lunedì 7 febbraio 2022

Il Bollodromo #89: Lupin III - Parte 6 (Episodi 17- 18)

Sabato sono usciti ben due episodi di Lupin III - Parte 6, questo perché, da quanto mi è dato di capire, questa settimana verrà osservata una pausa in occasione delle Olimpiadi Invernali di Beijing. La cosa non mi dispiace; l'episodio 17 (0.1秒に懸けろ - Rei ten ichibyō ni kakero - Tempo un decimo di secondo) è un filler gradevolissimo, mentre il 18 (フェイクが嘘を呼ぶ 前篇 - Feiku ga uso o yobu zenpen - La bugia dell'impostore) si conclude con un ottimo cliffhanger che ci farà aspettare un po' col "fiato sospeso". Ma andiamo più nel dettaglio... ENJOY!


Episodio 17 (0.1秒に懸けろ - Rei ten ichibyō ni kakero - Tempo un decimo di secondo)

L'episodio 17, come scritto sopra, continua a distaccarsi dalla trama principale, anche se la protagonista è sempre una donna che, in un modo o nell'altro, ha a che fare con i nostri protagonisti. Linfeng Wan è un'ex agente dell'ICPO che ha creato un infallibile metodo antifurto, chiamato L System, che permette di identificare chiunque, anche sotto i più complessi travestimenti. Lupin, ovviamente, è la prima vittima di questo sistema, denominato "L" proprio dall'iniziale del suo nome, e viene sfidato da Linfeng a rubare un'antichissima moneta d'argento proprio nella sede della Wangtig Security, l'azienda della donna. Per buona parte dell'episodio, Lupin e la sua banda cercano in maniera anche piuttosto esilarante di allenarsi e coordinarsi, inutilmente causa incompatibilità di caratteri, per riuscire a far saltare quattro interruttori posti in diverse aree della Wangtig, ma la cosa più esilarante è scoprire che Linfeng in realtà è innamorata persa di Lupin, e che la "L" di L System sta in realtà per "Love Lupin". Non vi racconterò come va a finire la faccenda, dico solo che l'episodio 17 è in miracoloso equilibrio tra serio e faceto, il che lo rende interessante e divertente: i singoli caratteri dei personaggi vengono rispettati in pieno, Lupin si conferma un capo carismatico, sfaccettato e dalle mille risorse, e per una volta anche il personaggio nuovo introdotto ha il suo perché. Assai gradevoli anche le animazioni e un cosplay contest che ha palesemente fatto sbizzarrire i disegnatori. Ce ne fossero di filler così, in grado di rispettare le atmosfere avventurose e a tratti bizzarre delle serie storiche! 


Episodio 18 (フェイクが嘘を呼ぶ 前篇 - Feiku ga uso o yobu zenpen - La bugia dell'impostore) 

Si torna alla trama principale e alla ricerca di Tomoe, l'antica tutrice scomparsa di Lupin. Torna anche la fioraia Matja, la quale decide di chiudere il negozio e girare per il mondo, cominciando da una città fittizia della Turchia (Kotornica) dove Hazel, una politica dal pugno di ferro, parrebbe essere un'altra adepta di Tomoe. "Casualmente", Matja e un Lupin inspiegabilmente infatuato della novella Lulù l'angelo tra i fiori si incontrano e il ladro si ritrova così  a dover dividere il tempo tra le indagini su Tomoe e il giro dei kebabbari della città assieme a Matja; in mezzo a tutti questi impegni, Lupin riesce anche a sventare un gombloddoH ai danni di Hazel, che in cambio gli dice che Tomoe aveva un unico vero figlio, un maschio. Lo spettatore non fa in tempo a rimanere di sasso che, in quattro e quattr'otto, arriva un altro colpo di scena: Hazel viene uccisa da mano ignota e il povero Zenigata, trovatosi sul luogo del delitto, viene arrestato nel finale dell'episodio. Due cose ci sono da dire su La bugia dell'impostore. L'enorme difetto dell'episodio è la fondamentale assenza di Jigen (e Goemon, vabbé), che si riducono ad accompagnare Lupin a Kotornica per poi sparire e ricomparire sul finale in aeroporto, con Lupin travestito da giovane scappato di casa per non farsi riconoscere e loro che non si preoccupano di celare l'identità. La cosa parmi idiota ma, tant'è. Altra osservazione che mi preme fare è che continuano a vedersi fiori nelle case delle adepte di Tomoe, il che, "e mi mangio il cappello se non è così" (cit.) mi dà da pensare che non solo Matja non sia estranea alle vicende di Lupin, ma che sia la stessa Tomoe travestita. A pensare male si fa peccato ma talvolta ci si azzecca. Alla prossima settimana per scoprire chi e perché ha ucciso Hazel, se Lupin è davvero figlio di Tomoe e cosa succederà a paparino Zenigata!




venerdì 4 febbraio 2022

La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (2021)

Con la stessa velocità di un bradipo assonnato, anch'io ho finalmente potuto vedere La fiera delle illusioni (Nightmare Alley), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Guillermo Del Toro e tratto dal libro omonimo di William Lindsay Gresham.


Trama: in fuga da un violento passato, il giovane Stanton si rifugia in un luna park, dove impara i segreti del mentalista Pete e di sua moglie Zeena, che gli consentiranno di diventare una stella nei vari locali di New York. Ma i pericoli dell'ambizione sfrenata sono in agguato...


Sono arrivata all'appuntamento con La fiera delle illusioni ancora frastornata dalla bellezza de La forma dell'acqua e digiuna sia dal romanzo di Gresham sia da La fiera delle illusioni di Edmund Goulding, al punto che le mie aspettative erano cariche a mille pur non sapendo nulla della trama, del cast o dell'accoglienza del pubblico (non ho voluto nemmeno guardare il trailer, giusto per non sbagliare); l'unica cosa che mi è balzata all'occhio, da vecchia porcella qual sono, è stata una notizia in cui si parlava di un nudo frontale di Bradley Cooper del quale, maledetti giornalari e pennivendoli del webbe, nel film non v'è traccia. La mia aspettativa fomentatissima (non dal nudo, non pensate male) è stata un incredibile errore da dilettante, perché, ahimé, la prima cosa che mi è saltato all'occhio guardando La fiera delle illusioni è che non arriva ai livelli dei migliori film di Del Toro, come La forma dell'acqua o Il labirinto del Fauno. La seconda cosa, probabilmente derivante dalla non conoscenza delle opere che hanno preceduto o ispirato il film, è che ho trovato un paio di personaggi, soprattutto, la Dottoressa Lilith di Cate Blanchett, mancanti di motivazioni e nerbo nonostante il loro indubbio fascino e la loro fondamentale funzionalità all'interno della trama, cosa che mi ha lasciata un po' perplessa nel corso del pur formidabile confronto finale tra "mostri". Qui finiscono però, almeno per quanto mi riguarda, i difetti de La fiera delle illusioni, uno spettacolo di cui godere rigorosamente al cinema per non lasciar andare sprecati i meravigliosi colori, le inquadrature, le scenografie e i guizzi gotici e weird di un Autore che non smette di perdere il suo riconoscibile tocco sia quando deve tratteggiare atmosfere a lui più congeniali (la Casa degli Specchi è davvero terrificante, il pre-finale sotto la neve è un capolavoro gotico, in quanto all'ambiente allo stesso tempo straniante e familiare del luna park ci sarebbe da riguardare il film dall'inizio per fare un elenco di tutti i dettagli interessanti che contiene, mostrini sotto vetro in primis) sia quando muove i suoi personaggi all'interno di ambienti elegantissimi e geometrici, rifulgenti di luce dorata eppure ancora più opprimenti della gabbia di un geek (o uomo bestia, chiamatelo come volete).


Quella de La fiera delle illusioni, titolo italiano per una volta stranamente azzeccato, è la storia di un uomo ambiguo che, come Icaro, tenta di volare troppo vicino al sole del potere e del denaro e ne rimane scottato; a differenza di Icaro, però, Stanton non è innocente e il suo fondamentale egoismo sporca le mani di sangue sia a lui sia a coloro che decidono di rimanergli accanto nonostante tutto. Fin dall'inizio, empatizzare con Stanton non è facile. I primi quindici minuti di mutismo ci consegnano un personaggio selvatico, diffidente quanto l'uomo bestia che si ritrova a dover affrontare (forse per questo, in un paio di occasioni, viene spinto da un moto di umana pietà verso quest'ultimo), che a poco a poco prende confidenza nelle sue capacità e diventa, grazie soprattutto al dolce e scafato mentalista Pete, la versione vivente di una delle mie citazioni preferite da Ghostbusters 2: "un venditore di fumo e merda". Mi perdoni chi, nel costante utilizzo della sigaretta, vede un sicuro e dovuto omaggio al genere noir, ma io nell'incalcolabile numero di sigarette fumate da Bradley Cooper nel corso del film ho visto soprattutto una meravigliosa metafora di evanescenza e inconsistenza, la fragile armatura di un uomo che deve mostrarsi misterioso, sicuro di sé e impenetrabile a qualunque difficoltà possa mettergli davanti la vita. Tale dispendio di arroganza lo rende in primis spietato contro chi rischia di provare un dolore indicibile a causa del cosiddetto "spiritismo", e poi cieco, non solo davanti ai chiari avvertimenti di chi si è già messo nei suoi panni o di chi è sinceramente innamorato di lui, come l'angelica ed innocente Molly, ma anche ai segnali inconfondibili di imminente distruzione che lo circondano fin dai primi istanti del film, anche prima dell'arrivo della femme fatale Lilith (nomen omen).


I dettagli della trama, ovviamente, ve li lascio tutti da scoprire e vi lascio al parere chi, come per esempio Marika, ha fatto di Del Toro la sua ragione di vita e si è preparata assai più degnamente di me per affrontare La fiera delle illusioni. Spenderò ancora un paio di parole su "colui che, niente, non mi ha mostrato il nudo full frontal promesso" e sui suoi allegri compagni. Seguo Bradley Cooper praticamente dagli esordi, da quando spiccava in bellezza su qualunque altro uomo presente nella serie Alias, e nel tempo l'ho visto azzeccare una serie di ruoli clamorosi, diventando sempre più bravo, ma a mio parere quella di Stanton è la sua interpretazione più bella; grazie ad un timespan assai ampio, Cooper ha potuto fornire al personaggio tutta una serie di sfumature sfruttando sia l'aspetto più fisico della recitazione, come all'inizio, sia "adagiandosi" maggiormente e consapevolmente sul suo aspetto da "contadino con i denti dritti" nel momento di massimo fulgore del personaggio e infine lasciando lo spettatore con uno sguardo allucinato e una risata da brividi, in una perfetta chiusura del cerchio. Se lo nominassero agli Oscar per questo ruolo e ne vincesse anche uno non mi farebbe schifo, lo dico sinceramente. Lo affiancano, assieme ai "feticci" maschili di Del Toro e un Willem Dafoe sempre adorabilmente luciferino, tre donne ognuna a suo modo meravigliosa; se la Blanchett spicca ovviamente nel ruolo di perfetta femme fatale bionda, il musetto di Rooney Mara spezza a tratti il cuore ma è la Zeena di Toni Collette a conquistarlo davvero, con il suo fascino, la sua dignità, la sua tristezza. Insomma, l'ultimo film di Del Toro sarà anche La fiera delle illusioni ma la sua qualità è tangibile e reale, quindi fatevi un favore e non perdetelo.


Del regista e co-sceneggiatore Guillermo Del Toro ho già parlato QUI. Bradley Cooper (Stanton Carlisle), Cate Blanchett (Dr. Lilith Ritter), Toni Collette (Zeena), Willem Dafoe ( Clem Hoatley), Richard Jenkins (Ezra Grindle), Rooney Mara (Molly Cahill), Ron Perlman (Bruno), Mary Steenburgen (Mrs. Kimball), David Strathairn (Pete), Holt McCallany (Anderson), Clifton Collins Jr. (Funhouse Jack) e Tim Blake Nelson (Carny Boss) li trovate invece ai rispettivi link.


Il ruolo di Stanton Carlisle era stato proposto a Leonardo di Caprio, che alla fine ha preferito dedicarsi ad altri progetti mentre per il ruolo di Molly erano stati fatti i nomi di Lady Gaga e Jennifer Lawrence. Occhio alla presenza della nostra Romina Power tra il pubblico, durante l'esibizione in cui Stanton viene "smascherato" da Lilith, un omaggio al padre Tyrone Power, che era il protagonista de La fiera delle illusioni di Edmund Goulding. Io penso che proverò a recuperarlo, voi? ENJOY!

 

mercoledì 2 febbraio 2022

tick, tick... Boom! (2021)

Il mio recupero "Globeale" quest'anno va a rilento e sono riuscita a guardare solo ora tick, tick... Boom!, diretto nel 2021 dal regista Lin-Manuel Miranda.


Trama: La vera storia di Jonathan Larson, che col suo primo musical di successo racconta il fallimento della sua opera Superbia e il terrore di ritrovarsi a 30 anni senza avere ancora combinato nulla...


Come potete immaginare, visto quanto spesso comincio i miei post ammettendo ignoranza, fino a due giorni fa nemmeno sapevo chi fosse Jonathan Larson e non avrei nemmeno mai guardato il film se non fosse stato per il Globe vinto da Andrew Garfield. Ovviamente, anche se conoscevo almeno di fama Rent (il musical più famoso di Larson, messo in scena subito dopo la sua morte) non ho mai avuto modo di ascoltarne le canzoni, quindi sono arrivata all'appuntamento con tick, tick... Boom! completamente ignara, cosa che probabilmente mi ha evitato di guardare il film con l'occhio del fan accanito, il che spesso non è un male. tick, tick... Boom! si basa sull'omonimo musical autobiografico di Jonathan Larson e racconta i primi periodi della sua carriera, funestati da enormi difficoltà economiche e svariati fallimenti, quando il compositore tentava di portare in scena il musical Superbia, un progetto cullato da anni; la storia è raccontata o, meglio, cantata in prima persona da Larson il quale, attraverso la sua esperienza personale, tocca argomenti chiave per la società americana degli anni '90, come la piaga dell'AIDS e una crescente dipendenza dei giovani da falsi modelli televisivi, ma anche questioni universali e tuttora attuali che riguardano tanto i 40enni che i 30enni, come il terrore di non valere nulla, la necessità di rinunciare ai propri sogni per, "banalmente", avere di che campare, la frustrazione di sentire il tempo fuggire via mentre non si è ancora combinato nulla di importante, la consapevolezza che il mondo è un posto orribile e che spesso noi non abbiamo non solo la possibilità, ma nemmeno la forza o il coraggio di cambiarlo, perché non riusciamo neppure ad affrontare i nostri piccoli problemi personali. Il trasporto di Larson e la sua passione arrivano dritti al cuore dello spettatore, e fa male sapere che il poveraccio è morto giovanissimo senza avere neppure avuto il tempo di assaporare il meritato, ricercato successo.


Come ho detto, non conosco l'opera originale di Larson (peraltro, ho letto qualche articolo in merito e scoperto che la versione definitiva di tick, tick... Boom!, con l'introduzione di una canzone da Superbia, è in parte farina del sacco di David Auburn) quindi non posso dare giudizi con cognizione di causa, ma per quanto mi riguarda Lin-Manuel Miranda, al suo primo lavoro da regista cinematografico, ha fatto un lavoro egregio, realizzando un'opera che, da totale profana, mi ha divertita e coinvolta fino a farmi piangere sul finale. Mi è piaciuto molto il modo in cui sia la regia che il montaggio riescano a rendere perfettamente il mix di stili presenti nel libretto del musical (peraltro molto bello, e credo che non ci siano canzoni create ad hoc per il film); se i brani spaziano dal rock, al pop, al rap, alla tipica melodia da musical fino ad arrivare a concitati monologhi recitati con un'inquietante ticchettio di lancette in sottofondo, la regia mescola numeri musicali con tanto di coreografia, costumi sfarzosi e cambiamento di scenografie, a riprese più "naturali", stralci di spettacoli, ricostruzioni di video realizzati con la Betacam e, sui titoli di coda, video d'archivio che mostrano il vero Larson alle prese con molte delle situazioni rappresentate nel film. Da parte sua, Andrew Garfield ci mette tutta la passione del mondo e il Globe se lo è meritato; nonostante ritenga abbia una faccia troppo "scema" per interpretare Spiderman, come attore serio mi piace dai tempi di Non lasciarmi e come Jonathan Larson risulta di una tenerezza disarmante. Vederlo impegnarsi e commettere un errore dopo l'altro, con quella faccetta aperta e onesta che si ritrova, fa venire voglia di abbracciarlo, inoltre è bravissimo sia come cantante che come attore teatrale e, sul finale, le sue lacrime spezzano letteralmente il cuore. tick, tick... Boom! è dunque un film che consiglio anche se non siete particolarmente interessati al genere. Garantisce il Bolluomo, che pur avendolo visto solo da un certo punto in poi, è rimasto talmente catturato (anche se non lo ammetterebbe mai) che se lo è guardato fino alla fine!


Di Andrew Garfield (Jonathan Larson), Alexandra Shipp (Susan), Vanessa Hudgens (Karessa) e Bradley Whitford (Stephen Sondheim) ho già parlato ai rispettivi link. 

Lin-Manuel Miranda è il regista della pellicola, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, ed interpreta il cuoco del diner. Famoso soprattutto come compositore, ha lavorato spesso come attore ed è anche produttore. Americano, ha 42 anni.




martedì 1 febbraio 2022

Monaco: sull'orlo della guerra (2021)

Per questioni "familiari", di tutti i film del catalogo Netflix sono finita a guardare Monaco: sull'orlo della guerra (Munich: The Edge of War), diretto nel 2021 dal regista Christian Schwochow e tratto dal romanzo Monaco di Robert Harris.


Trama: all'alba della Seconda Guerra Mondiale, un diplomatico tedesco e uno inglese, entrambi ex oxfordiani, devono adoperarsi per far arrivare dei documenti compromettenti al primo ministro Chamberlain e mettere così un freno al folle espansionismo di Hitler...


Prima di iniziare il post, apro una parentesi Casavianellesca. Voi dovete capire che il Bolluomo ha mille e uno pregi, nonché infinita pazienza, ma purtroppo è carente su due aspetti: non ama particolarmente il cinema, soprattutto horror, e probabilmente in questi quasi 8 anni gli ho inflitto tanta di quella sofferenza da bastargli per una vita (lo dimostra il fatto che, come la mia gatta si nasconde sotto il tavolo al momento di metterle l'antipulci, Mirco cerca di procrastinare la visione serale almeno fino alle 22/2230, quando sa che mi arrenderò per sopraggiunto sonno da vecchia 40enne) e non conosce abbastanza l'inglese da sopportare due ore di film in lingua con i sottotitoli (giustamente, poverello, si scogliona a leggere quelli italiani e con quelli inglesi non ci prova nemmeno). Trovare film da guardare assieme, considerato che io punto quasi sempre horror in lingua mai arrivati in Italia, è una fatica abbastanza improba e si traduce in botte di pietà fantozziana da parte mia, che spesso rinuncio a guardare i film in lingua nonostante mi si spezzi il cuore e, soprattutto, cerco qualcosa che possa interessarlo. Da qui, la scelta di Monaco: sull'orlo della guerra, uno degli ultimi arrivi Netflix, legato a doppio filo alla Storia reale, argomento che a Mirco piace assai; io mi sono fatta convincere più che altro dalla presenza di George MacKay, giovane attore che ho sempre reputato molto bravo, e anche dall'aura un po' da spy story che traspariva dal trailer, invero molto più movimentato del film in sé. Ovviamente, la serata (pur cominciata, miracolosamente, alle 21) si è conclusa con svariati assopimenti da parte mia e con un sospirone all'idea di aver visto una pellicola abbastanza dimenticabile nel complesso, priva di verve nonostante le premesse ottime, quando mannaggiarca**o potevo guardare uno dei 300 horror che aspettano, tristi e mogi, una visione. Cosa non si fa per amore!


Eh sì, Monaco: sull'orlo della guerra non mi ha appassionata granché. L'idea di creare una sceneggiatura di "fantapolitica" basata sul tentativo di far avere a Chamberlain dei documenti segreti riportanti, nero su bianco, le reali mire espansioniste di Hitler, sulla carta è molto buona e interessante, così come l'alleanza riluttante tra due ex allievi di Oxford, l'uno inglese l'altro tedesco, per ricamare un po' sui motivi che hanno spinto buona parte degli abitanti della Germania a dare totale fiducia al Fuhrer, il problema è che il film non approfondisce granché (nonostante le ormai solite due ore e fischia di durata standard), né suscita particolare tensione. Davanti a una situazione in cui il protagonista tedesco rischia di venire trucidato ad ogni passo, il suo comportamento è di una faciloneria imbarazzante; Monaco: sull'orlo della guerra non è un film di agenti segreti sgamati, è vero, ma scambiarsi i documenti allo stesso tavolo dei membri delle SS oppure farsi vedere parlare, gesticolare e ammiccare durante un incontro diplomatico ufficiale, sono schiaffi alla suspension of disbelief e fanno passare la voglia di stare in ansia per i due protagonisti, visto che l'aspetto inquietante della vicenda è affidato principalmente alla faccia di mer**a di un caratterista come August Diehl (il quale, di base, riprende il suo personaggio di Bastardi senza gloria). Per il resto, la sceneggiatura pare volersi concentrare di più a sottolineare la dabbenaggine di Chamberlain come Primo Ministro oppure sugli scontri verbali tra i due protagonisti, talmente "testardi" nelle loro posizioni che ci si chiede come possano mai essere stati amici, mentre anche la questione "ebraica" viene relegata a una scioccante postilla a margine, che spiega prevedibilmente come mai un fanatico di Hitler sia diventato un uomo pronto a ucciderlo. Nonostante regia e fotografia siano molto belle e curate, a risentire di questo script non proprio esaltante è in primis George MacKay, che per buona parte del tempo rimane lì come un barbagianni, a fissare gente con sguardo alternativamente perplesso oppure agitato, sia quando deve salvarsi la vita sia quando deve confrontarsi con la tipica moglie che non capisce l'importanza del suo lavoro in tempo di guerra in quanto donna, quindi isterica, irragionevole ed egoista per definizione. E su questo chiudo, sperando che il prossimo film condiviso con Mirco (al quale peraltro la pellicola è piaciuta e c'è rimasto male per la mia bassa opinione) non sarà senza infamia e senza lode come Monaco: sull'orlo della guerra


Di George MacKay (Hugh Legat) e Jeremy Irons (Neville Chamberlain) ho già parlato ai rispettivi link

Christian Schwochow è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film che non ho mai visto, come Cracks in the Shell. Anche sceneggiatore e attore, ha 44 anni.


August Diehl
interpreta Franz Sauer. Tedesco, ha partecipato a film come Bastardi senza gloria e The King's Man - Le origini. Anche sceneggiatore, ha 45 anni e due film in uscita. 


Se Monaco: sull'orlo della guerra vi fosse piaciuto recuperate Il ponte delle spie e magari anche L'ora più buia. ENJOY!


lunedì 31 gennaio 2022

Il Bollodromo #88: Lupin III - Parte 6 - Episodio 16

Era troppo bello per poter continuare. Dopo l'episodio meraviglioso della settimana scorsa, la sesta serie di Lupin ci ha regalato l'ennesimo filler ciofeca, サムライ・コレクション - Samurai Korekushon (Samurai Collection), dal quale si è dissociato persino Jigen! ENJOY!


Sarò brevissima, ché c'è davvero poco da dire. Per poter ottenere le grazie di Fujiko, Lupin le promette di rubare gli orridi abiti di una discepola di Karl Lagerfeld, la wannabe Crudelia De Mon Gabby. Quest'ultima, mentre cercava ispirazione nell'Artico, si è imbattuta negli allenamenti di Goemon, salvandolo da morte certa (causata da annegamento con assideramento) e il samurai, per ringraziarla, ha accettato di farle da "muso" e da modello assieme ad altri due scappati di casa. La povera Gabby, neanche a dirlo, è una giovane promessa della moda tormentata dal successo, e non sa più quale strada tentare per trarre soddisfazione dal suo lavoro; da par suo, nonostante le iniziali difficoltà, Goemon scopre nelle notti passate ad allenarsi per sfilare in passerella un insospettabile boost per la sua preparazione da samurai.


Il risultato di tante castronerie è una sfilata in mezzo a dei ruderi, dove Gabby tira fuori capi trendy ma fondamentalmente orrendi, che a nessuno li rivendi (cit.), dove Lupin si infiltra per cercare di rubare la "preziosa" collezione. La presenza di Lupin in guisa di cammello e altri ameni travestimenti scatena l'ira di Goemon e la gioia di Gabby, deliziata dalla strana piega presa dalla sua ultima sfilata, soprattutto quando il ladro gentiluomo cerca di rubare l'intera collezione per mezzo di un drone, cosa che porta la giovane stilista ad incitare Goemon, convincendolo a fare tutto a pezzi. Dopo che tutto quell'orrore è stato ridotto (giustamente) in coriandoli, Lupin fugge con le pive nel sacco cercando di non farsi acchiappare da Zenigata, Fujiko se ne va con la sua "mercanzia" ancora tutta intatta, e Gabby, accomiatatasi da Goemon, rimane a pianificare la sua prossima collezione, ispirata dalla veemenza e dallo spirito indomito del samurai.


L'unico pregio di Samurai Collection è la sua breve durata, in quanto è davvero uno dei filler più stupidi mai creati per questa serie. Sebbene Goemon sia sempre valido, come elemento comico, soprattutto quando la sua natura tradizionalista ed ingenua viene messa di fronte alle stramberie moderne, stavolta la trama causa tristezza più che divertimento ed è palese anche la volontà dei realizzatori di risparmiare tempo creando diverse sequenze di "allenamento" in passerella in cui Goemon compie sempre gli stessi movimenti. Una gag tirata per le lunghe che dice davvero poco, così come è assai tirata per i capelli la "lezione" finale che il samurai impartisce a Gabby, ovvero quella di di andare comunque avanti fino in fondo, no matter what. Che poi non si capisca quale sia il problema di Gabby (mancanza di ispirazione? aspettative troppo alte da parte del pubblico? aver trasformato l'"arte" in commercializzazione? Boh) conta poco, l'episodio avrebbe fatto pena lo stesso. Ribadisco, Jigen non si vede nemmeno in un fotogramma, chiedetevi il perché. Alla prossima settimana!


venerdì 28 gennaio 2022

The King's Man - Le origini (2021)

E' stato un miracolo che lo tenessero tre settimane al multisala, quindi ho dovuto onorarlo battendo la sfiga e correndo a vedere The King's Man - Le origini (The King's Man) diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Matthew Vaughn.


Trama: alla vigilia della prima guerra mondiale, un'organizzazione segreta trama per seminare il caos e sta al pacifista Duca di Oxford, assieme a un pugno di fedeli alleati, evitare che la situazione precipiti ancora di più...


The King's Man
era uno dei film che attendevo con più ansia, perché ADORO la zamarrissima saga creata dal regista Matthew Vaughn partendo da un fumetto di Mark Millar che nemmeno ho mai letto (e, onestamente, non ci tengo a farlo). Kingsman - Secret Service era un action sboccato e pieno di momenti WTF ma anche genuinamente esaltanti e, nonostante Il cerchio d'oro fosse decisamente inferiore, ho voluto molto bene anche a quello; davanti a un trailer che mi metteva davanti un Rasputin folle fino al midollo e brutto come il peccato non ho avuto altra scelta che mettermi in paziente attesa anche del prequel, sebbene non ci fossero né Colin Firth Taron Egerton, e per quanto mi riguarda sono stata ripagata, perché con tutti i suoi difetti The King's Man si è rivelato divertente, caciarone ed esaltante quanto i suoi predecessori. L'idea, come immaginate, è quella di rivelare come sono nati i Kingsman partendo dai pochi indizi disseminati nel corso dei primi due film, e in questo caso i realizzatori hanno optato per un esempio di "fantastoria" che mescola eventi realmente accaduti (l'omicidio del duca Ferdinando, lo scoppio della prima guerra mondiale, il messaggio inviato al Messico dalla Germania) e personaggi realmente esistiti ad elementi di pura finzione destinati ad influenzarli. Fin dall'inizio, il Duca di Oxford interpretato da un magnetico Ralph Fiennes si propone come uomo d'altri tempi, elegante e onorevole, che sceglie di utilizzare una ricchezza nata col sangue e la sofferenza di altri per aiutare i più sfortunati, a mo' di compensazione; ad affiancarlo e "contrastarne" il pacifismo c'è il figlio, ancora giovane e quindi impossibilitato a capire cosa significhi immolarsi per la patria ed entrare in guerra, vittima di una concezione di "disonore" e "codardia" inculcata da chi ovviamente ha bisogno che la gente combatta per una causa. Oltre a fare da sfondo a una storia più grande e complessa, lo scontro generazionale tra i due diventa il cuore della futura fondazione dei Kingsman, cristallizzandosi in un momento decisamente inaspettato in cui, come sempre, Matthew Vaughn ribalta tutte le regole del genere lasciando lo spettatore con un palmo di naso dopo una sequenza così eroica e piena di "sentimento" da fare invidia a Spielberg. Ma non spoileriamo.


L'idea che offre The King's Man è quella di un'opera ad ampio respiro; si vede che Vaughn aveva voglia di sbragare, sia a livello di location che di sequenze eleganti, e anche i folli combattimenti dal montaggio serrato che hanno fatto la fortuna dei due film precedenti qui vengono centellinati, in favore di atmosfere più da film di avventura, à la Indiana Jones quasi, o à la James Bond ma senza gadget né inseguimenti in auto. Onestamente, questo cambio di rotta non mi è dispiaciuto, così come la maggiore "serietà" offerta dalla presenza di Ralph Fiennes a discapito di un protagonista più giovane e scavezzacollo, ma per gli amanti del "vecchio" Kingsman e dei suoi personaggi sopra le righe c'è la creatura migliore del film. No, non intendo Rasputin, ché altrimenti Mirco non mi rivolgerebbe più la parola, ma il capronetto protagonista della scena più apprezzata dal Bolluomo. POI c'è Rhys Ifans col suo Rasputin, che purtroppo mangia la scena a tutti, buoni o cattivi che siano, e sì che come cast The King's Man è messo più che benissimo. Ifans danza, gigioneggia, seduce, combatte come un derviscio e disgusta in una sequenza che è già il mio scult del 2022 e di cui vorrei assolutamente vedere il backstage per capire come diamine hanno fatto Fiennes ed Ifans a rimanere seri anche solo per un istante. Purtroppo, a rimetterci davanti a tanta meravigliosa esagerazione sono personaggi dalle altissime potenzialità ma un po' sciapi come la Polly di Gemma Arterton e il Shola di Djimon Hounsou (il figlio di Orlando Oxford, ahilui, è davvero privo di ogni speranza di essere interessante, invece), quanto a Daniel Bruhl ormai si è cucito addosso il personaggio di Barone Zemo e devo dire che gli calza benissimo, anche se vorrei tornare a vederlo in altri ruoli visto che è sempre stato un ottimo attore. Quindi, per concludere, come potete immaginare, aspetto con ansia il terzo capitolo cronologico della saga, che dovrebbe cominciare le riprese quest'anno, perché a mio avviso l'universo di Kingsman ha ancora molto da offrire!


Del regista e co-sceneggiatore Matthew Vaughn ho già parlato QUI. Ralph Fiennes (Orlando Oxford), Djimon Hounsou (Shola), Matthew Goode (Morton), Charles Dance (Kitchener), Gemma Arterton (Polly), Rhys Ifans (Grigori Rasputin), Daniel Brühl (Erik Jan Hanussen), Tom Hollander (Re Giorgio / Kaiser Guglielmo/ Zar Nicola), Aaron Taylor-Johnson (Archie Reid) e Stanley Tucci (Ambasciatore americano) li trovate invece ai rispettivi link.


Essendo un prequel, The King's Man - Le origini si può vedere anche da solo, ma perché perdervi i divertentissimi Kingsman: Secret Service e Kingsman: Il cerchio d'oro? ENJOY!

martedì 25 gennaio 2022

La casa in fondo al lago (2021)

Dalle mie parti si erano guardati bene dal farlo uscire ma fortunatamente lo streaming legale viene in soccorso di chi abita in postacci brutti e finalmente sono riuscita a guardare anche io La casa in fondo al lago (The Deep House) diretto e sceneggiato dai registi Alexandre Bustillo e Julien Maury.


Trama: una coppia di fidanzati appassionati di case abbandonate si reca in Francia per andare a esplorare una casa in fondo a un lago, ancora intatta. All'interno, però, non troveranno quello che si aspettano...


La sfigaccia nera di non aver potuto godere di un grande schermo per La casa in fondo al lago non la sto nemmeno a descrivere, so solo che ho percepito distintamente il PECCATO come nemmeno Mariottide, perché la cosa più bella e originale del film di Bustillo e Maury sono le impeccabili, angoscianti riprese subacquee. Ma partiamo dall'inizio, prima di cominciare a bestemmiare forte contro la distribuzione maledetta. La casa in fondo al lago è il "tipico" horror a base di case infestate e poveri cristi che si mettono in testa di esplorarle pensando siano solo abbandonate ed innocue (ne conosco uno così. Lo saluto, nel caso legga il post: Ciao, Ale!), nella fattispecie abbiamo quel gran pezzo di figliuolo di Jagger Jr. nei panni di un wannabe youtuber che venderebbe la mamma per i like e una gran pezza di biondona franzosa che se ne starebbe tranquilla in vacanza, per una volta, ché il fidanzato con sta smania delle visualizzazioni ha anche un po' rotto le balle. Comunque, i due vengono "omaggiati" da un franzoso locale di una visita in un punto assai isolato di un lago artificiale, là dove, lontano da turisti e chiasso, c'è la possibilità di visitare una casa abbandonata perfettamente intonsa nonostante sia sott'acqua da una trentina d'anni. I due non se lo fanno ripetere due volte e, armati di indispensabile drone, pratiche gopro e fondamentali bombole, si immergono consapevoli di avere solo un'ora di tempo prima di finire l'ossigeno ma, tanto, cosa potrà mai succedere in quella casa?? (Di tutto. Ossignore, di tutto.)


Come vedete, la trama di La casa in fondo al lago è molto semplice, quasi banale, nulla che non si sia già stravisto in altri film. La bellezza, come ho scritto più su, e se di bellezza si può parlare quando ogni dieci minuti si ricorre al telecomando per interrompere un attimo la visione, così da non sputare i polmoni avvizziti dall'ansia, è che l'ambientazione non lascia scampo. Non che si possa sopravvivere quando la casa è in mezzo al bosco, alla steppa o persino in un condominio giapponese/spagnolo, ma in questo caso all'ansia da claustrofobia data dalla minacciosa combine "casa maledetta + infauste presenze" si aggiunge anche l'orrore della progressiva perdita di ossigeno, come se non bastasse già il fatto di non vedere una mazza, tra il buio del fondale, l'acqua torbida, il drone che all'improvviso smette di fare luce e tanti altri "simpatici" imprevisti che non vi spoilero. Il tutto, tra l'altro, ripreso davvero sott'acqua all'interno di un set costruito alla bisogna, con attori e stuntman in immersione, cosa che rende il tutto molto più realistico e "pressante" per chi, come me, pur essendo nata in Liguria ama rimanere all'asciutto e teme il mare come la più infingarda delle Divinità, figuriamoci poi il lago, dove, da sempre, ho schifo ad immergermi a causa dei suoi fondali putridi e leppeghini, che possono nascondere chissà cosa. Ecco, il "chissà cosa" vi ha trovati e, se deciderete di dare una chance al gagliardo La casa in fondo al lago, avrete anche l'occasione di guardarlo negli occhi e piangere pregandolo di risparmiarvi!


Dei registi e sceneggiatori Alexandre Bustillo e Julien Maury ho già parlato ai rispettivi link. 

James Jagger, che interpreta Ben, è figlio di Mick Jagger. ENJOY!

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