interno delle sequenze (il caravan, la Barbie, più avanti le automobili) aumentano l'effetto straniante dato dalla presenza di questo culto creatosi attorno a un singolo uomo che si crede Cristo in terra. L'elemento umano, così come un'idea delle regole che governano la setta, si esprimono prevalentemente attraverso i colori vividi degli abiti delle sorelle, che spiccano nei colori plumbei della fotografia di Michał Englert; il rosso con tocchi di porpora delle vesti delle mogli, l'azzurro e il verde di quelli delle figlie attirano l'occhio dello spettatore verso i travagli emotivi di queste donne di cui non sappiamo nulla, tranne che sono state plagiate, catturate all'interno della tela di un ragno nero e gonfio di veleno (quest'immagine mi è venuta in mente perché il bosco dove dimora la setta è pieno di intricate strutture fatte di fili di diversi colori, prevalentemente bianchi, alle quali non viene data alcuna spiegazione, ma dubito siano messe lì sono perché sono coreografiche e bellissime). Il vero cuore del film è però l'interpretazione della bravissima Raffey Cassidy, all'epoca ancora minorenne, il cui sguardo trasmette una rabbiosa fame di vita e libertà, un carisma tale da eclissare tutte le sue compagne e da riuscire a convogliare, in maniera assai credibile e disturbante, l'osceno desiderio di un Pastore (magistralmente interpretato da Michiel Huisman) che parla di figlie e madri, ma è smosso solo da un insaziabile, vomitevole istinto sessuale. The Other Lamb è un film affascinante, che tuttavia ha un ritmo molto lento e, nonostante la presenza di sequenze da incubo che coinvolgono cadaveri e sangue, potrebbe non incontrare il gusto di chi vorrebbe qualcosa di meno rarefatto. A me però è piaciuto molto, quindi lo consiglio. 

Cast

Di Raffey Cassidy, che interpreta Selah, ho già parlato QUI mentre Michiel Huisman, che interpreta il pastore, lo trovate QUA.

  • Malgorzata Szumowska è la regista del film. Polacca, ha diretto film come Elles, In the Name of, Body, Non cadrà più la neve e Questa sono io. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 52 anni e un film in uscita. 

Se vi è piaciuto...

Se The Other Lamb vi è piaciuto recuperate The Endless e The Invitation. ENJOY!

martedì 4 marzo 2025

The Brutalist (2024)

E' stata dura, ma sono riuscita a recuperare anche The Brutalist (al momento in cui scrivo candidato a ben 10 Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior attore non protagonista, Miglior attrice non protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior fotografia, Miglior montaggio, Miglior colonna sonora originale, Miglior scenografia), diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Brady Corbet.


Trama: l'architetto László Tóth, fuggito per miracolo ai campi di concentramento, trova rifugio in America. Lì, viene preso sotto l'ala protettiva dal ricco Harrison Van Buren, che gli commissiona un'opera monumentale...


Iniziamo il post ripassando un po' cos'è il Brutalismo, a beneficio di chi, come me, non tocca più un libro di storia dell'arte (in questo caso specifico, dell'architettura) dal lontanissimo 2005. Brutalismo deriva dal francese béton brut, che indica il cemento a vista, uno degli elementi tipici di questo movimento architettonico. Il cemento veniva utilizzato non solo per andare contro alla leggerezza degli stili precedenti, ma anche perché, nel primo dopoguerra, la necessità era quella di ricostruire in fretta, con materiali economici, utilizzando uno stile pratico e semplice, che prediligesse la funzionalità all'estetica. In realtà, c'era anche dietro un'idea di equità, fagocitata di lì a poco dal ritorno in piena forma del capitalismo, che avrebbe condannato il Brutalismo definendone gli edifici in gran parte obbrobriosi. Se vogliamo, all'interno di The Brutalist, si parla anche di Bauhaus, al quale Corbet si è ispirato per gli splendidi titoli di testa, somigliantissimi al Bilanz des Bauhauses di Theo van Doesburg, ma non stiamo a spaccare il capello. Tanto, l'epica opera di Corbet non pretende certo una conoscenza enciclopedica dell'architettura del dopoguerra: crea un parallelo tra il protagonista, l'architetto László Tóth, e gli edifici da lui costruiti, un mix di opprimente austerità monocromatica e un desiderio di libertà e respiro, di luce, di pace. Quella che è mancata e manca al povero László, sopravvissuto per miracolo ai campi di concentramento e pronto a ricominciare una nuova vita in America, con la speranza di riunirsi, prima o poi, con la moglie Erzsébet e la nipote Zsófia, ancora prigioniere. Non ci mette molto, l'architetto, a capire che l'America non è la land of the free, quanto piuttosto un mostro pronto a divorare gli stranieri e i poveracci, per nulla tenero con chi non riesce a conformarsi, magari rinnegando religione e convinzioni. Nel mucchio di immigrati, straccioni e poveri provenienti da tutto il mondo, l'unica speranza è attirare lo sguardo di qualche riccastro, e László riesce a conquistarsi quello di Harrison Van Buren, che decide di commissionargli un mausoleo per la madre, lieto di poter presentarsi ad amici e clienti come mecenate illuminato, protettore e benefattore della scimmietta ebrea dal grande talento. The Brutalist racconta del rapporto contrastato tra l'artista e l'uomo d'affari, per estensione del moderno rapporto tra arte e capitalismo, dipendente dalla moda e dagli umori del momento, con picchi di afflato poetico cancellabili con un colpo di spugna, quando i soldi cominciano a bruciarsi con troppa velocità. The Brutalist è anche il racconto della ricerca disperata di un posto da poter chiamare casa, dove non bisogna essere costretti a nascondersi o vergognarsi, dopo decenni di orrori perpetrati da chi ha scelto di condannare normali esseri umani a sentirsi dei mostri, dei diversi indesiderati. Il film di Corbet è tutto questo e anche di più, ed è il motivo per cui sono rimasta molto delusa nel constatare che, nonostante un potenziale enorme, sia riuscito sì ad interessarmi, ma senza mai commuovermi, se non all'inizio, di fronte a corpi sfiniti e animi confusi, assiepati sotto una Statua della Libertà giustamente capovolta. 


Girato interamente in VistaVision, per rispettare lo stile dell'epoca in cui è ambientato The Brutalist, il film di Corbet è una gioia per gli occhi, a cominciare da quelle riprese dove la cinepresa "corre" assieme alla strada, e grazie ad un montaggio dinamico che rende ancora più incredibili le immagini dei panorami, degli elementi naturali toccati dalla mano dell'uomo (le sequenze girate all'interno della cava di marmo sono da slogarsi la mascella) e dell'interno del mausoleo, un labirintico inferno di acqua e colonne. Ha una colonna sonora perfetta, che sottolinea non solo la solennità della narrazione, ma si adegua anche allo scorrere degli anni, cambiando completamente (così come lo stile di regia) nella Venezia anni '80 che chiude il film. Ha un cast d'eccezione, all'interno del quale spicca un Adrien Brody che, quasi sicuramente, vincerà l'Oscar, e regala il ruolo della vita a Felicity Jones, quello di un personaggio non proprio gradevole, distrutto da esperienze traumatiche, spezzato eppure costretto ugualmente a tenere in piedi chi avrebbe tutte le carte in regola per essere un marito esemplare e un buon compagno di vita, ma preferisce lasciarsi distruggere dalla propria vanità e dal disprezzo altrui. Come ho scritto sopra, The Brutalist ha un potenziale enorme e sfida lo spettatore a cogliere indizi, aggiungere tasselli mancanti, interpretare segni. E allora perché, sul finale, mi deve far crollare tutto forzando il pubblico ad ingoiarsi un monologo-spiegone che ne sottovaluta l'intelligenza come se Corbet fosse Van Buren e noi i poveri, ignoranti animaletti da catechizzare con "conversazioni stimolanti"? E' una scelta che non ho apprezzato, inutilmente strappalacrime e anche un po' supponente, soprattutto perché la sceneggiatura di The Brutalist non è complessa, né atta lasciare a bocca aperta quanto tutto il comparto tecnico che la sostiene, anzi. Sceglie sempre le soluzioni più semplici, con i cattivissimi capitalisti (razzisti, gretti, violenti, prevaricatori fino all'estremo) che annientano e sviliscono l'artista, sfruttandone anima e corpo, letteralmente; sceglie di spingere il protagonista a cercare rifugio nella droga senza mai, neppure una volta, mostrarci gli effetti che questa ha sulla sua arte e sui suoi demoni interiori; sceglie di usare il sesso come veicolo di sequenze controverse, disturbanti, rendendolo tossico nelle scene che vedono protagonisti moglie e marito, che mai una volta mostrano di provare un sano piacere l'uno nell'altro se non quando sono fatti come cocchi. Sceglie, infine, l'ennesima fuga verso un presunto paradiso, prima di consegnare i personaggi ad un timeskip blandamente consolatorio, dopo tutta l'oscurità inghiottita in quasi quattro ore. Ah, giusto, mi sembrava brutto non finire il post senza aver nominato la durata del film. A me, in tutta sincerità, non è pesata per nulla, ed è l'ennesimo punto a favore di un film bellissimo ma ben lontano dall'essere il capolavoro incensato da chiunque. Per quanto mi riguarda, The Brutalist va visto, va goduto sul grande schermo, andrà rivisto più di una volta, quello sicuramente; dovessi dire, però, non mi ha catturato il cuore, che ancora batte per altre storie, forse ancora più semplici, ma che non intendono camuffare la semplicità dietro un'architettura zeppa di fronzoli che, di brutalista, non ha proprio nulla.


Del regista e co-sceneggiatore Brady Corbet ho già parlato QUI. Adrien Brody (László Tóth), Felicity Jones (Erzsébet Tóth), Guy Pearce (Harrison Lee Van Buren Sr.), Raffey Cassidy (Zsófia), Stacy Martin (Maggie Lee) e Alessandro Nivola (Attila) li trovate invece ai rispettivi link.

Joe Alwyn interpreta Harry Lee. Inglese, ha partecipato a film come La favorita, Boy Erased - Vite cancellate, Maria regina di Scozia, Harriet e Kinds of Kindness. Ha 34 anni e due film in uscita. 


Il film era stato annunciato nel 2020 con un cast diverso, interamente rivisto nel 2023: Adrien Brody ha sostituito Joel Edgerton, Felicity Jones ha sostituito Marion Cotillard, Guy Pearce ha sostituito Mark Rylance e Joe Alwyn ha rimpiazzato Sebastian Stan. Se il film vi fosse piaciuto recuperate The Master e Il pianista. ENJOY!

martedì 10 gennaio 2023

Rumore bianco (2022)

Neanche il tempo di smaltire i panettoni che è arrivata la stagione dei premi cinematografici. A fronte della candidatura ai Golden Globes per Adam Driver e dell'uscita su Netflix, mi sono messa dunque a guardare Rumore Bianco (White Noise), diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Noah Baumbach a partire dal romanzo omonimo di Don DeLillo.


Trama: la normalissima vita di Jack, Babette e dei loro figli viene sconvolta da una nube tossica che minaccia di porre fine all'esistenza di quanti sono così sventurati da trovarsi nel suo raggio d'azione...


Sto invecchiando male, me ne rendo conto. Non ho più la pazienza di affrontare lunghi film popolati da personaggi logorroici che disquisiscono ininterrottamente di fuffa spacciandola per concetti importanti che, tra l'altro, vengono già sbattuti in faccia allo spettatore senza che finiscano anche per essere reiterati 700 volte nel corso della pellicola; un conto sono gli infiniti dialoghi di Tarantino, zeppi di citazioni pop e sciocchezze talmente divertenti da fare il giro e diventare cool, ma il mumblecore (neppure gore, mannaggia!) d'autore ha cominciato a darmi parecchio sui nervi, soprattutto quando l'autore se la crede troppo. E Noah Baumbach, a quanto pare, se la crede talmente tanto che ha provato a filmare l'infilmabile Rumore bianco di Don DeLillo. Il libro è stato definito infilmabile da chiunque lo abbia letto, insieme di persone all'interno delle quali non rientro, quindi non sarò io a dire se il regista è riuscito o meno nel suo intento. Personalmente, posso solo dire che ho trovato Rumore bianco quasi antipatico come How it Ends, col quale condivide, almeno in parte, un "viaggio della speranza" per fuggire ad una presunta fine del mondo, sfruttato come mezzo per spingere gli strani personaggi ad amare e profonde riflessioni condivise con altri tipi umani peculiari quanto loro; un altro film da me poco apprezzato col quale ho riscontrato delle affinità, almeno a livello di veicolazione del messaggio, è Men, per via dei suoi concetti semplici eppure stiracchiati e convoluti all'infinito tramite la pretesa di un filtro intellettuale atto a mostrare quanto l'Autore sia superiore ai comuni spettatori che hanno la fortuna di ammirare un suo film. In questo caso, Rumore bianco racconta la storia di un'umanità (la nostra) incapace di vivere senza circondarsi di qualunque cosa possa distrarre dal costante pensiero della morte e delle malattie, e, allo stesso tempo, impossibilitata ad andare avanti senza subirne il fascino, quasi fossimo costretti sempre a torturarci o metterci alla prova invece di vivere un po' sereni, godendo della "banale" pace di una vita ordinaria. Tutto il film gira su questi concetti, che passano attraverso le insicurezze della coppia formata da Jack e Babette e i loro goffi tentativi di superarle con metodi non convenzionali, ulteriormente complicati da un paio di situazioni surreali, ovvero una nube tossica che minaccia di uccidere chiunque si trovi nel suo raggio di azione e lo spaccio di una misteriosa medicina dagli effetti sconosciuti.


Tutto ciò che esula dal riassunto che ho postato nelle ultime quattro righe è, appunto, "rumore bianco", il tentativo di Baumbach di riportare sullo schermo lo stile del libro che, mi è parso di capire, dà moltissima importanza al consumismo americano, all'onnipresenza della tecnologia e alla necessità di razionalizzare ogni cosa, tradotto nel mezzo cinematografico attraverso una sovrabbondanza di dettagli e colori (il supermercato è uno spettacolo) e un continuo rumore di sottofondo fatto di parole, suoni, trasmissioni televisive o radiofoniche, oltre alla voce narrante del protagonista. E devo dire che, a livello di regia e, soprattutto, interpretazioni, Rumore bianco non mi è nemmeno dispiaciuto, anzi. Baumbach non è uno scemo e realizza delle sequenze molto interessanti ed ironiche (tutta la tirata sugli incidenti stradali cinematografici è un geniale preludio a quelli che poi verranno girati più avanti da lui e le scene legate all'apocalisse non sfigurerebbero affatto, per montaggio e tensione, in un serissimo film di genere), sfruttando alla perfezione costumi, accessori e pettinature perfette per un'opera di Wes Anderson e che, qui, sottolineano ancor più il tentativo dei personaggi di spiccare, rendersi protagonisti e proteggersi, in qualche modo, dalla morte sempre presente nell'ombra. Adam Driver è ormai una garanzia e la sua lezione su Hitler è una delle scene più belle del film, ne conferma il talento e la capacità di mangiarsi tutto il resto del pur interessante cast, dove spiccano Don Cheadle e la sempre gradita Raffey Cassidy, mentre stavolta ho trovato un po' sottotono la Gerwig, alla quale probabilmente non si addice granché il personaggio plumbeo di Babette. Pur consapevole di tanta bravura e tanta bellezza visiva, non ho potuto fare a meno di annoiarmi spesso e, peggio ancora, di provare irritazione per tutti i motivi di cui ho parlato sopra, il che mi porta a conferire a Rumore bianco il premio di prima delusione cinematografica dell'anno... e a pensare che, forse, io e Baumbach non andiamo particolarmente d'accordo
  

Del regista e co-sceneggiatore Noah Baumbach ho già parlato QUI. Don Cheadle (Murray), Adam Driver (Jack), Greta Gerwig (Babette), Raffey Cassidy (Denise), Lars Eidinger (Mr. Gray), Bill Camp (Uomo con la TV) e Kenneth Lonergan (Dr. Hookstratter) li trovate invece ai rispettivi link.


Ad interpretare Heinrich e Steffie ci sono i due figli dell'attore Alessandro Nivola, Sam e May; Jodie Turner-Smith, che interpreta Winnie, era la Queen di Queen & Slim. Se Rumore bianco vi fosse piaciuto recuperate I Tenenbaum e Don't Look Up. ENJOY!

mercoledì 18 settembre 2019

Vox Lux (2018)

Stasera correrò a vedere l'ultimo film di Quentin e spero di riuscirne a parlare già venerdì. Nel frattempo, spinta dai molti pareri positivi, nonostante la pessima distribuzione italiana ho recuperato anche Vox Lux, scritto e sceneggiato nel 2018 dal regista Brady Corbet.


Trama: sopravvissuta a una strage, la giovanissima Celeste intraprende una carriera di pop star che, nonostante inevitabili alti e bassi, prosegue per oltre vent'anni...


"Ciao, io sono Gianfranzo, sono il vuoto che c'è dentro di te. Se mi accosti l'orecchio alla bocca senti solo il mare e basta!", così cantavano I ragazzi delle ragazze, durante la sigla del mitico Pippo Chennedy Show. Non riuscivo a trovare un perfetto riassunto per ciò che ho provato assistendo alle gesta di Celeste e alla fine toh, l'illuminazione, la Lux anche senza Vox: il nulla cosmico, accompagnato da una sensazione costante di prurito alle mani che non sono riuscita a sfogare con una bella catarsi esplosiva nel corso dei titoli di coda, privi di colonna sonora, arrivati dopo 10 minuti di concerto durante i quali, lo giuro, speravo qualcuno facesse brillare una bomba o perlomeno levasse dal mondo Celeste. SPOILER: magari, e invece. Sono una bestia ignorante, lo so, tuttavia ho provato un reale senso di disfatta guardando Vox Lux, un senso di aspettativa costantemente frustrata che, probabilmente, è proprio ciò che ricercava il regista. Perché, altrimenti, far raccontare la sciocca, inutile vita della pop star Celeste dal Diavolo in guisa di voce narrante, mister Willem Dafoe in persona, accostandola costantemente alle peggiori piaghe sociali (stragi studentesche e terrorismo) nella speranza che la Vox Lux di Celeste, sopravvissuta proprio ad una strage da ragazzina e infusa del potere di guarire col canto, potesse in qualche modo cambiare questo mondo così marcio? In questo modo lo spettatore si trova per le mani la solita storia all'interno della quale la protagonista, con tutte le sue doti e la sua bontà iniziale, il sentimento religioso che la smuove unito al profondo amore per la sorella maggiore, diventa una vuota vaiassa che è riuscita a distruggere tutto ciò che di buono c'era nella sua vita, indulgendo in parossismi di autodistruzione a base di alcool e droga e accumulando soldi, soldi, soldi. One for the Money and two for the Show. Ma 'sti soldi, benedetta fanciulla, a che ti servono? Si potrebbe riflettere sul fatto che il pop di Celeste, nato da una tragedia, serva proprio a non far pensare il suo pubblico, ad aiutare tutti i fan della cantante a superare i propri problemi prendendola come esempio di persona che ha superato un'enorme tragedia risorgendo più forte, come la fenice mitologica, raggiungendo un successo planetario che tutti vorrebbero, tuttavia anche vedendola così non sono riuscita assolutamente a trarre davvero un senso da ciò che viene raccontato nel film.


Diverso, invece, l'entusiasmo per il MODO in cui viene raccontata la storia di Celeste. Conoscevo Brady Corbet solo come uno dei protagonisti dell'angosciante ma bellissimo Mysterious Skin (film che peraltro vi consiglio di recuperare se non lo avete mai fatto, preparando stomaco e fazzoletti) e non avrei pensato che sarebbe diventato un regista raffinato e capace, in grado di padroneggiare diversi registri e, soprattutto, giocare con le aspettative dello spettatore. Avendo cominciato a guardare Vox Lux senza mai avere visto trailer o letto recensioni, onestamente mi sarei aspettata, dalle poche foto scorse sulla rete, di avere davanti un novello The Neon Demon oppure un Il cigno Nero, ovvero qualcosa in bilico tra il dramma e l'horror; in effetti, la già citata voce narrante di Defoe e l'inizio scioccante concorrono a dare proprio questa impressione, e il contrasto che si crea tra la pacatezza del narratore e la freddezza delle immagini mostrate da Corbet, seguite dai titoli di testa più angoscianti e "arty" visti quest'anno, provoca uno shock sensoriale non da poco. In realtà, andando avanti, più dell'abilità registica, che comunque si mantiene su livelli altissimi, contano le performance di Natalie Portman e della meravigliosa Raffey Cassidy, che incarnano il triste contrasto tra una ragazzina cupa che cerca di superare il peggior trauma della sua vita e la donna che sarebbe diventata, una pazza umorale prosciugata dal successo che prospera sulla sciocca vacuità del suo pubblico di riferimento e si crede una divinità. Il glitter & gold citato da Rebecca Ferguson abbonda, ammaliando lo spettatore assieme al make up, agli abiti glamour di una sfattissima Natalie Portman dal trucco pesante, spezzata nel corpo e nello spirito, e alle melodie pop di Sia (combinate alle melodie totalmente diverse di Scott Walker), ma è tutta vuota apparenza, una maschera talvolta splendente e talvolta dark priva di significato, tanto che può essere indossata da chiunque, terroristi o killer in primis. Il risultato è un film bellissimo, affascinante e anche capace di tenere avvinto lo spettatore alla poltrona anche solo per mera curiosità, ma che a mio avviso si perde un po' e rischia di avere difficoltà a far passare il suo messaggio, se davvero ne ha uno; a pensarci, però, potrebbe essere proprio questa la sua carta vincente, ovvero quella di far scervellare il pubblico per cercare di colmare quei "vuoti" di cui Vox Lux è pieno, interessanti quanto lo stesso film e ugualmente affascinanti. Insomma, un bell'esercizio cerebrale, altro che una semplice canzonetta pop.


Del regista e sceneggiatore Brady Corbet ho già parlato QUI. Natalie Portman (Celeste), Jude Law (il manager), Jennifer Ehle (Josie), Raffey Cassidy (Celeste da giovane/Albertine) e Willem Dafoe (il narratore) li trovate invece ai rispettivi link.

Stacy Martin interpreta Eleanor. Francese, ha partecipato a film come Nymphomaniac - Volume 1, Nymphomaniac - Volume 2, Il racconto dei racconti, High Rise e Tutti i soldi del mondo. Ha 28 anni e quattro film in uscita.


Rooney Mara avrebbe dovuto interpretare Celeste ma quando la produzione è andata per le lunghe l'attrice ha abbandonato il progetto. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il cigno nero. ENJOY!

venerdì 12 gennaio 2018

The Killing of a Sacred Deer (2017)

Tra gli ultimi film visti l'anno scorso c'è stato The Killing of a Sacred Deer, diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Yorgos Lanthimos, che verrà distribuito in Italia temo solo ad Aprile. NO SPOILER, ovviamente.


Trama: un brillante chirurgo si ritrova a dovere affrontare le conseguenze di un errore compiuto qualche anno prima.



Non essendo un'esperta di cinema non posso dire di conoscere Yorgos Lanthimos, regista di cui finora avevo visto solo The Lobster, film molto apprezzato. A differenza di altri cinefili con le palle non ho quindi accolto con folle gioia ed enormi aspettative l'uscita di The Killing of a Sacred Deer ma un paio di opinioni scorse in rete che arrivavano a definirlo uno dei migliori horror mai girati mi ha spinta a recuperarlo il prima possibile e a ringraziare per una volta le iperboli dei social (oltre ad altri strumenti on line che permettono ai poveri cinefili italiani di non dover aspettare anni per vedere i film salvo rimanerci poi di sasso quando le pellicole in questione vengono distribuite in due sale in tutto il Paese, cosa che inevitabilmente accadrà a quest'opera). The Killing of a Sacred Deer, per quanto raffinato e "glaciale", caratteristica su cui tornerò più avanti, è un film d'orrore fatto e finito perché tocca un argomento capace di orripilare qualsiasi spettatore dotato di un minimo di sensibilità e sottopone i protagonisti ad un lento ed angosciante stillicidio i cui dettagli non vengono risparmiati al pubblico. Gli intenti della pellicola sono palesi fin dall'inizio, che mostra una vera operazione a cuore aperto durante la quale la cinepresa indugia sul muscolo pulsante, sul sangue e sugli strumenti chirurgici; la brutale e "sporca" realtà del corpo umano stride con la sequenza successiva, durante la quale chirurgo e anestesista parlano del più e del meno, come se la realtà di una vita tenuta tra le mani non li toccasse minimamente, circondati come sono da un ambiente efficiente, pulito ed asettico. Allo stesso modo, è la vita del protagonista, il chirurgo Steven, ad essere efficiente, pulita ed asettica. Casa bellissima, moglie bellissima, figli perfetti divisi equamente negli affetti tra i due consorti, una carriera brillante... eppure, qualcosa, anche lì, "stride". Qualcuno. All'inizio vediamo Steven interagire con un ragazzo, Martin, e il rapporto tra i due suona subito strano, forse per i motivi sbagliati. Intuiamo che c'è qualche segreto che permette a Steven di portare avanti la sua vita perfetta proteggendo la sua Stepford Wife e i suoi bambini dagli elementi esterni e la situazione precipita nel momento in cui muscoli e sangue non sono più semplici accessori di una professione ma diventano ascrivibili ad un nome e un cognome, a un uomo che aveva un volto, una vita e, a sua volta, una famiglia. A Steven, ex alcolista e chirurgo di fama, non rimane quindi altro da fare che accettare il suo essere non già un Dio col potere di controllare la vita sua e degli altri, bensì un povero mortale, un Agamennone qualsiasi costretto a chinare il capo e a prendersi la responsabilità dei suoi errori nel peggiore dei modi.


The Killing of a Sacred Deer è il titolo ironico e colto di un film che di ironico non ha proprio nulla. La pellicola di Lanthimos è angosciante per la sua natura fredda e terribile, per il modo asettico in cui mette in scena l'orrore rivoltando lo stomaco dello spettatore come non riuscirebbero nemmeno opere più visivamente esplicite, popolate da personaggi più accattivanti: sinceramente, non c'è uno solo dei protagonisti del film che non brucerei sul rogo, tutti ugualmente superficiali, egoisti e superbi, bambini compresi, eppure l'ineluttabilità della spietatezza del regista fa stare male e si arriva a provare pena per tutti i coinvolti, persino per quelli più "malvagi". The Killing of a Sacred Deer è ancora più angosciante in quanto la natura della pena inflitta a Steven non viene mai spiegata (un po' come accade nel citato Ricomincio da capo, non a caso il film preferito di Martin) quindi non si riesce a provare nemmeno un minimo di speranza, per quanto magari temporanea, nessun sollievo derivante dai soliti esorcisti o sensitivi che popolano i normali film horror, c'è solo l'orrore del tempo che scorre e di una spada di Damocle appesa ad un filo sempre più sottile che si sfilaccia inesorabile mandando al diavolo moralità, amore e sanità mentale. Questa asettica ed elegante mazzata tra capo e collo, oltre ad essere confezionata benissimo (non basterebbe un post per elencare tutte le splendide immagini con le quali Lanthimos ci scava la fossa, addolcendo questo terribile ed amarissimo veleno), è anche recitata divinamente, benché presupponga da parte dello spettatore la volontà di accettare delle interpretazioni volutamente monocordi, fredde, quasi "lette" invece che recitate: i personaggi sembrano partecipare ad una tragedia già scritta dall'inizio, paiono vagare sul palcoscenico della vita talmente anestetizzati da risvegliarsi solo quando non c'è più niente da fare mentre chi ha già perso ogni speranza si limita ad esigere una fredda vendetta che sicuramente non lo riporterà alla vita ma si limiterà a pareggiare un conto, occhio per occhio e dente per dente. Per poi ricominciare di nuovo come se niente fosse successo, la sporcizia nuovamente spazzata sotto il tappeto, la scintilla fugace data dalla paura e dall'odore della morte di nuovo spenta... o forse no? Chissà. Quel che è certo è che The Killing of a Sacred Deer, se avrete lo stomaco di affrontarlo, vi lascerà sconvolti come pochi altri film, in positivo o in negativo.


Del regista e co-sceneggiatore Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Nicole Kidman (Anna Murphy), Alicia Silverstone (la mamma di Martin) e Colin Farrell (Steven Murphy) li trovate invece ai rispettivi link.

Barry Keoghan interpreta Martin. Irlandese, ha partecipato a film come Codice criminale e Dunkirk. Ha 25 anni e due film in uscita.


Raffey Cassidy interpreta Kim Murphy. Inglese, ha partecipato a film come Dark Shadows, Biancaneve e il cacciatore e Tomorrowland: Il mondo di domani. Ha 15 anni.


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