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martedì 8 ottobre 2024

Joker: Folie à Deux (2024)

Venerdì sono andata al cinema a vedere Joker: Folie à Deux, diretto e co-sceneggiato dal regista Todd Phillips.


Trama: Arthur Fleck è rinchiuso in carcere, ma l'influenza di Joker è ben lungi dall'essersi estinta nelle strade di Gotham City.  Le cose si complicano ulteriormente quando Arthur si innamora, ricambiato, di Lee, una paziente del Manicomio Arkham...


E' ormai qualche giorno che parlo di Joker: Folie à Deux (da qui in poi Joker 2) con Mirco e altri amici che lo hanno visto. Più che una recensione, quindi, scriverò una raccolta di riflessioni nate a seguito di queste conversazioni. Tralasciando per un istante la bravura dei due attori principali, iniziamo col dire che Joker 2 non è un film brutto nel senso stretto del termine. Non può esserlo in virtù dello sforzo produttivo infuso e dell'enorme budget a disposizione di Todd Phillips, il quale è riuscito a confezionare un film gradevole alla vista e all'orecchio, senza sbavature a livello di regia, con alcune sequenze musical assai notevoli; l'idea di ampliare il concetto di un Arthur Fleck "malato" di cinema e televisione, già introdotto in Joker, dà vita a fantasie a tempo di musica dove immaginazione e realtà si fondono in omaggi ai film musicali della vecchia Hollywood, tra momenti più glamour e altri in cui il mondo reale muta impercettibilmente (deliziosa la scena in cui gli ombrelli cambiano colore senza uno stacco di montaggio percettibile), filtrato dalla malattia mentale del protagonista. In generale, tutto il film segue cliché che inquadrano i vari eventi in generi cinematografici ben definiti, dal dramma carcerario alla commedia d'amore, fino ad arrivare al courtroom drama, al punto che ogni snodo di sceneggiatura, salvo un paio di colpi di scena nel prefinale e sul finale, sono ampiamente prevedibili. Credo e spero fosse una cosa voluta, così come voluto era l'omaggio a Scorsese nel primo Joker, purtroppo il risultato stavolta è stato ben diverso, e Todd Phillips è caduto vittima di quella sofisticata semplicità che ha parlato alla pancia della maggior parte degli spettatori e dei critici nel 2019. Buona parte dell'empatia provata verso un personaggio oggettivamente sgradevole, derivava dalla scelta (condivisibile ma paracula) di affiancargli un parterre di comprimari ancora più sgradevoli, pronti a rendergli la vita un inferno anche e soprattutto per motivi futili, come se Arthur fosse la perfetta valvola di sfogo di stronzi da primato, riccastri con la puzza sotto il naso e madri inadatte al ruolo. Questo "trucco" era talmente tanto efficace che lo spettatore arrivava non solo a plaudere la violenta rivalsa di Arthur verso i suoi aguzzini e la società corrotta, con conseguente rivoluzione proletaria nelle strade di Gotham, ma persino a disprezzare chi, come la vicina di casa Sophie, risultava immune al suo fascino.


In Joker 2, come ho scritto, Phillips inciampa nelle sue stesse premesse facendo il passo più lungo della gamba. Attorno ad Arthur, infatti, si muovono personaggi che lo trattano comunque con rispetto ed attenzione, come l'avvocatessa e il giudice, davanti ai quali ogni rimostranza del protagonista risulta palesemente il frutto della mente di un pazzo; peggio ancora, durante il processo ad Arthur Fleck viene messo in evidenza proprio il suo narcisismo allucinato da parte di due personaggi già presenti nel primo film, due testimonianze che mettono i brividi per il tragico realismo che veicolano. Non è che la guardia carceraria Jackie e i suoi colleghi siano "simpatici", così come non lo sono il giornalista Paddy Meyers o il procuratore Harvey Dent, ma torno a dire che sono costruiti come dei cliché, probabilmente esasperati dalla percezione alterata di un punto di vista inaffidabile. Senza mostri a giustificarne le azioni, Arthur Fleck perde di credibilità, l'empatia viene meno, il disgusto che veniva messo a tacere durante il primo film qui riemerge veemente, e lo stesso Joker risulta una caricatura priva di fascino o carisma. La Folie à Deux che tanto ha fatto palpitare i cuori di chi pensava all'amore folle tra Joker e Harley Queen, con un ragazzo e una ragazza che si incontrano e incendiano il mondo, si riassume facilmente con un "tira più un pelo di Lee che un carro di buoi", e risulta molto più cringe quando tornano alla mente le immagini porno che inframmezzavano il diario di Arthur nel primo film. Non si può nemmeno dire che Lee sia la Bedelia (chi legge Ortolani sa) della situazione, poiché gli intenti della bionda sono chiari e palesi fin dall'inizio, ed è proprio la sua presenza a sgretolare il mito di Arthur Fleck e di Joker, rendendo il film ancora più inutile perché, nonostante l'aggiunta di questo agente del Caos al femminile, Joker 2 non racconta nulla di nuovo. 2 ore e 18 di film servono a ripercorrere più volte le vicende della prima pellicola secondo diversi punti di vista, il personaggio principale non solo non evolve ma ricompie errori già commessi, Todd Phillips ripropone persino le stesse sequenze e gli stessi snodi di Joker con un paio di piccolissime varianti.


A farne le spese per primo, purtroppo, è Joaquin Phoenix. Premesso che quest'ultimo potrebbe interpretare un sasso e sarebbe comunque affascinante e convincente, il problema subentra quando il regista non è all'altezza e questo, purtroppo, salta all'occhio ancor più dopo aver riguardato il primo Joker. Lì il modello era il primo De Niro, un po' Travis Bickle in Taxi Driver un po', soprattutto durante la transizione da Fleck a Joker, Max Cady de Il promontorio della paura (per intenderci: Cady era una creatura repellente e razionalmente nessuna donna lo avrebbe toccato con un dito. Infatti subentrava il senso di colpa nel pensarlo affascinante e in Joker accadeva la stessa cosa). Qui Phoenix è perfetto negli atteggiamenti dimessi di Arthur, che mi hanno ricordato a tratti l'intensità di Daniel Day Lewis, ma quando veste i panni di Joker la mente corre inevitabilmente all'ultimo De Niro, quello con la faccia da "mecojoni" che ormai non crede più nemmeno in quello che recita, che va avanti solo per il nome e il suo passato glorioso. A maggior ragione, in un paio di duetti con Lady Gaga ho pensato a Sandra e Raimondo, forse perché Sbirulino era un clown a sua volta, e per quanto mi riguarda la scena di sesso in carcere può tranquillamente vincere l'Oscar per la sequenza più imbarazzante del 2024, a pari merito con quelle di Napoleon (c'è sempre Phoenix di mezzo. Coincidenze? Noi del Bollalmanacco, e Giuseppina, pensiamo di no). Lady Gaga, bella stella, è una cantante divina. Ogni sua performance musicale in Joker 2 mette i brividi, con quella voce splendida che riesce a modulare come vuole e il carisma naturale che le fa divorare ogni scena. Ma toglile il canto, santa creatura, e mettila accanto a uno come Phoenix, e mi fa la figura di un comodino impagliato, occhio spento e viso di cemento compresi, col risultato che tra Arthur e Lee non c'è la minima alchimia, quindi neppure coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore. Per tutti questi motivi, posso serenamente dire che Joker: Folie à Deux è un film inutile. Non bello, non brutto, ma sicuramente uno spreco di tempo, denaro e talenti. Ma d'altronde non mi aveva convinta neppure Joker, un'opera migliore sotto tutti i punti di vista, quindi non sono rimasta né sorpresa né delusa. 


Del regista e co-sceneggiatore Todd Phillips ho già parlato QUIJoaquin Phoenix (Arthur Fleck), Lady Gaga (Lee Quinzel), Brendan Gleeson (Jackie Sullivan), Catherine Keener (Maryanne Stewart), Zazie Beetz (Sophie Dumond), Steve Coogan (Paddy Meyers) e Ken Leung (Dr. Victor Liu) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Joker: Folie à Deux  vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Joker. ENJOY!

venerdì 26 febbraio 2021

Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013)

Dopo The Social Network, un altro dei tre film scelti da Mirco su Chili è stato Captain Phillips - Attacco in mare aperto (Captain Phillips), diretto nel 2013 dal regista Paul Greengrass e tratto dal saggio autobiografico Il dovere di un capitano di Richard Phillips.


Trama: Nelle acque somale la nave Maersk Alabama viene attaccata da un gruppo di pirati e il capitano Richard Phillips viene preso in ostaggio.

Captain Phillips era un altro di quei film a cui non avrei dato un euro al momento della sua uscita, poco invogliata da un trailer in cui spiccava la faccetta bolsa ma rassicurante di Tom Hanks. Arrivata alla fine senza addormentarmi, nonostante un paio di incidenti di percorso che avrebbero dovuto condurmi tra le braccia di morfeo, mi viene anche da dire che Captain Phillips è un film dinamico che tiene alta la tensione dall'inizio alla fine nonostante, di base, non succeda nulla. Per "non succede nulla", intendo dire che succede molto meno rispetto a un film d'azione col coraggio di chiamarsi tale, magari uno dove il Captain Phillips del titolo viene interpretato, che so, da un Russell Crowe o un Bruce Willis e dove i pirati somali sono interpretati da caratteristi esperti di qualche arte marziale assortita. Qui invece c'è l'apologia della normalità: il capitano ha il volto di Tom Hanks mentre i pirati hanno le fattezze smunte e vinte di un branco di disperati che farebbero stringere il cuore persino a Salveenee e vengono gabbati così tante volte e in così tanti modi diversi da mettere quasi tenerezza. Potere della grande macchina hollywoodiana, che ha utilizzato la vicenda reale di un capitano (a quanto si dice) irresponsabile e anche un po' stronzo per creare una storia atta a dimostrare il solito cazzodurismo USA ai danni delle popolazioni svantaggiate che credono di poter fare i comodi loro e invece si ritrovano in tre a fronteggiare navi zeppe di marines e plotoni di Navy Seals solo per aver osato rapire il povero capitano che, nel film, è buono come il pane e sul finale ti spezza anche un po' il cuore.


La tensione, di conseguenza, sebbene innegabile, non saprei dirvi bene da dove nasca. Certo, all'inizio probabilmente si teme per l'equipaggio della Alabama Maersk, condannato ad andare in acque somale senza nemmeno un'arma a bordo (e se vi sembra una cretinata, pare invece che per questioni di leggi internazionali non si possa effettivamente avere sorveglianza armata a bordo di queste navi), anche perché i pirati invece pistole eccetera le hanno eccome. Poi subentra la consapevolezza che questi pirati siano dei poveri pirla e allora rimane solo da capire se ammazzeranno o meno il capitano Phillips, confondendo magari l'affanno di quest'ultimo con quello di tutti i militari in corsa contro il tempo per liberarlo, tanto visto lo spiegamento di forze sarebbe comunque impensabile credere che, alla fine, vincerà qualche supervillain somalo. O, meglio, quello sicuramente vincerà nel suo piccolo, ma i suoi minion faranno, poveracci, una brutta fine. Detto questo, se si è nella disposizione d'animo di lasciarsi coinvolgere dalla "magia" del cinema aMMeregano senza troppe pretese, magari coadiuvato da alcune riprese dal vero e un po' ballonzolanti e da attori, salvo Hanks, sconosciuti e anonimi ma comunque "freschi", Captain Phillips funziona ed è un film che mi sento di consigliare a chi ama il genere. 


Del regista Paul Greengrass ho già parlato QUITom Hanks (Capitano Richard Phillips), Catherine Keener (Andrea Phillips) e Chris Mulkey (John Cronan) li trovate invece ai rispettivi link.

Barkhad Abdi, che interpreta Muse, era il figlio adottivo di Pop Merril nella serie Castle Rock, dove era affiancato anche da Faysal Ahmed, qui nei panni di Najee. Ron Howard avrebbe dovuto dirigere il film ma alla fine ha preferito dedicarsi a Rush. ENJOY!


martedì 25 settembre 2018

Gli Incredibili 2 (2018)

Galvanizzata dalla riscoperta bellezza de Gli Incredibili - Una normale famiglia di supereroi, sabato sono corsa a vedere Gli Incredibili 2 (Incredibles 2), sempre diretto e sceneggiato dal regista Brad Bird. Nessuno SPOILER, tranquilli!


Trama: costretti a subire la conseguenze della loro ultima sortita come supereroi, i membri della famiglia Parr si ritrovano a un bivio delle loro esistenze, almeno finché alla ex Elastigirl non viene di nuovo offerto un lavoro come eroina...


Come se non fossero passati 14 anni dal loro esordio sui grandi schermi, tornano gli Incredibili esattamente dove li avevamo lasciati, alle prese con quella specie di "uomo talpa" spuntato dal sottosuolo alla fine del primo film. E se pensavate che dopo aver sconfitto Syndrome la condizione giuridica dei super fosse cambiata, beh, vi sbagliavate di grosso, ché l'universo de Gli Incredibili non è proprio fatto di semplicità ed happy ending; Bob, Helen e soci sono ancora fuorilegge e l'entusiasmo di essersi ritrovati come superfamiglia si traduce nella perdita della libertà e della casa ottenute con tanta fatica, con sommo scorno dei due figlioli, Violetta e Flash, finalmente pronti a vivere un'esistenza gratificante ed entusiasmante, da ragazzini "speciali". Questa è dunque la triste situazione in cui vengono a trovarsi i membri della famiglia Parr all'inizio del film e altro non vorrei aggiungere per non incappare in spoiler ma qualcos'altro sulla trama bisognerebbe dirla. Soprattutto, è bene sottolineare come Brad Bird, da sceneggiatore scafato qual è, non si sia limitato ad adagiarsi sugli allori di un suo vecchio successo commerciale ma, anzi, abbia scelto di riprendere alcuni temi del film precedente aggiornandoli al gusto attuale pur contestualizzandoli all'epoca in cui è ambientato Gli Incredibili (che, ricordo, non è la nostra, ma sono gli anni '60). Nel corso de Gli Incredibili 2 si percepisce una forte critica non tanto all'alienazione imposta dal crescente desiderio di appoggiarsi alla tecnologia e agli schermi degli smartphone (benché la valenza metaforica dell'Ipnotizzatore sia palese), quanto piuttosto al desiderio di de-responsabilizzarsi, che è un po' il discorso fatto da Ortolani nell'ultima saga di Rat-Man, il desiderio di attribuire tutti i mali del mondo all'assenza di "supereroi" che se ne facciano carico, quando invece dovrebbe essere l'uomo della strada in primis a preoccuparsi e ad attivarsi; di più, Bird ci fa anche riflettere sul potere della pubblicità e dei media, pronti a mostrare al pubblico solo ciò che è giusto che veda, così da pilotare l'opinione pubblica, nel bene e nel male, verso determinate conclusioni. Come già nel primo film, infatti, le persone comuni si ritrovano a testimoniare solo la conclusione delle avventure dei supereroi, senza conoscere i rischi, le decisioni al limite, la sofferenza di cui i super si fanno carico, così che ogni disastro viene attribuito semplicemente a noncuranza o incapacità. In tutti questi temi attualissimi e dati in pasto allo spettatore con incredibile eleganza, Bird riesce anche ad inserire un più "divertente", piccolo dramma familiare, portando avanti lo sviluppo dei personaggi del primo Gli Incredibili e svelandoci qualcosa di più relativamente alle loro personalità... o i loro poteri. E sì, Jack Jack è gran mattatore e io quel pupetto lo adoro.


Ottima sceneggiatura, quindi, in perfetto equilibrio tra dramma e commedia, temi adulti e concessioni al pubblico di giovani spettatori, come già accadeva ne Gli Incredibili, al quale si aggiunge il sempre ottimo comparto tecnico. Brad Bird, anche come regista, è infatti in grado di passare dall'umorismo alla Looney Tunes di una battaglia tra bimbi e procioni alla serietà quasi horror di un'indagine all'interno di un edificio abbandonato (provare per credere, le ragazzine nella fila davanti si sono messe a strillare, credo che nemmeno gli jump scare delle produzioni BlumHouse siano così efficaci); perfetto padrone di ogni topos del genere, Brad Bird, coadiuvato ovviamente dagli animatori della Pixar, riesce a realizzare sequenze d'azione al cardiopalma interamente imperniate sulla duttilità dei poteri di Elastigirl (quella iniziale del treno e quella finale dell'aereo farebbero invidia al 90% degli action con Tom Cruise, per dire) e a sfruttare quelli degli altri personaggi così da creare scene di impressionante dinamismo (la resa migliore ce l'hanno quelli di Frozone e della new entry Vuoto, per concetto simile alla Blink degli X-Men), inserendoli all'interno di una trama che, per quanto intuibile a naso da buona parte degli spettatori adulti, riserva comunque qualche sorpresa e, sì, anche qualche momento assai teso, distante dalla concezione moderna di film per bambini. Il character design ha reso più "morbidi" i personaggi principali, soprattutto Elastigirl, senza privarli delle loro caratteristiche fondamentali, quanto alle new entry è bello vedere come il supergruppo imbastito dai Deavor sia zeppo di citazioni fumettistiche (ma come aspetto ho trovato i membri abbastanza deludenti) e la migliore in assoluto è Evelyn Deavor, incredibilmente umana e realistica negli atteggiamenti e nel taglio di capelli, nonostante l'inevitabile aspetto cartoonesco. Concludo qui per evitare spoiler dannosi. Se ancora non siete convinti di dare una chance a Gli Incredibili 2, vi basti sapere che Jack Jack ed Edna danno davvero il bianco e che probabilmente non avrete idea di quanto vi siano mancati... almeno finché non li rivedrete in azione! Quindi correte a vedere Gli Incredibili 2 e...


... anche il corto che precede il film, il delicatissimo, commovente Bao. Il bao, o baozi, per chi non lo sapesse, è una sorta di fagottino cinese ripieno di carne o verdure e questo dolcissimo corto della Pixar ci mostra cosa succede quando uno di questi ottimi intingoli prende vita e viene adottato da una signora cinese di mezza età particolarmente sola. Arricchito da una deliziosa colonna sonora, Bao è divertente e assai carino, dotato di una conclusione scioccante e decisamente inaspettata... che, neanche a dirlo, mi ha lasciata in lacrime. Ormai i corti della Pixar mi fanno lo stesso effetto dei lungometraggi dello Studio Ghibli, che ci volete fare!!


Del regista e sceneggiatore, nonché voce di Edna, Brad Bird ho già parlato QUICraig T. Nelson (voce originale di Bob Parr/Mr. Incredible), Holly Hunter (Helen Parr/Elastigirl), Catherine Keener (Evelyn Deavor), Bob Odenkirk (Winston Deavor), Samuel L. Jackson (Julius Best/Frozone), Isabella Rossellini (Ambasciatrice), Jonathan Banks (Rick Dicker) e Barry Bostwick (il sindaco) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra i doppiatori italiani figurano la meravigliosa Amanda Lear, che riprende il ruolo di Edna, e Bebe Vio, che invece doppia Vuoto, mentre Ambra Angiolini presta la voce ad Evelyn Deavor e la Rossellini si doppia da sé. Il film segue Gli Incredibili - Una normale famiglia di supereroi, che vi consiglierei di recuperare, assieme a Jack Jack Attack, nel caso non l'abbiate ancora visto. ENJOY!


venerdì 26 maggio 2017

Scappa: Get Out (2017)

Col solito ritardo da bradipo ho finalmente visto anch'io l'horror sulla bocca di tutti, ovvero Scappa: Get Out, diretto e sceneggiato dal regista Jordan Peele. NO SPOILER, anche se probabilmente chiunque leggerà il post avrà già visto il film.


Trama: Chris, ragazzo di colore, viene invitato dalla fidanzata bianca a raggiungere i genitori di lei per il weekend. I due arriveranno nel bel mezzo di una riunione di famiglia e Chris comincerà a sentirsi sempre più a disagio ed inquieto, non solo per il colore della pelle...


Purtroppo anche questo post rischia di essere più breve del solito, nonostante Get Out mi sia piaciuto molto. Il motivo è presto detto: potete tranquillamente mandare al diavolo chiunque accenni anche solo vagamente a ciò che succede nel film perché il bello di guardarlo è proprio andare oltre a un trailer per una volta fatto bene, che spinge lo spettatore a farsi un'idea abbastanza diversa dell'opera prima di Jordan Peele. Premesso che le persone mediamente scafate in ambito horror/thriller possono riuscire ad anticipare il twist più grande dopo dieci minuti di pellicola, ci sono tanti piccoli risvolti che, anche dopo la rivelazione principale, riescono a sorprendere in positivo mandando a ramengo tutti i cliché del genere e, soprattutto, c'è tutto ciò che viene prima e che rende Get Out non solo un ottimo thriller psicologico ma in particolare un'ottima riflessione sull'America d'oggi. Quell'America per cui Black Lives Matter ma intanto si vota Trump e dove le tensioni razziali non sono mai scomparse del tutto, nemmeno dopo conquiste civili di importanza capitale. Indovina chi viene a cena? è stato girato nel 1967 eppure la premessa di Get Out è la stessa, dopo 50 anni di civiltà "moderna": una ragazza bianca deve presentare ai suoi genitori il fidanzato nero, del quale non ha mai parlato in famiglia. All'ingenuità di lei si accompagnano le giuste perplessità di lui, costretto ad entrare nella tana del lupo praticamente nudo ed indifeso in uno Stato (a occhio e croce direi l'Alabama) non particolarmente famoso per la tolleranza, dove le case di stile colonico abbondano e i ricconi bianchi spopolano, costringendo la polizia a guardare con sospetto qualunque Fratello Nero si aggiri nei dintorni dei praticelli ordinati del quartiere. I genitori di Rose però sono la quintessenza del liberal, il papà di lei "se potesse voterebbe Obama per la terza volta", hanno un paio di domestici di colore tenuti solo perché "lavoravano già per i nonni, siamo così affezionati, in pratica sono di famiglia", quindi tutto a posto, no? Non proprio. Il disagio di Chris, prima ancora che dal risvolto thriller, nasce inevitabilmente dal dover confrontarsi con persone che non lo trattano con diffidente razzismo ma, e forse è peggio, si rapportano con lui come fosse una piacevole novità, un tocco esotico di cui vantarsi con gli amici, una persona su cui misurare il metro della propria apertura mentale per sentirsi superiori, alzando quindi una barriera originata non già dall'odio ma dalla convinzione di "fare del bene" accettando il diverso e facendolo sentire, di conseguenza, ANCORA più diverso, nemmeno fosse una specie protetta. Insomma, lo spettatore viene messo fin da subito nella condizione di empatizzare con Chris e con la sensazione di "estraneità" da lui provata appena messo piede nella dimora degli Armitage senza ricorrere ad elementi palesemente "sbagliati" (quelli arrivano dopo, a rafforzare il generale clima di inquietudine), esempio di perfetta scrittura che rende ciò che segue ancora più scioccante.


Basta, altro sulla trama non dirò ma avrete capito che Get Out è un thriller-horror psicologico perfettamente radicato nell'attualità e per questo ancora più efficace (non a caso lo scrittore e regista è un comico di colore quindi chi meglio di lui potrebbe avere il polso della situazione senza cadere in scomodi cliché?). Ovviamente, non di sole "sensazioni" vive l'appassionato di horror, ci mancherebbe. Get Out mette la pelle d'oca con pochissimi jump scare ben piazzati, la giusta quantità di splatter e un paio di inquietanti sequenze quasi oniriche capaci di comprimere il petto dello spettatore e spingerlo subito a voler bene ad un "novellino" che, invece di tentare la facile via del mockumentary/found footage o dell'omaggio dichiarato allo slasher anni '80, punta tutto sui primissimi piani, sulle suggestioni degli ambienti naturali e artificiali, su immagini simboliche di immediata comprensione e su inquadrature attente ai dettagli e alla composizione della sequenza. Altro punto a favore della pellicola sono le bellissime musiche di Michael Abels, tra le quali spicca l'evocativa Sikiliza Kwa Wahenga (probabilmente una delle melodie più belle utilizzate per introdurre un horror recente), molte delle quali imperniate sul tema principale del film e zeppe di consigli per il povero Chris. Anche il cast è validissimo, sia per quel che riguarda il protagonista Daniel Kaluuya, con quegli occhioni da cervo abbagliato dai fari che terrorizzano più di qualunque altra cosa, che per gli attori che lo circondano: Caleb Landry Jones nei panni del figlio minore è fin troppo caricato mentre Katherine Keener e Bradley Whitford sono favolosi nella loro inquietante normalità di bianchi della upper class... ma attenzione perché, se devo dare retta ai commenti dei ragazzetti in sala, l'idolo indiscusso delle folle e il personaggio che più rimarrà impresso dopo la visione è la terrificante Georgina di Betty Gabriel, causa degli epiteti più esilaranti uditi in sala. Le aspettative sono state dunque ripagate e indubbiamente Get Out si candida per essere uno dei cinque horror da piazzare nella classifica di fine anno, sia per l'intelligenza che per la bella realizzazione e, diamine, sono persino riuscita a scrivere un post di lunghezza standard senza fare spoiler, quindi tanta roba. Speriamo che Jordan Peele continui a bazzicare nel campo dell'horror, c'è bisogno di comici seri come lui!


Di Catherine Keener (Missy Armitage), Bradley Whitford (Dean Armitage) e Caleb Landry Jones (Jeremy Armitage) ho già parlato ai rispettivi link.

Jordan Peele è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa. Comico americano, è anche attore e produttore e ha 38 anni.


Daniel Kaluuya interpreta Chris Washington. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, Johnny English - La rinascita, Kick-Ass 2 e a serie quali Doctor Who e Black Mirror. Anche sceneggiatore, ha 28 anni e due film in uscita tra cui Black Panther.


Marcus Henderson interpreta Walter. Americano, ha partecipato a film come Django Unchained, Whiplash e Il drago invisibile. Ha tre film in uscita tra cui Insidious: Chapter 4.


Lakeith Stanfield interpreta Andrew Logan King. Americano, ha partecipato a film come Anarchia - La notte del giudizio, Selma - La strada per la libertà e Snowden. Anche produttore, ha 26 anni e cinque film in uscita tra cui il live action di Death Note, dove interpreterà L.


Stephen Root interpreta Jim Hudson. Americano, ha partecipato a film come Mr. Crocodile Dundee II, Monkey Shines - Esperimento nel terrore, Black Rain - Pioggia sporca, Ghost - Fantasma, Buffy - L'ammazza vampiri, Robocop 3, Pandora's Clock - La terra è in pericolo, L'uomo bicentenario, Fratello dove sei?, Ladykillers, Palle al balzo - Dodgeball, Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie, Non è un paese per vecchi, L'uomo che fissa le capre, J. Edgar, Bad Milo!, The Lone Ranger, Selma - La strada per la libertà, L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo e a serie come Pappa e ciccia, Quell'uragano di papà, Blossom, L'ispettore Tibbs, Cinque in famiglia, Seinfeld, Malcom, La vita secondo Jim, CSI - Scena del crimine, 24 e The Big Bang Theory; come doppiatore ha inoltre lavorato nelle serie Johnny Bravo, Kim Possible, American Dad!, The Cleveland Show, Phineas and Ferb, Adventure Time e nei film L'era glaciale, Alla ricerca di Nemo, L'era glaciale 2 - Il disgelo e Alla ricerca di Dory. Ha 66 anni e due film in uscita.


Eddie Murphy avrebbe dovuto interpretare Chris ma alla fine, giustamente, Jordan Peele ha deciso che l'attore era troppo vecchio per la parte. Il finale originale di Get Out prevedeva SPOOOOOILERRRRR l'arresto di Chris da parte della polizia (come avevo immaginato dall'inquadratura e dal sorriso di Rose) ma il regista ha scelto di dare al pubblico un happy ending. FINE SPOILER Se Get Out vi fosse piaciuto recuperate La fabbrica delle mogli, The Wicker Man, Terrore dallo spazio profondo, Society e La notte dei morti viventi. ENJOY!

mercoledì 8 gennaio 2014

Bolle di ignoranza: 40 anni vergine (2005)

Torna la rubrica Bolle di ignoranza, dove si parla di film che mi è capitato di vedere già iniziati, magari distrattamente, impossibili quindi da recensire, perché sarebbe come farlo senza sapere una mazza, da cui l'ignoranza del titolo. Le particolarità di questi post sono trama abbozzata, un paragrafo di commento e niente approfondimenti finali, tanto sarà difficile che riguardi con attenzione un film come 40 anni vergine (The 40 Year Old Virgin), scritto con la collaborazione di Steve Carell e diretto nel 2005 dal regista Judd Apatow. ENJOY!


Trama: Steve Carell è un tizio che, come dice il titolo, a 40 anni è ancora vergine. I suoi colleghi, una volta scoperto il vergognoso segreto, cercheranno di trovargli l'anima gemella ma chi fa da sé fa per tre...

Best. Scene. EVAH.
Durante una di queste cene post-natalizie mio padre stava facendo la solita maratona di zapping. A un certo punto però, il mio sguardo si è posato sull'adorato Seth Rogen e il mio cuore si è spezzato nel sentire la sua incredibile vocina spazzata via da un doppiaggio italiano indegno. Sia come sia, al vedergli le braccia tutte tatuate mi sono convinta a sorvolare sull'increscioso dettaglio, la mano è scattata in automatico a bloccare le velleità del genitore (che avrebbe proseguito nello zapping, ovviamente) e, pur ammorbata dalla presenza di Steve Carell, che notoriamente non amo, ho continuato la visione di quello che avevo intuito essere 40 anni vergine. Che, Rogen a parte, è comunque un filmetto divertente e adattissimo alla faccetta nescia di Steve Carell, diventatomi in un paio d'ore più simpatico di quanto non fosse prima. A dir la verità, la prima parte mi è sembrata più frizzante e divertente rispetto la seconda, dove si ripetevano un po' troppe situazioni sempre uguali e l'atmosfera passava dal demenziale al sentimentale, ma l'affiatamento del cast (nel quale spiccano Paul Rudd e una simpatica Catherine Keener) compensa la presenza di questi momenti fiacchi e di alcune battute da avanspettacolo. Certo, quasi due ore basate interamente su gag a sfondo sessuale taglierebbero le gambe di chiunque e se 40 anni vergine fosse stato più corto ne avrebbe guadagnato parecchio, ma il finale sulle note di Aquarius, con tanto di balletto scombinato dell'intero cast, vale un po' di pazienza e accondiscendenza. In due parole, 40 anni vergine mi è sembrato un film simpatico, l'ideale per una serata completamente senza pensieri (anche se, complice l'argomento, me ne sono venuti un paio TINTI su Rogen... vabbé!).

venerdì 30 agosto 2013

Cameron Diaz Day: Essere John Malkovich (1999)


Oggi non è il John Malkovich Day. No, quello arriverà, spero, a Dicembre. Come avrete capito dal banner "nasone ma figaccione" di Pio, oggi è il Cameron Diaz Day ma chissà perché alla bella e brava Camerona, che per inciso compie 41 anni, pungeva vaghezza di calarsi nei panni dell'eclettico e pelato attore in questo Essere John Malkovich (Being John Malkovich), diretto dal bravo Spike Jonze nel 1999 e, soprattutto, sceneggiato da quel genio di Charlie Kaufman!!


Trama: Craig, un burattinaio frustrato, scopre una porta collegata direttamente alla mente di John Malkovich. Possedendo l'attore e muovendolo come uno dei suoi pupazzi cercherà di ottenere il successo e l'amore della collega Maxine, che però è già oggetto del desiderio della moglie Lotte...


Se ho scelto Essere John Malkovich per celebrare Cameron non è solo perché amo John e adoro questo film ma perché, per una volta, la bionda attrice di origini cubane è brutta. Sì, oddio, brutta come potrei essere io tirata a lucido per un matrimonio ma comunque inguardabile rispetto al suo solito standard. Ed è brava, bravissima. Soprattutto perché il pazzo Kaufman ha creato un personaggio difficilissimo da interpretare senza sforare in una cialtronata sopra le righe. Immaginate una tizia che vive per i suoi animali, che ha trasformato la casa in uno zoo per sopperire all'istinto materno frustrato da un marito mollo ed inconcludente. Immaginate che la tizia in questione, dopo essersi fatta un viaggio nella mente di Malkovich, senta risvegliarsi il proprio lato maschile lo assecondi con entusiasmo, arrivando persino a concupire la donna amata dal marito e accendendo così una surreale rivalità tra le mura domestiche. Non vado avanti per non togliervi la sorpresa ma, anche così, vi sarete fatti un'idea di come un personaggio simile rischi di diventare borderline e perlomeno ridicolo. Invece Cameron Diaz riesce ad infondergli un candore e una dolcezza incredibili anche nei momenti di delirio, quando Lotte viene inebriata dall'esperienza Malkovich e, come un'adolescente, comincia ad entusiasmarsi ed abbracciare la sua nuova natura. Nascosta da un'improbabile capigliatura riccia e infagottata in abiti meno che glamour, la Diaz diventa così un importante e delicato tassello del rompicapo messo in piedi da Jonze e Kaufman, indimenticabile come il resto dei personaggi che popolano questo strano film.


Quanto ad Essere John Malkovich in sé, dovete vederlo perché nessuna recensione potrebbe mai rendergli giustizia. Potrei parlarvi della delicata e disperata poesia dei burattini di Craig, dei dialoghi al fulmicotone, della delirante scena in cui Malkovich incontra un universo di cloni, dell'assurda idea che possa esistere un passaggio segreto per la mente dell'attore, dell'esilarante comparsata di Charlie Sheen nei panni di sé stesso, dell'incredibile interpretazione di un John Cusack in stato di grazia, dell'indiscutibile abilità registica di Jonze, della bellezza della colonna sonora (Bjork, oh Bjork!!), della profondità di sentimenti (anche negativi) che caratterizza ognuno dei personaggi ritratti, tanto che alla fine chi conduce l'esistenza più banale di tutti è proprio l'oggetto del titolo, della storia del settimo piano e mezzo o del trauma infantile dello scimpanzé Elijah... ma il vero piacere sta nello scoprire tutte queste cose e moltissime altre durante la visione di Essere John Malkovich. Io lo amo con tutto il cuore ma credo sia un film facile ad odiarsi, sicuramente sarà un'esperienza che non dimenticherete facilmente e che, se la ripeterete, vi aprirà ogni volta la mente su un mondo assurdo e sempre diverso. Come Malkovich. E come Cameron Diaz, che nel Bollalmanacco è già comparsa in altre vesti...

The Mask - Da zero a mito (1994), il suo film d'esordio. Bionda e bellissima, ruba il cuore di un Jim Carrey in formissima!

Paura e delirio a Las Vegas (1998) una semplice comparsata nei panni di una reporter che, in ascensore, viene turbata dai deliranti protagonisti.
  
Shrek - E vissero felici e contenti (2010) dove la voce di Cameron da vita all'orchessa Fiona, una delle principesse più toste mai create!

E il Cameron Diaz Day non finisce qui!! Ecco i link delle recensioni degli altri compagni d'avventura... ENJOY!!

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domenica 13 dicembre 2009

Genova (2008)

Perso nei meandri della distribuzione inglese, perso in quelli della distribuzione italiana, e io per due anni a chiedermi perché. Il motivo l'ho scoperto ieri sera, andando al Film Studio di savona dove, con la "modica" cifra di 16 euro (tessera ARCI più costo del biglietto del cinema), ho finalmente visto quella leggenda metropolitana che era diventato Genova, girato nel 2008 da Michael Winterbottom. Il motivo per cui mi sono tanto fissata su questo film era essenzialmente la comparsata della mia migliore amica, che durante le riprese si era ritrovata per caso a passare davanti alla Facoltà di Giurisprudenza di Genova (uno dei tanti set) ed era stata coinvolta con sommo piacere. Cara Noruzza, visto che sei riuscita a vederti solo tu, solo di spalle, e solo per 1 secondo, che non è valso l'ammorbo che ha colto me e il tuo ragazzo durante la visione, la prossima volta ti chiederei di capitare "per caso" sul set di un film della Troma, piuttosto. Grazie.


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La trama è semplice e inutile. Un professore universitario e le sue due figlie decidono di trasferirsi a Genova per un anno, onde superare il trauma della morte della madre e moglie. Lì la figlia più piccola cerca di superare il senso di colpa per essere stata la causa dell'incidente mortale e continua a vedere (o crede di poterlo fare..) il fantasma della madre, mentre la figlia più grande si da al troieggio gratuito. In tutto questo il padre cerca di andare avanti nonostante il dolore.


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Premettiamo una cosa: Genova non è una ghost story, come pensavo. Non è un horror, neppure blando, è un film che parla dell'elaborazione del lutto e del senso di colpa. Con un titolo come Genova, si sarebbe portati a pensare che i personaggi sarebbero stati aiutati od ostacolati in questo dalla città in questione, ma la verità è che "la Superba" non è assolutamente indispensabile. il film si sarebbe potuto chiamare Napoli, Poggibonsi, Ellera: non sarebbe cambiato di una virgola. Il titolo più calzante sarebbe stato "Storia di una bambina idiota", visto che tutto ruota sull'assoluta scemenza della figlia minore.


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Infatti, a cominciare dal principio, la mocciosa imbrocca una cagata dopo l'altra: tappa gli occhi della mamma alla guida, che poveraccia non vede più e si va a schiantare. Costringe il padre a farsela a piedi da uno sperduto posto con un Monastero fino a Santa Margherita Ligure solo per cercarla. Alla fine riesce pure a causare un incidente stradale solo per non farsi schiacciare mentre attraversa la strada per inseguire l'immagine della madre. Ora, quello che mi chiedo è perché mai la madre, dopo essere morta in un modo così idiota, non abbia deciso di consacrare la propria non vita a rendere quella della figlia superstite un inferno sulla terra. Sarebbe stato meglio, anche perché i tre episodi da me citati, assieme alle scappatelle della figlia maggiore con cinque o sei dei più brutti ragazzi mai comparsi sul grande schermo, sono gli unici momenti "d'azione" di tutto il film, che per il resto è un lungo , banale e triste documentario su Genova.


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Prendete tutti i luoghi comuni che possiate conoscere sulla città e avrete un'idea dell'operazione portata avanti da Winterbottom. Il regista comincia bene, mostrandoci l'aereoporto, la Sopraelevata, Palazzo San Giorgio, il Porto antico, Via del Campo, Via Balbi, Via Pre, la Via Nuova, Palazzo Ducale, ecc. ecc., ma poi scade nelle banalità più atroci. Il protagonista, appena arrivato, si compra un mortaio da 40 kg per fare il pesto a mano: nanni, nemmeno mia madre lo fa così, e arrivi tu dall'Inghilterra a fare il fico? Ma per favore. Si continua poi con vecchietti rincoglioniti che parlano come il Gabibbo, tossici e maniaci ad ogni angolo di strada, topi morti nei vicoli, le più brutte prostitute che si possano immaginare (roba da far rabbrividire De André), persino muratori che fanno cadere finestre e vetri sulle teste delle persone, Madonne in ogni angolo di strada, e ovviamente l'essenziale ed immancabile preconcetto sul maschio italiano visto come uno stronzo latin lover, possibilmente volgare come uno scaricatore di porto. Il tutto è condito da pregevole musica classica, eseguita per lo più a pianoforte, e dalla più deprimente scelta di canzoni italiane che si possa immaginare: Neffa e Jovanotti. Mettere De André in un film ambientato a Genova no, eh?


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Winterbottom sceglie un taglio molto documentaristico ed amatoriale; la telecamera non sta mai ferma, le angolazioni di ripresa sono particolari, come se ogni cosa fosse filtrata dagli occhi di un turista ansioso di vedere tutto, di fare propria la città. Ma è l'unico vezzo del film, che sviluppa male il tema dell'elaborazione del lutto, facendo passare quasi in secondo piano la morte della madre, e sceglie di farla tornare alla mente, di tanto in tanto, con l'inutile presenza di questo fantasma che potrebbe anche non esistere, sebbene un paio di scene facciano pensare il contrario. In definitiva un film lento, inutile, francamente bruttino e per nulla commovente, anche a causa degli antipatici personaggi (il che è un peccato, perché gli attori sono tutti molto bravi, anche se penalizzati da un doppiaggio che non mi è piaciuto). Se cercate un bel film che parla di bambini messi di fronte alla morte di persone care, buttatevi a capofitto sullo splendido Papà ho trovato un amico. Se cercate una commovente storia di fantasmi, guardate The Orphanage o, piuttosto, Ghost. Ma evitate questo Genova, vi prego.


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Del bravo e bello Colin Firth, che interpreta il protagonista, ho già parlato qui. Attualmente, è sugli schermi italiani anche con il film Dorian Gray.


Michael Winterbottom è il regista e anche produttore della pellicola. Ammetto che questo è l'unico suo film che abbia mai visto, e gli altri che ha girato non li conosco. Ha 48 anni e quattro film in uscita.


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Hope Davis interpreta Marianna, la defunta moglie. Americana, la ricordo in film pregevoli come Mamma ho perso l'aereo, Il bacio della morte, Arlington Road - L'inganno, lo splendido Mumford, Cuori in Atlantide e A proposito di Schmidt. Ha 45 anni e due film in uscita.


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Catherine Keener interpreta l'amica italiana del papà, Barbara. Sfatta ed invecchiata com'è, ho fatto fatica a riconoscerla come la sensuale Maxine dello splendido Essere John Malkovich. Tra gli altri suoi film segnalo Out of Sight, 8MM delitto a luci rosse e Simone. Ha 50 anni e cinque film in uscita.


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Vi lascio ora con il trailer del film.... ENJOY? Ma anche no!


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