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mercoledì 29 aprile 2026

Bolla Loves Bruno: Attacco al potere (1998)


Non so per quanto ancora continuerò a mantenere questa miracolosa costanza ma, finché dura, andiamo avanti con la rubrica Bolla Loves Bruno e parliamo di Attacco al potere (The Siege), diretto e co-sceneggiato nel 1998 dal regista Edward Zwick.

Trama

New York viene scossa da terribili attacchi terroristici e l'agente speciale dell'FBI Hubbard deve allearsi con una donna misteriosa per evitare che la situazione precipiti ulteriormente...

RECENSIONE

Non è stata proprio una passeggiata guardare Attacco al potere, film che nel 1998, prima del fatidico 11 settembre, sembrava quasi fantascienza. Anzi, coi venti di guerra che tirano, un film simile mette ancora più angoscia e, col senno di poi, sottolinea ulteriormente (se ancora ce ne fosse bisogno) quanto la situazione in Medioriente non solo sia complessa e sedimentata nel tempo, ma anche fomentata dalle politiche scellerate, sconsiderate ed egoiste dei salvatori del Mondo, i nostri cari amici americani. Per carità, la critica di Attacco al potere è molto blanda, perché per un generale freddo come il ghiaccio ed incurante del male "minore" (leggi: le vite di innocenti cittadini) c'è un agente dell'FBI integerrimo e pronto a farsi portavoce di valori universali quali onore, correttezza, rispetto di ogni vita umana, legge, ordine, ecc. Però, tant'è, nonostante il finale a tarallucci e vino, a farla da padrone per tutto il film è un'inquietudine sottile, l'attesa di qualcosa di orribile e vicino, che non può venire evitato nemmeno con tutto l'impegno e il buon cuore del mondo. All'interno della filmografia di Bruce Willis, un film come Attacco al potere è, almeno fino al 1998, una specie di mosca bianca. Bruno non ha mai evitato i ruoli da villain, ma in essi c'erano sempre degli aspetti fascinosi, eleganti, talvolta eclettici. Il generale Deveraux di Attacco al potere, invece, è un freddo automa, la perfetta macchina da guerra che agisce per un distorto amore per la Patria; Deveraux, dietro le sue medaglie, è un perfetto signor nessuno, che avrebbe potuto venire interpretato da qualsiasi attore con la faccia da duro e l'espressione anonima, in quanto il focus della trama è altrove. Lo stesso regista, Edward Zwick, ha dichiarato che il casting di Bruce Willis era stato preteso dai dirigenti della Fox, per assicurare al film un volto premiato al box office che potesse giustificare un budget sempre più alto, e di essere rimasto deluso dalla scelta. A detta di Zwick, Willis dava l'idea di non essere a suo agio col personaggio né preparato per il ruolo, il che avrebbe indebolito il terzo atto del film, quello che vede l'attore maggiormente presente. In realtà, come ho scritto sopra, Deveraux non è un personaggio particolarmente ficcante (è vero, è l'eminenza grigia che scatena tutto ma, in quanto tale, rimane nelle retrovie per buona parte del film), e trovo giusto che Willis si sia adattato a ciò che il generale richiedeva, anche perché il cuore della trama è il rapporto di amore-odio che lega l'agente dell'FBI Hubbard e l'agente della CIA Elise. Al limite, si può dire sicuramente che Bruce è sprecato in Attacco al potere, ma comunque vederlo in divisa mentre rigurgita un contenuto disprezzo sul mondo non mi ha fatto proprio schifo, anzi. Di sicuro, il poveraccio non meritava di vincere il Razzie per ben tre dignitosissimi film nello stesso anno, ovvero questo, Armageddon e Codice Mercury, ma si sa che la gente è miope e pure un po' stronza.

Tornando ad Attacco al potere, il film si focalizza su una corsa contro il tempo che vede l'agente Hubbart impegnato a sventare attacchi terroristici sempre più tragici. Se la sceneggiatura, vero punto debole del film e invecchiata abbastanza male, pecca di una superficialità che rischia di fomentare ancora di più eventuali fobie razziste degli spettatori, la regia di Edward Zick rifugge invece la maggior parte dei mezzucci tipici di buona parte del cinema action, e alla spettacolarizzazione degli attentati (che pure sono realizzati con maestria e trasmettono un desolante senso di violenza e tragedia) preferisce una costruzione attenta e precisa della tensione. Sequenze come quella dell'autobus, interamente giocate sull'attesa e sul silenzio, con le inquadrature che si alternano tra il volto teso di Denzel Washington e il veicolo infestato dai terroristi, trovano un naturale sfogo in momenti più concitati, in cui i personaggi sono costretti a sfidare i limiti di tempo e traffico cittadini per sventare le minacce terroristiche, e questo costante cambio di registro e ritmo fa sì che le quasi due ore di durata non si sentano neppure. Ancora oggi, tra l'altro, sono impressionanti (e inquietanti) le immagini dell'enorme campo di contenimento ai margini della città, le parate di carri armati e soldati nel bel mezzo della legge marziale, o i tortuosi cunicoli sotterranei in cui, nel cuore stesso di quella che dovrebbe essere la nazione democratica per eccellenza, vengono torturati e uccisi i prigionieri. Per quanto riguarda gli attori, del povero Bruno sacrificato in un personaggio a lui ben poco confacente ho già parlato. Per fortuna, Denzel Washington è un protagonista carismatico che riesce a tenere a freno una strabordante "piacioneria", visto l'argomento trattato dal film, senza che ciò gli impedisca di avere una fortissima alchimia con la Elise di Annette Bening, semplicemente splendida e sensuale nonostante il suo personaggio sia privo degli elementi caratteristici delle spie "fatali". Fondamentale anche Tony Shalhoub, che rappresenta il punto di vista di chi è riuscito ad integrarsi con fatica e si impegna per evitare di perdere tutto ciò che ha conquistato per lui e la propria famiglia, dopo una vita all'insegna della violenza e della guerra. Anzi, dovessi dire, il personaggio di Shalhoub mi è piaciuto molto più del protagonista, l'ho trovato più sfaccettato e particolare dell'eroe all-american incarnato da Denzel Washington, ed è uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato di un film che ricordavo poco, ma che comunque ha superato con la sufficienza il recupero "col senno di poi". 

CAST

Di Denzel Washington (Anthony Hubbard), Annette Bening (Elise Kraft/Sharon Bridger), Bruce Willis (Generale William Devereaux), Tony Shalhoub (Frank Haddad), David Proval (Danny Sussman), Lance Reddick (Agente FBI Floyd Rose), Chris Messina (Caporale) ho parlato ai rispettivi link.

  • Edward Zwick è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Vento di passioni, L'ultimo samurai, Blood Diamond - Diamanti di sangue e Jack Reacher: Punto di non ritorno. Anche produttore e attore, ha 74 anni. 

CURIOSITà

Jodie Foster ha rifiutato il ruolo di Elise. Se Attacco al potere vi è piaciuto, recuperate Nemico pubblico e Codice Mercury. ENJOY!


martedì 17 marzo 2026

La sposa! (2026)


Ho rischiato seriamente di non vederlo, ma alla fine sono riuscita ad andare al cinema per La sposa! (The Bride!) diretto e sceneggiato dalla regista Maggie Gyllenhaal.

Trama

Il mostro di Frankenstein arriva nella Chicago degli anni '30 e chiede al Dr. Euphronious una compagna. I due disseppelliscono Ida, morta da poco, la quale torna in vita priva di memoria ma con un profondo, incontrollabile desiderio di ribellione...

RECENSIONE

Avevo "scorto" (sapete che non leggo le recensioni prima di avere scritto la mia) le peggio cose su La sposa!, film non particolarmente apprezzato neppure da chi l'horror lo conosce e lo ama, quindi ero convinta che sarei uscita dalla sala schifata. Invece, mi sono divertita tantissimo e, oserei dire, è uno dei film che ho apprezzato di più dall'inizio dell'anno. Nonostante questo, purtroppo, mi rendo conto che non saprei come parlarne, perché temo mi manchino le basi culturali, letterarie e cinematografiche per farne una disamina come si deve, quindi perdonatemi se il post sarà più banale e lacunoso del solito. La sposa! parte, ovviamente, dal romanzo Frankenstein di Mary Shelley, e si propone come una rilettura del capolavoro di James Whale, La sposa di Frankenstein (che, ahimé, non riguardo da almeno 20 anni, col risultato di essermi persa qualsiasi citazione presente in La sposa!). La sceneggiatura della Gyllenhaal è "metaletteraria" e metacinematografica, comincia infatti con un fitto dialogo tra la vera Mary Shelley e la protagonista del film, Ida, una donna figlia del suo tempo, colma di desiderio di rivalsa e ribellione, ma impossibilitata a manifestarlo per ovvi motivi. Il dialogo, in realtà, è più una possessione manifestata con una schizofrenia disperata che perdura per tutto il film, e che porta alla morte Ida nella sequenza iniziale. Dopodiché, arriva il mostro di Frankenstein (chiamato per comodità Frank), sopravvissuto fino agli anni '30 e arrivato a Chicago per incontrare una scienziata che si dice in grado di dargli una compagna. Fiaccato da anni di solitudine e disprezzo per se stesso, Frank non vive, bensì sopravvive, vittima di costanti attacchi di panico tenuti a bada dalle sale cinematografiche in cui il mostro si nasconde e sogna una vita e un amore da film. Quando Ida viene resuscitata da Frank ed Euphronious, la donna non ricorda nulla del suo passato. La sua è una mente divisa, abitata da una voce che non comprende, e che la spinge a "trovare il proprio nome", ad autodefinirsi, senza venire etichettata da nessuno. Il legame con Frank prende forma nel momento in cui la "sua" sposa riconosce in lui un reietto, un essere che deve a sua volta trovare il suo posto nel mondo, una creatura dalla mente spezzata; purtroppo per "la sposa", ribattezzata Penelope, la sua lotta per l'autodeterminazione passa attraverso il desiderio (magari ingenuo, dettato dalla paura) di Frank di plasmarne il passato con patetiche bugie, rendendolo avventuroso e splendente come quello dei film, in aperto contrasto con una realtà squallida e pericolosa. 

A fronte di quanto scritto finora, capisco molto bene l'eye roll dei feroci detrattori. La sposa! è un film "a tesi", urlato fin dal titolo, che ribadisce la necessità di una ribellione femminile, sottolinea in ogni scena la sacrosanta parità dei sessi (il Dr. Euphronious lamenta la stupidità barocca degli esperimenti di Frankenstein, la detective Malloy, pur dando dei punti ai suoi colleghi maschi, viene considerata una mera segretaria e trattata con condiscendenza) e fa della Sposa la portavoce di chi non può più esprimersi, un angelo vendicatore, la scintilla di una rivoluzione "punk". La metafora, però, è talmente di grana grossa e sfacciata da non risultare antipatica come la pseudo intellettualità di Barbie (che pure ho amato moltissimo), ed è espressa in maniera talmente barocca, per quanto riguarda la messa in scena e le interpretazioni, che il mio animo tamarro non ha potuto fare altro per commuoversi. Voi pensavate al femminismo e a Folie à Deux, io pensavo a Repo! the Genetic Opera e al gusto un po' kitsch che permea ogni sequenza di quello che, per me, è sempre stato un capolavoro di imperfezione. Imperfetto lo è anche questo La sposa!, lo riconosco senza problemi, anzi, è proprio un mostro rappezzato. Un po' horror, un po' noir, un po' musical, un po' bimbominchiata young adult, La sposa! è incredibilmente schizofrenico e sembra la riproposizione cinematografica della mente spezzata della protagonista, eppure non sono riuscita a non amarlo. Merito forse dell'interpretazione di una Jessie Buckley ormai lanciatissima, in grado di relegare sullo sfondo persino Christian Bale (che pure, poverino, ci mette del suo), o di un cast di comprimari dalla spiccata personalità, nel bene o nel male. O forse dei tanti momenti di poetic cinema, uno su tutti il forsennato numero musicale che spezza completamente il ritmo della narrazione trasformando le visioni di Frank in una realtà coinvolgente. O magari dei costumi favolosi, di quelle macchie nere allo stesso tempo stilose e ributtanti, delle scenografie sontuose o della colonna sonora particolare. Insomma, non so di preciso cosa sia stato, ma qualcosa ne La sposa! è entrato in perfetta risonanza col mio animo fiaccato da mille film tutti uguali, e sono uscita dal cinema soddisfatta come non mi succedeva da un po'... e, soprattutto, con la voglia di riguardarlo! 

CAST

Della regista e sceneggiatrice Maggie Gyllenhaal ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Ida/La Sposa/Mary Shelley/Penelope Rogers), Christian Bale (Frank (Frankenstein)), Annette Bening (Dr. Euphronious), Penélope Cruz (Myrna Malloy), Peter Sarsgaard (Jake Wiles), Jake Gyllenhaal (Ronnie Reed) e John Magaro (Clyde) li trovate invece ai rispettivi link.

venerdì 8 marzo 2024

NYAD - Oltre l'oceano (2023)

Sono immersa fino al collo nei recuperi pre-Oscar ed è una fortuna che venga in soccorso anche Netflix, che già qualche mese fa aveva fatto uscire NYAD - Oltre l'oceano (NYAD), diretto nel 2023 dai registi Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi e candidato a due Oscar, Miglior attrice protagonista e Miglior attrice non protagonista.


Trama: all'età di 64 anni, l'ex nuotatrice Diana Nyad decide di compiere una traversata in solitaria, a nuoto, da Cuba alla Florida.


Da brava ignorante in ogni campo, ma soprattutto in quello sportivo, non avevo mai sentito nominare Diana Nyad, nuotatrice che ha fatto delle traversate in mare aperto la sua ragione di vita. Per fortuna, ad arricchire la mia cultura ci pensano annualmente questi biopic realizzati per racimolare Oscar, che ogni volta mi portano a conoscere personaggi della cultura americana a me totalmente avulsi. Di solito, film come questo sono anche di una noia o di una pochezza allucinanti, e spesso mi chiedo come sia possibile che l'Academy li ricopra di candidature, ma fortunatamente non è il caso di Nyad, che ha generato un entusiasmo abbastanza contenuto tra i membri della commissione. La sceneggiatura, tratta dall'autobiografia della nuotatrice (sorvolerei quindi sulle controversie legate al fatto che l'effettivo coronamento dell'impresa sia ampiamente dibattuto), si concentra sui suoi tentativi di percorrere a nuoto la distanza tra la Florida e Cuba, dopo avere fallito all'età di 28 anni, a seguito di una "crisi di età avanzata" (64 anni) in cui Nyad si è ritrovata priva di un obiettivo nella vita. Il film segue, dunque, il pattern tipico delle opere a tema sportivo, con un primo atto scoppiettante in cui l'impresa viene messa in piedi, un secondo atto di tragedia totale e, finalmente, un terzo atto di faticosa e meritata vittoria. Nulla di innovativo, ma se non altro viene data molta attenzione alla caratterizzazione dei personaggi: Nyad non è una protagonista positiva, anzi, è una fanfarona testa di cazzo ed egoista, e il suo orribile carattere viene smussato sia dalla presenza benefica dell'allenatrice ed amica Bonnie, persona capace, paziente e con la testa sulle spalle, sia dal rude capitano John Bartlett, personaggio che mi ha molto commossa sul finale. Nel corso del film, alcuni flashback danno una tragica, ulteriore spiegazione alla cieca determinazione di Nyad, ma a mio avviso si tratta di un di più, perché la storia raccontata è già di per sé interessante, in grado di tenere desta l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine.


Poiché la sceneggiatura non è particolarmente innovativa, a catturare lo spettatore ci pensano soprattutto le interpretazioni intense di Annette Bening e Jodie Foster (che non vinceranno nulla, ma è un altro discorso). La Bening è irriconoscibile, distante anni luce dalla bellissima donna che percorre solitamente i red carpet. Bruciata dal sole e dalla salsedine, nonché priva di trucco, l'attrice diventa il perfetto doppelgänger della vera Nyad, della quale riporta sullo schermo il modo di parlare e gli atteggiamenti tronfi e teatrali. A farle da degna spalla, in guisa di amica del cuore, c'è una Jodie Foster asciuttissima, in perfetta forma fisica, la voce della ragione in una vicenda di volontà impetuose ed ego smisurati; le sequenze in cui le due dialogano e si confrontano vivacizzano moltissimo la vicenda e, alternativamente, strappano risate e lacrime, queste ultime enfatizzate da un'interpretazione stranamente misurata di Rhys Ifans, degno completamento di un triangolo perfetto. Non particolarmente entusiasmante, invece, la regia. Le riprese (intervallate da spezzoni in cui si intravede la vera Nyad, che accompagnano anche i titoli di coda) sono state realizzate da Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi, solitamente impegnati come documentaristi. Il risultato è un mix di eleganti riprese in mare aperto, camera a mano più "rozza" ma comunque efficace per le sequenze subacquee o ravvicinate, scene in interni degne di un film per la TV ed inquietanti momenti "fantasy" a rappresentare le allucinazioni di una Nyad sull'orlo del tracollo fisico, cosa che contribuisce a non rendere la pellicola particolarmente memorabile. Se vi piacciono, comunque, le storie di riscatto sportivo e cercate un film da vedere per una serata in relax, NYAD - Oltre l'oceano merita almeno una visione. 


Di Annette Bening (Diana Nyad), Jodie Foster (Bonnie Stoll) e Rhys Ifans (John Bartlett) ho già parlato ai rispettivi link.

Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi sono i registi della pellicola. Marito e moglie, hanno diretto assieme documentari come Free Solo - Sfida estrema e The Rescue - Il salvataggio dei ragazzi. Americani, entrambi produttori e sceneggiatori, Jimmy ha 50 anni ed Elizabeth ne ha 45.  


 

martedì 22 febbraio 2022

Assassinio sul Nilo (2022)

Siccome è uno di quei generi che unisce me, l'amico Toto e l'amica Elena, mercoledì siamo andati a vedere tutti assieme Assassinio sul Nilo (Death on the Nile), diretto nel 2022 dal regista Kenneth Branagh e tratto dal giallo omonimo di Agatha Christie


Trama: in Egitto per un altro caso, l'investigatore Poirot viene coinvolto nel viaggio di nozze di Linnet e Simon, ma la traversata del Nilo si trasforma nell'ennesimo caso di omicidio da risolvere...


A causa della mia ormai proverbiale mancanza di tempo, non sono riuscita a riguardare Assassinio sull'Orient Express come avrei voluto, quindi sono andata a rileggermi il post scritto all'epoca (vedete che a qualcosa serve avere un blog!) per capire un po' cosa avrei potuto dire di diverso su Assassinio sul Nilo, secondo excursus branaghiano nell'universo di Hercule Poirot. Alla fine della rilettura ho pensato che, probabilmente, è stato un bene non avere rivisto Assassinio sull'Orient Express, in quanto Assassinio sul Nilo sembra aver mantenuto tutti i difetti della precedente pellicola senza compensare con eventuali pregi. Anche questa volta, ovviamente, c'è un comparto tecnico di prim'ordine, nel quale spiccano scenografie, costumi e una fotografia sontuosa che sottolinea l'(in)naturale bellezza dei paesaggi egiziani (il film è stato interamente girato in Inghilterra, quindi c'è da porre enfasi anche sugli effetti speciali di prim'ordine), ma tutto ciò non basta a nascondere una generale aria di sciatteria e desiderio di far solo dei soldini. Branagh mi è parso con la testa impegnata già nell'acchiappaOscar Belfast (che ovviamente devo ancora vedere), perché qui mancano gli interessanti virtuosismi di regia e i momenti action che avevo apprezzato in Assassinio sull'Orient Express e, ancor peggio, Poirot è antipatico e mollo più di quanto ricordassi. Parlo da persona che non ha mai letto un libro di Agatha Christie, ma onestamente dubito che il famoso investigatore lo sia diventato a fronte dei suoi interminabili pipponi sull'amore, la solitudine e il rimpianto, che spezzano il ritmo del racconto in maniera vergognosa, al punto che (giuro) alla fine del primo tempo la storia non era ancora entrata nel vivo (!), persa in un atroce desiderio di appagare l'occhio del pubblico con una lunghissima introduzione all'interno della quale, col senno di poi, ci saranno giusto un paio di momenti o dettagli fondamentali per la risoluzione del caso.


Il risultato, posso dirlo?, è quello di avere davanti un giallo abbastanza noioso che non decolla quasi mai, neppure davanti all'arrivo, finalmente, del primo cadavere e che, come già accadeva nel primo film, fa un uso smodato del baffo tracotante di Kenneth Branagh a discapito del resto dei protagonisti, non memorabili né incisivi, neppure a fronte di un paio di cambiamenti che (a costo di passare per uno di quei bonobi razzisti e sessisti che infestano l'internet) mi sono parsi delle inutili forzature per strizzare l'occhio all'inclusività. Al solito, dunque, abbiamo un ottimo cast sprecato. Nessuno dei protagonisti, infatti, mi è rimasto particolarmente impresso e gli unici attori in grado di distinguersi dagli altri sono Gal Gadot, bella ed inarrivabile come al solito, il buon Tom Bateman a cui viene letteralmente affidato il cuore del film e quel minimo di vivacità necessaria a rendere un po' più simpatico e umano Poirot, una Sophie Okonedo molto affascinante nei panni di cantante agée, ed Emma Mackey, anche se la sua interpretazione di Jackie mi è sembrata persino troppo caricata. Gli altri svaniranno dalla mia mente probabilmente in un paio di giorni, così come succederà ad Assassinio sul Nilo nella sua interezza, un film che consiglio giusto come divertissement, se siete davvero appassionati del genere oppure se siete maniaci della completezza (esempio: se vi siete chiesti come sia nato il baffo d'ordinanza di Poirot qui vi verrà spiegato nei minimi dettagli e se siete delle persone brutte come me vi sbellicherete dalle risate per l'assurdità del tutto e per la serietà con cui i coinvolti hanno affrontato una simile baffonat... ehm, buffonata) sperando che Branagh torni a dedicarsi ad altro. 


Del regista Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot, ho già parlato QUI. Armie Hammer (Simon Doyle), Gal Gadot (Linnet Ridgeway), Annette Bening (Euphemia Bouc), Rose Leslie (Louise Bourget) e Russell Brand (Windlesham) li trovate invece ai rispettivi link. 

Letitia Wright interpreta Rosalie Otterbourne. Nata in Guyana, ha partecipato a film come Black Panther, Ready Player One, Avengers: Infinity War, Avengers: Endgame e serie come Doctor Who e Black Mirror. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 29 anni e quattro film in uscita, tra cui Black Panther: Wakanda Forever. 


Sophie Okonedo
interpreta Salome Otterbourne. Inglese, ha partecipato a film come Ace Ventura - Missione Africa, The Jackal, Hotel Rwanda (che le è valso la nomination all'Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista), Hellboy e serie come Doctor Who. Ha 55 anni e un film in uscita. 


Tom Bateman
aveva già interpretato Bouc in Assassinio sull'Orient Express mentre Ali Fazal era l'Abdul di Victoria e Abdul. Dawn French e Jennifer Saunders, che interpretano rispettivamente l'infermiera Bowers e Marie Van Schuyler sono invece un duo comico parecchio famoso in Inghilterra. Ciò detto, se Assassinio sul Nilo vi fosse piaciuto, recuperate la versione del 1978 e, ovviamente, Assassinio sull'Orient Express. ENJOY!

martedì 18 agosto 2020

Georgetown (2019)

Quest'estate al cinema non sta uscendo nulla ma fortunatamente vengono in soccorso le varie piattaforme di streaming, dove mi sono guardata Georgetown, diretto nel 2019 dal regista Christoph Waltz e tratto dall'articolo The Worst Marriage in Georgetown di Franklin Foer.


Trama: Ulrich Mott, ambizioso diplomatico di origine tedesca, diventa il principale sospettato della morte della moglie, molto più anziana di lui.



Per la sua prima prova dietro la macchina da presa, l'attore Christoph Waltz ha scelto di cimentarsi con la vera storia di Albrecht Gero Muth, cadetto dell'esercito tedesco che negli anni '80 aveva sposato la scrittrice e giornalista Viola Herms Drath, di 40 anni più vecchia di lui, e ovviamente di prestare anche il volto alla versione "fittizia" di Muth, Ulrich Moth. Georgetown comincia in medias res, durante una cena in onore proprio di Ulrich, rinomato diplomatico di Washington, che si conclude con la morte misteriosa della moglie Elsa, e da lì dipana tutta la matassa di segreti che circondano Ulrich. Benché per la prima mezz'oretta non si capisca molto bene dove voglia andare a parare Georgetown (in realtà il Bolluomo, a cui il film è piaciuto con riserva, ritiene che non ci sia molto da dire nemmeno dopo), soprattutto perché il tono dell'intera pellicola si mantiene sul grottesco e non aiuta a prendere granché sul serio la triste sorte della povera Elsa né ad inquadrare al meglio la figura di Ulrich, grazie ad una serie di "capitoli" dedicati ai vari step della carriera diplomatica del protagonista il quadro della vicenda diventa a poco a poco chiaro, benché non meno assurdo, e veniamo a conoscenza di un uomo che ha fatto dell'aria fritta la sua ragione di vita, costruendosi un'immagine pubblica a misura del proprio enorme ego approfittando delle mille falle del sistema politico e burocratico di Washington. Un'idea che sarebbe persino degna di ammirazione, visto che Ulrich non è un incapace, non fosse per il modo in cui Elsa viene sfruttata dall'uomo, che dapprima fa leva sul suo amore e poi, quando è chiaro che il sentimento di lei non sarebbe mai stato ricambiato, la relega al ruolo di facoltosa garante di un nome privo di sostanza.


Christoph Waltz, come regista, sceglie un approccio classico e un'intricata struttura a salti temporali, avvalendosi verso il finale di piani americani cupi e rivelatori per chi ha cominciato a mangiare la foglia. Come attore, sappiamo che è un gigione matricolato, un raffinatone che non disdegna di "abbassarsi" e recitare anche in ruoli infimi per pessimi blockbuster, con personaggi sempre un po' in bilico tra la cattiveria assoluta e l'ambiguità condita da un pizzico di follia; ecco, Ulrich Mott è un personaggio di questo tipo, impossibile, fin dall'inizio, da connotare come positivo e tuttavia non così malvagio da prenderlo in odio fin da subito, in virtù di un fascino impossibile da ignorare che non stupisce colpisca anche una signora scafata ed intelligente come Elsa. Quest'ultima è interpretata da una Vanessa Redgrave che, soprattutto sul finale, dimostra di essere una grandissima attrice alla veneranda età di 83 anni e di riuscire a tenere testa a un Christoph Waltz a tutto tondo, come al solito penalizzato da quel doppiaggio italiano che va benissimo per personaggi con una simpatica vena di follia come King Schultz, ma che risulta fuori posto e a tratti ridicolo su un uomo serio, calcolatore e dal fascino sottile come Ulrich Mott. Non pervenuta, purtroppo, Annette Bening nei panni della figlia di Elsa, Amanda, ridotta al ruolo di voce della coscienza inascoltata e di donna in carriera in cerca di verità sulla madre, decisamente poco per un'attrice del suo calibro. Mi sentirei di dire che questo è l'unico vero difetto di Georgetown, un film che mi sono goduta dall'inizio alla fine e che, per quanto non sia sensazionale, consiglio per una serata "intelligente".


Del regista Christoph Waltz, che interpreta Ulrich Mott, ho già parlato QUI. Vanessa Redgrave (Elsa Brecht) e Annette Bening (Amanda Brecht) le trovate invece ai rispettivi link.


Se Georgetown vi fosse piaciuto guardate L'inventore di favole (lo trovate su Chili o Infinity) e La grande scommessa (lo trovate su Netflix). ENJOY!

martedì 19 marzo 2019

Captain Marvel (2019)

Per motivi logistici ho dovuto lasciar passare almeno una settimana dall'uscita ma finalmente anche io ho potuto guardare Captain Marvel e arrivare con un tardivo post SENZA SPOILER.


Trama: Verse è un'aliena kree dal passato misterioso e dagli enormi poteri. Costretta a un atterraggio di emergenza sulla Terra, scoprirà molte spiacevoli verità...



Di Captain Marvel hanno parlato (spesso a sproposito) cani e porci prima ancora che uscisse e probabilmente verrà ricordato come il film che ha fatto scapocciare i nerd di tutto il mondo portandoli ad invocare giustizia a causa di una presunta castrazione del ruolo di maschio alfa per mano di una donna supereroe, santo cielo. Non so perché se la siano presa così tanto visto che prima di Captain Marvel c'era già stata Wonder Woman e, allo stesso modo, non conoscendo il personaggio se non per alcuni collegamenti con l'universo degli X-Men non so se i nerd avessero ragione a insorgere per uno "spirito" non rispettato ma sta di fatto che, per qualcuno che non rientra nella categoria del troglodita internettaro medio, Captain Marvel è il "solito" film Marvel carinissimo ed entusiasmante per le due ore che dura e facilmente dimenticabile il giorno dopo. Origin story perfettamente inserita all'interno del Marvel Cinematic Universe nonché prologo dell'imminente Avengers: Endgame, Captain Marvel racconta il viaggio interiore di una persona, prima ancora di una donna. Un soldato, un'aliena, che si è ritrovata plasmata in qualcosa che forse non è mai stata, parte di una sorta di "coscienza collettiva" che la vuole potente ma nei limiti, grata di farne parte, ligia ai suoi doveri, confusa ma non troppo. Eppure, il passato c'è ed è dannoso ignorarlo, soprattutto quando nei ricordi di Vers, questo il nome della protagonista, c'è qualcosa di fondamentale che ha definito nel tempo la sua personalità: la capacità di rialzarsi, sempre e comunque, dopo ogni batosta, dopo ogni presa in giro, dopo ogni fallimento, dopo qualsiasi tentativo di negare e frustrare i suoi sogni. E' vero, Vers è donna, ma il messaggio che passa attraverso il suo atteggiamento, il suo "vaffanculo" finale a chi pretende di imporle il suo modo di vivere e di comportarsi, è e deve essere universale, un invito a non arrendersi mai e arrivare a brillare di luce propria, cercando e trovando la forza in se stessi, anche a costo di essere delle teste di cocco fatte e finite. Il resto, come si suol dire, è un di più, per quanto piacevole, divertente e necessario. Il giovane Nick Fury, gli Skrull, i Kree, Ronan l'accusatore, il tenerissimo miciotto Goose, protagonista dei momenti più esaltanti della pellicola e preso di peso da Il gatto venuto dallo spazio, la consapevolezza che Captain Marvel sarà una pedina fondamentale nella battaglia contro Thanos, tutto quello che volete, ma il fulcro del film è il percorso di presa di coscienza dell'adorabile Carol Danvers, e non in quanto donna ma in quanto persona.


Lo "sfogo" finale della protagonista è obiettivamente, per quanto forse un po' trash, una delle cose più liberatorie viste in anni di film Marvel, dove l'eroe, quando a un certo punto diventa consapevole dei suoi mezzi, da il meglio di se stesso ma sempre con quella punta di "reticenza" che rende umile persino uno come Iron Man. Captain Marvel invece se ne frega e spacca culi ed astronavi al ritmo di Just A Girl (punta di diamante di una colonna sonora che più anni '90 non si può, ma non dimentichiamoci Celebrity Skin, Come As You Are, I'm Only Happy When it Rains, ecc. ecc.), splendendo gioiosa e consapevole dei suoi mezzi, finalmente libera da qualsivoglia giogo, fisico o psicologico che sia. E' questo che rende Captain Marvel particolare, perché per il resto il film è perfettamente inserito all'interno del carrozzone Marvel, non brilla particolarmente per la regia o per la sceneggiatura, che ha l'unico pregio di essere in perfetto equilibrio tra la cazzoneria di un Thor: Ragnarok e la serietà di un Avengers, ed è popolata da attori che fanno il loro dovere anche quando, come Samuel L.Jackson, sono costretti a subire un lifting computerizzato che li rende più inquietanti di un manichino semovente. Simpatico e sbarazzino il continuo fluire di citazioni che contestualizzano il film nell'epoca degli anni '90, non sfacciato come gli omaggi trash di James Gunn e Taika Waititi ma in qualche modo delicato e gradevole; le mise delle protagoniste, con le maglie dei gruppi musicali dell'epoca e il profumo grunge che permea l'intero reparto costumi, è una botta di nostalgia più grossa dei riferimenti a Blockbuster, per intenderci, ma la palma della citazione (accompagnata da una bruschetta nell'occhio grossa come il Fenomeno) va al delizioso Stan Lee che legge la sceneggiatura di Generazione X, film di Kevin Smith che ogni True Believer dovrebbe guardare. Voto 3, invece, all'adattamento italiano: "giovanotta" fa il paio con il "benone" di Venom ("young lady" di solito viene reso con un "signorinella", by the way) e il riferimento alla password Wi-fi è imbarazzante, considerato che quella tecnologia non avrebbe preso piede ancora per un decennio come minimo (e infatti Fury parla di password Aol in originale). Potrei anche aver sentito Jude Law ciccare clamorosamente un congiuntivo all'inizio ma forse ero solo obnubilata dalla sua incommensurabile fighezza. Chissà. A parte tutto, Captain Marvel va visto, per più di un motivo, soprattutto se non vedete l'ora che arrivi Avengers: Endgame o se siete gattari incalliti come me. Rimanete incollati alla poltrona del cinema fino all'ultimo titolo di coda e divertitevi!


Di Brie Larson (Carol Danvers/Vers/Capitan Marvel), Samuel L. Jackson (Nick Fury), Ben Mendelsohn (Talos/Keller), Jude Law (Yon-Rogg), Annette Bening (Suprema intelligenza/Dottoressa Wendy Lawson), Clark Gregg (Phil Coulson), Djimon Hounsou (Korath), Lee Pace (Ronan) e Mckenna Grace (Carol a 13 anni) ho parlato ai rispettivi link.

Anna Boden è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto film come Sugar e 5 giorni fuori. Anche produttrice, ha 43 anni.
Ryan Fleck è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Sugar e 5 giorni fuori. Ha 43 anni.


La scena mid-credit è stata diretta dai fratelli Russo. Captain Marvel, cronologicamente, si colloca dopo Captain America: Il primo vendicatore, ma tanto vi toccherà recuperare tutto se vorrete godere appieno del film: Iron ManIron Man 2, L'incredibile HulkThor , The Avengers, Iron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della GalassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of UltronDoctor StrangeSpider-Man: Homecoming ,Captain America: Civil WarThor: RagnarokAnt-ManAvengers: Infinity WarAnt-Man and the Wasp e Black Panther. ENJOY!

martedì 21 febbraio 2017

20th Century Women (2016)

Arriva alla notte degli Oscar con una sola nomination (quella per la Miglior Sceneggiatura Originale) ma è bastato per spingermi a recuperare 20th Century Women, diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Mike Mills.


Trama: California, fine anni '70. Caroline, madre single ormai avanti con gli anni, cerca di capire come rapportarsi al figlio Jamie e, per "crescerlo" al meglio, chiede aiuto alle giovani Julie e Abbie.


20th Century Women è l'omaggio di un uomo alle donne che l'hanno cresciuto, il tentativo di capire il grande mistero del sesso femminile nel ventesimo secolo. Un mistero impossibile da risolvere, nonostante convivenze sotto lo stesso tetto e manuali di femminismo duro e puro, soprattutto in un periodo di cambiamenti, libertà ed incertezze come la fine degli anni '70 in cui soprattutto le donne cercavano ancora di capire quale fosse il loro posto nel mondo e come sfruttare al meglio tutte le possibilità che nonne e bisnonne non avevano avuto. Alla base di 20th Century Women c'è proprio questo desiderio "maschile" di comprendere l'altro sesso e anche la lotta quotidiana di un gruppo di donne toste alle prese con i loro problemi di identità, autoaffermazione e, ovviamente, amore, che sia quello per la famiglia, per il partner o per se stesse. Protagonista del film è l'adolescente Jamie (un alter ego dello stesso regista), che si ritrova in quel periodo della vita in cui ogni esperienza è motivo di frustrazione e gioia allo stesso tempo e che vorrebbe capire perché la madre, donna intelligente ed indipendente, viva una vita "ai margini" della scena sociale, amando essere circondata da amici ma, di fatto, non legandosi mai a nessuno e palesando sempre una strana tristezza; allo stesso tempo, Caroline vorrebbe capire un figlio che sente sempre più distante nonostante la leghi a lui un rapporto più d'amicizia che filiale ed è qui che entrano in scena Julie e Abbie, le altre due donne presenti nella vita di Jamie, alle quali Caroline chiede di "educare" questo figlio reso ormai estraneo dal gap generazionale che li separa. Julie è un cliché vivente, la tipica ragazzina problematica che passa da un letto all'altro per "protesta" nonché una "figa di legno" che non la darà mai al protagonista perché altrimenti "diventerebbe come tutti gli altri uomini", Abbie invece è una sorta di sorella maggiore, una ragazza indipendente e assai consapevole del suo essere donna, fiaccata ma non vinta da un cancro all'utero che potrebbe impedirle di avere figli in futuro. Queste tre donne a loro modo forti e peculiari saranno le guide che accompagneranno Jamie dall'adolescenza alla maturità, segnandone profondamente il carattere tra momenti allegri ed esaltanti e altri più malinconici e frustranti, imprevedibili come la vita stessa, e verranno a loro volta forgiate dall'esperienza maturando come persone.


La struttura di 20th Century Women è peculiare quanto i protagonisti che lo popolano. Nonostante il punto di vista attraverso cui viene raccontata la storia sia principalmente quello di Jamie e di Caroline, più volte le sequenze vengono introdotte da una narrazione in prima persona anche degli altri personaggi, che non si limitano a raccontare in tempo reale ma spesso anticipano anche ciò che accadrà loro in futuro. Queste introduzioni dei protagonisti si mescolano anche a citazioni di libri, poesie e saggi, portate all'attenzione dello spettatore da scritte in sovraimpressione che ne riportano l'autore e l'opera dalla quale sono tratte e l'intero film viene contestualizzato nel tempo da stralci di discorsi televisivi, film e brani musicali che influenzano direttamente la vicenda e anche il comportamento dei personaggi. Davanti ad una scrittura così complessa, allo stesso tempo drammatica e divertente, ricca di spunti per lo spettatore, non è difficile capire perché Mike Mills abbia ricevuto una nomination all'Oscar e la vivacità dei dialoghi contribuisce a rendere ancora più godibili le performance di un terzetto di attrici di tutto rispetto. Annette Bening, Elle Fanning e Greta Gerwig (adoratissima fin dai tempi di Damsels in Distress e soprattutto mai banale!) sono la linfa vitale del film, ognuna dotata di un suo personalissimo stile che riverbera automaticamente nell'interpretazione degli altri attori, magari meno incisivi (come Billy Cudrup, uomo incapace di prescindere dalle donne ma impossibilitato ad aver con loro un legame duraturo) ma altrettanto bravi e capaci di offrire ognuno una piccola, importante sfumatura all'interno dell'affresco generazionale creato da Mike Mills. Nel bailamme di filmoni in odore di Oscar 20th Century Women rischia di passare praticamente inosservato e, effettivamente, in Italia non esiste ancora una data d'uscita ma se riuscirete a recuperarlo in futuro dateci un'occhiata perché è davvero ben fatto e piacevole da guardare.


Di Annette Bening (Dorothea), Elle Fanning (Julie), Greta Gerwig (Abbie) e Billy Crudup (William) ho già parlato ai rispettivi link.

Mike Mills è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Thumbsucker - Il succhiapollice e Beginners. Anche produttore e attore, ha 51 anni.


Lucas Jade Zumann, che interpreta Jamie, era il terribile Milo di Sinister 2. Detto questo, se 20th Century Women vi fosse piaciuto recuperate Sing Street e magari anche Il diritto di contare. ENJOY!


domenica 18 novembre 2012

American Beauty (1999)

Oggi mi accingerò a recensire un capolavoro. Con questo pensiero fisso in mente, che mi rende parecchio nervosa, vi chiedo di essere indulgenti, perché per recensire un capolavoro servirebbe un critico cinematografico della Madonna, non una "non - competente amante della settima arte". Cercherò però di compensare la non - competenza con l'amore, perché American Beauty, diretto nel 1999 da Sam Mendes, è stato forse il mio ultimo, vero colpo di fulmine cinefilo. E non me ne voglia Quentin.


Trama: Lester Burnham, un quarantenne costretto a un'esistenza che non gli da più alcuna soddisfazione, decide di cambiare radicalmente la sua vita quando si infatua di Angela, la bionda amica della figlia teenager...


Nel gennaio del 2000, grazie all'ormai proverbiale ritardo della mia migliore amica, siamo entrate in sala a vedere American Beauty a film già iniziato. Pochi minuti persi, nulla di trascendentale, ma sufficienti per cambiare radicalmente la prospettiva di visione e farci arrivare impreparate allo scioccante finale, che lo sceneggiatore Alan Ball, ricorrendo ad un escamotage già utilizzato 50 anni prima in un altro capolavoro cinematografico, aveva anticipato attraverso la voce narrante di Lester già in quei primi minuti. A differenza quindi del, credo, 98% degli spettatori che dal '99 hanno visto American Beauty, io ho avuto l'occasione di guardare due film diversi e di reinnamorami una seconda volta. Sì perché per quanto sicuramente costruito a tavolino, furbo, colmo di immagini talmente emblematiche da aver fatto scuola e da esser diventate persino parodia, American Beauty rimane uno dei miei film preferiti in assoluto, uno dei pochi in grado di divertirmi, sconvolgermi, commuovermi e anche farmi riflettere sulla mia vita e quella di chi mi circonda. Seguendo il consiglio del poster originale, "... look closer", ovvero guarda da vicino, andiamo a scoprire cosa nasconde davvero questa bellezza americana.


Guardando il film, come spettatori siamo influenzati dal punto di vista di Lester, protagonista e narratore. Un uomo fondamentalmente egoista e in piena crisi di mezza età, insoddisfatto della vita, del lavoro, della famiglia, colto da un'incredibile nostalgia per un passato che, da una distanza di sicurezza, gli sembra essere stato tutto rose e fiori. Superficialmente, vediamo solo quel che vede lui: una figlia adolescente che lo considera un perfetto idiota e una moglie che mette al primo posto l'apparenza, un'arida e fredda donna in carriera la cui unica preoccupazione è curare le sue splendide rose. Non è un caso quindi se in sensi ormai sopiti di Lester, novello Humbert Humbert, si risvegliano in un tripudio di petali di rose rosse con l'apparizione di Angela, perché nella disperazione dell'uomo la ragazzina arriva ad incarnare tutto quello che la moglie e la vita non possono più dargli, una promessa di "verità", innocenza, libertà, sesso e giovinezza. Tuttavia, per quanto possa starci simpatico Lester, per quanto indubbiamente, fino alla fine, tiferemo per lui, non possiamo chiudere gli occhi davanti a tutto ciò che si nasconde sotto la finta bellezza americana: Carolyn non è incarna la perfezione che vorrebbe mostrare agli altri, è vero, ma non è neppure una strega cattiva, piuttosto è una donna che si è sentita schiacciare dal peso di una responsabilità che probabilmente il marito ha rifiutato di assumersi da tempo, fino ad arrivare a provare solo disprezzo per lui; Jane e Angela sono due ragazzine insicure, ognuna a modo suo, e la seconda fa ancora più pena perché schiava della sua bellezza esteriore e di quello che gli uomini si aspettano da lei. Di Lester, quindi, non possiamo fidarci perché anche il suo punto di vista è condizionato da convinzioni e sterotipi. Ecco quindi che arriva in nostro soccorso il giovane Ricky, bollato come strano, drogato, maniaco e pazzo proprio perché impossibile da collocare all'interno di questo quadro di apparente perfezione americana.


L'occhio di Ricky è l'occhio del regista e dello sceneggiatore, è il ragazzo in grado di trovare la bellezza e la poesia nella danza di una borsa di plastica cullata dal vento, nell'occhio di chi muore, nel fisico sgraziato di una ragazzina insicura. E' l'unico personaggio in grado di superare lo schermo della bellezza americana, di capire il marciume che si nasconde sotto di essa, di affrontare la società che lo circonda e sfruttarne i meccanismi per non farsi schiacciare e prosperare, ed è in grado di farlo perché il padre è la quintessenza della stupidità USA, un ex marine maniaco della disciplina, omofobo, represso e di conseguenza violento, affiancato da una moglie perfetta perché malata e consapevole solo del proprio ruolo di casalinga. Sono le parole disincantate e sincere di Ricky a scuotere la vita di Lester, Angela e Jane ma solo quest'ultima trova in esse la forza di migliorarsi (notate come, a inizio film, il viso della ragazza è molto truccato mentre verso la fine diventa acqua e sapone, mentre Angela segue un percorso inverso), mentre Lester le travisa, usandole per nascondersi da un'esistenza odiosa e tornare ragazzino fino a giungere all'inevitabile, tragico e commovente finale, in cui riuscirà finalmente a capirne il senso reale. La sequenza e le parole che chiudono il film sono un incredibile, toccante alternarsi di emozioni fin troppo condivisibili, come speranza, gioia, nostalgia, rimpianto e amore, talmente universali da risultare efficaci sia che si guardi il film a 18 anni sia a 31.


A rendere ancora più valida la perfetta sceneggiatura di American Beauty, giustamente premiata con l'Oscar, concorrono una regia classica e al contempo innovativa (saranno anche diventate di maniera, ma quella pioggia di rose, il ralenti del tocco di Angela, la porta color rosso sangue sotto la pioggia notturna, il sacchetto che danza nel vento sono immagini che mi mettono i brividi ogni volta), una colonna sonora delicata e in grado di rendere indimenticabile ogni sequenza del film e, soprattutto, degli attori a dir poco in stato di grazia. Kevin Spacey è immenso, riesce ad essere contemporaneamente sfigato, leppego, affascinante e simpatico, un medioman dallo sguardo magnetico, uno spirito ribelle sconfitto dalla vita; Annette Bening, con le sue mise da donna in carriera e la pettinatura sempre impeccabile, incarna alla perfezione la fragilità e le nevrosi del personaggio, pronto ad esplodere senza preavviso in un pianto a dirotto o in un terribile, sconfortante grido di sconfitta e umiliazione; Chris Cooper è in grado di rendere umano e commovente il personaggio più odioso e stereotipato dell'intera pellicola, gli bastano un gesto trattenuto e uno sguardo per diventare indimenticabile; infine, Thora Birch, Mena Suvari e Wes Bentley (tre attori che all'epoca pensavamo destinati - erroneamente - a grandissime cose e chissà quale memorabile carriera da tanto le loro performance sono perfette) interpretano, ognuno a modo loro, tre adolescenti assolutamente credibili, tanto che ad ognuno di loro avremmo potuto dare o il nostro nome o quello di qualcuno che conoscevamo.


Ok, mi sono resa conto di aver scritto davvero troppo e molto probabilmente anche a sproposito, ma quando un film mi prende troppo non mi fermo più. Scorrendo i commenti del post dove avevo già brevemente accennato l'argomento American Beauty, mi sono accorta che dove io ho visto un capolavoro, alcune persone hanno visto un film tra i più sopravvalutati. Torno quindi a chiedervi indulgenza e anche, se non l'avete mai guardata, di dare una chance a questa splendida pellicola, in grado di comunicare veramente molto sotto la patina di "glamour" che ha acquisito nel corso degli anni. D'altronde, non bisogna mai fermarsi all'apparenza ma si deve guardare sempre da vicino. Fatelo, non ve ne pentirete.


Di Kevin Spacey (Lester Burnham, ruolo che gli ha fruttato l'Oscar come miglior attore protagonista e per il quale si era pensato anche a Jeff Daniels, Tom Hanks e Chevy Chase), Thora Birch (Jane Burnham), Wes Bentley (Ricky Fitts, ruolo per cui si era presentato al provino anche Jake Gyllenhaal), Chris Cooper (Colonnello Frank Fitts) ed Allison Janney (Barbara Fitts) ho già parlato ai rispettivi link.

Sam Mendes (vero nome Samuel Alexander Mendes) è il regista premio Oscar della pellicola. Inglese, ha diretto film come Era mio padre, Jarhead, Revolutionary Road e il recentissimo Skyfall. Anche produttore, ha 47 anni.


Annette Bening interpreta Carolyn Burnham, ruolo che le è valso la nomination all'Oscar come miglior attrice non protagonista. Americana, sposata con l'attore Warren Beatty, la ricordo per film come A proposito di Henry, Il presidente - Una storia d'amore, Bugsy, Mars Attacks!, Attacco al potere e In Dreams, inoltre ha partecipato a un episodio di Miami Vice. Ha anni e tre film in uscita.


Mena Suvari interpreta Angela. Americana, la ricordo per film come Carrie 2, American Pie, American School, American Pie 2, D'Artagnan, Day of the Dead e American Pie: Ancora insieme, inoltre ha partecipato alle serie E.R. - Medici in prima linea, Six Feet Under e American Horror Story. Ha 33 anni e un film in uscita.


E ora, qualche curiosità. Oltre ai già citati Oscar per la miglior sceneggiatura, la miglior regia (e pensare che Terry Gilliam ha rifiutato di dirigere il film) e il miglior attore protagonista, nel 2000 American Beauty si è portato a casa anche quelli per il miglior film e la miglior fotografia, mentre la Bening è stata battuta da Hilary Swank per la sua interpretazione in Boys Don't Cry. A proposito di fanciulle, Jessica Biel avrebbe dovuto interpretare Jane ma, grazie da Dio, era impegnata sul set di Settimo cielo e ha dovuto rinunciare, mentre per il ruolo di Angela erano state contattate Kirsten Dunst, Sarah Michelle Gellar Brittany Murphy e Katie Holmes, che hanno rifiutato, mentre l'unica povera sfigata che si è buttata nel provino, Tiffani Amber Thiessen (ma dai, quella di Bayside School!! XD), è stata scartata. Parlando di cose scartate, e NON ANDATE AVANTI SE NON VOLETE SPOILER, una delle versioni iniziali dello script prevedeva che Jane e Ricky venissero accusati da Angela e processati per l'omicidio di Lester a causa del video (fornito alle autorità proprio dal vero assassino, il padre di Ricky) nel quale lei chiede al ragazzo di uccidere suo padre per 3000 dollari, ripresa che si interrompe un attimo prima che lei dichiari di scherzare; in altre versioni, invece, si parla dell'amante gay del colonnello Fitts in Vietnam, della moglie che nasconde i vestiti sporchi di sangue del marito dopo l'omicidio di Lester, di quest'ultimo che arriva davvero a fare sesso con Angela invece di fermarsi, di Carolyn che sposa Buddy Cane e di Angela che raggiunge il successo come modella e attrice. FINE SPOILER.
Del film esiste una sorta di remake ungherese del 2003 dal titolo Hungarian Beauty (Magyar Szépség) e questo potrebbe essere il trailer, ma non conoscendo l'ungherese non posso esserne certa. Siccome però la qualità mi sembra a dir poco orrenda, se American Beauty vi fosse piaciuto non vi consiglierei di cercare questo dubbio remake, bensì titoli come Tempesta di ghiaccio e La guerra dei Roses. ENJOY!





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