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martedì 18 novembre 2025

Eddington (2025)


Ho rimandato per via della Nuovi Incubi Halloween Challenge, ma alla fine sono riuscita a guardare Eddington, diretto e sceneggiato dal regista Ari Aster, solo per scoprire che io e lui ormai non andiamo più d'accordo.

Trama

Durante la pandemia del COVID, lo sceriffo Cross e il sindaco Garcia si scornano a causa di dissidi sentimentali mai sanati. Le cose precipitano quando Cross decide di candidarsi come nuovo sindaco...

Recensione

"Ad Aster servirebbe qualcuno di vessante e intimidatorio come la madre di Beau, che lo portasse a fermarsi e dubitare, invece di dare sfogo a tutto ciò che gli passa per la testa convinto che sia sempre cosa buona e giusta. Anche perché (diciamoci la verità senza timore di scatenare l'ira degli dèi) tre ore del pur bravissimo Joaquin Phoenix con la faccia triste del cane bastonato, che sciorina una lamentela dopo l'altra quando non è impegnato ad uggiolare o a balbettare scuse incomprensibili, sono un po' pesanti da sopportare." Apro il post con la citazione di un grande critico, ovvero la sottoscritta, che già ai tempi di Beau ha paura aveva le idee chiare relativamente alla logorrea cinematografica di Ari Aster e sperava che, nel frattempo, l'autore si sarebbe un po' ridimensionato. Aster mi ha ascoltata, in effetti, perché Eddington dura ben venti minuti meno di Beau ha paura. Peccato che, a differenza della sua penultima opera, che comunque non mi aveva spinta tra le braccia di Morfeo se non durante la sequenza dello spettacolo teatrale, Eddington sembri durare quanto un lockdown. Credo e spero fosse una cosa voluta, in quanto il film è ambientato proprio durante i primi tempi della pandemia mondiale, quando ancora pensavamo che non ne saremmo mai usciti e quando lo scontro tra le varie fazioni era all'apice della ferocia, tra mascherine, distanziamenti, decreti, paranoia, dubbi, complotti e quant'altro. Ci ricordiamo tutti (forse) com'era la situazione solo cinque anni fa, anche se sembra passato un secolo, e ricordiamo bene come ogni piccolo problema fosse esacerbato da un orribile clima di incertezza e nervosismo. Eddington parla proprio di questo, di piccole ma ben radicate antipatie e fastidi tutto sommato superabili, che si ingigantiscono fino a trasformare la cittadina di frontiera in una polveriera avente come fulcro due poli opposti. Da una parte c'è lo sceriffo Cross, un conservatore con moglie traumatizzata e suocera complottista a carico, il quale si oppone strenuamente a ogni prevenzione perché asmatico e perché convinto che il COVID non esista; dall'altra c'è lo sceriffo Garcia, sindaco democratico con mani in pasta ovunque e fautore di un progresso comunitario che in realtà porterà denaro solo a lui e pochi altri. Dopo una vita di reciproca diffidenza, alimentata da una (presunta?) passata relazione tra Garcia e Louise, la moglie di Cross, i due si scontrano definitivamente quando lo sceriffo, stufo della politica del rivale, decide di candidarsi sindaco, cominciando un'imbarazzante campagna elettorale a base di frasi fatte e scioccanti video su Facebook.

In mezzo a questo "duello" western 2.0, che avrebbe condotto John Wayne nella tomba tanto i contendenti sono molli, Aster infila le proteste per il black lives matter, il terrorismo, le derive estremiste di buona parte della popolazione americana, la questione delle armi, la pedofilia, gli imbonitori del web e chi più ne ha più ne metta. Un sovraccarico di informazioni e criticità che, sulla carta, sarebbe anche molto interessante, ma che preso così, a spizzichi e bocconi, si traduce in una pluralità di "spunti" assimilabile al bombardamento di informazioni da social e, allo stesso modo, fa poca presa sul cervello dello spettatore. Anche in questo caso, probabilmente, l'effetto era voluto. Per quanto mi riguarda, però, se l'aspetto portante della trama si perde in tanti piccoli punti appena accennati, trovo faticoso continuare a provare interesse per i protagonisti, ancor più se detti protagonisti sono ritratti come persone di rara antipatia, privi di spina dorsale, incapaci di esercitare anche un minimo controllo sulla propria vita. Tanti piccoli Beau, insomma, che non arriveranno ad avere paura di tutto, ma che non trovano altra risposta se non affidarsi alla violenza (che sia verbale, psicologica o fisica) ogni volta che si sentono messi con le spalle al muro. E pensare che Eddington non è privo di momenti coinvolgenti, anche perché Ari Aster, come ha già ampiamente dimostrato, ha un occhio di rara finezza per la messa in scena. Penso al prefinale del film, angosciante e concitato come quello dei migliori horror, alle ampie panoramiche sul grottesco finale, alla perfetta imitazione delle dinamiche che intercorrono all'interno dei social, alla rappresentazione della lucida follia dello sceriffo, a quel doppio, silenzioso schiaffo sulle note di Baby, You're a Firework, che fa crollare l'intera situazione. In quest'ultimo caso particolare, fanno molto Pedro Pascal e Joaquin Phoenix, che trasmettono in maniera incredibile la valenza grottesca e drammatica della sequenza; c'è da dire, purtroppo, che io ormai ho un problema enorme con Joaquin Phoenix e coi suoi "vinti", dopo una lunga serie di interpretazioni che, a mio avviso, hanno ulteriormente appesantito delle storie già non proprio leggere, Beau ha paura in primis. Come ho detto, problema mio, per carità, ma potrei anche aggiungere che avere tra le mani Austin Butler e, soprattutto, Emma Stone e sottoutilizzarli come ha fatto Ari Aster è un crimine punibile per legge. Io aspetto con ansia il momento in cui Aster lascerà un po' da parte la sua strabordante voglia di mostrare "quanto ne sa", per tornare alla carica con un'opera più asciutta e concentrata, magari rientrando nei ranghi dell'horror, a lui più congeniali. Insomma, gli servirebbe un bel trattamento Shyamalano, quella doccia di umiltà che potrebbe farmelo di nuovo amare. Non per augurargli il male, ma aspetto con fiducia.  

Cast

Del regista e sceneggiatore Ari Aster ho già parlato QUI. Joaquin Phoenix (Joe Cross), Emma Stone (Louise Cross), Pedro Pascal (Ted Garcia), Luke Grimes (Guy Tooley), Clifton Collins Jr. (Lodge) e Austin Butler (Vernon Jefferson Peak) li trovate invece ai rispettivi link.

Curiosità

Micheal Ward, che interpreta Michael Cooke, era il coprotagonista del film Empire of Light, mentre Amélie Hoeferle, ovvero Sarah, era nel cast di Night Swim. ENJOY!

mercoledì 6 marzo 2024

Dune - Parte due (2024)

Domenica siamo corsi a vedere Dune - Parte 2 (Dune - Part 2), diretto e co-sceneggiato da Denis Villeneuve a partire dal romanzo Dune di Frank Herbert.


Trama: dopo l'incontro-scontro con la tribù dei Fremen, Paul ne impara i costumi diventando uno dei guerrieri più potenti. Ma l'ombra di un futuro sanguinoso come Messia incombe su di lui...


Sarò priva di mezze misure: Dune - Parte 2 è un trionfo. Lo dico da profana, perché dal 2021, anno di uscita di Dune, non ho mica trovato il tempo di leggermi il romanzo di Herbert e, in tutta sincerità, ero persino riuscita a dimenticarmi il primo capitolo (guardato con estrema soddisfazione, per la seconda volta, nel weekend), quindi il mio è il commento a caldo di una mente fresca. Ripeto quello che avevo giù dichiarato tre anni fa: "Gli ultimi Star Wars, ma anche quelli vecchi, con tutto il rispetto, a Dune spicciano casa", e gli spiccia casa qualsiasi saga moderna, in primis i fumettoni Marvel da cui il regista ha preso tre quarti del cast. Serio ed epico, senza alcuna concessione nemmeno alla più piccola briciola di umorismo, Dune - Part 2 mette in scena la crescita di Paul Atreides, da rampollo in fuga di una nobile famiglia a ragazzo maturo, deciso a prendere il futuro tra le sue mani senza seguire un cammino che qualcuno ha scelto per lui, almeno per buona parte del film. Il desiderio di vendetta verso chi ha sterminato la sua casata lascia presto il posto a un sentimento più complesso verso la tribù dei Fremen, alimentato sì dall'amore verso la bella Chani, ma anche dall'ammirazione verso la tenacia, l'intelligenza e gli usi di un popolo ben lontano dall'accozzaglia di selvaggi dipinta dalla nobiltà ignorante. Purtroppo per Paul, il mondo di Dune è fatto di complotti vecchi di secoli, invischiato in una tela tessuta in primis dalle Bene Gesserit, ed è difficile sottrarsi ad apocalittiche visioni di un tragico futuro, quando quella stessa ignoranza che rende ciechi i nobili viene sfruttata per aizzare il fondamentalismo di popolazioni isolate, istigandole a combattere una guerra santa in nome di segni e profezie assai facili da manipolare e fare avverare. Se i terribili Harkonnen sono i nazisti, quindi orribili e malvagi per definizione, le Bene Gesserit sono la Santa Inquisizione, gli Atreides i Crociati e gli invasati Fremen dei fondamentalisti islamici, e ben sappiamo a cosa possa portare ogni tipo di estremismo, anche quello che nasce con intenti "buoni", soprattutto quando ci si distanzia sempre più dal popolo che si vorrebbe guidare, e subentrano interessi personali. 


Come già succedeva nel primo capitolo, Villeneuve fa corrispondere il valore della storia narrata alla grandeur di una fantascienza visiva fatta di mostruose navi spaziali che si muovono e crollano con la lentezza di giganti, trascinando con sé buoni e cattivi, di paesaggi sconfinati che lo schermo fa fatica a contenere, di battaglie epiche girate e montate con nitida chiarezza anche a fronte del limite del PG13 (che non impedisce la percezione di torture e morti orripilanti, soprattutto quando si ha a che fare con i mostruosi Harkonnen), il tutto con l'ausilio di una CGI mai invasiva né "finta". Un'altra cosa che adoro di Villeneuve è la capacità di dare ad ogni ambiente la sua personalità, sfruttando non solo la regia, ma anche la scenografia e i costumi, oltre che la coinvolgente colonna sonora di Hans Zimmer. Le inquadrature ampie della zona nord di Arrakis, la ricostruzione di questo deserto sconfinato, benché pericoloso, dove una comunione con la natura inclemente può garantire libertà e un futuro tranquillo, fanno a pugni con le sequenze realizzate per rappresentare la zona sud dei fondamentalisti, più claustrofobiche, con lo schermo che si riempie di impenetrabili tempeste di sabbia e folle di persone adoranti, chiuse all'interno di sotterranei dove la novella Reverenda Madre Jessica (sulla quale poi tornerò) tesse le sue trame. Il pianeta degli Harkonnen è invece un glaciale, geometrico orrore in odore di espressionismo tedesco, dove prevalgono il bianco e il nero di tristissimi fuochi d'artificio che "esplodono" silenziosi come macchie di inchiostro, mentre la natura "medievale" dei luoghi dove risiedono l'imperatore e la figlia viene richiamata da chiostri, mise che sembrano uscite dal ciclo arturiano e interni che, per quanto moderni, contengono elementi architettonici assimilabili a quelli di un castello. Alcune chicche, come l'inquadratura ravvicinata di formiche brulicanti sul cranio e sull'orecchio di un certo personaggio, oppure la rappresentazione iniziale delle truppe Harkonnen come silenziosi scarafaggi volanti, mi hanno fatto apprezzare la regia ancora di più e chissà quante cose ci sarebbero da dire dopo una seconda visione.


Per quanto riguarda gli interpreti, a me pare che Villeneuve sia riuscito a tirare fuori il meglio da ognuno dei coinvolti. Per quanto non mi sia mai strappata i capelli né per le doti recitative di Chalamet né per il suo fisico da twink, il ruolo di Paul Atreides gli calza a pennello, con quell'espressione malinconica e fiera che si ritrova, e ammetto di essermi parecchio emozionata nei momenti decisivi della sua ascesa a messia, con tanto di vecchia che urlava all'abominio e altri istanti di pura esaltazione che vi lascio scoprire. Il legame che si va a creare tra Paul e Chani viene reso alla perfezione non solo da un regista che rifugge la via dell'amore bimbominkia, ma soprattutto da due giovani attori dall'interessante alchimia, capaci di mantenere l'innocenza dei ragazzi e la consapevolezza quasi rassegnata di due persone adulte che ne hanno viste di cotte e di crude, scambiandosi sguardi e gesti che, sul finale, diventano commoventi. Tra le nuove aggiunte al cast spicca, neanche a dirlo, un irriconoscibile Austin Butler, affascinante nell'assoluta empietà di un personaggio che tiene tranquillamente testa al sempre valido Stellan Skarsgård e ad annientare il povero Bautista, mentre tra i "vecchi" non si può non citare un ottimo Javier Bardem assurto al ruolo di Paolo Brosio della situazione (grazie a Kara Lafayette, alla quale ho rubato la citazione!). Il mio cuore, però, sarà per sempre di Rebecca Ferguson. Se nel primo film l'attrice viveva di pochi sguardi fragili che la rendevano umana anche a fronte di una natura tenace e dura, ottimamente dissimulata, in Dune - Parte 2 Jessica perde ogni traccia di umanità (sia in una realtà che la vede spesso celata dietro veli e tatuaggi, ma anche in visioni da incubo) e diventa un'invasata dallo sguardo folle, pronta a tutto pur di favorire il figlio e metterla nello stoppino alle maledette vecchiacce che l'hanno resa così, trasudante di fascino e carisma dalla prima all'ultima inquadratura. Aspettare altri quattro anni per rivederla, conoscere il destino finale di Paul e cogliere più di uno scintillio della bellezza particolare di Anya Taylor-Joy sarà una cosa durissima, ma se Villeneuve riuscirà a confezionare un altro film come questo, varrà la pena soffrire!


Del regista e co-sceneggiatore Denis Villeneuve ho già parlato QUITimothée Chalamet (Paul Atreides), Zendaya (Chani), Rebecca Ferguson (Jessica), Javier Bardem (Stilgar), Josh Brolin (Gurney Halleck), Austin Butler (Feyd-Rautha), Florence Pugh (Principessa Irulan), Dave Bautista (Rabban), Christopher Walken (Imperatore), Léa Seydoux (Lady Margot Fenring), Stellan Skarsgård (Barone Harkonnen), Charlotte Rampling (Reverenda Madre Mohiam) e Anya Taylor-Joy (Alia Atreides) li trovate invece ai rispettivi link.


Stephen McKinley Henderson
e Tim Blake Nelson hanno girato delle scene nei panni, rispettivamente, di Thufir Hawat e del Conte Hasimir Fenring, ma sono state tagliate e i due attori sono stati ringraziati nei credit, mentre Sting ha rifiutato di comparire in un cameo. Non ce l'hanno fatta, invece, Bill Skarsgård e Barry Keoghan, in lizza per il ruolo di Feyd-Rautha; addirittura, per il ruolo di Margot Fenring si erano fatti i nomi di Elizabeth Debicki, Eva Green, Amy Adams, Natalie Dormer, Olivia Taylor Dudley e Gwyneth Paltrow. Inutile dire che Dune - Parte due va visto dopo Dune e, nel caso non vi basti, potete aggiungere anche il Dune di David Lynch o la miniserie televisiva Dune - Il destino dell'universo, oltre a leggere i libri. ENJOY!

mercoledì 11 gennaio 2023

Golden Globes 2023

L'aspettavamo, magari non la volevamo, ma la stagione dei premi cinematografici "glamour" è arrivata e i Golden Globes, come ogni anno, aprono la strada alle nomination per gli Academy Awards, che verranno annunciate il 24 gennaio. Siccome in questo periodo faccio fatica a dormire, non mi sono minimamente impegnata a svegliarmi alle 2 per seguire la cerimonia, quindi non chiedetemi gossip o altro, mi limiterò a fare un paio di commenti gioiosissimi e almeno uno perplesso, in base al poco che sono riuscita a vedere finora. ENJOY!


Miglior film drammatico

The Fabelmans  (USA, 2022)

L'omaggio di Spielberg al cinema e la rievocazione dei suoi anni giovanili, trasformati in un delicato racconto di formazione, hanno incantato pubblico e critica, e non posso che esserne felice, nonostante abbia sofferto per non essermi sentita maggiormente coinvolta durante la visione. Non ho ancora visto Tár ma, con tutto il rispetto, non c'era storia con gli altri candidati!


Miglior film - Musical o commedia
Gli Spiriti dell'Isola
(The Banshees of Inisherin  - Irlanda, UK, USA, 2021)

Torna Martin McDonagh, si riunisce a Colin Farrell e Brendan Gleeson, e non ce n'è più per nessuno. I più fortunati lo hanno visto a Venezia, i plebei (come me) dovranno aspettare il 2 febbraio ma gli astuti, giustamente, consigliano di guardarlo solo ed esclusivamente in lingua originale, quindi mi aspetterà una doppia visione, anche perché si parla già di uno dei film più belli dell'anno. Perdonatemi, però, se mi si spezza il cuore per la sconfitta di Everything Everywhere All at Once, che spero possa trionfare agli Oscar.

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Austin Butler in Elvis

Arrivo un po' impreparata, mi spiego. Ho apprezzato moltissimo la performance dell'attore nel film di Luhrmann, ma mi sono persa tutte le altre, quindi non saprei dire se il premio, per quanto mi riguarda, è azzeccato oppure no. Diciamo che sono contenta per l'attore ma nutro tantissime speranze per Brendan Fraser e molta curiosità per Hugh Jackman e Bill Nighy. Per il momento, lascio che Butler si goda il suo Globe e attendo!


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Cate Blanchett in Tár

La biografia della compositrice e direttrice d'orchestra  Lydia Tár è stata uno dei film più apprezzati a Venezia e mi aspettavo che la Blanchett avrebbe portato a casa più di un premio. In Italia vedremo il film il 9 febbraio, quindi in tempo per la probabile candidatura all'Oscar, di conseguenza aspetterò pazientemente ma senza troppa convinzione, vista la dabbenaggine del multisala, che arrivi anche dalle mie parti. Aspetterò con maggiore trepidazione Empire of Light (in uscita il 23 febbraio), che ha visto la candidatura della sempre adorabile Olivia Colman, mentre posso già dire che, al momento, il premio lo avrei dato a Michelle Williams, che mi ha catturata completamente con la sua interpretazione di Mitzi Fabelman. 

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Colin Farrell in Gli spiriti dell'isola

Altro motivo, se ce ne fosse bisogno, per recuperare Gli spiriti dell'isola, che parte grandissimo favorito agli Oscar, pare. A me sarebbe piaciuto molto anche un premio per Ralph Fiennes o Adam Driver, grandissimi mattatori (e, in particolare il secondo, salvatore di una pellicola a mio parere mal riuscita), e aspetto con curiosità la performance di Diego Calva in Babylon

Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Michelle Yeoh in Everything Everywhere All at Once

Non avete idea della gioia immensa. Anzi, la gioia è stata superata grazie al premio andato anche al suo compagno di scena ma trovo questo Globe uno dei più meritati, perché la Yeoh nel film dei Daniels è meravigliosa. Non me ne vogliano le altre candidate, alle quali voglio molto bene, a chi più a chi meno. 


Miglior attore non protagonista
Ke Huy Quan in Everything Everywhere All at Once

Questa, questa è la mia gioia più grande. Vedere il piccolo Ke Huy Quan cresciuto, dopo essere stato lontano dalle scene per anni, e tornare sul grande schermo con un ruolo meraviglioso, perfetto per il suo volto gentile. A ripensare alla sua interpretazione nei film dei Daniels mi si stringe il cuore, spero davvero che possa accaparrarsi anche un bell'Oscar, se lo meriterebbe. Anche qui, non me ne vogliano gli altri candidati, sono sicura che le vostre interpretazioni sono memorabili, ma al cuor non si comanda.


Miglior attrice non protagonista
Angela Bassett in Black Panther: Wakanda Forever

Oh, cielo. Wakanda Forever è l'unico film Marvel che non ho visto al cinema e di cui ho scelto di aspettare l'uscita su Disney + per sopraggiunta rottura di palle, quindi non posso dare un giudizio sull'interpretazione della Bassett. Certo, non pretendevo che la divina Jamie Lee Curtis vincesse il Globe, anche se lo avrei tanto voluto, e non ho idea di come si siano "comportate" la Mulligan e la Condon, ma Dolly De Leon in Triangle of Sadness è notevole, quindi mi permetto di dubitare di questo premio. Ma ne riparleremo, sono molto curiosa a 'sto punto! 

Miglior regista
Steven Spielberg per The Fabelmans

Ogni premio dato a Spielberg è sempre fonte di gioia per me, ci mancherebbe, e The Fabelmans, a livello di regia e di coinvolgimento emotivo del regista, è sicuramente un'opera validissima. Dal mio umilissssimo punto di vista, i Daniels avrebbero meritato un riconoscimento altrettanto grande e, insomma, James Cameron si è fatto un culo come una scimmia col suo Avatar. Quindi boh, mi sento un po' come se il premio per Spielberg fosse un contentino "alla carriera" e mi spiace che altri ci abbiano rimesso per questo. 


Miglior sceneggiatura
Martin McDonagh per Gli spiriti dell'isola

E nulla, Gli spiriti dell'isola è veramente THE Film to Watch ma, d'altronde, quando sceneggia McDonagh ci sono pochi *azzi. E ci dispiace per gli altri, lo sapete, soprattutto quando si chiamano Daniels, ma purtroppo non posso fare un confronto, ancora.

Miglior canzone originale
Naatu Naatu di M.M. Keeravani, Kaala Bhairava e Rahul Sipligunj, per il film RRR

Non sono ancora riuscita a vedere RRR, data la durata proibitiva, ma non credo mi fionderò a recuperarlo tanto presto solo per ascoltare una canzone. Delle altre, conosco solo Ciao Papa da Pinocchio, molto carina ma non particolarmente memorabile. 

Miglior colonna sonora originale
Babylon di Justin Hurwitz

Beh, se un film di Chazelle non avesse avuto una colonna sonora più che valida mi sarei in effetti perplessa. Ciò detto, di musica non me ne intendo, non ho ancora visto il film, non ho granché memoria di quelle di Pinocchio e The Fabelmans, salvo per una sensazione di gradevolezza, quindi me ne sto.

Miglior cartone animato
Pinocchio
(Guillermo del Toro's Pinocchio - Francia, Messico, USA 2022)

Ci voleva del Toro per impedire che il premio andasse alla Pixar, evviva! Non fraintendetemi, Red mi è piaciuto molto, ma Pinocchio è uno dei film più belli usciti lo scorso anno. Gli altri mi incuriosiscono molto, a parte Il gatto con gli stivali, e spero di recuperarli prima o poi: Marcel the Shell dovrebbe uscire il 9 febbraio, Inu-ō è uscito a Venezia ma non ci sono ancora notizie su una sua distribuzione più vasta, almeno in Italia. 


Miglior film straniero
Argentina, 1985 (Argentina, 2022)

Come al solito, i film stranieri mi colgono impreparata. Onestamente, non so se avrò mai tempo e voglia di recuperare il vincitore, più di due ore imperniate sul processo che ha portato all'affermazione della democrazia in Argentina, ma è disponibile su Prime Video, quindi chissà. Dall'alto della mia Crassa, pigra ignoranza, gli unici che mi interessano sono RRR e La donna del mistero, gli altri due candidati li lascio ai cinefili. 

E come sempre, mi colgono impreparata anche le serie TV! Tra le nominate ho visto solo Pam & Tommy e Mercoledì e sto recuperando solo in questi giorni Dahmer, che ha visto la vittoria di Evan Peters nei panni dell'inquietantissimo protagonista. Consapevole che non avrò mai tempo di recuperare nessuno dei vincitori "seriali", vi do dunque appuntamento al consueto riassuntone degli Oscar, il 13 marzo! ENJOY!

mercoledì 29 giugno 2022

Elvis (2022)

Dopo settimane di assenza, sono tornata al cinema per godermi l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Baz Luhrmann, Elvis.

Trama: Il colonnello Tom Parker, imbonitore di Vaudeville, scopre per caso il giovane Elvis Presley e da quel momento ne condiziona l'esistenza, nel bene e nel male...

La "cultural opera" di Baz Luhrmann è finalmente arrivata in Italia ed era uno di quei film che, nonostante conosca poco l'argomento trattato, non vedevo l'ora di guardare. Poiché ci ha messo le mani il barocco Baz, Elvis non è il solito biopic fatto a mo' di compitino per gli Oscar (anche se qui materiale per eventuali statuette ce ne sarebbe) e, benché segua comunque il tipico canovaccio del genere, riesce a sorprendere almeno chi non conosceva la storia di Elvis Aaron Presley. Innanzitutto, la vita del più famoso e iconico rocker del mondo viene raccontata da una voce narrante non proprio gradevole, ovvero quella del suo discusso e discutibile manager, il Colonnello Tom Parker. Esponente di una generazione antiquata e legata al vaudeville e ai circhi itineranti, il Colonnello Parker non rifiuta di vedere il progresso rappresentato da Elvis, anzi, lo cavalca e ne approfitta prevedendone in qualche modo il brillante futuro, eppure il suo modo di gestire le cose è molto simile a quello del padrone di un circo di freaks. Il giovanissimo Elvis, gallina dalle uova d'oro se mai ce n'è stata una, diventa per Parker la merce preziosa da blandire, curare e proteggere, dandogli un'illusione di libertà che non può esulare da un guinzaglio assai corto e da un controllo pressoché totale. Il circo di Elvis era, ed è rimasto per tutta la sua vita, l'America scossa da tragedie, guerre, movimenti civili, un circo zeppo di cambiamenti continui che, di conseguenza, il Colonnello Parker ha tentato di restringere sempre più, fino a confinare Elvis nella città senza tempo per eccellenza, Las Vegas, dove in effetti il mito di Elvis si è cristallizzato per arrivare intonso fino ai nostri tempi, con immagini e mise facilmente riconoscibili anche dai non appassionati. Se l'artefice principale del successo di Elvis è anche il villain della storia narrata, Luhrmann sta bene attento a non santificare Elvis e ce lo consegna con tutte le sue fragilità ed ingenuità da ragazzo di campagna cresciuto troppo in fretta, da uomo folgorato dall'amore per la musica a prescindere da razza, sesso ed età, al punto da farne la sua unica ragione di vita, ma ne viene sottolineata anche la debolezza di carattere che portava l’artista ad alzare le testa per pochi, importanti istanti, prima di soccombere nuovamente ai consigli fraudolenti (o all’incapacità) di chi più di tutti avrebbe dovuto tutelarlo.

L'aspetto apprezzabile di Elvis è la scelta degli sceneggiatori di non indulgere (come sarebbe stata prassi per un biopic strappalacrime) nella fase di declino dell'artista, cosa che avrebbe rischiato di trasformare il film in un polpettone strappalacrime su un ciccione strafatto, bensì di dare maggior spazio all'aspetto meno universalmente conosciuto del cantante. Prima di diventare l'icona "kitsch" di Las Vegas, Elvis è stato infatti il trait d'union tra la musica nera e il country dei bifolchi bianchi, un elemento di ribelle, pericolosa instabilità in un'epoca di contestazioni civili e pesantissime tensioni razziali. La natura universale della sua musica suscita ammirazione tanto quanto provocano sgomento gli arresti e i tentativi di censura, e commuove la vista di un Elvis pronto a cantare alla Nazione nei momenti più neri di quest'ultima mentre attorno a lui si mobilitano interessi economici pronti a schiacciarlo e zittirlo. Il declino di cui sopra viene compresso nel finale e ridotto a pochi episodi fondamentali che lasciano tuttavia spazio alle immagini reali di una delle ultime esibizioni di Elvis, gonfio e praticamente immobile ma ancora dotato di una voce fenomenale e della capacità di mettere cuore ed anima nell’esibizione, elemento, quest’ultimo, che caratterizza tutti gli splendidi numeri musicali di cui il film è costellato, nonostante Elvis non sia un musical, e che condiziona lo stile con cui è stata confezionata la pellicola. 

A fronte di un comparto tecnico fenomenale, soprattutto a livello di costumi e scenografie, che rimane costante dall’inizio alla fine, la regia di Baz Luhrmann e il montaggio si modificano adattandosi alle varie fasi della carriera di Elvis. L’inizio, frenetico e scoppiettante, dove ciò che vediamo è filtrato dapprima dallo stupore e poi dalle macchinazioni del Colonnello Parker, e in buona parte influenzato dalla natura anticonformista degli artisti che hanno contribuito alla formazione del Re del Rock, al punto che molto spesso i giri di macchina e il montaggio seguono il ritmo della musica, lascia a poco a poco spazio ad uno stile più lineare, quasi “banale”, che torna tuttavia a stupire ogni volta che Elvis sceglie di abbracciare nuovamente la sua anima ribelle, la musica, il pubblico, “staccandosi” letteralmente dai prosaici problemi terreni di soldi, contratti e merchandising. Per quanto riguarda la musica, hit del passato si mescolano all'omaggio di artisti presenti, in un continuo alternarsi di stili ed epoche che, giustamente, sottolineano come senza Elvis, B.B. King, Little Richards e gli altri esponenti della loro generazione, non esisterebbe la maggior parte dei generi odierni, rap e trap compresi, e come la musica non abbia epoca né confini, come ci insegna da anni Luhrmann. Assai coinvolgenti anche le interpretazioni non solo di Austin Butler, perfetto nei panni di un Elvis bello, fragile e sensuale, pronto a regalare una performance capace di superare l'imitazione fine a sé stessa nonostante le tipiche mosse del Re siano riproposte in maniera quasi filologica, ma soprattutto quella di Tom Hanks, finalmente distante dal ruolo di vicino buono della porta accanto; il Colonnello Perkins è un abietta macchia di muffa nel salotto, un falso voltagabbana della peggior specie, e al di là del trucco sotto cui è sepolto sono proprio gli occhi e gli atteggiamenti di Hanks a veicolare tutto lo schifo che dovevano provare per Perkins i pochi che ancora avevano occhi per vedere oltre il bagliore del lusso e dei soldi da spremere a Elvis. In definitiva, direi quindi che Elvis mi è piaciuto molto: non siamo ai livelli di Moulin Rouge o Romeo + Juliet, ci mancherebbe, ma di sicuro l'ho apprezzato molto più de Il grande Gatsby, quindi vi consiglio di correre a vederlo!

Del regista e co-sceneggiatore Baz Luhrmann ho già parlato QUI. Tom Hanks (Colonnello Parker), David Wenham (Hank Snow), Olivia DeJonge (Priscilla), Kelvin Harrison Jr. (B.B. King) e Kodi Smit-McPhee (Jimmie Rodgers Snow) li trovare invece ai rispettivi link. 

Austin Butler interpreta Elvis Presley. American, ha partecipato a film come Yoga Hosers, I morti non muoiono, C'era una volta... a Hollywood e a serie quali Hannah Montana, CSI: Miami e CSI: NY. Anche, ha 31 anni e un film in uscita, Dune - Part Two.


Richard Roxburgh
interpreta Vernon. Australiano, ha partecipato a film come Moulin Rouge, La leggenda degli uomini straordinari, Van Helsing, Mission: Impossible II e La battaglia di Hacksaw Ridge. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.


Dacre Montgomery
interpreta Steve Binder. Australiano, famoso per il ruolo di Billy in Stranger Things, ha partecipato a film come Better Watch Out. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 28 anni.


Ansel Elgort, Miles Teller, Aaron Taylor-Johnson e Harry Styles hanno sostenuto il provino per il ruolo di Elvis, mentre Maggie Gyllenhaal e Rufus Sewell erano stati presi per il ruolo dei genitori del cantante ma hanno dovuto rinunciare per altri impegni dopo che la produzione si era interrotta a causa del Covid. Ciò detto, se Elvis vi fosse piaciuto recuperate Rocketman e Bohemian Rhapsody. ENJOY! 

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