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mercoledì 15 luglio 2026

Slanted (2025)


Un altro film che puntavo da qualche tempo era Slanted, diretto e sceneggiato nel 2025 dalla regista Amy Wang

Trama

Joan, figlia di due immigrati cinesi, cerca disperatamente di integrarsi all'interno del liceo e ha il sogno di diventare reginetta della scuola. Dopo una serie di frustranti insuccessi, entra in contatto con la Ethnos, un centro medico che promette di risolvere tutti i suoi problemi di immagine...

RECENSIONE

"Slanted", in inglese, ha due significati. "Slant eyes" è un modo poco cortese, per non dire razzista, per indicare gli occhi a mandorla, mentre "slanted", oltre a poter venire tradotto come "inclinato", indica anche qualcosa di "fazioso", una sola faccia della medaglia. All'interno del film di Amy Wang, la parola del titolo contiene in sé entrambe le accezioni. La protagonista, infatti, è figlia di immigrati cinesi, nata e cresciuta in America, e patisce il suo aspetto diverso, che la relega ai margini della scuola assieme a chiunque non sia bianco e la rende comunque vittima di bullismo e pregiudizi, oltre ad impedirle di raggiungere il suo sogno di bambina, quello di diventare reginetta della scuola. La seconda traduzione di "slanted" indica invece il punto di vista fazioso di ciascuno dei protagonisti del film, che genera una serie di incomprensioni legate alla mancanza di comunicazione, e porta all'inevitabile tragedia. Joan è condizionata dalla società prevalentemente bianca che la circonda. I bianchi sono ricchi, hanno i privilegi, possono passeggiare sereni per strada senza essere malvisti; il suo ideale è la ragazza bionda incoronata reginetta della scuola quando lei era solo una bambina, un'immagine che si è cristallizzata nella sua memoria fino a renderla un obiettivo totalizzante. Siccome Slanted è innanzitutto un body horror, a un certo punto Joan ottiene ciò che desidera, grazie alle miracolose operazioni chirurgiche della Ethnos. Attenzione, però: tornando alla visione "slanted" della realtà di cui sopra, la Ethnos non è una mostruosa macchina sforna-bianchi gestita da esponenti della razza ariana, bensì il frutto della frustrazione di persone di colore che vedevano il loro posto all'interno della società usurpato da bianchi meno capaci. Al grido di "bianco è bello", la Ethnos concede ai suoi clienti la gioia di omologarsi, cancellando con un colpo di spugna tutto ciò che è legato alle loro radici e alla loro cultura, annullando ogni diversità e creando, di fatto, dei cloni. Essendo Joan una ragazzina, ovviamente non capisce in maniera conscia le mostruose implicazioni di una cosa simile, ma è il suo corpo a parlare per lei, a dare voce a qualcosa che i suoi genitori hanno già capito ma che, sempre per quella visione unilaterale del mondo, non riescono a comunicarle se non attraverso un'impressione di arretratezza, di rifiuto dell'America, di imbarazzo. 

A fronte di quanto sopra, la definizione di horror comedy che spesso si trova in giro sul web, in riferimento a Slanted, è quantomai imprecisa. E' vero che alcune dinamiche, soprattutto all'inizio, sono simili a quelle delle commedie liceali a base di queen bees e outsiders, e che la Ethnos ha delle connotazioni volutamente surreali e grottesche, ma ciò che accade a Joan è triste e angosciante. L'orrore vero non è il progressivo deteriorarsi delle condizioni del volto di Joan/Jo, ma quello del rapporto tra lei e i genitori, o con l'unica amica di origini indiane, e la consapevolezza che esaudire il suo desiderio d'infanzia l'ha privata delle cose più importanti, l'unicità in primis. Amy Wang, probabilmente, ha affrontato l'argomento con la delicatezza derivata dall'esperienza diretta, forse anche per questo il body horror non è così esplicito, ma ricerca un'espressione più legata ad una dimensione psicologica. Per quanto riguarda le due attrici che interpretano Joan e la sua versione bianca, Jo, sono entrambe bravissime, sia Shirley Chen, che non conoscevo, sia la beniamina dell'horror Mckenna Grace. A quest'ultima, in particolare, viene affidata la non facile interpretazione di un'asiatica nel corpo di una bellissima ragazza dotata di tutti i tratti somatici per essere accettata e amata in società, con tutto ciò che ne consegue in termini di linguaggio corporeo, tra nervosismo accentuato e sguardi intimiditi che si alternano ad atteggiamenti spavaldi che risultano quasi forzati. Anche il cast di supporto è molto valido, in primis i genitori di Joan, ai quali Amy Wang riserva i momenti più malinconici, soprattutto verso il finale, che mi ha messo un groppo in gola difficile da mandare giù. Lontano dalla "rozzezza" di Grafted ma assai simile per tematiche, Slanted è l'horror ideale se siete ancora alle prime armi nel genere e non siete ancora pronti per un assalto gore come quello di The Substance, perché è delicato ma anche intelligente, nonché molto onesto nei confronti dello spettatore. Cercatelo, perché è davvero carino!

CAST

Di Mckenna Grace, che interpreta Jo Hunt, ho già parlato QUI.

  • Amy Wang è la regista e sceneggiatrice del film, al suo primo lungometraggio. Australiana, è anche produttrice, attrice e montatrice. 

CURIOSITà

Maitreyi Ramakrishnan, che intepreta Brindha, è comparsa nell'ultima stagione di The Boys come Countess Crow. Se Slanted vi fosse piaciuto recuperate i già citati The Substance e Grafted. ENJOY!

venerdì 6 marzo 2026

Scream 7 (2026)


Come al solito, arrivo ultima alla festa ma sono riuscita finalmente a guardare Scream 7, diretto e co-sceneggiato dal regista Kevin Williamson. Niente spoiler, ovviamente. 

Trama

Sidney Prescott si è ormai rifatta una vita in un piccolo paesino, assieme alle figlie e al marito, ma un giorno qualcuno con la maschera di Ghostface torna a minacciarla...

recensione

Ormai lo avrete letto ovunque e lo saprete a memoria, quindi sarò breve. Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, a partire dal quinto capitolo della saga, avevano deciso di rinnovare il franchise, affiancando ai vecchi personaggi le sorelle Carpenter, Sam e Tara, con l'idea di farle diventare protagoniste assolute al compimento di una terza trilogia. Poi pare che Melissa Barrera, l'attrice che interpretava Sam, sia stata calcioruotata dai vertici della Spyglass per aver protestato contro il genocidio palestinese (oppure può essere che la casa di produzione abbia colto la palla al balzo per accontentare il fandom, a cui Sam è sempre stata invisa come personaggio); giustamente, una Jenna Ortega sulla cresta dell'onda ha mandato a fanculo la produzione approfittando dei lauti compensi Netflixiani e Burtoniani, e quando il potenziale nuovo regista Christopher Landon ha ricevuto minacce di morte nel caso avesse messo mano al settimo film, è rimasto solo Kevin Williamson. Tanti saluti, dunque, al character study di Sam, al suo lato oscuro, a tutte le suggestioni seminate dagli ex Radio Silence nel corso della loro gestione, a un percorso originale che, dialogando con le pellicole dirette da Wes Craven, ne riaggiornava i temi alla mentalità odierna, rimanendo sempre, deliziosamente, metacinematografici. L'unico modo per salvare la baracca è stata riempire di soldi Neve Campbell per farla tornare e rivolgersi a Kevin Williamson che, per chi non lo sapesse, è colui che ha scritto i primi due film e il quarto, rimanendo comunque legato al franchise in vesti di produttore. Di fronte ad un simile pasticcio produttivo, è accaduto l'inevitabile: l'operazione è stata condotta nel modo più banale e "vecchio" possibile, cavalcando l'onda di una nostalgia stantia e buttando tutto in caciara nel finale più brutto dell'intera saga. L'azione si sposta da Woodsboro (dov'è ambientato un inizio interessante e completamente fuorviante per chi si aspettava chissà cosa dalla trama) alla piccola cittadina dove Sidney ha deciso di lasciarsi alle spalle il passato assieme al marito e alle tre figlie. In realtà, due figlie vengono tolte subito dall'equazione e daffidate alla nonna, perché i riflettori si posano sul rapporto tra Sidney e la figlia adolescente Tatum, la quale viene tenuta all'oscuro dalla madre relativamente a tutto ciò che riguarda il suo traumatico passato. Tatum conosce Sidney solo attraverso la saga cinematografica Stab, che ne ha romanzato la vita, ed è frustrata perché crede che la madre la ritenga debole ed inaffidabile, bisognosa di protezione, ben diversa dall'adolescente cazzuta sopravvissuta ben cinque volte a Ghostface. 

La scelta di Sidney si rivela poco accorta in quanto, ad un certo punto, Ghostface torna e punta proprio Tatum e i suoi amici, in un costante gioco di rimandi (visivi, di sceneggiatura e persino di colonna sonora) ai film usciti negli anni '90 e diretti da Wes Craven. Il recente reboot non viene proprio spazzato sotto il tappeto, e l'assenza di Sidney dal sesto capitolo si rivela uno degli snodi fondamentali della trama, però è palese fin dall'inizio che ciò che importa a Williamson è stabilire l'eredità di Sidney, la sua unicità all'interno non solo della saga, ma del genere slasher tutto: i Ghostface sono andati e venuti, in una girandola di nomi e facce, l'unica costante è rimasta Sidney, persino quando ha deciso di mandare a stendere Gale, Sam e Tara, e lasciarle sole a New York, in balia dei nuovi killer. E questo è l'unico aspetto interessante di un film che aspira alla "modernità" tirando in ballo l'AI e i deep fake come mero escamotage narrativo, a mio avviso sfruttato in maniera poco accorta e raffazzonata, e che pur di non osare l'inosabile prende la rincorsa verso un finale frettoloso e, posso dire?, imbarazzante. Se dicessi che non mi sono divertita, mentirei, ma se Scream mi ha intrattenuta anche stavolta è solo perché il mio cervello è partito per la tangente infilando la gente più improbabile sotto la maschera di Ghostface (se volete, ne parliamo nei commenti). Fortunatamente, bisogna anche dire che Scream 7 gode di un paio di omicidi che se la giocano alla pari con i migliori della saga, uno in particolare molto fantasioso, e che Neve Campbell nei panni di Sidney continua a non perdere smalto. Scream 7 è la perfetta cartina al tornasole di come i volti nuovi sono sì bellini, ma tutti uguali e poco interessanti (in questo frangente, Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding sono talmente svogliati che potrebbero anche non esserci e Isabel May non ha nemmeno un'oncia del carisma della sua madre cinematografica), e di come non tutti riescano ad invecchiare con grazia. La Campbell ce la fa, la Cox compensa diventando sempre più scoglionata e volgare (quindi adorabile), la saga invece sta diventando bolsa come il povero Skeet Ulrich, costretto a promuovere il film in lungo e in largo e a rilasciare improvvide interviste che fomentano solo il nervoso per ciò che poteva essere e invece è stato sacrificato al fandom e al Dio denaro. Scream 7 sta andando benissimo al box office internazionale, ma in tutta sincerità spero che a nessuno venga in mente di girare un ottavo film, a meno di non far tornare Sam, perché a me pare che ormai questa saga non abbia più nulla da dire. Staremo a vedere!

CAST

Di Neve Campbell (Sidney Evans), Courteney Cox (Gale Weathers), Joel McHale (Mark Evans), Mckenna Grace (Hannah Thurman) e Ethan Embry (Marco) ho parlato ai rispettivi link.

  • Kevin Williamson è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto anche Killing Mrs.Tingle. Anche produttore e attore, ha 61 anni. 

CURIOSITà

Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding tornano, rispettivamente, nei panni di Mindy e Chad. Celeste O'Connor, che interpreta Chloe Parker, era la Lucky di Ghostbusters: Legacy e Ghostbusters - Minaccia glaciale mentre Asa Germann, che interpreta Lucas Bowden, era nel cast di Gen V come Sam Riordan. Nelle intenzioni di Matt Bettinelli-Olpin Tyler Gillett, Patrick Dempsey sarebbe dovuto tornare nei panni del Detective Mark Kincaid, ma alla fine è stato creato un personaggio ex novo (con lo stesso nome e una professione simile ma vabbè, dai). Chi invece si è chiamato fuori dopo avere ricevuto minacce di morte a seguito del licenziamento di Melissa Barrera, pur non entrandoci nulla, povero cristo, è il regista Christopher Landon, che era stato raccomandato dallo stesso Williamson. Se siete arrivati al settimo film dovreste ormai saperlo, ma la saga di Scream si compone di Scream, Scream 2, Scream 3, Scream 4, Scream (2022) e Scream VI; se il genere vi piace, recuperateli e aggiungete anche Scream: la serie. ENJOY!


mercoledì 17 dicembre 2025

Five nights at Freddy's 2 (2025)


La settimana scorsa sono andata al cinema a vedere Five nights at Freddy's 2, diretto dalla regista Emma Tammi.

Trama

Mentre Mike, la sorellina Abby e Vanessa cercano di tornare a una vita normale dopo gli eventi accorsi da Freddy Fazbear's Pizza, un'altra minacciosa presenza legata al locale viene incautamente evocata...

RECENSIONE

Faccio una doverosa premessa: sicuramente non rientro nel target a cui il franchise di Five Nights at Freddy's è destinato, visto che ho superato i 40 anni da un pezzo. Detto ciò, riguardando il primo film, mi è sembrato migliore di quanto non ricordassi e, mettendomi nei panni di un ragazzino, magari amante del videogioco da cui è stato tratto, immagino non ne sarei rimasta affatto delusa. Con questa disposizione d'animo favorevole mi sono accinta alla visione di Five nights at Freddy's 2, che viene introdotto da un flashback ambientato negli anni '80 e racconta cos'è successo poco dopo gli eventi del film precedente. Mike e Abby sono riusciti a liberarsi della pericolosa zia ma la ragazzina ricorda con tristezza i suoi "amici", ovvero i ragazzini fantasma che abitavano gli animatronic di Freddy's, e il fratello ha il suo bel daffare per distrarla ed impedirle di tornare al locale per vedere come stanno; la poliziotta Vanessa, invece, è vittima di un violento PTSD che le provoca allucinazioni assai realistiche, aventi per protagonista il padre pluriomicida. Nonostante tutti cerchino di andare avanti, pur a fatica, il destino ci mette lo zampino quando un terzetto di youtuber si introduce all'interno di un'altra sede in disuso di Freddy's, risvegliando un'entità ancora più terribile dei bimbi fantasma del film precedente. Il nuovo Five nights at Freddy's 2, soprattutto nel primo tempo, calca maggiormente la mano sulle atmosfere sovrannaturali e sulle possessioni "à la The Conjuring", lasciando un po' in disparte l'effetto shock degli animatronic che hanno decretato il successo del franchise. Come già accadeva nel primo film, il reame onirico è molto preponderante, ma se i sogni di Mike si limitavano ad essere vagamente inquietanti, quelli di Vanessa sono dei veri e propri incubi popolati da un babau terrificante ed insidioso quanto Freddy Krueger. Probabilmente, sono questi due elementi che mi hanno portata ad apprezzare molto il primo tempo del film, perché sceneggiatura e regia si appoggiano in toto ai topoi del tipo di horror che preferisco, quello demoniaco/sovrannaturale, con un aumento del grado di terrore personale derivante dalla presenza di parecchi personaggi burattineschi.

Purtroppo, dopo un primo tempo scoppiettante che semina anche molti indizi e sottotrame interessanti, Five nights at Freddy's 2 si "siede" su un secondo tempo ripetitivo durante il quale, ovviamente, la presenza degli animatronic diventa preponderante. Il problema, almeno per quanto mi riguarda, è stato che i pupazzoni sono molto meno terrificanti rispetto al capitolo precedente, e anche molto meno sanguinari. Anche nel primo Five Nights at Freddy's la violenza era molto limitata e tanti omicidi avvenivano fuori campo, tuttavia avvenivano, e quello che veniva dato ad intendere era anche peggio di quello che veniva mostrato; qui, invece, c'è un body count molto più ridotto e, ancor peggio, c'è pochissima fantasia, in quanto spesso gli animatronic si limitano a "fare brutto" e spaventare le potenziali vittime. Nel secondo tempo, inoltre, si percepisce la fretta di chiudere in qualche modo il film e diventa evidente la natura "di passaggio" di un'opera realizzata già con lo sguardo proiettato verso un probabile terzo capitolo. A farne le spese, in particolare, è l'Henry di Skeet Ulrich, personaggio che non sviluppa appieno il suo potenziale (a meno di non essere fan del videogame, se non si sta attenti al dialogo tra Henry e Mike si rischia di non capire nemmeno quanto la sua presenza sia importante, neppure rimanendo in sala fino alla fine dei titoli di coda), mentre tra le new entry c'è l'inutile Michael, portatore sano di un twist talmente loffio che davanti alla rivelazione ho esclamato un sentito "e sti cazzi?". In realtà, c'è da dire che non mi sono mai sentita coinvolta, neppure durante il primo film, dai problemi familiari di Mike ed Abby, né dalle crisi di Vanessa. Non so se è un problema di scrittura, di attori o di doppiaggio italiano che rende le interpretazioni ancora più monocordi (la situazione migliora leggermente in v.o., ma non è una gran svolta), ma se si potessero eliminare 'ste tre pittime e mettere qualcun altro a lottare contro il malvagio e ben più carismatico Matthew Lillard, credo che il franchise ne gioverebbe parecchio.

Al solito, invece, tanto di cappello per gli effetti speciali e il reparto scenografie. Questa volta i locali infestati diventano due e il Freddy's originale è molto più interessante e ricco della pizzeria abbandonata protagonista del primo film. La presenza di un canale navigabile interno, di una serie di passaggi segreti che conducono ad angusti sotterranei e di un enorme pacco regalo, danno vita alle sequenze migliori di Five nights at Freddy's 2, tra le poche, assieme a quelle oniriche dove però è il digitale a farla da padrone, ad avermi messo addosso vera ansia. Come sempre, anche gli animatronic realizzati dalla Jim Henson's Factory sono bellissimi e molto realistici. Personalmente, preferivo il character design e la natura pelosetta dei pupazzi precedenti, e il design della nuova Chica, come sottolineato ironicamente in un paio di dialoghi, è un filo imbarazzante, ma la Marionetta, assieme a tutti i minions che si porta appresso (ahimé, poco utilizzati), compensa ampiamente con momenti di terrore puro. C'è della gioia, inoltre, a ritrovare sul grande schermo, assieme alla pubblicizzatissima "coppia d'oro" Lillard/Ulrich, quell'adorabile merda di Wayne Knight, sempre a suo agio nei ruoli dello stronzo senza speranza. Vedete, quindi, che di aspetti positivi ce ne sono, all'interno di Five nights at Freddy's 2, tuttavia è un sequel che fa parecchi passi indietro rispetto al primo capitolo e, nonostante le ottime premesse, si sgonfia mano a mano che la storia prosegue e, detto in tutta sincerità, non credo valga la pena di spenderci dei soldi in sala, a meno che non siate fan del videogame. Come ho scritto all'inizio, probabilmente sono fuori target, ma ciò non toglie che sarei ugualmente molto curiosa di vedere un terzo capitolo, anche solo per togliermi l'amaro lasciato in bocca da un film che ricominciava ad essere interessante proprio sul finale. 

CAST

Della regista Emma Tammi ho già parlato QUI. Josh Hutcherson (Mike), Matthew Lillard (William Afton/Coniglio Giallo), Mckenna Grace (Lisa) e Skeet Ulrich (Henry) li trovate invece ai rispettivi link.

  • Elizabeth Lail interpreta Vanessa. Americana, aveva già partecipato al primo Five Nights at Freddy's, a film come Countdown e a serie come C'era una volta. Ha 33 anni. 
  • Wayne Knight interpreta Mr. Berg. Americano, lo ricordo per film come Dirty Dancing, Nato il quattro luglio, JFK - Un caso ancora aperto, Jurassic Park, Basic Instinct, Space Jam, Rat Race,  Ave, Cesare! e serie quali La signora in giallo, Una famiglia del terzo tipo, That '70s Show, CSI, Nip/Tuck, Bones e Loro; come doppiatore, ha lavorato in Hercules, Tarzan, Toy Story 2, Kung Fu Panda, Kung Fu Panda 3 e Robot Chicken. Ha 70 anni. 

CURIOSITà

Teo Briones, che interpreta Alex, era il Junior Wheeler della serie Chucky. Nell'attesa del terzo capitolo della saga, che dovrebbe cominciare la pre-produzione a metà dell'anno prossimo, se il film vi fosse piaciuto guardate, innanzitutto, Five nights at Freddy's e aggiungete Willy's Wonderland e The Banana Splits Movie. ENJOY!

mercoledì 17 aprile 2024

Ghostbusters - Minaccia glaciale (2024)

Sabato sono andata a vedere Ghostbusters - Minaccia glaciale (Ghostbusters - Frozen Empire), diretto e co - sceneggiato dal regista Gil Kenan. L'ha già visto persino la bonanima di mia nonna ma non farò spoiler.


Trama: i membri della famiglia Spengler si sono trasferiti a New York e sono ormai acchiappafantasmi a tempo pieno. Giusto in tempo per affrontare un'antica divinità votata alla distruzione dell'umanità intera...


Mi rendo conto di essere ormai fuori tempo massimo (come lo sono Aykroyd, Murray e compagnia. Ma ci torno più avanti) quindi non mi sento di essere troppo tranchant nel giudizio verso Ghostbusters - Minaccia glaciale. E' piaciuto al fanciullo seduto accanto a me, figlio tredicenne di uno dei miei storici compari di horror, e tanto basta. Questi sono film che vengono realizzati per loro e per i nostalgici dello zoccolo duro, quelli che vorrebbero vedere tornare gli attori originali anche fossero affetti da demenza senile e col catetere attaccato, basta poter indicare lo schermo e ridere, commossi, dell'ennesima citazione al primo, storico Ghostbusters. Dico questo perché i ragazzini delle medie non hanno (e non gliene faccio una colpa perché alla loro età ero uguale, è giusto e normale che sia così) abbastanza esperienza da fare le pulci a una sceneggiatura costruita sul nulla, dove nessun personaggio introdotto in Legacy è riuscito ad evolvere o diventare minimamente interessante, tanto che Gil Kenan e Jason Reitman hanno dovuto introdurre altri due nuovi membri della squadra per insaporire un po' questo piatto insipido (fallendo male, come Calenda). Inoltre, i ragazzini delle medie probabilmente apprezzano molto di più la CGI odierna, che a me sembra sempre posticcia e senza fantasia, rispetto ai rozzi effetti speciali artigianali di un tempo, che ai miei occhi risultano invece ancora freschi, colmi di inventiva ed ingegno. Quindi, ripeto, non sono più io il target di queste opere. Hai voglia, infatti, a dire che una delle fonti di ispirazione di Ghostbusters - Minaccia glaciale è la serie The Real Ghostbusters, quando il "mostro finale" si vede e no dieci minuti ed è un pupazzone brutto come il peccato, mentre prima del suo arrivo i fantasmi si contano sulle dita di una mano. Se non altro, i bambini non conoscono per nulla il cartone animato che spingeva me e le mie compagne di scuola ad inventarci pazzesche avventure nei panni degli Acchiappafantasmi titolari (io ero Ray, per inciso), quindi apprezzeranno anche quel poco che si vede come una novità, senza fare confronti. Diverso il discorso per gli ultraquarantenni che piangono, pubblico di invasati rappresentato dal matusa piagnone per eccellenza, Dan Aykroyd. E qui aprirò un libro più lungo di quelli che potrete trovare nella biblioteca in cui, guarda caso, troverete un'altra vecchia (e sottolineo vecchia) conoscenza in una riproposta fotogramma per fotogramma di una delle scene più iconiche di Ghostbusters.


'Sto cazzo de Ghostbusters. Gil Kenan, Jason Reitman, io ve lo buco 'sto Ghostbusters. Ma siete capaci a rinfrescare la serie senza citare ogni 5 minuti il film del 1984? Non se ne può più, santo cielo. Il secondo tempo di Legacy non aveva un'idea originale che fosse una ma, per carità, ci stava perché era un film di passaggio tra il vecchio e il nuovo; però nel frattempo sono passati quasi quattro anni, cosa vi costava realizzare un sequel in cui i riflettori fossero puntati sulla famiglia Spengler E BASTA, magari anche con location nuove, inventandovi qualcosa legato a quel poco di originale che era stato raccontato nel film precedente? Eh no, perché altrimenti povero Aykroyd che da decenni non ha più il controllo del suo film preferito. Ma Dan mio, hai idea della tristezza che provo a vederti portare avanti sempre lo stesso personaggio che in trent'anni non ha mai messo piede fuori dal suo negozietto, e soprattutto che si atteggia a nonno comprensivo con le nuove leve, annuendo con sorriso bonario ogni maledetta volta che McKenna Grace e il cinese di cui non ricordo il nome ripetono a pappagallo le battute o i concetti del vecchio Ghostbusters? Bill Murray, di te non voglio nemmeno parlare. Anni a dar contro al franchise e poi sei sempre il primo a tornare, fingendo scazzo cosmico prima di passare a ritirare l'assegno. Ma davvero devo arrivare a 43 anni disconoscendoti, tu che sei stato il mio primo amore? Non bastasse il bisogno di infilare nel film facce ormai incartapecorite (giuro che a vedere Annie Potts salire le scale arrampicandosi coi corrimano mi si è spezzato il cuore), Kenan e Reitman sono riusciti non solo a privare di spessore i nuovi protagonisti, ma hanno aggiunto anche altri personaggi di cui non frega un belino a nessuno. L'unica cosa interessante, potenzialmente, sarebbe stata l'evoluzione del rapporto tra i giovani Spengler e un ex insegnante ormai diventato ufficialmente fidanzato di mammà, rapporto complicato dalla decisione familiare di lavorare tutti come acchiappafantasmi, ma dei quattro personaggi coinvolti due (Trevor e Callie) stanno lì a far numero, Gary è costretto al ruolo del goffo minchione mentre Phoebe si è tenuta tutti gli aspetti lunatici ed asociali del nonno senza ereditare nemmeno un briciolo della sua simpatia. Prendete Sheldon e toglietegli ogni aspetto divertente, avrete un'idea di quanto sia pesante Phoebe in versione adolescente scazzata col mondo. Il cinese e la tizia coi dread erano insignificanti già in Legacy e qui non sono nemmeno in grado di evolvere in love interest per i protagonisti, mentre il mastro di fuoco (e certo, come volevi chiamarlo, sennò? Guardia di ghiaccio?) e lo scienziato biondo mi fanno solo venire voglia di andare da Rick Moranis e Sigourney Weaver e abbracciarli forte, augurando loro di non finire coinvolti nemmeno per sbaglio in un eventuale terzo capitolo. E porca miseria, alla fine sono stata TROPPO tranchant col giudizio, scusate. Rimedio assegnando voto 10 ai soliti marshmallow tenerini e a quel miracolo della natura di Paul Rudd. In un film dove tutti invecchiano male, persino i ragazzini, lui continua a rimanere figo e giovanile. Avrà mica un autoritratto nascosto in soffitta?  


Del regista e co-sceneggiatore Gil Kenan ho già parlato QUIPaul Rudd (Gary Grooberson), Carrie Coon (Callie Spengler), Finn Wolfhard (Trevor Spengler), Mckenna Grace (Phoebe Spengler), Kumail Nanjiani (Nadeem Razmaadi), Patton Oswalt (Dr. Hubert Wartzki), Emily Alyn Lind (Melody), Bill Murray (Peter Venkman), Dan Aykroyd (Ray Stantz), Ernie Hudson (Winston Zeddmore), Annie Potts (Janine Melnitz) e William Atherton (Sindaco Walter Peck) li trovate invece ai rispettivi link.


James Acaster
, che interpreta Lars, presta la voce all'Armadillo di Zerocalcare nel doppiaggio inglese di Questo mondo non mi renderà cattivo. Le scene in cui Trevor cerca di acchiappare Slimer sono simili ad alcune sequenze scartate da Ghostbusters II, dove al posto del ragazzino c'era Louis Tully; a proposito di Louis, se Ghostbusters - Minaccia glaciale vi è piaciuto recuperate Ghostbusters , Ghostbusters II e Ghostbusters LegacyENJOY!

martedì 23 novembre 2021

Ghostbusters: Legacy (2021)

E' stata una tortura resistere fino a domenica per guardare Ghostbusters: Legacy (Ghostbusters: Afterlife), diretto e co-sceneggiato da Jason Reitman, ma chissà se ne è valsa la pena? Niente spoiler salvo nell'ultimo paragrafo!


Trama: una donna con due figli a carico e parecchi problemi economici eredita dal padre praticamente sconosciuto una fatiscente magione nelle campagne dell'Oklahoma. Lì saranno costretti a fronteggiare i fantasmi e ad evitare un'apocalisse...


Santo cielo, da dove cominciare? Eh già, con questo esordio avrete capito che, a differenza di tutti quelli che hanno versato lacrime di commozione, gioia e nostalgia davanti a Ghostbusters: Legacy, io mi sono ritrovata a guardare lo schermo con lo stesso trasporto emotivo di Natolia, la bella compagna dei Bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma andiamo con ordine. Ghostbusters: Legacy, l'"affare di famiglia" firmato Jason Reitman che ha educatamente ringraziato Paul Feig per aver "aperto la strada" col dimenticabile Ghostbusters del 2016 e poi, immagino, di nascosto gli ha mostrato il dito medio perculandolo, è una pellicola dotata di due anime, una anche assai apprezzabile, l'altra da prendere a calci nel culo come ha minacciato di fare un padre, in sala, stufo di vedere i figli litigare per i posti a sedere (per inciso, fratello, ti ho stimato tantissimo). La parte apprezzabile è quella dedicata ai 300 pargoli che infest...ehm, affollavano la sala, testimonianza vivente del passaggio generazionale inculcato da orde di genitori nerd cresciuti nel mito del primo Ghostbusters i quali, giustamente, hanno educato i figli alla stessa adorazione; nella prima parte di Legacy, o Afterlife che dir si voglia, si respira un'aria freschissima di film d'avventura, coi ragazzini protagonisti costretti a cambiare vita e a scoprire cosa si nasconde nel passato sepolto della loro famiglia decisamente poco "normale". Le strizzate d'occhio ai Ghostbusters anni '80 non si contano, ma è giusto così, anche perché sono lievi e simpatiche, necessarie alla trama. Phoebe e Trevor percorrono a piccoli passi una strada lastricata di aggeggi fantascientifici e di leggenda, in grado di fargli aprire gli occhi su un pezzo di storia americana dimenticato dai più e anche di far emergere i loro lati migliori, di portarli a comprendere quale potrebbe essere il loro posto nel mondo se solo riuscissero a conoscere meglio se stessi e il loro passato, di brillare come le stelle che meritano di essere alla faccia di una madre triste, vinta da quello stesso passato. In particolare Phoebe (e non poteva essere altrimenti visto che McKenna Grace è una spanna sopra molti suoi giovani coetanei) è tratteggiata magnificamente, è di una tenerezza infinita ed è bello vederla scoprire a poco a poco cosa si cela nella magione ereditata dal nonno e farsi nuovi, strani amici. Si potrebbe definire la prima parte di Ghosbusters: Legacy un coming of age dalle atmosfere vicinissime a quelle dei film di avventura "adulta" a base di ragazzini che ci piacevano tanto negli anni '80? Sì, e pensate che non hanno nemmeno dovuto scomodare delle biciclette per riuscirci. Peccato che poi arrivi la seconda parte. 


La seconda parte è il REGALO di Jason Reitman a tutti i Ghostbros che, guardando il film di Paul Feig, avevano urlato all'orrore nemmeno si fossero trovati in camera Janosz nudo. Ora, a me il film di Feig non era piaciuto ma non perché era un'affronto al Ghostbusters dell'84, bensì semplicemente perché era eccessivamente stupido (ho ancora gli incubi per Chris Hemsworth), incapace di trovare una propria strada originale senza appoggiarsi alla stampella delle scene iconiche del suo predecessore, salvato in corner solo da una Kate McKinnon in stato di grazia. Mai, però, mi sarei aspettata che Legacy avrebbe fatto anche di peggio, mettendosi letteralmente a pecora, scusate la volgarità, e accontentando i Ghostbros... con un remake scena per scena, nota per nota, battuta per battuta di Ghostbusters - Acchiappafantasmi. Ma porca di quella miseria. Signori, ma scherziamo? Io sono la prima ad apprezzare omaggi, rimandi, chicche e guest appearance, ma a parte una goduriosissima scena d'azione che coinvolge la Ecto-1 e il muncher in giro a distruggere la città e un pre-finale che è la summa di tutti gli studi e la tecnologia degli acchiappafantasmi nel corso degli anni (rovinato, come vedrete negli spoiler, da UNA cosa soltanto), non c'è nulla nella seconda parte del film che non sia mutuato direttamente dal Ghostbusters del 1984. Roba che, davvero, fossi stata in Reitman avrei avuto vergogna a farmi pagare, in quanto è palese che il ragazzo avesse in mano nulla più che una checklist da spuntare. Ritengo, come spettatrice e fan, di meritare ancora un minimo di rispetto da chi vuole giocare coi miei sentimenti e un minimo di impegno in più da chi vuole cullarmi nell'effetto nostalgia, perché allora mi riguardo in loop i primi due Ghostbusters (a proposito, il secondo l'abbiamo tolto dal canon? Che vi ha fatto Vigo il carpatico, scusatemi?) e non sto a sprecare ulteriori soldi. Mi rendo conto che il post è venuto più duro di quanto avrei voluto, anche perché gli effetti speciali sono molto ben fatti e le scene d'azione abbastanza goderecce ma, giuro, più ci ripenso più i girano le palle, perché Legacy ha un potenziale enorme, ha un cuore che batte e che non coincide con l'omaggio a tutti i costi, eppure questo cuore è stato messo da parte senza remore, solo per accontentare i fan. Ohibò. Se avete già visto il film e volete capire perché sono tanto arrabbiata, continuate a leggere, altrimenti amici come prima!



SPOILER

Io non mi capacito. Sono la prima ad aver speso una lacrima davanti alle prime scene, davanti a quella presenza del vecchio Spengler sussurrata, mai sbandierata al 100 %, giustamente timida. Sono la prima ad essere saltata sulla sedia davanti a quella telefonata, perché certo, "ecchicchiamerai?". Le due scene post credit mi hanno fatta sorridere, la prima in particolare mi ha sciolto il cuore, ché è stato splendido vedere per la prima volta i coniugi Venkman uniti nell'idillio familiare (però, anche lì, era necessario proprio riciclare le carte? Ma su...) sebbene probabilmente il povero Oscar sia morto, e non nego di aver represso un brivido a rivedere gli Acchiappafantasmi uniti... però, siamo seri? Dal momento esatto in cui Paul Rudd diventa Rick Moranis, il film si trasforma in una copia anastatica del primo film, con un'importante aggravante, ovvero la stupidità delle poche novità aggiunte: mai, nemmeno nei miei incubi più perversi avrei pensato a Carrie Coon, in versione majokko malvagia, indossare magicamente lo stesso abito della Dana posseduta da Zuul (e vorrei davvero comprendere la portata dell'imbarazzo della Coon e di Rudd nel girare "quella" scena), oppure qualcuno raccontare le peggiori barzellette a Gozer, o trasformare Ivo Shandor nell'ennesima, inutile spunta della checklist, sprecando peraltro J.K. Simmons. Di più, MAI avrei pensato che avrebbero ricostruito al computer Harold Ramis, a cui il film è dedicato. Lì mi sono scese lacrime, sì, ma di rabbia e anche un po' di schifo, perché evidentemente Reitman non conosce la differenza che passa tra omaggio elegante e sfruttamento dei defunti per spremere i dotti lacrimali degli spettatori trattati alla stregua di beoti. Capisco Aykroyd, che da decenni non azzecca un film e venderebbe anche la madre per soldi, capisco Ernie Hudson, ma fossi stata in Bill Murray, davanti all'idea di dover recitare un'intera, lunga sequenza davanti a un green screen dove avrebbero poi appiccicato l'immagine ricreata di un mio collega defunto da anni, avrei abbandonato il progetto e mi sarei eclissata con la stessa grazia di Rick Moranis, al quale va invece il mio rispetto per l'eternità. Non posso che concludere il post delusa, e con la stessa delusione citare il film che tutti i Ghostbros del pianeta hanno evidentemente voluto dimenticare: "Tutto ciò che tu fa è male! Io voglio che tu sa ciò!" E quel Twinkie infilatevelo pure dove non batte il sole, dopo averlo fatto diventare lungo dodici metri e del peso approssimativo di trecento chili.


Di Carrie Coon (Callie), Paul Rudd (Grooberson), Finn Wolfhard (Trevor), Mckenna Grace (Phoebe), Bill Murray (Peter Venkman), Dan Aykroyd (Ray Stantz), Ernie Hudson (Winston Zeddmore), Annie Potts (Janine Melnitz), Sigourney Weaver (Dana Barrett Venkman), Bob Gunton (agricoltore fantasma), J.K.Simmons (Ivo Shandor), Josh Gad (voce di Muncher) e Olivia Wilde (Gozer) ho già parlato ai rispettivi link.

Jason Reitman è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Canadese, figlio di Ivan Reitman, ha diretto film come Thank You for Smocking, Juno, Tra le nuvole e Tully. Anche attore, ha 44 anni. 



Celeste O'Connor, che interpreta Lucky, aveva già partecipato a Freaky, mentre nei panni dell'agente Medjuck c'è Stella Aykroyd, figlia di Dan. Ovviamente, per arrivare preparati a Ghostbusters Legacy converrebbe che guardaste Ghostbusters e Ghostbusters II, mentre potete anche evitare Ghostbusters del 2016. ENJOY!

venerdì 10 settembre 2021

Malignant (2021)

Dopo una breve pausa alle prese coi blockbusteroni, James Wan è tornato all'horror nei panni di regista e co-sceneggiatore con Malignant, di cui vi parlerò cercando di non fare SPOILER. 


Trama: dopo la morte del marito violento per mano sconosciuta, "tragedia" coincisa con un aborto, Madison si ritrova sola in un'enorme casa, vittima di visioni terrificanti che non riesce a controllare...


Malignant
è uno degli horror "commerciali" più belli che possiate vedere quest'anno e tanto più vi divertirete guardandolo quanto più arriverete impreparati in sala, quindi cercherò di scrivere il post puntando molto sulle mie "sensazioni", senza scendere in dettagli sgradevoli sulla trama. Riguardo a quella, vi basti sapere che la protagonista è una donna dal passato tormentato, vittima di un presente fatto di violenze per mano del marito ubriacone e fancazzista che non fa altro che colpevolizzarla per gli innumerevoli aborti subiti; come nei migliori film diretti e prodotti da Wan, il marito muore praticamente a inizio film per mano di una creatura sconosciuta che parrebbe in grado di controllare l'elettricità e, da quel momento, Madison comincia a venire perseguitata proprio da questa presenza, tra aggressioni fisiche all'interno delle mura casalinghe e terrificanti visioni di omicidi. Di più non vi conviene sapere anche perché, per una volta, il trailer è fatto molto bene e, giustamente, asseconda la percezione comune del cinema secondo Wan, autore che ci ha regalato sì il Conjuringverse, ma che, anche se molti tendono a dimenticarlo, ha cominciato la sua carriera con un film per nulla raffinato né giocato sui jump scare, ovvero Saw. Rimaniamo un attimo nell'ambito dell'opera più famosa di Wan, The Conjuring e tutto ciò che ne è seguito. Malignant, nella sua prima parte, contiene molti aspetti che ricordano le peripezie sovrannaturali dei Warren, in primis una regia capace di rinchiuderci all'interno di ambienti casalinghi cupi ed ostili, potenzialmente popolati da qualunque orrore pronto a strisciare nelle tenebre per attaccarci, e per tutta la sua durata mantiene come fulcro il legame inscindibile tra due sorelle che affrontano il male senza mai perdere fiducia l'una nell'altra, un po' come succede per i coniugi Warren nel Conjuringverse. Ci sono anche parecchi tocchi di umorismo che, onestamente, non ho apprezzato granché, ma è un difetto davvero trascurabile all'interno di un film in grado di prendere lo spettatore, sfruttarne i pregiudizi e anche l'eventuale, arrogante sicumera, e portarlo in territori sorprendenti e sconosciuti.


C'è un punto in cui Malignant deflagra, letteralmente. Non lo fa tutto "debbotto, senza senso". L'anima più nera di Malignant, quella in cui Wan riesce finalmente a sfogare tutta la sua voglia di gore, si percepisce nel corso di tutta la sua durata come qualcosa che fa fatica a trattenersi e che è sempre presente sia sullo schermo sia nella vita di Madison; a partire dalla violenza con cui il marito sbatte la protagonista al muro (ho fatto un salto sulla sedia e mi sono sentita male, perché lei è incinta e l'inquadratura è tanto rapida quanto esplicita), passando alle visioni di morte che cominciano ad affliggerla, virate in colori ed ombre che richiamano tantissimo il giallo all'italiana (anche per il sembiante della mano ignota che perpetra omicidi efferatissimi con un'arma che avrebbe fatto la gioia dell'Argento migliore), tutto concorre a far giungere gli spettatori (im)preparati agli ultimi, cattivissimi minuti di film, dove quello che probabilmente avevamo già intuito nel primo atto di Malignant... è peggio di quanto avessimo pensato. Come ho già scritto su Facebook, il momento in cui Wan scopre le carte con flashback dallo stile "lurido" e una panoramica a dir poco scioccante è stato quello in cui la mia mascella s'è slogata sotto la mascherina e così mi ha lasciata, con la bocca spalancata in un godutissimo stupore fino alla fine dei titoli di coda e anche dopo, a casa, a ripensarci, a riassaporare sensazioni "antiche" provate anni fa guardando i film di Henenlotter. A onor del vero, quelle sensazioni erano molto più viscerali e faticose da razionalizzare, mentre comunque Malignant è molto più trattenuto e "patinato" se vogliamo, ma non posso davvero lamentarmi: l'ultima opera di Wan è uno dei film migliori del 2021 e io vi consiglio di correre in sala e non perderlo, soprattutto perché da me lo hanno tenuto pochissimo ed è stato un mero colpo di fortuna essere riuscita a beccarlo.   


Del regista e co-sceneggiatore James Wan ho già parlato QUI. Annabelle Wallis (Madison), McKenna Grace (giovane Madison) e Madison Wolfe (giovane Serena) le trovate invece ai rispettivi link.

Maddie Hasson interpreta Sidney. Americana, ha partecipato a film come We Summon the Darkness e a serie quali Mr. Mercedes. Ha 26 anni e un film in uscita.



mercoledì 10 luglio 2019

Annabelle 3 (2019)

Potevo mancare all'appuntamento con la pupazza più malefica del creato mondo? No, infatti lunedì sono corsa a vedere Annabelle 3 (Annabelle Comes Home), diretto e co-sceneggiato dal regista Gary Dauberman.


Trama: dopo che Annabelle è stata messa al sicuro nello scantinato dei coniugi Warren, una ragazza decisa a contattare il suo defunto padre la libera dalla teca in cui è stata rinchiusa, con nefaste conseguenze...



Nuntio vobis gaudio magno, habemus film della serie Annabelle che sono riuscita a vedere per intero e urlando solo una volta. Sto invecchiando io o stavolta James Wan e Gary Dauberman hanno tirato un po' il freno? Allora, sicuramente sto invecchiando e questo è un dato di fatto ma, come al solito, succede che quando si vuole mettere troppa carne al fuoco la grigliata risulta mal cotta e questo è ciò che accade in Annabelle 3. Che, per inciso, parte anche da un'idea carina. Se ricordate l'ormai lontano L'evocazione - The Conjuring, vi tornerà in mente che i coniugi Warren avevano un'amena stanzetta al piano inferiore della casa, dove venivano custoditi tutti gli oggetti recuperati dai loro casi; tra tutti, ovviamente, Annabelle era il più potente e pericoloso ma anche gli altri non scherzavano e, come si evince dal trailer, se vengono in qualche modo "profanati" e toccati sono cavoli amari. Ci sarebbe dunque, potenzialmente, materiale per un centinaio di horror, e per questo Annabelle 3 sa un po' di amuse-bouche, di "galleria" per mostri e spettri assortiti confinati all'interno di quattro mura, qualcuno più efficace qualcun altro meno, una sorta di test di mercato per vedere quale di queste nuove creature potrebbe interessare maggiormente al pubblico nell'eventualità di un nuovo capitolo dell'universo espanso di The Conjuring. Se dessero retta a me, sarebbe meglio che queste creature rimanessero confinate all'interno di Annabelle 3, anche perché sono una più floscia dell'altra (il lupo mannaro fantasma, e su...) e le uniche presenze nuove vagamente perturbanti sono la scimmia meccanica, spauracchio di mille altre produzioni kinghiane e non, e forse la TV che mostra il futuro in differita. Un po' poco per crearci dei film sopra e, diciamolo, un po' poco anche per Annabelle 3, il cui punto di forza resta sempre e comunque la bambola titolare.


Il problema di Annabelle 3 è, appunto, che la bambolotta si vede troppo poco. Cioè, non mi fraintendete. Da una parte, meglio così, almeno non ho rischiato l'infarto e buona camicia a tutti, dall'altra parte l'unico motivo per stare sul chi va là è proprio l'attesa di vedere spuntare quella sua faccetta di merda in ogni anfratto, soprattutto quando Gary Dauberman gioca la carta della claustrofobia e rinchiude i personaggi non tanto all'interno di una casa, quanto piuttosto in una stanza piena zeppa di oggetti pericolosi e potenzialmente semoventi. Per il resto, i meccanismi del film sono sempre gli stessi, recuperati dal passato e riproposti ciclicamente dal 2014: corridoi bui, porte che si aprono e si chiudono rivelando cose brutte, specchi che ne riflettono altre ancora peggiori, figure che si muovono appena dietro i personaggi inquadrati, bruschi movimenti di macchina che ricercano lo jump scare a tutti i costi, schianti improvvisi, campanelli che si mettono a suonare senza un perché, bambine inquietanti che bussano alla porta. Quello che cambia un po', almeno in questo caso, è l'unità di tempo (niente possessioni/invasioni a lungo termine, qui si gioca tutto in una terribile serata e basta così) e il focalizzarsi su un gruppo di protagonisti molto giovani, tentando anche un minimo di approfondimento psicologico delle fanciulle in pericolo (interpretate da attrici carine e valide) che punta a renderle tridimensionali e, conseguentemente, a far sì che al pubblico importi qualcosa persino dell'elemento comico piazzato a tradimento, ovvero lo sfigatissimo Bob "ha le palle" (ma che soprannome è?). Sempre gradita, ovviamente, la comparsa di due volti amati come quelli di Vera Farmiga e Patrick Wilson, ma fate attenzione al sequel/spin-off incombente, incarnato in un bambino dalla faccia da schiaffi e cravattamunito (versione del vero marito di Judy Warren, Tony Spera) che potrebbe sempre tornare come love interest nel caso venissero dedicate altre pellicole a Judy da grande. Spero di no, anche perché nella classifica degli Annabelle questo si colloca al secondo posto e, a meno di grandi sconvolgimenti, continuando si può solo peggiorare.


Di Vera Farmiga (Lorraine Warren), Patrick Wilson (Ed Warren) e McKenna Grace (Judy Warren) ho già parlato ai rispettivi link.

Gary Dauberman è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, alla prima prova dietro la macchina da presa. E' principalmente sceneggiatore e come tale ha lavorato in Annabelle, Annabelle Creation, It, The Nun - La vocazione del male e It - Capitolo 2. Americano, è anche produttore.


Madison Iseman interpreta Mary Ellen. Americana, ha partecipato a film come Tales of Halloween, e Jumanji - Benvenuti nella giungla. Ha 22 anni e quattro film in uscita tra i quali Jumanji - Next Level.


Gli eventi di Annabelle 3 si collocano subito dopo quelli di L'evocazione - The Conjuring. Per avere un quadro completo dell'universo creato da James Wan vi consiglio di recuperarlo assieme a The Conjuring - Il caso Enfield, Annabelle, Annabelle 2 - Creation, The Nun - La vocazione del male e magari anche La llorona - Le lacrime del male. ENJOY!

martedì 19 marzo 2019

Captain Marvel (2019)

Per motivi logistici ho dovuto lasciar passare almeno una settimana dall'uscita ma finalmente anche io ho potuto guardare Captain Marvel e arrivare con un tardivo post SENZA SPOILER.


Trama: Verse è un'aliena kree dal passato misterioso e dagli enormi poteri. Costretta a un atterraggio di emergenza sulla Terra, scoprirà molte spiacevoli verità...



Di Captain Marvel hanno parlato (spesso a sproposito) cani e porci prima ancora che uscisse e probabilmente verrà ricordato come il film che ha fatto scapocciare i nerd di tutto il mondo portandoli ad invocare giustizia a causa di una presunta castrazione del ruolo di maschio alfa per mano di una donna supereroe, santo cielo. Non so perché se la siano presa così tanto visto che prima di Captain Marvel c'era già stata Wonder Woman e, allo stesso modo, non conoscendo il personaggio se non per alcuni collegamenti con l'universo degli X-Men non so se i nerd avessero ragione a insorgere per uno "spirito" non rispettato ma sta di fatto che, per qualcuno che non rientra nella categoria del troglodita internettaro medio, Captain Marvel è il "solito" film Marvel carinissimo ed entusiasmante per le due ore che dura e facilmente dimenticabile il giorno dopo. Origin story perfettamente inserita all'interno del Marvel Cinematic Universe nonché prologo dell'imminente Avengers: Endgame, Captain Marvel racconta il viaggio interiore di una persona, prima ancora di una donna. Un soldato, un'aliena, che si è ritrovata plasmata in qualcosa che forse non è mai stata, parte di una sorta di "coscienza collettiva" che la vuole potente ma nei limiti, grata di farne parte, ligia ai suoi doveri, confusa ma non troppo. Eppure, il passato c'è ed è dannoso ignorarlo, soprattutto quando nei ricordi di Vers, questo il nome della protagonista, c'è qualcosa di fondamentale che ha definito nel tempo la sua personalità: la capacità di rialzarsi, sempre e comunque, dopo ogni batosta, dopo ogni presa in giro, dopo ogni fallimento, dopo qualsiasi tentativo di negare e frustrare i suoi sogni. E' vero, Vers è donna, ma il messaggio che passa attraverso il suo atteggiamento, il suo "vaffanculo" finale a chi pretende di imporle il suo modo di vivere e di comportarsi, è e deve essere universale, un invito a non arrendersi mai e arrivare a brillare di luce propria, cercando e trovando la forza in se stessi, anche a costo di essere delle teste di cocco fatte e finite. Il resto, come si suol dire, è un di più, per quanto piacevole, divertente e necessario. Il giovane Nick Fury, gli Skrull, i Kree, Ronan l'accusatore, il tenerissimo miciotto Goose, protagonista dei momenti più esaltanti della pellicola e preso di peso da Il gatto venuto dallo spazio, la consapevolezza che Captain Marvel sarà una pedina fondamentale nella battaglia contro Thanos, tutto quello che volete, ma il fulcro del film è il percorso di presa di coscienza dell'adorabile Carol Danvers, e non in quanto donna ma in quanto persona.


Lo "sfogo" finale della protagonista è obiettivamente, per quanto forse un po' trash, una delle cose più liberatorie viste in anni di film Marvel, dove l'eroe, quando a un certo punto diventa consapevole dei suoi mezzi, da il meglio di se stesso ma sempre con quella punta di "reticenza" che rende umile persino uno come Iron Man. Captain Marvel invece se ne frega e spacca culi ed astronavi al ritmo di Just A Girl (punta di diamante di una colonna sonora che più anni '90 non si può, ma non dimentichiamoci Celebrity Skin, Come As You Are, I'm Only Happy When it Rains, ecc. ecc.), splendendo gioiosa e consapevole dei suoi mezzi, finalmente libera da qualsivoglia giogo, fisico o psicologico che sia. E' questo che rende Captain Marvel particolare, perché per il resto il film è perfettamente inserito all'interno del carrozzone Marvel, non brilla particolarmente per la regia o per la sceneggiatura, che ha l'unico pregio di essere in perfetto equilibrio tra la cazzoneria di un Thor: Ragnarok e la serietà di un Avengers, ed è popolata da attori che fanno il loro dovere anche quando, come Samuel L.Jackson, sono costretti a subire un lifting computerizzato che li rende più inquietanti di un manichino semovente. Simpatico e sbarazzino il continuo fluire di citazioni che contestualizzano il film nell'epoca degli anni '90, non sfacciato come gli omaggi trash di James Gunn e Taika Waititi ma in qualche modo delicato e gradevole; le mise delle protagoniste, con le maglie dei gruppi musicali dell'epoca e il profumo grunge che permea l'intero reparto costumi, è una botta di nostalgia più grossa dei riferimenti a Blockbuster, per intenderci, ma la palma della citazione (accompagnata da una bruschetta nell'occhio grossa come il Fenomeno) va al delizioso Stan Lee che legge la sceneggiatura di Generazione X, film di Kevin Smith che ogni True Believer dovrebbe guardare. Voto 3, invece, all'adattamento italiano: "giovanotta" fa il paio con il "benone" di Venom ("young lady" di solito viene reso con un "signorinella", by the way) e il riferimento alla password Wi-fi è imbarazzante, considerato che quella tecnologia non avrebbe preso piede ancora per un decennio come minimo (e infatti Fury parla di password Aol in originale). Potrei anche aver sentito Jude Law ciccare clamorosamente un congiuntivo all'inizio ma forse ero solo obnubilata dalla sua incommensurabile fighezza. Chissà. A parte tutto, Captain Marvel va visto, per più di un motivo, soprattutto se non vedete l'ora che arrivi Avengers: Endgame o se siete gattari incalliti come me. Rimanete incollati alla poltrona del cinema fino all'ultimo titolo di coda e divertitevi!


Di Brie Larson (Carol Danvers/Vers/Capitan Marvel), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Ben Mendelsohn (Talos/Keller), Jude Law (Yon-Rogg), Annette Bening (Suprema intelligenza/Dottoressa Wendy Lawson), Clark Gregg (Phil Coulson), Djimon Hounsou (Korath), Lee Pace (Ronan) e Mckenna Grace (Carol a 13 anni) ho parlato ai rispettivi link.

Anna Boden è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto film come Sugar e 5 giorni fuori. Anche produttrice, ha 43 anni.
Ryan Fleck è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Sugar e 5 giorni fuori. Ha 43 anni.


La scena mid-credit è stata diretta dai fratelli Russo. Captain Marvel, cronologicamente, si colloca dopo Captain America: Il primo vendicatore, ma tanto vi toccherà recuperare tutto se vorrete godere appieno del film: Iron ManIron Man 2, L'incredibile HulkThor , The Avengers, Iron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della GalassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of UltronDoctor StrangeSpider-Man: Homecoming ,Captain America: Civil WarThor: RagnarokAnt-ManAvengers: Infinity WarAnt-Man and the Wasp e Black Panther. ENJOY!

venerdì 30 marzo 2018

Tonya (2017)

E' uscito ieri in Italia Tonya (I, Tonya), diretto nel 2017 dal regista Craig Gillespie e vincitore di un premio Oscar finito ad Allison Janney come Migliore Attrice Non Protagonista.


Trama: il film racconta la vita sregolata di Tonya Harding, dagli esordi sulla pista di pattinaggio come bambina prodigio allo scandalo delle Olimpiadi del 1994, che l'ha vista coinvolta nell'incidente accorso all'avversaria Nancy Kerrigan.



Un genere di film che detesto è quello "sportivo", solitamente imperniato sulla brillante carriera di una stellina (vera o inventata, dipende) che ha trovato nello sport un modo per riscattarsi da una vita ingrata, assurgendo a modello per chiunque dopo anni e anni di duri allenamenti e sacrifici. A Tonya mi sono però avvicinata con fiducia, non solo per le tre nomination che lo infilavano di diritto nel novero dei film "da vedere" ma anche perché si parlava di uno scandalo che ha concluso la carriera della giovane pattinatrice, allontanando di prepotenza la pellicola da qualsiasi retorica sportiva (lo so, sono una stronza cinica). Quello che non mi sarei aspettata, però, era di trovarmi davanti un film drammatico ma anche esilarante, zeppo di caustica ironia e personaggi inattendibili che non ricostruiscono LA storia, bensì una versione della stessa filtrata dal loro punto di vista, al punto che lo spettatore arriva a chiedersi spesso chi sia la Tonya così fiera di mettere un Io davanti al nome proprio nel titolo originale. Indubbiamente, quello di Tonya Harding è un carattere temprato fin dalla più tenera età: nel corso del film vediamo come la madre LaVona abbia praticamente abbandonato la figlioletta sulle piste di pattinaggio sul ghiaccio, ricoprendola senza tregua con "amorevoli" insulti, schiaffi e sguardi di biasimo, insomma tutto ciò che potesse trasformare una piccola appassionata in una bambina prodigio colma di fiducia nelle proprie capacità atletiche ma assolutamente impreparata ad affrontare l'esistenza una volta tolti i pattini. Nello sport Tonya è incapace di trovare riscatto da una famiglia disfunzionale che l'ha condannata ad essere per sempre feccia ignorante e si ritrova così a cercare conforto, giovanissima, tra le braccia di un bifolco come lei, quel Jeff Gillooley clueless ma violento che è la quintessenza del white trash americano e col quale l'atleta avrà per anni un rapporto contrastato di mutua dipendenza che sfocerà persino in un matrimonio; proprio la stupidità incurabile di Gillooley e del suo pari, il disgustoso e folle Shawn, condanneranno Tonya all'oblio nel momento esatto in cui la ragazza sarebbe stata pronta ad acciuffare la gloria dell'oro olimpico, tenuta lontana da anni di eccessi.


Date le premesse  e gli eventi non certo allegri che l'hanno caratterizzata, la vita di Tonya Harding avrebbe  potuto venire tradotta in maniera patetica, sottolineando l'infinita serie di abusi fisici e mentali ai quali la ragazza è stata costretta a sottostare, ma Craig Gillespie e lo sceneggiatore Steven Rogers hanno scelto un'altra via e, oltre a sottolineare il lato ridicolo di una vicenda assai drammatica, hanno "sfidato" lo spettatore a trovare da solo un'eventuale simpatia per un personaggio che non ne cerca e, forse, non ne ha bisogno. A prescindere dalla teppaglia che la circonda, è infatti la stessa Tonya ad essere lamentosa ed incapace ad assumersi le proprie responsabilità ("Non è stata colpa mia" è la sua catchphrase per l'intero film ma ce n'è anche per l'audience di allora, accusata di averla trasformata in fenomeno da baraccone, e ovviamente per quella di oggi) oltre che incredibilmente testarda e in qualche modo orgogliosa delle sue origini proletarie, che fin dall'inizio l'hanno resa un outsider in un mondo fatto di signorine raffinate dove l'apparenza conta quanto l'abilità tecnica e dove, purtroppo, se non hai soldi né sponsor fai davvero poca strada; nel corso del film le interviste ai personaggi coinvolti nell'"incidente" di Nancy Kerrigan (assai simili a quelle reali, mostrate nei titoli di coda) si alternano senza soluzione di continuità ad attori che bucano la quarta parete e si rivolgono direttamente allo spettatore, commentando con cinica ironia molti degli avvenimenti oppure contraddicendo sfacciatamente quanto sta accadendo sullo schermo, lasciando il pubblico incredulo, divertito e a tratti sgomento davanti a tanta pochezza. All'interno del quartetto di attori principali spiccano Margot Robbie, atletica e grintosa ma anche terribilmente squallida, e una Allison Janney mostruosamente glaciale, ma la strana coppia Sebastian Stan/Paul Walter Hauser tocca altissimi vertici di sciocca depravazione e soprattutto Hauser passa nel giro di poche sequenze dall'essere patetica figura di sfondo a psicotico deus ex machina dell'intera, delirante operazione atta ad intimorire la Kerrigan: l'intervista sul finale è angosciante e mette una tristezza infinita, non tanto per lui quanto per la Harding che si è ritrovata vittima di un marito imbecille ed incapace di capire la portata della demenza dell'amico di sempre... sempre che, in realtà, la giovane non fosse consapevole fin dall'inizio di quello che sarebbe successo alla rivale. Questo, ovviamente, Tonya non lo dice (ci sono state condanne per tutti, Harding compresa, ma siccome i coinvolti si accusavano a vicenda le reali responsabilità non sono mai state interamente chiarite...) ma poco importa, anzi, perché lasciare il dubbio allo spettatore rende ancora più interessante il film ed ambigui i suoi protagonisti, ora ben lontani dai "fasti" di una fama giunta non grazie ad uno storico triplo axel, bensì ad una sbarra di ferro.


Del regista Craig Gillespie ho già parlato QUI. Margot Robbie (Tonya Harding), Sebastian Stan (Jeff Gillooley), Allison Janney (LaVona Golden), Julianne Nicholson (Diane Rawlinson) e Bobby Cannavale (Martin Maddox) li trovate invece ai rispettivi link.

Mckenna Grace interpreta Tonya da ragazzina. Americana, ha partecipato a film come Frankenstein, Amityville - Il risveglio, Ready Player One e a serie quali CSI - Scena del crimine, The Vampire Diaries e C'era una volta. Ha 12 anni e un film in uscita, The Bad Seed.


Se Tonya vi fosse piaciuto potete cercare il documentario The Price of Gold, episodio della serie 30 for 30 dedicato proprio al caso Harding e aggiungete Rocky IV (omaggiato nel film) e Da morire, che Gillespie ha citato come fonte di ispirazione per la struttura di Tonya. ENJOY!

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