martedì 6 febbraio 2024

Il gabinetto del dottor Caligari (1920)

In qualche modo sto riuscendo a continuare la challenge horror di Letterboxd e oggi tocca a "Most popular horror film you haven't seen that's not on your watchlist". Ho avuto quindi occasione di recuperare Il gabinetto del dottor Caligari (Das Cabinet des Dr. Caligari), diretto nel 1920 dal regista Robert Wiene.


Trama: Franzis racconta la terrificante esperienza avuta con l'ipnotista Caligari e il sonnambulo sotto il suo diretto controllo, trasformato in un assassino..


Siccome non avevo mai visto prima Il gabinetto del dottor Caligari, e il film in questione rientra di diritto nel novero dei capolavori dibattuti nel corso dei decenni, mi asterrò, come sempre, da qualsiasi recensione "tecnica" ma cercherò semplicemente di riportare delle personalissime impressioni. Il gabinetto del dottor Caligari è un'esperienza allucinante. Dopo giorni, ancora mi chiedo come sia stato possibile, nel 1920, girare un'opera così moderna, in grado trasmettere inquietudine anche dopo 100 anni. Non è solo questione di scenografie, anche se quelle aiutano: opera simbolo dell'Espressionismo Tedesco, il film restituisce allo spettatore una realtà distorta, filtrata dal ricordo di chi ha vissuto un'esperienza terrificante, e ogni ambiente rappresentato è un tripudio di angoli aguzzi, linee storte, sentieri senza uscita, geometrie sghembe e chi più ne ha più ne metta. Più che luoghi reali, quelli de Il gabinetto del dottor Caligari sembrano sfondi teatrali e non c'è nessuna volontà, da parte degli scenografi, di far venire meno la sensazione che i personaggi siano intrappolati all'interno di un tunnel dell'orrore, privi di punti di riferimento e disorientati. Non fraintendetemi, trovo le scenografie del film tra le più belle e fantasiose mai realizzate, delle vere e proprie opere d'arte, ma la loro bellezza deriva soprattutto dall'angoscia straniante che provocano, e lo stesso vale per il trucco pesantissimo indossato dai personaggi. A proposito di questi ultimi, c'è un equilibrio incredibile tra aspetti grotteschi ed eleganza gotica, sia tra i personaggi maschili che per Jane, bellissima eppure esageratamente truccata, al punto da sembrare un'illustrazione a china semovente. I primissimi piani degli attori rivelano, come da "programma" del movimento, l'angoscia quasi ultraterrena che li assale, inserendoli di diritto in un mondo dove non solo è il confine tra vita e morte ad essere labile, ma anche quello tra bene e male, con questi occhi grandissimi e pittati che sembrano voler inghiottire lo spettatore e coinvolgerlo nelle stesse spirali di follia di cui sono preda i protagonisti.


A proposito di follia, anche la trama è modernissima. Il gabinetto del dottor Caligari è un gioco di scatole cinesi, un racconto nel racconto introdotto da una cornice malinconica ma "naturale", quella di una conversazione al parco. L'incubo, anche visivo, comincia solo dopo un paio di minuti e si amalgama alle sensazioni veicolate dalle scenografie di cui ho parlato prima in quanto si parla di assassini involontari, di esseri umani privi del controllo del loro corpo e alla mercé di una follia imprevedibile, che stana gli innocenti nelle loro case portando la morte quando meno se lo aspettano. Nonostante, da un certo punto in poi, la trama si inserisca nei binari del giallo horror alla Edgar Allan Poe, col tentativo del protagonista di smascherare il Dottor Caligari e fermare il terrificante Cesare, il plot twist onirico (che non vi racconterò, nel caso ci fossero altre bestie ignoranti come me alla lettura!) è in agguato e arriva a scombinare tutte le carte in tavola, lasciando persino lo spettatore moderno con un palmo di naso e pronto a ricominciare la visione da capo, per lo stupore di essersi lasciato gabbare da un centenario con la verve di un ragazzino. Un'altra cosa che ho apprezzato tantissimo, a tal proposito, è lo stile delle didascalie, allucinante e sghembo quanto quello delle scenografie, che trasmette tutto il caos presente nella testa del narratore e rende anche difficile (ma forse quello è stato un mio limite, tra tedesco che ricordo poco e un carattere al quale non sono abituata) una rapida lettura. Siccome potete trovare il film su Youtube, restaurato dalla Cineteca di Bologna e con sottotitoli in italiano, il mio consiglio è di approfittarne, in quanto non è mai troppo tardi per recuperare certi capolavori e goderne!

Robert Wiene è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Orlacs Hände. Anche sceneggiatore, attore, scenografo e costumista, è morto nel 1938 all'età di 65 anni.


Conrad Veidt i
nterpreta Cesare. Tedesco, ha partecipato a film come Orlacs Hände, L'uomo che ride, Contrabbando, Il ladro di Bagdad e Casablanca. Anche regista e produttore, è morto nel 1943 all'età di 50 anni. 



venerdì 2 febbraio 2024

Povere creature! (2023)

Ho aspettato un sacco ma alla fine anche io sono riuscita a vedere Povere creature! (Poor Things), diretto nel 2023 dal regista Yorgos Lanthimos e candidato a undici Oscar: Miglior film, Miglior regista, Migliore sceneggiatura non originale, Miglior attrice, Miglior attore non protagonista, Miglior montaggio, Migliore fotografia, Migliore scenografia, Migliori costumi, Migliore colonna sonora, Miglior trucco e acconciatura. Attenzione, segue lungo sproloquio!


Trama: il geniale chirurgo Godwin Baxter recupera il cadavere di una donna suicida e le dà nuova vita, impiantandole il cervello del bambino che portava in grembo. "Nasce" così Bella, creatura in cerca della libertà, della conoscenza e del suo posto nel mondo...


Questa volta più di altre mi pento di non avere letto il romanzo omonimo di Alasdair Gray prima di accingermi alla visione di Povere creature!, perché, nonostante il film sia stato incensato da chiunque, a me è sembrato di non avere colto qualcosa. Prendete dunque questo post come una riflessione personalissima e sentitevi liberi (anzi, fatelo!!) di venire incontro al mio ignorantissimo cervello nei commenti. L'ultimo film di Lanthimos è un'opera che mescola le suggestioni e lo stile dei romanzi di formazione e picareschi, condito da abbondanti tocchi di horror, humour nero e situazioni grottesche, avente per protagonista la giovane Bella Baxter. Quella che viene presentata allo spettatore è la seconda vita di Bella: come un novello mostro di Frankestein, Bella è un cadavere rianimato dallo scienziato Godwin "God" Baxter, che l'ha creata inserendo il cervello di un bambino mai nato nel corpo della madre morta suicida, e l'ha cresciuta come un esperimento controllato. Proprio la natura peculiare del cervello di Bella la rende una creatura di pura innocenza ed istinto, dotata (come appunto i bimbi piccoli) di una spiccata percezione dei propri bisogni che spesso sconfina in un testardo e capriccioso egoismo. Ciò, unito a una rapidissima capacità di sviluppo e apprendimento, la porta presto a diventare insofferente verso i limiti imposti da God e le cose precipitano quando la sessualità di Bella si risveglia con un'urgenza resa pressante da tutte le caratteristiche di cui sopra; l'arrivo dello spregiudicato e disnibito avvocato Duncan Wedderburn spingerà Bella a fuggire con lui e ad iniziare il suo viaggio alla scoperta del mondo e di se stessa. Pur non avendo letto con attenzione le varie recensioni scritte in rete onde evitare spoiler, persino io ho capito che il comun denominatore delle stesse fosse la parola "femminismo". In effetti, le vicende di Bella nascono da un atto di "potere" commesso da un uomo ai danni di una donna che ha cercato di togliersi la vita e proseguono seguendo il tentativo della protagonista di liberarsi dall'influenza di uomini pronti a decidere cosa sia meglio per lei e, in seguito, a plasmarla in base ai propri desideri. La sessualità femminile, la presenza di un organo destinato esclusivamente al piacere come il clitoride, è il fulcro della narrazione per la prima parte del film e ritorna, prepotente, verso la fine, incarnando (da un punto di vista maschile) tutto ciò che c'è di bello e terribile nelle donne. Quasi tutti i personaggi cercano infatti di approfittare dello sfrenato desiderio sessuale di Bella per poterla controllare: God cerca di imbrigliarlo affibbiandole un marito scelto da lui, così da poter continuare l'esperimento in sicurezza, Duncan desidera al fianco una donna-bambina dall'appetito insaziabile e facile da plasmare, la maitresse punta a trarne il massimo profitto, Alfie decide di inibirlo per sempre onde evitare di gestire una donna che già si era liberata dalla sua influenza suicidandosi e privandolo di un figlio.   


Bella, in tutto questo, se ne batte allegramente le balle, passatemi il termine, ed è conseguentemente meravigliosa. Determinata a fare solo ciò che può farla stare bene, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e asseconda chi ha a che fare con lei per il tempo che le serve a ottenere ciò che desidera. Sesso, cultura, cibo, denaro, informazioni, ognuna di queste cose è fondamentale per Bella, con un grado di importanza che varia in base al suo sviluppo fisico e mentale, alla sua crescita. Impermeabile, apparentemente, a qualunque cosa legata ad aspetti meramente "sentimentali", Bella ragiona col piglio di uno scienziato secondo rapporti di causa ed effetto, non tanto come "donna" ma come persona pienamente autoconsapevole, al di là di ogni definizione di sesso, età o classe sociale. E' qui, dunque, che mi viene da chiedermi se Povere creature! sia un film "femminista" o se non faccia, invece, un discorso aperto a tutt*, lanciando un invito ad essere la nostra versione migliore, con un occhio alle brutture della società che ci circonda, coltivando "egoisticamente" passioni e bisogni in modo da rendere il mondo un posto più gradevole per tutti quelli che lo meritano (le facce di merda irrecuperabili, invece, possono rimanere in ginocchio a belare nel pantano a cui sono destinati). Ed è sempre qui che, lo ammetto, il mio entusiasmo per Povere creature! si è incrinato, scontrandosi con quella che io ho percepito come una superficialità perplimente. Premesso che Bella ha delle origini tragiche e terribili e che sul suo corpo è stata commessa una violazione imperdonabile, nel corso del film non c'è un solo momento in cui la protagonista si trovi davvero nelle condizioni definite dalle parole della maitresse parigina, apparentemente tra le più importanti della pellicola: "We must experience everything. Not just the good, but degradation, horror, sadness. This makes us whole Bella, makes us people of substance. Not flighty, untouched children. Then we can know the world. And when we know the world, the world is ours". Certo, a un certo punto del film Bella impara che alcune persone soffrono e muoiono ingiustamente e, in seguito, diventa prostituta, ma la prima situazione è un'apostrofo bruciato dal sole tra una patata e una sisa, mentre la seconda è all'acqua di rose: Bella SCEGLIE di prostituirsi, tenta per cinque minuti di instaurare il socialismo (altro concetto apparentemente importantissimo inserito qui e là nei dialoghi e mai approfondito...) all'interno della struttura del bordello e se ne va senza problemi quando decide di essere stufa di quella vita. In realtà Bella, salvo i criticabili, odiosi limiti della sua condizione di donna (che, peraltro, nessuno riesce ad imporle in virtù della natura di ciolla molla di ogni uomo presente nel film), nasce come privilegiata alto borghese, viene "rapita" da un perdigiorno che comunque la mantiene, torna ad una vita che le consentirà di diventare ciò che desidera, quindi la sua vicenda risulta priva di quel tormento che le darebbe non solo un po' più di consistenza, ma anche maggiore profondità. 


Al di là di queste considerazioni personalissime, non è che Povere creature! non mi sia piaciuto. Ho un po' sofferto la pesante ingerenza della computer grafica nei colori e nei fondali, questo sì, ma ho apprezzato molto la sperimentazione estrema di Lanthimos e del direttore della fotografia Robbie Ryan, quella manifesta volontà di giocare con le lenti, le luci e le inquadrature, in perfetta sincronia con le esperienze sempre diverse vissute da Bella e con la sua voglia di esplorare. Gli ambienti ricostruiti in studio, con quelle suggestioni steampunk e i dettagli surreali, sono dei micromondi senza tempo che risultano contemporaneamente familiari ed estranei, e riescono a spiazzare lo spettatore di continuo, così come le mise intrigantissime di Bella, un perfetto mix di "decoro" da gentildonna e spirito libero punk. All'interno di questi abiti allucinanti, Emma Stone ci sguazza e si profonde nell'interpretazione migliore di sempre. Senza alcun senso di pudore o di vergogna, la Stone mette a nudo non solo il suo corpo, ma occhi di un'innocenza spiazzante, che accompagnano, con quello sguardo diretto e stralunato, parole scandite con candida perfidia, capaci di strappare più di una risata di sconcerto o ammirazione. Se la Stone è sicuramente ipnotica, non è meno azzeccata l'interpretazione di Mark Ruffalo, al quale è stato offerto il ruolo della vita, portato a casa in maniera egregia. Duncan Wedderburn è un buffone matricolato e una persona pessima sotto ogni punto di vista, ma in alcuni momenti l'interazione con Bella è talmente avvilente per questo povero creaturO che è difficile non provare un minimo di pena (e poi io un attore che improvvisa un BELLAAAA!! neanche fosse un novello Kovalski lo amo a prescindere), mentre il favoloso ballo che vede impegnati entrambi sulla nave è talmente esaltante a livello di chimica e coreografia da essere quasi ai livelli di quelli che vedeva impegnati il compianto Raul Julia e Anjelica Houston nei due film de La famiglia Addams. Ho detto QUASI! E quasi è la parola chiave di ciò che ho provato guardando Povere creature!: mi ha quasi convinta, ma non al 100%, diciamo, per rimanere in tema, che non ho raggiunto l'orgasmo. Se però si porterà a casa ogni Oscar per cui è candidato mi vedrete saltellare felice ugualmente!


Del regista Yorgos Lanthimos ho già parlato QUI. Emma Stone (Bella Baxter), Willem Dafoe (Dr. Godwin Baxter), Christopher Abbott (Alfie Blessington) e Mark Ruffalo (Duncan Wedderburn) li trovate invece ai rispettivi link.





mercoledì 31 gennaio 2024

Megan Is Missing (2011)

La challenge HorrorX24 di Letterboxd continua col secondo prompt, Lowest rated horror film on your watchlist. Onestamente, non so nemmeno perché ci fosse finito sulla watchlist ma, tant'è, il titolo di oggi è Megan is Missing, diretto e sceneggiato nel 2011 dal regista Michael Goi.


Trama: Megan è la ragazza più popolare del liceo ma, nonostante questo, la sua migliore amica è una ragazzina evitata da tutti, Amy. Dopo avere conosciuto un ragazzo online, Megan scompare senza lasciare traccia...


Prima di iniziare col post, mi preme segnalare che il meraviglioso podcast Nuovi incubi, di Lucia e Marika, aveva già parlato di Megan is Missing QUI. Non ho ancora ascoltato l'episodio, perché verteva su due film che non avevo visto, ma conto di farlo per scoprire se le opinioni espresse nel corso della puntata rispecchiano le mie. Intanto, prima di affrontare il soggetto, prendo tempo per raccontarvi un po' il motivo per cui un mockumentary fatto con due dollari come Megan is Missing sia assurto agli onori della cronaca dopo dieci anni dalla sua uscita. Il "merito" è del social TikTok, che a un certo punto (probabilmente perché, durante i vari lockdown, i ragazzini si sono messi a raschiare il fondo del barile dello streaming horror) si è riempito di video reaction di utenti terrorizzati e pronti a consacrare il film come il più terrificante di sempre, cosa che ha spinto il regista a scrivere questo trigger warning per giovani utenti che vi traduco a braccio: "Non guardate il film di notte. Non guardatelo da soli. Quando vedrete comparire sullo schermo le parole 'foto numero uno' avete circa quattro secondi per spegnere la riproduzione prima di assistere a cose che magari non volete vedere, soprattutto se siete già spaventati". Io non sono giovane, né mi spavento più così facilmente, ma vi assicuro che quella foto numero uno me la ricorderò finché campo. Attenzione, però, a non confondere fastidio, disgusto ed ansia con "paura": Megan is Missing non lascia quella sensazione di terrore in grado di spingere lo spettatore ad accendere tutte le luci, quanto piuttosto dubbi sulla sanità mentale di Michael Goi il quale, nel tentativo dichiarato di realizzare un'opera che mettesse in guardia i genitori di figli adolescenti dai pericoli del web, ha girato un torture porn con protagoniste minorenni talmente connotate sessualmente che uno dei tanti, lunghissimi dialoghi "pre-foto" racconta nel dettaglio (e con dovizia di risolini stupiti, ma anche stupidi) lo stupro orale ai danni di una bambina di dieci anni. Tranquilli, prendetevi pure il tempo di rileggere la riga precedente, non ho fretta. Ho 42 anni, capisco che il mondo sessuale dei teen e pre-teen è LEGGERMENTE cambiato rispetto a quando facevo le medie e le superiori io, conosco la leggenda metropolitana (? uno ci spera...) delle gare di "chinotti" in bagno, arrivo persino a capire l'intento disperato di connotare Megan come una ragazza persa a causa di una situazione familiare terrificante, ma si può anche giocare di sottigliezza senza imperniare ogni sequenza del film sul fatto che Megan, a 14 anni, dà via ogni orifizio come il pane. 


Quando non è impegnata a regalarla ai suoi "amici" in cambio di un po' di droga, Megan cerca l'amore vero on line (!!), ed è qui che Megan is Missing dovrebbe trasformarsi in cinema educativo per i genitori, così da spingerli a controllare il comportamento dei propri figli su internet. Il fallimento dell'intento è dato, in primis ma non solo, dalla natura imbarazzante dell'espediente narrativo, che vede Megan accettare l'incontro con un ragazzo mai visto prima dopo solo un paio di conversazioni a telecamera spenta (durante le quali, per inciso, "Josh" si contraddice tante di quelle volte che la puzza di marcio avrebbe dovuto prendere a schiaffi la ragazzetta dallo schermo del PC) e, come da titolo, sparire. In seconda, ma non ultima, istanza, c'è la dubbia efficacia del torture porn come mezzo "educativo". Dopo la sparizione di Megan, infatti, il film diventa davvero un horror e va a punire la povera co-protagonista, rea "soltanto" di essere scema come un tacco e di girare da sola per i boschi dopo essere stata minacciata dal fantomatico Josh; Michael Goi azzecca soltanto UNA sequenza, quella in cui Josh spia Amy di nascosto, dopodiché confeziona scene talmente fastidiose che, al confronto, il coniglio spellato di Antropophagus è un elegante guizzo andersoniano, indugiando per un tempo lunghissimo sul primo piano di una ragazzina stuprata e per un tempo ancora più lungo su suppliche ed urla sovrapposte alla ripresa in tempo reale di uno stronzo che scava una buca. A ripensarci, non so davvero come ho fatto ad arrivare alla fine di Megan is Missing visto l'orrore che permea gli ultimi venti minuti, ma non perché il film sia fatto male o recitato da dilettanti, quanto piuttosto per la gioia spudorata di sbattere in faccia allo spettatore una roba pornografica facendola passare per altro. Non c'è nulla, in Megan is Missing, che faccia riflettere lo spettatore (sì, ok, il cautionary tale. Sì, nel 2011 magari si era tutti più ingenui. Ma, ripeto, c'è modo e modo), niente di catartico, niente di divertente, c'è solo il compiacimento di scioccare prendendo come spunto storie di cronaca "vera" con vittime minorenni e io, sarò invecchiata, ma certe cose non le tollero più. Fatevi il favore ed evitate questo film abietto.  

Michael Goi
è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto episodi di serie come American Horror Story, The Gifted, Streghe e Le terrificanti avventure di Sabrina. Anche direttore della fotografia, produttore e attore, ha 65 anni.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate Ratter - Ossessione in rete e The Den. ENJOY! 

martedì 30 gennaio 2024

Il cacciatore (1978)

Grazie alla riedizione in 4K distribuita da Lucky Red per tre giorni, lunedì scorso sono andata al cinema a vedere Il cacciatore (The Deer Hunter), diretto e co-sceneggiato dal regista Michael Cimino nel 1978.

Trama: tre amici di lunga data partono per il Vietnam, un'esperienza che lascerà tremendi segni sul loro corpo e, soprattutto, nella loro psiche...


Il cacciatore
è una di quelle opere imprescindibili che avevo scoperto all'università, quando il mio amore per il cinema era in pieno boccio e una marea di tempo libero mi consentiva non solo di guardare film ma anche, e soprattutto, di leggere libri a tema (cosa a cui ho dovuto rinunciare da tempo, col risultato di diventare sempre più ignorante in materia). Siccome, da quando ho cominciato a lavorare, tendo a guardare principalmente cose per me inedite, erano quasi 20 anni che non "rinfrescavo" più Il cacciatore, quindi la visione al cinema è stata ancora più soddisfacente, perché ne ricordavo giusto le scene clou, senza troppi dettagli. Nonostante i suoi 45 anni, il film di Cimino continua a colpire duro e si conferma come una delle pellicole più angoscianti a tema Vietnam, non solo per la lunga, famigerata sequenza delle violenze al fronte, ma soprattutto per quello che viene mostrato prima e dopo. Il film si apre con uno spaccato della quotidianità di una cittadina industriale, e si concentra su alcuni esponenti della comunità russo-americana locale; Steven sta per sposare Angela e sia lui che i suoi due amici fraterni, Mike e Nick, partiranno per il Vietnam subito dopo il matrimonio. La prima parte de Il cacciatore insiste sul legame tra i protagonisti, i loro amici, i loro amori e le loro famiglie, ci travolge con l'allegra frenesia del matrimonio, ci rende spettatori privilegiati del cameratismo che governa le loro uscite di caccia, con piccoli dettagli ci rende partecipi di tutte le inevitabili stonature che esistono anche nelle amicizie storiche e, soprattutto, nelle comunità in cui tutti si conoscono ma ognuno ha i suoi segreti. Tutto ciò viene cancellato con un colpo di spugna dalle terribili, stranianti esperienze vissute in Vietnam, un inferno sulla terra da dove nessuno può uscire indenne. La parentesi vietnamita è un'ordalia di angoscia continua, dove la tensione si taglia col coltello e il magone è sempre lì, pronto a trasformarsi in pianto; quest'ultima sensazione è quella preponderante nella parte finale de Il cacciatore, dove il desiderio di tornare alla vita quotidiana si trasforma in senso di colpa e di inadeguatezza, alimentati dall'inevitabile consapevolezza di essere diversi da chi è rimasto a casa, lontano dalla guerra.


Mike, Nick e Steven sono rimasti bloccati all'interno di una bolla dove il tempo si è fermato, concretizzandosi in una dimensione allucinata di continuo dolore, completamente staccata da qualsiasi idea di vita normale. Dimenticare tutto e tornare ad esistere come se nulla fosse successo è tremendamente difficile, per alcuni addirittura impossibile, ed è arduo rimanere accanto a chi, benché mosso dalle migliori intenzioni, cerca di mantenere l'illusione che nulla sia cambiato. Persino Mike, il più "forte" dei tre soldati nonché protagonista della pellicola, vive il ritorno a casa come un purgatorio dove scontare la colpa di essere sopravvissuto e anela la solitudine dei boschi, l'unico luogo dove il silenzio e la purezza la fanno da padroni; il sonoro e la regia de Il cacciatore aiutano ad empatizzare con queste sensazioni, in quanto i personaggi, soprattutto Mike, sono sempre inghiottiti da folle e piani americani o primi piani claustrofobici, circondati da un rumore continuo e assordante, una cacofonia di suoni e persone che si parlano addosso, sia in Vietnam che a casa, ed è solo nel silenzio e nelle ariose riprese della foresta montana che ci si può riposare dall'estenuante esperienza che è la visione del film. Non so se è il senno di poi che parla, o se la pellicola sia stata volutamente costruita così, ma anche le scene iniziali mi hanno messo angoscia. Al di là di un'introduzione in cui l'acciaieria dove lavora Mike sembra la fucina dell'inferno e in cui le panoramiche di strade semideserte e baracche assortite mettono una tristezza infinita, lo stesso matrimonio è talmente "larger than life", così carico di balli forsennati, gente ubriaca e urla di giubilo, che sembra il tentativo disperato di vivere il più possibile prima di una morte inevitabile, andando anche contro ogni buon senso (Steven sposa una donna già incinta di un altro, probabilmente per non lasciarla nella "vergogna" visto che ne è innamorato, ma che senso ha visto che non ha alcuna certezza di tornare vivo dal Vietnam?).


Come sempre, inoltre, a me fa angoscia la perdita della giovinezza, ma questo è un valore aggiunto che vent'anni fa non percepivo. Tolto che gli interpreti sono tutti bravissimi (Christopher Walken ha vinto l'Oscar come Miglior attore non protagonista, il quinto assieme a quello per Miglior film, Miglior regia, Miglior montaggio e Migliore sonoro, ma erano candidati anche De Niro e la Streep), mi fa proprio effetto vederli giovani e bellissimi, impegnati una performance tra le migliori e più difficili della loro carriera. De Niro è un mostro di bravura, ed è nel pieno della sua maturità artistica, perfetto nell'interpretazione di una salda roccia sul punto di sgretolarsi, ma il cuore dello spettatore non può non volare a Christopher Walken. La bellezza androgina di Nick, con quegli assurdi occhi che sembrano volere inghiottire interlocutori e spettatori all'interno di un dolore sconfinato, nella seconda parte del film diventa la fredda riproposizione di un'umanità assente, di una mente spezzata dopo un pianto sconsolato di puro orrore, e questo aspetto, più di ogni altro, mi annienta ogni volta che vedo Il cacciatore. Per carità, mi distrugge anche il sorriso buono di George Dzundza, e la sua aria malinconica durante quella sonata al pianoforte che spezzerebbe il cuore a un sasso, ma mai quanto la crisi di pianto in cucina, durante la quale mi sono messa a piangere anche io, in sala, senza vergogna. Il cacciatore si riconferma, dunque, splendido oggi come allora e pazienza se ancora non ho capito come prendere quel God bless America, se un ultimo, disperato tentativo di consolarsi e fingere normalità, o una sentita dichiarazione d'amore verso una patria che manda a morire i propri giovani in un conflitto inutile. Se qualcuno potesse illuminarmi, gliene sarei infinitamente grato!


Di Robert De Niro (Michael), Christopher Walken (Nick) e Meryl Streep (Linda) ho già parlato ai rispettivi link. 

Michael Cimino è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come I cancelli del cielo e L'anno del dragone. Anche produttore, è morto nel 2016, all'età di 77 anni. 


Quello di Stan è stato l'ultimo ruolo di John Cazale, famoso per avere interpretato Fredo Corleone nei primi due film della saga Il padrino e morto di cancro ai polmoni l'anno dell'uscita de Il cacciatore. Se il film vi fosse piaciuto recuperate Full Metal Jacket e Apocalypse Now. ENJOY!


venerdì 26 gennaio 2024

Destroy All Neighbors (2024)

Potevo ignorare il primo Shudder original del 2024? Visto che mi sarebbe valso anche per la challenge horror direi di no, infatti ho recuperato appena possibile Destroy All Neighbors, diretto dal regista Josh Forbes.

Trama: William, da anni, culla il sogno irrealizzato di portare a termine il suo album rock prog. Le possibilità si fanno ancora più ridotte quando, nell'appartamento accanto, si trasferisce il peggiore vicino di sempre...


Destroy All Neighbors è una commedia horror fracassona, più divertente che spaventosa, che ricorda un po' gli esordi di Peter Jackson, pur senza averne la rozza cattiveria, e ha i colori di una pellicola di Joe Begos. La trama non è proprio originalissima, e potrei citare almeno mezza dozzina di film recenti (Studio 666 in primis) che partono da un presupposto simile, ovvero la presenza di un musicista fallito o comunque in difficoltà, e la mano "empia" di qualcosa che lo aiuta a sbloccarsi, nel bene o nel male. Qui abbiamo William, fonico che ama la musica prog e vorrebbe incidere l'album definitivo; in realtà, sono tre anni che ci prova e, tra una registrazione e l'altra, nemmeno si rende conto della pazienza infinita di una fidanzata che sopporta la sua frustrazione continua e il suo arrabattarsi tra lavoretti insoddisfacenti. A sbloccare la situazione ci pensa Vlad, disgustoso simil-troll proveniente dall'Europa dell'Est che, nel momento esatto del suo trasferimento nell'appartamento accanto, diventa la nemesi di William, disturbato dalla musica dance che il nuovo arrivato spara a tutto volume. Per una serie di casualità, William rimane coinvolto nella morte di Vlad, ma il cadavere di quest'ultimo non ha molta voglia di rimanere zitto e, nel giro di pochissimo, il protagonista si ritrova perseguitato da un ben strano "Grillo Parlante", accompagnato da un discreto carico di sfiga e sangue come se piovesse. Cosa c'entra tutto questo con la prog e con la carriera da musicista di William lo scoprirete solo se guarderete il film, ma posso dirvi che Destroy All Neighbors, oltre ad essere molto divertente, offre allo spettatore anche un messaggio positivo, invitandolo a non focalizzarsi esclusivamente su obiettivi mancati e frustrazione, bensì ad aprirsi a quanto di buono (a livello di empatia, conoscenza ed esperienze) può venire da compagni, amici e vicini.


Certo, il messaggio positivo è sicuramente ciò che interessava di meno a Josh Forbes e soci, che hanno imbastito una roba ignorante e fracassona, il cui valore aggiunto è l'affiatamento di un cast che vede coinvolti soprattutto comici (che io non conoscevo, ma faccio poco testo), a partire dal protagonista. Jonah Ray ha la faccina perfetta per interpretare il 30something clueless con un piede nel baratro della follia o della disperazione e, nonostante sia il protagonista, funge da ottima spalla per tutti gli allucinanti personaggi che gli vengono affiancati, vicini non poi così terribili che nascondono più di una sorpresa e danno il bianco nella sequenza in sala di registrazione. L'altro valore aggiunto è la natura squisitamente artigianale degli effetti speciali utilizzati, che vedono un veterano quale Gabriel Bartalos (uno che ha lavorato con Raimi, Henenlotter e Gordon non può essere preso sotto gamba!) come make-up designer. In effetti, i cadaveri che pullulano nel film hanno un design così familiare da risultare deliziosamente nostalgico, sono dei pupazzoni schifosetti ma belli da vedere, e c'è una scena in particolare che è il trionfo del trash metal anni '80, tra bassi che sparano arcobaleni e demoni appiccicati allo sfondo con lo sputo. Completa il tutto una regia ispirata, con movimenti di macchina ed inquadrature che mirano a trasmettere una sensazione di caos e claustrofobia continue, e una fotografia fatta di colori acidi e ombre minacciose. Non il miglior Shudder original, ma un prodotto simpatico e "rilassante" per cominciare l'anno in allegria, nell'attesa di qualcosa di più succoso!


Del regista Josh Forbes ho già parlato QUI mentre Kumail Nanjiani, che interpreta la guardia dell'acciaieria, lo trovate QUA.

Jonah Ray interpreta William Brown. Americano, ha partecipato a film come Weird: The Al Yankovich Story, Christmas Bloody Christmas, Suitable Flesh e serie come Stan against Evil; come doppiatore, ha lavorato in Adventure Time e Uncle Grandpa. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 42 anni e un film in uscita. 


Alex Winter interpreta Vlad. Inglese, principalmente regista, ha partecipato a film come Ragazzi perduti, Il giustiziere della notte 3, Bill & Ted's Excellent Adventure, Freaked - Sgorbi, I rubacchiotti, Il ricatto e a serie quali Bones; come doppiatore ha lavorato in Robot Chicken. Anche produttore e sceneggiatore, ha 59 anni e un film in uscita. 



martedì 23 gennaio 2024

The Holdovers - Lezioni di vita (2023)

Al momento della stesura del post non ho idea se The Holdovers - Lezioni di vita (The Holdovers), diretto nel 2023 dal regista Alexander Payne, sarà candidato a qualche Oscar, ma siccome è fresco di due Golden Globe non potevo comunque perderlo!


Trama: all'inizio delle vacanze di Natale, in un collegio del New England, il professor Hunham è costretto a fare da tutore ai pochi ragazzi che non sono tornati a casa per festeggiare con le famiglie. L'esperienza sarà traumatica ma utile per tutti i coinvolti...


The Holdovers
era un film che avevo già puntato durante il paio di giorni passati al Torino Film Festival, ma purtroppo non ero riuscita a vederlo a causa degli orari. Sono contentissima di sapere che il mio istinto non ha ancora cominciato a fare cilecca, e anche di avere assistito, per una volta, al miracolo di una programmazione illuminata del multisala savonese. The Holdovers è, infatti, uno di quei film "come facevano una volta", e non parlo solo dello stile, di cui scriverò più avanti; all'interno della pellicola di Payne sono importanti i personaggi, i loro sentimenti ed evoluzione, e la trama non viene sacrificata ad una fredda soggettività che vede l'Autore preponderante rispetto a ciò che viene narrato, come troppo spesso accade in certo cinema moderno. L'azione si svolge nel 1970, a cavallo delle festività natalizie, in un prestigioso collegio maschile del New England. Il periodo storico è importante, perché lo spettro della guerra del Vietnam e dell'arruolamento nell'esercito è una costante minaccia sul capo degli studenti idonei al servizio militare, e la possibilità di frequentare il college (soprattutto grazie ai soldi di genitori abbienti) è l'unico modo di proteggersi da un destino potenzialmente mortifero. Queste considerazioni non sfuggono al professor Paul Hunham, ciò nonostante il suo modus operandi è improntato su una severità portata agli eccessi, alimentata da un naturale disprezzo (ricambiato, ça va sans dire) verso gli ignoranti ragazzetti figli di papà a cui deve badare quotidianamente, e nemmeno lo spirito natalizio riesce a scalfire il suo carattere intransigente; quando, per una serie di circostanze, Hunham è costretto a rimanere in collegio assieme ai pochi sfortunati impossibilitati a passare le vacanze con le loro famiglie, l'esperienza si prefigura come un incubo, soprattutto per chi proprio non si aspettava di venire lasciato solo a Natale, come il pluriripetente Angus. Partendo da questo presupposto, The Holdovers tratteggia con delicatezza la difficile convivenza tra tre persone di estrazione sociale assai diversa, accomunate da esperienze dolorose che ne hanno segnato il passato e definito il presente. Lo fa senza pietismo, anche se le tragedie che hanno toccato Angus e la cuoca Mary farebbero piangere un sasso, perché "Crying never did nobody no good", come insegna la canzone portante del film (Crying, Laughing, Loving, Lying di Labi Siffre, punta di diamante di una colonna sonora bellissima). I protagonisti di The Holdovers ci provano a non piangere, trincerandosi dietro un egoismo "autoconservativo" che sicuramente consente loro di andare avanti e sopravvivere, ma li priva dell'empatia necessaria per osservare gli altri senza pregiudizi, e il film racconta proprio il loro lento, progressivo e complicato percorso di avvicinamento, conoscenza e conseguente crescita. 


In questo romanzo di formazione senza limiti generazionali, la parte del leone la fanno inevitabilmente gli interpreti. Voi non avete idea di quanto mi abbia resa felice rivedere nel ruolo di protagonista Paul Giamatti, feticcio del cinema indipendente di inizio millennio e ridotto ultimamente a particine in film insulsi. Il suo Paul Hunham ha tutti i difetti del mondo, fisici e caratteriali, è l'essere più respingente del pianeta, eppure è un personaggio adorabile, il cui eloquio forbito unito ad una spietatezza incomparabile mi ha strappato più volte risate di sincero e gioioso entusiasmo. Una performance come quella di Giamatti aveva tutte le carte in regola per mettere in ombra quelle degli altri interpreti, invece sia l'esordiente Dominic Sessa che Da'Vine Joy Randolph riescono a tenergli testa senza problemi, arricchendo di rimando il personaggio di Hunham di nuove sfumature e creando figure tridimensionali indimenticabili. In particolare, stupisce Dominic Sessa per il modo in cui riesce a gestire Angus, conferendo ad un potenziale "galletto" figlio di papà un'enorme fragilità percepibile nello sguardo e negli atteggiamenti, non solo nelle sequenze più tristi, ma anche in quelle dove il confine tra commedia e tragedia è talmente labile da risultare impercettibile. The Holdovers è dunque, principalmente, un successo di sceneggiatura e attori, ma la regia di Alexander Payne conferisce un necessario tocco di malinconia nostalgica che non si limita ad essere un mero omaggio alle pellicole anni '70; la fotografia "invecchiata", la sensazione di freddi mesi invernali e calore natalizio filtrata dalla percezione di chi, essendo giovane, ne avrà per sempre un ricordo indelebile (magari catturandola in fotografie o video d'epoca), quel geniale effetto speciale per cui una caratteristica del volto di Giamatti cambia da una scena all'altra perché Angus non è interessato a guardare con attenzione Hunham, la colonna sonora, la perfetta gestione del ritmo e dei registri della vicenda sono tutte conferme della bravura di un regista che non ha perso smalto. Insomma, io spero di avervi convinti ad andare al cinema a vedere The Holdovers, l'antipasto perfetto per l'imminentissima Award Season e un potenziale "classico natalizio" da guardare e riguardare!


Di Paul Giamatti, che interpreta Paul Hunham, ho già parlato QUI.

Alexander Payne è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Election, A proposito di Schmidt, Sideways - In viaggio con Jack e Paradiso amaro. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 63 anni.


Da'Vine Joy Randolph
interpreta Mary Lamb. Americana, ha partecipato a film come Dolemite Is My Name e Gli Stati Uniti contro Billie Holiday. Ha 38 anni e due film in uscita. 


Il film prende vagamente spunto da Vacanze in collegio, che ha dato a Payne l'idea. Se The Holdovers vi fosse piaciuto potreste recuperarlo e aggiungere L'attimo fuggente, Rushmore e St. Vincent. ENJOY!

venerdì 19 gennaio 2024

Alien (1979)

Mi sono impelagata in una challenge settimanale su Letterboxd (che non so, ovviamente, se riuscirò a mantenere fino a fine anno e che non pubblicherò secondo il calendario, visto che sono già passate due settimane dalla visione del film...) e il primo prompt era "Most popular horror film on your watchlist". La scelta è così caduta su Alien, diretto nel 1979 dal regista Ridley Scott.


Trama: durante il viaggio di ritorno, l'astronave cargo Nostromo riceve un segnale da un altro pianeta. Quello che gli esploratori riportano a bordo è l'inizio di un incubo...


Mi rendo conto ora che la challenge non contemplava rewatch per il primo prompt, quindi mi tocca dichiarare di averla fallita in partenza. Pazienza, erano decenni che non riguardavo Alien e non ne avevo mai parlato sul blog, quindi sono contenta, anche se sarà dura scrivere qualcosa di intelligente che non sia mai stato detto su un riconosciuto capolavoro della fantascienza e dell'horror. Quindi, largo ad impressioni personali e banalità, senza troppi voli pindarici. Alien è il film perfetto per chi, come me, è refrattaria alla fantascienza "cervellotica" e adora l'horror, perché si può tranquillamente riassumere come un creature feature o un home invasion nello spazio, con l'aggiunta di un pizzico di body horror che lo rende ancora più inquietante. La trama, ridotta all'osso, è di una semplicità estrema perché prevede la progressiva morte dei membri dell'equipaggio per mano di una creatura portata a bordo dopo la breve esplorazione di un pianeta ostile e cupo, ma è tutto il "contorno" a contare. Fin dall'inizio, il clima all'interno della Nostromo comunica inquietudine ed incertezza: il viaggio di ritorno dell'equipaggio è stato interrotto dall'intercettazione di una comunicazione misteriosa e, per cause squisitamente contrattuali, gli occupanti dell'astronave sono costretti a fermarsi e indagare. L'impressione inziale che si ha, al di là dell'ovvio scoramento dei personaggi, è che non solo lo spazio esterno sia loro nemico, ma anche la tecnologia interna alla nave, sensazione che viene confermata più avanti nel film. Al di fuori della linda ed asettica sicurezza delle capsule di ipersonno, gli ambienti sono claustrofobici e, sembrerebbe, vetusti, fatti di corridoi male illuminati e sale che danno l'impressione di essere garage o cortili esterni, zeppi come sono di cianfrusaglie impilate e persino danneggiati da una condensa in grado di generare scrosci d'acqua continui. L'unica prova di una tecnologia all'avanguardia è l'esistenza dell'A.I. Mother, ma anche quest'ultima non offre risposta alcuna ai dubbi crescenti del capitano e del suo secondo, anzi, sembra quasi essere andata a scuola da Hal 9000: la vita umana, nello spazio, vale quanto il due di coppe a briscola e può essere facilmente sfruttata, distrutta e rimpiazzata, aggiungendo un ulteriore livello di orrore a quello già incarnato dall'alieno del titolo.


Il facehugger prima e il chestburster poi rappresentano lo schifo primigenio di avere il proprio corpo violato e non potervi porre rimedio, lo xenomorfo nato dal sangue e dalle viscere incarna il terrore di venire cacciati e uccisi da una creatura priva di sentimenti "e per questo perfetta". I risultati, in entrambi i casi, è l'annientamento della vita, forse per questo i protagonisti e unici sopravvissuti sono, rispettivamente, una donna e un gattone. Tra l'altro, Ripley è proprio il personaggio che, per la prima ora, viene messo in ombra dal resto di una ciurma in cui ognuno è dotato di un ruolo archetipico ben definito, con tutto ciò che consegue in termini di sorpresa e coinvolgimento quando quello che si pensava fosse il protagonista viene fatto fuori come gli altri; la stella di Ripley sorge dal nulla, ma quando lo fa non abbiamo occhi che per lei, per la forza che Sigourney Weaver infonde in ogni sguardo, in ogni tentativo di posporre l'ineluttabile maledizione scagliata contro lei e il resto dell'equipaggio da una creatura ancora più deprecabile dell'alieno. Il confronto finale tra la bella, il gatto e la bestia è da antologia, un colpo di coda dopo un piccolo afflato di speranza alla fine di intere mezz'ore passate a non respirare, ed ho sempre amato tantissimo il modo in cui Ripley viene mostrata quasi nuda e quindi ancor più indifesa, mentre indossa biancheria immacolata, costretta ad affrontare una creatura dall'impenetrabile corazza, nera come la pece. E' fin troppo facile immaginare un corpo femminile violato da zanne e denti o, peggio ancora, costretto a dare vita a un altro essere mostruoso, ed è anche per questo che il nostro cuore vola verso la sfortunata fanciulla e continua a tremare anche durante gli scabri titoli di coda, perché come ci si può ancora fidare di una tecnologia che ha causato tanto dolore?


Mi sono riletta un attimo e vedo che ho sproloquiato, ma questo è una specie di diario, non un sito di recensioni serie (che lascio ad altri più esperti di cinema in generale e della saga in particolare), quindi poco importa. Mi preme sottolineare come, nell'anno del Signore 2024, se l'alieno progettato da Giger incute ancora il terrore di Dio e della Madonna (ed è talmente insinuante e pieno di rimandi fallici che non starei nemmeno qui a parlarne, visto che lo fanno tutti), ciò che spezza di più il cuore è vedere quella tavolata iniziale zeppa di talento attoriale, ad oggi decimata. Harry Dean Stanton, John Hurt, Ian Holm e Yaphet Kotto hanno tutti lasciato questo mondo, e vederli lì, giovani e forti, impegnati in ruoli e sequenze talmente iconici da lasciare un segno nella storia del cinema, porta anche i più aperti di mente a diventare vecchi dentro e scuotere la testa al grido di "non ci sono più i film/gli attori di una volta". Scott lo dovrebbe sapere, visto che non comprendo come lo stesso regista di Alien possa avere realizzato una palla pretenziosa e cringe come Napoleon, ma ringraziamo che, all'epoca, avesse talento da vendere e tanta voglia di sperimentare. Alien, infatti, è un miracolo di regia, montaggio, scenografie, colonna sonora ed effetti speciali, un capolavoro che ha generato troppi emuli mediocri e che non bisognerebbe rivedere solo una volta ogni dieci anni, come ho fatto io (a rischio di dimenticare dettagli fondamentali. Ma questo si chiama Alzheimer, mi sa), ma dedicargli almeno un omaggio all'anno. Un buon proposito da mantenere per il futuro!


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Tom Skerritt (Dallas), Sigourney Weaver (Ripley), Veronica Cartwright (Lambert), Harry Dean Stanton (Brett), John Hurt (Kane), Ian Holm (Ash), Yaphet Kotto (Parker) li trovate invece ai rispettivi link.


Per il ruolo di Ripley, la scelta era tra Sigourney Weaver e Meryl Streep, ma quest'ultima, all'epoca, era in lutto per la morte del compagno John Cazale; Harrison Ford ha invece rifiutato il ruolo di Dallas. La saga di Alien è proseguita con Aliens - Scontro finale, Alien 3, Alien - La clonazione, Prometheus, Alien: Covenant e l'aggiunta degli spin-off Alien vs Predator e Aliens vs. Predator 2. Se il genere vi piace, recuperateli tutti! ENJOY!

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