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mercoledì 25 marzo 2026

Train Dreams (2025)


La Oscar Rush mi ha fatto recuperare anche Train Dreams, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Clint Bentley a partire dal romanzo di Denis Johnson e candidato a quattro premi Oscar (Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior canzone originale).

Trama

Robert Grainier è un taglialegna dal carattere schivo. Quando incontra Gladys, i due si innamorano e mettono su famiglia, ma la tragedia è dietro l'angolo...

RECENSIONE

Train Dreams era uscito su Netflix il 21 novembre 2025 e mi ci ero tenuta ben distante. Il primo motivo è che ero già rimasta "scioccata" l'anno scorso da Sing Sing, scritto e diretto da Greg Kwedar, co-sceneggiatore anche di Train Dreams; il secondo è Joel Edgerton, che sono ormai arrivata a considerare sinonimo di pesantezza coi controfiocchi. Il tremendo binomio prometteva un tedio infinito, soprattutto perché Edgerton si presentava nuovamente con un personaggio stundaio (vedi QUI ma anche QUI), quindi ho pensato bene di evitare, almeno finché non è diventato obbligatorio guardare Train Dreams in previsione degli Oscar. Per una volta, mi vedo costretta a cospargere il capo di cenere e ringraziare l'Academy per l'"obbligo", altrimenti avrei perso un film molto bello, poetico e commovente. Nonostante mi sia piaciuto molto, però, non sono sicura di avere capito bene Train Dreams, che a me è comunque parso un film fatto di "nulla", se mi passate l'imprecisione ignorante, o, meglio, un film fatto di sfiga cosmica, chiamata e sopportata da un uomo stolido nella sua ferma volontà di non godersi proprio una mazza. Mi spiego meglio. Robert Grainier è un uomo che non ha mai provato interesse per nulla, un lavoratore indefesso che vive senza curarsi troppo di chi gli sta attorno, senza mai fare quel passo in più per avvicinarsi a qualcuno. L'unico momento che spezza questo stile di vita è l'incontro con Gladys, colei che diventerà il suo grande amore nonché immensa fonte di disperazione e rimpianto. Senza addentrarci troppo in spoiler, il film racconta pezzi della vita di Grainier, alternando semplici momenti di quotidiana felicità casalinga ad episodi più o meno significativi legati al suo lavoro di boscaiolo e tutto un codazzo di compagni incontrati durante le lunghe trasferte lontano da casa. Gli episodi sono legati da un unico fil rouge, che è poi quella che credo sia la chiave di lettura di tutto il film, ovvero i cambiamenti all'interno della società e del paesaggio americano, osservati e talvolta causati da una natura "matrigna" che si lascia "stuprare" dall'uomo fino a un certo punto, prima di riprendere prepotentemente il controllo e ridurlo al ruolo che merita, quello di parassita da schiacciare, bruciare, o lasciare morire lentamente di vecchiaia e malattia. Chi pensa che i suoi tormenti siano importanti vive male, arriva alla fine dell'esistenza senza lasciare nulla e non si accorge, come dice il divino William H. Macy (ma lo dicono un po' anche i Negramaro) "di quanto il mondo sia meraviglioso". In poche parole, serve equilibrio, e la capacità di far fruttare ogni momento, anche il più futile e banale. Ora, io so di avere "solo" 44 anni, ma credetemi se vi dico che Grainier e tutti i suoi poco allegri compagni mi hanno messo addosso una tristezza terribile, la malinconia devastante al pensiero di guardarmi indietro e vedere quante cose non mi sono goduta presa da preoccupazioni futili col senno di poi, e di quanto tempo perderò ancora finché non giungerà il momento in cui non ne avrò più.

La vita di Robert scorre sotto gli occhi dello spettatore, scandita dalla perfetta narrazione "vecchio stampo" di Will Patton; ascoltando la voce dell'attore, sembra di stare seduti accanto al fuoco, ad ascoltare la storia di un'America (e di un tipo di americano) che non esiste più, cancellata da un progresso che è al tempo stesso fonte di rinascita e distruzione. Le immagini del film sono splendide, ricordano molto la bellezza poetica delle opere di Malick, in particolare The Tree of Life. Proprio gli alberi, le foreste sterminate, sono ripresi ed illuminati in tutta la loro gloria, diventano il cuore di Train Dreams, la metà legata alla natura; l'altra metà sono le sequenze connesse a treni e altri mezzi di locomozione, che hanno una qualità appunto onirica, e trasmettono quel misto di speranza e timore con le quali sicuramente si saranno approcciate le persone nell'epoca descritta nel film. Regia e fotografia consegnano una realtà dove i dettagli più prosaici si fanno poesia, dove ogni cosa è importante, dall'albero morto al cucciolo di cane, dai panorami mozzafiato al tavolo di casa propria, dove il mondo degli spiriti è talmente vicino da poter essere toccato e dove ogni storia è degna di essere raccontata. Anche quella di un uomo che praticamente non apre bocca, e che costringe Joel Edgerton ad esprimersi con lo sguardo, con il corpo, con una remissività talmente tenera da fare stare male, perché cosa vuoi dire a questo sfortunato pezzo di pane, "maledetto" da un unico momento di inazione dovuto ad un innato spirito di autoconservazione? In ruoli più brevi ma importantissimi brillano anche Felicity Jones, Kerry Condon (che si è fatta perdonare la partecipazione a quel giocattolone di F1 - Il film e, soprattutto, William H. Macy. William, io ti ho sempre amato e sono sempre stata convinta che la tua presenza rendesse un gioiello anche il film più trascurabile, e qui ne ho avuto l'ulteriore conferma, anche se Train Dreams è già da solo un'opera bellissima. Non fate come me e recuperatelo senza indugio!

CAST

Di Joel Edgerton (Robert Grainier), Clifton Collins Jr. (Boomer), Felicity Jones (Gladys Grainier), Paul Schneider (Frank l'apostolo), William H. Macy (Arn Peeples), Kerry Condon (Claire Thompson), Will Patton (voce narrante) ho già parlato ai rispettivi link.
  • Clint Bentley è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come L'ultima corsa. Anche produttore, attore e montatore, ha 39 anni.

martedì 18 novembre 2025

Eddington (2025)

Ho rimandato per via della Nuovi Incubi Halloween Challenge, ma alla fine sono riuscita a guardare Eddington, diretto e sceneggiato dal regista Ari Aster, solo per scoprire che io e lui ormai non andiamo più d'accordo.


Trama: durante la pandemia del COVID, lo sceriffo Cross e il sindaco Garcia si scornano a causa di dissidi sentimentali mai sanati. Le cose precipitano quando Cross decide di candidarsi come nuovo sindaco...


"Ad Aster servirebbe qualcuno di vessante e intimidatorio come la madre di Beau, che lo portasse a fermarsi e dubitare, invece di dare sfogo a tutto ciò che gli passa per la testa convinto che sia sempre cosa buona e giusta. Anche perché (diciamoci la verità senza timore di scatenare l'ira degli dèi) tre ore del pur bravissimo Joaquin Phoenix con la faccia triste del cane bastonato, che sciorina una lamentela dopo l'altra quando non è impegnato ad uggiolare o a balbettare scuse incomprensibili, sono un po' pesanti da sopportare." Apro il post con la citazione di un grande critico, ovvero la sottoscritta, che già ai tempi di Beau ha paura aveva le idee chiare relativamente alla logorrea cinematografica di Ari Aster e sperava che, nel frattempo, l'autore si sarebbe un po' ridimensionato. Aster mi ha ascoltata, in effetti, perché Eddington dura ben venti minuti meno di Beau ha paura. Peccato che, a differenza della sua penultima opera, che comunque non mi aveva spinta tra le braccia di Morfeo se non durante la sequenza dello spettacolo teatrale, Eddington sembri durare quanto un lockdown. Credo e spero fosse una cosa voluta, in quanto il film è ambientato proprio durante i primi tempi della pandemia mondiale, quando ancora pensavamo che non ne saremmo mai usciti e quando lo scontro tra le varie fazioni era all'apice della ferocia, tra mascherine, distanziamenti, decreti, paranoia, dubbi, complotti e quant'altro. Ci ricordiamo tutti (forse) com'era la situazione solo cinque anni fa, anche se sembra passato un secolo, e ricordiamo bene come ogni piccolo problema fosse esacerbato da un orribile clima di incertezza e nervosismo. Eddington parla proprio di questo, di piccole ma ben radicate antipatie e fastidi tutto sommato superabili, che si ingigantiscono fino a trasformare la cittadina di frontiera in una polveriera avente come fulcro due poli opposti. Da una parte c'è lo sceriffo Cross, un conservatore con moglie traumatizzata e suocera complottista a carico, il quale si oppone strenuamente a ogni prevenzione perché asmatico e perché convinto che il COVID non esista; dall'altra c'è lo sceriffo Garcia, sindaco democratico con mani in pasta ovunque e fautore di un progresso comunitario che in realtà porterà denaro solo a lui e pochi altri. Dopo una vita di reciproca diffidenza, alimentata da una (presunta?) passata relazione tra Garcia e Louise, la moglie di Cross, i due si scontrano definitivamente quando lo sceriffo, stufo della politica del rivale, decide di candidarsi sindaco, cominciando un'imbarazzante campagna elettorale a base di frasi fatte e scioccanti video su Facebook.


In mezzo a questo "duello" western 2.0, che avrebbe condotto John Wayne nella tomba tanto i contendenti sono molli, Aster infila le proteste per il black lives matter, il terrorismo, le derive estremiste di buona parte della popolazione americana, la questione delle armi, la pedofilia, gli imbonitori del web e chi più ne ha più ne metta. Un sovraccarico di informazioni e criticità che, sulla carta, sarebbe anche molto interessante, ma che preso così, a spizzichi e bocconi, si traduce in una pluralità di "spunti" assimilabile al bombardamento di informazioni da social e, allo stesso modo, fa poca presa sul cervello dello spettatore. Anche in questo caso, probabilmente, l'effetto era voluto. Per quanto mi riguarda, però, se l'aspetto portante della trama si perde in tanti piccoli punti appena accennati, trovo faticoso continuare a provare interesse per i protagonisti, ancor più se detti protagonisti sono ritratti come persone di rara antipatia, privi di spina dorsale, incapaci di esercitare anche un minimo controllo sulla propria vita. Tanti piccoli Beau, insomma, che non arriveranno ad avere paura di tutto, ma che non trovano altra risposta se non affidarsi alla violenza (che sia verbale, psicologica o fisica) ogni volta che si sentono messi con le spalle al muro. E pensare che Eddington non è privo di momenti coinvolgenti, anche perché Ari Aster, come ha già ampiamente dimostrato, ha un occhio di rara finezza per la messa in scena. Penso al prefinale del film, angosciante e concitato come quello dei migliori horror, alle ampie panoramiche sul grottesco finale, alla perfetta imitazione delle dinamiche che intercorrono all'interno dei social, alla rappresentazione della lucida follia dello sceriffo, a quel doppio, silenzioso schiaffo sulle note di Baby, You're a Firework, che fa crollare l'intera situazione. In quest'ultimo caso particolare, fanno molto Pedro Pascal e Joaquin Phoenix, che trasmettono in maniera incredibile la valenza grottesca e drammatica della sequenza; c'è da dire, purtroppo, che io ormai ho un problema enorme con Joaquin Phoenix e coi suoi "vinti", dopo una lunga serie di interpretazioni che, a mio avviso, hanno ulteriormente appesantito delle storie già non proprio leggere, Beau ha paura in primis. Come ho detto, problema mio, per carità, ma potrei anche aggiungere che avere tra le mani Austin Butler e, soprattutto, Emma Stone e sottoutilizzarli come ha fatto Ari Aster è un crimine punibile per legge. Io aspetto con ansia il momento in cui Aster lascerà un po' da parte la sua strabordante voglia di mostrare "quanto ne sa", per tornare alla carica con un'opera più asciutta e concentrata, magari rientrando nei ranghi dell'horror, a lui più congeniali. Insomma, gli servirebbe un bel trattamento Shyamalano, quella doccia di umiltà che potrebbe farmelo di nuovo amare. Non per augurargli il male, ma aspetto con fiducia.  


Del regista e sceneggiatore Ari Aster ho già parlato QUI. Joaquin Phoenix (Joe Cross), Emma Stone (Louise Cross), Pedro Pascal (Ted Garcia), Luke Grimes (Guy Tooley), Clifton Collins Jr. (Lodge) e Austin Butler (Vernon Jefferson Peak) li trovate invece ai rispettivi link.


Micheal Ward
, che interpreta Michael Cooke, era il coprotagonista del film Empire of Light, mentre Amélie Hoeferle, ovvero Sarah, era nel cast di Night Swim. ENJOY!

mercoledì 22 aprile 2020

The Vault - Nessuno è al sicuro (2017)

E' un film che aveva già attirato la mia attenzione con un trailer su Imdb e quando ho visto che The Vault - Nessuno è al sicuro (The Vault), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Dan Bush, era disponibile su Prime non me lo sono fatto scappare.


Trama: una rapina in banca prende una piega inquietante quando i rapinatori decidono di forzare un vecchio caveau...


The Vault è uno di quegli esempi di come i trailer escano spesso meglio dei film. Non che sia incredibilmente brutto, ho visto molto di peggio, ma è vero che la pellicola in questione manca un po' di mordente, il che è strano vista la sua natura duplice di heist movie contaminato con l'horror. Ci sarebbe molto da fare e dire con una trama così, legata ad un caveau misterioso e strani avvenimenti che accorrono periodicamente in banca (un'informazione, tra l'altro, lasciata cadere en passant nel corso di un furbo colloquio di lavoro), col paranormale che si scatena proprio durante una rapina, invece tutto scivola nel comodo territorio del già visto. A tratti, guardando The Vault, mi è venuto in mente Deathwatch - La trincea del male, che però era molto più sporco e visionario (nonché sanguinoso) nel suo tentativo di mescolare film di guerra a horror; qui invece gli sceneggiatori e il regista non riescono a sfruttare l'atmosfera da assedio che si viene a creare e ricorrono blandamente ad una serie di jump scare non particolarmente inventivi, con giusto una o due sequenze interessanti e un twist finale diviso in due, che se da un lato risulta perfetto per chiudere il cerchio, dall'altro invece la fa un po' (tanto) fuori dal vaso.


D'altronde, quando un film ricorre al trucco scorretto di piazzare all'interno della locandina, in primo piano, l'attore più famoso del cast e quest'ultimo compare per pochi minuti in un ruolo perplimente, c'è già qualcosa in partenza che non va. Nella fattispecie, James Franco (che peraltro non amo particolarmente) è sprecato in un ruolo sommesso e defilato che non gli si confà per nulla, esempio di un altro personaggio scritto un po' coi piedi, appena abbozzato, cosa che del resto vale per tutti gli altri protagonisti. Anche Clifton Collins Jr. è sprecato, con l'aggravante di avere un ruolo totalmente inutile, e la povera Francesca Eastwood, che avevo apprezzato molto in M.F.A., fa del suo meglio per infondere profondità a una ladra ancora meno psicologicamente delineata di qualsiasi damsel in distress all'interno degli special TV di Lupin, ma non basta il suo innegabile fascino per renderla memorabile o anche solo particolare. The Vault mi dava l'idea di una pellicola frizzante, ispirata allo stile tarantiniano, impreziosita da attori validi e da una punta di horror che non guasta mai, ma con tutti questi punti di forza i realizzatori non sono riusciti ad ottenere altro che una robetta dimenticabile e persino noiosa. Su Prime c'è molto meglio, quindi non vi consiglio di sprecare il tempo con questo film.


Di James Franco (Ed Maas), Francesca Eastwood (Leah Dillon) e Clifton Collins Jr. (Detective Tom Iger) ho parlato ai rispettivi link.

Dan Bush è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore e attore, ha diretto film come Signal e La ricostruzione di William Zero.


martedì 12 febbraio 2019

Il corriere - The Mule (2018)

Avrei voluto recuperare Il primo re ma a Savona, quando salti la prima settimana di programmazione, sei letteralmente foutu e ti ritrovi a dover andare al cinema ad orari improponibili. A salvarmi la domenica cinefila ci hanno pensato però Clint Eastwood e il suo Il corriere - The Mule (The Mule).


Trama: Earl, floricoltore novantenne, si ritrova in gravi ristrettezze economiche e, anche un po' per gioco, accetta la proposta di fare da corriere per un cartello messicano, diventando presto uno dei "dipendenti" più quotati.


Ammetto di non essere molto esperta del cinema di Clint Eastwood ma da lui tutto mi sarei aspettata tranne la "leggerezza" che permea Il corriere nel corso del primo tempo. Leggerezza senza superficialità, si badi bene, ché il grande vecchio del cinema americano ci mette di fronte a un mezzo road movie dolceamaro filtrato dagli occhi di un novantenne pronto a recuperare tutte le mancanze nei confronti della famiglia attraverso una ca**ata ancora più grande e, così facendo, ci spinge a riflettere sul modo in cui spesso sprechiamo il tempo che ci viene concesso. Protagonista di questa storia vera (basata sull'articolo del New York Times "The Sinaloa Cartel's 90-Year Old Drug Mule") è Earl, anziano coltivatore di Emerocallidi caduto in disgrazia dopo un'esistenza passata a concentrarsi solo sul proprio lavoro, al punto da dimenticarsi ricorrenze importanti come il matrimonio della figlia. Aperta parentesi sui day lily coltivati da Earl. Il fatto che questi gigli siano stati scelti come oggetto della passione del protagonista, a mio avviso, ha un senso, perché dicono molto della personalità di Earl, uomo convinto che tutto possa rigenerarsi e rimanere lì, immobile e perenne, ad aspettarlo; assai simili, per ciclo vitale, alle Belle di notte, i fiori delle Emerocallidi durano solo un giorno e vengono rimpiazzati subito da altri sullo stesso stelo, quindi virtualmente non smettono mai di essere splendidi. Non così, ovviamente, per la vita di Earl, uomo che della noncuranza e della perdita di tempo ha fatto un vanto, tanto da accettare con leggerezza il fatto di poter fungere da corriere della droga in virtù della sua esperienza e del suo innegabile fascino, che porta persino i narcos a chiudere un occhio sulle sue stramberie o i suoi strappi alla regola. Persona fondamentalmente di buon cuore (persino il suo razzismo e la sua ignoranza sono talmente ingenui da non causare neppure scandalo), il vegliardo accetta il lavoro di corriere per procurarsi soldi destinati ad altri, al matrimonio della nipote o al circolo dei reduci, poi ovviamente si ritrova sempre più invischiato in un mondo da cui è impossibile uscire ed è lì che qualcosa "scatta", sia nel personaggio che nel film. Il lavoro, di qualunque genere, si priva di fascino davanti alla prospettiva concreta di perdere definitivamente ciò che di importante c'è nella vita, davanti alla consapevolezza che ciò che va non torna più, a differenza dei fiori perenni, e capirlo a novant'anni, quando il tempo è ormai agli sgoccioli, è qualcosa di talmente doloroso da spezzare il cuore. Il viaggio verso la consapevolezza di Earl è il fulcro de Il corriere. Il resto, gli agenti della DEA in crisi, la lotta interna al cartello, l'aspetto "crime" della pellicola, è tutto mero contorno alla figura fragile e granitica di Clint Eastwood.


Sarà questa l'ultima performance del "texano dagli occhi di ghiaccio"? Non lo so ma, a prescindere, è una bellissima performance, sia dietro che davanti la macchina da presa. Clint Eastwood, nonostante siano passati anni dalla sua ultima prova di attore, non si nasconde dagli anni impietosi che passano, mette al servizio del film la sua figura esile, un passo strascicato, la debolezza di carni flaccide e segnate dal tempo, un sorriso che indubbiamente, pur non essendo più quello ammaliante di un tempo, non passa inosservato, capelli radi, una voce arrochita e stonata (ma oh, quanto accattivante!) e un po' di demenza senile a completare il quadro. Talvolta non gli si perdona, diciamolo pure, scivoloni da anziani, quelle inquadrature lascive su chiappe mulatte e ben tornite, momenti di umorismo forse eccessivo e altrettanto eccessivo melò, benché a un certo punto mi sia ritrovata piangere lacrime copiose per una delle morti più realistiche e naturalmente inevitabili viste sullo schermo. Eppure, sul finale, con quel sole che gli colpisce il volto insanguinato e tumefatto, quella smorfia amarissima di chi ormai non ha più nulla da perdere, avrei pensato che Bradley Cooper sarebbe stato colpito da una pallottola sparata a freddo dall'ultimo grande pistolero di Hollywood, un vecchio che avrà anche perso tutto ma non la dignità di andarsene nel modo a lui più consono, un regista e un attore capace di tirare ancora delle belle zampate e fare emozionare con questa improbabilissima storia vera. Da sottolineare anche la presenza di attori assai validi ad accompagnare Eastwood nel percorso, soprattutto per quel che riguarda le "quote rosa", sostenute da una dolcissima Taissa Farmiga, da una rediviva Dianne Wiest e da una delle tante figlie di Clint Eastwood, la bionda Iris, che chissà non abbia insinuato un che di autobiografico nell'odio del personaggio verso il papà. E con questa bassissima insinuazione chiuderei, consigliando di dare ancora una chance a questo quasi novantenne sempre arzillo e mai banale.


Del regista Clint Eastwood, che interpreta Earl Stone, ho già parlato QUIBradley Cooper (Colin Bates), Michael Peña (Trevino), Taissa Farmiga (Ginny), Andy Garcia (Laton), Laurence Fishburne (Agente Speciale DEA), Dianne Wiest (Mary) e Clifton Collins Jr. (Gustavo) li trovate invece ai rispettivi link.


venerdì 8 dicembre 2017

M.F.A. (2017)

Imbeccata dalla sempre ottima Lucia e da tutte le minchiate che mi tocca leggere di questi tempi ho deciso di guardare M.F.A., diretto dalla regista Natalia Leite.


Trama: Noelle è una studentessa d'arte che una sera viene stuprata da un ragazzo. Convinta di poter ottenere giustizia, la ragazza denuncia la cosa ma si trova davanti un muro di gomma e decide quindi di ricorrere a mezzi più estremi...


M.F.A. è l'horror più tristemente attuale visto quest'anno ed è anche quello che mi ha fatta più incazzare. All'epoca dei vari #metoo e del sollevamento dell'intera comunità femminile scioccata dalle rivelazioni di parecchie attrici coinvolte nell'ormai famigerato "caso Weinstein" mi sono limitata a leggere le esperienze e i commenti di molte mie amiche, colleghe di blog, semplici conoscenti o totali sconosciute più o meno famose senza scrivere nulla in merito perché, come dice il saggio, "se non si ha nulla di intelligente da dire meglio stare zitti". La verità è che, fortunatamente, a me non sono capitate esperienze di grave sopraffazione né in campo lavorativo né in campo umano e i pochi commenti sessisti che mi sono stati rivolti sono stati rispediti sempre al mittente con un bel calcio in culo annesso, il piacione di turno ringalluzzito dalla minigonna a sostituire i soliti jeans antisesso ridotto ai minimi termini e costretto a bisbigliare roba tipo "eh però così rimarrai sempre single" "se non sorridi non ti vorrà mai nessuno" "eh ma sciogliti un po'". Poverini. Sono una brutta persona, lo so, ma le persone viscide le riconosco lontano un chilometro e non sono mai stata tenera con loro, nemmeno quando le persone in questione erano miei superiori con qualche bicchiere di vino in corpo e magari avrei potuto mordermi la lingua. Sicuramente sono stata molto più fortunata di Noelle (che è la protagonista del film ma avrebbe anche potuto chiamarsi Natalia ed essere vostra amica o sorella), rea di aver provato interesse per un ragazzo, aver accettato l'invito a un party, essersi messa carina per l'occasione ed essere salita in camera con lui. Ora, mi rendo conto che una donna può limitarsi a dire ad un uomo "peas and carrots" (cit.) e quest'ultimo non capisce più nulla ma può anche essere invece (attenzione, uomini alla lettura) che una ragazza interessata ad un ragazzo non abbia proprio voglia di ritrovarsi magicamente tre metri di lingua in gola e una mano sulla passera NONOSTANTE (oddio, i segnali contrastanti!!111!1111) abbia scelto di rimanere sola con lui. Azz, come siamo complicate. Pensa un po', magari quella sera avevamo solo voglia di capire se davvero valeva la pena interessarsi all'uomo in questione e non ci interessava una sveltina. Ah, fighedilegno! Comunque, a Noelle (ma magari è successo anche a Natalia) è capitato che il ragazzo potenzialmente interessante si sia rivelato un troglodita e, forte del fatto che è stata lei ad andare in camera con lui firmando probabilmente una liberatoria per la cessione automatica della patata, l'abbia violentata. In una delle scene più asettiche e "banali" della storia del cinema horror, per inciso, così da sottolineare l'assurda e totale casualità di un evento simile, una sequenza (assieme a quella del secondo stupro che viene mostrato) capace di far star male per giorni.


Noelle se ne torna a casa, sconvolta e morta dentro, ma nonostante i consigli dell'amica che le dice di tenersi tutto per sé decide di parlare della cosa ad una consulente del campus universitario. Una donna, badate bene. Le domande a cui si ritrova a dover rispondere ribaltano in due secondi la situazione e trasformano Noelle da vittima a sciacquetta consenziente, rea di non aver detto NO con chiarezza, di aver dato corda al ragazzo nel corso della serata, di avere avuto (Dio non voglia!) più di un partner in 20 anni. Sconcertata, Noelle va a parlare con un gruppo di sostegno composto da coetanee ma anche lì, la Morte Nera: raccolte fondi per le bambine violentate in Sudamerica, gruppo d'acquisto per uno smalto in grado di rivelare eventuali "droghe dello stupro" contenute nei drink, raccolte fondi totalmente inutili e non una sola ragazza a parlare di prevenzione, di portare un po' di consapevolezza nella società, di battersi affinché stupratori più o meno seriali vengano condannati anziché giustificati perché troppo amichevoli, ingenui o esuberanti. Le signorine si limitano a fare spallucce perché tanto "la società è così", accettando passivamente il loro destino di agnellini a rischio di venire macellati, e giustamente Noelle sbrocca. Rape and revenge, giusto? Nì. Perché la sceneggiatura di Leah McKendrick non si limita a sfogare il giusto odio di Noelle e dello spettatore nel solito, catartico lago di sangue, ma si prende anche il tempo di indagare la psicologia di queste povere ragazze violentate (non c'è mica solo Noelle), sviscerando tutto quello che passa loro per la testa: senso di colpa, vergogna, desiderio di togliersi da sotto i riflettori e tornare a vivere un'esistenza normale senza nessuno ad additarle come zoccole, paura, odio per lo stupratore ma anche per loro stesse. Racconta, pur con qualche ingenuità, di come la violenza ne richiami altra, in un circolo vizioso che non porta gioia alle vittime finalmente vendicate, quanto piuttosto un rigurgito di terrore, il ritorno di un incubo che si pensava fosse finito; racconta, soprattutto, del coraggio di lottare per tirare fuori la verità e prendere a schiaffi chi vuole chiudere gli occhi per non sapere o chi, ancora peggio, liquida la faccenda con un "tanto a me non potrà mai accadere, quella era una zoccola ma io invece no!". No, mi spiace. Non serve essere splendide e affascinanti come Francesca Eastwood, che ad un certo punto decide di sfruttare il suo corpo come esca per attirare le sue prede imbecilli, non sono la gonna corta o l'attimo di ingenuità a dover distruggere per sempre la vita di una persona, non possono esistere scuse o giustificazioni. Non esiste il "ma figurati se uno così bello, famoso e potente si abbasserebbe mai a..." oppure, ancora peggio il "meglio far finta di nulla perché non conviene avere contro gente simile". Non deve esistere. Eppure, siccome la mentalità di oggi è quella che è, c'è solo da ringraziare Natalia Leite per aver esorcizzato i propri fantasmi e aver messo su pellicola qualcosa che ogni persona con un minimo di sensibilità dovrebbe capire senza essere imbeccato da film o articoli di "denuncia".


Di Clifton Collins Jr., che interpreta Kennedy, ho già parlato QUI mentre Michael Welch, che interpreta Mason, lo trovate QUI.

Natalia Leite è la regista della pellicola. Brasiliana, ha diretto un altro lungometraggio, Bare, ed è anche sceneggiatrice, produttrice e attrice.


Francesca Eastwood interpreta Noelle. Figlia di Clint Eastwood e dell'attrice Frances Fisher, ha partecipato a film come Jersey Boys, Final Girl e a serie quali Heroes Reborn e Twin Peaks. Ha 24 anni e un film in uscita.


Leah McKendrick, sceneggiatrice della pellicola, interpreta anche Skye, l'amica di Noelle. Se M.F.A. vi fosse piaciuto recuperate Elle oppure Il gioco di Gerald. ENJOY!


mercoledì 21 ottobre 2015

Stung (2015)

Siccome amo notoriamente farmi del male, potevo forse perdermi Stung, horror diretto dal regista Benni Diez? No, ovviamente no.


Trama: durante una festa gli invitati vengono assaliti da uno sciame di enormi vespe che non si limitano a pungere le loro vittime ma le trasformano in qualcosa di ancor più terribile...



Dovete sapere che io ho il terrore di api, vespe, calabroni neri e rossi e che questi orridi esseri ricambiano la mia paura aggredendomi anche quando fingo di non vederli o mi chiudo a pangolino per scomparire dalla loro vista; alle elementari mi era addirittura capitato di finire nel bel mezzo di una "sciamatura" assieme a due amichette e, mentre loro sono rimaste annichilite alla vista di migliaia di api che le circondavano, io ho fatto dietrofront battendo il record di Bolt prima di spalmarmi sull'asfalto della via principale e attraversare la strada A GATTONI. Come diavolo abbia fatto ad essere ancora viva per raccontarlo mi è ancora oscuro, sta di fatto che Stung avrebbe potuto tranquillamente fare il paio con Clown, It, La bambola assassina e L'evocazione per quel che riguarda il livello di cieco terrore provocato dall'argomento trattato. Ed effettivamente l'inizio di Stung per me è stato angosciante, con quelle mostruose vespe formato famiglia intente a svolazzare attorno alla gente e a pungerla con quel terrificante ronzio di sottofondo, mi sembrava di averle in camera e non sapete quante volte mi sono nascosta sotto il plaid per l'ansia. Poi, vabbé, quando le dimensioni cominciano ad aumentare le vespe di Stung non assomigliano nemmeno più a degli insetti quindi l'effetto schifo è venuto meno e sono riuscita a guardare il film con più serenità. Talmente tanta serenità che ho fatto fatica a rimanere sveglia, sinceramente. Stung infatti è solo l'ennesima commedia horror, genere amato soprattutto dagli europei che si cimentano nel cinema di genere per la prima volta, come il tedesco Benni Diez, nonostante i tempi comici siano un casino da gestire e, ancor peggio, da mescolare con la componente horror; la pellicola è un mix di situazioni da commedia romantica (paradossalmente l'aspetto più interessante e ben gestito è proprio l'attesa del sospirato bacio tra i due protagonisti), mommy issues e umorismo alcoolico che prende più di metà film, il resto prevede la presenza di vespe giganti che squartano le persone mentre i protagonisti disperati cercano di fuggire in un dedalo di corridoi e cantine sotterranee. Niente di particolarmente divertente o pauroso, ahimé.


Lance Henriksen a parte, punta di diamante di un cast prevalentemente anglofono, e tolta la faccetta simpatica di Matt O'Leary, Stung non vanta attori memorabili e nemmeno chissà quali virtuosismi di regia o effetti speciali splatterosi e realistici. Anzi, per quel che riguarda il reparto FX la pellicola cade miseramente nell'utilizzo di una CGI terribilmente fasulla e devo riconoscere che solo il mio terrore per questo genere di insetti mi ha portata a provare un incontrollabile schifo verso vespe palesemente ricreate al computer. Davanti ad un reparto tecnico così carente ma anche troppo patinato, nasce spontanea nella mente dell'appassionato di horror un'invocazione verso i B-Movie poco pretenziosi ed artigianali degli anni '70-'80, che sopperivano alla mancanza di mezzi con un sacco di fantasia e una buona dose di sfacciataggine: Stung invece saccheggia gli incubi di Cronenberg, l'umorismo nero del primo Peter Jackson e la zomromcom di Shaun of The Dead privandoli della loro verve unica, forse perché lo sceneggiatore Adam Aresty, anche lui al suo primo film, non sapeva molto bene come farli filare assieme. Peccato perché in mani più capaci Stung avrebbe potuto diventare o una visione incredibilmente divertente o un'esperienza terrificante, una roba da costringere lo spettatore fobico come la sottoscritta a non uscire più di casa, mentre così è rimasto solo un filmetto da dimenticare nel giro di qualche giorno e in grado di offrire davvero pochi spunti di riflessione o critica per una povera blogger affamata di orrori validi o validamente trash. E sperate che non esca un sequel o che a nessun altro venga in mente di sviluppare l'idea accennata sul finale: nulla mi toglie dalla testa che Aresty si sia guardato Zombeavers e abbia colto il suggerimento presente dopo i titoli di coda, se qualche aspirante sceneggiatore verrà invece titillato dall'ultima scena di Stung nel giro di qualche mese rischiamo l'uscita di Zombovines.


Di Lance Henriksen, che interpreta Caruthers, ho già parlato QUI mentre Clifton Collins Jr., che interpreta Sydney, lo trovate QUA.

Benni Diez è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Tedesco, ha lavorato anche come responsabile degli effetti speciali, sceneggiatore e produttore.



Matt O'Leary (vero nome Matthew Joseph O'Leary) interpreta Paul. Americano, ha partecipato a film come Frailty, Spy Kids 2 - L'isola dei sogni perduti, Missione 3D - Game Over, Die Hard - Vivere o morire, The Lone Ranger e a serie come CSI. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 28 anni e quattro film in uscita.


Se Stung vi fosse piaciuto recuperate Zombeavers e magari La mosca. ENJOY!



venerdì 19 luglio 2013

Pacific Rim (2013)

E così domenica sera ce l’ho fatta anch’io a vedere l’incredibile film che da mesi teneva in scacco tutti i nerd del pianeta e buona parte di chi la parola nerd nemmeno la conosce. Sto parlando, ovviamente, di Pacific Rim di Guillermo Del Toro.


Trama: nel futuro, la Terra è minacciata dai Kaiju, giganteschi mostri che periodicamente compaiono attraverso una breccia sottomarina. Per combatterli, sono stati creati gli Jaeger, robot pilotati da esseri umani interconnessi tra loro, ma anche questi prodigi della tecnica sembrano non bastare più…


Davanti ai robottoni e ai mostri giganti la mia reazione è pari a quella di Nami e Robin quando Franky spara i suoi laser: un’alzata di spalle e lo sguardo indulgente di chi sta pensando “e quindi…?”. Stessa cosa di fronte ai mostri, a meno che non si parli di quelli un po' più horror e un po' meno animaloni troppo cresciuti. Immaginate, quindi, lo scetticismo con cui entravo nel cinema, nonostante il grande nome di Guillermo Del Toro e la speranza di godermi l'ennesima performance di Ron Perlman. Non era assolutamente previsto che io rimanessi a bocca spalancata come una bimba idiota a fare "oooh" e "aaah" o a trasalire sulla poltrona quando la situazione si fosse fatta (prevedibilmente, poi ne parliamo) pesa o persino a piangere come un vitello davanti alle urla disperate di una povera bimba giapponese abbandonata in mezzo all'apocalisse. E invece è successo. Mi sono messa a tifare per gli Jaeger e i loro piloti, mordendomi le dita ogni volta che veniva dichiarata la comparsa di un kaiju di categoria superiore (all'ultimo ho praticamente urlato "occazzo, Chtulhu!!", chiedo ancora scusa a chi mi sedeva accanto...), ho seguito i virtuosismi di Del Toro, quelle vertiginose inquadrature dal basso che accentuavano ancor più la grandezza dei robottoni, ho (ri)toccato con mano il potere fantastico del cinema e degli effetti speciali davanti a delle creature così ben fatte che sembravano essere state riprese dal vero, mi sono lasciata coinvolgere dalle elaboratissime battaglie tra questi colossi, ho riso come una pazza davanti alla sboroneria del personaggio di Perlman e al nerdismo di quel gran pezzo di figo di Charlie Day e in un paio di momenti ho persino applaudito davanti alla grandezza del Pentecost di Idris Elba (nella fattispecie quando urla in faccia a quel minchiafritta del protagonista e quando si staglia come un Dio Norreno "qualsiasi" contro il Sol Levante).


Davanti all'entusiasmo e al perfezionismo visionario di Del Toro ho ignorato, quindi, quel zankoku no tenshi no teze che mi è risuonato in testa fin dalla prima sequenza della pellicola, ho sorvolato sul fatto che ogni risvolto della trama e ogni caratterizzazione dei personaggi (protagonista e bulletto sono praticamente identici, poi dicono degli orientali...) seguisse così pedissequamente i topoi del genere che ogni colpo di scena, se così si può chiamare, venisse direttamente comunicato dagli sceneggiatori agli spettatori tramite telefono incorporato alla poltrona, ho persino fatto finta di non sentire il delirante monologo finale di Elba e il 90% dei banalissimi dialoghi, cercando invece di concentrarmi sulla meravigliosa colonna sonora e godendomi il binomio morte + distruzione anche durante l'esilarante scena dopo i titoli di coda. Per dirla in breve, mi sono lasciata coinvolgere da quello che, pur non essendo un capolavoro del Cinema, è un giocattolone che realizza i sogni dei bimbi cresciuti a pane e robottoni e mostri, creato da un bimbo come loro che, per sua fortuna, è riuscito a dare corpo alla sua passione e a farlo con talmente tanta energia da trasformare anche una scettica come me, per almeno due ore, in una true believer. E di fronte a tanta abilità, Guillermo caro, non posso che togliermi il cappello e consigliare il tuo film a chi ancora crede nella magia del cinema "commerciale" e d'intrattenimento.

Vi amo entrambi... <3

Del regista e co-sceneggiatore Guillermo Del Toro ho già parlato qui. Idris Elba (Stacker Pentecost), Charlie Day (Newton Geiszler) e Ron Perlman (Hannibal Chau) li trovate invece ai rispettivi link.

Charlie Hunnam (vero nome Charles Matthew Hunnam) interpreta Raleigh. Inglese, ha partecipato a film come Ritorno a Cold Mountain, I figli degli uomini e alle serie Queer as Folk e Sons of anarchy. Ha 33 anni e un film in uscita.


Max Martini (vero nome Maximilian Carlo Martini) interpreta Herc Hansen. Americano, ha partecipato a film come Riposseduta, Contact, Salvate il soldato Ryan e alle serie Walker Texas Ranger, Nash Bridges, Jarod il camaleonte, Oltre i limiti, Taken, 24, CSI: Miami, Numb3rs, Lie to Me, CSI – Scena del crimine e Criminal Minds. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 44 anni e tre film in uscita.


Clifton Collins Jr. interpreta Tendo Choi. Americano, ha partecipato a film come Traffic, Il castello, Le regole dell’attrazione, Capote, Star Trek, Scott Pilgrim vs. The World e a serie come Freddy’s Nightmares, Flash, Walker Texas Ranger, E.R. medici in prima linea, NYPD, Più forte ragazzi, Alias e CSI: NY. Anche produttore e regista, ha 43 anni e due film in uscita. 


Tom Cruise avrebbe dovuto partecipare al film ma alla fine gli è stato preferito, devo dire giustamente, Idris Elba. Per quanto riguarda invece il futuro di Pacific Rim, che negli USA non sta incassando quanto previsto, pare che Del Toro qualche tempo fa avesse parlato di un possibile sequel… ma gli appassionati avranno da attendere parecchio, mi sa. Nel frattempo, se il film vi fosse piaciuto, recuperate l’anime Neon Genesis Evangelion, Cloverfield e magari i vecchi film di Godzilla! ENJOY!

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