Al cinema all'aperto sono riuscita, nonostante le avverse previsioni meteo, a guardare anche Onward - Oltre la magia (Onward), diretto e co-sceneggiato dal regista Dan Scanlon.
Trama: all'età di 16 anni, Ian è un giovane elfo insicuro che vive nel mito di un padre mai conosciuto. In occasione del suo compleanno, la madre consegna a lui e al fratello Barley, nerd appassionato di fantasy, un oggetto appartenuto proprio al loro padre, che catapulterà entrambi in una grande avventura...
Onward è uno dei film Disney Pixar più sfortunati, incappato proprio nel periodo Covid e costretto a venire rimandato più volte prima di uscire in sala. Molti se l'erano già guardato su Disney +, moltissimi, ovviamente, lo avevano recuperato per vie traverse, ma io non ho intenzione di pagare l'abbonamento per una piattaforma di ladri e ho fatto voto di non andare mai a pesca di film Pixar, quindi ho aspettato pazientemente che Onward arrivasse in sala, ancor meglio nelle arene estive. Nel frattempo, ne avevo sentito parlare abbastanza tiepidamente e dopo la visione non posso che confermare la natura "minore" dell'ultimo arrivato in casa Disney Pixar, il quale di sicuro non diventerà mai un capolavoro memorabile, eppure lo stesso gli ho voluto bene. "Onward", infatti, non indica l'andare oltre la magia, come da sottotitolo italiano, ma gioca con la terminologia tipica delle quest fantasy invitando i protagonisti e gli spettatori a guardare al futuro e ad andare avanti, custodendo nel cuore il passato senza rimpianti, cercando di crescere e vivere la vita più soddisfacente possibile; Ian, protagonista del film, non ha mai conosciuto il padre (morto probabilmente di cancro, come si evince da uno straziante dialogo tra fratelli) e vive nel costante ricordo di altri, che descrivono il genitore come una persona intelligente, divertente, piacevole e a modo suo geniale. Ovviamente, il ragazzo è un insicuro cronico e l'"ombra" del genitore incombe su di lui quanto quella del fratello Barley, un perdigiorno dalla personalità debordante che non perde occasione di coinvolgere Ian in epiche figuracce, finché un giorno i due non ricevono in regalo dal padre un bastone corredato di pietra magica, un lascito rarissimo all'interno di un mondo in cui la magia è stata abbandonata in favore delle comodità moderne. La magia darebbe a Ian la possibilità di coronare il suo sogno più grande, incontrare il padre, ma qualcosa va storto e i due fratelli devono imbarcarsi in un epico viaggio per far sì che l'incantesimo torni a funzionare.
Il viaggio di Ian e Barley è una quest che copre tutte le caratteristiche di un'avventura fantasy, resa ironica dallo stravolgimento dei topoi del genere, tutti privati di epicità poiché avvicinati alla natura prosaica dell'epoca moderna (la Manticora che gestisce un locale per famiglie, i folletti che non volano ma vanno in moto, comode autostrade che portano in posti virtualmente inaccessibili, aerei che solcano i cieli, cellulari e quant'altro), ma la simpatia dell'elemento parodico viene stemperata da un senso costante di perdita imminente, dalla consapevolezza, da parte di Ian, di stare mancando l'occasione di poter conoscere suo padre e parlargli e posso assicurarvi che il finale di Onward è qualcosa di straziante, un happy ending a metà che priva gli spettatori di una gioia e una speranza magari fasulle ma di sicuro apprezzabili in un'opera di finzione. A vederlo con gli occhi di un adulto, Onward è sì un racconto di formazione basato sulla graduale presa di consapevolezza di come non siano solo i genitori i pilastri fondamentali della nostra esistenza, ma anche la sistematica distruzione dei sogni di un ragazzino, che alla fine non riesce a coronare il suo desiderio più grande, costretto a palesare la sua raggiunta maturità rinunciandoci. Forse per questo a molti non è piaciuto, oltre al fatto che questo argomento pesantissimo stride con l'abbondanza di gag e l'aria "sciocchina" dell'intera operazione, che necessitava di un po' di equilibrio in più tra le sue due anime. Come ho detto, a me è piaciuto, però: ho trovato i due protagonisti adorabili e perfettamente bilanciati tra loro (così come il "terzo incomodo" che li accompagna) e ho apprezzato l'idea di affidarsi alla magia fino a un certo punto, preferendo puntare su cervello, sulla complicità e sul sostegno della famiglia per raggiungere determinati obiettivi. Certo, Onward non entrerà mai nell'olimpo dei cartoon Pixar memorabili, ma i bambini dovrebbero divertirsi a guardarlo e noi adulti ci ritroveremo, tra una risata e l'altra, a toglierci furtivi una lacrima dall'occhio, sperando di non arrivare a fine visione troppo depressi.
Del regista e co-sceneggiatore Dan Scanlon ho già parlato QUI. Tom Holland (voce originale di Ian Lightfoot), Chris Pratt (Barley Lightfoot), Octavia Spencer (Manticora) e Tracey Ullman (Grecklin) li trovate invece ai rispettivi link.
Julia Louis-Dreyfus è la voce originale di Laurel Lightfoot. Americana, ha partecipato a film come Troll, Hannah e le sue sorelle, Harry a pezzi e a serie quali Seinfeld e 30 Rock; come doppiatrice ha lavorato in A Bug's Life - Megaminimondo, Due fantagenitori e I Simpson. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 59 anni.
Se Onward - Oltre la magia vi fosse piaciuto recuperate Zootropolis. ENJOY!
mercoledì 2 settembre 2020
martedì 1 settembre 2020
Tenet (2020)
Tenet, diretto e sceneggiato da Christopher Nolan, è il primo film che sono tornata a vedere al cinema dopo quasi sei mesi di lontananza dalle sale. Purtroppo, la gioia del ritorno tanto atteso è stata sciupata dalla gestione scellerata del Multisala savonese (spero che invece altrove le regole vengano rispettate), che mi ha costretta a quasi tre ore con la mascherina indosso a causa del mancato rispetto del distanziamento tra le poltrone: a Savona, infatti, se prenotate in due (lasciamo perdere le strisce di 6/7 persone, congiunte manco per le palle ma fatte entrare senza problemi) gli unici posti che rimangono liberi sono quello subito a destra e quello subito a sinistra sulla stessa fila, per le file davanti e dietro vi deve andar di culo e ovviamente io e il Bolluomo ci siamo ritrovati con un branco di ragazze tutte rigorosamente senza mascherina a distanza di un braccio dalla schiena, mentre davanti c'erano sì due posti liberi ma per mero caso. Shame, dunque, sul Multisala Diana: con tutta la buona volontà di sostenere il cinema visto come merita (ero dell'idea di andare a vedere TRE film questa settimana) sarò costretta a fare selezione giusto dei film che non voglio assolutamente perdermi sul grande schermo o di quelli che non posso recuperare in nessun altro modo, ché mettere a repentaglio così la salute dei miei famigliari e dei miei amici sarebbe davvero da sconsiderati.
Trama: un agente CIA si ritrova invischiato in un complotto "temporale" atto a distruggere l'umanità.
Dopo essermi sfogata un po' sulla questione Covid, torniamo a parlare di cinema. Avete visto che bella trama stringata ho messo qua sopra, eh? Potrei dire che volevo evitare di incappare in spoiler ma la verità è che Tenet questo è, spogliato da tutte le sue complicatissime ed inesplicabili teorie legate alle leggi dell'entropia e della fisica temporale, che ringrazio proprio tantissimo Robert Pattinson, Aaron Taylor-Johnson, Kenneth Branagh e la sciura indiana per esserci venuti incontro con doverose delucidazioni, ma avete presente quel suono che udite nel cervello quando provate a fare operazioni matematiche più difficili delle addizioni? Io sento proprio un crackrackrack come se cercassero di girare i lati del cubo di Rubick più vecchio e rotto del mondo, non scherzo, è un suono fisico di rotelle che si inceppano, ed è un suono che ho sentito spesso durante la visione di Tenet, al punto che un bel momento ho pensato: "ma sai cosa? Sono al cinema, questa è una ca**o di spy/action story, facciamo che ogni volta che Pattinson mi fissa dallo schermo chiedendomi silenziosamente se ho capito io annuisco e mi godo il delirio immaginifico Nolaniano?". Fatto questo, ve lo giuro, Tenet diventa una bellezza, uno 007 popolato da personaggi intelligentissimi che fanno cose fighe perché sono fighi, che riescono a tirare tutte le fila di un complotto talmente complesso da far fare a Di Caprio e soci in Inception (che io continuo a preferire a livello di trama, fatemi causa) la figura dei poveri sfigati impegnati in una storiellina per bambini. E il bello di tutto questo è che il difficile è solo per i personaggi, lo spettatore può tranquillamente rilassarsi e sapere che l'obiettivo è evitare la distruzione del mondo e sconfiggere il cattivissimo Branagh, punto. Come poi ci si riesca è un altro paio di maniche, stavolta non c'è comunque il pericolo di sentirsi stupidi e non capire il nucleo del film, grazie quindi a Nolan per la gentilezza: d'altronde, giusto gli americani potrebbero non conoscere il quadrato del Sator e smascellarsi dallo stupore per la sapienza del regista, visto che di base tutti i riferimenti a Sator, Arepo, Tenet, Opera e Rotas sono solo degli easter egg inutili (e io che già ero partita da casa spiegando a Mirco mille fantasiose teorie legate ad anagrammi e palindromi. No).
Si diceva, dunque, della bellezza di Tenet e delle sue scene girate in buona parte senza l'ausilio di effetti speciali, il che le rende ancora più pregevoli. Dall'inizio al cardiopalma ambientato all'opera, passando per un grandioso "incidente" aereo durante il quale ho sostituito ai protagonisti Lupin e Jigen nella mia mente bacata di fangirl, arrivando a deliranti corpo a corpo, ancor più deliranti inseguimenti in macchina e lunghissime sequenze in cui passato e presente si intrecciano con gente che va avanti ma contemporaneamente anche indietro mentre gli edifici scoppiano e non scoppiano c'è davvero l'imbarazzo della scelta, roba da far piangere John Wick di commozione. Nolan con la sua cinepresa e l'ausilio del montaggio piega letteralmente il tempo al suo volere e lo spettatore viene immerso in questo assurdo mondo privo di leggi della fisica (e tuttavia rigorosamente regolato da esse) come se la sala cinematografica non esistesse più, grazie anche all'assurda colonna sonora di Ludwig Goransson, soggetta anch'essa agli sbalzi temporali che condizionano la storia. In tutto ciò, la bellissima Elizabeth Debicki svetta letteralmente come una dea facendosi ricordare come unica presenza femminile in tutto il film (non è l'unica ma le povere Clémence Poésy e Fiona Dourif è come se nemmeno ci fossero) e John David Washington cerca di non sfigurare in un ruolo di agente segreto iperfigo che sarebbe stato più che perfetto, mi duole dirlo, per suo padre o quel gran gnocco di Idris Elba, facendosi spesso rubare la scena da un Kenneth Branagh bastardo fino al midollo (mi si dice che il suo accento originale sia assai ridicolo, fortunatamente il doppiaggio ci mette una pezza) e da un Robert Pattinson che acquista importanza e spessore a mano a mano che la storia prosegue. In definitiva, essendo partita con la convinzione che mi sarebbero cadute le gonadi come durante Interstellar e Dunkirk, mi sono goduta tantissimo questo Tenet, film da vedere rigorosamente in sala; a mio avviso i livelli di The Prestige e Inception sono ben lontani ma perlomeno stavolta Nolan ha realizzato un film complesso ma godibile, più vicino al genere che preferisco, cosa che mi ha reso simpatica anche la volontà di essere comunque un maledetto snob. Andatelo a vedere in fiducia e sperabilmente anche in completa sicurezza!
Del regista e sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Elizabeth Debicki (Kat), Robert Pattinson (Neil), Kenneth Branagh (Andrei Sator), Aaron Taylor-Johnson (Ives), Clémence Poésy (Laura), Fiona Dourif (Wheeler), Michael Caine (Michael Crosby), Himesh Patel (Mahir), Wes Chatham (Sammy) e Martin Donovan (Victor) li trovate invece ai rispettivi link.
John David Washington interpreta "il protagonista". Americano, figlio di Denzel Washington, ha partecipato a film come Malcom X e BlackKklansman. Anche produttore, ha 36 anni e due film in uscita.
Se Tenet vi fosse piaciuto, recuperate Inception (lo trovate su Netflix), Source Code (lo trovate su Netflix e RaiPlay) e magari anche L'esercito delle 12 scimmie. ENJOY!
Trama: un agente CIA si ritrova invischiato in un complotto "temporale" atto a distruggere l'umanità.
Dopo essermi sfogata un po' sulla questione Covid, torniamo a parlare di cinema. Avete visto che bella trama stringata ho messo qua sopra, eh? Potrei dire che volevo evitare di incappare in spoiler ma la verità è che Tenet questo è, spogliato da tutte le sue complicatissime ed inesplicabili teorie legate alle leggi dell'entropia e della fisica temporale, che ringrazio proprio tantissimo Robert Pattinson, Aaron Taylor-Johnson, Kenneth Branagh e la sciura indiana per esserci venuti incontro con doverose delucidazioni, ma avete presente quel suono che udite nel cervello quando provate a fare operazioni matematiche più difficili delle addizioni? Io sento proprio un crackrackrack come se cercassero di girare i lati del cubo di Rubick più vecchio e rotto del mondo, non scherzo, è un suono fisico di rotelle che si inceppano, ed è un suono che ho sentito spesso durante la visione di Tenet, al punto che un bel momento ho pensato: "ma sai cosa? Sono al cinema, questa è una ca**o di spy/action story, facciamo che ogni volta che Pattinson mi fissa dallo schermo chiedendomi silenziosamente se ho capito io annuisco e mi godo il delirio immaginifico Nolaniano?". Fatto questo, ve lo giuro, Tenet diventa una bellezza, uno 007 popolato da personaggi intelligentissimi che fanno cose fighe perché sono fighi, che riescono a tirare tutte le fila di un complotto talmente complesso da far fare a Di Caprio e soci in Inception (che io continuo a preferire a livello di trama, fatemi causa) la figura dei poveri sfigati impegnati in una storiellina per bambini. E il bello di tutto questo è che il difficile è solo per i personaggi, lo spettatore può tranquillamente rilassarsi e sapere che l'obiettivo è evitare la distruzione del mondo e sconfiggere il cattivissimo Branagh, punto. Come poi ci si riesca è un altro paio di maniche, stavolta non c'è comunque il pericolo di sentirsi stupidi e non capire il nucleo del film, grazie quindi a Nolan per la gentilezza: d'altronde, giusto gli americani potrebbero non conoscere il quadrato del Sator e smascellarsi dallo stupore per la sapienza del regista, visto che di base tutti i riferimenti a Sator, Arepo, Tenet, Opera e Rotas sono solo degli easter egg inutili (e io che già ero partita da casa spiegando a Mirco mille fantasiose teorie legate ad anagrammi e palindromi. No).
Si diceva, dunque, della bellezza di Tenet e delle sue scene girate in buona parte senza l'ausilio di effetti speciali, il che le rende ancora più pregevoli. Dall'inizio al cardiopalma ambientato all'opera, passando per un grandioso "incidente" aereo durante il quale ho sostituito ai protagonisti Lupin e Jigen nella mia mente bacata di fangirl, arrivando a deliranti corpo a corpo, ancor più deliranti inseguimenti in macchina e lunghissime sequenze in cui passato e presente si intrecciano con gente che va avanti ma contemporaneamente anche indietro mentre gli edifici scoppiano e non scoppiano c'è davvero l'imbarazzo della scelta, roba da far piangere John Wick di commozione. Nolan con la sua cinepresa e l'ausilio del montaggio piega letteralmente il tempo al suo volere e lo spettatore viene immerso in questo assurdo mondo privo di leggi della fisica (e tuttavia rigorosamente regolato da esse) come se la sala cinematografica non esistesse più, grazie anche all'assurda colonna sonora di Ludwig Goransson, soggetta anch'essa agli sbalzi temporali che condizionano la storia. In tutto ciò, la bellissima Elizabeth Debicki svetta letteralmente come una dea facendosi ricordare come unica presenza femminile in tutto il film (non è l'unica ma le povere Clémence Poésy e Fiona Dourif è come se nemmeno ci fossero) e John David Washington cerca di non sfigurare in un ruolo di agente segreto iperfigo che sarebbe stato più che perfetto, mi duole dirlo, per suo padre o quel gran gnocco di Idris Elba, facendosi spesso rubare la scena da un Kenneth Branagh bastardo fino al midollo (mi si dice che il suo accento originale sia assai ridicolo, fortunatamente il doppiaggio ci mette una pezza) e da un Robert Pattinson che acquista importanza e spessore a mano a mano che la storia prosegue. In definitiva, essendo partita con la convinzione che mi sarebbero cadute le gonadi come durante Interstellar e Dunkirk, mi sono goduta tantissimo questo Tenet, film da vedere rigorosamente in sala; a mio avviso i livelli di The Prestige e Inception sono ben lontani ma perlomeno stavolta Nolan ha realizzato un film complesso ma godibile, più vicino al genere che preferisco, cosa che mi ha reso simpatica anche la volontà di essere comunque un maledetto snob. Andatelo a vedere in fiducia e sperabilmente anche in completa sicurezza!
Del regista e sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Elizabeth Debicki (Kat), Robert Pattinson (Neil), Kenneth Branagh (Andrei Sator), Aaron Taylor-Johnson (Ives), Clémence Poésy (Laura), Fiona Dourif (Wheeler), Michael Caine (Michael Crosby), Himesh Patel (Mahir), Wes Chatham (Sammy) e Martin Donovan (Victor) li trovate invece ai rispettivi link.
John David Washington interpreta "il protagonista". Americano, figlio di Denzel Washington, ha partecipato a film come Malcom X e BlackKklansman. Anche produttore, ha 36 anni e due film in uscita.
Se Tenet vi fosse piaciuto, recuperate Inception (lo trovate su Netflix), Source Code (lo trovate su Netflix e RaiPlay) e magari anche L'esercito delle 12 scimmie. ENJOY!
venerdì 28 agosto 2020
Random Acts of Violence (2019)
Spinta dai sempre validissimi consigli di Lucia (e vi consiglio di leggere la sua recensione, meno banale e più interessante di quanto sarà la mia) ho recuperato anche Random Acts of Violence, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dal regista Jay Baruchel e tratto dal fumetto omonimo di Jimmy Palmiotti e Justin Gray.
Trama: il creatore e l'editore del fumetto Slasherman si imbarcano in un tour promozionale in occasione dell'imminente chiusura della serie, assieme alla fidanzata del primo e a un'assistente. Sulla scia del loro tour cominciano tuttavia ad accadere delitti sanguinosissimi...
Siccome lo tirano abbastanza dietro se si è dotati di un Kindle (solo in inglese, sorry), prima di guardare Random Acts of Violence ho letto il fumetto omonimo, roba che prenderà al massimo un'oretta del vostro tempo nel caso voleste cimentarvi nell'impresa, e onestamente ci sono rimasta un po' maluccio. L'opera originale è infatti un fumettino abbastanza superficiale, più interessato a gettare uno sguardo su una parte dell'industria dei comics, quella dei successi istantanei con marketing sfacciato annesso e del fandom estremo, che sulle responsabilità di creare personaggi scomodi; nel fumetto, lo sceneggiatore è "più deprecabile" del disegnatore in quanto le idee derivano da una sua misoginia latente e da una generale incapacità di vivere nella società, ma alla fine ci rimette anche il disegnatore che diventa comunque l'unico capace di riportare su carta l'arte, alimentando la follia dello psicopatico fomentato da Slasherman, ma tutto (non sto scherzando) finisce comunque a tarallucci e vino, come se la violenza "random" del titolo fosse davvero una cretinata da scrollarsi di dosso come fosse acqua e magari anche monetizzare con un sorriso e qualche ferita. Ringraziando gli dèi, nonostante verso il finale perda un po' le redini del discorso, Jay Baruchel cerca invece di imbarcarsi in un'analisi un po' più profonda sul creare opere di fiction "di genere" basandosi su delitti realmente accaduti, sbilanciandosi a tratti verso la valenza catartica di dette opere e altre volte sposando invece il punto di vista di chi si mette nei panni delle vittime e non tollera definizioni come quella di "eroe" per un personaggio palesemente negativo, folle, misogino e sanguinario. Todd non è solo un fumettista che scrive opere splatter per insensibilità o bisogno di sfondare e il suo personaggio è un po' più approfondito di così; accanto a lui, la fidanzata Kathy raccoglie le testimonianze delle vittime del vero Slasherman e incarna la voce della coscienza di chi comunque riesce a cogliere le vere responsabilità anche di chi opera con le migliori (o più innocenti) intenzioni. Il punto di vista del Random Acts of Violence cinematografico diventa così un po' più vario di quello della sua controparte cartacea, più critico e passabile anche di suscitare qualche riflessione, sebbene ci vorrebbe ben più dello spazio risicato di un blog per sviscerarle tutte.
Tali riflessioni però si diluiscono nel desiderio che Baruchel ha di dimostrarsi anche un buon regista, o meglio, un regista con idee particolari, accattivanti, che possono piacere o meno allo spettatore, ovviamente. Personalmente, i flashback legati al personaggio di Todd li ho apprezzati parecchio; certo, incarnano un "mistero" che tale non è, però l'utilizzo di colori saturissimi, le riprese del volto del bambino, il sangue scuro e l'atmosfera natalizia hanno fatto abbastanza colpo su di me e, in generale, Random Acts of Violence mette in scena per l'appunto una violenza talmente casuale e feroce da avermi spesso lasciata scossa, soprattutto perché da uno come Baruchel, consacrato alla commedia, è raro aspettarsi qualcosa di simile. Al di là, infatti, del gusto "arty" del personaggio di Slasherman, sono le sequenze che precedono la sua cosiddetta "arte" a colpire, quei momenti bui in cui le vite delle vittime vengono spezzate tra urla disperate e la consapevolezza di stare per morire nel modo peggiore; le parole di Kathy, sul finale, e il suo "non voglio passare gli ultimi istanti che mi restano in preda al terrore" mettono i brividi tanto quanto lo sfogo con cui, giustamente, accusa Todd di avere condannato a morte lei e gli altri senza nemmeno capire di averlo fatto, per semplice noncuranza, per il gusto di portare su carta qualcosa di vendibile, per l'amore di un successo capace di creare se non mostri, comunque creature inquietanti. Random Acts of Violence non è un film perfetto ma non è nemmeno il film scemo che ci si aspetterebbe da Jay Baruchel e per affrontarlo serve un po' di pelo sullo stomaco. Al momento, ovviamente, non è disponibile in Italia ma chissà che qualche piattaforma illuminata non decida di metterlo in catalogo prima o poi.
Del regista e co-sceneggiatore Jay Baruchel, che interpreta anche Ezra, ho già parlato QUI mentre Niamh Wilson, che interpreta Aurora, la trovate QUA.
Jesse Williams interpreta Todd. Americano, ha partecipato a film come Quella casa nel bosco, The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca e a serie quali Grey's Anatomy. Anche produttore e regista, ha 39 anni.
Jordana Brewster interpreta Kathy. Americana, ha partecipato a film come Fast and Furious, Non aprite quella porta: L'inizio, Fast & Furious - Solo parti originali, Fast & Furious 5, Fast & Furious 6, Fast & Furious 7 e a serie quali American Crime Story. Come doppiatrice, ha lavorato in Robot Chicken. Ha 40 anni e un film in uscita, il nono capitolo della saga Fast & Furious.
Trama: il creatore e l'editore del fumetto Slasherman si imbarcano in un tour promozionale in occasione dell'imminente chiusura della serie, assieme alla fidanzata del primo e a un'assistente. Sulla scia del loro tour cominciano tuttavia ad accadere delitti sanguinosissimi...
Siccome lo tirano abbastanza dietro se si è dotati di un Kindle (solo in inglese, sorry), prima di guardare Random Acts of Violence ho letto il fumetto omonimo, roba che prenderà al massimo un'oretta del vostro tempo nel caso voleste cimentarvi nell'impresa, e onestamente ci sono rimasta un po' maluccio. L'opera originale è infatti un fumettino abbastanza superficiale, più interessato a gettare uno sguardo su una parte dell'industria dei comics, quella dei successi istantanei con marketing sfacciato annesso e del fandom estremo, che sulle responsabilità di creare personaggi scomodi; nel fumetto, lo sceneggiatore è "più deprecabile" del disegnatore in quanto le idee derivano da una sua misoginia latente e da una generale incapacità di vivere nella società, ma alla fine ci rimette anche il disegnatore che diventa comunque l'unico capace di riportare su carta l'arte, alimentando la follia dello psicopatico fomentato da Slasherman, ma tutto (non sto scherzando) finisce comunque a tarallucci e vino, come se la violenza "random" del titolo fosse davvero una cretinata da scrollarsi di dosso come fosse acqua e magari anche monetizzare con un sorriso e qualche ferita. Ringraziando gli dèi, nonostante verso il finale perda un po' le redini del discorso, Jay Baruchel cerca invece di imbarcarsi in un'analisi un po' più profonda sul creare opere di fiction "di genere" basandosi su delitti realmente accaduti, sbilanciandosi a tratti verso la valenza catartica di dette opere e altre volte sposando invece il punto di vista di chi si mette nei panni delle vittime e non tollera definizioni come quella di "eroe" per un personaggio palesemente negativo, folle, misogino e sanguinario. Todd non è solo un fumettista che scrive opere splatter per insensibilità o bisogno di sfondare e il suo personaggio è un po' più approfondito di così; accanto a lui, la fidanzata Kathy raccoglie le testimonianze delle vittime del vero Slasherman e incarna la voce della coscienza di chi comunque riesce a cogliere le vere responsabilità anche di chi opera con le migliori (o più innocenti) intenzioni. Il punto di vista del Random Acts of Violence cinematografico diventa così un po' più vario di quello della sua controparte cartacea, più critico e passabile anche di suscitare qualche riflessione, sebbene ci vorrebbe ben più dello spazio risicato di un blog per sviscerarle tutte.
Tali riflessioni però si diluiscono nel desiderio che Baruchel ha di dimostrarsi anche un buon regista, o meglio, un regista con idee particolari, accattivanti, che possono piacere o meno allo spettatore, ovviamente. Personalmente, i flashback legati al personaggio di Todd li ho apprezzati parecchio; certo, incarnano un "mistero" che tale non è, però l'utilizzo di colori saturissimi, le riprese del volto del bambino, il sangue scuro e l'atmosfera natalizia hanno fatto abbastanza colpo su di me e, in generale, Random Acts of Violence mette in scena per l'appunto una violenza talmente casuale e feroce da avermi spesso lasciata scossa, soprattutto perché da uno come Baruchel, consacrato alla commedia, è raro aspettarsi qualcosa di simile. Al di là, infatti, del gusto "arty" del personaggio di Slasherman, sono le sequenze che precedono la sua cosiddetta "arte" a colpire, quei momenti bui in cui le vite delle vittime vengono spezzate tra urla disperate e la consapevolezza di stare per morire nel modo peggiore; le parole di Kathy, sul finale, e il suo "non voglio passare gli ultimi istanti che mi restano in preda al terrore" mettono i brividi tanto quanto lo sfogo con cui, giustamente, accusa Todd di avere condannato a morte lei e gli altri senza nemmeno capire di averlo fatto, per semplice noncuranza, per il gusto di portare su carta qualcosa di vendibile, per l'amore di un successo capace di creare se non mostri, comunque creature inquietanti. Random Acts of Violence non è un film perfetto ma non è nemmeno il film scemo che ci si aspetterebbe da Jay Baruchel e per affrontarlo serve un po' di pelo sullo stomaco. Al momento, ovviamente, non è disponibile in Italia ma chissà che qualche piattaforma illuminata non decida di metterlo in catalogo prima o poi.
Del regista e co-sceneggiatore Jay Baruchel, che interpreta anche Ezra, ho già parlato QUI mentre Niamh Wilson, che interpreta Aurora, la trovate QUA.
Jesse Williams interpreta Todd. Americano, ha partecipato a film come Quella casa nel bosco, The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca e a serie quali Grey's Anatomy. Anche produttore e regista, ha 39 anni.
Jordana Brewster interpreta Kathy. Americana, ha partecipato a film come Fast and Furious, Non aprite quella porta: L'inizio, Fast & Furious - Solo parti originali, Fast & Furious 5, Fast & Furious 6, Fast & Furious 7 e a serie quali American Crime Story. Come doppiatrice, ha lavorato in Robot Chicken. Ha 40 anni e un film in uscita, il nono capitolo della saga Fast & Furious.
giovedì 27 agosto 2020
(Gio)WE, Bolla! del 27/08/2020
Gesù, non ci posso credere. Pensavo non avrei mai più ripreso questa rubrica, invece il multisala savonese ha riaperto ieri dopo una chiusura di quasi sei mesi. Potere di Nolan e del suo Tenet, ovviamente, e altrettanto ovviamente il multisala comincia in bellezza riconfermando la sua rara stronzaggine: niente Gretel e Hansel, film meraviglioso che vi consiglio di andare a vedere di corsa, niente Dogtooth di Lanthimos e niente Little Joe, altro must della pandemia che finalmente arriva sul grande schermo. Ma quindi a noi sfigati savonesi cos'è toccato in sorte, oltre al recupero di Volevo nascondermi? ENJOY!
Tenet
Onward - Oltre la magia
Una sirena a Parigi
Tenet
Reazione a caldo: Oh, God...
Bolla, rifletti!: Sinceramente? Ho paura. Paura delle quasi tre ore in cui rischierò di coviddarmi e paura del fatto che il film decolli dopo un'ora e mezza, come ho detto altrove. Nolan, io ti ho voluto molto bene, lo sai, ma ora tu e i tuoi discepoli mi siete invisi. Fammi cambiare idea, ti prego.Onward - Oltre la magia
Reazione a caldo: Oh, God... (part 2)
Bolla, rifletti!: E anche il nuovo film Pixar, che andrò a vedere però all'arena estiva, mi si dice sia un mezzo diludendo. Io voglio avere fede, anche in questo caso, perché l'astinenza da cinema è tanta.Una sirena a Parigi
Reazione a caldo: Macheccazz....?
Bolla, rifletti!: Veramente, con tutti i film da recuperare, la francesata fantasy che non interessa a nessuno??? Ma cosa ho fatto di male? Poi magari è bello, per carità, però ripeto, avremmo potuto avere come minimo Gretel e Hansel. E se per sta cosa salta anche The New Mutants esco di testa.
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we bolla
martedì 25 agosto 2020
Possession (1981)
Erano anni che volevo tentare di guardarlo e finalmente ci sono riuscita! Possession, diretto e co-sceneggiato nel 1981 da Andrzej Zulawski, non è più solo un mito sconosciuto...ma ci avrò capito qualcosa?
Trama: dopo un lungo periodo passato lontano da casa, l'agente segreto Mark torna da una missione solo per scoprire che la moglie Anna vuole divorziare. All'incredulità e alla rabbia dell'uomo si aggiunge la consapevolezza che Anna nasconda qualcosa di molto più inquietante di una semplice scappatella...
In una Berlino Ovest asettica e apparentemente deserta o quasi, un uomo torna a casa da una moglie che, lasciata sola con un bambino per troppo tempo, ha trovato un amante e vuole il divorzio. E' la storia più vecchia del mondo, specchio dell'egoismo e della solitudine degli esseri umani, di relazioni fallimentari dominate da insoddisfazione e tristezza, all'interno delle quali c'è sempre qualcosa di più importante dell'amore: il lavoro, se stessi, i figli. Mark non è un marito modello, affatto, complice anche il lavoro di agente segreto che lo porta spesso a stare lontano da casa, ma non può comunque credere che la moglie Anna non sia soddisfatta della vita da altolocata casalinga che conduce, non comprende che la donna possa cercare altrove quel "qualcosa" che le manca e che le causa dolore. Come ho scritto, è la storia più vecchia del mondo ma cosa succede quando un regista come Zulawski decide di renderla allegorica ed universale, zeppa di momenti allucinati che trasformano un divorzio in un incubo kafkiano da cui è impossibile uscire non solo per i personaggi ma anche per gli spettatori? Leggendo qualche recensione qui e là avevo inteso che Possession fosse una specie di body horror à la Cronenberg, e in parte è anche vero, poiché non manca di sequenze disgustose e sconvolgenti, alle quali non è facilissimo dare un senso; eppure, guardando il film di Zulawski, non mi è parso che l'orrore e lo schifo "fisico" fossero gli elementi importanti, quanto piuttosto gli sfoghi verbali dei due protagonisti, impossibilitati a capirsi tra loro, persi nel loro mondo egoista di desideri illusori (Anna che viene sostituita dalla sua versione "pura" e materna, Helen, per non parlare dello stesso Mark, rimpiazzato con un ideale) destinato a condannarli a ripetere sempre gli stessi errori, persi nel caos di un'esistenza priva di regole o salvezza che sistematicamente distrugge tutti quelli che stanno loro accanto. Sia Mark che Anna non si curano che dei loro interessi, ricordandosi del povero figlioletto giusto di tanto in tanto (giuro, è stato più il tempo che al povero Mirco, costretto a sorbirsi pezzi di film a colazione, chiedevo "Sì ma Bob, in tutto questo, dove lo hanno lasciato?") e agendo anche in maniera contraddittoria, a seconda di ciò che va bene a loro in un determinato momento, quasi privi di slanci umani che non siano la smania sessuale, la folle consapevolezza della propria disperazione o la rabbia per la frustrazione, che spesso sfocia in violenti omicidi.
E' un mondo oscuro quello di Zulawski, un mondo dove solo i bambini sono innocenti (non che questo li salvi) e dove anche i protagonisti, per i quali si arriva talvolta a provare pena, sono connotati in maniera molto negativa. Ambigui, folli, violenti e con una luce omicida in fondo agli occhi, sia Anna che Mark mettono paura e non consentono allo spettatore di prevedere i loro comportamenti, spesso irrazionali, né di comprendere il senso delle loro azioni, che talvolta risultano una spirale di spostamenti senza capo né coda, all'interno di luoghi popolati da personaggi a loro volta allegorici o simbolici, senza nessuna pretesa di verosimiglianza umana. Lo stesso Heinrich, l'amante, che dovrebbe essere la valvola di salvezza di Anna, non riesce a contrastare, con i suoi studi zen e la sua illuminazione, l'autodistruzione dei due coniugi e si ritrova perso in un mondo che non comprende più, subendone tutte le conseguenze, e anche chi cerca di riportare "l'ordine", come la polizia e gli ambigui agenti segreti per i quali lavora Mark, nulla può per tappare la falla di un mondo dove Dio e la fede sono scomparsi per lasciare solo un enorme, caotico vuoto. La Adjani e Sam Neill sono spettacolari, entrambi giovani e pronti ad assecondare l'oscura visione di Zulawski. Lei è giustamente stata premiata con la Palma d'Oro a Cannes e sfido qualunque attrice ad offrirsi completamente alla follia sensuale e senza freni richiesta dal ruolo di Anna, un ruolo che immagino abbia prosciugato la Adjani di ogni energia (la scena dell'aborto in metro è sconvolgente), mentre Sam Neill alterna momenti di freddissima razionalità british a una pazzia che farebbe vergognare John Trent, il protagonista de Il seme della follia, senza contare che sia lui che lei sono bellissimi, verrebbe quasi da dire i due poli di una famiglia ideale e perfetta. Ma anche no. E qui concludo perché ogni cosa che potrei scrivere su Possession non gli renderebbe giustizia. Dico solo: guardatelo.
Di Isabelle Adjani (Anna/Helen) e Sam Neill (Mark) ho già parlato ai rispettivi link.
Andrzej Zulawski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato in Polonia, ha diretto film come L'importante è amare, Femme Publique, Sul globo d'argento e La fidélité. Anche attore, è morto nel 2016 all'età di 75 anni.
Trama: dopo un lungo periodo passato lontano da casa, l'agente segreto Mark torna da una missione solo per scoprire che la moglie Anna vuole divorziare. All'incredulità e alla rabbia dell'uomo si aggiunge la consapevolezza che Anna nasconda qualcosa di molto più inquietante di una semplice scappatella...
In una Berlino Ovest asettica e apparentemente deserta o quasi, un uomo torna a casa da una moglie che, lasciata sola con un bambino per troppo tempo, ha trovato un amante e vuole il divorzio. E' la storia più vecchia del mondo, specchio dell'egoismo e della solitudine degli esseri umani, di relazioni fallimentari dominate da insoddisfazione e tristezza, all'interno delle quali c'è sempre qualcosa di più importante dell'amore: il lavoro, se stessi, i figli. Mark non è un marito modello, affatto, complice anche il lavoro di agente segreto che lo porta spesso a stare lontano da casa, ma non può comunque credere che la moglie Anna non sia soddisfatta della vita da altolocata casalinga che conduce, non comprende che la donna possa cercare altrove quel "qualcosa" che le manca e che le causa dolore. Come ho scritto, è la storia più vecchia del mondo ma cosa succede quando un regista come Zulawski decide di renderla allegorica ed universale, zeppa di momenti allucinati che trasformano un divorzio in un incubo kafkiano da cui è impossibile uscire non solo per i personaggi ma anche per gli spettatori? Leggendo qualche recensione qui e là avevo inteso che Possession fosse una specie di body horror à la Cronenberg, e in parte è anche vero, poiché non manca di sequenze disgustose e sconvolgenti, alle quali non è facilissimo dare un senso; eppure, guardando il film di Zulawski, non mi è parso che l'orrore e lo schifo "fisico" fossero gli elementi importanti, quanto piuttosto gli sfoghi verbali dei due protagonisti, impossibilitati a capirsi tra loro, persi nel loro mondo egoista di desideri illusori (Anna che viene sostituita dalla sua versione "pura" e materna, Helen, per non parlare dello stesso Mark, rimpiazzato con un ideale) destinato a condannarli a ripetere sempre gli stessi errori, persi nel caos di un'esistenza priva di regole o salvezza che sistematicamente distrugge tutti quelli che stanno loro accanto. Sia Mark che Anna non si curano che dei loro interessi, ricordandosi del povero figlioletto giusto di tanto in tanto (giuro, è stato più il tempo che al povero Mirco, costretto a sorbirsi pezzi di film a colazione, chiedevo "Sì ma Bob, in tutto questo, dove lo hanno lasciato?") e agendo anche in maniera contraddittoria, a seconda di ciò che va bene a loro in un determinato momento, quasi privi di slanci umani che non siano la smania sessuale, la folle consapevolezza della propria disperazione o la rabbia per la frustrazione, che spesso sfocia in violenti omicidi.
E' un mondo oscuro quello di Zulawski, un mondo dove solo i bambini sono innocenti (non che questo li salvi) e dove anche i protagonisti, per i quali si arriva talvolta a provare pena, sono connotati in maniera molto negativa. Ambigui, folli, violenti e con una luce omicida in fondo agli occhi, sia Anna che Mark mettono paura e non consentono allo spettatore di prevedere i loro comportamenti, spesso irrazionali, né di comprendere il senso delle loro azioni, che talvolta risultano una spirale di spostamenti senza capo né coda, all'interno di luoghi popolati da personaggi a loro volta allegorici o simbolici, senza nessuna pretesa di verosimiglianza umana. Lo stesso Heinrich, l'amante, che dovrebbe essere la valvola di salvezza di Anna, non riesce a contrastare, con i suoi studi zen e la sua illuminazione, l'autodistruzione dei due coniugi e si ritrova perso in un mondo che non comprende più, subendone tutte le conseguenze, e anche chi cerca di riportare "l'ordine", come la polizia e gli ambigui agenti segreti per i quali lavora Mark, nulla può per tappare la falla di un mondo dove Dio e la fede sono scomparsi per lasciare solo un enorme, caotico vuoto. La Adjani e Sam Neill sono spettacolari, entrambi giovani e pronti ad assecondare l'oscura visione di Zulawski. Lei è giustamente stata premiata con la Palma d'Oro a Cannes e sfido qualunque attrice ad offrirsi completamente alla follia sensuale e senza freni richiesta dal ruolo di Anna, un ruolo che immagino abbia prosciugato la Adjani di ogni energia (la scena dell'aborto in metro è sconvolgente), mentre Sam Neill alterna momenti di freddissima razionalità british a una pazzia che farebbe vergognare John Trent, il protagonista de Il seme della follia, senza contare che sia lui che lei sono bellissimi, verrebbe quasi da dire i due poli di una famiglia ideale e perfetta. Ma anche no. E qui concludo perché ogni cosa che potrei scrivere su Possession non gli renderebbe giustizia. Dico solo: guardatelo.
Di Isabelle Adjani (Anna/Helen) e Sam Neill (Mark) ho già parlato ai rispettivi link.
Andrzej Zulawski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato in Polonia, ha diretto film come L'importante è amare, Femme Publique, Sul globo d'argento e La fidélité. Anche attore, è morto nel 2016 all'età di 75 anni.
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venerdì 21 agosto 2020
In viaggio con Pippo (1995)
Quest'anno In viaggio con Pippo (A Goofy Movie), diretto nel 1995 dal regista Kevin Lima, compie la bellezza di 25 anni e mi è sembrato carino riguardarlo e parlarne un po'.
Trama: Max, figlio di Pippo, si è preso una gran cotta per Roxanne ed è al settimo cielo quando la ragazza decide di uscire con lui... proprio nel momento in cui Pippo sceglie di partire assieme a Max per una vacanza in cui riallacciare il rapporto padre/figlio ed impedire che il ragazzo prenda una brutta strada.
All'età di 12 anni, mentre tutte le ragazzine entravano alle medie e cominciavano a interessarsi a trucco, ragazzi, moda ecc., io mi impallavo con Ecco Pippo!, serie che ancora oggi guarderei in loop senza esitazione, magari profondendomi in sincrono con Pippo nel famosissimo Goofy scream (a parte tutto, mia madre, povera donna, se incontra uno che si chiama Pietro, inghiotte un "Hyuk, Pietro!", quindi pensate quante puntate le ho fatto sorbire). Quando è uscito in Italia In viaggio con Pippo di anni ne avevo 15 ma la mia nerditudine non era mica venuta meno: l'idea di un lungometraggio di una serie amatissima era bastata per mettermi in fibrillazione e l'unico, vero diludendo alla fine della visione era stato constatare tristemente che l'adorato P.J. aveva sì e no 10 minuti di presenza. Diludendo che, peraltro, ho provato anche alla tenera età di 39 anni, senza nulla togliere a In viaggio con Pippo, film che ancora oggi si conferma molto interessante, divertente e tenero. Se in Ecco Pippo! Max era un ragazzino sveglio e simpatico, talvolta imbarazzato dal padre ma comunque "facile" da trattare, nel lungometraggio il povero Pippo si ritrova per le mani un teenager musone, alle prese con i primi problemi di cuore e poco incline a lasciarsi sviare dalle mattane del padre o, peggio, da progetti di vacanze insieme. Fomentato dall'infido Gambadilegno (il cui rapporto col figlio P.J. si basa su un rispetto instillato tramite puro e semplice terrore), Pippo organizza un viaggio con Max che ripercorra le tappe di avventure on the road vissute con genitori e nonni, ma al giovane interessa solamente Roxanne, la quale (da brava fidanzata rompipalle Disneyana) sceglie magnanimamente di sorvolare sull'appuntamento mancato solo quando Max le caccia la palla più grande del mondo: papino è amico della rockstar del momento e lo ha "costretto" ad andare al suo concerto. Una volta arrivato a Los Angeles, ovviamente, Max si impegnerà a salutare Roxanne direttamente dal palco. E che ci vorrà?
A scanso di equivoci, la prima parte di In viaggio con Pippo, così come molto di ciò che viene mostrato nel corso del cartone, è di una tristezza rara. Non perché sia scritto o diretto male, anzi, ma perché mette proprio il magone. Max è di una crudeltà incredibile nei confronti del padre che ha, come unica colpa, quello di essere un fesso ottimista, e la delusione di Pippo quando scopre che Max è in qualche modo riuscito a "sabotare" il viaggio e ha cominciato a divertirsi davvero solo quando ha capito che sarebbe riuscito a dirottarlo verso il concerto, è tangibile e spezza il cuore. In viaggio con Pippo ha come fulcro due relazioni tra padre e figlio per nulla sane; se quella tra Gambadilegno e P.J. viene presa come metro di paragone in negativo, anche quella tra Pippo e Max è comunque disfunzionale, almeno all'inizio, poiché i due non si parlano e non si confrontano, Pippo vede i cambiamenti di Max come la rovina definitiva di quello che un tempo era un bambino tanto carino mentre Max vede Pippo come la fonte di tutte le sue disgrazie e l'incarnazione di un futuro ereditario di sfiga totale. La percezione di Max è quindi completamente stravolta da questo terrore, tanto che non solo il film si apre con un incubo iniziale con Roxanne in versione Fay Wray e lui che a poco a poco si trasforma in un Pippo gigante, ma prosegue con la rappresentazione di un "parco divertimenti" che farebbe invidia a Tobe Hooper, tra opossum morti, squallore e hillbilly come se piovessero. E' solo quando i due cominciano a mediare, venirsi incontro ed accettarsi pian piano (iniziativa che, tra l'altro, parte non da Max ma da Pippo, che decide di dare fiducia al figlio, incappando nell'ennesimo, clamoroso errore di giudizio) che il viaggio da incubo si tinge di colori gioiosi e diventa una vacanza davvero divertente, nonostante Max abbia sempre sulla capoccia la spada di Damocle della più grande bugia mai raccontata.
In viaggio con Pippo non è dunque un cartone sciocco come potreste pensare, perché assieme alle mattane del protagonista riesce a far filare molti momenti adulti, di pura riflessione, persino drammatici, tutti elementi che riescono a mantenerlo sì Disneyano ma anche fresco, oggi dopo 25 anni, alla faccia della sua facciata smaccatamente anni '90, a cominciare dall'animazione molto classica. L'inizio, ambientato nel liceo di Max, è un compendio di tutti i film a tema high school di quel periodo, con tutti gli stereotipi del genere (se non vi verrà voglia di riguardare ANCHE Daria, siete delle orribili persone), e lo stesso vale per le mise modaiole di Max e del suo idolo Powerline. A proposito di Powerline, le hit del personaggio, cantate da Tevin Campbell, cantante R&B allora parecchio in voga, sono molto belle e orecchiabili, anche loro perfette per l'atmosfera anni '90 che permea l'intera pellicola MA purtroppo In viaggio con Pippo è vessato da un paio di canzonacce rivelatorie e sentimentali che a mio avviso poco hanno a che fare con i protagonisti e raggiungono pericolosamente il livello "Olaf". E' il dazio Disney, sapete che bisogna pagarlo. Ciò non toglie che In viaggio con Pippo sia ancora godibilissimo, anzi, più godibile ora che i ragazzini dell'epoca avranno raggiunto la mia età veneranda di quando eravamo ancora giovinetti e scemi come Max. Recuperatelo, se vi va di fare un intelligente tuffo nel passato!
Di Wallace Shawn, che doppia il preside Mazur, ho già parlato QUI.
Kevin Lima è il regista della pellicola, inoltre doppia Lester. Americano, ha diretto film come Tarzan e Come d'incanto. Anche produttore, animatore e sceneggiatore, ha 58 anni.
In viaggio con Pippo è il seguito della serie Ecco Pippo e la saga è proseguita con Estremamente Pippo, mentre Max e Roxanne potete trovarli anche in una puntata di House of Mouse - Il Topoclub, dal titolo Max's Embarassing Date. ENJOY!
Trama: Max, figlio di Pippo, si è preso una gran cotta per Roxanne ed è al settimo cielo quando la ragazza decide di uscire con lui... proprio nel momento in cui Pippo sceglie di partire assieme a Max per una vacanza in cui riallacciare il rapporto padre/figlio ed impedire che il ragazzo prenda una brutta strada.
All'età di 12 anni, mentre tutte le ragazzine entravano alle medie e cominciavano a interessarsi a trucco, ragazzi, moda ecc., io mi impallavo con Ecco Pippo!, serie che ancora oggi guarderei in loop senza esitazione, magari profondendomi in sincrono con Pippo nel famosissimo Goofy scream (a parte tutto, mia madre, povera donna, se incontra uno che si chiama Pietro, inghiotte un "Hyuk, Pietro!", quindi pensate quante puntate le ho fatto sorbire). Quando è uscito in Italia In viaggio con Pippo di anni ne avevo 15 ma la mia nerditudine non era mica venuta meno: l'idea di un lungometraggio di una serie amatissima era bastata per mettermi in fibrillazione e l'unico, vero diludendo alla fine della visione era stato constatare tristemente che l'adorato P.J. aveva sì e no 10 minuti di presenza. Diludendo che, peraltro, ho provato anche alla tenera età di 39 anni, senza nulla togliere a In viaggio con Pippo, film che ancora oggi si conferma molto interessante, divertente e tenero. Se in Ecco Pippo! Max era un ragazzino sveglio e simpatico, talvolta imbarazzato dal padre ma comunque "facile" da trattare, nel lungometraggio il povero Pippo si ritrova per le mani un teenager musone, alle prese con i primi problemi di cuore e poco incline a lasciarsi sviare dalle mattane del padre o, peggio, da progetti di vacanze insieme. Fomentato dall'infido Gambadilegno (il cui rapporto col figlio P.J. si basa su un rispetto instillato tramite puro e semplice terrore), Pippo organizza un viaggio con Max che ripercorra le tappe di avventure on the road vissute con genitori e nonni, ma al giovane interessa solamente Roxanne, la quale (da brava fidanzata rompipalle Disneyana) sceglie magnanimamente di sorvolare sull'appuntamento mancato solo quando Max le caccia la palla più grande del mondo: papino è amico della rockstar del momento e lo ha "costretto" ad andare al suo concerto. Una volta arrivato a Los Angeles, ovviamente, Max si impegnerà a salutare Roxanne direttamente dal palco. E che ci vorrà?
A scanso di equivoci, la prima parte di In viaggio con Pippo, così come molto di ciò che viene mostrato nel corso del cartone, è di una tristezza rara. Non perché sia scritto o diretto male, anzi, ma perché mette proprio il magone. Max è di una crudeltà incredibile nei confronti del padre che ha, come unica colpa, quello di essere un fesso ottimista, e la delusione di Pippo quando scopre che Max è in qualche modo riuscito a "sabotare" il viaggio e ha cominciato a divertirsi davvero solo quando ha capito che sarebbe riuscito a dirottarlo verso il concerto, è tangibile e spezza il cuore. In viaggio con Pippo ha come fulcro due relazioni tra padre e figlio per nulla sane; se quella tra Gambadilegno e P.J. viene presa come metro di paragone in negativo, anche quella tra Pippo e Max è comunque disfunzionale, almeno all'inizio, poiché i due non si parlano e non si confrontano, Pippo vede i cambiamenti di Max come la rovina definitiva di quello che un tempo era un bambino tanto carino mentre Max vede Pippo come la fonte di tutte le sue disgrazie e l'incarnazione di un futuro ereditario di sfiga totale. La percezione di Max è quindi completamente stravolta da questo terrore, tanto che non solo il film si apre con un incubo iniziale con Roxanne in versione Fay Wray e lui che a poco a poco si trasforma in un Pippo gigante, ma prosegue con la rappresentazione di un "parco divertimenti" che farebbe invidia a Tobe Hooper, tra opossum morti, squallore e hillbilly come se piovessero. E' solo quando i due cominciano a mediare, venirsi incontro ed accettarsi pian piano (iniziativa che, tra l'altro, parte non da Max ma da Pippo, che decide di dare fiducia al figlio, incappando nell'ennesimo, clamoroso errore di giudizio) che il viaggio da incubo si tinge di colori gioiosi e diventa una vacanza davvero divertente, nonostante Max abbia sempre sulla capoccia la spada di Damocle della più grande bugia mai raccontata.
In viaggio con Pippo non è dunque un cartone sciocco come potreste pensare, perché assieme alle mattane del protagonista riesce a far filare molti momenti adulti, di pura riflessione, persino drammatici, tutti elementi che riescono a mantenerlo sì Disneyano ma anche fresco, oggi dopo 25 anni, alla faccia della sua facciata smaccatamente anni '90, a cominciare dall'animazione molto classica. L'inizio, ambientato nel liceo di Max, è un compendio di tutti i film a tema high school di quel periodo, con tutti gli stereotipi del genere (se non vi verrà voglia di riguardare ANCHE Daria, siete delle orribili persone), e lo stesso vale per le mise modaiole di Max e del suo idolo Powerline. A proposito di Powerline, le hit del personaggio, cantate da Tevin Campbell, cantante R&B allora parecchio in voga, sono molto belle e orecchiabili, anche loro perfette per l'atmosfera anni '90 che permea l'intera pellicola MA purtroppo In viaggio con Pippo è vessato da un paio di canzonacce rivelatorie e sentimentali che a mio avviso poco hanno a che fare con i protagonisti e raggiungono pericolosamente il livello "Olaf". E' il dazio Disney, sapete che bisogna pagarlo. Ciò non toglie che In viaggio con Pippo sia ancora godibilissimo, anzi, più godibile ora che i ragazzini dell'epoca avranno raggiunto la mia età veneranda di quando eravamo ancora giovinetti e scemi come Max. Recuperatelo, se vi va di fare un intelligente tuffo nel passato!
Di Wallace Shawn, che doppia il preside Mazur, ho già parlato QUI.
Kevin Lima è il regista della pellicola, inoltre doppia Lester. Americano, ha diretto film come Tarzan e Come d'incanto. Anche produttore, animatore e sceneggiatore, ha 58 anni.
In viaggio con Pippo è il seguito della serie Ecco Pippo e la saga è proseguita con Estremamente Pippo, mentre Max e Roxanne potete trovarli anche in una puntata di House of Mouse - Il Topoclub, dal titolo Max's Embarassing Date. ENJOY!
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wallace shawn
martedì 18 agosto 2020
Georgetown (2019)
Quest'estate al cinema non sta uscendo nulla ma fortunatamente vengono in soccorso le varie piattaforme di streaming, dove mi sono guardata Georgetown, diretto nel 2019 dal regista Christoph Waltz e tratto dall'articolo The Worst Marriage in Georgetown di Franklin Foer.
Trama: Ulrich Mott, ambizioso diplomatico di origine tedesca, diventa il principale sospettato della morte della moglie, molto più anziana di lui.
Per la sua prima prova dietro la macchina da presa, l'attore Christoph Waltz ha scelto di cimentarsi con la vera storia di Albrecht Gero Muth, cadetto dell'esercito tedesco che negli anni '80 aveva sposato la scrittrice e giornalista Viola Herms Drath, di 40 anni più vecchia di lui, e ovviamente di prestare anche il volto alla versione "fittizia" di Muth, Ulrich Moth. Georgetown comincia in medias res, durante una cena in onore proprio di Ulrich, rinomato diplomatico di Washington, che si conclude con la morte misteriosa della moglie Elsa, e da lì dipana tutta la matassa di segreti che circondano Ulrich. Benché per la prima mezz'oretta non si capisca molto bene dove voglia andare a parare Georgetown (in realtà il Bolluomo, a cui il film è piaciuto con riserva, ritiene che non ci sia molto da dire nemmeno dopo), soprattutto perché il tono dell'intera pellicola si mantiene sul grottesco e non aiuta a prendere granché sul serio la triste sorte della povera Elsa né ad inquadrare al meglio la figura di Ulrich, grazie ad una serie di "capitoli" dedicati ai vari step della carriera diplomatica del protagonista il quadro della vicenda diventa a poco a poco chiaro, benché non meno assurdo, e veniamo a conoscenza di un uomo che ha fatto dell'aria fritta la sua ragione di vita, costruendosi un'immagine pubblica a misura del proprio enorme ego approfittando delle mille falle del sistema politico e burocratico di Washington. Un'idea che sarebbe persino degna di ammirazione, visto che Ulrich non è un incapace, non fosse per il modo in cui Elsa viene sfruttata dall'uomo, che dapprima fa leva sul suo amore e poi, quando è chiaro che il sentimento di lei non sarebbe mai stato ricambiato, la relega al ruolo di facoltosa garante di un nome privo di sostanza.
Christoph Waltz, come regista, sceglie un approccio classico e un'intricata struttura a salti temporali, avvalendosi verso il finale di piani americani cupi e rivelatori per chi ha cominciato a mangiare la foglia. Come attore, sappiamo che è un gigione matricolato, un raffinatone che non disdegna di "abbassarsi" e recitare anche in ruoli infimi per pessimi blockbuster, con personaggi sempre un po' in bilico tra la cattiveria assoluta e l'ambiguità condita da un pizzico di follia; ecco, Ulrich Mott è un personaggio di questo tipo, impossibile, fin dall'inizio, da connotare come positivo e tuttavia non così malvagio da prenderlo in odio fin da subito, in virtù di un fascino impossibile da ignorare che non stupisce colpisca anche una signora scafata ed intelligente come Elsa. Quest'ultima è interpretata da una Vanessa Redgrave che, soprattutto sul finale, dimostra di essere una grandissima attrice alla veneranda età di 83 anni e di riuscire a tenere testa a un Christoph Waltz a tutto tondo, come al solito penalizzato da quel doppiaggio italiano che va benissimo per personaggi con una simpatica vena di follia come King Schultz, ma che risulta fuori posto e a tratti ridicolo su un uomo serio, calcolatore e dal fascino sottile come Ulrich Mott. Non pervenuta, purtroppo, Annette Bening nei panni della figlia di Elsa, Amanda, ridotta al ruolo di voce della coscienza inascoltata e di donna in carriera in cerca di verità sulla madre, decisamente poco per un'attrice del suo calibro. Mi sentirei di dire che questo è l'unico vero difetto di Georgetown, un film che mi sono goduta dall'inizio alla fine e che, per quanto non sia sensazionale, consiglio per una serata "intelligente".
Del regista Christoph Waltz, che interpreta Ulrich Mott, ho già parlato QUI. Vanessa Redgrave (Elsa Brecht) e Annette Bening (Amanda Brecht) le trovate invece ai rispettivi link.
Se Georgetown vi fosse piaciuto guardate L'inventore di favole (lo trovate su Chili o Infinity) e La grande scommessa (lo trovate su Netflix). ENJOY!
Trama: Ulrich Mott, ambizioso diplomatico di origine tedesca, diventa il principale sospettato della morte della moglie, molto più anziana di lui.
Per la sua prima prova dietro la macchina da presa, l'attore Christoph Waltz ha scelto di cimentarsi con la vera storia di Albrecht Gero Muth, cadetto dell'esercito tedesco che negli anni '80 aveva sposato la scrittrice e giornalista Viola Herms Drath, di 40 anni più vecchia di lui, e ovviamente di prestare anche il volto alla versione "fittizia" di Muth, Ulrich Moth. Georgetown comincia in medias res, durante una cena in onore proprio di Ulrich, rinomato diplomatico di Washington, che si conclude con la morte misteriosa della moglie Elsa, e da lì dipana tutta la matassa di segreti che circondano Ulrich. Benché per la prima mezz'oretta non si capisca molto bene dove voglia andare a parare Georgetown (in realtà il Bolluomo, a cui il film è piaciuto con riserva, ritiene che non ci sia molto da dire nemmeno dopo), soprattutto perché il tono dell'intera pellicola si mantiene sul grottesco e non aiuta a prendere granché sul serio la triste sorte della povera Elsa né ad inquadrare al meglio la figura di Ulrich, grazie ad una serie di "capitoli" dedicati ai vari step della carriera diplomatica del protagonista il quadro della vicenda diventa a poco a poco chiaro, benché non meno assurdo, e veniamo a conoscenza di un uomo che ha fatto dell'aria fritta la sua ragione di vita, costruendosi un'immagine pubblica a misura del proprio enorme ego approfittando delle mille falle del sistema politico e burocratico di Washington. Un'idea che sarebbe persino degna di ammirazione, visto che Ulrich non è un incapace, non fosse per il modo in cui Elsa viene sfruttata dall'uomo, che dapprima fa leva sul suo amore e poi, quando è chiaro che il sentimento di lei non sarebbe mai stato ricambiato, la relega al ruolo di facoltosa garante di un nome privo di sostanza.
Christoph Waltz, come regista, sceglie un approccio classico e un'intricata struttura a salti temporali, avvalendosi verso il finale di piani americani cupi e rivelatori per chi ha cominciato a mangiare la foglia. Come attore, sappiamo che è un gigione matricolato, un raffinatone che non disdegna di "abbassarsi" e recitare anche in ruoli infimi per pessimi blockbuster, con personaggi sempre un po' in bilico tra la cattiveria assoluta e l'ambiguità condita da un pizzico di follia; ecco, Ulrich Mott è un personaggio di questo tipo, impossibile, fin dall'inizio, da connotare come positivo e tuttavia non così malvagio da prenderlo in odio fin da subito, in virtù di un fascino impossibile da ignorare che non stupisce colpisca anche una signora scafata ed intelligente come Elsa. Quest'ultima è interpretata da una Vanessa Redgrave che, soprattutto sul finale, dimostra di essere una grandissima attrice alla veneranda età di 83 anni e di riuscire a tenere testa a un Christoph Waltz a tutto tondo, come al solito penalizzato da quel doppiaggio italiano che va benissimo per personaggi con una simpatica vena di follia come King Schultz, ma che risulta fuori posto e a tratti ridicolo su un uomo serio, calcolatore e dal fascino sottile come Ulrich Mott. Non pervenuta, purtroppo, Annette Bening nei panni della figlia di Elsa, Amanda, ridotta al ruolo di voce della coscienza inascoltata e di donna in carriera in cerca di verità sulla madre, decisamente poco per un'attrice del suo calibro. Mi sentirei di dire che questo è l'unico vero difetto di Georgetown, un film che mi sono goduta dall'inizio alla fine e che, per quanto non sia sensazionale, consiglio per una serata "intelligente".
Del regista Christoph Waltz, che interpreta Ulrich Mott, ho già parlato QUI. Vanessa Redgrave (Elsa Brecht) e Annette Bening (Amanda Brecht) le trovate invece ai rispettivi link.
Se Georgetown vi fosse piaciuto guardate L'inventore di favole (lo trovate su Chili o Infinity) e La grande scommessa (lo trovate su Netflix). ENJOY!
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