martedì 19 maggio 2020

La morte accarezza a mezzanotte (1972)

Avevo perso un po' di vista i gialli programmati da Cine34, almeno finché non ho capito che il giorno dedicato alla loro programmazione è diventato il giovedì. Così, la settimana scorsa ho guardato La morte accarezza a mezzanotte, diretto nel 1972 dal regista Luciano Ercoli.


Trama: la fotomodella Valentina viene convinta da un amico giornalista a provare un allucinogeno così da realizzare un articolo. Sotto l'effetto della droga, la donna vede compiersi un cruento omicidio e, poco dopo, l'assassino della visione comincia a perseguitarla.


La morte accarezza a mezzanotte è un giallo divertentissimo, letteralmente guidato dall'eroina principale che, lungi dall'essere una damsel in distress da salvare a tutti i costi, è una fanciulla di raro grezzume che non si fa scrupoli (giustamente) a prendere a pugni chi lo merita, fracassare finestre in impeti di ira e mandare giustamente a quel paese chiunque dimostri di non rispettarla. Insomma, ce ne fossero di protagoniste così, belle e toste senza essere costrette a mostrare nemmeno un briciolo di corpo nudo. Certo, l'assunto iniziale del film è scemo quanto il titolo originale. Valentina, fotomodella con un assurdo giro di amicizie nella Milano "bene", accetta di lavorare con un giornalista di Novella 2000 (giuro) e di provare davanti a lui un allucinogeno, con l'assicurazione che il suo volto verrà censurato nelle foto, così come il suo nome (ho detto che la tizia è grezza e combattiva, non che è furba); alla fine dell'esperienza, non solo Valentina verrà sputtanata ovunque da sensazionalistici titoli di giornale, ma si ritroverà anche un killer alle calcagna dopo aver avuto visioni legate a un omicidio efferato, dove un uomo che sembra lo zio di Malgioglio infierisce sul volto di una donna con un guanto di ferro uncinato. Questo è il preambolo al quale, a essere onesti, segue ben poco sangue visto che il film si concentra sulle indagini di Valentina, trascinata suo malgrado in indagini popolate da matti assortiti, personaggi ambigui, poliziotti scoglionati e ravvivate da picchi di intelligenza volpina: per dire, dopo essere stata attaccata due volte dal simil Malgioglio, Valentina non si fa scrupolo ad offrirsi per andare a fare delle foto in un cimitero, ovviamente da sola. Nonostante la moltissima carne al fuoco, il ritmo del film è altalenante visto che, dopo un inizio scoppiettante e vivace, si siede un po' sui giri investigativi di Valentina per poi riprendersi sul finale, dove il giallo lascia inaspettatamente spazio all'action sebbene, in tutta onestà, con la marea di personaggi che vengono introdotti la risoluzione sia quantomeno farraginosa.


La morte accarezza a mezzanotte depista più volte lo spettatore, ma non lo fa alla solita maniera del giallo all'italiana, dove il volto dell'assassino si vede solo sul finale e dove qualsiasi personaggio salvo il protagonista potrebbe essere il killer; qui l'omicida è ben inquadrato fin dall'inizio (e poi, onestamente, è conciato in un modo tale da essere inconfondibile) e l'incertezza risiede negli stacchi temporali tra i vari omicidi, in scambi di persona, in gente gettata nel mucchio giusto per confondere ancor più le acque. In tutto questo, ciò che manca al film in coerenza viene compensato in simpatia e folklore. A tratti, per l'abbondanza di dialetti messi in bocca ai vari personaggi, sembra di vedere un episodio dei Simpson e non mancano le macchiette: dalle orde di "bauscia" ai matti che ballano il tiptap, dal violentatore siciliano (anche lì, Valentina è una volpe) alla suora bolognese, dal killer che parla come il topo del Parmareggio ai bambini giapponesi che sembrano i figli di Bastinì, dal commissario napoletano alla checca sfranta che "sono talmente ubriaco che stasera mi piacciono le donne!" c'è da uccidersi dalle risate nell'attesa di trovare il bandolo della matassa in cui si è infilata Valentina. Oltre a questo, fortunatamente la regia e la fotografia sono valide e, soprattutto, Nieves Navarro è un'attrice molto brava, dotata del phisique du rol, di un carisma tale da surclassare gli anonimi comprimari maschili e di una bellezza particolare; ho molto apprezzato la sua abilità di celare i lunghi capelli rossastri sotto parrucche cortissime e stilose, soprattutto quella formata da tantissimi pezzi di metallo argentato. Insomma, anche l'occhio vuole la sua parte. Non avrei dato un euro a La morte accarezza a mezzanotte e di sicuro non è uno dei migliori gialli visti in vita mia né uno dei fondamentali da non perdere, ma per il tempo di durata mi sono divertita molto quindi mi sento di consigliarlo.

Luciano Ercoli è il regista della pellicola. Nato a Roma, ha diretto film come Le foto proibite di una signora per bene, La morte cammina con i tacchi alti e La polizia ha le mani legate. Anche produttore e sceneggiatore, è morto nel 2015 all'età di 85 anni.


Susan Scott (vero nome Nieves Navarro) interpreta Valentina. Spagnola, moglie di Luciano Ercoli, ha partecipato a film come Totò d'Arabia, Le foto proibite di una signora per bene, La morte cammina con i tacchi alti, Passi di danza su una lama di rasoio, L'infermiera nella corsia dei militari e La moglie in bianco... l'amante al pepe. Ha 82 anni.


Nei panni di Hans Krutzer compare Luciano Rossi, già notato in La morte ha sorriso all'assassino. ENJOY!




domenica 17 maggio 2020

Ip Man 4 (2019)

Ormai dovreste sapere che il Bolluomo è appassionato di Wing Chun, quindi puntuale come una tassa è arrivata la visione di Ip Man 4, diretto nel 2019 dal regista Wilson Yip.


Trama: malato di cancro e con un figlio scapestrato, Ip Man vola a Los Angeles per cercare di iscrivere il ragazzo a una prestigiosa scuola ma si ritroverà preso in mezzo nella guerra tra abitanti di Chinatown e Marines.


Di sicuro non sono la persona adatta per parlare con cognizione di causa di una saga come quella di Ip Man. Penso infatti di aver guardato solo il primo film, di cui ho anche parlato sul blog, di aver dormito per buona parte del secondo e di essermi risvegliata al terzo solo quando è comparso Tyson. Da quello che ho capito sono versioni molto romanzate della vita del leggendario shifu Ip Man, atte sempre e comunque a magnificare la bontà del popolo cinese e a conferire a costui un'aura semidivina, enfatizzata dall'eleganza dignitosissima di un Donnie Yen che in questo personaggio ha palesemente creduto tantissimo. In questo caso l'accuratezza storica è stata proprio gettata alle ortiche visto che Ip Man in America non ci è mai andato, tanto meno ad incontrare Bruce Lee che, sì, è stato suo allievo ma per poco tempo, e la trama è un mero pretesto per conferire a una vicenda ambientata negli anni '60 un'aura infinitamente anni '80, dove i personaggi sono talmente tagliati con l'accetta che non ci si può credere e c'è un gigantesco divario tra cinesi (tutti buoni, al netto dei loro difetti, al massimo giusto un po' strafottenti - alcuni - da pensare di poter criticare Ip Man) e americani (tutti, indistintamente, merde razziste, a partire dalla ragazzina wasp inviperita per aver visto una cinese soffiarle il posto di cheerleader fino ad arrivare al capomarine stronzo il quale, oltre ad essere un maledetto americano razzista, proclama persino la superiorità del karate giapponese sul kung fu cinese. Doppiamente schifoso!). In mezzo a questa faida si inserisce il dramma umano di Ip Man, costretto ad elemosinare raccomandazioni per un figlio che lo odia e a destreggiarsi tra gente che lo disprezza, i connazionali perché lo collegano al "venduto" Bruce Lee e gli americani perché è un maledetto muso giallo potenzialmente immigrato illegale.


Inutile dire che una profana come me un film simile lo guarda giusto per godersi le coreografie di Yuen Woo-Ping, ovviamente dopo aver preso a calci la propria sospensione d'incredulità e le leggi della fisica tutta. Particolarmente apprezzati, in questo quarto capitolo, lo scontro "da seduti" a un tavolo rotante cinese che (come buona parte del mobilio) fa una bruttissima fine, la sboroneria di un simil-Zangief che si scontra con un tamarrissimo Bruce Lee che compare giusto il tempo di fargli il mazzo, la sciura cinese contro un altro zamarro occidentale in kimono e, ovviamente, ogni momento "di menare" in cui compare Scott Adkins, impressionante nella sua fisicità violenta quando si avventa contro fragili cinesi (i quali, a onor del vero, lo riducono talvolta a più miti consigli). In particolare, il personaggio di Adkins è così sfacciatamente stronzo che al confronto il sergente maggiore Hartman, peraltro omaggiato all'interno del film, era un pezzetto di pane. Soprattutto, grazie a Kubrick, non menava come un fabbro ferraio mentre invece Adkins gode proprio nel mostrare che il suo karate è molto più forte rispetto al kung fu cinese. Gli appassionati mi vogliano perdonare un post così leggero e goliardico; si consolino pensando che, sul finale, una lacrimuccia di commozione è scesa persino a me, nonostante tutto.


Del regista Wilson Yip ho già parlato QUI. Donnie Yen (Ip Man) e Scott Adkins (Barton Geddes) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è il capitolo finale della serie Ip Man, che comprende tre film riuniti in un flashback finale. Vi consiglio ovviamente di vederli tutti, se vi piace il genere. ENJOY!

venerdì 15 maggio 2020

I Miei Horror Preferiti: Gli Anni ’70

Continuano gli elenchi degli horror migliori secondo me, ispirati a quelli di Lucia e Davide coi quali, mannaggia, sono in differita di un decennio (probabilmente loro oggi parleranno degli anni '80) e continua anche l'ignoranza, ché io sono figlia di Notte Horror e le pellicole nobili dei decenni precedenti mi sono in buona parte sconosciute, come intuirete da almeno una scelta... ENJOY!


1970: I Drink Your Blood

Proseguendo con gli abomini alla Korang, fa schifo pure questo, non guardatelo. L'ho messo per completezza ma "La rabbia dei morti viventi" è davvero lo zenith del cinema, quindi vi conviene far fede alle liste di Lucia e Davide, un bel po' (eufemismo) più preparati della sottoscritta.


1971: L'abominevole Dr. Phibes

Qui vado sul sicuro con l'adorabile Dr. Phibes e una delle interpretazioni migliori di Vincent Price. Un film stranissimo, a braccetto col camp, estremamente ironico ed efferato. Se non lo conoscete recuperatelo subito!


1972: Chi è l'altro?

Bambini malvagi, "giochi" pericolosi e uno dei finali migliori che abbia mai visto rendono Chi è l'altro? un piccolo gioiello di suspance che spesso cammina in equilibrio sul confine col sovrannaturale.


1973: The Wicker Man

Cercare di tirare fuori un preferito tra The Wicker Man, L'esorcista e A Venezia un dicembre rosso... shocking è stato per l'appunto uno shock ma alla fine ha vinto l'horror diurno, il nonno di Midsommar, l'inquietantissimo "uomo di paglia" col suo terrificante pessimismo e lo schiaffo alla mordernità cittadina. Non guasta aver visto parte dei luoghi in cui è stato girato durante l'ultima vacanza in Inghilterra.


1974: Baby Killer

Lo so. Hooper e De Palma non andrebbero sacrificati a Cohen. La verità è che io a Baby Killer sono molto affezionata per motivi sciocchi legati a prese in giro da scuola superiore e dopo averlo riguardato di recente ho realizzato che è anche un film splendido, profondo e molto triste.


1975: The Rocky Horror Picture Show

Surclassa brutalmente qualunque cosa perché è un horror, sì. Musicale e tutto quello che volete ma segue molti topoi dell'horror ed è uno dei più begli omaggi al genere. In più, ha segnato la mia esistenza fin da quando mia cugina mi prestò la videocassetta, quindi lo amo visceralmente, sopra qualunque altro horror "serio".


1976: Carrie, lo sguardo di Satana

Poteva mancare Stephen King? Ovviamente no. Come Shining, Carrie mi è entrato sottopelle fin dalla prima volta che l'ho visto, impedendomi di dormire per giorni, con la sua splendida colonna sonora, i suoi eccessi di tensione durante la terribile scena madre, le due attrici meravigliose e quel terrificante finale, molto più pessimista e d'effetto rispetto a quello di King.


1977: Suspiria

Per me è il capolavoro di Argento, ancora più bello di Profondo Rosso. Ha un uso dei colori che è splendido, una colonna sonora da brividi e, in generale, un'atmosfera indimenticabile, capace di renderlo più un'opera d'arte in movimento che un film.


1978: Terrore dallo spazio profondo

Terrore allo stato puro. E' uno dei pochi film che me l'ha fatta fare sotto dall'inizio alla fine, un remake anni luce superiore al pur bellissimo originale. E quel finale, poi... mortale. Indimenticabile.


1979: Alien

Io che sono terrorizzata dallo spazio e dalle profondità marine non potevo non mettere il capostipite di una saga iconica, che ha regalato molte soddisfazioni non solo agli amanti dell'horror e della fantascienza ma anche del Cinema!


mercoledì 13 maggio 2020

Little Monsters (2019)

In questo periodo triste c'è bisogno di horror allegri e nulla è più allegro (non sto scherzando) di Little Monsters, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Abe Forsythe.


Trama: Dave, ex musicista squattrinato e spiantato, si ritrova a dover aiutare l'insegnante Miss Caroline durante una gita scolastica in cui cominciano a spuntare zombi come funghi.


Little Monsters, commedia horror in salsa zombi, è un'iniezione di ottimismo e allegria in questi tempi bui, un raggio di sole come il delizioso, squillante abito giallo indossato da Lupita Nyong'o, alias Miss Caroline, dolcissima insegnante di un gruppetto di adorabili "piccoli mostri", preps australiani in gita allo zoo. Miss Caroline è l'insegnante perfetta, materna ma ferma, dotata di mille piccoli trucchi per tenere desta l'attenzione dei suoi cuccioli in ogni situazione, anche la più difficile. E, parliamone, cosa c'è di più difficile di un'invasione di famelici zombi? Ha un bel daffare Miss Caroline a convincere i pargoli di trovarsi all'interno di un gioco, per quanto pauroso, ma per fortuna accanto a lei c'è Dave, zio di uno dei piccini che mai avrebbe pensato non tanto di trovarsi a combattere degli zombi, ma di badare al nipote e ad altre fastidiose pulci. Musicista spiantato e affetto dalla sindrome di Peter Pan, Dave è appena stato mollato dalla fidanzata perché incapace anche solo di pensare vagamente a crescere e ovviamente imputa la colpa di ogni sua disgrazia non tanto al suo carattere orribile, bensì agli altri; davanti alla bellezza solare di Miss Caroline, Dave intesse una rete di bugie per conquistarla, ritrovandosi in una situazione pericolosa ma anche perfetta per farlo riflettere su cosa sia davvero importante nella vita... e su come non tutto è quello che sembra, mai. Ciò vale, in primis, per il ciccionissimo Teddy McGiggle, star della televisione per bambini, tanto sorridente e carino sullo schermo quanto pavido e odioso a telecamere spente, ma non solo, come vedrete se avrete voglia di recuperare il film.


Film che, per inciso, funziona meravigliosamente grazie a un paio di cose. Innanzitutto è molto corto e asseconda l'idea che un bel gioco dura poco, quindi le peripezie dei protagonisti non vi verranno mai a noia e si interromperanno al momento giusto e nel modo migliore. Seconda cosa, è sorretto da attori davvero bravi, sia i piccoli che i grandi. Premesso che i personaggi sono un po' tagliati con l'accetta e, quando non è così, rispondono comunque a dei cliché perfetti per il genere commedia horror, vedere Lupita Nyong'o nei panni della maestra perfetta scalda comunque il cuore, tanto che persino il suo ukulele tarato su Neil Diamond e soprattutto Taylor Swift risulta non solo funzionale alla trama ma anche molto gradevole; la signora eclissa senza problemi Alexander England, il quale, tuttavia, si amalgama alla perfezione al cast di piccoli mostri, uno più carino dell'altro, e funge da spalla non solo per loro ma anche per un Josh Gad molto sopra le righe ed esilarante (la canzoncina Bad word, bad word! non ve la toglierete più dalla testa e probabilmente non guarderete più il pupazzo Olaf allo stesso modo), tutti al servizio di una sceneggiatura scoppiettante e zeppa di dialoghi che mi hanno strappato più di una risata grassissima. Mi rendo conto che in questo periodo di triste quarantena c'è forse poca voglia di vedere degli horror ma questo è delizioso e vi lascerà soddisfatti, divertiti... e con una pazza voglia di sculettare al ritmo di Shake it Off.


Di Lupita Nyong'o (Miss Caroline) e Josh Gad (Teddy McGiggle) ho già parlato ai rispettivi link.

Abe Forsythe è il regista e sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Down Under. Anche attore e produttore, ha 38 anni.


Se Little Monsters vi fosse piaciuto recuperate Cooties e Benvenuti a Zombieland. ENJOY!

martedì 12 maggio 2020

Red Dragon (2002)

Stranamente, qualche tempo fa è stato il Bolluomo a rimanere ipnotizzato davanti alla TV durante l'incipit di Red Dragon, diretto nel 2002 dal regista Brett Ratner e tratto dall'omonimo romanzo di Richard Harris, e chi sono io per non approfittarne?


Trama: dopo essere quasi stato ucciso da Hannibal Lecter, l'agente FBI Will Graham è costretto a ritornare in servizio, e a ritrovarsi faccia a faccia col cannibale, durante la caccia a un altro serial killer, il cosiddetto Lupo Mannaro.



Bisogna tenere conto di due cose, quando si comincia a guardare Red Dragon, film che ero andata a vedere al cinema proprio nel 2002, in gioiosa ignoranza. Primo, il film è il remake di una pellicola vista milioni di anni fa, Manhunter - Frammenti di un omicidio, che purtroppo non ricordo perché probabilmente ero ragazzina e l'avrò guardata senza la dovuta attenzione (da qui la gioiosa ignoranza che mi accompagnava nel 2002); secondo, il film è una mera operazione commerciale nata sulla scia del successo del libro Hannibal e della pellicola omonima uscita giusto l'anno prima, un'opera realizzata per "completare" l'ideale trilogia iniziata nel 1991 con Il silenzio degli innocenti, e per questo il ruolo di Hannibal Lecter è sensibilmente pompato rispetto a quello del romanzo di Richard Harris, con intere sequenze inventate di sana pianta e debitrici delle scenografie, dei costumi, delle inquadrature e dell'atmosfera del capolavoro di Jonathan Demme. Col quale, beninteso, Red Dragon non è nemmeno parente. Il film di Brett Ratner non è un brutto thriller, anzi, è un ottimo thriller venato d'horror, buono come il materiale di partenza da cui è tratto, ma è incapace di fare quel salto di qualità che condanna lo spettatore ad avere gli incubi la notte e fargli cambiare strada nel malaugurato caso di un incontro con Sir Anthony Hopkins; diciamo che è un thriller "normale" nobilitato da attori grandissimi, che però hanno tutti dato il meglio di sé altrove, e questo vale soprattutto per Philip Seymour Hoffman, ridotto al ruolo di viscido giornalista ciccione. La trama si dovrebbe concentrare su Will Graham, agente dell'FBI col potere di mettersi nei panni dei killer e capirne i ragionamenti contorti, e sull'efferato percorso di elevazione del serial killer Lupo Mannaro (in originale Tooth Fairy, "fata dei dentini", e perché mai in fase di adattamento abbiano cambiato il nome mi è oscuro), ma in realtà ci sono parecchie deviazioni "Lecteriane" che portano il buon dottore a sviare l'attenzione rispetto al killer protagonista e Will Graham a diventare un novello Clarice Sterling, tanto che le scene in cui è presente il Lupo Mannaro parrebbero quasi un riempitivo e il poveraccio una pedina all'interno di uno scontro tra intelletti.


In generale, al film avrebbe sicuramente giovato un po' di personalità in più, ma non è facile quando i modelli sono alti. Rispetto al precedente Hannibal, perlomeno, Red Dragon è molto meno trash (siamo sempre lì: registi e sceneggiatori dovrebbero capire che quello che funziona nel libro non sempre funziona nel film), però sa molto di lavoro fatto in fretta, senza sfruttare appieno le potenzialità di storia e cast e questo si nota soprattutto quando entra in ballo Lecter; sembra quasi, infatti, che i realizzatori avessero in mano un taccuino con elencate tutte le caratteristiche tipiche di eventuali scene con il personaggio e una penna per segnare quello che manca, a mo' di lista della spesa (cena sontuosa e ambigua celo, momento artistico celo, screzio col dottore celo, catene e maschera celo, cella trasparente celo, ecc.), il che rende non solo gli altri personaggi delle macchiette sfumate (e pensare che Reba e il Lupo Mannaro sono pieni di potenzialità!) ma lo stesso Lecter è una figurina all'interno della quale Anthony Hopkins sta stretto e si muove preda della volontà di renderlo molto più cattivo e molto meno affascinante. Dimenticato un Edward Norton dalla terribile tinta bionda, gli unici attori che spiccano davvero all'interno del nutrito e famoso cast sono Ralph Fiennes, che però era molto più inquietante in Spider e qui è penalizzato da un doppiaggio fesso, e una Emily Watson magnetica, che compensa al difetto fisico del suo personaggio con una sicumera tenerissima. Insomma, avendo rivisto Red Dragon dopo quasi venti anni capisco perché del film mi era rimasto poco, tranne un paio di vividi ricordi di un tatuaggio particolarmente ardito accompagnato all'unica scena davvero al cardiopalma dell'intera pellicola. Non male per una serata davanti alla TV senza troppe pretese, ma i veri capolavori sono altri, anche senza l'ausilio di cast grandiosi.


Del regista Brett Ratner ho già parlato QUI. Anthony Hopkins (Hannibal Lecter), Edward Norton (Will Graham), Ralph Fiennes (Francis Dolarhyde), Harvey Keitel (Jack Crawford), Emily Watson (Reba McLane), Mary-Louise Parker (Molly Graham) e Philip Seymour Hoffman (Freddy Lounds) li trovate invece ai rispettivi link.


Anthony Heald ha interpretato il Dottor Chilton già ne Il silenzio degli innocenti (nel caso non fosse stato disponibile si era già pensato di chiedere a Tim Roth), che vedeva nel cast anche Frankie Faison, sempre nel ruolo di Barney (come anche in Hannibal); l'attore ha anche partecipato a Manhunter- Frammenti di un omicidio, il primo adattamento del romanzo Red Dragon. Michael Jackson, grande amico di Bett Ratner, avrebbe voluto il ruolo di Francis Dolarhyde (ruolo offerto invece a Paul Bettany, che ha rinunciato per partecipare a Dogville, ma tra gli altri papabili attori c'erano persino Sean Penn e Nicolas Cage) mentre Frank Langella ha doppiato il Drago ma il monologo registrato dall'attore alla fine non è stato utilizzato. La prima scelta per il ruolo di Will Graham era invece Ethan Hawke (al quale si sono aggiunti Matt Damon e Jeremy Renner), mentre per Freddy Lounds si pensava persino a Jack Black; nel toto-registi è spuntato il nome di Michael Bay. Nonostante sia uscito dopo Il silenzio degli innocenti e Hannibal, Red Dragon è cronologicamente collocato prima ed è il remake di Manhunter - Frammenti di un omicidio; se il film vi fosse piaciuto vi consiglio di recuperare tutte e tre le pellicole e di aggiungere, per completezza, Hannibal Lecter - Le origini del male e la serie Hannibal. ENJOY!

domenica 10 maggio 2020

Little Joe (2019)

Little Joe, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dalla regista Jessica Hausner, è un altro di quei film di cui ho letto molto bene su Facebook e non potevo non dargli un'occhiata.


Trama: Alice, divorziata con figlio adolescente a carico, è un'affermata genetista che lavora all'interno di una società che crea nuove specie di piante. La sua ultima creazione, Little Joe, dovrebbe portare gioia a chiunque decidesse di crescerlo in casa, tuttavia l'innocente piantina cela qualcosa di molto più sinistro...



Little Joe è uno di quegli adorabili film all'interno dei quali la paranoia si insinua a poco a poco sia nei personaggi che nello spettatore, lasciandoli in un limbo dove ci sono poche certezze e moltissimi sospetti, dove il confine tra follia e terribile percezione della realtà è talmente sottile da essere inesistente. E' anche perfettamente radicato all'interno della società in cui viviamo, quel terribile mondo che ci vuole performanti e di successo e dove i workaholic non sono poi così rari; Alice, la protagonista, workaholic lo è. Spregiudicata nel suo lavoro, totalmente consacrata ad esso, l'unico altro spazio all'interno della sua vita è occupato dal figlio Joe ma nonostante il rapporto tra madre e figlio sia di affetto e complicità è palese che Alice non riesca proprio a seguire il ragazzo come dovrebbe, tra ritardi e take-away. Nonostante ciò, Alice gli vuole un mondo di bene ed è per questo che la sua ultima creazione, un fiore "al quale bisogna parlare e che in cambio sprigiona un profumo che dà felicità", viene battezzata Little Joe. Little Joe, tuttavia, è un altro valido esempio di cose che non vanno nella nostra società, di quel perverso desiderio di controllare la natura e piegarla ai nostri voleri per motivi di business; Little Joe è stato creato (sfruttando un virus, nientemeno) per essere sterile, per non riprodursi, ma noi spettatori è dai tempi di Jurassic Park che sappiamo che la natura un modo per perpetuare la specie lo trova sempre e quello di Little Joe consiste nell'infettare chiunque sia così sventurato da inalarne il polline, trasformandolo in uno zombie privo di emozioni il cui unico scopo è salvare e diffondere l'inquietante piantina. Detto questo, siamo sinceri. E' dagli anni '50, dai tempi de L'invasione degli ultracorpi, che abitudini, lavoro e alienazione ci impediscono di distinguere le emozioni vere da quelle fasulle e col tempo ci siamo sempre più chiusi in un insensibile individualismo, quindi (ed è questo l'assunto terribile del film, il più inquietante) cosa cambia agli altri che l'affetto sia solo di facciata, così come l'allegria o qualsiasi altra emozione?


Ma Little Joe non si ferma solo a questo aspetto superficiale e pone un'altra domanda, ancora più scomoda. E se, per molte persone, essere prive di emozioni fosse un bene, un modo per essere liberi e considerare possibilità mai neppure accarezzate prima? Al mondo, se ci pensiamo, esistono persone la cui felicità non dipende dagli affetti, bensì dalla libertà di poter fare quello che li rende davvero realizzati, che sentono anzi i legami come qualcosa che tende a tarpar loro le ali, ed essere "costretti" a curare una piantina potrebbe non essere il prezzo più grande da pagare per questo genere di libertà. Insomma, in questo Little Joe è molto ambiguo anche se la piantina titolare viene connotata in maniera inquietante fin dall'inizio, fin da quel velenoso colore rosso che spicca su un'interessante palette di colori altrimenti tenui, tendenti al pastello, come se la vita della protagonista e di coloro che la circondano fosse fredda, regolare, per nulla chiassosa (d'altronde, siamo inglesi). Molto intelligente, a tal proposito, che dopo l'infezione di Little Joe i colori tenui del guardaroba dei protagonisti non cambino, per mantenere la sensazione che non stia succedendo nulla. Stride con queste nuance la scelta di una colonna sonora dissonante quanto il colore di Little Joe, che mescola suoni elettronici dai picchi altissimi a suggestioni orientali e vagamente ipnotiche, un perfetto modo di portare lo spettatore ad avvertire con maggiore intensità l'infezione di invisibili spore. Se riuscirete a superare un po' di lentezza e l'aspetto "arty" dell'intera operazione vedrete che Little Joe saprà darvi molte soddisfazioni in questo 2020 pieno di belle opere di genere.


Di Ben Whishaw (Chris) e Kerry Fox (Bella) ho già parlato ai rispettivi link.

Jessica Hausner è la regista e co-sceneggiatrice del film. Austriaca, ha diretto film come Lovely Rita, Hotel e Lourdes. Anche produttrice, ha 48 anni.


Emily Beecham interpreta Alice Woodard. Inglese, ha partecipato a film come 28 settimane dopo e Ave, Cesare!. Ha 35 anni e due film in uscita tra i quali Cruella.


Kit Connor interpreta Joe Woodard. Inglese, ha partecipato a film come Ready Player One, Slaughterhouse spacca e Rocketman. Anche regista e produttore, ha 16 anni.


Se Little Joe vi fosse piaciuto recuperate ovviamente L'invasione degli ultracorpi e Terrore dallo spazio profondo. ENJOY!

venerdì 8 maggio 2020

I Miei Horror Preferiti: Gli Anni ’60

Prendo in prestito il bellissimo post de Il giorno degli zombi, dove Lucia ha cominciato a pubblicare un elenco dei suoi horror preferiti anno per anno, a partire dagli anni '60. Anche io, come Davide Mana (che ha pubblicato un altro interessante elenco QUI) avevo preparato un bel commento ma Wordpress me lo ha mangiato, quindi ne approfitto per riportarlo qui, fermo restando che io non sono né come Lucia né come Davide: l'ignoranza in me regna sovrana e del periodo conosco proprio pochi film, tanto che per un paio di anni ho segnato gli unici film che ho avuto la (s)fortuna di guardare. Vi invito caldamente a propormi le vostre classifiche nei commenti e a insultarmi copiosamente, ma intanto... ENJOY!


1960: Psyco

Non è il capolavoro di Hitchcock ma è il suo film probabilmente più conosciuto, nonché uno dei più studiati. Personalmente, ogni volta che vedo la scena della doccia ringrazio ogni divinità di aver dato a Sir Alfred quel colpo di genio e, per dire quanto mi affascina, io che non guardo documentari nemmeno per sbaglio mi sono goduta all'inverosimile 78/52, imperniato proprio su quella scena. Se non è amore questo.


1961: Il pozzo e il pendolo

C'è stato un periodo in cui ho guardato praticamente tutti i film di Corman a tema Edgar Allan Poe, un periodo in cui bastava dire "Vincent Price" e automaticamente scattava il recupero compulsivo tramite videoregistratore, ché 'sti film li davano sempre a orari inopportuni. Il pozzo e il pendolo è uno dei più belli, vi consiglio di recuperarlo.


1962: Che fine ha fatto Baby Jane?

Il più fulgido esempio di hagsploitation, interpretato da due dive meravigliose, che si odiavano anche fuori dal set. Il film, già prezioso di suo, lo diventa ancor più dopo aver visto una serie come Feud, che racconta molta della tristezza legata alle vite e alle carriere di Joan Crawford e Bette Davis... o dopo aver letto La scogliera degli spettri, splendido albo di Dylan Dog che pesca a piene mani da questo capolavoro.


1963: Gli uccelli

Altro Hitchcock, altro regalo. Non lo rivedo da anni ma ricordo ancora quanto mi avesse scioccata all'epoca... e quanto sia semplicemente geniale la scena in cui i corvi si raccolgono, minacciosamente, sopra un'impalcatura, senza che né il pubblico né la protagonista ne abbiano la percezione.


1964: L'ultimo uomo della terra

Sempre perché a noi Vincent Price non piace, no no. Anche questo film non lo vedo da tantissimo tempo, ma incarna un periodo felice della mia esistenza in cui riuscivo a guardare davvero qualunque cosa, focalizzandomi su attori "feticcio" e opere fondamentalmente sconosciute che ancora passavano comunque in TV. Tratto da Io sono leggenda di Matheson, l'avevo trovato affascinante e molto triste, con un finale scioccante, almeno per me che, all'epoca, non avevo mai letto l'opera a cui si ispirava.


1965: Amanti d'oltretomba

Ma poteva mancare Barbarona Steele in un doppio ruolo di incredibile innocenza e sottile perversione? Amanti d'oltretomba si ispira al sempreverde Poe, è piuttosto ardito per l'epoca e ha un finale grandioso, nonostante non sia un film perfetto.


1966: La lunga notte dell'orrore

Il nonno di tutti i film a base di zombi, recuperato proprio l'anno scorso al Torino Film Festival. Molto ironico e british, con alcune notevoli sequenze oniriche ambientate in un cimitero, è indubbiamente una pellicola da scoprire, se non l'avete mai vista!


1967: Spider Baby

Altro film visto solo una volta, che ha lasciato di sé un ricordo indelebile per la sua natura completamente folle e l'atmosfera malata , per l'incessante sequela di rivelazioni scioccanti ed inattese e per le interpretazioni borderline. Anche questo è da recuperare assolutamente!


1968: Rosemary's Baby

Per me, il capolavoro di Polanski, un film che non mi stancherei mai di vedere e rivedere e che ogni volta mi lascia angosciata e sconfitta come se fosse la prima. All'epoca della prima visione mi ero innamorata della nenia cantata dalla Farrow.


1969: Korang - La terrificante bestia umana

Mi spiace, questo è laMMerda weird e trash ma non avevo altro film da mettere per quest'anno. Detto ciò, la storia dell'uomo-gibbone messicano che insidia luchadoras ed è perennemmente attizzato è una sfida per i cultori del genere quindi un'occhiata gliela darei!


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