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martedì 3 febbraio 2026

Send Help (2026)

Sabato sono andata a vedere Send Help, diretto dal regista Sam Raimi.


Trama: Linda e il suo capo Bradley sono gli unici sopravvissuti di un incidente aereo che li ha visti naufragare su un isola deserta. La convivenza tra i due si rivela, fin dall'inizio, molto difficile....


Non potevo esimermi dal correre al cinema per testimoniare il ritorno di Sam Raimi al genere horror, diciassette anni dopo Drag Me to Hell. In realtà, Send Help non è proprio un horror, è più una commedia nerissima con pennellate di violenza grottesca e sporadiche incursioni nello splatter, ma contiene in sé molto dell'umorismo corrosivo e del senso del grottesco che ha reso famoso il regista. La trama è tristemente attuale, tanto che, all'inizio, mi è sembrato di stare guardando un documentario su una multinazionale. Linda, workaholic sciatta e remissiva, lavora come dipendente del reparto strategia e pianificazione all'interno di un'azienda il cui presidente è da poco venuto a mancare. Tra le ultime volontà dell'uomo c'era una promozione per Linda, la migliore del reparto, ma il figlio Bradley, subentratogli come presidente, decide di ignorarle platealmente, disgustato dall'aspetto e dal modo di fare rozzo della donna, preferendo circondarsi di molluschi in carriera di sesso maschile, col suo stesso background universitario. Su suggerimento di un consigliere, Bradley decide comunque di portarsi dietro Linda per risolvere una questione spinosa in Thailandia, ma l'aereo dove viaggiano si schianta, lasciando i due come unici sopravvissuti. Bloccati su un'isola deserta, Linda prospera grazie alle conoscenze pratiche derivate dalla passione sfrenata per il survivalismo, mentre Bradley, ferito a una gamba, non solo si conferma un'ameba inutile, ma rimane testardamente (e stupidamente) attaccato alle dinamiche sociali/lavorative di un mondo civilizzato che potrebbe non rivedere mai più. Epurato delle inevitabili estremizzazioni a beneficio della spettacolarità, il rapporto tra Linda e Bradley è verosimile in maniera angosciante. Linda è un'inguaribile ottimista convinta che la sua abilità lavorativa le consentirà di conquistare non tanto il prestigio economico, ma la stima e l'approvazione di colleghi e superiori, che finalmente riusciranno a vedere oltre il suo aspetto e la sua social awkwardness per apprezzarla come merita. Imbevuta di slogan motivazionali e manuali di self help, Linda combatte contro i mulini a vento di una società che, in quanto donna, sciatta e goffa, non la metterà mai in una posizione di rilievo. Lo stesso presidente ha deciso di promuoverla una volta prossimo alla fine della propria carriera, come a volersi sgravare di un peso lasciando poi la patata bollente ad altri, nella fattispecie il figlio Bradley, e purtroppo per Linda quest'ultimo è l'apoteosi del figlio di papà incapace, arrogante, ignorante e convinto di essere Dio perché papino gli ha lasciato in eredità un'azienda. Quando parlavo di documentario, è perché io un Bradley l'ho visto e vissuto (pur avendo avuto la fortuna enorme di non essere la sua Linda), e il fatto che i Bradley di questo mondo non riescano minimamente a capire come cambino le situazioni e il mondo attorno a loro ma continuino a pensare di godere di una miracolosa immunità in virtù della loro immeritata posizione sociale, è la pura verità, non fiction.


Bradley è l'evoluzione (anzi, l'ulteriore involuzione) dell'impiegata che, in Drag Me to Hell, rifiutava la proroga del mutuo alla zingara perché disgustata dal suo aspetto, e Linda è comunque vittima dello stesso sistema che costringeva Christine a comportarsi da merda disumana per dimostrare il proprio valore. Linda, per la maggior parte della sua vita, ha pagato la determinazione a non snaturarsi, finché in lei qualcosa si spezza proprio perché la sua bontà è stata sempre, sistematicamente, testardamente rispedita al mittente con una smorfia di disprezzo. Send Help è stato definito un mix di Misery non deve morire e Cast Away; ricamare troppo su questo aspetto significherebbe incappare in spiacevoli spoiler, ma diciamo solo che, se è difficile empatizzare con la Annie kinghiana, ogni decisione di Linda, per quanto viziata da una certa dose di follia sottesa, è da accogliersi in maniera entusiasta come reazione a tutta la merda che è stata costretta ad inghiottire da sempre e anche come il sogno un po' girlie di una donna che, nella solitudine della giungla selvaggia, è riuscita a ritrovare se stessa. La regia di Raimi asseconda questa evoluzione di Linda, accompagna il gioioso sfogo di chi è rimasto imprigionato per anni da scrivanie e sciatti abiti da ufficio, liberandolo con gloriosi fiotti di sangue, panoramiche di paesaggi da sogno e terrificanti scorci di una natura pericolosa e selvaggia, e per questo ancora più gratificante da dominare. Il regista sottolinea anche l'aspetto ridicolo e grottesco della situazione, ricorrendo a bestie innaturalmente mostruose che, quando non affrontano direttamente i protagonisti, li spiano nascoste tra le foglie e le rocce oppure, a loro stessa insaputa, diventano i veicoli di macchinazioni perfidamente umane. A proposito di mostri, Raimi non rinuncia a zampate sovrannaturali e visionarie, né a mostrare l'orrore che si annida nell'animo umano, ricorrendo sul finale ad una metamorfosi da brividi, affidata interamente al make-up e alla bravura degli interpreti. Rachel McAdams divora la scena con un personaggio al tempo stesso delizioso ed esasperante, adorabile per la sua estrema ironia e per quella vena di pazzia nutrita da una vita solitaria, passata a divorare libri e serie TV a tema survivalista e, probabilmente, anche film come Laguna blu o Paradise. Dylan O'Brien, con quella sua naturale faccetta da cazzo, è un figlio di papà perfetto, un viscido serpente a sonagli da cui guardarsi quando il suo sguardo esprime un disgusto senza limiti, ma soprattutto quando sfodera una perfetta chiostra di denti bianchissimi, pronto a far cadere le donne ai suoi piedi. E su questo spezzo una lancia a favore della sceneggiatura di Damian Shannon e Mark Swift. Pur essendo spesso derivativo e un po' tirato per le lunghe, Send Help ha il pregio di non ricorrere a facili soluzioni e cliché, mantenendo il personaggio di Linda all'interno di una zona d'ombra sufficiente a non riuscire ad incasellarlo in positivo o in negativo, e questo rende il film ancora più interessante. Vi consiglio, dunque, di non sottovalutarlo solo perché non è un horror tout court, e di correre al cinema a vederlo!


Del regista Sam Raimi ho già parlato QUI. Rachel McAdams (Linda Liddle), Dylan O'Brien (Bradley Preston), Xavier Samuel (Donovan) e Dennis Haysbert (Franklin) li trovate invece ai rispettivi link.


Bruce Campbell
compare come padre di Bradley in una foto all'interno del suo ufficio. Se Send Help vi fosse piaciuto recuperate Severance - Tagli al personale, The Belko Experiment e Drag Me to Hell. ENJOY! 

martedì 17 maggio 2022

Doctor Strange nel multiverso della follia (2022)

Domenica sono riuscita, finalmente, ad andare a vedere Doctor Strange nel multiverso della follia (Doctor Strange in the Multiverse of Madness), diretto dal regista Sam Raimi.


Trama: Doctor Strange è costretto a difendere America Chavez, ragazza dotata del potere di viaggiare nel Multiverso, da una Wanda Maximoff ormai corrotta dal libro di magia nera Darkhold e intenzionata a riunirsi coi figli perduti...


Lo si aspettava da tanto questo Doctor Strange nel multiverso della follia, per un paio di motivi. Il primo, ovviamente, era il ritorno di Sam Raimi alla regia dopo il (per me) deludente Il grande e potente Oz; Doctor Strange dava parecchie speranze ai fan del regista, non solo per le atmosfere leggermente horror che già avevano permeato il primo capitolo, ma soprattutto perché la famigerata fantasia di Raimi, la sua ricchezza di idee visive, avevano tutto il potenziale per essere perfette nella rappresentazione di un multiverso folle. Il secondo motivo era il multiverso stesso. Loki e What If...? sono stati una grandissima delusione il primo e una bella menata di cojones, interrotta alla terza puntata, il secondo, ma l'idea di Multiverso mutuata dalle letture dei fumetti Marvel a me è sempre piaciuta tantissimo e non vedevo l'ora che venisse presa e trattata come meritava. E poi, terzo motivo, il ritorno di Wanda Maximoff dopo l'adorabile Wanda/Vision. Con tutte queste aspettative, l'ovvio rischio era quello di uscire dal cinema molto ridimensionata, invece Doctor Strange nel multiverso della follia mi ha divertita e soddisfatta per parecchi motivi, pur non essendo privo di difetti. Il primo dei quali è la natura un po' risibile della trama, un canovaccio semplicissimo stiracchiato in due ore per dargli una parvenza di grandeur e che solleva parecchie domande "scomode" che ovviamente rimangono prive di risposta (SPOILER: l'elefante nella stanza è il libro dei Vishanti, talmente potente che si perdono le ore per cercarlo, solo per poi vederselo distruggere in un secondo e sistemare i poteri incontrollabili di America con un "puoi farcela, credo in te". Vabbé dai), mentre il secondo, macroscopico, è la qualità a dir poco altalenante del character building. Anche qui, si va nello SPOILER: al di là della "tentazione" rappresentata da Christine, che dopo essersi vista per 20 minuti scarsi nel primo film, adesso diventa l'unico motivo di felicità per Strange, io non mi capacito del trattamento riservato a Wanda. Per carità, quella dei fumetti non è mai stata un modello di stabilità mentale, ma questa supera ogni livello di follia e, dopo un po', scartavetra i marroni con 'sta storia dei figli, come se una donna bella, potente e intelligente dovesse per forza venire definita dall'essere madre. Di Visione, poveraccio, nessuno parla, forse semplicemente perché il contratto della Disney con Paul Bettany è scaduto. Ciò detto, un bello spreco di potenziale per il personaggio più affascinante della Fase 4 del MCU.

Nonostante tutti questi ovvi difetti, però, Doctor Strange nel multiverso della follia è una visione divertente ed entusiasmante, che a tratti mi ha lasciata a bocca aperta, colma di beata ed ignorante felicità (scusate mai il mio cuore di nerd ha fatto un salto davanti all'arrivo del pelatone rattuso più adorabile di sempre). Non è un film di Raimi, ovvio, è un film del MCU che, a non conoscere il regista, risulta praticamente identico alle altre millemila pellicole prodotte da Kevin Feige, ma in realtà contiene tante belle zampate del "vecchio" Sam, e non parlo solo della comparsata di Bruce Campbell. Le inquadrature sghembe, la velocità con cui la cinepresa si avvicina a un personaggio o un oggetto per poi stravolgere il punto di vista, i jump scare costruiti con cura, le inquietanti soggettive, la quasi totalità delle sequenze aventi per protagonista una Wanda più terrificante di qualunque presenza spettrale in molti horror recenti, un certo gusto per il weird e la realizzazione di una scena musicale di bellezza commovente (a proposito, Danny Elfman è tornato in grande spolvero!) indicano la presenza di un regista dietro la macchina da presa, non di un signor nessuno adibito a zerbino, e nonostante l'ovvia omologazione alla macchina per soldi Disney (humour fastidioso e spesso inopportuno in primis), queste cose traspaiono. Tornando un attimo al tema horror, Raimi e Wanda, ho apprezzato tantissimo non solo l'interpretazione della Olsen, che si mangia quasi letteralmente gli altri attori, Cumberbatch compreso, ma anche la serietà con cui il regista ha cercato di trasformarla sia miglior villain del MCU di sempre che in un orrore da non dormirci la notte; echi di Carrie e di Drag Me to Hell vengono dati in pasto allo spettatore assieme ad un paio delle morti più (s)gradevoli e spettacolari della saga, tanto che la strizzata d'occhio ai Marvel Zombies è una bambinata rispetto all'angoscia di una Wanda la cui realtà viene travolta da una presenza "altra" che ne annulla completamente la volontà, trasformandola in un mostro. Il resto, ovviamente, è tutto worldbuilding fatto di serie, film passati e futuri, scene post credit grazie alle quali sappiamo che Doctor Strange tornerà e tutto il resto del carrozzone, che può piacere o meno. Al momento, a me piace ancora, anche se onestamente sto cominciando a faticare a stare dietro a tutti film e le serie indispensabili per capirci qualcosa (a tal proposito, qualcuno mi spiega perché lo Stregone Supremo è Wong e non Strange, quando il mago cinese sarà anche simpatico ma palesemente meno abile? Mi sono persa qualcosa...)!


Del regista Sam Raimi ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (Dottor Stephen Strange), Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff /Scarlet Witch), Chiwetel Ejiofor (Barone Mordo), Benedict Wong (Wong), Rachel McAdams (Dr. Christine Palmer), Julian Hilliard (Billy Maximoff), Michael Stuhlbarg (Dr. Nic West), Hayley Atwell (Captain Carter), John Krasinski (Reed Richards), Patrick Stewart (Professor Charles Xavier), Charlize Theron (Clea) e Bruce Campbell (Pizza Poppa) li trovate ai rispettivi link. 


Anson Mount era già comparso come Black Bolt nella sfortunata serie Inhumans mentre Lashana Lynch, che qui interpreta una versione di Captain Marvel, nel film omonimo era Maria Rambeau. A tal proposito, se Doctor Strange nel multiverso della follia vi fosse piaciuto, o se volete vederlo, non impazzite a recuperare tutto: vi bastano giusto Doctor Strange, Wanda/Vision e, se proprio siete pignoli, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: No Way Home. ENJOY!


venerdì 17 luglio 2020

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga (2020)

Ebbene sì, alla fine anche io sono riuscita a guardare Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga (Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga), diretto dal regista David Dobkin.


Trama: Lars Erickssong, cinquantenne islandese che vive ancora col papà, ha un solo sogno: partecipare all'Eurovision Song Contest assieme all'amica d'infanzia Sigrit, con la quale forma i Fire Saga. Per una serie di circostanze assurde, i due si qualificano come candidati per l'Islanda ma la strada per la vittoria è ancora molto lunga...


Alzi la mano chi non conosce l'Eurovision Song Contest, trashissimo carrozzone canoro che, ogni anno, delizia il pubblico con un inquietante festival a base di esibizioni tra lo sgargiante e l'imbarazzante e un'altissima percentuale di canzonacce provenienti da tutta Europa (più eventuali nazioni ospiti e la sempreverde Australia). Negli ultimi anni è tornato ad essere famoso anche in Italia grazie alla partecipazione degli ultimi vincitori di Sanremo, Mahmood in primis, ma io ne sono venuta a conoscenza nell'ormai lontano 2006, anno in cui vinsero i meravigliosi Lordi, proprio perché in Australia è un evento famosissimo e assai amato. A quanto pare, nonostante in America non se lo fili praticamente nessuno, Will Ferrell è diventato un fan sfegatato del festival grazie alla moglie svedese e ha quindi deciso di co-sceneggiare questa storia "celebrativa" avente per protagonista il gruppo fittizio dei Fire Saga, l'Albano e Romina d'Islanda; inutile dire che gli USA hanno accolto quest'ultima produzione Netflix a pernacchie e sputi ma per chi ha anche poca familiarità con l'Eurovision non è una visione malvagia, non del tutto almeno. Cominciamo dai difetti e togliamoci il dente. Eurovision Song Contest è il tipico film di e con Will Ferrell, dove il comico interpreta un bambinone sui generis, dall'intelletto limitato e dai grandi sogni, proiettato verso un obiettivo da raggiungere. Partiamo dal presupposto che se non amate il comico americano potete anche evitare di fare un tentativo, il problema stavolta è che Ferrell ha premuto anche troppo l'acceleratore sugli aspetti infantili delle gag e del personaggio (i momenti "I see you!" "I see you too!!" o la telefonata del "Sindaco di Vittoria" mi hanno letteralmente imbarazzata), inoltre il film è anche troppo lungo ed è zeppo di tempi morti che rischiano di annoiare lo spettatore occasionale, il quale potrebbe non riuscire a "risollevarsi" nel corso delle sequenze più riuscite.


Le sequenze in questione, per inciso, non mancano, e sono tutte quelle che perculano l'Eurovision e le sue canzoni orecchiabili e sciocchine. I picchi di genialità vengono toccati subito all'inizio, con il tamarrissimo video immaginario dei Fire Saga sulle note di Volcano Man, continuano con un'altra canzone epica, Ja Ja Ding Dong, e culminano nel momento in cui vengono scomodati persino gli Elfi islandesi e, in mezzo, lo spettatore ha modo di apprezzare le parodia delle migliori trashate scenografiche mai approdate sul palco dell'Eurovision, compresa una ruota per criceti, e delle canzoni più folli; a tal proposito, il personaggio che vince a man bassa è il cantante russo interpretato da quel gran pezzo di figliolo di Dan Stevens, palesemente divertito nei panni di un animale da spettacolo senza vergogna e con qualche segretuccio nel boudoir. La sua canzone, Lion of Love, è il perfetto esempio di cosa rischiate di trovarvi davanti nel momento esatto in cui doveste avere il coraggio di guardare l'Eurovision almeno una volta nella vita ma, per chi è davvero fan e il festival lo ama, il film è anche pieno di omaggi amichevoli e rispettosi, con una sequenza di singalong in particolare che sicuramente farà felice gli appassionati. Di base, il reale problema di Eurovision Song Contest è il suo essere un po' troppo simile al festival in sé: per arrivare alle esibizioni davvero interessanti o memorabilmente trash bisogna passare per la mediocrità più bieca (che, mi dispiace dirlo, risiede proprio nel cuore del film, nel rapporto sentimentale e artistico tra Lars e Sigrit) e potrebbe anche non valerne la pena. Personalmente, mi sono divertita e ho ritenuto di non aver sprecato due ore della mia esistenza, ma sicuramente esistono film migliori, non posso negarlo. The Anchorman, per esempio, dove la genialità Ferrelliana non cala nemmeno per un istante e le risate non vengono mai interrotte da pensieri infausti come "cosa diavolo sto guardando e perché?" o da modi di dire quali beggars can't be choosers (specialmente in tempi di Covid).


Del regista David Dobkin ho già parlato QUI. Will Ferrell (Lars Erickssong), Rachel McAdams (Sigrit Ericksdottir), Dan Stevens (Alexander Lemtov) e Pierce Brosnan (Erick Erickssong) li trovate invece ai rispettivi link.

Ólafur Darri Ólafsson interpreta Neils Brongus. Americano, ha partecipato a film come Zoolander 2, Il GGG - Il grande gigante gentile, Shark - Il primo squalo, Animali fantastici: I crimini di Grindelwald, e a serie quali True Detective e N0S4A2; come doppiatore ha lavorato in Dragon Trainer - Il mondo nascosto. Anche produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.


Il film è zeppo di guest star pescate tra i partecipanti delle vecchie edizioni dell'Eurovision Song Contest ma anche di "omaggi". Per esempio, non sono i Lordi quelli che a un certo punto compaiono mascherati sul palco, con lo pseudonimo di Moon Fang, bensì i Bogus Gasman, una band inglese ska-punk, mentre tra i veri cantanti, quasi tutti riuniti nel sing-along a casa di Alexander, ci sono John Lundvik (Svezia 2019), Anna Odobescu (Moldavia 2019), Bilal Hassani (Francia 2019), Loreen (vincitrice per la Svezia nel 2012), Jessy Matador (Francia 2010), Alexander Rybak (vincitore per la Norvegia nel 2009), Jamala (vincitrice per l'Ucraina nel 2016), Elina Nechayeva (Estonia 2018), Conchita Wurst (vincitrice per l'Austria nel 2014), Netta Barzilai (vincitrice per Israele nel 2018) e Salvador Sobral (vincitore per il Portogallo nel 2017, è il musicista di strada che suona il piano). Non dimentichiamo poi la presenza di Demi Lovato nei panni di Katiana e di Graham Norton, presentatore ufficiale dell'Eurovision per la BBC. Le canzoni di Rachael McAdams, Dan Stevens e Melissanthi Mahut sono invece cantate, rispettivamente, da Molly Sandén, Erik Mjönes e Petra Nielsen. ENJOY!

venerdì 11 maggio 2018

Game Night - Indovina chi muore stasera? (2018)

Spinta da un trailer abbastanza intrigante e dalla presenza di Jesse Plemons, domenica sera sono andata a vedere Game Night - Indovina chi muore stasera? (Game Night), diretto dai registi John Francis Daley e Jonathan Goldstein.


Trama: Max e Annie vanno matti per i giochi di società e settimanalmente organizzano delle serate di gioco alle quali invitano i loro migliori amici. Un giorno, però, il fratello di Max arriva a proporre la variante di una cena con delitto e le cose si complicano...


In verità mi sono gettata nella visione di Game Night spinta anche da alcune opinioni positive sbirciate in rete ma temo che questo genere di film (perlomeno visto al cinema) non rientri più tra i miei preferiti. Game Night non è un film brutto, per carità. E' ben sceneggiato e non lesina colpi di scena, un paio anche imprevedibili, presenta una struttura in equilibrio tra la commedia e il thriller, benché la componente umoristica sia preponderante, i protagonisti sono ben affiatati e gli appassionati di giochi da tavolo (anche quelli come me e il Bolluomo che porca miseria giocheremmo tutti i weekend ma morire che ci sia qualcuno a farci compagnia, quindi ciccia!) troveranno pane per i loro denti tra citazioni ai titoli più famosi e rimandi un po' più sottili... tuttavia parliamo di un altro di quei film non particolarmente memorabili, buoni giusto per una serata in cui non c'è nient'altro in TV (e sottolineo in TV), che sinceramente non mi ha fatto nemmeno ridere come avrei sperato. Il problema è che assieme a quel paio di personaggi interamente assurdi e perciò esilaranti, come il poliziotto Gary o lo stupidissimo tombeur de femmes Ryan, affiancati da altri caratteri cazzuti come l'irlandese Sarah o il fratello Brooks, ci sono anche due protagonisti insipidi e dalle caratterizzazioni incerte. Max e Annie sulla carta fanno faville, sono la classica coppia carina da commedia americana, tanto innamorati e con qualche problemino che li rende ancora più adorabili ma lei spesso viene resa come se fosse una psicopatica decerebrata e, peggio ancora, entrambi sono costretti a veicolare la moraletta finale che parrebbe ahimé indispensabile ormai per questo genere di film. Della serie, poteva uscire una roba imperfetta ma corrosiva come Cose molto cattive, invece da un certo punto in poi dobbiamo sorbirci l'elogio della Famiglia con gente che si cosparge il capo di cenere per comportamenti non proprio fraterni e altri che arrivano a comprendere il senso ultimo della vita, ovvero mettere al mondo un bambino. Avevate dubbi? Coppie che non ne volete per qualsivoglia motivo o, Djesoo non voglia, non ne potete/riuscite avere, CACCA su di voi, siete persone MALE e la vostra esistenza non vale una cippa, sappiatelo. Lo dicono in Game Night, quindi dev'essere vero. Sigh.


A parte questa "rincorsa della morale" che non ho apprezzato granché, Game Night scorre abbastanza liscio e simpatico, anche perché l'idea di creare un gioco thriller dai risvolti inaspettati non è male e il fatto che realtà e finzione arrivino a mescolarsi senza soluzione di continuità significa mantenere alto il ritmo in cui si susseguono gli eventi per tutta la durata del film. A livello di regia, l'unica cosa che mi ha davvero colpita è la scelta di cominciare le singole sequenze riprendendo i vari luoghi dall'alto, così che l'ambiente circostante appaia come un tabellone e i veicoli come segnalini di un gioco, per il resto i due registi sono solo al secondo film e si vede, il risultato del loro lavoro è senza infamia né lode. Meglio gli attori, benché l'unico a spiccare davvero sia Jesse Plemons col suo poliziotto inquietante e gli altarini dedicati alla moglie fuggitiva, mentre gli altri si mantengono sui livelli che ci si aspetterebbe da loro. A tal proposito, è un peccato che all'interno del film manchi non tanto un villain degno di questo nome (non sarebbe il genere adatto) ma comunque un antagonista che giustifichi lo spreco di due ottimi attori come Danny Huston e Michael C. Hall, messi lì giusto come due facce note con le quali stupire/compiacere gli amanti delle serie televisive e poco più. Altra genialata sarebbe stata richiedere la partecipazione amichevole di Denzel Washington (ah, non alzatevi fino alla fine dei titoli di coda) e usarlo per interpretare il suo sosia... ma mi rendo conto che ormai un attore del suo calibro non si avvicinerebbe a film simili nemmeno per sbaglio. Insomma, non è che mi aspettassi chissà che da Game Night ma speravo di non dimenticarmelo il giorno dopo la visione, invece temo succederà proprio così. A chi dovesse leggere, consiglio quindi un recupero televisivo, non state a spenderci dei soldi.


Di Jason Bateman (Max), Rachel McAdams (Annie), Kyle Chandler (Brooks), Jesse Plemons (Gary), Danny Huston (Donald Anderton) e Jeffrey Wright (l'agente del FBI) ho già parlato ai rispettivi link.

John Francis Daley è il co-regista della pellicola, inoltre interpreta Carter. Americano, ha diretto il film Come ti rovino le vacanze. Anche sceneggiatore e produttore, ha 33 anni e presto potrebbe dirigere la pellicola su Flash.
Jonathan Goldstein è il co-regista della pellicola. Americano, ha diretto il film Come ti rovino le vacanze. Anche produttore, regista e attore, ha 49 anni e dovrebbe dirigere la pellicola su Flash assieme a Daley.


Billy Magnussen (vero nome William Gregory Magnussen) interpreta Ryan. Americano, ha partecipato a film come Damsels in Distress, Into the Woods, Il ponte delle spie, La grande scommessa e a serie quali CSI - Scena del crimine, American Crime Story e Black Mirror . Ha 33 anni e tre film in uscita, tra cui il live action di Aladdin.


Michael C. Hall interpreta il Bulgaro. Americano, lo ricordo per serie come Six Feet Under, Dexter e Stan vs. the Forces of Evil. Anche produttore e regista, ha 47 anni e un film in uscita.



domenica 6 novembre 2016

Doctor Strange (2016)

Con l'ormai consueto ritardo, martedì sono andata a vedere Doctor Strange, l'ultimo figlio del Marvel Cinematic Universe diretto e co-sceneggiato dal regista Scott Derrickson.


Trama: l'abilissimo chirurgo Stephen Strange rimane coinvolto in un terribile incidente d'auto che gli danneggia irreparabilmente le terminazioni nervose delle mani, costringendolo a non operare mai più. Disperato, va in Tibet onde cercare un rimedio e trova l'Antico, che lo introduce alle arti mistiche proprio quando una terribile minaccia extradimensionale decide di attaccare la Terra...


E così anche il buon Dottore è finito nel carrozzone Marvel, con tutti i pro e i contro che ne conseguono, pertanto il mio post sarà diviso in due parti: in questo primo paragrafo parlerò un po' del film preso come opera a sé stante, nel prossimo cercherò di collocarlo all'interno del Marvel Cinematic Universe. Preso di per sé, Doctor Strange è un bellissimo film d'avventura con un tocco di misticismo, avente per protagonista un personaggio interessante e capace di sostenere da solo un'intera pellicola. Stephen Strange, a differenza di altri protagonisti monodimensionali, evolve nel corso del film e non è solo un vuoto involucro spara incantesimi: come Tony Stark nel primo Iron Man, Strange è un uomo pieno di sé, arrogante, sicuro delle sue capacità al punto che perderle equivale per lui alla morte. Dalle telefonate intercorse con gli assistenti prima dell'incidente intuiamo che la sua incredibile abilità di chirurgo viene riservata essenzialmente ai casi che lo farebbero spiccare ancora di più all'interno della comunità medico-scientifica, cosa che non lo rende un personaggio totalmente positivo, bensì uno sfaccettato mix di luci ed ombre. La sua evoluzione, passante per dolore, frustrazione, dubbi e redenzione, percorre sentieri già conosciuti ma non per questo meno entusiasmanti anche perché, diciamolo, anche una volta presa consapevolezza del suo posto nel mondo, Strange continua a giocare secondo le sue regole, creandosi non pochi nemici. Benedict Cumberbatch, col suo wit inglese, è un'azzeccatissima scelta di casting, così come altrettanto valida è stata la decisione di rappresentare l'Antico come donna (e chi meglio dell'androgina e superba Tilda Swinton per questo?) e per una volta gli effetti speciali sono talmente belli e psichedelici da farmi rimpiangere di non avere visto il film in 3D. L'unica vera pecca di Doctor Strange, oltre al sottoutilizzo di un attore carismatico come Mads Mikkelsen, è la mancanza di coraggio che pare quasi separare la prima parte del film dalla seconda, il che mi porta a passare, come promesso, al prossimo paragrafo del post.


L'inizio di Doctor Strange, più o meno fino al punto in cui il dottore comincia il suo addestramento sotto l'ala protettrice dell'Antico, mi ha quasi portata a sperare di poter avere finalmente un film Marvel diverso dagli altri. Il nome di Scott Derrickson, regista e sceneggiatore del primo Sinister, giustificava una svolta oscura e misticheggiante, in perfetta linea col personaggio di Strange, ed effettivamente l'ossessione del protagonista, la violenza dell'incidente iniziale e il viaggio psichedelico all'interno dei multiversi sono abbastanza distanti dal solito stile Marvel. Purtroppo (o per fortuna, se vi piace il genere), a un certo punto subentra la "manazza" della Casa delle Idee che cancella ogni personalità registica e uniforma la pellicola allo stile delle sue sorelle. Il problema, in Doctor Strange, viene nascosto sotto il tappeto da un'abbondanza tale di effetti speciali ispirati ad Inception, Escher e Matrix che quasi verrebbe da sorvolare, almeno per una volta, purtroppo poi a rovinare l'atmosfera ci pensano non tanto i riferimenti al resto dell'Universo Marvel (la torre degli Avengers appiccicata sullo sfondo con lo sputo, la Gemma dell'Infinito in guisa di Occhio di Agamotto, l'inevitabile scena mid-credit) quanto piuttosto le solite, becere concessioni alle gag tanto amate dagli Studios, che poco c'entrano con l'atmosfera del film e distruggono intere sequenze afflosciandole. Per dire, a che mi serve una decapitazione iniziale se poi mi mostri Wong che ascolta All the Single Ladies in cuffia? A che mi serve scoprire la proiezione astrale di Strange se la usi essenzialmente per far saltare dalla paura Rachel McAdams? A che mi serve Mads Mikkelsen se poi lo fai prendere a schiaffi da un mantello semovente che è praticamente cugino del tappeto di Aladdin?  Non bastava il delicato umorismo inglese di quella faccia da chiurlo che è Benedict Cumberbatch? Sciocchi! Insomma, bastava un piccolo sforzo, anche in direzione del kitsch più psichedelico se non si voleva girare un film serio, per rendere Doctor Strange indimenticabile o perlomeno dotato di personalità. Invece, come al solito, quel che resta è il gradevolissimo compitino ben fatto e la promessa che Doctor Strange tornerà. Quasi sicuramente in Thor: Ragnarok, per la cronaca.


Del regista e co-sceneggiatore Scott Derrickson ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (Stephen Strange), Chiwetel Ejiofor (Mordo), Rachel McAdams (Christine Palmer), Mads Mikkelsen (Kaecilius), Tilda Swinton (L'Antico), Michael Stuhlbarg (Dr. Nicodemus West), Scott Adkins (lo Zelota Lucien) e Chris Hemsworth (non accreditato, interpreta ovviamente Thor) ho già parlato ai rispettivi link.

Benedict Wong interpreta Wong. Inglese, ha partecipato a film come Moon, Johnny English - La rinascita, Prometheus, Kick-Ass 2, Sopravvissuto - The Martian e a serie come Black Mirror. Anche sceneggiatore, ha 40 anni e tornerà come Wong in Avengers: Infinity War.


Tra i vari personaggi "famosi" della Marvel compaiono nel film anche Daniel Drumm (fratello di Jericho Drumm, alias Doctor Voodoo) e Tina Minoru, la madre della Nico Minoru dei Runaways, mentre Stan Lee compare nei panni del vecchietto che legge sull'autobus. A causa dei suoi impegni teatrali, Benedict Cumberbatch ha rischiato di non diventare il Dottor Strange ma fortunatamente i ritardi in fase di produzione e il rifiuto di Joaquin Phoenix ad accollarsi l'impegno di partecipare a molteplici sequel/spin-off gli hanno consentito di essere della partita. A proposito di sequel e spin-off: la mid-credit scene che vede la partecipazione di Thor è stata diretta da Taika Waititi, regista dell'imminente Thor: Ragnarok; ovviamente, non accontentatevi di questa scena perché ce n'è un'altra proprio alla fine dei titoli di coda. Non è la prima volta che il personaggio di Strange viene portato sullo schermo: nel 1978 c'è stato il film TV Dr. Strange mentre nel 1992 c'è stato il film Invasori dalla IV dimensione, all'interno del quale nomi e concetti originali sono stati cambiati perché al regista Charles Band era scaduta l'opzione per l'adattamento dei fumetti Marvel. Lungi da me consigliarvi di vedere queste due pellicole, se vi fosse piaciuto Doctor Strange recuperate infine Iron ManIron Man 2ThorCaptain America - Il primo vendicatoreThe AvengersIron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierAvengers: Age of Ultron , Ant-Man, Captain America: Civil War e Guardiani della Galassia che tanto prima o poi vi verranno comodi! ENJOY!

domenica 21 febbraio 2016

Il caso Spotlight (2015)

La Notte degli Oscar si avvicina e io sono indietrissimo coi recuperi. Pazienza, l'anno prossimo mi organizzerò meglio. Nel frattempo, oggi parlerò de Il caso Spotlight (Spotlight), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom McCarthy, candidato a sei Premi Oscar (Miglior Film, Mark Ruffalo Miglior Attore Non Protagonista, Rachel McAdams Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Montaggio).


Trama: Nel 2001 il nuovo direttore del Boston Globe decide di affidare alla squadra giornalistica denominata Spotlight un'indagine riguardante la presenza di preti pedofili all'interno della comunità. La verità che i giornalisti porteranno alla luce sarà sconvolgente...


Mentre nel 2001 il mondo intero piangeva giustamente le vittime degli attentati dell'11 settembre, un gruppo di giornalisti di Boston aveva il suo bel daffare per comprovare una vicenda altrettanto sconvolgente e meritevole di attenzione internazionale. Personalmente mi sono sempre chiesta cosa spinga un prete ad andare consapevolmente contro tutto ciò che gli è stato insegnato e contro la morale cristiana di cui dovrebbe farsi paladino e a mettere le mani addosso a dei ragazzini ma la cosa che più mi turba è il fatto che spesso e volentieri queste storie di abusi vengono alla luce e i responsabili vengono semplicemente spostati in un'altra parrocchia col beneplacito di vescovi e alti prelati, come se nascondere la spazzatura sotto il tappeto bastasse a cancellare un crimine (perché di questo parliamo) così atroce e squallido. Evidentemente le stesse domande se le sono poste all'epoca i giornalisti della Spotlight i quali, nel 2001, hanno scelto di combattere contro il muro di omertà e lo strapotere della Chiesa all'interno di una comunità fortemente cattolica come quella di Boston e di portare questa vicenda alla luce, scoperchiando così un vaso di Pandora che ha visto coinvolti almeno una novantina di preti e uno sterminato numero di vittime. Non uno, gente. NOVANTA. SACERDOTI. Ne sarebbero bastati anche solo venti (ma anche solo due!) per andare a dar fuoco al Cardinale Law, Arcivescovo di Boston, colui che sapeva e non ha fatto nulla per anni, sfruttando l'influenza della Chiesa, i soldi, le marchette, il terrore superstizioso della gente ignorante, il desiderio di non creare scandali dei vertici della società bostoniana e uno stuolo di avvocati compiacenti per mettere tutto a tacere e continuare a fare la bella vita. Invece sono arrivati quelli della Spotlight a rompergli giustamente le uova nel paniere, raccogliendo con coraggio prove, testimonianze e quant'altro abbia permesso al Boston Globe di mettere in piazza i panni sporchi della Chiesa ridando un minimo di orgoglio alle vittime di questi abusi... ma se credete che Il caso Spotlight racconti una storia a lieto fine cascate male perché la monnezza di Boston ce la siamo beccata noi, col Cardinale Law che è diventato uno dei membri di spicco della curia ROMANA. Quanta gioia.


Il caso Spotlight racconta questa storia orribile con uno stile asciutto capace di rendere il tutto ancora più surreale. La sceneggiatura di Tom McCarthy e Josh Singer si limita a raccontare i fatti, senza edulcorarli ed enfatizzando quelli salienti, con l'unica concessione di "sentimentalismo" ad un momento topico come quello dell'attentato dell'11 settembre; le personalità dei componenti della squadra Spotlight e dei loro colleghi si evincono da pochissimi squarci di vita privata e soprattutto dal modo in cui ognuno di loro si getta a capofitto nell'indagine, ciascuno seguendo le proprie inclinazioni e le convinzioni, spesso soffrendo non solo per le vittime ma anche per il modo in cui il loro Credo religioso è stato brutalmente scosso. La parte più angosciante del film, ovviamente, è la ricorstruzione delle interviste fatte non solo alle vittime di abusi sessuali ma anche ai pochi prelati che hanno accettato di raccontare la loro versione dei fatti oppure a chi, come uno dei direttori della Boston College High School, ha consigliato ai giornalisti di farsi i fatti propri ed evitare di sconvolgere la società Bostoniana, come se l'ignoranza dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia potesse servire a qualcosa. In tutto questo, gli attori coinvolti hanno fatto un lavoro egregio nel riportare sullo schermo le forti personalità di questi giornalisti pronti a tutto; l'interpretazione di Mark Ruffalo è molto potente e merita la nomination all'Oscar (anche se il mio cuore batte tuttora per Stallone o Rylance), anche perché Mike Rezendes è stato il giornalista più coinvolto all'interno della vicenda e tuttora lavora alla Spotlight, e anche Michael Keaton e Liev Schreiber, impegnati in ruoli stranamente sobri ma fondamentali all'interno del film, mi sono piaciuti molto, mentre Stanley Tucci come al solito si mangia il resto del cast in virtù del suo carisma. Non ho capito molto invece la nomination di Rachel McAdams, brava ma non eccelsa e, purtroppo per lei, "messa in ombra" dalle performance del cast maschile. Al di là delle nomination Il caso Spotlight è comunque un film duro, necessario, che merita assolutamente una visione; ne uscirete sconvolti ed arrabbiati ma a mio avviso ne sarà valsa la pena, se non altro per aprire un po' gli occhi su un fenomeno preoccupante che non è limitato solo all'area di Boston e che meriterebbe una dura presa di posizione da parte di chi dovrebbe tutelare i deboli, non approfittarsene. Cristo, che nervoso.


Di Mark Ruffalo (Mike Rezendes), Michael Keaton (Walter "Robby" Robinson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer), Liev Schreiber (Marty Baron), John Slattery (Ben Bradlee Jr.), Stanley Tucci (Mitchell Garabedian) e Billy Crudup (Eric Macleish) ho già parlato ai rispettivi link.

Tom McCarthy (vero nome Thomas Joseph McCarthy) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come The Station Agent, L'ospite inatteso e Mosse vincenti. Anche attore e produttore, ha 50 anni.


Nella versione originale del film il personaggio di Richard Sipe, del quale si sente solo la voce al telefono e che non è neppure nominato nei credits, è "interpretato" (o per meglio dire doppiato) dall'attore Richard Jenkins. Per quanto riguarda il "fantacast", Matt Damon era stato preso in considerazione per il ruolo di Mike Rezendes mentre Margot Robbie ha rifiutato quello di Sacha Pfeiffer per stanchezza da superlavoro. Detto questo, se Il caso Spolight vi fosse piaciuto recuperate Quinto potere, Tutti gli uomini del presidente, JFK - Un caso ancora aperto, Il verdetto, Good Night, and Good Luck e L'inventore di favole. ENJOY!

martedì 5 gennaio 2016

Il piccolo principe (2015)

Per cominciare bene il nuovo anno in barba a comici innominabili e agli orari imbecilli del Multisala ho deciso di andare a vedere al primo spettacolo pomeridiano Il piccolo principe (The Little Prince), diretto nel 2015 dal regista Mark Osborne e tratto dal famosissimo romanzo di Antoine de Saint-Exupéry.


Trama: una bambina costretta a vivere un'esistenza programmata fin nei minimi dettagli da una madre ansiosa fa amicizia con un anziano aviatore che le racconta la storia del Piccolo Principe, l'unico abitante di un asteroide lontano che, un giorno, decide di fuggire dalla natura vanitosa ed esigente della sua rosa...


Dopo l'intelligente Inside Out, il cinema d'animazione sforna un'altra piccola perla imperniata sul difficile argomento della crescita e sul passaggio spesso traumatico dall'infanzia/adolescenza all'età adulta. Il piccolo principe, ovviamente, lo fa appoggiandosi alla storia senza tempo raccontata da Antoine de Saint-Exupéry e affrontando la riduzione di questo importantissimo romanzo poetico e filosofico partendo dalle reazioni di una giovanissima lettrice. La protagonista del film di Mark Osborne è una bambina che di infantile ha davvero poco; responsabilizzata, plasmata e stressata da una madre in carriera, la piccola ha ben chiaro cosa vogliano la genitrice e la società da lei e nessun mezzo per mettere in discussione le loro scelte che, ovviamente, considera come le uniche possibili. Il suo mondo è grigio come gli abiti che porta, scandito dai ritmi di un orologio e da un concetto di "essenziale" che coincide con quelli di "produttività, utilità e conformità", per i quali ogni azione dev'essere finalizzata al raggiungimento di uno "scopo" concreto. L'incontro con un vecchio aviatore consente alla bambina di cominciare a leggere qualcosa di diverso dalle infinite serie di equazioni matematiche che sua madre vorrebbe farle memorizzare e quel qualcosa è proprio Il piccolo principe; attraverso gli occhi della bambina "leggiamo" a nostra volta il libro di Antoine de Saint-Exupéry, pezzetto dopo pezzetto, e questa lettura cambia noi spettatori (o ci arricchisce, a seconda che l'opera in questione sia un nostro vecchio amico oppure un perfetto sconosciuto) così come cambia la piccola protagonista la quale, a poco a poco, apre gli occhi su un universo fatto di colori ed emozioni e, soprattutto, impara l'importanza dell'amicizia, dell'unicità delle cose e di quei ricordi d'infanzia che è sempre bene conservare se si vuole diventare degli adulti "meravigliosi". La pellicola di Mark Osborne prende per mano i piccoli spettatori e li guida alla scoperta di un'opera letteraria universale e bellissima, mostrando loro cosa sia davvero l'"essenziale" e quali siano i valori per i quali vale davvero la pena lottare, senza nascondere loro la possibilità che l'esistenza venga sconvolta da eventi dolorosi come l'abbandono o la morte di una persona cara; l'importanza di costruirsi un "nucleo" di esperienze, ricordi, affetti e, perché no, anche un po' di "stupidera" (sempre per citare Inside Out) viene sottolineata più volte e segna la differenza tra un adulto "bizzarro" come gli abitanti degli asteroidi visitati dal Piccolo Principe e un adulto equilibrato come potrebbe diventare la bambina protagonista.


Il piccolo principe è di una delicatezza rara anche per quanto riguarda la realizzazione. La storia della bambina protagonista e dell'aviatore viene raccontata attraverso l'utilizzo di un'animazione moderna (se guardate tra i character designer c'è Peter DeSève, già impegnato in Ratatouille, ed effettivamente i "cattivi" e i tristi abitanti dell'asteroide/città visitato ad un certo punto dalla protagonista somigliano tantissimo ad Anton Ego) e coloratissima che, per quel che riguarda sfondi, edifici, oggetti ed architetture, mira a creare un secco contrasto tra la caotica abitazione del vecchio aviatore e il resto delle costruzioni presenti in città, costrette da una planimetria geometrica e regolarissima. Contrapposta a questo stile di animazione c'è l'incantevole stop-motion con la quale è stata invece realizzata la parte di storia tratta direttamente dal romanzo, con i personaggi molto simili a dei pupazzetti ed essenziali nelle linee (non nella loro natura, ovviamente!) e tuttavia fluidi nei movimenti al punto che un occhio poco allenato come quello di un bambino potrebbe facilmente venire tratto in inganno e credere di avere davanti dei disegni in movimento; i disegni originali di Antoine de Saint-Exupéry, per la cronaca, ci sono e danzano sullo schermo ogni volta che la protagonista si accinge a leggere una pagina de Il piccolo principe. Bellissima anche la colonna sonora di Hans Zimmer, la quale spesso e volentieri si avvale della voce della cantante francese Camille, anche se personalmente ho avuto una piccola scossa di diludendo quando ho capito che la commovente versione di Somewhere Only We Know realizzata da Lily Allen, peraltro presente nel trailer, non sarebbe stata fatta sentire nemmeno durante i titoli di coda. Poco danno, ho pianto lo stesso come una fontana, anche perché Il piccolo principe a tratti è straziante. Ah, a proposito di strazio, genitori miei cariSSimi, concludo il post con un messaggio per voi. Lo so che Il piccolo principe è un bel film e che non sarebbe giusto privarvi del cinema solo perché avete messo al mondo dei teneri pargoletti però a mio avviso essere genitori significa non solo tantissima felicità ma anche un (bel) po' di sacrifici: non siate egoisti dunque e pensate ai vostri piccini di 3, 4, 5 anni che a) non capiranno NULLA della pellicola in questione e conseguentemente b) si romperanno le palline cominciando a deambulare per la sala, urlare "maaaammmaaaaaossoooonnoooooo" e lanciare pop corn costringendo ad un inutile stress voi e gli altri spettatori. Il piccolo principe dura un bel po' ed esprime qualche concetto difficile, riservatelo ai bimbi dai 6 anni in su e magari, dopo il film, leggete il libro assieme a loro. I vostri nervi vi ringrazieranno e anche io!


Del regista Mark Osborne ho già parlato QUI. Di Rachel McAdams (voce originale della Madre), Benicio Del Toro (voce originale del Serpente), Paul Rudd (voce originale del Signor Principe), Marion Cotillard (voce originale della Rosa, anche nella versione francese), James Franco (voce originale della Volpe), Jeff Bridges (voce originale dell'Aviatore), Paul Giamatti (l'insegnante in Accademia), Albert Brooks (L'uomo d'affari) e Bud Cort (il Re) ho parlato invece ai rispettivi link.

Mackenzie Foy è la voce originale della Bambina. Americana, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1 e 2, L'evocazione - The Conjuring e Interstellar . Ha 16 anni.


Il comico Ricky Gervais doppia in originale il personaggio del Vanitoso mentre per quel che riguarda le voci italiane ci sono Paola Cortellesi (la Mamma), Stefano Accorsi (la Volpe), Michaela Ramazzotti (la Rosa), Toni Servillo (l'Aviatore), Alessandro Gassmann (il Serpente), Alessandro Siani (il Vanitoso) e Pif (il Re). In Francia tra i doppiatori c'è invece Vincent Cassel, una Volpe incredibilmente sexy! Detto questo, se Il piccolo principe vi fosse piaciuto recuperate Inside Out e, ovviamente, leggete il libro di Antoine de Saint-Exupéry! ENJOY!

domenica 4 maggio 2014

Questione di tempo (2013)

Prima di partire per Parigi ho avuto modo di vedere Questione di tempo (About Time), scritto e diretto nel 2013 da Richard Curtis. Siccome è passato del tempo, vediamo di rimettere insieme le idee e scrivere una recensione decente!


Trama: il giorno del suo 21esimo compleanno Tim viene messo a conoscenza del segreto di famiglia: tutti gli uomini che ne fanno parte hanno il potere di viaggiare indietro nel tempo. Il ragazzo decide di sfruttare questo nuovo potere per trovare l'amore...


Questione di tempo è una gradevole commedia romantica molto british che parte da un simpatico quanto fantasioso assunto: cosa farebbe una persona normalissima se avesse il potere di tornare indietro nel tempo? Molto probabilmente, come succede a Tim, realizzerebbe desideri normalissimi, in primis quello di trovare l'amore. E proprio su questa rocambolesca e divertente ricerca dell'anima gemella ruota l'intera prima parte di Questione di tempo, una pellicola che nasconde, dietro alla facciata alternativa e un po' sciocchina, un paio di riflessioni più interessanti e profonde che se, da un lato, appesantiscono la seconda parte tirando la storia anche troppo per le lunghe, dall'altro lo rendono forse più apprezzabile e "sentito" rispetto alla media del genere. Per una volta, infatti, il titolo italiano rende molto bene (anche se mai come quello originale) la doppia anima del film, che racconta sì una storiellina fantastica in cui, finalmente, il protagonista riesce a crearsi una vita manipolando con paracula ed imbranata accortezza il tempo, ma riflette anche sul Tempo in generale e, soprattutto, sul modo sciocco in cui troppo spesso viene sprecato impedendoci di assaporare i momenti davvero degni di essere vissuti, anche quelli che ci sembrano più banali e scontati: se all'inizio si ride parecchio, verso la fine Questione di tempo assume una sfumatura sempre più malinconica e commovente, evitando per un pelo l'affossamento in una ripetitività di gag che, a lungo andare, lo avrebbero reso soporifero.


Oltre al cambio di atmosfera, ciò che giova a Questione di tempo è il fatto che il fulcro della storia, ad un certo punto, si sposti dalle vicende amorose di Tim a quelle relative alla sua famiglia perché, non stiamo a raccontarcela, Domnhall Gleeson è bravo e simpatico ma non ancora in grado, a mio avviso, di reggere quasi da solo un intero film mentre il vecchio leone Bill Nighy è sempre un piacere da ascoltare e vedere: la strana famiglia di Tim, con quell'aria vagamente Andersoniana, è indubbiamente la carta vincente di una pellicola che, privata di questi strani personaggi, molto probabilmente mi sarebbe piaciuta meno. Altro geniale picco di eccentricità, apprezzabile appieno solo guardando la versione originale di Questione di tempo, è il matrimonio celebrato sulle note de Il mondo di Jimmy Fontana, definito molto tranquillamente come an italian weirdo, che tuttavia alle orecchie di un madrelingua nostrano dona un ulteriore significato alla pellicola: il mondo non si è fermato mai un momento, la notte segue sempre il giorno, come a dire che il tempo può anche essere (nei limiti che scoprirete guardando il film) governato e controllato, ma alla fine le cose dovranno fare sempre il loro corso, bello o brutto che sia. Starà a Tim, e per estensione a noi, trovare UN mondo, IL mondo, quello dove riusciremo a stare bene nella buona e nella cattiva sorte, senza ricorrere a sotterfugi e senza sprecare neanche un minuto prezioso a rimpiangere "quello che avrebbe potuto essere". Voi intanto rubate un paio di orette alla vostra vita guardando questo delizioso Questione di tempo, non ve ne pentirete!


Del regista e sceneggiatore Richard Curtis ho già parlato qui. Domhnall Gleeson (Tim), Rachel McAdams (Mary) e Bill Nighy (Papà) li trovate invece ai rispettivi link.

Lindsay Duncan interpreta mamma. Scozzese, ha partecipato a film come Un marito ideale, Sotto il sole della Toscana, Alice in Wonderland e a serie come Doctor Who, Black Mirror e Sherlock. Ha 64 anni.


Tom Hollander interpreta Harry. Inglese, ha partecipato a film come Gosford Park, The Libertine, Orgoglio e pregiudizio, Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma, Un'ottima annata - A Good Year, Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo, Elizabeth: The Golden Age, Byzantium e ha doppiato episodi de I Griffin e American Dad!. Anche produttore e sceneggiatore, ha 47 anni e un film in uscita.


Margot Robbie interpreta Charlotte. Australiana, ha partecipato a The Wolf of Wall Street e alla soap opera Neighbours. Anche produttrice, ha 24 anni e quattro film in uscita tra cui l'ennesima versione di Tarzan che dovrebbe avere tra i protagonisti anche i tarantiniani Samuel L. Jackson e Christoph Waltz!


Se Questione di tempo vi fosse piaciuto non perdetevi Sliding Doors e, soprattutto, il meraviglioso Ricomincio da capo. ENJOY!

giovedì 29 dicembre 2011

Sherlock Holmes - Gioco di ombre (2011)

Finalmente il momento è giunto, martedì sono riuscita ad andare a vedere Sherlock Holmes - Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows) dopo un'attesa anche troppo lunga, che è stata ricompensata proprio da quel che mi aspettavo: un bellissimo film con un Guy Ritchie ancora in formissima.


Trama: mentre Watson convola a nozze, l'Europa viene scossa da una serie di attentati e le nazioni sono sull'orlo di una guerra. Solo Sherlock Holmes riesce a capire che dietro ogni attentato c'è lo zampino del Dr. Moriarty... e questo significa che il buon investigatore non esiterà a mandare a monte il viaggio di nozze di Watson per cercare di sconfiggere la sua nemesi.


Come già era successo per la recensione del film precedente, non so quanto di quello che scriverò sarà imparziale, perché sono ancora un po' obnubilata dal fascino di Robert Downey Jr., che in questo film riesce ad essere figo anche travestito da donna, da muro e da poltrona (sì sì, non sto vaneggiando!!). Ancor più del primo capitolo, infatti, questo Gioco d'ombre si concentra sulle peculiarità del protagonista, sul suo egoismo, sulla sua "maledizione" di vedere le cose tanto da poter anticipare mentalmente le mosse degli avversari, sulla sua impressionante capacità di travestirsi (finalmente sono riuscita a leggere i racconti di Arthur Conan Doyle e almeno questo punto viene rispettato, confermo!!) e di vincere anche quando sembrerebbe che la sconfitta sia certa e bruciante. Finalmente veniamo a conoscenza di Moriarty, che nel film precedente era solo un nome, per quanto minaccioso, e il malvagio non delude: deliziosamente colto, in grado di predire le mosse dell'avversario tanto quanto Holmes, innamorato della musica e del teatro come un antesignano di Hannibal Lecter. E poi non può mancare Watson, povera vittima dell'investigatore, bello come il sole, ironico come non mai, indispensabile per la buona riuscita di un piano nonostante la sua goffaggine quasi infantile. Altri comprimari d'eccezione, al di là della solita Irene un po' inutile e di una sciapetta Noomi Rapace nei panni della zingara, sono il Mycroft Holmes di Stephen Fry (assolutamente geniale!!!) e la bellissima Kelly Reilly nei panni della moglie di Holmes, due personaggi che purtroppo compaiono meno spesso di quanto dovrebbero.


La storia messa in piedi dagli sceneggiatori non lascia spazio nemmeno ad un attimo di noia; come nel primo capitolo ogni dettaglio, anche il più insignificante, diventa un tassello fondamentale per completare il puzzle finale, con i fili della trama che vengono perfettamente tirati grazie a dei flashback piazzati ad hoc. Le scene d'azione sono girate ottimamente, facendo grande uso di un ralenty per nulla fastidioso che ci aiuta a "vedere" attraverso la percezione di Holmes (splendida la sequenza della fuga dalla fabbrica di armi e quella, al cardiopalma, in cui i nostri devono cercare di scovare la bomba nascosta a Parigi) e anche i combattimenti corpo a corpo sono coreografati in modo ineccepibile. I momenti "tranquilli" sono all'insegna dell'ironia e dei battibecchi tra Holmes e Watson, a riconfermare la perfetta alchimia tra i due attori, oppure sono sottilmente inquietanti quando mettono in scena il confronto tra il protagonista e Moriarty. In questo capitolo c'è anche grande abbondanza di gag assolutamente esilaranti, per la maggior parte imperniate sui già citati travestimenti di Robert Downey Jr. (o sulla sua decisione di cavalcare un pony...) e sulla figura del fratello di Holmes e della sua strana servitù.


La cosa che più mi è piaciuta di Sherlock Holmes - Gioco di Ombre, tuttavia, è l'utilizzo di una splendida colonna sonora. La sequenza ambientata a Parigi, infatti, è introdotta da un'azzeccatissima ouverture tratta dal Don Giovanni opportunamente modificata per "confonderla" con lo score più action della pellicola, che sfocia in una scenografica rappresentazione del momento in cui Don Giovanni viene portato all'inferno con Moriarty che, dal palco, assiste estasiato alla sconfitta del protagonista e dello stesso Holmes. Oltre a questa magistrale sequenza, aggiungo la bellissima musica gitana che si sente nel campo degli zingari e anche la dignitosissima voce di Jared Harris che canta sulle note di Die Forelle di Schubert (grazie Toto per l'informazione colta!!). Insomma, in due parole, sono soddisfattissima di questo film. Purtroppo pare uscirà un terzo episodio nel 2014. Peccato, perché è già andata bene due volte, alla terza si rischia davvero di rovinare la bellezza di questa serie. Anche se Robert è sempre un bel vedere.


Di tutti i coinvolti ho già parlato nei rispettivi link: il regista Guy Ritchie, Robert Downey Jr. (Sherlock Holmes), Jude Law (Watson), Jared Harris (Moriarty), Noomi Rapace (Madame Simza), Kelly Reilly (Mary Watson), Rachel McAdams (Irene Adler).

Stephen Fry (vero nome Stephen John Fry) interpreta Mycroft Holmes. Inglese, lo ricordo per film come Un pesce di nome Wanda, Wilde, Gosford Park, V per Vendetta e Alice in Wonderland. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 54 anni e tre film in uscita, tra cui Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato.


Con tutto il rispetto per il bravo Jared Harris, gli altri nomi che erano stati fatti per il personaggio di Moriarty sarebbero stati comunque superiori: Brad Pitt, Sean Penn, Javier Bardem, Daniel Day - Lewis e Gary Oldman. Poi davvero non avrei più saputo da che parte dello schermo guardare! Tra le attrici in lizza per il ruolo di Madame Simza c'erano invece Sophie Marceau, Audrey Tatou, Pénelope Cruz, Juliette Binoche, Marion Cotillard e Cécile De France. Se vi è piaciuto il film, comunque, recuperate assolutamente il primo capitolo.

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