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mercoledì 20 luglio 2022

Non sarai sola (2022)

La scorsa settimana è uscito in pochi cinema anche Non sarai sola (You won't be alone) particolarissima fiaba horror scritta e diretta dal regista Goran Stolevski.


Trama: resa muta e poi rapita da una strega in grado di cambiare forma, una giovane ottiene lo stesso potere e, attraverso esso, sperimenta diverse esistenze...


Che buffo recuperare un film in quanto horror e in quanto interpretato da Noomi Rapace, solo per poi scoprire che di horror ce n'è ben poco e ancor meno di Noomi Rapace e rimanerne comunque molto soddisfatta. E che buffo che un film simile sia approdato nelle sale italiane, per di più a luglio, visto che non è proprio un esempio di cinema leggero e adatto alla stagione, anzi. Non sarai sola è quello che potrei definire un Malick meets Eggers, giusto per farvi capire con cosa avrete a che fare se mai decideste di dargli un'occhiata; è una pellicola fatta di lunghi silenzi, insistite riprese di elementi naturali accarezzati da mani, calpestati da piedi e divorati da bocche, di sguardi che si intrecciano mentre la protagonista muta si abbandona a un malinconico monologo interiore, cercando di capire se stessa e il mondo. L'aspetto folk horror è ciò che da il via alla vicenda ma non ne è il fulcro, quanto piuttosto un mezzo per consentire alla protagonista di provare sulla propria pelle diverse esperienze e andare oltre il limitato universo a cui era stata condannata da una madre spaventata. Come nelle migliori fiabe, tutto comincia con una strega. Maria, la divoratrice di lupi, si palesa nella capanna della madre della piccola Nevena, pretendendone il sangue, e la donna le promette invece la figlia al compimento dei sedici anni; decisa a non tenere fede alla promessa, la madre di Nevena rinchiude la figlia in una caverna "sacra", dove la fanciulla cresce senza sapere nulla del mondo, finché Maria non arriva a reclamarla e la marchia, rendendola una strega capace di cambiare forma. Priva di una guida e di una madre, Nevena comincia a seguire la sua potenziale aguzzina, ma la vita di Maria, creatura solitaria e violenta, non si addice a una giovane affamata di emozioni, inesperta e curiosa, così Nevena si ritrova, per un tragico caso, a "cambiare pelle" così da fare esperienza di ogni aspetto della vita. 


Nevena uccide le sue vittime per rubarne l'aspetto ma Non sarai sola non parla di morte, bensì di vita. Davanti agli occhi della protagonista sfilano esistenze miserevoli di donne schiacciate dal lavoro (il film è ambientato nella Macedonia del XIX secolo) e costrette a subire le angherie di mariti violenti, di uomini messi al bando perché considerati deboli dai loro pari, ma anche di calore familiare legato ai bambini, all'innocenza di questi ultimi, di amore capace di superare la "pelle" e arrivare al cuore di una persona, al punto di farle pensare "la vita è dolorosa e orribile... Eppure. Eppure." Non sarai sola racconta, appunto, la vita, vista con gli occhi innocenti di chi non la conosce e si rende conto di come, all'interno di essa, gioia e dolore siano due facce della stessa medaglia, imprescindibili e necessarie; la stessa Maria, strega cattiva del racconto, in realtà è vittima di un'orribile storia capace di spezzare il cuore, e la stessa Nevena non è né buona né cattiva, semplicemente esiste, e ogni sua azione può assumere una connotazione diversa a seconda dei punti di vista. Come avete capito, qui si parla più di "filosofia" che di horror, e Non sarai sola, nonostante una buona dose di sangue, il bel make up della strega ustionata e i begli effetti speciali, è quello che si potrebbe definire un film intimista, d'atmosfera, quindi sicuramente non sono la persona più adatta a parlarne; il ritmo della pellicola è lentissimo e dilatato, i silenzi la fanno da padrone e tutto viene affidato alla bellezza di regia e fotografia, unita alla bravura degli interpreti, soprattutto di quelli femminili. A mio avviso è un piccolo, stranissimo gioiello, ma mi rendo conto che potrebbe non incontrare i gusti di tutti.


Di Noomi Rapace (Bosilka/madre) ho già parlato QUI mentre Anamaria Marinca (Maria/Divoratrice di lupi) la trovate QUA.

Goran Stolevski è il regista e sceneggiatore della pellicola. Di origini australiane e rumene, è al suo primo lungometraggio ed è anche produttore e montatore.


Se Non sarai sola vi fosse piaciuto recuperate The VVitch, Hellbender e Gretel e Hansel. ENJOY!

martedì 12 aprile 2022

Lamb (2021)

A fine marzo è uscito in sordina nelle sale italiane Lamb (Dýrið), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Valdimar Jóhannsson. E' un peccato sia stato poco pubblicizzato, perché è un film che merita di essere visto e conosciuto. Occhio a qualche spoiler qui e là.


Trama: Maria e Ingvar vivono soli in una sperduta fattoria dove allevano pecore e coltivano la terra. Un giorno, nella loro vita, fa capolino una ben strana creatura...


Lamb
è una strana bestia, in questo caso la definizione è assai calzante (anche perché è la traduzione più o meno giusta del titolo originale, "animale", "bestia"). E' anche una pellicola, io vi avviso, che vi strapperà il cuore e lo farà a brandelli e che vi sconsiglio assolutamente se temete per il destino degli animali, perché purtroppo qui non vengono fatti sconti allo spettatore particolarmente sensibile. D'altronde, il punto di vista degli animali (che siano pecore, agnelli, cani e persino gatti) viene quasi più tenuto in considerazione di quello degli umani e sono parecchie le sequenze in cui si ha la sensazione di scivolare nei panni degli animali da cortile, incredibilmente espressivi e troppo spesso terrorizzati... da cosa? Difficile dirlo. Lamb è un film che mostra poco (salvo sul finale), spiega ancora meno, e gioca per buona parte della sua durata creando una sensazione intangibile di tragedia imminente, causata dalla presenza di "qualcosa" che vaga all'esterno della fattoria di Maria e Ingvar, tenendoli d'occhio non visto e minacciando una felicità precaria ottenuta a caro prezzo dopo anni di insopportabile dolore. Se pensate che ciò preluda a un horror, però, non potete essere più distanti dalla realtà. Lamb è un fantasy contaminato dall'orrore, ma quest'ultimo nasce in primis dalla misera condizione di Maria e Ingvar, una coppia priva di uno scopo da quando hanno perso la loro bambina, incapaci di comunicare e di sostenersi a vicenda per colmare quel terribile "vuoto"; la felicità tra loro, la complicità persino, torna solo  nel momento in cui una delle loro pecore mette al mondo un agnellino dal corpo di bambina, che i due decidono di crescere come se fosse loro, ciechi ad ogni conseguenza che questo gesto potrebbe avere. 


Jóhannsson
e il co-sceneggiatore Sjón (lo stesso, per inciso, che ha sceneggiato l'imminente The Northman di Eggers) sono molto attenti a non dare giudizi morali di alcun tipo e sta allo spettatore districarsi all'interno delle mille sfaccettature del film. E' più che naturale mettersi nei panni di Maria e Ingvar, di sciogliersi davanti alla tenerezza del sorriso sognante di Noomi Rapace o all'idea di tenere tra le braccia il dolcissimo ibrido creato da effetti speciali praticamente perfetti e mai invasivi, nemmeno quando la piccola agnellina cresce. E' però altrettanto naturale, e ancor più terribile, mettersi nei panni della vera madre di Ada (chiamata così come la defunta figlia di Maria e Ingvar) nel momento in cui le viene strappato il cucciolo e comincia, impazzita dal dolore, a cercarlo senza requie, tra belati strazianti e momenti troppo orribili da descrivere. Ed è, infine, impossibile non pensare alle implicazioni della natura di Ada, una creatura a disagio con entrambe le sue "parti", un essere innocente plasmato da un egoismo nato essenzialmente dal dolore e dalla solitudine; agnellino in un corpo di bimba, Ada non può parlare né ridere o piangere, teme i rumori forti, è limitata nei movimenti dal fatto di avere al posto di una delle mani uno zoccolo, e il suo sguardo di cucciolo spezza il cuore a più riprese. L'unico gesto pietoso per tutti deriverebbe dalla persona più deprecabile del film, lo "zio" Pétur, ma anche lì sarebbe un gesto dettato non solo da egoismo, ma da un istintivo senso di superiorità (per quanto dissimulata e probabilmente nemmeno consapevole) che è propria di tutti gli esseri umani presenti in Lamb, e per questo ancor più orribile. Sia come sia, qualunque interpretazione vogliate dargli, Lamb è un film che merita di essere visto e che personalmente non dimenticherò tanto facilmente, non solo per tutte le lacrime che ho speso guardandolo, ma anche per le domande scomodissime che spinge necessariamente a porsi. Dategli una chance.


Di Noomi Rapace, che interpreta Maria, ho già parlato QUI

Valdimar Jóhannsson è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Ha lavorato principalmente come elettricista in film come I sogni segreti di Walter Mitty, Noah e serie quali LazyTown e Il trono di spade. Islandese, anche tecnico degli effetti speciali e attore, ha 44 anni.


 

mercoledì 24 novembre 2021

The Trip (2021)

Se non fosse stato per Lucia, che a differenza mia è sempre sul pezzo, non mi sarei nemmeno accorta che su Netflix era uscito l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Tommy Wirkola, The Trip (I onde dager).


Trama: marito e moglie vanno in una baita isolata per un weekend, ognuno intenzionato a fare la pelle all'altro. Destino vuole, nella baita si nascondono tre evasi che scombineranno non poco i loro piani omicidi...


All'interno di una camera da letto dai colori sgargianti, un uomo e una donna sanciscono la fine del loro matrimonio con un plot twist degno di una telenovela. Ohibò, ma E' una telenovela, la versione norvegese de gli Occhi del cuore e Lars, protagonista di The Trip, è il René Ferretti della situazione, un regista fallito sia come artista sia come uomo il quale, in maniera assai goffa, con chiunque abbia la compiacenza di starlo ad ascoltare si prepara un alibi per l'imminente omicidio della moglie Lisa. L'idea è quella di andare nella baita dell'anziano padre e, con la scusa di una gita in montagna finita male, far fuori la donna, non fosse che, Shyamalan twist... anche Lisa ha accettato la proposta di un weekend in baita solo per fare fuori Lars! Insomma, i due si odiano e non c'è da stupirsi: quella che era nata come una storia d'amore tra artisti (Lisa è un'attrice fallita quanto Lars) è diventata una palude di risentimento, resa ancora più infida e profonda da debiti, tradimenti, bugie, e chi più ne ha più ne metta. Wirkola si diverte ad esplorare questo matrimonio in rovina mettendo in scena, almeno all'inizio, un confronto più psicologico che fisico, che serve a delineare le personalità dei due coniugi dirottando tutta la nostra simpatia di spettatori verso Lisa, donna combattiva e senza troppi fronzoli che si è ritrovata un'ameba per marito, uno che non si occuperebbe nemmeno delle parti più cruente di un eventuale omicidio, lasciandole ad altri perché disgustato dalla vista del sangue. La situazione di "stallo" si risolve nel momento esatto in cui Lars e Lisa scoprono che la baita è diventata il rifugio di tre evasi e lì, ovviamente, le dinamiche si complicano e Wirkola si butta su quello che sa fare meglio: sbragare.


The Trip
viene definita dai più "commedia horror". In realtà, se andiamo a vedere, è vero che ci sono alcuni momenti in cui persino io, a fronte del periodo abbastanza negativo che sto passando, ho riso di cuore (il padre di Lars è già personaggio dell'anno, senza discussioni), ma il veleno che corrode Lars e Lisa offre il gancio a momenti in cui, onestamente, ho provato abbastanza angoscia. In particolare, è Lars il personaggio più incommentabile, spesso anche più dei tre evasi, giustamente molto caricati, e soprattutto in una particolare, difficilmente sopportabile sequenza centrale, dà prova di essere una merda patentata, un'ameba disgustosa che non esiterebbe a rimanere fermo a braccia incrociate a guardare mentre Lisa subisce le peggio cose. E' una fortuna e una liberazione che, dopo un'inizio "tranquillo" e una parte centrale che non stonerebbe in un film molto più serio, Wirkola dia il via libera a una splatterata violentissima e sopra le righe, che accompagna una sorta di "rinascita" di Lars e offre a Noomi Rapace la possibilità di profondersi in un'interpretazione fisica e godereccia, ché fa sempre bene al cuore vedere dei nazi (tra gli altri) venire massacrati da donne inferocite con le armi contundenti più improprie che possiate pensare. Certo, The Trip è un film che consiglio o a chi già conosce Wirkola e lo apprezza, oppure a chi ama quel tipo di film un po' supercazzola e un po' violenti che riversano sullo spettatore secchiate di sangue (per dire, sempre su Netflix c'è il meno raffinato All My Friends Are Dead, che come stile non si discosta molto), mentre converrebbe che gli altri si tengano distanti. Se apprezzate il genere, vi aspettano due ore di divertimento puro che non rimpiangerete assolutamente! 


Del regista e co-sceneggiatore Tommy Wirkola ho già parlato QUI mentre Noomi Rapace, che interpreta Lisa, la trovate QUA.

Christian Rubeck interpreta Dave. Norvegese, ha partecipato a film come Hansel & Gretel - Cacciatori di stregheDead Snow 2 - Red vs. DeadAutobahn - Fuori controllo, Seven Sisters e a serie come Doctor Who. Ha 41 anni.


Se The Trip vi fosse piaciuto perché non riguardare La guerra dei Roses e il già citato All My Friends Are Dead? ENJOY!


martedì 25 giugno 2019

Rapina a Stoccolma (2018)

Spinta dal trailer accattivante ho deciso di recuperare Rapina a Stoccolma (Stockholm), diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Robert Budreau e uscito proprio in questi giorni in Italia.


Trama: un malvivente fa irruzione all'interno della Kreditbanken di Stoccolma e prende con sé tre ostaggi. Mentre la polizia cerca di risolvere la situazione, con l'aiuto di un altro detenuto, tra rapitori e ostaggi si sviluppa uno strano rapporto di fiducia reciproca.


La cosiddetta Sindrome di Stoccolma, quella per cui delle persone arrivano a dipendere da coloro che hanno abusato di loro in maniera fisica o verbale, arrivando a fidarsi di loro o persino ad amarli, prende il suo nome da una rapina occorsa negli anni '70 a Stoccolma, per l'appunto. Lì, tale Jan Erik-Olsson ha tenuto in ostaggio per alcuni giorni degli impiegati, soprattutto donne, e nel corso di questo pur breve periodo di tempo gli ostaggi sono arrivati a considerare i malviventi gentili, al punto da fidarsi più di loro che della polizia; quando gli agenti sono riusciti a fare irruzione con l'aiuto del gas lacrimogeno, gli ostaggi si sono preoccupati dell'incolumità dei loro carcerieri e anche dopo, a quanto pare, hanno fatto loro visita in prigione. Rapina a Stoccolma si basa proprio su questa storia vera, romanzandola e trasformando Jan Erik-Olsson (qui chiamato Lars Nystrom) in un istrionico malvivente mezzo svedese mezzo americano, appassionato di musica, cinema e motori, un incosciente le cui motivazioni diventano sempre più risibili mano a mano che il film prosegue, anche perché, scopo della pellicola, è riportare su schermo un esempio di Sindrome di Stoccolma. Ecco dunque che, fin dall'inizio, i riflettori vengono puntati sul personaggio di Bianca, moglie e madre di due bambini che finisce (assieme ad altri due colleghi che potrebbero anche non essere presenti vista la loro utilità all'interno della storia) per venire presa in ostaggio da Lars, del quale si innamora senza un perché, seguendo una sceneggiatura disonesta che trasforma il marito in personaggio negativo dopo aver deciso di ignorare le istruzioni di Bianca relativamente alla cena da propinare ai figli e altri piccoli screzi. Bianca, nonostante l'intelligenza e la forza d'animo dimostrata nel corso della rapina, risulta così poco più di una casalinga frustrata in cerca di emozioni, mentre Lars è un povero pirla, punto.


Paradossalmente, il film avrebbe funzionato di più se non fosse stato tratto da una storia vera. Così, quella che poteva trasformarsi in una tragedia è stata resa su pellicola come una superficiale serie di eventi, con qualche eco di weird Coeniano, all'interno della quale i poliziotti ci fanno una ben magra figura ma, a ben vedere, sono molto più divertenti dei rapinatori e dei loro ostaggi, forse perché questi ultimi sono davvero tagliati con l'accetta. Qualche minuto di divertimento, tuttavia, non sopperisce al piattume generale di un film che prometteva di essere "assurdo" come la storia da cui è tratto e che difetta proprio dell'assurdità di cui sopra, visto che è prevedibile dall'inizio alla fine, più concentrato sulla riuscita della sua parte heist che sui fatti veri, quelli sì davvero incomprensibili ed interessanti. Peccato, perché anche i pur bravi attori hanno risentito di questa superficialità. Ethan Hawke sguazza nei panni di un personaggio tragicamente ridicolo riuscendo a renderlo affascinante più in virtù del suo aspetto sempre belloccio che della sceneggiatura; Noomi Rapace stona un po' vestita come un'impiegata, ché di fatto il suo essere badass si intuisce lontano un chilometro, ma è comunque deliziosa; Mark Strong, infine, fa il suo lavoro, anche se non ha occasioni di brillare come meriterebbe, sacrificato alla "follia" del personaggio di Hawke. Tra tutti ho comunque preferito il perfido Capo Mattsson di Christopher Heyerdahl, l'unico tra tutti i personaggi a riservare più di una sorpresa dietro il suo atteggiamento amichevole e dimesso e ad essere realmente "assurdo". Occasione sprecata, dunque? Mah, per me sì. Il film "perfetto" e "vero" sulla Sindrome di Stoccolma deve ancora arrivare.


Di Ethan Hawke (Kaj Hansson/Lars Nystrom), Noomi Rapace (Bianca Lind) e Mark Strong (Gunnar Sorensson) ho parlato ai rispettivi link.

Robert Budreau è il regista e sceneggiatore della pellicola. Canadese, ha diretto film come That Beautiful Somewhere. Anche produttore, ha 45 anni.




mercoledì 16 maggio 2018

Bright (2017)

Prima di Natale Netflix ha fatto uscire Bright, diretto nel 2017 dal regista David Ayer e, forse aiutata da un istinto atavico, ci ho messo un po' a recuperarlo...


Trama: in una Los Angeles dove gli umani convivono con orchi, elfi, fate e altre creature, i poliziotti Daryl e Nick, rispettivamente umano e orco, devono cercare di proteggere un'elfa detentrice di bacchetta magica senza venire uccisi dai diversi gruppi che le danno la caccia.



Buoni propositi 2018: cercare di fare pace con Mark Duplass (anche se non guarderò MAI Creep 2, mai nella vita, never ever) ed evitare qualsiasi pellicola che abbia Joel Edgerton tra gli attori principali. Non nomino Will Smith perché l'ex principe di Bel Air ha smesso di piacermi negli anni '90 e ogni sua apparizione mi provoca da decenni un tedio inenarrabile, la stessa cosa che succede in presenza di Joel Edgerton. Sono andata a rileggere i post relativi a tutti i film interpretati dall'attore e non c'è una sola recensione in cui mi sia ritrovata ad apprezzarlo, piuttosto davanti alla sua faccia la palpebra comincia a calarmi. Qui hanno cercato di darmela a bere seppellendolo sotto un trucco da Uruk-hai ma non stiamo a prenderci in giro: Joel Edgerton fa dormire sempre e comunque, con buona pace dei millemila fan dell'attore, orco o umano che sia. Date le premesse, ovvero la micidiale combo Smith/Edgerton, obiettivamente, come diamine avrebbe fatto a piacermi un film come Bright? Le persone si lamentano dell'umorismo presente nei film Marvel o in Star Wars ma io qui ammetto pubblicamente che preferirei diecimila Thor: Ragnarok e mille telefonate scherzo al roscio di Star Wars piuttosto che sopportare Will Smith che dice "non siamo in una profezia, siamo in una Toyota" mentre tutto intorno a lui è triste, cupo e violento peggio che in un Batman di Nolan venuto male. Povero Ayer. Prima è stato costretto a mettere mano a Suicide Squad, adesso si è preso in carico il compito di "nobilitare" e rendere seria una belinata da nerd senza fantasia come questo Bright e il risultato è il solito pasticciaccio brutto di un film né carne né pesce, poco divertente, non abbastanza violento e soprattutto affatto interessante. Per dire che il commento finale congiunto mio e del Bolluomo è stato: "Hanno sbagliato. O realizzavano una supercazzola totale piena di battute e personaggi scemi oppure spingevano il pedale sul cattivo gusto gore e buona camicia a tutti". Invece vogliamo fare gli Autori quando abbiamo in mano una robetta di sceneggiatura appena abbozzata, non giustificabile col fatto di voler realizzare una trilogia o, come invocano tutti on line, una serie TV.


L'alchimia tra Smith e Edgerton, umano e orco il cui rapporto è la copia blanda di quello già visto in mille altri buddy cop movies, non scatta mai nemmeno per sbaglio. Smith interpreta sempre il solito duro che vorrebbe ma non può, che millanta bastardaggine ma non farebbe male nemmeno ad una mosca perché "Ah, la famiglia, ah i figli" (moglie e figlia compaiono sì e no cinque minuti in tutto il film, per inciso) mentre Edgerton è l'ennesimo paria, orco tanto buonino come Lupo de Lupis che per questo viene odiato dagli altri orchi in quanto "traditore" e dagli umani leghist... ehm, poliziotti corrotti in quanto immigrat...ehm, orco. Il fulcro del rapporto tra i due è il solito odio malriposto da parte del polo apparentemente più avvantaggiato (SPOILER: Will Smith) verso il suo compare che è semplicemente un po' scemino, ingenuo ma fondamentalmente buono e il risultato finale di tutte le avventure è tanto scontato quanto loffio, soprattutto quando a fare da background c'è un universo fantasy abbozzato in modo talmente banale che forse persino un quattordicenne avrebbe fatto di meglio. Gli orchi sono dei cattivoni gangsta, gli elfi dei fighetti ricchissimi, i latinos rimangono tali e gli altri umani non latinos sono impegnati a scacciare le fatine dai prati; ogni tanto spunta un bright, ovvero gente capace di usare le bacchette magiche, e alcuni elfi non sono felici dei loro privilegi e vorrebbero far tornare in vita il Signore Oscuro (Voldemort, Sauron, Berlusconi, nominatene uno a caso...) proprio grazie alle suddette bacchette. Punto. La povera Lucy Fry, costretta a fare la portatrice di bacchetta muta o gemente per un buon 90% del tempo (SPOILER: di Milla Jovovich ne Il quinto elemento ce n'è una, signori, mi spiace), non ha un centesimo della verve che la caratterizzava in Wolf Creek - La serie e i poveri spettatori già scoglionati dopo mezz'ora di 'sta tiritera imbarazzante, come me, non aspettano altro che vedere la sempre cazzutissima Noomi Rapace pigliare a calci nel sedere lei e i suoi due protettori, possibilmente in un profluvio di sangue & viscere oltre che morte & distruzione. Bon, sinceramente non ho più voglia di spendere tempo per parlare di 'sta cretinata. Personalmente non mi sono divertita guardandola quindi non la consiglio, se invece pensate che il genere possa piacervi dategli un'occhiata ma poi non dite che non vi avevo avvertiti. A 'sti punti, Rapace per Rapace e Netflix per Netflix consiglierei piuttosto la visione del pregevolissimo Seven Sisters, ad Ayers invece suggerisco di smettere di lavorare a scopo alimentare e prendersi un paio d'anni sabbatici a riflettere.


Del regista David Ayer ho già parlato QUI. Will Smith (Daryl Ward), Joel Edgerton (Nick Jacoby), Noomi Rapace (Leilah), Edgar Ramirez (Kandomere), Lucy Fry (Tikka) e Jay Hernandez (Rodriguez) li trovate invece ai rispettivi link.

Kenneth Choi interpreta Yamahara. Americano, ha partecipato a film come Captain America - Il primo vendicatore, The Wolf of Wall Street, Suicide Squad, Spider-Man: Homecoming e serie quali Più forte ragazzi, Roswell, La vita secondo Jim, Dr. House, CSI, 24, Heroes, Agents of S.H.I.E.L.D. e American Crime Story. Ha 47 anni e quattro film in uscita.


Pochi giorni fa Netflix ha annunciato ufficialmente il seguito di Bright, sempre con David Ayer alla regia e Will Smith e Joel Edgerton come protagonisti: buon per loro ma non starò a trattenere il fiato! Nel frattempo, se Bright vi fosse piaciuto, recuperate End of Watch - Tolleranza zero (al quale Max Landis si è ispirato per la sceneggiatura). ENJOY!

domenica 10 dicembre 2017

Seven Sisters (2017)

Con un ritardo devastante arrivo finalmente a parlare anch'io di Seven Sisters (What Happened to Monday), diretto dal regista Tommy Wirkola. NO SPOILER, anche se probabilmente il film l'avrete già visto tutti.


Trama: A causa della sovrappopolazione, nel futuro alle famiglie viene consentito di avere un solo figlio mentre gli altri eventuali bambini vengono messi in stasi criogenica. In qualche modo, sette sorelle sono riuscite a sottrarsi a questo destino creandosi una comune identità fittizia ma un giorno la prima sorella, Monday, scompare e cominciano i guai...


Mi avevano detto che Seven Sisters era molto bello ma tra una cosa e l'altra ne ho rimandato la visione finché non è uscito al cinema in Italia. Onestamente, parliamoci chiaro: non so quante persone siano andate a vederlo in sala visto che il film è stato reso disponibile già mesi fa sulla versione USA della piattaforma Netflix (con ovvie conseguenze di cui non starei a parlare, tanto ci siamo capiti) e non so nemmeno perché la distribuzione italiana prenda queste cantonate a ridosso del Natale, con un sacco di film "importanti" che rischiano di eclissarlo (infatti a Savona non è uscito) e, soprattutto, a rischio di appiattire la pellicola con un doppiaggio/adattamento indecenti (Lucia dixit e io mi fido). Sta di fatto che è un peccato perché Seven Sisters è davvero un bellissimo esempio di action distopico e meriterebbe di venire visto da quante più persone possibili soprattutto perché, sì, sullo schermo gigante di un cinema la vicenda delle sorelle Settman dovrebbe essere una botta di adrenalina mica da ridere. D'altronde, a Tommy Wirkola ho voluto bene sin dai tempi di Dead Snow, il regista ha il gusto del sangue (tanto sangue ma anche occhi, dita mozzate, morti particolarmente violente e "gratuite") e dell'azione, non è pacchiano né confuso nemmeno quando gli mettono per le mani una potenziale ciofeca come Hansel e Gretel cacciatori di streghe, che inaspettatamente all'epoca mi era parecchio piaciuto: gli basta prendere degli attori dal forte piglio badass, mettere in piedi delle convincenti scene d'azione dove, a scelta, ci si spara o ci si pesta pesantemente e ritagliare dello spazio sia per un po' di sana inquietudine sia per qualche siparietto divertente. Va detto inoltre che nel corso di Seven Sisters ho pianto senza ritegno e che la rivelazione sul pre-finale mi ha messo un'angoscia indicibile in quanto buttata in faccia allo spettatore senza troppi giri di parole, il che ha reso la pellicola qualcosa di più di un semplice action violento, arrivando a toccare anche delle corde emotive, cosa che non mi sarei mai aspettata. E più non dimandate, perché parlare della trama di Seven Sisters vorrebbe dire inciampare in spoiler continui, non mi sembra il caso.


Parlerò quindi un po' di Noomi Rapace, che nel film interpreta ben sette sorelle, uguali ma ognuna ben distinta dalle altre per quel che riguarda non solo le scelte di stile ma anche per il carattere. Ora, la Rapace non è proprio una signora attriciona e la versione originale del film ne mette in risalto anche la dizione non proprio perfetta, sporcata dall'accento svedese (ma chissene, il film è una co-produzione europea ed è palesemente ambientato in una non meglio specificata "confederazione" dove la moneta è l'euro), però è comunque una gioia per gli occhi vederla interpretare a volte l'eroina determinata, altre il pulcino terrorizzato, altre ancora la fatalona fredda come il ghiaccio, prestandosi ad una sceneggiatura di una cattiveria talvolta incredibile. La Rapace è dotata di un perfetto mix di fascino, fragilità e fisico talmente palestrato che durante determinate inquadrature mi veniva da piangere pensando alle mie forme da budino Elah, ricorda un po' le eroine "maschie" di alcuni film anni '80/'90 con una buona dose di sentimento in più quindi secondo me è perfetta per il ruolo delle sorelle Settman. Buono anche il cast di supporto, con un Willem Dafoe stranamente paterno (almeno finché... no, niente, lo ha fatto a fin di bene, dai) e probabilmente pagato a cottimo da Netflix visto che spunta in ogni loro produzione, e una Glenn Close particolarmente detestabile (nobile proposito il suo, eh, però anche un po' baffangulo!). Molto caruccia anche la bimbetta presa per incarnare la versione infantile delle Settman, anche lì una sola attrice visto che probabilmente sette tutte uguali sarebbero state un po' difficili da recuperare. Mi rendo conto che questo è un post un po' più stringato del solito ma ho deciso di fermarmi qui visto che, come ho detto sopra, ogni parola in più rischierebbe di compromettere la visione di Seven Sisters. Aggiungo solo che la pellicola di Wirkola è una delle più interessanti ed "esaltanti" uscite quest'anno quindi sarebbe davvero un peccato perdersela!


Del regista Tommy Wirkola ho già parlato QUI. Noomi Rapace (le sorelle Settman), Glenn Close (Nicolette Cayman) e Willem Dafoe (Terrence Settman) li trovate invece ai rispettivi link.

Marwan Kenzari interpreta Adrian Knowles. Olandese, ha partecipato a film come Autobahn - Fuori controllo, La mummia e Assassinio sull'Orient Express. Ha 34 anni e due film in uscita tra cui il live action di Aladdin, dove interpreterà Jafar!


Christian Rubeck, che interpreta Joe, è un aficionado di Wirkola in quanto ha partecipato sia a Dead Snow 2 che a Hansel e Gretel - Cacciatori di streghe. Se Seven Sisters vi fosse piaciuto potrebbe essere giunto il momento di recuperare gli altri film del regista!



martedì 23 maggio 2017

Alien: Covenant (2017)

Confortata da un paio di pareri entusiasti tirati fuori dalle persone che più stimo in campo di cVitica cinematogVafica, mercoledì ho deciso di dare una chance ad Alien: Covenant, diretto da Ridley Scott.


Trama: l'equipaggio della nave spaziale Covenant intercetta un messaggio proveniente da un pianeta molto simile alla Terra. Convinti di potervi stabilire una colonia, gli astronauti atterrano solo per scoprire che il pianeta non è ospitale come pensavano...


Probabilmente l'ho già scritto nel post su Prometheus ma in tempi di haters e troll non fa mai male ripeterlo: i film della saga di Alien li ho visti tutti, almeno una volta, ma non hanno mai segnato il mio percorso cinematografico e mi sono limitata ad apprezzarli (qualcuno più, qualcuno meno) senza diventare uno di quei fan capaci di citarli a memoria o addirittura di scovare gli errori di continuity. Per me, insomma, Ridley Scott può fare un po' quello che vuole con la "sua" creatura e non mi offendo se sceglie di cancellare ciò che è venuto dopo il primo Alien con un colpo di spugna preferendo attingere più a Prometheus che al film del 1979. A proposito di Prometheus, della trama rammentavo poco e nulla e ho quindi passato la pausa tra primo e secondo tempo di Alien: Covenant a spulciare Wikipedia scatenando lampi di memoria nel mio cervellino provato dalle continue visioni, cosa che mi ha spinto a considerare una cosa: di sicuro Prometheus era ridondante da morire, con una trama al limite del fastidioso, a tratti incomprensibile, ma diamine le immagini che aveva! Non a caso, alla prima riga di ogni paragrafo del riassunto di Wikipedia smettevo di leggere in quanto i miei neuroni riuscivano a produrre il ricordo delle sequenze perfette di Prometheus, capaci di rimanere impresse più di mille spiegoni ed intrecci, e non a caso sono tornata alla magione pensando "A Ridley Scott non dovete ca*are il ca**o" (cit.). Perché è vero che Alien: Covenant ha una trama facilona, personaggi al limite della stupidità abbozzati alla bell'e meglio (tutti tranne uno) e twist che lo spettatore medio potrebbe riuscire ad anticipare almeno due ore prima che accadano, ma è soprattutto uno spettacolo per gli occhi, la dimostrazione che un regista di ottant'anni è in grado di dare tanta di quella mer*a ai suoi colleghi più giovani da seppellirli per l'eternità, come se non fosse bastato l'esempio di George Miller con Mad Max: Fury Road. Alien: Covenant, forse il film della saga più horror di sempre (ma potrei sbagliarmi), desta ammirazione grazie ai campi lunghi che mostrano spazio profondo e pianeti, sconvolge per la grandiosità con cui viene resa una civiltà ormai morta, emoziona durante una concitata fuga e lascia a bocca aperta per una sequenza bellissima che sfrutta alla perfezione l'assenza di gravità e rende poetico persino l'utilizzo improprio di un modulo spaziale... e questo solo per fare pochi esempi che persino il mio occhio becero è riuscito ad apprezzare ma poi c'è tutta la costruzione della tensione di cui parlare, una roba che il 90% degli horror recenti può solo sognarsi.


E il 90% degli horror recenti può sognarsi Fassbender, ça va sans dire. 
Hic sunt SPOILER, mi spiace
Se in Prometheus ho accolto ogni azione del personaggio David con un enorme punto interrogativo sulla capoccia qui ho provato molto più terrore ad ogni sua comparsa piuttosto che davanti alle zanne dello xenomorfo/neomorfo. E sì, la storia del doppio e di come sarebbe andata a finire la questione era telefonata fin dal taglio di capelli dell'androide (ma come hanno fatto a crescergli??), così come l'utilizzo improprio del chiodo, ma non importa: proprio la convinzione che la faccenda si sarebbe conclusa nel peggiore dei modi ha reso Fassbender una figura demoniaca e glaciale, un folle dal sembiante accattivante e raffinato, una creatura desiderosa di imporre la sua superiorità ai creatori e persino ai creatori dei creatori, e pazienza se la sua progenie e l'incarnazione stessa di un incubo.
FINE SPOILER
Alien: Covenant meriterebbe quindi la visione già "solo" per la bravura di Fassbender ma la verità è che come horror, prima ancora che come parte di una saga, funziona e fa il suo dovere anche al netto di quei necessari "momenti Prometheus" giustamente messi alla berlina da Leo Ortolani. La tensione si taglia col coltello, ci sono sequenze incredibilmente splatter, quel disperato senso di claustrofobica ineluttabilità che è proprio dei migliori horror ambientati nello spazio "dove nessuno può sentirti urlare" e con un paio di personaggi, nella fattispecie Daniels e Tennessee, si può anche empatizzare... basta far finta di non vedere l'inutile Oram di Billy Crudup, forse l'elemento più inutile e dannoso del film. Insomma, non sono una fan di Alien quindi non posso sapere perché questo Alien: Covenant è diventato in poco tempo uno dei film più odiati di sempre (nell'attesa che esca l'ultimo di Nolan, ovvio, o qualche altro remake di intoccabili cult anni '80) ma dall'alto della mia ignoranza crassa posso dire che a me è piaciuto davvero molto. Bravo Ridley Scott, continua così e, come si dice in Liguria, battitene u belin.


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Michael Fassbender (David/Walter), Katherine Waterston (Daniels), Billy Crudup (Oram), Danny McBride (Tennessee), Demián Bichir (Lope), Carmen Ejogo (Karine), Callie Hernandez (Upworth), James Franco (Branson), Guy Pearce (Peter Weyland) e Noomi Rapace (Elizabeth Shaw) li trovate invece ai rispettivi link.

Amy Seimetz interpreta Faris. Americana, ha partecipato a film come You're Next, The Sacrament e a serie come Stranger Things. Anche sceneggiatrice, regista, produttrice e costumista, ha 36 anni e tre film in uscita.


Alien: Covenant è preceduto da due corti che dovreste poter trovare su Youtube; uno è Alien: Covenant - Prologue: Last Supper (che mostra l'equipaggio della Covenant prima del sonno criogenico), l'altro è Alien: Covenant - Prologue: The Crossing e mostra cos'è successo a David e alla dottoressa Shaw dopo Prometheus, di cui Alien: Covenant è ovviamente il sequel e sarebbe meglio che lo guardaste prima di recarvi in sala. Nell'attesa che esca l'ultimo capitolo della trilogia promessa da Ridley Scott, se Alien: Covenant vi fosse piaciuto recuperate Alien, Aliens - Scontro finale, Alien³ e Alien - La clonazione e magari aggiungete Life: Non oltrepassare il limite. ENJOY!

martedì 31 marzo 2015

Chi è senza colpa (2014)

Visto l'amore che nutrivo (e ancora nutro) per il meraviglioso e prematuramente scomparso James Gandolfini, era scontato che recuperassi la sua ultima pellicola, Chi è senza colpa (The Drop), diretto nel 2014 dal regista Michaël R. Roska.


Trama: Bob lavora come barista nel locale del cugino Marv, paravento per le attività illegali della mafia cecena. Un giorno il bar viene rapinato e il crimine scatena una serie di altri eventi strettamente legati a una tragedia avvenuta dieci anni prima...


Direi di cominciare a parlare di Chi è senza colpa partendo dall'incredibile gioco dei titoli a cui è andata incontro la pellicola. Il film è tratto dal racconto Animal Rescue di Dennis Lehane, il cui titolo fa riferimento ad un evento che, in apparenza, non avrebbe nulla a che vedere con il filo principale della trama: il protagonista, Bob, trova in un bidone della spazzatura un cucciolo di pitbull e, dopo l'iniziale titubanza, decide di tenerlo con sé e allevarlo. Questo "salvataggio" (Animal Rescue) gli consente di conoscere Nadia e di avere a che fare con il violento padrone del cucciolo, un criminale da quattro soldi che, anni prima, aveva ucciso un buon amico di Bob. Cosa c'entra tutto questo con il titolo originale del film, The Drop? Beh, c'entra nella misura in cui la storia parallela di questo sfortunato cagnolino che è stato lasciato "cadere" nel cestino si intreccia con i soldi sporchi che vengono "consegnati" (sempre to drop) di nascosto all'interno del bar un tempo di proprietà di cugino Marv, creando un tourbillon di situazioni che riveleranno il marcio nascosto nell'animo di tutti i coinvolti, anche quelli in apparenza più irreprensibili. Chi è senza colpa è, come al solito, un titolo italiano imbecille oltre ogni dire perché, al massimo, avrebbe potuto assecondare sia l'ambiguità della trama sia l'aria vagamente bigotta che si respira all'interno di alcune sequenze con un "Chi è senza peccato", richiamando alla mente dello spettatore la famosa citazione evangelica, invece così abbiamo l'ennesimo titolo loffio che poco invoglia ad andare in sala a guardare il film di Roskam. Ed è un peccato perché The Drop è un cupo dramma di stampo classico, popolato da personaggi incapaci di venire a patti con il loro passato, i loro fallimenti e i loro rimpianti, che brancolano goffamente nel tentativo di dare un senso alla propria vita e andare oltre la solitudine e le etichette che si sono affibbiati da soli.


La regia di Michaël R. Roskam, al suo primo film anglofono, non è particolarmente esaltante e rischia di appiattire un po' l'opera in generale ma The Drop è comunque meritevole di una visione sia per la trama interessante che per gli attori coinvolti, che donano spessore a personaggi già comunque ben caratterizzati. Ammetto che, guardando il film, mi è salito un magone gigantesco a vedere Gandolfini recitare con la consueta ed umile professionalità in un ruolo sicuramente non fondamentale per la sua carriera ma riuscendo comunque a dare vita ad un personaggio più complesso di quello che appare; il grande James era una garanzia e l'idea che non potrà più partecipare a nessun altro film è fonte di immensa tristezza. Molto ma molto bravo anche Tom Hardy, attore con cui solitamente non ho un gran feeling, impegnato in un'interpretazione misurata e calibrata al millimetro, alle prese con un protagonista che all'inizio non colpisce e fatica a conquistarsi la totale attenzione dello spettatore ma che, andando avanti, diventa sempre più convincente ed interessante. Stranamente, l'unica a non avermi convinta appieno è Noomi Rapace, non tanto per la sua performance quanto per la fondamentale irrazionalità della sua Nadia; ovviamente non posso fare spoiler ma diciamo che la sceneggiatura qui perde qualche colpo, presentandoci prima una ragazza giustamente insicura e diffidente, poi una pazza che addirittura chiede lavoro ad un tizio che conosce da due giorni, infine una sconvolta che accetta di sorvolare sull'evento più brutale a cui abbia mai testimoniato. Il tutto nel giro di un paio di mesi a giudicare da come cresce il cagnolino. Detto questo, The Drop è comunque un bel film che consiglio in particolare a chi ama un tipo di cinema "attoriale" e ha nostalgia dei bei tempi in cui De Niro regalava allo spettatore dei personaggi duri e pericolosi ma anche incredibilmente fragili. E, ovviamente, a tutti quelli che, come me, già sentono la mancanza di James Gandolfini.


Di Tom Hardy (Bob), Noomi Rapace (Nadia) e James Gandolfini (cugino Marv) ho già parlato ai rispettivi link.

Michaël R. Roskam è il regista della pellicola. Belga, è al suo secondo lungometraggio. Anche sceneggiatore e attore, ha 43 anni.


Se Chi è senza colpa vi fosse piaciuto recuperate il meraviglioso Mystic River, sempre sceneggiato da Dennis Lehane. ENJOY!

domenica 23 settembre 2012

Prometheus (2012)

Alla faccia dei disguidi tecnici venerdì sera sono andata a vedere Prometheus, ultimo, attesissimo film di Ridley Scott. La visione mi ha lasciata a dir poco turbata, quindi vi avverto: la prima parte della recensione sarà spoiler free ma dopo preparatevi, perché subisserò di domande chiunque abbia visto la pellicola...


Trama: a seguito del ritrovamento di alcune pitture rupestri, che testimonierebbero l'esistenza di antichissimi creatori dell'umanità, un gruppo di scienziati si reca su un lontano pianeta nella speranza di trovare le prove dell'esistenza di questi "ingegneri" alieni...


Secondo me ci sono due modi di affrontare Prometheus: prenderlo come un "semplice" e dettagliatissimo fantahorror o cercare di leggerci dietro qualcosa, un significato, un perché, un insegnamento. Per la vostra stessa sanità mentale vi consiglierei di guardarlo con l'occhio dello spettatore ottuso e pecorone perché, se sarete poco meno che curiosi e critici come me e il mio compagno di visione, vi ritroverete con un bel pugno di mosche in mano o colmi di pensieri e teorie contrastanti. Ridley Scott, infatti, confeziona un capolavoro di tecnica registica, dove finalmente viene resa giustizia alla tecnologia del 3D (le sequenze iniziali sono spettacolari, sembra di trovarsi davanti una finestra da cui vedere il mondo reale da tanto sono profonde e nitide le immagini), dove il design delle navi spaziali, del pianeta e dell'intrico di tunnel sotterranei che scoprono i protagonisti è semplicemente magistrale, dove non vengono lesinate scene talmente splatter e claustrofobiche che a metà pellicola avevo voglia di alzarmi e andare a fare un giro, dove gli effetti speciali sono praticamente perfetti... e se bastasse "solo" questo bisognerebbe dargli tanti di quegli Oscar da far vergognare Cameron e mandarlo a piangere in un angolo, oltre a proclamare Scott divinità della fantascienza e massima autorità in merito.


Se non vi bastasse tutto questo bailamme di virtuosismi tecnici, sappiate che Prometheus è anche graziato da un cast di prim'ordine e per fortuna, perché il fulcro della storia e la chiave per (provare a) capire il significato del film risiedono proprio nei personaggi. A Noomi Rapace viene finalmente dato il giusto tributo per la grandiosa performance nella trilogia originale di Millenium, ovvero il ruolo di protagonista, dura quanto basta ma fondamentalmente fragile e molto umana, molto femminile, una donna che concentra tutta la sua fede nel desiderio di trovare questi "ingegneri" alieni perché incapace di creare la vita. Michael Fassbender interpreta invece il personaggio più ambiguo della pellicola, un androide dotato di una sorta di complesso di superiorità, apparentemente impossibilitato a provare emozioni ma allo stesso tempo dolorosamente consapevole della sua condizione e quindi propenso all'invidia, al risentimento, al desiderio di essere "creatore" anziché "creazione". Infine, Charlize Theron, ormai abbonata ai ruoli di cattiva, recita nei panni di una glaciale donna d'affari, decisa a proteggere solo la propria vita ed i propri interessi, incapace di relazionarsi alle persone e, soprattutto, di amare o venire amata dal vecchissimo padre. Il fulcro di Prometheus sta tutto, per quel che ho capito, all'interno di questo triangolo di protagonisti, sullo scontro tra l'altruismo di chi vuole preservare la vita e trovare le risposte "che contano" e chi invece agisce spinto solo dall'egoismo e dalla sete di potere o denaro, tra chi vuole creare per poter controllare e chi vuole farlo per il solo piacere di dare la vita... tra chi, insomma, ama l'umanità tanto da sacrificarsi per essa, come Prometeo, e chi invece la odia e cerca di distruggerla, come gli Dei del mito greco. E questa potrebbe essere una lettura del film... il problema però è che, gratta gratta, queste sono solo seghe mentali mie, perché a me 'sto Prometheus è sembrata una meravigliosa e complessa confezione priva di contenuto.


Il problema, almeno da quel che ho potuto capire, è che Scott e gli sceneggiatori hanno voluto mettere troppa carne al fuoco. Innanzitutto, il regista si è eccessivamente impegnato a voler mettere le mani avanti per convincere la gente che non avrebbe diretto un prequel di Alien, che tuttavia l'avrebbe ambientato nello stesso universo e che ci sarebbero comunque stati dei riferimenti alla saga. Ma chi se ne frega, scusa? Basta che il risultato finale sia dignitoso, per me puoi girare anche novanta prequel e trecento sequel, l'importante è realizzare un film che mantenga comunque una sua anima, una sua coerenza. Prometheus, invece, pare tentennare per due ore tra la voglia di essere qualcosa d'altro rispetto ad Alien e la necessità di dare comunque un contentino ai fan: il risultato finale, purtroppo, è un film fiaccato da alcuni momenti morti e francamente noiosi, popolato di personaggi che spesso agiscono in modo incomprensibile o fin troppo funzionale a portare la trama in una certa direzione (e non parlo solo dell'androide David, su cui poi torneremo, o di Charlie, ma dei due scienziati che decidono di staccarsi dal gruppo presi da un improvviso ed immotivato attacco di panico...), che mette sul piatto grandi domande e può anche far riflettere (come ben dimostra il mio vaneggiamento nel paragrafo sopra) ma offre pochissime risposte e che, purtroppo, presenta anche grandi buchi nella sceneggiatura... ma anche di questo parlerò più dettagliatamente dopo. In sostanza, per concludere la parte spoiler free della recensione, non saprei davvero se consigliare la visione di Prometheus. Fondamentalmente, a me è piaciuto, lo ritengo comunque un esempio di grande cinema, tuttavia mi rendo conto che non è un film per tutti (parecchi amici sono andati a vederlo e me lo hanno sconsigliato) e che, molto probabilmente, rischia di deludere i fan della saga di Alien. Forse però, se lo affronterete privi di aspettative come ho fatto io, potrebbe anche soddisfarvi. E adesso, preparatevi per le fatidiche domande...




L'ANGOLO DELLO SPOILER (ovvero: questa NON l'ho capita, ma ti credo sulla fiducia...)

1) All'inizio del film vediamo uno dei "simpatici" ingegneri alieni davanti ad un ameno paesaggio, mentre ingoia una sostanza che lo disintegra. Il DNA dell'alieno finisce nell'acqua, combinandosi ad altre cellule e dando palesemente vita a "qualcosa". Devo dedurne che questa sia la storia della genesi della vita sulla Terra? Se sì, la cosa è stata voluta oppure casuale (cosa che spiegherebbe perché 'sti ingegneri hanno poi deciso di sterminare l'umanità)?

2) Perché David intuisce la pericolosità delle capsule contenenti le orripilanti tenie aliene senza averne mai vista una? E perché condanna il povero, sfigatissimo Charlie a venire contaminato da un germe alieno ed Elizabeth a partorire l'immonda creatura? E' semplicemente bastardaggine congenita o c'entra con il desiderio di divenire creatore alla faccia degli umani indisponenti?

3) Perché gli ingegneri vogliono uccidere gli esseri umani? Dalle pitture rupestri si può intuire che ste crature qualche visitina pacifica all'umanità l'abbiano fatta... com'è che, invece, quando si trovano delle persone sul pianeta artificiale decidono di sterminarle? Forse perché hanno capito che sarebbero gli ospiti ideali per i parassiti alieni peraltro da loro stesso inventati? Bastardi!

4) Ma quel vecchio di m***a alla fine cosa voleva a parte la vita eterna? E perché anche lui e la figlia sembravano sapere dell'esistenza di qualcosa di moooolto pericoloso?

5) Perché Ridley Scott ha rotto tanto le balle con "Prometheus NON è un prequel di Alien" quando a fine film mi compare proprio il mostro protagonista della saga? Mi sono sbagliata e quello non era Alien bensì suo cugino, Peppino o' macellaio?




Del regista Ridley Scott ho già parlato qui. Noomi Rapace (Elizabeth Shaw), Michael Fassbender (David), Charlize Theron (Meredith Vickers, anche se nelle intenzioni originali del regista avrebbe dovuto interpretare Elizabeth), un irriconoscibile Guy Pearce (Peter Weyland), Rafe Spall (Millburn) e Patrick Wilson (il padre di Elizabeth) li trovate ai rispettivi link.

Idris Elba (vero nome Idrissa Akuna Elba) interpreta Janek. Inglese, ha partecipato a film come I segni del male, 28 settimane dopo, Che la fine abbia inizio, Il mai nato, Thor, Ghost Rider: Spirito di vendetta e a serie come CSI: Miami. Anche produttore, ha 40 anni e cinque film in uscita tra cui Thor: The Dark World, previsto per l'anno prossimo. 


Logan Marshall - Green interpreta Charlie Holloway. Americano, ha partecipato a film come Devil e a serie come 24 e The O.C. Ha 36 anni e tre film in uscita. 


Un paio di curiosità: Max Von Sydow avrebbe dovuto interpretare Peter Weyland, tuttavia a un certo punto della pellicola era previsto che David vedesse i sogni dell'uomo e che, in essi, lo rivedesse da giovane. Alla fine la scena è stata tagliata, ma ormai Pearce era già stato preso per il ruolo, quindi hanno dovuto invecchiarlo con tonnellate di make-up. E' già in progetto un seguito di Prometheus, che dovrebbe annoverare tra gli interpreti sia Noomi Rapace che Michael Fassbender, tuttavia non si conosce ancora un eventuale anno di uscita. Nell'attesa, sempre tenendo a mente che Prometheus NON è un prequel di Alien (vabbé...) magari potete guardarvi tutti i film della saga, aggiungendo anche un 2001: Odissea nello spazio tanto per non farvi mancare nulla. ENJOY!









giovedì 29 dicembre 2011

Sherlock Holmes - Gioco di ombre (2011)

Finalmente il momento è giunto, martedì sono riuscita ad andare a vedere Sherlock Holmes - Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows) dopo un'attesa anche troppo lunga, che è stata ricompensata proprio da quel che mi aspettavo: un bellissimo film con un Guy Ritchie ancora in formissima.


Trama: mentre Watson convola a nozze, l'Europa viene scossa da una serie di attentati e le nazioni sono sull'orlo di una guerra. Solo Sherlock Holmes riesce a capire che dietro ogni attentato c'è lo zampino del Dr. Moriarty... e questo significa che il buon investigatore non esiterà a mandare a monte il viaggio di nozze di Watson per cercare di sconfiggere la sua nemesi.


Come già era successo per la recensione del film precedente, non so quanto di quello che scriverò sarà imparziale, perché sono ancora un po' obnubilata dal fascino di Robert Downey Jr., che in questo film riesce ad essere figo anche travestito da donna, da muro e da poltrona (sì sì, non sto vaneggiando!!). Ancor più del primo capitolo, infatti, questo Gioco d'ombre si concentra sulle peculiarità del protagonista, sul suo egoismo, sulla sua "maledizione" di vedere le cose tanto da poter anticipare mentalmente le mosse degli avversari, sulla sua impressionante capacità di travestirsi (finalmente sono riuscita a leggere i racconti di Arthur Conan Doyle e almeno questo punto viene rispettato, confermo!!) e di vincere anche quando sembrerebbe che la sconfitta sia certa e bruciante. Finalmente veniamo a conoscenza di Moriarty, che nel film precedente era solo un nome, per quanto minaccioso, e il malvagio non delude: deliziosamente colto, in grado di predire le mosse dell'avversario tanto quanto Holmes, innamorato della musica e del teatro come un antesignano di Hannibal Lecter. E poi non può mancare Watson, povera vittima dell'investigatore, bello come il sole, ironico come non mai, indispensabile per la buona riuscita di un piano nonostante la sua goffaggine quasi infantile. Altri comprimari d'eccezione, al di là della solita Irene un po' inutile e di una sciapetta Noomi Rapace nei panni della zingara, sono il Mycroft Holmes di Stephen Fry (assolutamente geniale!!!) e la bellissima Kelly Reilly nei panni della moglie di Holmes, due personaggi che purtroppo compaiono meno spesso di quanto dovrebbero.


La storia messa in piedi dagli sceneggiatori non lascia spazio nemmeno ad un attimo di noia; come nel primo capitolo ogni dettaglio, anche il più insignificante, diventa un tassello fondamentale per completare il puzzle finale, con i fili della trama che vengono perfettamente tirati grazie a dei flashback piazzati ad hoc. Le scene d'azione sono girate ottimamente, facendo grande uso di un ralenty per nulla fastidioso che ci aiuta a "vedere" attraverso la percezione di Holmes (splendida la sequenza della fuga dalla fabbrica di armi e quella, al cardiopalma, in cui i nostri devono cercare di scovare la bomba nascosta a Parigi) e anche i combattimenti corpo a corpo sono coreografati in modo ineccepibile. I momenti "tranquilli" sono all'insegna dell'ironia e dei battibecchi tra Holmes e Watson, a riconfermare la perfetta alchimia tra i due attori, oppure sono sottilmente inquietanti quando mettono in scena il confronto tra il protagonista e Moriarty. In questo capitolo c'è anche grande abbondanza di gag assolutamente esilaranti, per la maggior parte imperniate sui già citati travestimenti di Robert Downey Jr. (o sulla sua decisione di cavalcare un pony...) e sulla figura del fratello di Holmes e della sua strana servitù.


La cosa che più mi è piaciuta di Sherlock Holmes - Gioco di Ombre, tuttavia, è l'utilizzo di una splendida colonna sonora. La sequenza ambientata a Parigi, infatti, è introdotta da un'azzeccatissima ouverture tratta dal Don Giovanni opportunamente modificata per "confonderla" con lo score più action della pellicola, che sfocia in una scenografica rappresentazione del momento in cui Don Giovanni viene portato all'inferno con Moriarty che, dal palco, assiste estasiato alla sconfitta del protagonista e dello stesso Holmes. Oltre a questa magistrale sequenza, aggiungo la bellissima musica gitana che si sente nel campo degli zingari e anche la dignitosissima voce di Jared Harris che canta sulle note di Die Forelle di Schubert (grazie Toto per l'informazione colta!!). Insomma, in due parole, sono soddisfattissima di questo film. Purtroppo pare uscirà un terzo episodio nel 2014. Peccato, perché è già andata bene due volte, alla terza si rischia davvero di rovinare la bellezza di questa serie. Anche se Robert è sempre un bel vedere.


Di tutti i coinvolti ho già parlato nei rispettivi link: il regista Guy Ritchie, Robert Downey Jr. (Sherlock Holmes), Jude Law (Watson), Jared Harris (Moriarty), Noomi Rapace (Madame Simza), Kelly Reilly (Mary Watson), Rachel McAdams (Irene Adler).

Stephen Fry (vero nome Stephen John Fry) interpreta Mycroft Holmes. Inglese, lo ricordo per film come Un pesce di nome Wanda, Wilde, Gosford Park, V per Vendetta e Alice in Wonderland. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 54 anni e tre film in uscita, tra cui Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato.


Con tutto il rispetto per il bravo Jared Harris, gli altri nomi che erano stati fatti per il personaggio di Moriarty sarebbero stati comunque superiori: Brad Pitt, Sean Penn, Javier Bardem, Daniel Day - Lewis e Gary Oldman. Poi davvero non avrei più saputo da che parte dello schermo guardare! Tra le attrici in lizza per il ruolo di Madame Simza c'erano invece Sophie Marceau, Audrey Tatou, Pénelope Cruz, Juliette Binoche, Marion Cotillard e Cécile De France. Se vi è piaciuto il film, comunque, recuperate assolutamente il primo capitolo.

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