mercoledì 6 dicembre 2023

Napoleon (2023)

Finalmente riesco a trovare il tempo di scrivere due righe su Napoleon, diretto da Ridley Scott. Astenersi cinèfili seriosi, fanboys et similia.


Trama: il giovane ufficiale dell'esercito Napoleone Bonaparte riesce, grazie alle sue doti di stratega e approfittando della tumultuosa realtà politica della Francia, ad ottenere sempre più fama e prestigio, fino ad assurgere al ruolo di imperatore. Sua compagna nel cammino, la nobildonna decaduta Giuseppina...

Eravamo in sala a vedere, mi pare, C'è ancora domani, quando è partito il trailer di Napoleon. "Uuuuh, questo dobbiamo venirlo a vedere!" urliamo, come tre sgallettate qualsiasi, io e due mie colleghe. Mi giro verso l'amico Toto: "Toto, tu vieni, vero?" "Col cazzo." Ecco. Io me lo immagino Toto, quel martedì sera funesto, sdraiato sul letto al caldo di una coperta, a leggere un libro con una tazza di tisana in mano, felice nella sua bolla dorata, mentre noi tre eravamo ad ammorbarci con quell'incredibile palla al cazzo che è Napoleon. Sì, Ridley, se vuoi te lo ripeto, poi sfanculami pure: an unbeliavable ball hanging from the cock. Non ti basta?  Une boule incroyable accrochée à la bite. Potrei andare avanti per ore a giocare con google translate e dizionari online per trovare mille altre traduzioni di "palla al cazzo", sicuramente mi divertirei di più che a guardare Napoleon, ma poi sarei scortese e anche poco equilibrata a livello critico, perché non è che il film sia una ciofeca immonda. Anzi, durante i primi minuti mi sono quasi commossa. E' palese, infatti, che quasi ogni scena di Napoleon sia ispirata agli stupendi quadri di Jacques-Louis David, ai quali si rifanno la morbidezza della fotografia, le geometrie dell'inquadratura, le ombre ed i colori, ma fosse solo quello. Le battaglie mostrate nel film sono epiche, splendidamente brutali: nel primo attacco al castello, durante la gioventù di Napoleone, si percepisce tutta la paura (prima ancora del fomento della guerra) di chi rischia di morire per un colpo vagante, ma l'apoteosi si ha durante quell'inferno ghiacciato che è Austerlitz, dove ogni sequenza racchiude in sé una spietatezza, un tale disgusto per la vita del nemico, da mettere i brividi, e non di freddo, e anche la famosa battaglia di Waterloo è notevole. Insomma, Ridley Scott non è un cretino e, all'età di 86 anni, con la macchina da presa riesce ancora a meravigliare ed affascinare. Peccato che le emozioni veicolate dalla sceneggiatura siano pari a zero e che l'imbarazzo regni sovrano (o, per essere più calzanti, imperi).


Va bene, abbiamo visto tutti la versione di due ore e mezza, e ormai lo sanno persino le mie zie che su Apple TV+ uscirà un director's cut di più di quattro ore, quindi voglio sperare che ci sarà maggiore coesione e un approfondimento dei fatti storici che permetta anche a chi non conosce a menadito Napoleone di capire rapporti di causa/effetto che qui sono lasciati cadere come pere cotte. Lungi da me insegnare a David Scarpa come si scrivono le sceneggiature, ma io mi sarei concentrata di più su un periodo circoscritto della vita di Napoleone, perché così si consegna al pubblico un elenco di fatti storici (più o meno verosimili, ma questa è un'altra storia, ché la mia conoscenza a menadito della storia francese si limita alla Rivoluzione) a mo' di bignami e, soprattutto, un personaggio che non si capisce come dovrebbe venire interpretato. A tal proposito, e con tutto il bene che posso volere a Joaquin Phoenix, non lo sa nemmeno lui: l'attore sembra essere uscito dal set di Beau ha paura per entrare direttamente in quello di Napoleon, e io capisco che quello con Aster dev'essere stato un tour de force, ma sarebbe stato gradevole un cambiamento di espressione, un guizzo di vitalità, un afflato di carisma. Il Napoleone del film è un fine stratega e un generale amatissimo perché sì, perché "è Napoleone", ma nulla nel film riesce a convincere lo spettatore di questa cosa, anzi. Spesso, lo spaesato Phoenix dà l'idea di un imperatore minchione, di un cretino dall'ego enorme capace solo di combattere, ma basta una parola o il pensiero di mammà per gettarlo nello sconforto come un Principe Giovanni qualsiasi. E mica solo mammà, attenzione. Solo Dio sa perché, Scarpa ha deciso di basare buona parte del film sul legame tra Napoleone e Giuseppina, toccando momenti di imbarazzo talmente alto da farmi rivalutare il "eeeehhhhbuff!" di Jared Leto in House of Gucci. Anche in questo caso, vuoi per un minutaggio "corto", vuoi per altro, non si capisce dove volesse andare a parare questo focus: la storia d'amore tra Napoleone e Giuseppina nasce come l'attrazione tra due animi affini, una scintilla come tante nella storia del Cinema, poi si sviluppa nel rapporto più tossico e mal interpretato visto negli ultimi decenni, con la Kirby bloccata tra espressioni perenni di dolore e disgusto (Giuseppina la darebbe a cani e porci e sta con Napoleone solo per non finire in mezzo a una strada ma oh, lo amo tanto, mi sacrifico per la patria, ogni tanto invito in casa lo zar di Russia, perché?, mah!) e Phoenix impegnato in coiti scult, caricato a "mmm-mmm-mmm-mmmm", voglioso di patata ma anche un po' intimidito dalla stessa, padre padrone di assoluta gelosia ma anche un po' vermicello strisciante che non vale una cicca senza la sua Giuse. L'ho detto e lo ripeto: ridatemi il trash volontario dello Scott impegnato a screditare i Gucci, tenetevi 'sta mattonata cringe spacciata per autorialità.


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUIJoaquin Phoenix (Napoleone Bonaparte), Vanessa Kirby (Giuseppina Bonaparte) e Rupert Everett (il duca di Wellington) li trovate invece ai rispettivi link.



martedì 5 dicembre 2023

Totally Killer (2023)

Un altro degli horror recenti che volevo vedere era Totally Killer, diretto dalla regista Nahnatchka Khan e disponibile su Prime Video.


Trama: una cittadina vive nel mito e nel terrore del "Killer delle sedicenni", attivo negli anni '80. Ai giorni nostri, la figlia di una delle sopravvissute si ritrova a viaggiare nel tempo per impedire ulteriori omicidi...


Cercate un horror leggero da fare vedere ai vostri figlioli tween/teen? Non disperate, perché Totally Killer è il film che fa per voi! Infatti credo di essere un po' fuori target per apprezzare appieno una pellicola che vorrebbe essere divertente come Tanti auguri per la tua morte ma alla fine risulta una versione moscia di The Final Girls (purtroppo, senza il suo commovente, tragico cuore), tant'è che ho dovuto interrompere e riprendere più volte la visione, mandando indietro nei punti dove mi ero assopita. Non avrei dovuto aspettarmi molto da un BlumHouse distribuito da Prime Video, non dopo le esperienze pregresse, pertanto non sarò neppure eccessivamente feroce nella critica, perché comunque qualche risata Totally Killer la strappa. Il film funziona non tanto nella parte horror, le cui dinamiche (viaggi nel tempo compresi) sono già state sviscerate meglio altrove, quanto per il clash culturale tra la giovane Jamie e i suoi coetanei degli anni '80, un'epoca dove non si badava tanto ad educazione, razzismo, sessismo, privacy o salute: attraverso gli occhi della protagonista, arriviamo a chiederci come cazzo siamo sopravvissuti con adulti che ci fumavano in faccia, controlli superficiali e rispetto della privacy inesistente, ma l'umorismo funziona finché non ricordiamo che oggi non è che si sia tanto più progressisti, nonostante le sparate del personaggio. Cosa più grave, invece, che a distanza di due settimane dalla visione non ricordi quasi chi sia il killer e perché uccida le persone, a dimostrazione di come la scrittura di Totally Killer sia assai superficiale, al punto da non riuscire neppure a creare un assassino carismatico o, al limite, indimenticabile nella sua cialtroneria.


La Shipka nei panni della protagonista Jamie ha carisma sufficiente, si potrebbe dire che regga da sola il peso del film, non fosse che Olivia Holt le fa da degna spalla; si vede che le due fanciulle sono brave, ma purtroppo la sceneggiatura e la natura monodimensionale dei personaggi non le aiuta, e neppure lo fa il resto del cast, in cui spicca una Jamie Bowen sprecata, ahimé. Per quanto riguarda la regia, si vede che Nahnatchka Khan viene dalla commedia. Le sequenze di vita scolastica, così come ogni interazione tra adolescenti e genitori o anche il "twist" finale, sono gestite con sapienza e sono permeate da un'atmosfera frizzante e divertente, mentre quelle horror lasciano ben poco allo spettatore. Il confronto iniziale tra la Pam adulta e il killer è l'unico momento in cui mi sono sinceramente divertita e, allo stesso tempo, ho avuto qualche brivido, il resto è abbastanza sciatto e anonimo, un po' come la maschera del killer, che a me ha ricordato parecchio Johnny Bravo; in realtà, pare che i realizzatori abbiano voluto "omaggiare" gli attori bellocci che andavano di moda all'epoca, così che le giovani vittime potessero vedere il bianchissimo sorriso dell'assassino come ultima cosa prima di morire, quindi sono io a non avere capito ed apprezzato. E lo stesso vale, probabilmente, per il mio giudizio sul film, visto che a moltissimi altri spettatori è piaciuto, ed è per questo che non vi dissuaderò dal vederlo, anzi, fatemi sapere nei commenti come vi è sembrato!


Di Kiernan Shipka (Jamie Hughes), Lochlyn Munro (Blake Hughes), Randall Park (Sceriffo Dennis Lim) e Julie Bowen (Pam Hughes) ho già parlato ai rispettivi link.

Nahnatchka Khan è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Finché forse non vi separi ed episodi di serie quali Non fidarti della str**** dell'interno 23. Anche produttrice, sceneggiatrice e attrice, ha 50 anni. 


Olivia Holt, che interpreta Pam Miller, era la Dagger della serie Cloak and Dagger. Se Totally Killer vi fosse piaciuto recuperate The Final Girls, Auguri per la tua morte e Ancora auguri per la tua morte. ENJOY!

venerdì 1 dicembre 2023

Where the Devil Roams (2023)

Ancora presa dal bel ricordo di Hellbender, ho deciso di recuperare celermente il nuovo film diretto e sceneggiato da John Adams, Toby Poser e Zelda Adams, Where the Devil Roams.


Trama: nell'America degli anni '30, una famiglia di artisti circensi si sposta dal piccolo circo in cui si esibisce per mietere vittime...


Faccio una doverosa premessa. Per apprezzare appieno Where the Devil Roams bisogna essere fini conoscitori di cinema e amanti delle atmosfere horror tout court, e io purtroppo non rientro in nessuno dei due casi. Di cinema sono un'ignorante non competente, e l'horror mi piace se contestualizzato, supportato da una trama coinvolgente, ché sono troppo rozza per ammirare o capire "l'art pour l'art". Hellbender, per esempio, mi era piaciuto tantissimo, perché era un coming of age particolare, con risvolti non banali per quanto riguarda il concetto di "bene" e "male", oltre ad avere un piglio assai realistico verso i rituali esoterici mostrati nel film. Where the Devil Roams parte invece come un omaggio sentito verso gli horror anni '30, con Freaks primo su tutti, ed imbastisce appunto la storia di una famiglia di freaks negli anni della Depressione, intrecciandola con un'interessante leggenda (completamente inventata ma molto affascinante) avente il Diavolo per protagonista: cacciato dal Paradiso, privato di un amore terreno, il demone Abaddon traccia strade dove i dimenticati vagano, e con essi talvolta stringe patti, là dove lo sguardo di Dio non arriva o non vuole arrivare. Gli Adams ambientano il loro film negli anni della Depressione, usandoli come metafora di un'America odierna dove le persone povere, dimenticate o inascoltate sono tornate ad essere troppe, e consolidano la loro celebrazione della famiglia, del "branco", focalizzando l'attenzione su tre individui soli contro il mondo ma estremamente uniti ed affiatati. Seven è un ex medico, traumatizzato dalla guerra al punto che anche lo spillare di una singola goccia di sangue gli provoca delle crisi epilettiche; per contro, la sua compagna Maggie uccide senza pietà chiunque ritenga una minaccia o un fastidio (la scena del Norvegese scambiato per un Tedesco mi ha fatta sorridere), mentre la giovane Eve sa esprimersi solo attraverso il canto ed è l'attrattiva principale di un numero da circo che non funziona, con sommo scorno dei genitori che vorrebbero darle "di più". In realtà, Eve credo rappresenti il nuovo che deve cercare di staccarsi dal vecchio, cercando soluzioni personali derivanti dall'osservazione del mondo e arrivando anche a sbagliare, l'uccellino che deve lasciare il nido nonostante i genitori provino dolore, fosse anche per l'accettazione della loro vecchiaia e conseguente morte. 


Come vedete, la trama (che non vi spoilero) si presta a mille interpretazioni ed è particolarmente ricca di simbolismi, ma l'ho trovata comunque respingente, almeno ad una prima visione: Where the Devil Roams è uno slow burn assai "slow" nonostante la messa in scena quasi costante di macellate sanguinolente, e purtroppo presenta tre personaggi con i quali non mi è riuscito assolutamente di empatizzare, questo nonostante il legame familiare reale riverberi anche all'interno della finzione con intensità palpabile. E' sicuramente un mio limite, però trovo difficile affezionarmi a una donna che uccide le persone (per quanto un paio odiose) perché le salta la mosca al naso, a un marito che la lascia fare e, teneramente, viene bendato dalla figlia per evitargli scompensi, e a una ragazza muta che sembra vivere in un mondo tutto suo. Ciò che, invece, è da riconoscere universalmente, è la bravura e l'estro creativo che accompagnano gli Adams, il cui stile personalissimo è qualcosa di fresco e nuovo per gli standard dell'horror attuale, soprattutto se si pensa che le loro sono pellicole a bassissimo budget e indipendenti, proprio nel senso di "fatte in famiglia". Non bastassero le inquadrature particolari, dal sapore espressionista, le canzoni e la musica dark che accompagnano le sequenze del film, o lo stile retrò ed inquietante di makeup, abiti e scenografie, i colori di Where the Devil Roams diventano, impercettibilmente, sempre meno saturi man mano che il film prosegue, fino ad arrivare ad utilizzare sfumature di seppia e grigio e, in ultimo, un bianco e nero graffiante che sembra sottolineare un destino senza via d'uscita, già diventato leggenda o condanna, a seconda di come vogliate interpretarlo. Questa, a mio parere, è una grande dimostrazione di stile e consapevolezza dei propri mezzi, a prescindere che il film, nel complesso, mi sia piaciuto meno rispetto al precedente Hellbender. Nell'attesa di riguardalo una seconda volta, magari con occhi "vergini" da aspettative particolari, non posso fare altro che invitarvi a dargli una chance e farmi sapere cosa ne pensate!


Dei registi e sceneggiatori John Adams (Seven), Toby Poser (Maggie) e Zelda Adams (Eve) ho già parlato QUI.


Se Where the Devil Roams vi fosse piaciuto recuperate Hellbender, Freaks e The Devil's Rejects. ENJOY!

mercoledì 29 novembre 2023

Il migliore dei mondi (2023)

Cercando un film molto poco impegnativo da guardare col Bolluomo dopo una settimana stancante, la scelta è inevitabilmente caduta su Il migliore dei mondi, disponibile su Prime Video e diretto da Maccio Capatonda, Danilo Carlani (anche co-sceneggiatori) e Alessio Dogana.


Trama: Ennio Storto, elettricista cinquantenne e drogato di tecnologia, si ritrova in un universo parallelo dove quest'ultima è rimasta bloccata agli anni '90. Disperato, cerca di tornare indietro...


A casa nostra si vuole bene a Maccio dai tempi di Mai Dire nonricordonemmeno cosa, quando assieme ai suoi sodali era comparso in TV col reality Il divano scomodo. Nel frattempo sono passati quasi 20 anni, sono arrivati notorietà, serie, video, film, libri e infine Amazon, che ha prodotto e distribuito direttamente su Prime Video l'ultima opera del comico abruzzese, Il migliore dei mondi. Che è un film particolare perché vede Maccio privo dei suoi compagni/spalle di sempre, Herbert Ballerina in primis (sostituito dal frizzante Pietro Sermonti, sempre più a suo agio nei panni di personaggi sbarellati e assurdi) ma continua più o meno la poetica della sua pellicola d'esordio, Italiano medio, presentando un irreprensibile quanto sfigatissimo protagonista che, a causa di eventi al limite del fantascientifico, si ritrova costretto a cambiare vita. Ennio Storto è una persona "media" ma più orientata verso la sgradevolezza, un cinquantenne incapace di vivere senza tecnologia e convinto di non dovere mai investire più del 40% di se stesso nelle relazioni con gli altri; al di là delle esagerazioni da smartphone (una delle gag più riuscite del film è la  sua incapacità ad orientarsi senza navigatore anche solo per brevissimi tratti conosciuti), Ennio può tranquillamente venire descritto come uno stalker frustrato che sfrutta i social per procurarsi la scopata settimanale, oltre che un nerd con problemi di egocentrismo, condannato a vivere per i like che i suoi video da smanettoni gli procurano. E' inevitabile che una persona simile, ritrovatasi per "magia" in una realtà parallela dove la tecnologia si è fermata ai livelli pre-millenium bug, venga a ritrovarsi priva di tutto ciò che gli consente di vivere bene, riscoprendosi più scemo e sfigato di altri e costretto letteralmente a re-imparare cose elementari; la critica alla società moderna dove il caso o l'imprevisto non sono più contemplati è dunque palese (io stessa ammetto di dipendere molto da navigatore e recensioni di ristoranti/locali) ma non c'è, da parte dei realizzatori, una demonizzazione totale della tecnologia. Il migliore dei mondi è, anzi, un'opera attenta a sottolineare come un uso sano di smartphone e affini possa ampliare le conoscenze, facilitare la vita o rendere le persone meno sole, a patto di usarli con giudizio e non basare interamente la nostra esistenza su di loro. Un concetto che può sembrare banale, certo, ma che inconsciamente tendiamo spesso a dimenticare, o minimizziamo con un pizzico di ipocrisia.


Questa riflessione si inserisce in una trama che offre poco il fianco alla comicità tipica di Maccio, costruita piuttosto a colpi di cliché presi a spizzichi e bocconi dai generi più disparati, dalla fantascienza alla distopia, passando per l'action e la commedia romantica, che rendono Il migliore dei mondi altalenante a livello di qualità e ritmo; la parte centrale soprattutto, quella in cui il protagonista riscopre se stesso attraverso l'amore, l'ho trovata abbastanza pesantina, mentre quella finale, con un deus ex machina insospettabile, percorre il sottilissimo confine tra il surreale e l'imbarazzante. L'intuizione generale ed alcune gag sono però ottime. Come sempre succede quando c'è Maccio Capatonda di mezzo, la sua mimica facciale e il suo modo di affrontare situazioni da italiano medio riescono comunque a strapparmi una risata e Sermonti, per quanto impegnato in un personaggio infantile e, a suo modo, talmente stupido da fare il giro, ormai è diventato una garanzia di sicuro divertimento; meno sopportabile, invece, la Viola di Martina Gatti, spesso troppo artificiosa nel suo essere "innocente" a tutti i costi, anche in un contesto irreale come quello descritto nel film (ma voto 10 per le mise à la Madonna versione anni '80!). A livello di regia, siamo nella media. Le ambizioni di realizzare un film particolare ci sono, ma i limiti di budget sono abbastanza evidenti, soprattutto quando la trama entra in territori "ammeregani" che richiederebbero un po' più di dinamicità e qualche effetto speciale degno di questo nome. Nel complesso, speravo di divertirmi di più e ritengo che il buon Maccio non sia ancora troppo tagliato per argomenti ed interpretazioni "seri", ma per una serata senza troppe pretese Il migliore dei mondi non è il peggiore dei film, soprattutto se avete già un abbonamento Prime Video. Viceversa, don't bother.


Del regista e co-sceneggiatore Maccio Capatonda, che interpreta anche Ennio Storto, ho già parlato QUI. Pietro Sermonti (Alfredo Storto) e Tomas Arana (Steve Jobs) li trovate invece ai rispettivi link.


Danilo Carlani e Alessio Dogana sono entrambi al loro primo lungometraggio; Carlani aveva già lavorato con Maccio Capatonda come sceneggiatore per diversi progetti, tra cui il film Italiano medio, che vi consiglio di vedere nel caso vi fosse piaciuto Il migliore dei mondi. ENJOY!

martedì 28 novembre 2023

Thanksgiving (2023)

Ci si stavano mettendo influenza, permanenza in sala di soli 5 giorni e weekend impegnati a farmi perdere Thanksgiving, scritto e co-sceneggiato da Eli Roth, ma io sono una testarda bimba di Eli e, soprattutto, il Bolluomo è un santo...


Trama: nell'anniversario di un black friday finito in tragedia, la cittadina di Plymouth viene scossa da una serie di omicidi compiuti da un assassino misterioso...


Correva l'anno 2007 e, su internet (ché all'epoca l'operazione Grindhouse era arrivata in Italia spezzata ed incompleta), si potevano trovare i fake trailer che accompagnavano i lungometraggi A prova di morte e Planet Terror. Ne rimasi talmente entusiasta che scrissi addirittura un post per il blog ma, siccome il post in questione è stato azzoppato dalle mille menate di ca**o di Youtube, vi faccio un brevissimo riassunto. In pratica, Tarantino e Rodriguez avevano deciso di creare una falsa "esperienza Grindhouse" facendo uscire in un'unica soluzione i loro due film e, durante le prime proiezioni (prima che l'operazione fosse un flop al botteghino), tra una pellicola e l'altra c'erano anche dei falsi trailer che erano, a mio avviso, uno più bello dell'altro: Machete, dello stesso RodriguezWerewolf Women of the SS di Rob Zombie, Don't di Edgar Wright,  Hobo with a Shotgun di Jason Eisener, John Davies e Rob Cotterill, e infine Thanksgiving, per l'appunto. Di questi, finora, erano stati realizzati solo Machete e Hobo with a Shotgun, quindi potete immaginare la mia gioia nel sapere che, dopo ben 16 anni, Roth aveva deciso di accontentarmi e dare vita a uno dei trailer più esilaranti del mucchio, ed ecco spiegato il motivo per cui ho rotto incessantemente la scatole al Bolluomo per accompagnarmi fino a Genova dopo che tutto ha congiurato per impedirmi di vedere il film a Savona. Dopo la visione, a Roth contesto solo la mancanza di coraggio legata all'iconica sequenza della cheerleader sul tappeto elastico (di questi tempi, ovviamente, capisco benissimo la sua scelta ma ci sono rimasta comunque male), per il resto mi sono molto divertita guardando Thanksgiving. Il film combina l'omaggio alla new wave horror di fine anni '90, che presentava tutta una serie di giovinetti più o meno caratterizzati costretti a scappare da un killer mascherato deciso a giurare loro vendetta per motivi più o meno condivisibili, a uno stile ben più gore rispetto ai film dell'epoca, legato in buona parte all'exploitation che aveva ispirato Grindhouse. La trama, che prende il via da una tragedia accorsa durante l'apertura di un grande magazzino in occasione di un black friday anticipato, inserisce in un contesto tipico dell'horror una critica all'acqua di rose (ma pur sempre presente, diciamolo) al consumismo sfrenato e al divario tra famiglie abbienti e poveracci, i quali possono o rimanere ancorati al loro squallore (soprattutto mentale) oppure tentare di "elevarsi" un minimo e scappare, sperando che la sfiga non ci metta lo zampino. Da par suo, la morte, incarnata dalla maschera antiquata del padre fondatore John "nomen omen" Carver, è anche in questo caso gran livellatrice e non guarda in faccia nessuno; tra un'accettata e l'altra, allo spettatore non resta che scoprire chi abbia deciso di esigere un giusto tributo per delle morti stupide e atroci, e quale rappresentante di un'umanità abbastanza cretina (anche quando si tratta di personaggi più o meno positivi) rimarrà vivo per raccontarlo.


Davanti a una serie di omicidi parecchio fantasiosi e sanguinolenti, un paio persino schifosi, le sequenze migliori del mucchio sono comunque quelle corali in cui Roth imbastisce un delirio cittadino fatto di dolore fisico quasi percepibile. La scena ambientata nel grande magazzino è angosciante, infatti, per un paio di motivi: intanto parte da presupposti anche troppo realistici e plausibili, e tiene lo spettatore col fiato sospeso nella consapevolezza della tragedia imminente, inoltre ogni singolo flash di morte porta a fare salti sulla sedia dalla sorpresa e dal male, aggiungendo, con una punta di sadismo, un odio strisciante per chi diventerà poi vittima del killer. Notevole anche la sequenza che riprende e amplia la scena della parata già presente nel fake trailer del 2007, diversissima per stile e morti da tutto il resto del film, con un mix di citazioni che spaziano da Killer Klowns from Outer Space ad Animal House, a riconferma di quanto Eli Roth sia un adorabile cialtronetto. Se così non fosse, ci si metterebbe un secondo a fare le pulci al film e trovare tutto ciò che non quadra, da stiracchiamenti di sceneggiatura sui quali non è facile sorvolare, per arrivare al cast. Ora, non so se hanno chiamato doppiatori italiani particolarmente svogliati perché pensavano di avere per le mani un horror da cestone, ma ho avuto difficoltà a capire se fossero gli attori ad essere cani in partenza o se la colpa fosse della versione italiana. Al momento, infatti, salvo solo Patrick Dempsey, perché dei ragazzetti protagonisti non ce n'è uno che mi abbia colpita favorevolmente (in compenso ci sono delle chicche esilaranti tra i personaggi secondari, tra metallari appassionati, animi sensibili dai pettorali scolpiti e gatti che si comportano da perfetti esponenti della loro razza maligna), ma aspetto di riguardarlo volentieri in lingua appena sarà disponibile in streaming, perché se c'è uno slasher divertente, ironico e sanguinoso quest'anno, è proprio Thanksgiving. Quindi rendiamo grazie ad Eli Roth, sperando che torni presto a percorrere la ritrovata via dell'horror! 


Del regista e co-sceneggiatore Eli Roth ho già parlato QUI mentre Patrick Dempsey, che interpreta lo Sceriffo Eric Newlon, lo trovate QUA.

Gina Gershon interpreta Amanda Collins. Americana, ha partecipato a film come Danko, Cocktail, I protagonisti, Showgirls, Bound - Torbido inganno, Face/Off, e a serie quali Ai confini della realtà, Melrose Place, Ellen e Chucky; come doppiatrice ha lavorato in I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 61 anni e cinque film in uscita. 


Per la cronaca, il favoloso micio presente nel film è lo stesso Tonic che ha partecipato a Pet Sematary e, all'epoca, si era persino presentato al red carpet. Con questo, se Thanksgiving vi fosse piaciuto, il consiglio è quello di recuperare la saga di Scream. ENJOY! 

venerdì 24 novembre 2023

Cimitero Vivente: Le Origini (2023)

Nei due giorni di malanno sono riuscita anche a recuperare Cimitero Vivente: Le Origini (Pet Sematary - Bloodlines), diretto e co-sceneggiato dalla regista Lindsey Anderson Beer.


Trama: proprio mentre Judd Crandall e la futura moglie Norma sono in procinto di partire per raggiungere i Peace Corps, Bill Baterman seppellisce nel terreno Mic Mac il figlio Timmy, morto in guerra. Il ritorno di Timmy dà inizio a un'ondata di orrore inarrestabile...


Cimitero Vivente: Le Origini
può tranquillamente essere definito un'inutile zozzeria. E non lo dico perché sono una "bimba di King" (nonostante sia cosa verissima) o perché Cimitero vivente è una delle mie opere preferite, sia libro che film del 1989, ma perché ha sicuramente meno dignità del gradevole remake recente e, cosa ancor più grave, è ben più brutto e noioso di Cimitero Vivente 2, che almeno qualche risata la strappava. Cimitero Vivente: Le Origini è il nulla fatto a film, l'ennesima opera a base di morti viventi priva di cuore o cervello, e poteva avere qualsiasi altro protagonista, oltre ad essere ambientato in un'altra città che non fosse Ludlow. In realtà, l'unico aspetto positivo di Cimitero Vivente: Le Origini è che prova, almeno all'inizio, a creare una "mitologia" legata al terreno Mic Mac col potere di resuscitare i corpi e maledice un'intera città grazie alle linee di sangue del titolo originale, all'ereditarietà di uno scomodo ruolo di guardiani per espiare le colpe di coloni irrispettosi. Purtroppo, questa idea originale si traduce nella presenza di personaggi che stanno a Ludlow perché devono vigilare su un luogo conosciuto da tutti, e che quindi non avrebbero motivo alcuno di seppellire lì i morti, visto che già sanno come torneranno; inoltre, si perde il cuore dell'opera originale, quel dolore inenarrabile che spinge a sperare che non ci sia niente di peggio della morte e che i nostri cari possano tornare a tenerci compagnia anche solo per qualche ora, perché non c'è un singolo personaggio del film che non sia un cartonato privo di spessore emotivo oppure un cretino. Non sono una di quelle che amano sottolineare i presunti vilipendi all'opera originale, ma qui Judd ci fa la figura del minchione, perché rinuncia a fuggire da Ludlow solo per poi battersene le balle, da vecchio, e liberare il male attraverso Louis Creed (nel libro ci sta, quella di Timmy era una sorta di leggenda oscura, l'unica vittima era stato suo padre, Judd poteva anche pensare che morti più "freschi" avessero la possibilità di tornare sani, ma qui viene sterminato mezzo consiglio comunale e lo stesso Judd perde il padre, che senso ha???).


Voi direte, almeno c'è qualche momento interessante o particolarmente succoso a livello di gore? Oddio. Timmy non fa paura neppure per un istante e lo stesso vale per gli altri, sparuti "ritornanti", nonostante a un certo punto ci sia un bel profluvio di sangue versato. Il problema è che, salvo per qualche jump scare ampiamente prevedibile, il film si priva dell'atmosfera malata e a volte un po' visionaria dei film precedenti, dove i personaggi sembravano davvero persi nel dormiveglia, intontiti dal dolore o mossi da una mano malvagia e ineluttabile, quindi la noia di una storia prevedibile dall'inizio alla fine regna sovrana. Lindsey Anderson Beer ci mette del suo, in quanto ogni scena che preveda un minimo di "tafferuglio" coi morti è al limite dell'incomprensibile (sul finale, poi, ci si mette una fotografia scurissima che fa ancora più venir voglia di dormire), mentre quelle che dovrebbero trasmettere un po' di pathos o partecipazione verso il destino dei protagonisti sono piatte e fredde, e non serve far passare un camion della Orinco ogni tanto per ricordarmi che, in futuro, un* bimbett* ci rimetterà la ghirba e spingermi così a piangere. Stendo un velo pietoso anche sugli attori. Henry Thomas, poverello, ci prova, ma tutto gioca contro di lui e il vero, imperdonabile difetto del film è lo spreco di un David Duchovny che a momenti non sa neppure perché si trova lì. Ovviamente, 'sta schifezza è arrivata in Italia in un lampo grazie a Paramount +, con tutta la bella roba che rimane al palo, inedita per anni, quindi mi viene ancor più da piangere. 


Di Henry Thomas (Dan Crandall), David Duchovny (Bill Baterman), Samantha Mathis (Kathy Crandall) e Pam Grier (Marjorie Washburn) ho già parlato ai rispettivi link 

Lindsey Anderson Beer è la regista e co-sceneggiatrice del film, al suo primo lavoro dietro la macchina da presa. Americana, è anche produttrice. 


Natalie Alyn Lind
, che interpreta Norma, era la Lauren Strucker della serie The Gifted. Se Cimitero Vivente: Le Origini vi fosse piaciuto recuperate Cimitero vivente, Cimitero vivente 2 e Pet Sematary, di cui questo film è il prequel. Soprattutto, magari, leggete il romanzo di Stephen King, che è sempre cosa buona e giusta. ENJOY!

mercoledì 22 novembre 2023

C'è ancora domani (2023)

A più di due settimane dalla sua uscita, ho trovato finalmente una sera per andare a vedere C'è ancora domani, diretto e co-sceneggiato dalla regista Paola Cortellesi.


Trama: nel 1946, la casalinga Delia vive sbrigando lavori sottopagati e vivendo come una serva per il marito violento. Ma una misteriosa lettera le porterà un briciolo di speranza...


Fantastico. Sono passate più di due settimane e martedì scorso la sala era zeppa, non a livelli di Barbie e Oppenheimer ma, a memoria, non vedevo tanta folla per un film italiano dai tempi di Benvenuti al sud (e quella volta ero andata di sabato, esperienza che ha talmente scioccato i miei genitori da averli spinti a non ritentare mai più un ritorno in sala!). L'accoglienza tributata all'opera prima di Paola Cortellesi ha dell'incredibile, e non è imputabile solo alla fama che l'attrice si è costruita nel tempo, prima quella televisiva come comica ed imitatrice, poi come comprimaria e protagonista di pellicole di vario genere: il passaparola è impietoso, si veda il destino di Marvels, stroncato ancora prima dell'uscita, ma quello positivo e quasi unanime spinge anche chi non bazzica le sale ad alzare il culo dalla poltrona casalinga, anche solo per la curiosità di vedere rispettate le promesse di un trailer intrigante. Per quanto mi riguarda, C'è ancora domani ha tenuto testa sia alle aspettative sia alle mille recensioni positive sbirciate nel corso delle settimane. L'esordio della Cortellesi è un delizioso omaggio al neorealismo rosa, quel genere a cavallo tra il neorealismo e la commedia all'italiana dove venivano toccate questioni sociali legate all'attualità dell'epoca tingendole con un tocco di leggerezza. Si è nell'immediato dopoguerra, Delia è una casalinga costretta a badare al suocero infermo e a fare lavoretti sottopagati per riuscire a mantenere il marito pocofacente e violento; come se non bastasse, dei tre figli toccatile in sorte, due sono dei piccoli mostriciattoli sboccati destinati a diventare come ogni maschio della famiglia, mentre la più grande, Marcella, vive con lei un rapporto conflittuale, viziato da un senso di superiorità provato dalla giovane, disgustata dalla debolezza di una madre che ama ma di cui non capisce le scelte di vita. Il film descrive una realtà per nulla allegra, eppure ogni sequenza viene stemperata da una situazione paradossale, una battuta, una perla di saggezza popolare che sottolineano la natura grottesca della condizione della donna a quei tempi e riverberano sinistramente in un presente dove qualcosa è cambiato, sì, ma troppo è rimasto immutato. Le protagoniste del film, infatti, anche le più "emancipate", subiscono quotidianamente la violenza di non poter scegliere e dover comunque dipendere dagli uomini, sia nel caso di famiglie povere come quella di Delia, sia nel caso di famiglie più abbienti, dove madri e figlie non sono altro che begli accessori o potenziali, ulteriori fonti di reddito; ancor peggio, anche chi è convinta di essere più "furba" e moderna, rischia di non vedere le insidie celate dietro consuetudini talmente radicate da avere perso ogni sfumatura negativa, e di ricadere in ruoli codificati senza neppure accorgersene.


Il pubblico popolare non è esente da questa "codificazione", io compresa. La Cortellesi lo sa e confeziona un film che prende per mano lo spettatore portandolo verso una direzione ben precisa: d'altronde, la regista gioca molto sulle percezioni errate e sulle bugie che si raccontano le persone per sopravvivere, e lo dimostra l'efficace utilizzo della colonna sonora, che trasforma le scene più violente in musicarelli di confronto tra Delia e Ivano, mentre i lividi compaiono o scompaiono a seconda che familiari, amici o semplici conoscenti vogliano o meno vederli. La stessa "ingenuità" con cui vengono messe in scena situazioni di vita talmente tipiche da sembrare quasi farlocche l'ho percepita come la scelta consapevole di cavalcare l'onda di un omaggio nostalgico, di una memoria condivisa sedimentata da anni di film, romanzi e storie raccontate dai nonni, che spinge lo spettatore ad ignorare tanti piccoli indizi buttati lì en passant, finché sul finale si rimane così, in bilico tra il riso e il pianto, piacevolmente gabbati dalla svolta inaspettata presa dalla storia e con la voglia di ricominciare il film da capo. Forse io non faccio testo, perché la Cortellesi mi è sempre piaciuta, ma ho ovviamente apprezzato sia la sua recitazione sia quella degli altri coinvolti, soprattutto quella di un Giorgio Colangeli semplicemente abietto nell'interpretazione del terrificante nonno Ottorino, e mi sono lasciata trasportare dall'atmosfera dolceamara che permea tutto il film, inghiottendo enormi magoni tra una risata e l'altra. Poi, se volete, posso anche dirvi che C'è ancora domani non è un capolavoro e che è zeppo di ingenuità e momenti che scappano anche troppo di mano nella loro assurdità, ma è piacevole da guardare, fa riflettere e sicuramente riesce a ritagliarsi un piccolo spazio di originalità all'interno di una cinematografia italiana fatta di drammoni pesanti come macigni o cretinate senza capo né coda. Magica Paola, col prossimo film, chissà dove arriverai! (semicit.) Personalmente, sono molto curiosa di scoprirlo! 


Della regista e co-sceneggiatrice Paola Cortellesi, che interpreta anche Delia, ho già parlato QUI. Valerio Mastandrea (Ivano) e Giorgio Colangeli (Ottorino) li trovate invece ai rispettivi link.

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...