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venerdì 27 giugno 2025

2025 Horror Challenge: Il signore del male (1987)

La challenge horror questa settimana chiedeva di guardare un film su un supporto fisico, e io ho colto l'occasione per usare il Blu Ray de Il signore del male (Prince of Darkness), diretto e sceneggiato nel 1987 dal regista John Carpenter.


Trama: un prete chiede l'auto di uno studioso di fisica e dei suoi studenti per capire e contenere un inquietante liquido rinvenuto nei sotterranei di una chiesa, probabilmente un'emanazione fisica di Satana stesso...


Il signore del male
è uno di quei film che devo avere visto almeno due o tre volte nel corso della vita, e ogni volta ho provato sensazioni diverse alla fine della visione. Ammetto di non averlo sempre apprezzato, anche per colpa di un adattamento italiano non particolarmente valido, ma in qualche modo mi ha sempre affascinata e, sicuramente, inquietata come pochi altri film. Anche la scorsa sera, sola in casa e con un caldo che rischiavo di liquefarmi, ho avuto difficoltà a fare il giro delle luci e delle persiane dopo la visione, e il mio sguardo ha accuratamente evitato gli specchi, almeno per una buona mezz'ora. Potere de Il signore del male, e della qualità onirica ed imperfetta della sua sceneggiatura, dotata di quelle stesse caratteristiche che ho nominato proprio poco tempo fa, all'interno del post su Rabid Grannies. Ora, non sto cercando di paragonare i due film, i quali non giocano nemmeno nello stesso campionato, ma anche Il signore del male è zeppo di quei "buchi" logici, di quella cattiveria ineluttabile, di quegli eventi gratuiti che mi mettono sempre angoscia, a prescindere dalla qualità della pellicola, e che spesso si trovano nelle oscure produzioni italiane anni '70-'80 o, salendo parecchi gradini più su, nella trilogia della morte di Fulci. Ecco, nonostante le inquadrature e le melodie de Il signore del male siano tipicamente carpenteriane, il film ha comunque un che di fulciano che mi si insinua sotto pelle e me la fa accapponare, anche se il richiamo più immediato è ovviamente Lovecraft, al quale Carpenter (sceneggiatore accreditato con lo pseudonimo Martin Quatermass) si è ispirato per realizzare il secondo capitolo della sua ideale trilogia dell'Apocalisse. Ma di cosa parla, in definitiva, Il signore del male? Questa volta, il titolo italiano è stato piuttosto azzeccato, perché al centro della trama c'è l'avvento di un Male fisico, di una sostanza misteriosa e senziente che desidera incarnarsi per riportare sulla terra il regno di suo padre, l'Anti-Dio. Un Principe delle Tenebre in forma liquida, di un verde malato, che la Chiesa ha nascosto per secoli affidando il segreto ad una confraternita; quando l'ultimo membro della stessa muore, un prete si ritrova la patata bollente tra le mani e decide di farsi aiutare non già dai suoi pari ma da un gruppo di scienziati, così da provare anche agli scettici la natura di un male che comincia già ad estendere la sua influenza a livello subatomico, e sulle creature più deboli mentalmente e fisicamente. 


Il connubio scienza e religione è molto interessante, e Carpenter mostra di avere più in simpatia la prima, nonostante possa fare ben poco contro l'orrore che compare nel film. Infatti, la Chiesa non ne esce benissimo, tra confraternite che preferiscono mantenere segreti invece di correre ai ripari, e un prete pavido che, sul finale, fa il gallo sulla monnezza dopo aver lasciato che altri si sacrificassero per la causa. A prescindere da dove vadano le simpatie di Carpenter, Il signore del male è comunque molto pessimista, come del resto anche La cosa e Il seme della follia; davanti a esseri che arrivano dallo spazio o da altre dimensioni, la cui caratteristica principale è quella di sfruttare i sensi umani per confonderli e trascinarli nell'abisso, alterando la loro percezione della realtà e persino la loro mente, uomini e donne possono fare ben poco, giusto forse mettere una pezza temporanea per poter almeno provare a vivere tranquilli. Anche così, c'è comunque la consapevolezza che il male esiste, cammina accanto a noi, invisibile agli occhi, e ci osserva aspettando di compiere la sua mossa. L'orrore cosmico de Il signore del male, per quanto ineluttabile ed affascinante, non ha però la complessità matura di un film come Il seme della follia, e "si limita" a tenere in assedio un manipolo di persone, come accadeva già ne La cosa. L'azione della pellicola si svolge interamente all'interno degli ambienti asettici e molto anni '80 (leggi: marroni) di una chiesa, il che concorre a rendere il luogo un labirinto dove può nascondersi qualunque cosa; a peggiorare il tutto, si aggiungono una cripta illuminata solo da candele e dal verde insano del cilindro contenente Satana, e un ambiente esterno che ricorda quasi un fossato, circondato da scale, alte pareti o cancelli dalle punte acuminate, che rende ancora più difficile la fuga ai poveri scienziati protagonisti.


Pochi mezzi dunque, per il buon Carpenter, ma molto ingegno e tantissima espressività. Il make-up di Satana è genuinamente terrificante, un paio di effetti speciali sono disgustosi, e il modo in cui il liquido verde sfida ogni legge della fisica è reso ancora oggi in maniera eccellente, così come la pericolosità dello specchio nel climax del film e nell'agghiacciante finale. A livello tecnico, una delle cose che, ancora oggi, mi terrorizzano sono i messaggi dal futuro (peraltro dei semplici video ripresi mentre venivano riprodotti su uno schermo), probabilmente per la loro incompiutezza reiterata e perché spezzano il ritmo del film aggiungendo ulteriori stranezze ad un film che ne è già pieno, ma il vero "signore del male" è Alice Cooper. L'ho visto in tanti altri horror, non mi ha mai detto nulla, né come uomo né come attore, ma ne Il signore del male mi fa venire voglia di spegnere la TV dal primo momento in cui compare e nascondermi sotto le coperte, perché ha proprio l'espressione vuota di chi potrebbe farti qualunque cosa senza battere ciglio ed è un perfetto araldo della follia demoniaco/possessiva che segue la sua comparsa. E' raro che venga fatto il nome de Il signore del male quando si parla di Carpenter, ed è un peccato, perché è un gioiellino che meriterebbe di essere riscoperto, nonché uno dei pochi horror capaci di farmi davvero paura e di privarmi del sonno per qualche ora. Se non lo avete mai guardato, è il momento migliore per recuperarlo; se lo conoscete, spero di avervi fatto venire voglia di rispolverarlo!


Del regista e sceneggiatore John Carpenter ho già parlato QUI. Donald Pleasence (Prete), Peter Jason (Dr. Paul Leahy) e Alice Cooper (il barbone pazzo) li trovate invece ai rispettivi link.

Victor Wong interpreta il Prof. Howard Birack. Americano, lo ricordo per film come L'anno del dragone, Grosso guaio a Chinatown, Shanghai Surprise, Il bambino d'oro, L'ultimo imperatore e Tremors. E' morto nel 2001.


Jameson Parker
, che interpreta Brian March, era uno dei due Simon del telefilm Simon & Simon; Dennis Dun, che interpreta Walter, era il co-protagonista di un altro film di John Carpenter, Grosso guaio a Chinatown. Se Il signore del male vi fosse piaciuto, recuperate gli altri due film della Trilogia dell'Apocalisse, ovvero La cosa e Il seme della follia. ENJOY!

martedì 16 luglio 2024

Il Bollalmanacco On Demand: Phenomena (1985)

Torna il Bollamanacco on Demand con Phenomena, film richiesto da Arwen chissà quanto tempo fa. Mi spezza il cuore che Laura non possa più leggere né commentare le stupidate che scrivo su questo blog ma non smetterò mai di ringraziarla per tutti i film che mi ha spinto (e ancora mi spingerà, prossimamente) a vedere o riguardare. Nel piccolo della nostra comunità di blogger, non esisterà mai una cinefila appassionata come lei. 


Trama: Jennifer, figlia di un famoso attore americano, viene iscritta in un collegio svizzero. Nei pressi, un feroce serial killer fa scempio di ragazzine e Jennifer, per salvarsi dalle mire di costui, dovrà ricorrere al suo potere ESP, che le consente di comunicare con gli insetti...


Durante la visione di Abigail, il mio amico Ale ha dichiarato di avere apprezzato molto la citazione della "piscina di Phenomena", e io mi sono resa conto di non ricordare più una mazza di un film visto 30 anni fa e poi mai più. Ho quindi appreso con gioia che l'On Demand del mese era proprio Phenomena e, avendolo rivisto con Abigail ancora fresco in mente, posso confermare senza timore che il buon Ale aveva ragione, le piscine dei due film possono essere tranquillamente cugine, se non sorelle, e mi causano conati profondi allo stesso modo. Così non è invece per Phenomena, un'ottima pellicola del periodo in cui il nome Dario Argento era ancora una garanzia, benché forse si tratti di un'opera dallo stile inusuale rispetto al resto della sua filmografia. Phenomena è infatti una fiaba nera avente per protagonista una ragazzina col potere di comunicare con gli insetti e, se è vero che la vicenda la vede impegnata contro un serial killer, l'ambientazione e tutta una serie di altri elementi sono distanti da quelli dei violenti thriller del regista. Ci sono alcune caratteristiche che lo accomunano a Suspiria, come il fatto che la protagonista sia una ragazza costretta a frequentare una scuola in un paese straniero e che l'ambiente scolastico non sia proprio amichevole, ma in Suspiria il fulcro era proprio l'Accademia di danza e tutto ciò che essa nascondeva, qui invece il cuore della storia è Jennifer, una divinità (o un demone?) in miniatura che fin dal principio risulta essere un gradino sopra le sue coetanee. Jennifer è diversa dagli altri: bellissima, figlia di un attore famosissimo, ama gli insetti e loro la amano di rimando, al punto da aiutarla e difenderla quando la sua diversità la porta ad entrare in risonanza con la mente di un assassino. Jennifer è la principessa della fiaba, l'eroina se vogliamo, ma non è soltanto una bella figurina vuota. Diversamente da altre protagoniste argentiane, Jennifer gode di quel minimo approfondimento psicologico che ci fa capire come la solitudine derivante dall'avere un padre famoso e sempre impegnato sia ulteriormente accresciuta da un potere misterioso che la rende diversa dagli altri, e ciò consente allo spettatore di sviluppare maggiore empatia nei suoi confronti, cosa che rende l'orrore di cui è permeato il film ancora più efficace.


Se il sembiante di Jennifer e l'ambientazione svizzera con in suoi boschi da cui non si riesce ad uscire (per non parlare della casa della "strega" nel prefinale) evocano tantissimo l'idea di una fiaba nera, molte immagini e sequenze del film hanno connotazioni fortemente oniriche e le qualità di un incubo, come se la protagonista non le mettesse effettivamente a fuoco o fosse soverchiata dall'orrore degli avvenimenti. Tante cose che accadono nel film, infatti, non hanno una spiegazione logica, oppure vengono mostrate all'improvviso senza nessuna correlazione con ciò che è accaduto in precedenza, ma non lo ritengo un difetto, quanto piuttosto il frutto della volontà di creare un'opera potente ed evocativa, in grado di inquietare a prescindere dalla violenza che viene messa in scena quando il killer colpisce. Altri elementi che danno un tocco surreale al tutto sono il voice over del narratore quando Jennifer arriva a scuola (voce che non si sentirà più per il resto del film), la presenza di una scimmia "infermiera", il suono costante del vento, emblema di follia, e, soprattutto, la spettacolare colonna sonora dei Goblin (il tema portante del film è il fiore all'occhiello di Argento Vivo, CD acquistato in Australia e consumato a furia di ascoltarlo) intervallata da pezzi originali di Iron Maiden e altri gruppi "delicatissimi". Dulcis in fundo, c'è Jennifer Connelly. Io non so come sia possibile l'esistenza di un essere umano così bello, ma la Connelly, all'età di quattordici anni, aveva un volto perfetto e un magnetismo che le giovani attrici di oggi si sognano; più che altro, la cosa che stupisce, è che in Labyrinth sembra molto più "bambina", mentre sia  Sergio Leone che Dario Argento sono riusciti a tirarle fuori un'ombra di nobile alterigia nello sguardo e nell'espressione, un dettaglio che la rende adulta, quasi ultraterrena. E pensare che Argento poi ha fatto solo dei gran pasticci, soprattutto a livello di direzione degli attori. E' un vero peccato che abbia sparato tutte le ultime cartucce con Phenomena, ma da un certo punto di vista meno male, altrimenti non esisterebbe questo piccolo, originalissimo gioiello!


Del regista e co-sceneggiatore Dario Argento, che funge anche da narratore, ho già parlato QUI. Jennifer Connelly (Jennifer Corvino), Daria Nicolodi (Frau Brückner), Donald Pleasence (Professor John McGregor), Michele Soavi (Kurt, l'assistente di Geiger) li trovate invece ai rispettivi link.


Nel cast ci sono che Dalila Di Lazzaro nei panni della direttrice dell'istituto e Fiore Argento, che interpreta Vera Brandt. Nel 2001 era stato annunciato un sequel ma, siccome Dario Argento era sotto contratto con la Medusa, il progetto è sfumato. Ciò detto, se Phenomena vi fosse piaciuto recuperate Suspiria. ENJOY!

martedì 12 marzo 2019

Nosferatu a Venezia (1988)

Non sono impazzita, vi spiegherò nel post perché qualche sera fa mi sono ritrovata a vedere per la seconda volta nella mia vita Nosferatu a Venezia, diretto nel 1988 dal regista Augusto Caminito.


Trama: Nosferatu viene evocato da una seduta spiritica e si ripalesa a Venezia, dove ricomincia a mietere vittime...



Mi era capitato di vedere Nosferatu a Venezia verso la fine degli anni '90, dopo aver letto l'ormai famigerata classifica dei 100 film peggiori di sempre stilata dalla rivista Ciak. Ovviamente, ammorbo e disgusto mi avevano sconfitta e all'epoca avevo giurato di non rivedere MAI più un simile abominio. Da qualche tempo, però, Mirco palesa la voglia di guardare il Nosferatu di Herzog, spinto dall'amore per questo sketch. Purtroppo, non dispongo del DVD e trovarlo on line è un po' arduo, quindi ci siamo rivolti a Youtube dove, ahimé, c'è solo una versione in inglese... e anche Nosferatu a Venezia, che ha attirato l'attenzione di Mirco per la presenza di Klaus Kinski. Ho provato a dirgli che il film di Caminito è orrendo, inguardabile e noioso ma niente, non c'è stato verso. Quindi, eccoci qui. Nosferatu a Venezia avrebbe dovuto essere il sequel di Nosferatu ma tra le intemperanze di Kinski e una serie di casini in fase produttiva, è uscito fuori questo ibrido inguardabile tra un "horror" e un filmetto erotico, dove Nosferatu viene richiamato a Venezia in maniera alquanto improbabile da una seduta spiritica mentre si trova (credo, che mica si capisce) a passare l'eternità nel Mato Grosso o in qualche altra amena località equatoriale. In quella, cicciano fuori eventi legati a una famiglia di ricconi già piagati in passato dalla presenza "iniqua" di Nosferatu, reo di aver vampirizzato una principessa e impalato un prete/scimmia urlatrice, ed è proprio per mettere a tacere delle semplici "voci" che i membri di questa famiglia di dementi decidono di chiamare il massimo esperto in vampirismo di tutto il mondo, scatenando nuovamente il lussurioso vampiro. Quest'ultimo, non pago di avere a disposizione la discendente della principessa da prosciugare e tucchignare in maniera laida, decide di bombarsene almeno altre tre e di rubare la verginità dell'ultima per liberarsi dalla maledizione dell'eternità (comodo, nevvero?), mentre gli uomini della famiglia rimangono con un palmo di naso, tra chi pensa di trovarsi davanti un cinghiale più che Nosferatu, chi accetta con sportività la propria natura di ameba inutile e si getta nel Canal Grande, chi per non sbagliare fa la figura del cioccolataio fin dal minuto 5 (ciao, Donald Pleasance!).


Per citare l'articolo di Ciak, "Kinski vaga per le calli veneziane con un'orrida parrucchetta color stoppia in testa" ed è fondamentalmente quello che succede per buona parte del film, cosa che costringe lo spettatore a subire carrellate su carrellate di calli, canali e tristi figuri in abito carnevalesco, fiaccate da una fotografia nebulosa, bluastra, ammorbante. E' sempre giorno, palesemente, in Nosferatu a Venezia, il che rende inutile i patetici tentativi di Maria di tirare le tende poco prima di venir deflorata dal vampiro, ché tanto quest'ultimo gira quando vuole manco fosse un Edward Cullen qualsiasi, ma è un giorno perennemente nebbioso e triste, triste da morire. Triste quanto la presenza di Christopher Plummer e Donald Pleasence, il primo ingessato nel ruolo di sedicente esperto di vampiri perennemente turlupinato da Nosferatu, il secondo nei panni di un prete da operetta che mangia, beve di lungo e arriva con un utilissimo "La Chiesa proibisce le sedute spiritiche" proprio nel corso della seduta stessa, venendo trattato con la stessa considerazione che si riserverebbe a Massimo Boldi durante la Notte degli Oscar, anzi, anche meno. In tutto questo, neanche a dirlo, Kinski (in veste di star e soprattutto, non accreditato, di regista e capricciosissimo deus ex machina dell'intera "opera") ottiene invece quello che vuole da questo genere di succidi personaggi: quando non gira per le calli con la faccia di chi non ha voglia di stare al mondo, si struscia sul corpo di belle fanciulle seminude, dando al morso importanza quasi nulla e concentrandosi maggiormente sulle generose palpate sul seno delle attrici (e anche peggio, a quanto si legge QUI  e QUI) che, poverine, mi sono ritrovata a compiangere più di quanto non avessi fatto vent'anni fa. Al disgusto per il film si è infatti accompagnato il disgusto per l'empio e folle Klaus, cose che mi porta ancora più a sconsigliare Nosferatu a Venezia e a maledire il giorno in cui ne sono venuta a conoscenza. Eew.


Di Klaus Kinski (Nosferatu), Christopher Plummer (Professor Paris Catalano) e Donald Pleasence (Don Alvise) ho parlato ai rispettivi link.

Augusto Caminito è il regista "ufficiale" e co-sceneggiatore della pellicola. Nato a Napoli, ha diretto film come Grandi cacciatori. Anche produttore, ha 80 anni.


Barbara De Rossi interpreta Helietta Canins. Nata a Roma, la ricordo per film come Caramelle da uno sconosciuto inoltre ha partecipato a serie TV quali La piovra. Ha 59 anni.


Narra la leggenda che Klaus Kinski abbia litigato fin dal primo giorno con il regista Mario Caiano, rifiutando di lavorare con lui e costringendo Caiano ed andarsene dal set. Il regista è stato così rimpiazzato da Augusto Caminito, produttore del film, il quale, non avendo esperienza di regia, è stato aiutato dall'assistente Luigi Cozzi e in alcuni casi persino dallo stesso Kinski (dopo avere, per inciso, assunto e licenziato prima Maurizio Lucidi e poi Pasquale Squitieri). Il vecchio Klaus ha fatto licenziare anche Amanda Sandrelli, scritturata per il ruolo di Maria Canins che è poi finito a Anne Knecht, capitata sul set per caso e finita, ahilei, ignuda tra le braccia di Klaus. Detto questo, Nosferatu a Venezia avrebbe dovuto essere il seguito di Nosferatu il principe della notte quindi se malauguratamente vi fosse piaciuto recuperate il film di Herzog. ENJOY!


mercoledì 14 novembre 2018

Nel buio da soli (1982)

Avrei dovuto vederlo più o meno un anno fa, in occasione della morte di Martin Landau, invece ho recuperato solo di recente Nel buio da soli (Alone in the Dark), diretto e co-sceneggiato nel 1982 dal regista Jack Sholder.


Trama: Durante un black out, quattro maniaci evadono da una casa di cura, decisi ad uccidere il dottore che ha preso il posto del loro precedente psichiatra...



Nel buio da soli è uno di quei film difficili da giudicare, poiché in esso gli elementi positivi si equivalgono a quelli negativi. Solitamente, una simile condizione decreterebbe un giudizio medio o neutrale, in questo caso però ci sono degli attori e delle guest star che, da soli, basterebbero ad alzare il livello qualitativo della pellicola, se non altro da un punto di vista "sentimentale". La cosa che balza all'occhio di Nel buio da soli è la sua natura sfaccettata, probabilmente derivante dal mix di mani che si sono avvicendate alla sceneggiatura (assieme a Jack Sholder ci sono Robert Shaye, anche produttore, e tale Michael Harrpster, al suo primo e ultimo lavoro), che lo porta ad essere uno strano ibrido di thriller, horror e talvolta persino commedia. Guardandolo, si ha quasi l'idea che la parte horror avrebbe potuto essere più preponderante, come se i realizzatori avessero voluto proseguire per quel cammino ma poi qualcosa li avesse portati a desistere; gli esempi più eclatanti di questo mio pensiero sono sequenze come quella iniziale, un incubo allucinato a sfondo religioso avente per protagonista Martin Landau bloccato all'interno di una tavola calda infernale, oppure la visione di Toni, "arricchita" da una creatura zombesca realizzata nientemeno che da Tom Savini, ma in generale le azioni dei quattro maniaci hanno il sapore dello slasher becero a base di coltellacci, biondine svestite e persino maschere da hockey, benché di sangue se ne veda davvero poco in Nel buio da soli. Questa atmosfera "de paura" viene però stemperata, spesso e volentieri, dal carattere tra il cretino e il menefreghista del 90% dei personaggi positivi coinvolti, protagonisti o di siparietti di allegra vita familiar-sociale atti a sottolineare la peculiarità di una strana famiglia composta da papà psichiatra, mamma priva di personalità alcuna (per dire, basta che arrivi la cognata "ambientalista" e 'sta povera casalinga frustrata si fa arrestare per manifestazione non autorizzata...) e figliola inquietante, una vecchia nel corpo di bambina bionda ed occhialuta, oppure di sequenze per descrivere le quali l'unico aggettivo che mi viene in mente è lame. Durante l'assedio del pre-finale, infatti, i personaggi non sembrano tanto terrorizzati, quanto per lo più perplessi ed incerti sul da farsi, impegnati a litigare tra di loro oppure a offrirsi l'un con l'altro saggi consigli in maniera talmente finta da risultare imbarazzante.


Diciamo che, con tutto il rispetto per il Murdock dell'A-Team, gli attori migliori sono finiti a fare i maniaci e persino Donald Pleasence ci fa una ben magra figura. Il suo personaggio, infatti, è probabilmente il peggiore del mucchio, ché se il Dottor Potter non sa bene da che parte girarsi il Dottor Bain è invece proprio scemo come un tacco, perennemente strafatto di sinsemilla al punto da approcciarsi coi pazienti del manicomio come faceva il Signor Burns de I Simpson nella storica puntata crossover con X-Files, secondo il motto "ma non sono malati, sono solo VIAGGIATORI della psiche". Idea carina, per carità, ma ripeterla con testardaggine anche davanti a un coltello puntato alla gola è indice di poco cervello. Martin Landau è invece perfetto nel ruolo di predicatore folle, con quella bocca larghissima e gli occhi spiritati è l'elemento del film che probabilmente rischia di rimanere più impresso nella mente dello spettatore, tuttavia anche gli altri tre maniaci, ognuno a modo loro, hanno una personalità spiccata resa al meglio dagli attori che li interpretano, Jack Palance in primis, e almeno uno di essi riserva un'interessante sorpresa. Per gli estimatori di Jack Sholder, ricordo inoltre che Nel buio da soli rappresenta l'esordio alla regia di un autore che al genere horror ha regalato almeno un film diventato cult (L'alieno) pur perdendosi col tempo e pur incappando in almeno una solenne ciofeca (Nightmare 2: La rivincita, un pasticciaccio brutto di dimensioni epiche); trattasi di esordio e si vede perché, appunto, salvo la prima sequenza e le ultime, accompagnate da un paio di riprese notturne particolarmente inquietanti, la bellezza della regia non salta all'occhio e, complice anche un montaggio fatto con l'accetta, la qualità della pellicola risulta abbastanza televisiva. Nel complesso sono comunque contenta di aver guardato una bestia strana come Nel buio da soli, un'opera che non conoscevo e che potrebbe piacere ai cultori degli anni '80 e di quel trash leggero, non sbruffone, che all'epoca non classificavamo nemmeno come tale.


Di Donald Pleasence (Dr. Leo Bain), Martin Landau (Byron "Preacher" Sutcliff) e Lin Shaye (la receptionist della clinica) ho già parlato ai rispettivi link.

Jack Sholder è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Nightmare 2 - La rivincita, L'alieno, Wishmaster 2 - Il male non muore mai ed episodi di serie quali I racconti della cripta e Tremors. Anche produttore e attore, ha 73 anni.


Jack Palance interpreta Frank Hawkes. Americano, ha partecipato a film come Vamos a matar, compañeros, Si può fare... amigo, Batman, Tango & Cash, Scappo dalla città - La vita, l'amore e le vacche (per il quale ha vinto un Oscar come miglior attore non protagonista) e Scappo dalla città 2. Anche regista, è morto nel 2006 all'età di 87 anni.


Dwight Schultz interpreta il Dottor Dan Potter. Americano, famoso per il ruolo di Murdock in A-Team, ha partecipato a film come A-Team e a serie quali Chips, Alfred Hitchcock presenta, Oltre i limiti, Lois & Clark - Le nuove avventure di Superman e Walker Texas Ranger; come doppiatore, ha lavorato in Principessa Mononoke, Asterix e i vichinghi ed episodi de I Griffin, Johnny Bravo, Animatrix, I Rugrats, Ben 10, Kung Fu Panda - Mitiche avventure e Teen Titans Go!. Ha 71 anni.


Matthew Broderick aveva sostenuto l'audizione per il ruolo del fidanzato di Bunky ma Sholder lo ha "graziato" ritenendolo troppo talentuoso per una parte così insignificante. Detto questo, se Nel buio da soli vi fosse piaciuto recuperate la saga di Halloween. ENJOY!

mercoledì 31 ottobre 2012

Halloween: la notte delle streghe (1978)

Felice Halloween a tutti! Posso finalmente smettere di vergognarmi per il fatto di non avere mai visto uno dei capisaldi del cinema horror e vi scodellerò la recensione proprio in occasione della festività a cui è dedicato. Sto ovviamente parlando di Halloween: La notte delle streghe (Halloween), diretto nel 1978 dal grandissimo John Carpenter.


Trama: il piccolo Michael Myers uccide la sorella maggiore la notte di Halloween e viene rinchiuso in un manicomio. Molti anni dopo il killer, ormai adulto, evade e torna nella sua città natale a seminare morte…


Cosa si può dire davanti ad una pietra miliare del cinema horror? Beh, innanzitutto è meglio affrontarlo mettendosi nei panni di chi, all’epoca, si è ritrovato davanti la pellicola e cancellare per un momento tutto quello che è venuto dopo, in primis il bel remake di Rob Zombie perché, se è vero che le atmosfere permangono inquietanti oggi come allora, Halloween risente comunque di alcune ingenuità che ormai sono state codificate come veri e propri cliché del genere e strappano inevitabilmente il sorriso. Però torniamo indietro nel tempo, agli anni in cui la pellicola compariva sugli schermi americani: io non oso immaginare la reazione degli spettatori che alla fine della prima, magistrale sequenza interamente girata in soggettiva, scoprivano che il killer della ragazza era nientemeno che il suo fratellino vestito da pagliaccio. E qui mi crolla miseramente l’assunto del remake di Zombie perché Carpenter non ci mostra nessuna famiglia disastrata, nessun episodio di bullismo minorile, bensì una semplice famiglia medio borghese americana e una sorella “rea” di aver passato la notte col fidanzato invece di accompagnare il fratello a fare “dolcetto o scherzetto”. La banalità del male o, meglio, l’incredibilità di un “boogeyman” divenuto reale, di un animo talmente nero ed insondabile che persino lo scafato psichiatra Loomis ne è terrorizzato: al Michael Myers di Carpenter non servono motivazioni né un passato di abusi e violenza perché il ragazzone è male allo stato puro, un’inarrestabile, fredda, silenziosa e spietata macchina di morte che si abbatte senza un perché sui giovani abitanti di Haddonfield.


Carpenter, dopo lo scioccante inizio del film, gioca con i nervi dello spettatore fino agli ultimi, “risolutivi” 15 minuti di pellicola. Ci introduce nel mondo di Laurie, riservata e studiosa teenager circondata da amiche oche e presa dal solito lavoretto serale di babysitter, mostrandoci attraverso la storica colonna sonora e immagini ad hoc come qualcosa strida nel suo mondo perfetto, una figura spettrale ed inquietante che viene catturata con la coda dell’occhio, che compare e scompare, che non attacca subito le sue vittime ma le spia, quasi pregustando il momento in cui le priverà della vita. La genialità di Halloween è che il killer e la sua maschera ci vengono mostrati col contagocce, sempre nella penombra, e il momento “clou” viene rimandato all’infinito in un crescendo di tensione, tanto che quando Michael colpisce arriviamo a sentirci quasi delusi perché, come insegnano i grandi maestri del thriller come Hitchcock, non è l’elemento gore a rendere efficace un film come questo, bensì l’attesa, la suspance. Certo, un paio di omicidi mettono i brividi, ma si vede benissimo che non sono questi ultimi ad interessare Carpenter, bensì tutto ciò che c’è intorno.


A dimostrazione di quanto detto sopra, la parte che ho apprezzato meno di Halloween è il baracconesco prefinale, che racchiude in sé tutta la stupidità congenita del genere horror, con la povera, devastata Jamie Lee Curtis che non imbrocca UN’azione che sia una e che, in fiducia, da sempre le spalle al killer lasciando cadere a terra il coltello quando pensa che sia morto. A peerla, ma non lo sai che a gente come Michael non bastano coltellate o stilettate negli occhi e nel collo per morire? Ben diverso, invece,  il finale, con la definitiva consacrazione del killer a boogeyman quasi sovrannaturale, un “signore della morte” (per parafrasare il titolo del famoso seguito di Halloween) in grado di trascendere i limiti della carne e permeare con la sua presenza e il suo respiro soffocato dalla maschera le mura di una casa all’improvviso molto meno sicura… e di farci venire gli incubi per gli anni a venire. Insomma, ragazzi, se non avete mai visto questa pietra miliare dell’horror è giunto il momento di fare come la sottoscritta: recuperatelo, fatevi catturare dalla sua atmosfera vintage e dall’inquietante colonna sonora e passatevi una terrificante festa di Ognissanti!


Del regista e cosceneggiatore John Carpenter ho già parlato qui, mentre Jamie Lee Curtis (Laurie Strode), P.J. Soles (Lynda) e Kyle Richards (la piccola Lindsey) le trovate ai rispettivi link.

Donald Pleasence interpreta il Dr. Sam Loomis. Inglese, lo ricordo per film come Agente 007 – Si vive solo due volte, … Altrimenti ci arrabbiamo!, Dracula, 1997 – Fuga da New York, Il signore della morte (Halloween II), Phenomena, Il signore del male, Nosferatu a Venezia, Halloween 4: Il ritorno di Michael Myers, Paganini Horror, Halloween 5 e Halloween 6: La maledizione di Michael Myers. Ha anche partecipato alle serie Ai confini della realtà e Colombo. Anche sceneggiatore, è morto nel 1995, all’età di 75 anni.


Nancy Kyes interpreta Annie. Americana, ha partecipato ad altri film come Distretto 13: le brigate della morte, Fog, Il Signore della Morte (Halloween II), Halloween III: Il signore della notte e ad un episodio della serie Ai confini della realtà. Ha 63 anni.


Charles Cyphers interpreta lo sceriffo Brackett. Americano, ha partecipato a film come Distretto 13: le brigate della morte, Fog, 1997 – Fuga da New York, Il Signore della Morte (Halloween II), Palle in canna, L’isola dell’ingiustizia – Alcatraz e a episodi delle serie La donna bionica, Charlie’s Angels, Wonder Woman, Starsky & Hutch, Hazzard, Dallas, Freddy’s Nightmares, La signora in giallo, E.R. – Medici in prima linea e Buffy L’ammazzavampiri. Ha 73 anni. 


Carpenter aveva proposto il ruolo di Loomis sia a Peter Cushing che a Christopher Lee, ma entrambi hanno rifiutato (Lee in seguito si pentì moltissimo del rifiuto!). Il film ha generato una marea di seguiti, tutti arrivati anche in Italia e al 90% inguardabili, tranne il secondo capitolo della saga, l’unico ancora diretto da Carpenter: Il signore della morte (Halloween II), Halloween III: Il signore della notte, Halloween 4: il ritorno di Michael Myers, Halloween 5, Halloween 6: La maledizione di Michael Myers, Halloween: 20 anni dopo e Halloween – La resurrezione. Ovviamente, poi, c’è anche il remake di Rob Zombie con il seguito, che vi consiglierei di guardare assieme a Trick’r Treat, Nightmare – Dal profondo della notte, Carrie, Psyco o Venerdì 13 per completare una degna serata horror/halloweena! ENJOY! 

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