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martedì 9 settembre 2025

I Roses (2025)

Non so nemmeno io perché ma, spinta da curiosità, lunedì sono andata a vedere I Roses (The Roses), diretto dal regista Jay Roach e tratto dal romanzo La guerra dei Roses di Warren Adler.


Trama: dopo un colpo di fulmine e un matrimonio durato dieci anni, qualcosa si spezza nell'idillio tra la cuoca Ivy e l'architetto Theo, che devono correre ai ripari prima di perdere tutto ciò che hanno di importante...


La guerra dei Roses
è sempre stato uno dei miei film preferiti e lo ricordavo ancora benissimo, anche se non lo avessi riguardato in occasione dell'uscita di questa rilettura del romanzo di Warren Adler. Uso il termine rilettura, perché anche se il succo della vicenda è la stessa, tra una casa contesa e sentimenti che si raffreddano fino a trasformarsi in odio, la sceneggiatura di Tony McNamara (lo stesso di La favorita e Povere creature!) si concentra, fin dal titolo che lascia cadere il termine "guerra", esclusivamente sui Roses. Sulle due individualità che compongono la coppia, sullo sviscerare, senza un attimo di pausa, i rispettivi pensieri, le riflessioni sul proprio carattere, le convinzioni relative all'educazione dei figli, i problemi e le soddisfazioni lavorative. I Roses 2.0 sono figli della generazione Z, che necessita di essere presa per mano e affrontare i conflitti spiegazione dopo spiegazione, anche a costo di ribadire l'ovvio, tanto che la sofferenza dell'architetto Theo, costretto a diventare "mammo" dopo aver perso ogni oncia di prestigio, è costellata di monologhi in cui il personaggio si ammonisce a non essere un maschio tossico ed invidioso, ma non solo. Tra dialoghi e monologhi, quello de I Roses è uno stream of consciousness in cui wit inglese, punzecchiature e pensieri messi in parole danno voce a due persone confuse che la guerra non vogliono proprio farla, ma che a un certo punto decidono che il loro ego è più importante di tutto il resto, e proprio nel momento in cui l'altro avrebbe più bisogno di aiuto. E' il grido disperato di un uomo narcisista che mal sopporta il successo della moglie, e di una donna che vorrebbe tutti i pro di carriera e famiglia e nessun contro, un grido che esplode quando i due, privi di figli e lavoro a distrarli, sono costretti finalmente ad affrontarsi e rivelarsi come due persone fondamentalmente piccine e superficiali, quindi perfette l'uno per l'altro. I Roses è, dunque, un film cerchiobottista che sceglie di appesantirsi stordendo lo spettatore di parole, facendo tutto sommato una satira innocua delle coppie moderne e di alcuni vezzi tutti americani (i figli, in questa versione della storia, sono usati in maniera egregia) e puntando su un registro più demenziale che grottesco, cosa che smorza parecchio l'amarezza e il pessimismo della vicenda originale. 


Fortunatamente, I Roses è anche un film graziato da una coppia di ottimi attori, anche se sarebbe meglio goderseli in lingua originale visto che buona parte dell'umorismo viene dallo scontro culturale tra inglesi e americani. Olivia Colman e Benedict Cumberbatch hanno un'alchimia tutta particolare, risultano affascinanti e carismatici pur non essendo delle bellezze canoniche, e le loro espressioni spesso stralunate fungono da perfetto contraltare ad un mondo di comprimari idioti. Questo però, a mio parere, è un altro difetto del film. Non è che non abbia riso davanti alla coppia formata da Andy Samberg e Kate McKinnon, quest'ultima pazza come non mai, ma tra loro, l'amico architetto stronzo e le due macchiette etniche di Ncuti Gatwa e Sunita Mani, c'erano troppi elementi bizzarri atti a distrarre dal fulcro della vicenda e, soprattutto, molta poca verosimiglianza, visto che sembra di avere avanti delle caricature più che delle persone vere. Apprezzabilissimo, invece, il lavoro svolto a livello di scenografia, arredamento e "cucina". Il gusto della splendida casa che diventa il pomo della discordia è stato aggiornato, diventando il sogno di ogni architetto moderno, e c'è da togliersi il cappello davanti all'abilità dello scenografo Mark Ricker, che ha ricostruito gli ambienti in studio. Il genio e l'ego di Theo vengono così ottimamente rappresentati, mentre l'estro creativo e la volontà di Ivy di essere anticonformista a tutti i costi trovano espressione negli splendidi piatti e nelle particolari torte degustati dai vari personaggi. In definitiva, I Roses non è un film da buttare e, appena sarà disponibile in streaming, credo che lo guarderò in lingua originale sperando di apprezzarlo di più, ma mi ha lasciata tutto sommato abbastanza fredda e in molti punti ho provato persino noia. Fortunatamente, c'è sempre il bluray del film di DeVito, di cui spero di riuscire a parlare nei prossimi giorni. 


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Olivia Colman (Ivy Rose), Benedict Cumberbatch (Theo Rose), Kate McKinnon (Amy), Andy Samberg (Barry), Sunita Mani (Jane) ed Allison Janney (Eleanor) li trovate invece ai rispettivi link. 


Ncuti Gatwa
, che interpreta Jeffrey, è stato Il dottore delle recenti stagioni di Doctor Who. Se I Roses vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, La guerra dei Roses. ENJOY!

martedì 3 giugno 2025

La trama fenicia (2025)

Siccome io e l'amico Toto siamo bimbi di Wes Anderson, siamo corsi a vedere il suo ultimo film, La trama fenicia (The Phoenician Scheme), il giorno stesso dell'uscita.


Trama: il ricco industriale e avventuriero Zsa-zsa Korda, sopravvissuto all'ennesimo attentato, decide di nominare come erede universale la figlia Liesl, una novizia in procinto di prendere i voti. Tutto ciò per riuscire a realizzare la sua opera più ambiziosa, una complessa infrastruttura in Fenicia...


Su Facebook e Instagram, dove butto giù brevissimi pensieri a caldo sulle visioni concluse, ho messo in guardia i miei sparuti followers relativamente all'odio (o la noia) che molti, dopo anni di onorata carriera, sono arrivati a provare verso Wes Anderson. Per queste persone, lo ribadisco, La trama fenicia sarà una sofferenza, perché la trama, benché complicatina a livello di "schema", apparentemente è molto semplice e lineare, e sembra proprio un mero esercizio del solito stile andersoniano. Come sempre, però, "oltre alle simmetrie e ai colori pastello c'è di più". Gli ultimi film di Wes Anderson, diciamo a partire da The French Dispatch, hanno il potere di lasciarmi perplessa alla fine dei titoli di coda. Il che non significa che non mi piacciano ma, poiché ho ormai una certa età, faccio un po' fatica ad introiettare tutti gli stimoli uditivi e visivi che si affastellano con la stessa rapidità con cui i personaggi del regista snocciolano dialoghi lunghissimi, quindi, solitamente, mi serve un giorno per riflettere con calma su cosa avesse voluto raccontare Wes Anderson. In questo caso, La trama fenicia narra il viaggio fisico e spirituale di un freddo, cinico e ambiguo uomo d'affari, abituato a diffidare dei legami familiari e a contare solo su se stesso, fin dalla più tenera età. Le famiglie disfunzionali non sono una novità per Wes Anderson, anzi, si può tranquillamente dire che tutti i suoi personaggi o quasi partano (e spesso rimangano bloccati) all'interno di una condizione anaffettiva o siano comunque incapaci a relazionarsi in modo "normale" con gli altri. Forse, però, è la prima volta che Anderson tocca il tema della redenzione anche in senso religioso, dando al protagonista de La trama fenicia la possibilità di "morire" e "risorgere" più e più volte, fino ad una rinascita finale definitiva (d'altronde, non credo sia un caso tirare in ballo, almeno nei toponimi, il mitologico uccello che rinasce dalle sue ceneri). La scelta di affiancare a Korda una figlia suora, oltre ad offrire la possibilità di una critica ad una Chiesa che predica bene ma razzola male, soprattutto quando in ballo ci sono molti soldi, apre uno squarcio sul pensiero di Anderson e del co-sceneggiatore Roman Coppola; in uno splendido dialogo rivelatore si dice che va bene fingere che Dio risponda alle nostre preghiere, basta mettere in pratica quello che pensiamo farebbe Lui... e, spesso, si tratta di cose molto semplici, banali, di puro buon senso. Anderson e Coppola, insomma, non vogliono dichiarare la non esistenza di Dio o prendersi gioco di chi crede in qualcosa, anzi, sottolineano l'importanza di avere qualcosa che funga come bussola morale e ci apra gli occhi su ciò che è fondamentale nella vita, benché magari poco glamour, avventuroso, remunerativo o originale. Korda diventa così il Cristo andersoniano, costretto ad una via crucis a tappe (o a scatole, come volete) partita con un obiettivo decisamente materiale, lentamente tramutatosi in un'evoluzione umana e spirituale.


A livello più superficiale, La trama fenicia tira parecchie stoccate ad oligarchi e riccastri zeppi di figli che "potrebbero" essere geni, oltre ad un mercato globale facilmente manipolabile e a guerriglieri sui generis. Purtroppo, la critica sociale e contemporanea si perde un po', perché il film non esce quasi mai dai binari della commedia surreale e, rinunciando ad atmosfere di più cupe e satiriche, non morde mai davvero. Poco danno, perché comunque mi sono ritrovata spesso a ridere di cuore per alcune gag particolarmente azzeccate (una su tutte, quella reiterata delle bombe/ananas offerte agli interlocutori), e poi perché, insomma, a me piace Wes Anderson in primis per quello stile che ora va tanto di moda odiare. Sarei stata ore a guardare i titoli di testa, con la stanza d'ospedale di Korda ripresa dall'alto e le figure umane che si muovono in quella che sembra un'enorme, elegante piastrella quadrata, ma ogni elemento d'arredo disposto con gusto e simmetria (ci sono persino quadri famosissimi presi in prestito da gallerie, santo cielo!!), ogni diorama semovente, ogni abito, anche quelli più dimessi, mi trasportano gioiosamente all'interno della Wunderkammer del regista, zeppa di oggetti e colori nei quali mi perdo senza possibilità di recupero. Gli attori, poi, sono un altro motivo di felicità. In un cast di facce ormai familiari ai fan del regista, tutte impegnate in piccoli, esilaranti ruoli che arricchiscono il bestiario de La trama fenicia, Bill Murray ha finalmente ottenuto il ruolo più adatto al suo status e Benicio del Toro, per quanto sbattuto ed invecchiato, è sempre più patato ed è un protagonista esemplare. Il più a suo agio all'interno del mondo bizzarro di Anderson, stavolta, è però la new entry Michael Cera, uno dei motivi per cui mi è dispiaciuto non poter godere del film in v.o.. L'entomologo Bjorn è sfaccettatissimo, forse il personaggio più ricco di sorprese, e Cera offre una performance incredibile (soprattutto in un momento puramente "fisico", in cui cambia letteralmente davanti agli occhi dello spettatore aggiustando impercettibilmente abiti, accessori e postura. La mia mascella, probabilmente, è ancora in sala), al punto che mi sono chiesta perché mai Anderson abbia aspettato così tanto per chiamarlo in uno dei suoi film, visto che l'attore sembra uscito direttamente da una sua pellicola. Spero sia l'inizio di una lunga e fruttuosa collaborazione! Con questa nota speranzosa, invito i fan di Anderson ad andare a vedere La trama fenicia. Non è il miglior film del regista, questo no, ma è bello e divertente, una piccola chicca colorata in una triste e grigia realtà, e a volte, non so a voi, ma a me basta solo questo per essere soddisfatta. I detrattori si astengano, senza criticare i bimbi di Anderson come me!


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Benicio Del Toro (Zsa-zsa Korda), Steve Park (Il pilota), Willem Dafoe (Knave), F. Murray Abraham (Profeta), Rupert Friend (Excalibur), Michael Cera (Bjorn), Riz Ahmed (Principe Farouk), Tom Hanks (Leland), Bryan Cranston (Reagan), Charlotte Gainsbourg (prima moglie), Mathieu Amalric (Marseille Bob), Jeffrey Wright (Marty), Scarlett Johansson (Cugina Hilda), Bill Murray (Dio), Hope Davis (Madre superiora) e Benedict Cumberbatch (Zio Nubar) li trovate invece ai rispettivi link.


Mia Threapleton
, che interpreta Liesl, è figlia dell'attrice Kate Winslet. ENJOY!



martedì 17 maggio 2022

Doctor Strange nel multiverso della follia (2022)

Domenica sono riuscita, finalmente, ad andare a vedere Doctor Strange nel multiverso della follia (Doctor Strange in the Multiverse of Madness), diretto dal regista Sam Raimi.


Trama: Doctor Strange è costretto a difendere America Chavez, ragazza dotata del potere di viaggiare nel Multiverso, da una Wanda Maximoff ormai corrotta dal libro di magia nera Darkhold e intenzionata a riunirsi coi figli perduti...


Lo si aspettava da tanto questo Doctor Strange nel multiverso della follia, per un paio di motivi. Il primo, ovviamente, era il ritorno di Sam Raimi alla regia dopo il (per me) deludente Il grande e potente Oz; Doctor Strange dava parecchie speranze ai fan del regista, non solo per le atmosfere leggermente horror che già avevano permeato il primo capitolo, ma soprattutto perché la famigerata fantasia di Raimi, la sua ricchezza di idee visive, avevano tutto il potenziale per essere perfette nella rappresentazione di un multiverso folle. Il secondo motivo era il multiverso stesso. Loki e What If...? sono stati una grandissima delusione il primo e una bella menata di cojones, interrotta alla terza puntata, il secondo, ma l'idea di Multiverso mutuata dalle letture dei fumetti Marvel a me è sempre piaciuta tantissimo e non vedevo l'ora che venisse presa e trattata come meritava. E poi, terzo motivo, il ritorno di Wanda Maximoff dopo l'adorabile Wanda/Vision. Con tutte queste aspettative, l'ovvio rischio era quello di uscire dal cinema molto ridimensionata, invece Doctor Strange nel multiverso della follia mi ha divertita e soddisfatta per parecchi motivi, pur non essendo privo di difetti. Il primo dei quali è la natura un po' risibile della trama, un canovaccio semplicissimo stiracchiato in due ore per dargli una parvenza di grandeur e che solleva parecchie domande "scomode" che ovviamente rimangono prive di risposta (SPOILER: l'elefante nella stanza è il libro dei Vishanti, talmente potente che si perdono le ore per cercarlo, solo per poi vederselo distruggere in un secondo e sistemare i poteri incontrollabili di America con un "puoi farcela, credo in te". Vabbé dai), mentre il secondo, macroscopico, è la qualità a dir poco altalenante del character building. Anche qui, si va nello SPOILER: al di là della "tentazione" rappresentata da Christine, che dopo essersi vista per 20 minuti scarsi nel primo film, adesso diventa l'unico motivo di felicità per Strange, io non mi capacito del trattamento riservato a Wanda. Per carità, quella dei fumetti non è mai stata un modello di stabilità mentale, ma questa supera ogni livello di follia e, dopo un po', scartavetra i marroni con 'sta storia dei figli, come se una donna bella, potente e intelligente dovesse per forza venire definita dall'essere madre. Di Visione, poveraccio, nessuno parla, forse semplicemente perché il contratto della Disney con Paul Bettany è scaduto. Ciò detto, un bello spreco di potenziale per il personaggio più affascinante della Fase 4 del MCU.

Nonostante tutti questi ovvi difetti, però, Doctor Strange nel multiverso della follia è una visione divertente ed entusiasmante, che a tratti mi ha lasciata a bocca aperta, colma di beata ed ignorante felicità (scusate mai il mio cuore di nerd ha fatto un salto davanti all'arrivo del pelatone rattuso più adorabile di sempre). Non è un film di Raimi, ovvio, è un film del MCU che, a non conoscere il regista, risulta praticamente identico alle altre millemila pellicole prodotte da Kevin Feige, ma in realtà contiene tante belle zampate del "vecchio" Sam, e non parlo solo della comparsata di Bruce Campbell. Le inquadrature sghembe, la velocità con cui la cinepresa si avvicina a un personaggio o un oggetto per poi stravolgere il punto di vista, i jump scare costruiti con cura, le inquietanti soggettive, la quasi totalità delle sequenze aventi per protagonista una Wanda più terrificante di qualunque presenza spettrale in molti horror recenti, un certo gusto per il weird e la realizzazione di una scena musicale di bellezza commovente (a proposito, Danny Elfman è tornato in grande spolvero!) indicano la presenza di un regista dietro la macchina da presa, non di un signor nessuno adibito a zerbino, e nonostante l'ovvia omologazione alla macchina per soldi Disney (humour fastidioso e spesso inopportuno in primis), queste cose traspaiono. Tornando un attimo al tema horror, Raimi e Wanda, ho apprezzato tantissimo non solo l'interpretazione della Olsen, che si mangia quasi letteralmente gli altri attori, Cumberbatch compreso, ma anche la serietà con cui il regista ha cercato di trasformarla sia miglior villain del MCU di sempre che in un orrore da non dormirci la notte; echi di Carrie e di Drag Me to Hell vengono dati in pasto allo spettatore assieme ad un paio delle morti più (s)gradevoli e spettacolari della saga, tanto che la strizzata d'occhio ai Marvel Zombies è una bambinata rispetto all'angoscia di una Wanda la cui realtà viene travolta da una presenza "altra" che ne annulla completamente la volontà, trasformandola in un mostro. Il resto, ovviamente, è tutto worldbuilding fatto di serie, film passati e futuri, scene post credit grazie alle quali sappiamo che Doctor Strange tornerà e tutto il resto del carrozzone, che può piacere o meno. Al momento, a me piace ancora, anche se onestamente sto cominciando a faticare a stare dietro a tutti film e le serie indispensabili per capirci qualcosa (a tal proposito, qualcuno mi spiega perché lo Stregone Supremo è Wong e non Strange, quando il mago cinese sarà anche simpatico ma palesemente meno abile? Mi sono persa qualcosa...)!


Del regista Sam Raimi ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (Dottor Stephen Strange), Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff /Scarlet Witch), Chiwetel Ejiofor (Barone Mordo), Benedict Wong (Wong), Rachel McAdams (Dr. Christine Palmer), Julian Hilliard (Billy Maximoff), Michael Stuhlbarg (Dr. Nic West), Hayley Atwell (Captain Carter), John Krasinski (Reed Richards), Patrick Stewart (Professor Charles Xavier), Charlize Theron (Clea) e Bruce Campbell (Pizza Poppa) li trovate ai rispettivi link. 


Anson Mount era già comparso come Black Bolt nella sfortunata serie Inhumans mentre Lashana Lynch, che qui interpreta una versione di Captain Marvel, nel film omonimo era Maria Rambeau. A tal proposito, se Doctor Strange nel multiverso della follia vi fosse piaciuto, o se volete vederlo, non impazzite a recuperare tutto: vi bastano giusto Doctor Strange, Wanda/Vision e, se proprio siete pignoli, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: No Way Home. ENJOY!


venerdì 7 gennaio 2022

Spider-Man: No Way Home (2021)

Finalmente domenica sono andata a vedere Spider-Man: No Way Home, diretto nel 2021 dal regista Jon Watts, dopo un'attesa di quasi un mese dovuta alla gente folle che si è riversata a frotte in sale, come quella savonese, dove le regole anti-covid, prima dell'obbligo di portare la FFP2, erano pura utopia. Vediamo un po' se è valsa la pena attendere!


Trama: dopo che Mysterio ha rivelato al mondo l'identità di Spider-Man, la vita di Peter Parker e dei suoi amici è diventata un disastro. Il ragazzo decide quindi di chiedere aiuto a Doctor Strange per cancellare la memoria delle persone ma ovviamente l'incantesimo va storto...


Sì, ne è valsa la pena. Non sono di quelle che definiscono i film Marvel dei capolavori, anche perché salvo pochissimi casi li ho tutti dimenticati ad una settimana dalla visione, ma No Way Home ha davvero il suo perché e oserei dire (ma, come avete letto, non sono granché affidabile) che è una delle poche pellicole del MCU a curare veramente il personaggio protagonista, facendolo evolvere e crescere tra gioie e dolori; non so se è un paragone da fare, anche perché i Potterhead sono più micidiali dei fan del MCU, ma l'evoluzione del personaggio Spider-man interpretato da Tom Holland mi ha ricordato i romanzi di Harry Potter, dove i primi due erano libri per bambini semplici e principalmente ironici, poi dal terzo in poi i toni si sono fatti più cupi e i protagonisti più complessi e problematici. A costo di privare della freschezza il Peter Parker di Holland, credo sia questa la strada da seguire per elevarlo dal novero di eroi "cazzari" i cui problemi durano il giro di un film, sepolti da una salva ininterrotta di battute e siparietti esilaranti, perché, se ci pensate, il Bimbo Ragno del MCU finora ha avuto vita molto facile: è entrato di diritto nella squadra di eroi più forti della Terra, preso subito sotto l'ala potente di Stark, che lo ha fornito di ogni tipo di gadget, e dopo la morte dell'adorato Tony ci hanno pensato Happy Hogan e Nick Fury a far sì che a Peter non mancasse nulla. A fare cerchio attorno alla sua identità segreta, oltre ai due pesi massimi, c'erano anche l'adorata zia May, l'amico fraterno Ned e la fidanzata MJ, cosa che ha sempre consentito a Peter di vivere come un'adolescente normale ma anche come supereroe, una fortuna che credo non sia mai toccata a nessun ragazzino di nessun fumetto, film o cartone animato, e tutte queste cose combinate hanno fatto sì che Peter Parker diventasse una sorta di ragazzino viziato, dolce e carino quanto volete ma comunque privo di una dose di durezza e indipendenza tali da renderlo un supereroe consapevole e responsabile, e questo viene sottolineato parecchie volte nel corso di No Way Home, che sbatte in faccia al protagonista fin da subito una situazione dalla quale il ragazzo non potrebbe mai fuggire da solo, senza essere "paraculato" a più livelli. 


Purtroppo, sarà proprio questa consapevolezza di avere sempre e comunque le spalle coperte che causerà il casino cosmico che ha fatto bagnare il 90% dei nerd del pianeta e che ha trasformato No Way Home in un vero e proprio evento, rendendolo più ricco, intrigante e anche piacevole da guardare, non posso negarlo. Giocherò a carte mezze scoperte senza fare troppi spoiler, tanto ormai il film lo avranno visto tutti (ma, se non l'avete ancora fatto, evitate l'infoporn con tutti i nomi degli attori coinvolti) e il mio blog ormai è meno letto di Grand Hotel, dicendo che rivedere certi volti è stato come riavvolgersi in una calda coperta, souvenir dei bei tempi in cui i cinecomics erano ancora appannaggio di poche case di produzione pazze e registi che ci credevano senza omologarsi, un rischio per lo spettatore che apriva il cuore alla speranza e poi rischiava di ritrovarsi tra le mani una mezza ciofeca ma, nonostante tutto, si teneva le urla di dolore nel cuore perché non erano ancora spuntati internet e i maledetti social a dar voce anche alle capre. L'interazione tra i moltissimi personaggi presenti nel film mi è parsa naturale e rispettosa delle personalità dei coinvolti (almeno, di quelli che conoscevo) e se è vero che è sempre divertente vedere Doctor Strange alle prese con quelle che per lui sono fondamentalmente delle inutili minchie di mare a fronte della sua infinita e spocchiosa sapienza, è ancora più vero che un film senza dramma sarebbe nulla e che i signori attori sono pochi ma riescono a nobilitare pellicole ben peggiori di queste: qui, in particolare, c'è un attore che mangia la scena a tutti quelli che si ritrovano a doverla condividere con lui, arricchendo non solo le loro interpretazioni, ma anche le sequenze appena successive alla sua apparizione, nelle quali il fantasma della sua presenza aleggia ancora, impossibile da ignorare. Si piange parecchio in No Way Home e, come ho scritto sopra, è giusto così, perché un po' di cupezza rende i personaggi più complessi e migliori, al di là di tutto il codazzo di gag ed effetti speciali che possono accompagnare le loro avventure.


Questi ultimi elementi, ovviamente, non mancano. Come nei primi due film si cerca di approfondire la vita scolastica e sentimentale di Peter Parker, e ormai il terzetto Holland/Zendaya/Batalon è talmente affiatato che viene da pensare che i tre siano molto amici anche fuori dal set, inoltre a Batalon è richiesto di alleggerire un po' le atmosfere fungendo da elemento comico. In questo caso, gli sceneggiatori sono riusciti a tenersi in ottimo equilibrio senza sconfinare nella farsa e anche a gestire le fila di una storia comunque assai complessa a livello di continuity senza troppe sbavature (non chiedetemi lumi in merito, mi mancano pezzi di puzzle. Fate come se doveste guardare Tenet, godetevelo e non fate domande). Passando agli effetti speciali, io ho un debole per la magia di Strange e per la sua dimensione specchio, ho dunque trovato l'intera sequenza di combattimento tra lui e Spider-Man assai entusiasmante vista su grande schermo, oltre ad avere ovviamente apprezzato lo showdown finale, chiaro e dettagliato nonostante l'abbondanza di personaggi e poteri coinvolti, e la scena centrale del film, dove Spider-Man viene messo di fronte ai suoi limiti nel modo più violento e tragico possibile. Non riesco, al momento, a prevedere che direzione prenderanno le avventure di Spider-Man (e nemmeno dell'MCU vista la graditissima guest star che compare a un certo punto!!), soprattutto visto che è il Dottor Strange il fulcro delle anticipazioni post-credit, ma se l'ex Bimbo-Ragno dovesse tornare in futuro tornerò al cinema a fargli compagnia perché ormai ho cominciato a volergli molto bene, nonostante le dichiarazioni scellerate del minchietta che lo interpreta. 
 

Del regista Jon Watts ho già parlato QUITom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ), Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), Jon Favreau (Happy Hogan), Jamie Foxx (Max Dillon/Electro), Willem Dafoe (Norman Osborn/Goblin), Alfred Molina (Dr. Otto Octavius/Doc Ock), Benedict Wong (Wong), Tony Revolori (Flash Thompson), Marisa Tomei (May Parker), Andrew Garfield (Peter Parker/Spider-Man), Tobey Maguire (Peter Parker/Spider-Man), Angourie Rice (Betty Brant), Martin Starr (Mr. Harrington), J.K.Simmons (J. Jonas Jameson), Rhys Ifans (Dr. Curt Connors/Lizard), Charlie Cox (Matt Murdock) e Tom Hardy (Eddie Brock/Venom) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jacob Batalon interpreta Ned Leeds. Hawaiano, ha partecipato a film come Spiderman: Homecoming, Blood Fest, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e Spiderman: Far From Home. Ha 26 anni. 


Thomas Haden Church interpreta Flint Marko/L'uomo sabbia. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere del male, Sideways, Spider-Man 3 e Hellboy. Ha 62 anni e due film in uscita.


La trama del film, che avrebbe dovuto riprendere una delle scene post-credits di Far From Home, quella in cui si scopre che i Maria Hill e Nick Fury della Terra sono in realtà degli Skrull mentre il vero Fury è nello spazio, è stata completamente cambiata per poter realizzare la mini-serie Secret Invasion, che dovrebbe uscire quest'anno. Nell'attesa che ciò, accada, se Spider-Man: No Way Home vi fosse piaciuto recuperate Spider-Man: Homecoming, Spider-Man: Far From Home, Doctor Strange, la serie Wanda/Vision (peraltro molto ma molto carina), Shang Chi e la leggenda dei 10 anelli... e poi armatevi di santa pazienza vintage con Spider-Man, Spider-Man 2, Spider-Man 3, The Amazing Spider-Man e The Amazing Spider-Man 2 - Il potere di Electro, mentre potete serenamente evitare quella cacca fumante di Venom e, ovviamente, Venom 2. ENJOY!

venerdì 17 dicembre 2021

Il potere del cane (2021)

Dopo un po' di convalescenza si torna a scrivere, almeno ci si prova. Arrugginita come sono potrei anche non riuscire ad esprimermi bene per quanto riguarda Il potere del cane (The Power of the Dog), film diretto e sceneggiato dalla regista Jane Campion partendo dal romanzo omonimo di Thomas Savage


Trama: Phil Burbank è un ranchero rude e tutto d'un pezzo che vede il mondo crollare sotto i suoi piedi quando il fratello si sposa, portando a casa una donna e suo figlio. Phil decide di rendere la vita impossibile ai due nuovi arrivati, ma qualcosa comincia a cambiare...


Sono rimasta stupita quando ho visto che Il potere del cane era già disponibile su Netflix dopo nemmeno due settimane dall'uscita al cinema d'élite di Savona e mi dispiace dire che ho gioito della cosa, vista l'impossibilità che avevo avuto di sfruttare anche uno solo dei tre giorni di programmazione. Di base, credo però che un film come quello della Campion vada necessariamente visto su un grande schermo in quanto, a livello di "potenza" registica, è un trionfo di paesaggi naturali brulli e campi lunghissimi in perfetto stile western e dà proprio l'idea di praterie sconfinate e distanze difficili da percorrere in tempi brevi, elementi che accrescono quell'enorme senso di solitudine da cui vediamo venire schiacciati uomini dotati di moltissima terra e discrete ricchezze ma sicuramente privi di contatti umani. A scanso di equivoci, posso dire che per quanto mi riguarda (ma contate che mi hanno operata due giorni prima, quindi forse non ero proprio dell'umore giusto per apprezzare appieno un film simile) la bellezza della regia, l'incredibile fotografia e la bravura di Benedict Cumberbatch sono le uniche  cose che "salvano" Il potere del cane dall'essere un lavoro freddo e a mio avviso superficiale, che inanella un cliché dietro l'altro e non consente allo spettatore di empatizzare con nessuno dei personaggi che compaiono sullo schermo, men che meno a provare qualsiasi tipo di umana pietà nei loro confronti; l'idea di questa "distanza", fisica e mentale ma anche temporale, dal mondo e dagli affetti (questi ultimi, almeno per Phil, irraggiungibili per ovvi motivi), che crea rocce in guisa di uomini, esseri stundai che basta un niente per mandare in frantumi, è ben chiara nella mente della regista e sicuramente comprensibilissima per lo spettatore, eppure non penetra nel cuore quanto dovrebbe.


L'idea che mi ha dato Il potere del cane, premettendo che non ho letto l'opera da cui è stato tratto, è quella di un film anche troppo trattenuto nei momenti dove avrebbe dovuto correre un po' più a briglia sciolta, e inutilmente melodrammatico in altri punti, come quando Rose comincia a darsi all'alcoolismo per "sopravvivere" alle cattiverie di Phil, che in una scala da uno ad Iriza Legan non arriva neppure a baciare le scarpe della perfida nemesi di Candy Candy; per contro, l'idea di poter anche solo pensare di provare pena per Phil in quanto represso, privo di amore e condannato a ripensare quotidianamente alla leggendaria figura dell'adorato Bronco Henry, si scontra con la natura di inutile(mente) stronzo del personaggio in questione. Ci si ritrova così davanti a un'accozzaglia di personaggi solitari, muti, paurosi o crudeli (sicuramente una scelta voluta ma, cribbio, penso che un minimo di evoluzione sarebbe servita in tal senso) che verrebbe voglia di lasciare lì, ad annegare nel loro brodo di disagio, tra i quali forse si salva vagamente giusto il Peter di Kodi Smit-McPhee per la sua distaccata visione del mondo e la capacità di fare fessi uomini fatti e finiti che si riempiono la bocca di paroloni e "consigli su come si sta al mondo". Di sicuro, come finale ho preferito quello de Il filo nascosto, che almeno dalla sua aveva un minimo di nerissima ironia, mentre Il potere del cane a me è sembrato algido e represso come il pur bravissimo Cumberbatch. So però che molti lo hanno adorato, quindi dategli un'occhiata e sentitevi liberi di mandarmi a quel paese!


Di Benedict Cumberbatch (Phil Burbank), Jesse Plemons (George Burbank), Kodi Smit-McPhee (Peter Gordon), Kirsten Dunst (Rose Gordon), Thomasin McKenzie (Lola), Frances Conroy (Old Lady) e Keith Carradine (Il Governatore) ho parlato ai rispettivi link.

Jane Campion è la regista e sceneggiatrice del film. Neozelandese, ha diretto film come Lezioni di piano (per il quale ha vinto l'Oscar per la miglior sceneggiatura), Ritratto di signora, Holy Smoke e In the Cut. Anche produttrice e attrice, ha 67 anni. 


George Burbank avrebbe dovuto essere interpretato da Paul Dano, purtroppo già impegnato come Enigmista nell'imminente Batman mentre Elizabeth Moss ha dovuto rinunciare al ruolo di Rose perché impegnata nelle riprese del prossimo film di Taika Waititi. Ciò detto, se vi fosse piaciuto Il potere del cane, recuperate Lezioni di piano. ENJOY!

domenica 5 aprile 2020

Edison - L'uomo che illuminò il mondo (2017)

Giorni di Covid19, giorni di chiusura forzata dei cinema, giorni in cui si recupera quello che si può su Netflix o, come in questo caso, su Prime Video, dove è uscito Edison - L'uomo che illuminò il mondo (The Current War), diretto nel 2017 dal regista Alfonso Gomez-Rejon.


Trama: alla fine del XIX secolo, Thomas Edison e George Westinghouse cominciano una lotta serratissima per determinare chi riuscirà a portare la corrente elettrica nelle città americane.



Edison - L'uomo che illuminò il mondo era un film che già aveva attirato l'attenzione mia e del Bolluomo, non necessariamente in modo positivo; il trailer che passava nei cinema, infatti, complice anche l'abbondanza di attori che il film condivide col MCU o con altri cinecomic, era montato come quello di un film di supereroi e onestamente ci siamo ritrovati spesso a riderne, visto l'argomento "scientifico" trattato. In realtà, quello che pensavamo fosse un film molto serioso e tecnico, è stato davvero realizzato come un dramma all'interno del quale due personalità ambiziose si fanno la guerra (come da titolo originale) senza risparmiare colpi bassi e, benché il risultato sia ovviamente molto distante da un cinecomic, è comunque abbastanza dinamico e coinvolgente da riuscire a far passare una bella serata anche ai non addetti ai lavori, insegnando qualcosina, che male non fa. A dirla tutta, nonostante il titolo italiano sottolinei la preponderanza di Edison, lo scienziato non ne esce benissimo: dipinto come un matto geniale il cui motto è "non realizzerò mai qualcosa che possa nuocere agli esseri umani", viene comunque mostrata anche la sua volontà di ricorrere a mezzi scorretti e diffamazione per screditare la reputazione dell'avversario George Westinghouse, fautore dell'utilizzo della corrente alternata (mentre Edison utilizzava quella continua) e suo rivale nella "corsa all'elettricità". Certo, gli sceneggiatori inseriscono anche tutti gli elementi necessari per rendere più accattivante Edison rispetto a Westinghouse, per esempio mostrando il forte attaccamento alla moglie e il contributo all'arte mondiale attraverso invenzioni come il fonografo o il cinetoscopio, tuttavia è il meno conosciuto Westington a risultare il più corretto e lungimirante tra i due, benché "sminuito" da una patina di uomo d'affari vecchio stampo.


In tutto questo, viene dato anche un contentino ai fan di Tesla, la scheggia impazzita che, di fatto, si autodanneggia in virtù del suo carattere da bohemien e dei suoi problemi relazionali, contribuendo a modo suo alla guerra tra Edison e Westinghouse senza godere dei frutti economici che ne sono derivati. A voler essere pedanti, il trattamento riservato a Tesla è indice della superficialità della sceneggiatura del film, che romanza parecchio gli eventi accorsi ai protagonisti e a un certo punto si imbarca anche in una tirata anti sedia elettrica, ma come ho scritto più su per chi ignora molti degli eventi reali e vuole solo passare un'ora e mezza con qualcosa di coinvolgente ma poco impegnativo va anche bene (al limite, esistono libri sull'argomento, se poi necessitiamo di approfondire). Edison - L'uomo che illuminò il mondo è comunque ben realizzato: innanzitutto mette in campo attori di sicuro richiamo, adatti al ruolo che interpretano (anche se Cumberbatch sembrerebbe sempre un po' legato al suo Sherlock e a confermarsi più camaleontico è il bravissimo Michael Shannon) inoltre la regia di Alfonso Gomez-Rejon è ben lungi dall'essere piatta o legata a uno stile "biografico", e il regista si diverte a ricercare prospettive sghembe, ad inserire flashback dallo stile particolare, persino a citare il cinetoscopio di Edison inserendo sequenze a tema che si fondono con immagini più "moderne". Insomma, Edison - L'uomo che illuminò il mondo non è sicuramente il film più interessante sul catalogo Prime ma un'occhiata in questi tempi di Coronavirus avverso ai cinefili gliela si può anche dare, soprattutto se siete in quarantena secca e avete un sacco di tempo libero.


Del regista Alfonso Gomez-Rejon ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (Thomas Edison), Katherine Waterston (Marguerite Westinghouse), Michael Shannon (George Westinghouse), Tom Holland (Samuel Insull) e Nicholas Hoult (Nikola Tesla) li trovate invece ai rispettivi link.


Jake Gyllenhaal era stato scelto per il ruolo di Westinghouse ma alla fine ha rinunciato ed è stato sostituito da Michael Shannon; nel ruolo del figlio di Edison c'è invece Louis Ashbourne Serkis, figlio di Andy Serkis. Se Edison - L'uomo che illuminò il mondo vi fosse piaciuto recuperate The Imitation Game e The Prestige. ENJOY!

martedì 28 gennaio 2020

1917 (2019)

I compiti sono finiti e con 1917, scritto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Sam Mendes, ho recuperato tutte le pellicole candidate all'Oscar come miglior film.


Trama: sul fronte francese della prima guerra mondiale, due soldati inglesi si imbarcano in una missione per impedire a un intero plotone di connazionali di finire in una trappola tedesca.


Chiedo a chi ama i film di guerra di essere indulgente con me, ché il genere non rientra proprio tra i miei preferiti. Dico questo perché ho letto, fino ad ora, le peggio cose su 1917: è noioso, è risibile, non racconta la prima guerra mondiale com'è successa davvero, è un videogioco, ha tutte le esplosioni sbagliate, è facilone, chi più ne ha più ne metta. A me, che sono invece ignorante come una capra di Biella e avrò visto sì e no una decina di film a tema, 1917 è piaciuto, con tutte le riserve del caso, ovviamente. Innanzitutto, non lo avrei mai guardato se non fosse stato nella rosa di candidati all'Oscar ma, detto questo, la marea di premi destinati a piovergli addosso mi perplime oltremodo: sì, il film di Mendes mi è piaciuto e posso definirlo una bella pellicola, sono convinta che vincerà il premio per la Miglior Regia anche solo per il virtuosismo tecnico del finto piano sequenza, ma da qui a candidarlo nella categoria Miglior Film e Miglior Sceneggiatura Originale ne passa. Ma parliamo un po' della sceneggiatura. Persino io, che di cinema di guerra non capisco nulla, mi sono resa conto di come la trama di 1917 altro non sia che una "storia di guerra" raccontata dal nonno (non lo dico tanto per dire: la sceneggiatura si basa sui racconti di Alfred Mendes) e filtrata dall'occhio sognante di un ragazzino che lo sta ad ascoltare, semplice, lineare ma avvincente dall'inizio alla fine. C'è davvero tutto: ci sono le trappole, la corsa contro il tempo per portare a casa una missione impossibile, gente che muore inaspettatamente, nemici insidiosi ed infidi, personaggi quasi "mitologici", parentesi dolci e commoventi, momenti terribili in cui tutto pare cospirare contro il protagonista, persino ingratitudine ed insulti. Questi ultimi meritati, va detto. Blake e Schofield sono due minchie di mare, l'incarnazione letterale di un triste verso de La guerra di Piero, inconsapevoli, povere creature, del detto mors tua vita mea persino quando hanno i tedeschi pronti a far loro saltare in aria le chiappe, roba che la suspension of disbelief era seduta sulla poltrona accanto a me a ridere come una matta (soprattutto quando, a un certo punto, cicciano fuori soldati e mezzi da ogni dove) mentre io mi asciugavo una lacrimuccia furtiva.


Sì, io mi sono commossa nonostante tutto perché George MacKay è bravissimo. O, meglio, la sua faccia sconvolta e stralunata è l'elemento che, assieme ad alcune sequenze crude, conferisce il necessario realismo a questa storia di guerra e offre il contrasto tra chi guarda/ascolta con distacco/racconta dopo tanto tempo e chi quella storia se l'è vissuta sulla pelle, provando tutta la sofferenza, il dolore e la paura del caso. E' l'elemento umano necessario, altrimenti sì, con la sua trama semplice e i suoi virtuosismi tecnici, 1917 sarebbe solo un bell'esercizio di stile, perfetto appunto per gli Oscar ma nulla più. Sam Mendes, chevvelodicoaffare, dietro la macchina da presa è un drago: sfruttando tecniche Hitchcockiane, il regista passa con fluidità invidiabile da una semi-soggettiva a riprese più panoramiche, ci catapulta nel vivo dell'azione senza una sbavatura (grazie anche a un valido montaggio) e senza mai perdere di vista la centralità dei protagonisti, si permette persino alcune sequenze di sublime poesia notturna, quando sembra che i personaggi siano immersi nell'Apocalisse, ma soprattutto ci consente di percepire la durezza della vita di trincea, riportando su grande schermo la labirintica claustrofobia di un luogo che, più che proteggere i soldati, arrivava ad inghiottirli per non lasciarli andare mai più (sì, ci aveva già pensato il film Deathwatch, che vi consiglio di recuperare, ma a me non era ancora capitato di andare a vedere al cinema un film ambientato in buona parte all'interno di trincee). Insomma, avrete capito che sono uscita dal cinema soddisfatta e non mi pento dei soldi spesi ma devo dire anche che Sam Mendes ha fatto di meglio e che accanto agli altri candidati 1917 è robetta, e, a costo di risultare antipatica e spocchiosa, spero sinceramente non porti a casa nemmeno un premio salvo quelli tecnici legati al sonoro.


Del regista e co-sceneggiatore Sam Mendes ho già parlato QUI. George MacKay (Caporale Schofield), Colin Firth (Generale Erinmore), Mark Strong (Capitano Smith), Benedict Cumberbatch (Colonnello MacKenzie) e Richard Madden (Joseph Blake) li trovate invece ai rispettivi link.


1917 ha ben dieci nomination: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia, Miglior Trucco e Pettinature, Miglior Scenografia, Miglior Colonna Sonora Originale, Migliori Effetti Speciali, Miglior Missaggio Sonoro, Miglior Montaggio Sonoro.  Dean-Charles Chapman, che interpreta Blake, era il Tommen de Il trono di spade e ha partecipato al film al posto di Tom Holland, non disponibile per impegni pregressi. Se 1917 vi fosse piaciuto recuperate Orizzonti di gloria. ENJOY!

martedì 11 dicembre 2018

Il Grinch (2018)

Sotto le feste, potevo non andare a vedere Il Grinch (The Grinch), diretto dai registi Yarrow Cheney e Scott Mosier e tratto dal libro omonimo del Dr. Suess?


Trama: dopo una vita all'insegna dell'odio e dell'isolamento, il Grinch decide di rubare il Natale agli abitanti di Chissà.


Alzi la mano chi, sotto Natale, non si sente un po' Grinch, soprattutto quando i panettoni cominciano ad apparire nei negozi già a metà novembre. Non so a voi ma a me sale un'ansia spaventosa e solo dopo l'8 dicembre comincio ad apprezzare l'atmosfera natalizia. Non oso immaginare quindi come dev'essere la vita del Grinch, costretto 365 giorni all'anno a vivere in un paese che ha fatto del Natale la sua ragione di vita, nemmeno stessimo parlando della Christmas Town di The Nightmare Before Christmas. Certo, il Grinch cinematografico un motivo per odiare la tanto osannata festività ce l'ha, sia che si tratti di un cartone animato doppiato da Benedict Cumberbatch/Alessandro Gassman, sia che si tratti di un Jim Carrey ricoperto di pelo verde: in questo caso, abbiamo un povero bambino abbandonato in un orfanotrofio mentre tutti festeggiano, invece nel vecchio live action diretto da Ron Howard avevamo una sorta di "apologia" del diverso e la trama si snodava sull'aspetto inconsueto del Grinch, che qui non viene sottolineato nemmeno una volta. Gli abitanti della vecchia Chinonso (qui ribattezzata Chissà) erano una manica di maledetti materialisti e il Grinch ne aveva ben donde a odiarli ma il cartone animato prodotto dalla Illumination non si apre mai a questa possibilità e offre al pubblico composto da grandi e piccini una città da sogno, dove tutti sono lieti nonostante i mille problemi quotidiani, ognuno è amichevole l'un con l'altro senza ipocrisie (persino col Grinch, che qui non viene visto come il demonio ma come una persona eccentrica) e il Natale è decisamente una bella festa. Il Grinch, in tutto questo, risulta quasi irrazionalmente malvagio, condannato all'isolamento da un singolo trauma infantile che tuttavia non gli impedisce di esercitare il suo fascino sul cagnolino Max, vero mattatore del film, e sulla new entry Fred l'alce i quali, forse in virtù del loro essere bestiole, capiscono in profondità il vero animo del Grinch; aggiungendo la simpatica Cindy Lou, molto migliore di quell'orrore zuccheroso del 2000, mocciosetta assai simile alle tre canagliette che attorniano Gru in Cattivissimo me, il lieto fine è quasi scontato anche se io avrei gradito una svolta "lllove" che purtroppo non c'è stata.


L'approccio degli sceneggiatori Michael LeSieur e Tommy Swerdlow al materiale originale del Dr. Suess è dunque classico che più non si può, si limita a qualche aggiunta divertente qui e là (il "migliore amico" del Grinch è simpatico ma la capretta belante è semplicemente esilarante) e alla decisione di rendere il Grinch ancora più geniale ed inventivo del solito fin dall'inizio, col risultato che questa nuova versione dell'amatissimo racconto punta maggiormente sulle invenzioni visive e su un'animazione eccelsa. Soprattutto, a lasciare a bocca aperta è la bellezza incredibile di Chissà, un trionfo di neve, casette decorate, negozietti che alla bisogna si aprono e richiudono cambiando forma, luci natalizie e tutto ciò che rischia di far scoppiare il cuore nel petto anche di chi non va matto per il Natale; esistesse una città così ci andrei a vivere, tutta bianca e luminosa com'è, con piccoli uccellini che sciano per i pendii innevati e mezzi di trasporto da sogno anche nella loro "normalità" quotidiana. A proposito di mezzi di trasporto e strumenti meccanici in generale, come ho scritto più su il Grinch della Illumination è assai simile a Gru non solo per gli atteggiamenti (confrontate la scena iniziale di Cattivissimo me con quella de Il Grinch, vi sfido a scovare le differenze) ma anche per le "armi" di cui è dotato, per le comodità casalinghe costruite all'interno del tipico antro da villain isolato e ricco da far schifo (c'è persino un lunghissimo tavolo da pranzo oltre all'immancabile organo), per i mezzi tecnologici sfruttati al fine di portare a termine la sua malvagia impresa. Insomma, un vero genio del male, un tesoro di Chi Sa al quale bisognerebbe semplicemente dare un'occasione per fargli rendere Chissà ancora più bella, e un film gradevolissimo come antipasto delle Feste. Unica pecca: le maledette canzoni rap di Tyler the Creator che stanno alla meravigliosa ed evocativa colonna sonora di Danny Elfman (nonché alla splendida God Rest Ye Merry Gentlemen dei Pentatonix) come i cavoli a merenda.


Del co-regista Yarrow Cheney ho già parlato QUI. Benedict Cumberbatch (voce originale del Grinch) e Angela Lansbury (sindaco McGerkle) li trovate invece ai rispettivi link.

Scott Mosier è il co-regista della pellicola. Americano, è conosciuto principalmente come produttore dei film di Kevin Smith ed è al suo primo film come regista. Anche sceneggiatore e attore, ha 47 anni.


Il film è preceduto da un delizioso corto dei Minions in versione Ali della libertà, dinamico e divertente. Nella versione originale, Brad Dourif è stato rimpiazzato da Pharrel Williams come narratore, il che mi perplime notevolmente. Se Il Grinch vi fosse piaciuto recuperate Come il Grinch rubò il Natale di Chuck Jones e il pluricitato Il Grinch del 2000. ENJOY!


venerdì 4 maggio 2018

Avengers: Infinity War (2018)

Pur essendo corsi col Bolluomo a vederlo a Trieste, persino in vacanza, capirete bene che solo oggi riesco a buttare giù due righe su Avengers: Infinity War, diretto dai registi Anthony e Joe Russo e coronamento di dieci anni di film Marvel su grande schermo. Il post sarà OVVIAMENTE (anche se ormai lo avrete visto tutti!) SENZA SPOILER ma sarebbe meglio aver visto il film prima di leggerlo!


Trama: il malvagio Thanos sta radunando a poco a poco le Gemme dell'Infinito, che gli consentiranno un potere smisurato. La sua ricerca lo porta sulla Terra, a scontrarsi con quello che resta dei Vendicatori e con altri inaspettati alleati...


La mia paura più grande, alla vigilia di Infinity War, era che gli sceneggiatori e i fratelli Russo non sarebbero riusciti a gestire il calderone di personaggi, storie e sottotrame portate sullo schermo in tutti questi anni. Gli Avengers erano già stati rodati come gruppo dopo alcuni film solitari, d'accordo, ma nel frattempo si sono aggiunti Spider-Man, i Guardiani della Galassia e Doctor Strange, inoltre Thor aveva cambiato decisamente registro... insomma, i rischi potenziali erano due: o ottenere l'effetto "mosaico", appiccicando con lo sputo storie e personaggi che poco o nulla avevano da spartire, oppure arrivare alla fagiolata di macchiette come nei peggiori X-Men, quell'inguardabile elenco di personaggi messi a mo' di elenco da spuntare, con i fan che non sanno se essere felici per la comparsa dell'eroe preferito o mettersi a piangere per la sua inutilità nel contesto. Purtroppo, diciamo che in Infinity War hanno subito quest'ultimo destino Falcon e, in parte, anche War Machine ma a questo posso anche aggiungere un bel "chissenefrega", ché i due personaggi non mi hanno mai detto nulla, per il resto riporto qui quanto scritto su Facebook: come cinecomic, Avengers: Infinity War è un fo**uto capolavoro. Ovviamente, il mio giudizio è quello di chi ha visto i film che hanno portato alla pellicola dei fratelli Russo solo UNA volta, massimo due, quindi non contate su di me per scovare eventuali incongruenze nel delirio di scene post-credits e trame appena accennate che hanno spianato la strada a Thanos e alla sua ricerca delle Gemme dell'Infinito, però da semplice spettatrice mediamente appassionata del genere quasi tre ore così "veloci" ed epiche non me le aspettavo davvero. Infinity War è un film che assesta subito un poderosissimo cazzotto allo stomaco dello spettatore, stroncando sul nascere tutte le accuse rivolte alla Marvel di essere un carrozzone da Carnevale di Rio, e che costruisce il climax finale mettendo assieme pochi eroi per volta, dapprima quelli più "simili" per carattere ed atmosfere o comunque quelli le cui dinamiche avrebbero funzionato meglio, mettendoli a confronto con un essere praticamente inarrestabile e molto determinato. Thanos è il primo villain del Marvel Cinematic Universe a potersi degnamente fregiare di questo titolo, l'unico che probabilmente si imprimerà a fuoco nella memoria degli spettatori e non solo perché "gli piace vincere facile" ma soprattutto per la sua complessità. I ragionamenti che muovono Thanos sono i deliri di un pazzo, è vero, eppure sono pericolosamente condivisibili: salvare mondi condannati dalla sovrappopolazione lasciando fare "al caso" è un'idea folle ma allo stesso tempo in qualche modo "equa" e non interamente malvagia, poiché Thanos non è guidato da egoismo, piuttosto è tormentato dalla consapevolezza di essere una creatura orribile, che per raggiungere i suoi scopi è stato costretto a sacrificare ogni cosa in nome di un'ipotetica salvezza dell'Universo.


Ad affrontare questo villain potentissimo ed inarrestabile troviamo eroi che ne hanno passate di tutti i colori, sono cresciuti con noi e talvolta invecchiati. A far da contraltare ai numerosi momenti comici quasi interamente riservati all'alleanza tra Guardiani della Galassia e Thor e allo spassoso triangolo Iron Man/Doctor Strange/Spider-man, c'è un costante senso di cupezza strisciante che fa morire la risata in gola. A parte il giovane Peter Parker, inesperto "uomo ragno di quartiere" desideroso di mettersi alla prova, tutti gli altri hanno subito perdite enormi e sanno che è solo questione di tempo prima che arrivi una minaccia capace di distruggere tutto ciò che amano; c'è chi è ancora traumatizzato dal primo incontro con la minaccia spaziale e sta cercando di mettere su famiglia, come Iron Man, chi desidera ritagliarsi del tempo per l'amore e l'introspezione, chi è ancora in fuga e non ha smesso un istante di combattere con coraggio, chi ha perso tutto tranne l'orgoglio e il desiderio di vendetta, chi si nasconde dietro una spavalda cazzoneria ma ama la sua assurda famiglia più di qualsiasi altra cosa, chi a causa di un giuramento rischia di perdere la propria umanità e tutti questi eroi, nessuno escluso, noi abbiamo imparato ad amarli, a rispettarli... e sì, a darli per scontati. E' qui che Infinity War cambia le regole, introducendo l'idea concreta della morte e della sconfitta, intrappolando lo spettatore in una corsa sulle montagne russe diretta verso un muro di cemento e capace di lasciarlo col fiato sospeso nell'attesa dell'inevitabile schianto; all'avventura e all'azione si aggiunge dunque l'epicità di piccole e grandi tragedie, accompagnata inoltre da un'introspezione psicologica non facile da trovare in questo genere di film, soprattutto uno così corale. Come ho detto sopra, non a tutti i personaggi viene concesso di svettare sopra la massa, ma alcuni arrivano davvero a brillare di luce propria, Tony Stark su tutti, protagonista di uno dei momenti più intensi e delicati della pellicola, senza dimenticare un Dio del Tuono finalmente temibile e fiero come si confà ad una divinità, i sempre adorabili Guardiani della Galassia (Rocket, mi hai spezzato il cuore!!), per finire con un bimbo ragno costretto a diventare adulto nel peggiore dei modi. Non so se è l'influenza Disney ma a 'sto giro ci sono "momenti Bing-Bong" (cit. Doc Manhattan) come se piovessero e chiunque non ne rimanga toccato nel profondo è una persona malissimA.


Avevo detto niente spoiler quindi la pianto lì, aggiungo solo un paio di righe sulla realizzazione tecnica dell'opera. Pur non sapendo una mazza di regia e montaggio e pur capendo anche da sola che i due Guardiani della Galassia e Thor: Ragnarok avevano molta più personalità rispetto a Infinity War, mi pare comunque che i fratelli Russo abbiano fatto il loro sporco lavoro senza che allo spettatore venisse voglia di cavarsi gli occhi. Sia le scene di combattimento con pochi personaggi sia quelle corali (per esempio il delirio Wakandiano) mi sono sembrate ben dirette e chiare, fracassone quanto basta ma senza esagerare, con gli effetti speciali ben amalgamati all'azione reale e ai fantascientifici mezzi inseriti negli incredibili sfondi alieni. Ho apprezzato molto il tentativo di creare un prodotto dallo stile coeso che lasciasse comunque spazio ad alcune strizzate d'occhio ai fan delle varie franchise, espresse vuoi con l'utilizzo di una colonna sonora particolare (vedi l'introduzione ai Guardiani della Galassia), vuoi con movimenti di macchina inconfondibili come quelli "alla Inception" di Doctor Strange, vuoi con una generale aria "sbarazzina" e fresca, chiaro omaggio a Spider-Man: Homecoming, piccoli tocchi che a mio avviso hanno ravvivato il mosaico vendicatore. Da non fan dei fumetti mi sono comunque esaltata non solo davanti all'egregio trucco dei seguaci di Thanos, a sua volta molto meno brutto e pupazzoso di quanto lasciassero presagire trailer e foto di scena, ma soprattutto davanti al fighissimo costume nuovo di Spider-Man e ad alcuni cambi di look come quello di Chris Evans, decisamente migliorato rispetto ai tempi in cui era un minchietta sbarbatello e precisino (per contro la Vedova Nera bionda perde parecchio, eh)... ma tutto, letteralmente, scompare davanti all'eleganza del finale. Tranquillo, silenzioso, definitivo. E noi muti, tutti gli spettatori, a guardarci in faccia ancora sconvolti da quanto avevamo visto, ché uno può leggere tutti i fumetti che vuole e bene o male far spallucce davanti a certe cose ma se queste "cose" sono scritte bene e al loro interno c'è anche solo un pizzico di cuore, non basta tutta l'esperienza del mondo a salvarci dallo shock, quando ti colpisce a tradimento.


Dei registi Anthony e Joe Russo ho già parlato QUI. Robert Downey Jr. (Tony Stark/Iron Man), Chris Hemsworth (Thor), Mark Ruffalo (Bruce Banner/Hulk), Chris Evans (Steve Rogers/Captain America), Scarlett Johansson (Natasha Romanoff/Vedova nera), Don Cheadle (James Rhodes/War Machine), Benedict Cumberbatch (Doctor Strange), Tom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Chadwick Boseman (T'Challa/Pantera nera), Zoe Saldana (Gamora), Karen Gillan (Nebula), Tom Hiddleston (Loki), Paul Bettany (Visione), Elizabeth Olsen (Wanda Maximoff/Scarlet Witch), Anthony Mackie (Sam Wilson/Falcon), Sebastian Stan (Bucky Barnes/Soldato d'inverno), Idris Elba (Heimdall), Peter Dinklage (Eitri), Benedict Wong (Wong), Dave Bautista (Drax), Vin Diesel (voce di Groot), Bradley Cooper (voce di Rocket Raccoon), Gwyneth Paltrow (Pepper Potts), Benicio del Toro (Il Collezionista), Josh Brolin (Thanos), Chris Pratt (Peter Quill/Star-Lord), Sean Gunn ("corpo" di Rocket), Samuel L. Jackson (Nick Fury, non accreditato) e Cobie Smulders (Maria Hill, non accreditata) li trovate invece ai rispettivi link.

Danai Gurira interpreta Okoye. Americana, famosa per il ruolo di Michonne in The Walking Dead, ha partecipato a film come My Soul to Take - Il cacciatore di anime e Black Panther, inoltre ha doppiato un episodio della serie Robot Chicken. Ha 40 anni.


William Hurt interpreta il Segretario di Stato Thaddeus Ross. Americano, lo ricordo per film come Stati di allucinazione, Brivido caldo, Il grande freddo, Gorky Park, Figli di un dio minore, Jane Eyre, Michael, Dark City, Lost in Space, A.I. - Intelligenza artificiale, The Village, A History of Violence, Syriana, L'incredibile Hulk, Robin Hood e Captain America: Civil War, inoltre ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak e Incubi e deliri. Anche produttore, ha 68 anni e due film in uscita.


Carrie Coon interpreta Proxima Midnight. Americana, ha partecipato a film come L'amore bugiardo - Gone Girl, The Post e a serie quali The Leftovers - Svaniti nel nulla e Fargo. Anche produttrice, ha 38 anni e due film in uscita.


Kerry Condon è la voce originale di Friday. Irlandese, ha partecipato a film come This Must Be the Place, Dom Hemingway, Avengers: Age of Ultron, Captain America: Civil War, Spider-Man: Homecoming, Tre manifesti a Ebbing, Missouri e a serie quali The Walking Dead e Better Call Saul. Ha 35 anni e due film in uscita.


L'immancabile Stan Lee compare nel film nei panni di autista dello scuolabus. Nell'attesa che esca, l'anno prossimo, il sequel ancora senza titolo di Infinity War (nel quale arriverà Captain Marvel, come pronosticato dalla scena post-credit vista a fine film, e torneranno Ant-Man, Wasp e Occhio di Falco), dovete assolutamente recuperare Captain America: Il primo vendicatoreIron ManIron Man 2, L'incredibile HulkThor , The Avengers, Iron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della GalassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of UltronAnt - ManDoctor StrangeCaptain America: Civil WarSpider-Man: Homecoming , Thor: Ragnarok e Black Panther. ENJOY!


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