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venerdì 19 gennaio 2024

Alien (1979)

Mi sono impelagata in una challenge settimanale su Letterboxd (che non so, ovviamente, se riuscirò a mantenere fino a fine anno e che non pubblicherò secondo il calendario, visto che sono già passate due settimane dalla visione del film...) e il primo prompt era "Most popular horror film on your watchlist". La scelta è così caduta su Alien, diretto nel 1979 dal regista Ridley Scott.


Trama: durante il viaggio di ritorno, l'astronave cargo Nostromo riceve un segnale da un altro pianeta. Quello che gli esploratori riportano a bordo è l'inizio di un incubo...


Mi rendo conto ora che la challenge non contemplava rewatch per il primo prompt, quindi mi tocca dichiarare di averla fallita in partenza. Pazienza, erano decenni che non riguardavo Alien e non ne avevo mai parlato sul blog, quindi sono contenta, anche se sarà dura scrivere qualcosa di intelligente che non sia mai stato detto su un riconosciuto capolavoro della fantascienza e dell'horror. Quindi, largo ad impressioni personali e banalità, senza troppi voli pindarici. Alien è il film perfetto per chi, come me, è refrattaria alla fantascienza "cervellotica" e adora l'horror, perché si può tranquillamente riassumere come un creature feature o un home invasion nello spazio, con l'aggiunta di un pizzico di body horror che lo rende ancora più inquietante. La trama, ridotta all'osso, è di una semplicità estrema perché prevede la progressiva morte dei membri dell'equipaggio per mano di una creatura portata a bordo dopo la breve esplorazione di un pianeta ostile e cupo, ma è tutto il "contorno" a contare. Fin dall'inizio, il clima all'interno della Nostromo comunica inquietudine ed incertezza: il viaggio di ritorno dell'equipaggio è stato interrotto dall'intercettazione di una comunicazione misteriosa e, per cause squisitamente contrattuali, gli occupanti dell'astronave sono costretti a fermarsi e indagare. L'impressione inziale che si ha, al di là dell'ovvio scoramento dei personaggi, è che non solo lo spazio esterno sia loro nemico, ma anche la tecnologia interna alla nave, sensazione che viene confermata più avanti nel film. Al di fuori della linda ed asettica sicurezza delle capsule di ipersonno, gli ambienti sono claustrofobici e, sembrerebbe, vetusti, fatti di corridoi male illuminati e sale che danno l'impressione di essere garage o cortili esterni, zeppi come sono di cianfrusaglie impilate e persino danneggiati da una condensa in grado di generare scrosci d'acqua continui. L'unica prova di una tecnologia all'avanguardia è l'esistenza dell'A.I. Mother, ma anche quest'ultima non offre risposta alcuna ai dubbi crescenti del capitano e del suo secondo, anzi, sembra quasi essere andata a scuola da Hal 9000: la vita umana, nello spazio, vale quanto il due di coppe a briscola e può essere facilmente sfruttata, distrutta e rimpiazzata, aggiungendo un ulteriore livello di orrore a quello già incarnato dall'alieno del titolo.


Il facehugger prima e il chestburster poi rappresentano lo schifo primigenio di avere il proprio corpo violato e non potervi porre rimedio, lo xenomorfo nato dal sangue e dalle viscere incarna il terrore di venire cacciati e uccisi da una creatura priva di sentimenti "e per questo perfetta". I risultati, in entrambi i casi, è l'annientamento della vita, forse per questo i protagonisti e unici sopravvissuti sono, rispettivamente, una donna e un gattone. Tra l'altro, Ripley è proprio il personaggio che, per la prima ora, viene messo in ombra dal resto di una ciurma in cui ognuno è dotato di un ruolo archetipico ben definito, con tutto ciò che consegue in termini di sorpresa e coinvolgimento quando quello che si pensava fosse il protagonista viene fatto fuori come gli altri; la stella di Ripley sorge dal nulla, ma quando lo fa non abbiamo occhi che per lei, per la forza che Sigourney Weaver infonde in ogni sguardo, in ogni tentativo di posporre l'ineluttabile maledizione scagliata contro lei e il resto dell'equipaggio da una creatura ancora più deprecabile dell'alieno. Il confronto finale tra la bella, il gatto e la bestia è da antologia, un colpo di coda dopo un piccolo afflato di speranza alla fine di intere mezz'ore passate a non respirare, ed ho sempre amato tantissimo il modo in cui Ripley viene mostrata quasi nuda e quindi ancor più indifesa, mentre indossa biancheria immacolata, costretta ad affrontare una creatura dall'impenetrabile corazza, nera come la pece. E' fin troppo facile immaginare un corpo femminile violato da zanne e denti o, peggio ancora, costretto a dare vita a un altro essere mostruoso, ed è anche per questo che il nostro cuore vola verso la sfortunata fanciulla e continua a tremare anche durante gli scabri titoli di coda, perché come ci si può ancora fidare di una tecnologia che ha causato tanto dolore?


Mi sono riletta un attimo e vedo che ho sproloquiato, ma questo è una specie di diario, non un sito di recensioni serie (che lascio ad altri più esperti di cinema in generale e della saga in particolare), quindi poco importa. Mi preme sottolineare come, nell'anno del Signore 2024, se l'alieno progettato da Giger incute ancora il terrore di Dio e della Madonna (ed è talmente insinuante e pieno di rimandi fallici che non starei nemmeno qui a parlarne, visto che lo fanno tutti), ciò che spezza di più il cuore è vedere quella tavolata iniziale zeppa di talento attoriale, ad oggi decimata. Harry Dean Stanton, John Hurt, Ian Holm e Yaphet Kotto hanno tutti lasciato questo mondo, e vederli lì, giovani e forti, impegnati in ruoli e sequenze talmente iconici da lasciare un segno nella storia del cinema, porta anche i più aperti di mente a diventare vecchi dentro e scuotere la testa al grido di "non ci sono più i film/gli attori di una volta". Scott lo dovrebbe sapere, visto che non comprendo come lo stesso regista di Alien possa avere realizzato una palla pretenziosa e cringe come Napoleon, ma ringraziamo che, all'epoca, avesse talento da vendere e tanta voglia di sperimentare. Alien, infatti, è un miracolo di regia, montaggio, scenografie, colonna sonora ed effetti speciali, un capolavoro che ha generato troppi emuli mediocri e che non bisognerebbe rivedere solo una volta ogni dieci anni, come ho fatto io (a rischio di dimenticare dettagli fondamentali. Ma questo si chiama Alzheimer, mi sa), ma dedicargli almeno un omaggio all'anno. Un buon proposito da mantenere per il futuro!


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Tom Skerritt (Dallas), Sigourney Weaver (Ripley), Veronica Cartwright (Lambert), Harry Dean Stanton (Brett), John Hurt (Kane), Ian Holm (Ash), Yaphet Kotto (Parker) li trovate invece ai rispettivi link.


Per il ruolo di Ripley, la scelta era tra Sigourney Weaver e Meryl Streep, ma quest'ultima, all'epoca, era in lutto per la morte del compagno John Cazale; Harrison Ford ha invece rifiutato il ruolo di Dallas. La saga di Alien è proseguita con Aliens - Scontro finale, Alien 3, Alien - La clonazione, Prometheus, Alien: Covenant e l'aggiunta degli spin-off Alien vs Predator e Aliens vs. Predator 2. Se il genere vi piace, recuperateli tutti! ENJOY!

domenica 29 settembre 2019

Bollalmanacco On Demand: Inland Empire - L'impero della mente (2006)

Dopo millemila giorni torna il Bollalmanacco On Demand. Ce n'è voluta, eh, ma alla fine sono riuscita a finire di vedere Inland Empire - L'impero della mente (Inland Empire), scritto e diretto nel 2006 dal regista David Lynch e chiesto dall'adorata amica Silvia. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Penelope. ENJOY!


Trama: dopo avere ottenuto il ruolo tanto desiderato, un'attrice smette di distinguere la realtà dalla finzione e si perde in un allucinante trip di eventi...



Siccome di Inland Empire non si può proprio parlare, vi tedierò un po' con qualche aneddoto personale che giustifica anche perché ci ho messo così tanto per sfornare un nuovo post On Demand. L'ultimo lungometraggio di David Lynch (se non vogliamo considerare tale l'ultima serie di Twin Peaks) dura quasi tre ore e io, ovviamente, tutto questo lusso temporale non ce l'ho. Sono vecchia, ormai ho 38 anni, prima delle 21.30 non riesco a cominciare a guardare film (e considerate che questo non l'ho nemmeno proposto al Bolluomo, ci mancherebbe) e ammetto che ogni volta Inland Empire mi faceva crollare tra le braccia di Morfeo dopo 15/20 minuti al massimo; ho provato a guardarlo al mattino, mentre facevo colazione, e talvolta mi veniva da dormire anche lì, a rischio di pucciare la faccia nel tea. Insomma, un successone. Probabilmente Lynch riderebbe di me, oppure magari mi direbbe che il modo migliore per fruire di Inland Empire è proprio lasciare che le immagini del film si mescolino a quel meraviglioso momento in cui la mente svariona prima di abbandonarsi al sonno e ai sogni, mentre gli amanti di Lynch e i cinèfili degni di questo nome mi ricopriranno di insulti e ignominia perpetua. Vi do ragione, per carità, ma a mia discolpa posso dire di averci provato e di essere stata onesta: "qualcuno", messo davanti ai miei evidenti limiti e di fronte alla mia richiesta di aiuto, mi ha detto "leggiti qualche recensione in giro e prova a fartene una tua idea, simulando di averlo visto. Magari dilungati sul fatto che è un film molto lynciano, con degli attori molto lynciani... con un po' di pratica vedrai che riuscirai a scrivere lunghissimi post anche sul nulla cosmico. In fondo è quello che fanno i critici cinematografici stipendiati... mica li guardano per davvero i film". Come dargli torto, in effetti? Perfetto, allora la butto lì: Inland Empire è un film importantissimo, un pugno nello stomaco, indispensabile, lynchiano, perturbante, inquietante e, soprattutto, disturbante. Di sicuro ho azzeccato tutti i termini giusti, il post potrebbe anche essere finito qui, nevvero?


Dai, si scherza. Però diamine, leggenda narra che Lynch abbia telefonato alla Dern e, manco fosse Uma Thurman nella pubblicità della Schweppes, le abbia detto "ti va di sperimentare?" e di sicuro né lui né gli attori coinvolti sono riusciti a spiegare in che diamine consista Inland Empire quindi come posso riuscirci io? E soprattutto, perché dovrei? Lì per lì, tra l'altro, Inland Empire ti gabba, infido, e salvo un siparietto con una sit-com a base di conigli antropomorfi e gente che parla in ungherese, ti illude che abbia una trama: un'attrice moglie di un marito orco ottiene il ruolo tanto agognato e finisce preda, nonostante mille avvertimenti, del co-protagonista donnaiolo, al punto da confondere la vera se stessa con il personaggio che sta interpretando, mentre cominciano a circolare voci inquietanti sull'impossibilità di concludere le riprese di un film già naufragato una volta per motivi mai chiariti. Una trama interessante, che già di per sé titillerebbe l'attenzione dello spettatore e di tutti i fan di Lynch. Peccato che quest'ultimo non avesse intenzione di dirigere un lungometraggio, bensì una serie di "corti" che alla fine lo sono diventati e che hanno creato un trip cinematografico senza capo né coda, senza unità di tempo o spazio, un'infinita serie di suggestioni che sta allo spettatore scegliere come vivere e, probabilmente, come interpretare. Passato, presente e futuro non esistono più, c'è un continuo stream of consciousness che definire tale sarebbe comunque improprio, perché il punto di vista non è sempre quello di Nikki/Susan e talvolta vengono inseriti altri personaggi protagonisti di vicende proprie, che possono essere legate o slegate da quella principale, che comunque principale non è. Insomma, un casino vero, e rimanerne affascinati o meno dipende dalla disposizione d'animo dello spettatore.


Io, lo ammetto, andavo a momenti. L'atavico istinto di horroromane unito alla pavloviana memoria dei migliori istanti twinpeaksiani mi ha portata ad apprezzare moltissimo gli infiniti corridoi in cui si perde Laura Dern, bui salvo per luci rossastre, tendaggi, pavimenti con pattern assai simili a quelli della Loggia Nera, gente deforme che strilla sconvolta in camera, persone che appaiono e scompaiono senza un perché; oppure, le assurde sequenze in cui la gente canta e balla, d'amblé, con altri posti a fare i silenziosi testimoni della follia, ma anche il momento in cui la senzatetto asiatica in botta racconta la sua assurda storia, per non parlare della sempre meravigliosa Grace Zabriskie, la cui sola presenza a me fa gelare il sangue nelle vene. La Dern meriterebbe l'applauso per il modo in cui asseconda ogni pazzia di Lynch senza perdere bravura o dignità, ché son tutti buoni a far gli attori per il depresso Von Trier, ma non vorrei essere nei panni di chi legge uno script di Lynch e affida l'anima al Sacro Cuore di Maria ad ogni ciak, sperando di non sbagliare o non fare una figura barbina imboccando invece la strada per il ridicolo involontario. Per contro, all'ennesimo dialogo tra polacchi e davanti alla fissità di uno psicologo che guardava la Dern con la stessa mia faccia disinteressata e annoiata, avrei voluto che il mio cervello partisse per l'Inland Empire dei sogni per non tornare mai più e ammetto, comunque, di avere fatto una fatica incredibile ad arrivare al termine di una visione protrattasi più o meno per una settimana, segno che questo Lynch sperimentatore ed estremo non fa proprio per me, per quanto gli riconosca una dignità artistica e visionaria senza pari. Di sicuro, la visione di Inland Empire è un'esperienza che consiglio, almeno una volta nella vita, ma dubito che io stessa la ripeterò.


Del regista e sceneggiatore David Lynch, anche voce di Bucky J, ho già parlato QUI. Grace Zabriskie (visitatore n. 1), Laura Dern (Nikki Grace/Susan Blue), Jeremy Irons (Kingsley Stewart), Justin Theroux (Devon Berk/Billy Side), Harry Dean Stanton (Freddie Howard), William H. Macy (Annunciatore), Laura Harring (Ospite alla festa/Jane Rabbit) e Naomi Watts (voce di Suzie Rabbit) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra le guest star compaiono Nastassja Kinski nei panni della signora e Ben Harper in quelli del pianista. Il film ha un "sequel" o, meglio, è affiancato da una raccolta di scene eliminate dal titolo More Things That Happened, uscito nel 2007 come appendice alle edizioni video del film. Se Inland Empire vi fosse piaciuto, ovviamente, recuperatelo, e aggiungete il resto della filmografia di David Lynch. ENJOY!

mercoledì 27 marzo 2019

Christine - La macchina infernale (1983)

Era nella lista dei "film da vedere" su Netflix da qualche tempo e un paio di sere fa ho quindi guardato assieme al Bolluomo Christine - La macchina infernale (Christine), diretto nel 1983 dal regista John Carpenter e tratto dal romanzo omonimo di Stephen King.



Trama: Arnie, ragazzino sfigato e vessato, si invaghisce letteralmente dell'automobile chiamata Christine e si impegna a restaurarla a dovere. Christine nasconde però un terribile segreto e una volontà omicida...



Non vedevo Christine - La macchina infernale da parecchi anni, più o meno tanti quanti la prima e ultima volta che ho letto Christine di Stephen King. Onestamente, all'epoca (credo fosse un'estate ai tempi dell'università) non mi erano piaciuti granché né il libro, che in effetti ricordo pochissimo, né il film e riguardando quest'ultimo qualche sera fa ho temuto, con tutto il rispetto per Carpenter, che mi sarei fatta due palle cubiche. Invece, pur continuando a non essere il miglior Carpenter (almeno a parer mio) e pur non riuscendo minimamente a provare ansia all'idea di una macchina senziente che uccide le persone, ammetto di essermi divertita guardando Christine - La macchina infernale, perfetto da prendere come "b-movie" per una serata senza troppe pretese. Messo da parte, infatti, il risvolto "spettrale" di Stephen King, nel cui romanzo la Plymouth Fury era posseduta dallo spirito del precedente proprietario, Christine si concentra su una storia di amore, ossessione e reciproca dipendenza, una "follia sentimentale" dove lo sfigatello Arnie riesce a superare tutti i suoi limiti onde compiacere un'automobile, aggiustandola e facendosi aggiustare a sua volta, con sommo scorno di amici, fidanzata e familiari. A Christine, rossa di fuoco, vengono attribuite tutte le caratteristiche di una femme fatale e, come tale, non è un caso che voglia il protagonista tutto per sé, arrivando a provare un'inaudita gelosia per la bella Leigh, sogno proibito di tutti i ragazzi della scuola, anche del migliore amico di Arnie, il giocatore di football Dennis. Il quale, probabilmente, è uno dei motivi per cui Arnie decide di trovare qualcosa di "suo", così da uscire dall'ombra di un amico gentile e protettivo ma comunque, in qualche modo, superiore sia per bellezza che per carisma. Quella di Christine è dunque la tipica situazione da teen horror, in cui il ragazzetto vessato dai bulli e sfigatello trova un modo assai pericoloso per assicurarsi il riscatto sociale e la vendetta, con tutte le conseguenze del caso.


Dispiace, ovviamente, che un budget risicato causato dall'insuccesso commerciale de La cosa abbia trasformato Christine - La macchina infernale da un potenziale macello a un film dove il gore è praticamente assente e gli omicidi della macchina senziente vengono tagliati sul più bello (per dire, a momenti è più splatter Brivido) ma lo stesso, già che ho nominato Brivido, la mano del Maestro si vede e, nonostante questo sia palesemente un lavoro girato a scopi alimentari, Carpenter è riuscito a confezionare delle sequenze che fanno scuola ancora oggi. Una su tutte, neanche a dirlo, è la scena in cui lo spettatore si ritrova davanti la soggettiva di Christine mentre insegue una delle sue vittime su strade buie, alternata a riprese in cui la macchina è in fiamme, come un incubo uscito direttamente dall'inferno, ma anche la claustrofobica scena della morte del ciccio, con le "zanne" di Christine sempre più vicine, a mo' di squalo, è girata divinamente, per non parlare della sensualissima presa di coscienza di Arnie, con quel suo "fammi vedere" nemmeno si trovasse davanti Kim Basinger in 9 settimane e mezzo. Altro punto a favore del film è la colonna sonora, composta in gran parte da pezzi anni '50 sparati a tutto volume dall'autoradio di Christine e scelti palesemente in base all'umore della macchina, quindi melensi e sdolcinati in presenza dell'amato Arnie, più significativi e badass durante i momenti di vendetta, con la Bad to the Bone di George Thorogood ad aprire i film sottolineando la natura maligna della Plymouth. In sostanza, Christine - La macchina infernale si è rivelato un film più godibile di quanto ricordassi e vi consiglierei di farci un pensiero prima che lo tolgano dal catalogo Netflix!


Del regista John Carpenter ho già parlato QUI. Harry Dean Stanton (detective Rudolph Jenkins) e Kelly Preston (Roseanne) li trovate invece ai rispettivi link.


Keith Gordon, che interpreta Arnie, è diventato col tempo più regista televisivo che attore e sua è la mano dietro a molti episodi di Dexter, The strain, Fargo e persino Legion mentre Alexandra Paul, che interpreta Leigh Cabot, sarebbe entrata a far parte del cast fisso di Baywatch. Se vi chiedete poi dove avete già visto il volto stralunato di uno degli amichetti di Buddy, provate a ricordare Ghostbusters e gli esperimenti del Dr. Venkmann con gli studenti! Il ruolo di Arnie era stato offerto a Kevin Bacon, che lo ha rifiutato per partecipare a Footlose, mentre pare che Nicolas Cage avesse fatto l'audizione per il ruolo di Buddy. Detto questo, se Christine - La macchina infernale vi fosse piaciuto, recuperate La macchina nera, Duel, Brivido e Grindhouse - A prova di morte. ENJOY!


mercoledì 3 ottobre 2018

Bollalmanacco On Demand: Una storia vera (1999)

L'estate mi ha causato un po' di deboscia, al punto che ho lasciato perdere la rubrica On Demand. Si ricomincia oggi con Una storia vera (The Straight Story), diretto nel 1999 dal regista David Lynch e chiesto a gran voce dalla blogger Arwen Lynch. Il prossimo film On Demand sarà Southland Tales - Così finisce il mondo. ENJOY!


Trama: un vecchio e testardo contadino decide di partire dall'Iowa a bordo di un tosaerba per raggiungere il fratello, colpito da un infarto.


Andando a cercare la parola "straight" su un dizionario si viene a scoprire che il termine inglese ha parecchi significati in italiano. "Dritto", nel senso di "non storto", è la prima traduzione che ci viene fornita, ma anche "diretto", ovvero "senza fermate", proseguendo con "franco, sincero", per finire con "normale, ordinario". Una storia vera è tutte queste cose e anche di più. Innanzitutto, rispetto agli altri film diretti da David Lynch è molto lineare, questo è vero, anche perché la sceneggiatura è stata affidata a John Roach e Mary Sweeney, che l'hanno scritta partendo dall'incredibile storia vera di Alvin Straight, anziano signore che ha scelto di compiere un viaggio lunghissimo a bordo di un tosaerba perché privo di patente. Abituata come sono a trovarmi davanti sdoppiamenti di personalità, personaggi ambigui, salti temporali e quant'altro, l'idea che un regista come Lynch potesse dirigere un film con un inizio e una fine comprensibili, un road movie atipico e riflessivo, non l'avrei potuta concepire in mille anni, invece eccola qui. Il ritmo della pellicola è lento, misurato, specchio perfetto del tramonto di una vita vissuta nella sua pienezza ma ancora, in qualche modo, turbata da questioni lasciate in sospeso che nemmeno la vecchiaia con tutti i suoi disagi e i suoi malanni può rendere meno pressanti; per la serie, non importa quando si arriva, basta arrivare, Alvin prende baracca e burattini e parte con il suo tosaerba scalcinato, in barba alle perplessità di amici e concittadini, imbarcandosi in un viaggio che non è solo una prova di forza e coraggio ma anche, soprattutto, l'espressione del forte desiderio di rimediare ad un grosso errore prima che sia troppo tardi, mostrando al fratello la grandezza del proprio amore per lui. "Straight", quindi, come diretto, perché Alvin non vuole prendere scorciatoie né accettare passaggi, nonostante fermate nel suo viaggio ce ne siano. Sono fermate necessarie e non solo per questioni di denaro e manutenzione della falciatrice, ma anche per condividere tormenti, esperienza e consigli con le anime che interrompono la loro routine quotidiana per avvicinarsi a quel vecchio particolare invece di limitarsi a classificarlo come "eccentrico", ascoltando la sua storia e raccontandogli le loro. E pensare che, in tutto questo, Alvin non si sente per nulla speciale, come se percorrere quasi 400 km con un tosaerba sia cosa da tutti i giorni.


E allora, "Straight" come franco, sincero. Come tutti gli anziani, Alvin in realtà forse è più testardo che sincero e il suo passato, come vedremo, nasconde più di un'ombra, eppure la purezza delle sue intenzioni è indubitabile, così come l'amore che prova per la figlia Rose e per quel fratello che da anni non vede. Allo stesso modo, sono sincere le sue emozioni, interamente riflesse nel meraviglioso volto di Richard Farnsworth, capace di commuovere e coinvolgere lo spettatore dalla prima all'ultima scena. L'attore, fiaccato da un cancro alle ossa che lo avrebbe portato a suicidarsi l'anno successivo, si mette a nudo davanti alla cinepresa di Lynch, con tutte le sue rughe, il suo dolore reale (l'attore non usava due bastoni per esigenze di copione ma proprio a causa della malattia), i suoi occhi bellissimi e e lucidi, che colgono la bellezza di un'America rurale che la velocità e l'abitudine rischiano di rendere banale e scontata, dai campi di grano ai boschi, dalle strade senza fine al ponte sul Mississippi. Paesaggi "normali", così come normale è la storia di Alvin, almeno dal suo punto di vista, che vengono messi su pellicola da un Lynch delicato e poetico, la cui cinepresa cattura l'America e la rende meravigliosa pur con tutti i suoi difetti, in primis la piccineria quasi grottesca dei suoi abitanti, concretizzati qui in un piccolo campionario di freaks degni di Twin Peaks, i gemelli meccanici in primis. Piccoli tocchi Lynchiani, non limitati solo ad attori feticcio adorabili, che si fanno strada assieme al bellissimo e struggente score del fido Angelo Badalamenti e vanno ad arricchire una storia "straight", la storia vera del vero Alvin Straight, rendendola una vicenda poetica d'incredibile umanità, senza eroi né persone fuori dal comune, ma lo stesso incredibilmente toccante ed indimenticabile. In poche parole, un film da non perdere, soprattutto se non amate lo stile onirico di Lynch che qui si è preso una meritata pausa.


Del regista David Lynch ho già parlato QUI. Richard Farnsworth (Alvin), Sissy Spacek (Rose), Everett McGill (Tom) e Harry Dean Stanton (Lyle) li trovate invece ai rispettivi link.


Chris Farley avrebbe dovuto essere nel film assieme al fratello ma l'attore è venuto a mancare nel 1997 mentre tra i papabili interpreti di Alvin figuravano James Coburn, John Hurt, Jack Lemmon e Gregory Peck; Richard Fansworth è stato tra i nominati all'Oscar come miglior attore protagonista nel 2000 ma quell'hanno ha vinto Kevin Spacey con American Beauty. Se Una storia vera vi fosse piaciuto recuperate Nebraska. ENJOY! 

domenica 21 maggio 2017

Fuoco cammina con me (1992)

Ci siamo arrivati, finalmente. Oggi in America uscirà la prima puntata della nuova serie di Twin Peaks e io sono talmente in fibrillazione che ho deciso di festeggiare ripassando con Fuoco cammina con me (Twin Peaks: Fire Walk with Me), diretto e co-sceneggiato nel 1992 dal regista David Lynch.


Trama: nella città di Deer Meadows, due agenti dell'FBI indagano sulla morte della giovane Theresa Banks e uno dei due scompare misteriosamente. Un anno dopo, a Twin Peaks, Laura Palmer affronta gli angoscianti ultimi giorni della sua vita...



Pare che David Lynch abbia detto che Fuoco cammina con me sarà fondamentale per la terza stagione della sua creatura televisiva. Buono a sapersi, visto che io, alla veneranda età di 36 anni e al mio quarto recupero dell'intera serie, non avevo ancora avuto modo di guardare lo sfortunato film che fa da prequel all'intera vicenda. Perché dico sfortunato? Beh, perché nel 1992 se l'erano filato in pochi, di Laura Palmer non fregava più nulla a nessuno, per l'undicenne Bolla c'era un simpatico divieto ai minori di 14 anni a bloccare l'ingresso al cinema e al momento del passaggio televisivo i miei pensieri erano già lontani da una serie che avevo concluso solo "per sentito dire", troppo terrificante e complicata per una bambina delle elementari. All'età di 36 anni sono dunque arrivata vergine all'appuntamento con Fuoco cammina con me e me lo sono goduto tutto, dall'inizio alla fine, senza guide, teorie complottistiche, trattati sulle Logge, tomi dedicati a Lynch e quant'altro: me lo sono goduto come il pezzo mancante di una serie che ho imparato ad amare, al netto dei riferimenti Lynchiani e dello stile particolare del regista, cercando risposte a domande che mi porto dietro da più di vent'anni e rimanendo sconcertata davanti all'insorgere di nuovi dubbi. Che fine ha fatto l'agente Desmond? Chi diamine è Judy? E il gigante perché non c'era? Immagino che lo zoccolo duro di fan avrà una risposta a tutte queste domande e mi riderà dietro ma io non leggo da anni Il Diario segreto di Laura Palmer (dietro c'è una storia simpatica ma non voglio annoiarvi), non sono riuscita ad acquistare e leggere The Secret History of Twin Peaks e dubito, purtroppo e pur avendo la fighissima edizione bluray che comprende l'opera omnia TwinPeaksiana, di riuscire a guardare entro domenica Twin Peaks: The Missing Pieces, un'ora e mezza di scene eliminate da Fuoco cammina con me, quindi mi ritrovo persa come un tacchino (gobble, gobble) nel mais o nella garmonbozia, fate voi.


Il limite che, a mio avviso, ha segnato il flop di Fuoco cammina con me è semplicemente quello di essere stato realizzato esclusivamente per chi aveva seguito Twin Peaks all'epoca e di essere non tanto un film DI Lynch quanto un film SU Twin Peaks, impossibile da vedere come pellicola a sé stante e giustamente incomprensibile per lo spettatore occasionale. Siccome ho avuto pietà del Bolluomo e non gliel'ho fatto guardare non saprei definire il valore di Fuoco cammina con me slegato dalla serie televisiva. Probabilmente, preso da solo, come horror psicologico non varrebbe una cicca e risulterebbe, soprattutto nella parte introduttiva legata all'omicidio di Theresa Banks, un'accozzaglia di personaggi, visioni ed elementi inquietanti ma inutili, capaci di scoraggiare il 90% degli spettatori. La seconda parte, quella dedicata agli ultimi giorni di Laura Palmer, è invece più "coerente" e compatta, per quanto anch'essa zeppa di elementi che ad un non fan della serie rischiano di dire poco o nulla. Spogliato da tutti i suoi orpelli, Fuoco cammina con me verte sulla discesa all'inferno di una ragazza costretta a vivere ogni notte un trauma terribile, trascinata lentamente ma inesorabilmente verso un "lato oscuro" che la priva delle sue ultime vestigia di innocenza; Laura fa uso di cocaina, si prostituisce, beve, ferisce chi ama, perverte letteralmente il sogno della reginetta del paese diventando oggetto sessuale per quasi tutti gli uomini che hanno a che fare con lei, tutto per sfuggire a quell'oscurità che inesorabilmente la reclama a sé dall'età di dodici anni. Gli ultimi giorni della ragazza sono un tripudio di angoscia, costellati di goffi tentativi di chiedere aiuto (che piacere rivedere lo sfortunato Harold!) e vaghi attimi di lucidità in cui Laura cerca di allontanare da sé le uniche due persone innocenti che ancora le sono amiche, la fida Donna e l'amato James, troppo ingenui e "puri" per venire sporcati dal male che infesta il corpo e l'anima della bionda antieroina. Come già nella serie, la partita per l'anima di Laura viene giocata sia nella realtà tangibile sia nella misteriosa Loggia Nera, popolata da spiriti dagli scopi imperscrutabili che si nutrono del dolore umano, e queste due dimensioni spesso si incontrano e si annullano, così come accade al tempo e allo spazio, in un modo che solo pochi eletti (Cooper, la signora del ceppo, gli ospiti degli spiriti, solo per fare qualche nome) riescono a cogliere senza comprenderlo nella sua interezza. Ma qui, ovviamente, si sconfina nel lynchiano e nel territorio strettamente legato a Twin Peaks.


Come ho già detto, è durante la prima parte del film che lo spettatore occasionale rischia di arrendersi ed è lì che si annidano le domande più insidiose anche per chi ha seguito la serie. Le beghe interne all'FBI e i misteri che circondano Dale Cooper, Philip Jeffries e Chester Desmond sono apparentemente poco legati al cuore della storia di Laura Palmer (benché anche chi non conosce Twin Peaks possa facilmente intuire che il destino di Cooper andrà prima o poi a scontrarsi con quello della biondona) e rischiano di sembrare un riempitivo messo lì giusto per allungare il già corposo metraggio della pellicola. In realtà, tutto fa parte di un puzzle rimasto incompiuto, persino quel David Bowie che compare per pochissimo e che, da vero Uomo caduto sulla terra, è probabilmente rimasto preso nelle maglie della Loggia Nera così come il povero Chester Desmond, avvicinatosi troppo a misteri dai quali non è riuscito a proteggerlo neppure l'addestramento del peculiare Gordon Cole, agente dell'FBI criptico quanto il regista di cui è l'alter ego (o viceversa). Alter ego, doppi negativi (di personaggi o città, ho adorato come Deer Meadows fosse la versione maligna di Twin Peaks), luce vs tenebra, sogni e visioni, sono tutti temi cari a Lynch che tornano prepotenti in questo Fuoco cammina con me, anche se magari non proprio in maniera coerentissima o limpida, e rendono la pellicola un'opera affascinante benché imperfetta, tanto che alla fine delle due ore pare quasi di riemergere da un mondo altro, molto lontano ma anche incredibilmente vicino, ché il male si annida ove meno ci aspetteremmo. Dopo tutto quello che ho scritto vi parrà strano che abbia preferito la prima parte della pellicola alla seconda ma la verità è che adoro personaggi come Cole e Albert (Ciao Miguel, mi mancherai tantissimo...) e vedere un Kiefer Sutherland in versione Stanlio, timidino e pieno di tic, mi ha ricordato molto le atmosfere ironiche di Twin Peaks, atmosfere di cui questo cupissimo prequel difetta, inoltre per un attimo ho sperato in un bell'approfondimento degli spiriti che infestano la Loggia Nera (chi è la vecchia con la borsa del ghiaccio sull'occhio, tra l'altro?), Mrs. Tremond e nipote in primis. Di Laura Palmer o del suo desiderio di autodistruzione non me ne è mai potuto importare di meno, diciamo la verità, inoltre l'interpretazione di Sheryl Lee, con tutto il rispetto, fa spesso cadere le braccia e nella parte dedicata a Twin Peaks mancano troppi personaggi amatissimi, Audrey Horne e Garland Briggs in primis. Unica nota positiva per quel che riguarda il cast è la sostituzione di Laura Flynn Boyle, che ho sempre trovato inadatta al ruolo di Donna Hayward, con Moira Kelly dai grandi occhi innocenti, perfetta per incarnare l'ingenuità un po' invidiosa e un po' sognatrice della migliore amica di Laura. Avendo già scritto un papiro mi fermo qui anche se ci sarebbero mille altre cose da dire: aspetto di recuperare i Missing Pieces e mi preparo spiritualmente per domenica, magari facendo un po' di meditazione alla Dale Cooper! Daje, Coop!


Del regista e sceneggiatore David Lynch, che interpreta anche Gordon Cole, ho già parlato QUI. Sheryl Lee (Laura Palmer), Ray Wise (Leland Palmer), Mädchen Amick (Shelly Johnson), Dana Ashbrook (Bobby Briggs), David Bowie (Philip Jeffries), Miguel Ferrer (Albert Rosenfeld), Heather Graham (Annie Blackburn), Jürgen Prochnow (l'uomo del legno), Harry Dean Stanton (Carl Rodd), Kiefer Sutherland (Sam Stanley), Grace Zabriskie (Sarah Palmer) e Kyle MacLachlan (Dale Cooper) li trovate invece ai rispettivi link.

James Marshall interpreta James Hurley. Americano, ha partecipato a film come Codice d'onore e a serie quali La signora in giallo, Genitori in blue jeans e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, ha 50 anni ed è uno dei membri del cast che tornerà anche nella nuova serie di Twin Peaks.


Frances Bay interpreta Mrs Tremond. Canadese, la ricordo per film come Terrore in cima alle scale, Velluto blu, I gemelli, Cuore selvaggio, Aracnofobia, Il pozzo e il pendolo, Critters 3, Il seme della follia e Inspector Gadget, inoltre ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak, I Jefferson, Hazzard, Happy Days, Casa Keaton, Saranno famosi, Santa Barbara, ALF, I racconti della cripta, I segreti di Twin Peaks, Hunter, X-Files, La signora in giallo, Clueless, Seinfeld, E.R. Medici in prima linea, Streghe, Tutto in famiglia, Hannah Montana e Grey's Anatomy. E' morta nel 2011, all'età di 92 anni.


Fuoco cammina con me avrebbe dovuto essere il primo di una serie di film atti ad esplorare la mitologia della Loggia Nera ma lo scarso successo della pellicola (e lo scarso entusiasmo degli attori, visto che persino MacLachlan ha tentennato a presenziare nei panni di Cooper mentre Sherilyn Fenn, Lara Flynn Boyle e Richard Beymer hanno direttamente dato forfait) ha portato Lynch ad abbandonare il progetto. Come ho già accennato nel post, Fuoco cammina con me può essere considerato il prequel di Twin Peaks quindi, se vi fosse piaciuto, recuperate I segreti di Twin Peaks, gli altri film di David Lynch e... preparatevi, che da stasera si ricomincia!! ENJOY!


venerdì 9 gennaio 2015

Bollalmanacco On Demand: Cuore selvaggio (1990)

Anno nuovo, On Demand nuovo! Oggi esaudirò una richiesta di Arwen Lynch e parlerò di Cuore Selvaggio (Wild at Heart), diretto e sceneggiato da David Lynch nel 1990, partendo dal romanzo omonimo di Barry Gifford. Il prossimo On Demand non riguarderà un film, bensì una miniserie, Angels in America! ENJOY!


Trama: Sailor e Lula, due giovani innamorati, fuggono verso la California per evitare che la madre di lei li separi e anche per fuggire ai detective e ai sicari che la donna ha messo sulle loro tracce..



Cuore selvaggio è una bestia stranissima dalla trama assai semplice, una sorta di Romeo e Giulietta in salsa kitsch che racchiude dentro di sé tutti i "sogni" della provincia americana e tutti i generi cinematografici cari alla cultura pop. Sailor e Lula sono innamoratissimi, anzi, di più: come diceva il titolo di un vecchio telefilm anni '90 sono Innamorati Pazzi e vivono solo per questo amore che li lega, invincibile ed immutabile, fatto di fuoco e fiamme, sesso, violenza, Frasi Storiche e musica sparata a palla. Questo sentimento non convenzionale, neanche a dirlo, è ancor più rinfocolato dall'odio smisurato della madre di Lula (una coguara psicopatica) verso Sailor, reo di averla rifiutata prima, presa poi e anche di aver testimoniato ad un evento passato che non vi sto a dire, due cose che portano la signora a scatenare contro il giovane l'amante psicopatico e tutta la sua rete di ancor più psicopatici sicari. Sailor, duro e puro come il miglior James Dean ma con un pizzico di Febbre del Sabato Sera, e Lula, una Barbie con voglie da maiala, sorella maggiore della ben più sanguinaria Mallory di Natural Born Killers, vivono così questo amore contrastato da film finché, neanche a dirlo, il sentimento s'inceppa non tanto davanti ad assurdi personaggi e ad ancor più assurde circostanze, bensì davanti a cose prosaiche e "normali" come incidenti stradali (veri e propri presagi di sventura!), gravidanze non previste, stasi e noia: il cuore del tenerissimo Sailor è "selvaggio" come il mondo che circonda i due e non sarà facile per il protagonista domarlo ed afferrare il microfono per cantare Love Me Tender, ammettendo finalmente anche a sé stesso che il suo amore per Lula va oltre le pose da duro, il pericolo, la musica, il sesso e le fughe in macchina.


Accanto alla semplicità della storia, ovviamente, c'è lo sbrago di un David Lynch che prende due personaggi a loro modo mitici e li infila nel breviario dell'iconografia americana stessa filtrando il tutto col suo stile onirico e creando, di fatto, l'American Dream (o Nightmare, fate voi) definitivo, il trionfo del kitsch. La madre di Lula diventa la Malvagia Strega dell'Ovest, quella presenza che si fa sentire nel vento ed infesta con orribili presagi la fuga della ragazza e di Sailor, il desiderio di Lula di tornare a casa si concretizza nel batter di tacchi di un paio di scarpette rosse e la bella Glinda compare davanti al ragazzo in tutto il suo splendente fulgore ma questo citazionismo del Mago di Oz è solo la punta dell'iceberg: Elvis, le bande di strada, i gangster, le rapine, l'arte e la poesia americani, Tennessee Williams, i road movies, la gioventù bruciata, la guerra del Vietnam, i dollari d'argento, l'happy ending, insomma ogni elemento di Cuore Selvaggio è contemporaneamente un omaggio a e una presa in giro del Sogno Americano e dei miti che lo hanno accompagnato, non c'è nulla nel film che abbia la pretesa di essere verosimile, anzi. Purtroppo, visto nel 2014 non è neppure verosimile Nicolas Cage, troppo facile ridere oggi davanti ad ogni sua apparizione e ad ogni sua performance nelle vesti di novello Elvis ma mettetevi nei panni di chi ha visto Cuore selvaggio nel 1990 e capirete che non c'era attore migliore per interpretare Sailor, nessuno in grado di annullarsi così totalmente e metterci tutta la follia necessaria; lo stesso vale, ovviamente, per il leppegosissimo Bobby Peru di Willelm Dafoe (osceno, da brividi, mezz'ora scarsa di pura abiezione!), la folle Juana Durango di Grace Zabriskie (la mamma di Laura Palmer, ve la ricordate?) e la mostruosa Marietta di Diane Ladd (nominata all'Oscar come miglior attrice non protagonista), punte di diamante di un cast allo stesso tempo disarmante e perfetto. Due aggettivi che si adattano perfettamente a Cuore selvaggio. Se non avete mai avuto modo di guardarlo vi consiglierei di provare l'esperienza, non ne uscirete indenni, ve lo garantisco!


Del regista e sceneggiatore David Lynch ho già parlato QUI. Nicolas Cage (Sailor Ripley), Laura Dern (Lula Fortune), Willelm Dafoe (Bobby Peru), Crispin Glover (Dell), Isabella Rossellini (Perdita Durango), Harry Dean Stanton (Johnnie Farragut), William Morgan Sheppard (Mr. Reindeer), Pruitt Taylor Vince (Buddy) e Sheryl Lee (la strega buona) ho già parlato ai rispettivi link.

Diane Ladd (vero nome Rose Diane Ladnier) interpreta Marietta Fortune. Americana, madre di Laura Dern, ha partecipato a film come Chinatown, Alice non abita più qui, Qualcosa di sinistro sta per accadere, La vedova nera e a serie come Love Boat, L'ispettore Tibbs, Kingdom Hospital,Cold Case e E.R. - Medici in prima linea. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 82 anni e due film in uscita.


Grace Zabriskie interpreta Juana Durango. Indimenticabile Sarah Palmer della serie Twin Peaks (e dovrebbe tornare nella nuova stagione del 2016!), ha partecipato a film come La bambola assassina 2, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, Fuoco cammina con me, Armageddon, The Grudge e ad altre serie come Santa Barbara, Moonlightning, Dharma e Greg, Streghe. Ha 73 anni e due film in uscita.


Tra gli altri attori segnalo la presenza di parecchi membri del cast di Twin Peaks: Sherilyn Fenn (Audrey Horne nella serie) compare nei panni della ragazza coinvolta nel primo incidente, il mitico Jack Nance (Pete Martell) interpreta 00 Spool mentre David Patrick Kelly (William Horne) è Dropshadow. Cuore selvaggio ha una sorta di "sequel" che sto già cercando di procurarmi, Perdita Durango, diretto nel 1997 dal regista Alex De La Iglesia; se il film vi fosse piaciuto cercatelo anche voi e aggiungete Assassini nati - Natural Born Killers, True Romance (o Una vita al massimo, ma è un titolo che mi fa schifo) e Velluto Blu. ENJOY!

domenica 16 ottobre 2011

This Must Be the Place (2011)

Ieri sera sono andata a vedere This Must Be the Place di Paolo Sorrentino, indecisa ovviamente tra tre titoli che comprendevano anche I Tre Moschettieri (in 3D, argh...) e Cowboys vs Aliens. L'indecisione veniva dal dubbio amletico: quale dei tre film terranno per due settimane e quale lasceranno solo il tempo strettamente necessario? Per sfiducia nei confronti di un multisala principalmente tamarro sono corsa a vedere il buon film nostrano, e non me ne sono pentita affatto.



Trama: Cheyenne è un ex rocker afflitto da una strana forma di apatia e depressione. Quando il padre, che non vedeva né sentiva da 30 anni, muore, Cheyenne viene a sapere che l'uomo stava cercando il nazista che lo aveva umiliato durante la prigionia in un campo di concentramento. L'ex musicista comincia così una ricerca che lo porterà dall'Irlanda nel cuore dell'America...



This Must Be the Place è la dimostrazione lampante che grazie ad investimenti cospicui, alla fiducia dei produttori, alla bravura degli interpreti e a quella del regista, anche il cinema italiano può rinascere. Che non esistono solo cinepanettoni orribili, commedie che sfruttano sempre i soliti cliché, drammoni inenarrabili o fiction televisive e, soprattutto, che non bisogna sostenere il nazionalismo a tutti i costi perché, ammettiamolo, tranne rari casi i nostri attori fanno pena, non sanno nemmeno parlare figuriamoci recitare. Per fortuna qualcuno tiene a mente tutte queste cose e, ogni tanto, ci prova. Nasce così un film bello, curatissimo, interessante come This Must Be the Place, dove lo stile italiano si fonde con atmosfere che richiamano qualche film dei Coen e di Wes Anderson, con personaggi "borderline" e situazioni al limite del grottesco. E' impossibile non "innamorarsi" di Cheyenne, del suo modo infantile e distaccato di vedere la vita, della sua inconsapevole scelta di nascondere un enorme dolore sotto una patina di eccentricità e indifferenza. Impossibile non affezionarsi anche alla sua ristretta e strana cerchia di amici, ognuno sballato ed eccentrico quanto lui. Impossibile, infine, non meravigliarsi davanti alla varia e strana umanità che incontra nel suo viaggio, dall'uomo tatuato al vecchietto che ha inventato la valigia con le ruote, passando per l'ex insegnante che tiene in casa un'oca e il piccolo, ciccionissimo bimbo cantante. 



This Must Be the Place fa ridere parecchio, è un film molto ironico. Ma la sua è un'ironia dolceamara e malinconica e la storia di Cheyenne è priva di un vero e proprio happy ending, proprio come accade nella vita. La pellicola è un road movie atipico, perché il protagonista non parte con l'idea di ritrovare sé stesso. Come dirà verso la fine del film, "Io sono un turista, non un viaggiatore. I viaggiatori mi stanno sul cazzo"; eppure, il suo viaggio gli sarà servito comunque per maturare, per superare l'impasse che lo bloccava nel passato impedendogli di godere del presente e guardare al futuro, aprendogli un passaggio che non sapremo mai se riuscirà o meno ad imboccare. Però c'è la speranza che possa riuscirci, quando alla fine vediamo il meraviglioso Sean Penn finalmente "al naturale". Un Sean Penn che meriterebbe l'Oscar, perché il film non esisterebbe senza la sua esilarante (e toccante) interpretazione. Certo, il doppiaggio italiano lo penalizza un po', perché  a tratti sembra di risentire la voce dello Zed di Scuola di polizia, ma non basta una voce parecchio sopra le righe per cancellare la potenza dello sguardo vacuo, delle espressioni tristi ed imbronciate, della camminata, della risata monocorde e del trucco di Cheyenne. Un personaggio che, sono sicura, mi rimarrà parecchio nel cuore.



Così come mi rimarranno nel cuore la splendida colonna sonora che accompagna il film (interamente composta dall'Artista, come viene giustamente definito anche all'interno di un toccantissimo dialogo, David Byrne) e alcune splendide immagini che sottolineano la bravura del regista Sorrentino, che personalmente non conoscevo ancora. L'intera sequenza del concerto di David Byrne, la ripresa subacquea della piscina, quelle spietate che mostrano la leziosità e il trash presente nella casa della moglie del nazista, quelle ambientate nel "deserto di neve" dove spicca un'unica baracca, o quelle coloratissime dove il sole illumina i colori delle foglie autunnali in riva al lago sono semplicemente splendide, cariche di poesia e significati. E perfetti sono anche tutti gli attori coinvolti, dai protagonisti alle semplici comparse, che riescono a rendere This Must Be the Place ricco, vario e mai noioso, nemmeno per un istante. Se riuscirete a guardare un solo film questa settimana, beh.... This Must Be the Movie. Fidatevi, non ve ne pentirete.



Di Sean Penn, che interpreta Cheyenne, ho già parlato qui, mentre di Frances McDormand, nei panni della moglie Jane, ho parlato qua.

Paolo Sorrentino è il regista e sceneggiatore della pellicola. Italiano, ha diretto film come Il Divo. Anche attore, ha 41 anni e in progetto una serie tratta da Gomorra.



Harry Dean Stanton interpreta Robert Plath. Caratterista americano, lo ricordo per film come Per un pugno di dollari, Il Padrino - parte II, Alien, 1997: fuga da New York, Christine la macchina infernale, L'ultima tentazione di Cristo, Twister, Fuoco cammina con me, She's so lovely - così carina, Paura e delirio a Las Vegas, Il miglio verde, Terapia d'urto e Tu io e Dupree; inoltre, ha partecipato alla serie Alfred Hitchcock presenta. Ha 85 anni e due film in uscita.



Tra gli altri attori presenti, segnalo inoltre la bellissima e bravissima figlia di Bono, Eve Hewson, che interpreta Mary e l'attrice Joyce Van Patten, già vista in Un weekend da bamboccioni, nei panni di Dorothy Shore. E ora vi lascio con il trailer del film... ENJOY!!!

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