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venerdì 12 maggio 2023

To Leslie (2022)

La nomination come migliore attrice protagonista ad Andrea Riseborough mi ha portata ovviamente a recuperare anche To Leslie, diretto nel 2022 dal regista Michael Morris.


Trama: dopo aver vinto la lotteria e sperperato tutti i soldi, l'alcolista Leslie si ritrova a vivere di espedienti...


Non ho seguito granché tutta la bagarre derivante dalla nomination alla Riseborough ma, per amor di completezza, il succo del discorso è che la sua performance in To Leslie è stata candidata senza nessun premio pregresso ad avvalorarla e, soprattutto, dopo una campagna di "raccomandazioni" da parte di grandissimi nomi del mondo dello spettacolo (due su tutti: Gwyneth Paltrow ed Edward Norton) durata appena un mesetto, che ha destato sospetti soprattutto nelle attrici di colore che si sono viste snobbare in favore dell'ennesima bianca privilegiata. A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, tuttavia non essendo un'addetta ai lavori mi limito a fare spallucce e ad offrirvi soltanto il mio personalissimo giudizio sul film e sull'interpretazione di Andrea Riseborough. Innanzitutto, To Leslie è un film molto "classico", di quel sapore anni '70 richiamato dallo sguardo spietato e naturalistico col quale indaga sulla protagonista, Leslie, appunto; quest'ultima è una donna allo sbando che ha sbattuto letteralmente la porta in faccia alla fortuna presentatasi in forma di enorme vincita alla lotteria, riuscendo a dilapidare 190 mila dollari in droghe, alcool e divertimenti e a finire per strada, abbandonata da figlio, genitori e amici. Non è un bel personaggio, quello di Leslie, perché ogni sua azione è spinta da una dipendenza dagli alcolici che è alimentata da un senso di colpa infinito, per qualcosa che verrà chiarito verso la fine del film, quindi per buona parte della durata To Leslie segue una protagonista che non intende redimersi e che morde la mano di chiunque cerchi di aiutarla, con somma frustrazione dello spettatore. Per estensione, To Leslie diventa non solo lo studio di un'ubriacona all'ultimo stadio, ma di tutta la squallida società di derelitti che la circonda, di un Texas fatto di locali fatiscenti, motel dimenticati da Dio e speranze perdute, dove a farla da padrone è un tristissimo rancore misto a menefreghismo egoista, e le poche persone altruiste fanno la figura dei minchioni. Per quanto mi riguarda, sono ambienti che mi repellono abbastanza e che poco mi affascinano, tuttavia ho trovato la sceneggiatura interessante, nonostante la sua natura leggermente derivativa, il che forse rischia di inficiare il mio giudizio sull'attrice protagonista.


Sulla Riseborough, per carità, non ho nulla da dire. Regge da sola l'intero film rendendo gli altri (salvo forse Allison Janney, fredda e cattivissima ex amica dalla lingua tagliente) praticamente invisibili ed interpretando un personaggio scomodo non solo dal punto di vista psicologico, ma anche "brutto" fisicamente, sporco a livello di igiene personale. Di solito queste trasformazioni sono molto gradite all'Academy e anche agli spettatori, tuttavia a me è parso che Leslie, come personaggio, avesse poco da dire e da "insegnare"; la sua lenta risalita non deriva da chissà quale forza d'animo, quanto da un unico, difficile gesto di pietà probabilmente legato al senso di colpa, come se la fortuna volesse sfidarla a girarle le spalle una seconda volta, e, in particolare, il finale è talmente facilone da fare a pugni con lo spietato realismo utilizzato nel resto del film. Per quanto mi riguarda trovo quindi che la candidatura della Riseborough sia un po' deboluccia, ma non avendo assistito alle performance delle grandi escluse, Viola Davis in primis, non posso fare confronti e mi limito a concludere dicendo che To Leslie è un film abbastanza "medio", di cui probabilmente mi dimenticherò nelle prossime settimane, e che si poteva scegliere una pellicola indipendente un po' più originale e coraggiosa per rappresentare la categoria agli Oscar. 


Di Andrea Riseborough (Leslie), Allison Janney (Nancy), Stephen Root (Dutch) e Owen Teague (James) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Morris è il regista della pellicola. Inglese, al suo primo lungometraggio, ha diretto episodi di serie come House of Cards, Preacher, Locke and Key e Better Call Saul. Anche produttore, ha 49 anni. 


Marc Maron interpreta Sweeney. Comico americano, ha partecipato a film come Sharknado 3: Attacco alla casa bianca e Joker; come doppiatore, ha lavorato in I Simpson. Anche sceneggiatore, produttore, compositore e regista, ha 60 anni.



martedì 1 marzo 2022

Macbeth (2021)

Gli Oscar si avvicinano a grandi passi e, per l'occasione, ho recuperato Macbeth (The Tragedy of Macbeth), diretto e sceneggiato dal regista Joel Coen a partire dalla tragedia omonima di William Shakespeare. Il film è candidato a tre premi Oscar: Denzel Washington miglior attore protagonista, miglior scenografia e miglior fotografia. 


Trama: Macbeth, nobile scozzese, viene avvicinato da tre streghe, che gli predicono un futuro come re di Scozia. Per raggiungere tale obiettivo, l'uomo non esita a macchiarsi del sangue di chi gli ostacola la strada...


Macbeth
è probabilmente la mia opera preferita di Shakespeare e credo di averla vista un po' in tutte le salse, quindi ero molto curiosa di capire come un Joel Coen per la prima volta in solitaria si sarebbe approcciato all'argomento. A livello di trama, per quanto sia stata un po' rimaneggiata, mi sarei aspettata un po' più di coraggio nell'adattamento e un po' più di nera ironia, anche perché i personaggi e il contesto si prestano parecchio, invece questo Macbeth non aggiunge praticamente nulla all'opera originale di Shakespeare e, se posso permettermi, i personaggi risultano quasi monodimensionali; chi dovesse avvicinarsi per la prima volta all'opera, me lo immagino come minimo perplesso davanti alla fregola di potere di Lady Macbeth e davanti all'arrendevolezza omicida di un uomo fedele al suo Re fino a pochissimi istanti prima, e anche la discesa nella follia di entrambi i personaggi mi è parsa trattata con freddezza, distacco e, ancor peggio, in modo un po' sbrigativo. A teatro, una cosa simile è comprensibile, d'altronde Macbeth è una tragedia molto breve, ma un'opera con un po' più di respiro cinematografico ha tutto il tempo (visto che ultimamente i film durano almeno due ore e mezza) di sviscerare maggiormente la relazione tra Macbeth e la moglie, la trasformazione del primo in sanguinoso e duro tiranno e della seconda in pulcino spaventato. Giova poco e confonde, a mio avviso, la promozione di un personaggio minore come Ross ad eminenza grigia e veicolo di tradimenti a non finire, impegnato a fare il doppio e triplo gioco per portare a casa non ho capito bene quale risultato, visto che la seconda profezia delle streghe riguarda sempre la progenie di Banquo, quindi a Ross che importa? Mah.


Trama a parte, il Macbeth di Joel Coen è un capolavoro visivo. Da amante dell'horror, sono rimasta semplicemente estasiata dalla resa delle Sorelle Fatali (interpretate da una sola persona, l'inquietantissima Kathryn Hunter), soprattutto nella splendida sequenza introduttiva in cui la figura di una singola strega si specchia in un'enorme pozza d'acqua rivelando il trio, e dall'ultima profezia offerta a Macbeth, dove misteriose illusioni acquatiche tornano ad essere protagoniste. La nitidissima fotografia in bianco e nero rende ancora più belle le scenografie meticolosamente ricostruite in studio, sottolineando ulteriormente la simmetria di alcune inquadrature e la natura sghemba, quasi espressionista, di altre, mentre il formato 4:3 è la perfetta cornice di una regia dal sapore antico e claustrofobico. Per quanto riguarda gli attori, in tutta sincerità non ne sono rimasta granché entusiasta. L'alchimia tra Denzel Washington e la McDormand è praticamente inesistente e, nonostante la loro interpretazione di un testo in inglese "antico" sia molto espressiva, al punto che chiunque potrebbe comprendere il senso delle frasi pur senza conoscere ogni singola parola, la piccola Queen Elizabeth che è in me ha rischiato di morire ogni volta che Denzellone apriva bocca per pronunciare la "parola di Shakespeare" con pesantissimo accento aMMeregano. Insomma, sicuramente bene, sia per gli amanti di Shakespeare che del cinema "artistico", ma non benissimo, e onestamente da uno dei Coen mi sarei aspettata molto di più.


Del regista e co-sceneggiatore Joel Coen ho già parlato QUI. Denzel Washington (Macbeth), Frances McDormand (Lady Macbeth), Brendan Gleeson (Duncan), Harry Melling (Malcom), Stephen Root (Porter), Sean Patrick Thomas (Monteith) e Ralph Ineson (Capitano) li trovate invece ai rispettivi link. 

Corey Hawkins interpreta Macduff. Americano, ha partecipato a film come Iron Man 3, BlacKkKlansman, Georgetown e a serie quali The Walking Dead. Anche produttore, ha 34 anni e un film in uscita.


Se lo stile di Macbeth vi è piaciuto, recuperate La passione di Giovanna d'Arco e il Macbeth di Orson Welles. ENJOY! 

venerdì 28 maggio 2021

The Empty Man (2020)

L'horror più sorprendente dell'anno è, al momento, The Empty Man, diretto e co-sceneggiato dal regista David Prior. Se avete voglia di leggere, vi spiego perché...


Trama: anni '80, Buthan. La vacanza di quattro ragazzi finisce malissimo dopo un macabro ritrovamento. Ai nostri giorni, l'ex detective James Lasombra riceve dalla vicina di casa la richiesta di rintracciare la figlia, scomparsa dopo avere lasciato in bagno una scritta inquietante: "The Empty Man made me do it", ed entra in contatto con un mistero dalla portata mondiale...


Tagliamo subito la testa al toro. Non ho scritto sopra che The Empty Man è il film horror più bello dell'anno, perché ha qualche difetto su cui tornerò più avanti, ma di sicuro è il più sorprendente ed interessante perché, fino all'ultimo, riesce a spiazzare qualunque spettatore, anche quello che ha visto miliardi di pellicole d'orrore e crede di saper prevedere dall'inizio alla fine quello che succederà. Purtroppo per questo genere di spettatori, The Empty Man è, letteralmente, tre film in uno: comincia come una specie di tesissimo survival horror a sfondo sovrannaturale, di quelli capaci di far agitare parecchio sulla poltrona, continua come una di quelle cretinate per adolescenti dove i personaggi scemi fanno cose stupide (nella fattispecie: invocare l'Empty Man del titolo) per poi morire malissimo, e a un certo punto cambia completamente faccia e abbandona le velleità teen per diventare un horror "noir" a base di complotti mondiali e stravolgimenti cosmici da cardiopalma, quelle cose Lovecraftiane che ti fanno pregare di non capire MAI cosa ci sia oltre il velo della realtà (spoiler: cose brutte, ovviamente). Abbandonarsi a queste tre anime è bellissimo, rende un horror di più di due ore scorrevole come se durasse la metà e mette in campo tanta di quella carne al fuoco che sarebbe meglio far passare qualche mese e poi riguardare The Empty Man col senno di poi, giusto per godersi quei quattro/cinque passaggi che magari non avevamo colto appieno ad una prima visione. In un'epoca di horror usa e getta, di film magari bellissimi ma comunque realizzati con due lire oppure "concentrati" sul nucleo della storia (giusto quelli di Ari Aster e La cura dal benessere vanno in controtendenza), un'opera come quella di David Prior, che si prende tutto il tempo di divagare, di giocare sulle atmosfere, di indulgere in dettagli magari insignificanti, è davvero una mosca bianca e per questo ancora più piacevole. 


Come ho detto sopra, certo, The Empty Man non è esente da difetti. David Prior a volte pare perdere un po' il filo della sceneggiatura imbastita, tanto che a rifletterci dopo la visione ci sono alcune cose che non tornano, soprattutto quando il film si inoltra nel territorio pericolosissimo del thriller sovrannaturale ambizioso, e onestamente non ho apprezzato granché la CGI sul finale, che fa a pugni con una realizzazione altrimenti splendida.  Prior è infatti un regista con la R maiuscola e, senza fretta alcuna, gira delle scene splendide e inserisce dei raccordi assai raffinati tra l'una e l'altra (la lunga introduzione è un capolavoro di suspance che sfrutta l'ambiente montano per mettere ancora più ansia, senza bisogno di jump scare, ma c'è una sequenza di puro delirio cosmico che mette i brividi al solo ricordo, e questo per fare un paio di esempi), sfruttando alla perfezione anche il sonoro e dei sussurri particolarmente fastidiosi, che si insinuano nel cervello facendolo prudere davvero. Anche il comparto attori non è male, a partire dal protagonista James Badge Dale, che ha quell'aria da detective "fincheriano", mentre la giovane Sasha Frolova, già vista in Kindred Spirits dove spiccava per le doti recitative in un film altrimenti dimenticabile, è una di quelle facce da tenere d'occhio. Lo stesso, ovviamente, vale per The Empty Man, un film a cui dovreste dare una chance, sia che siate appassionati di horror o che semplicemente abbiate voglia di guardare una pellicola intrigante, per una serata un po' diversa. 


Di James Badge Dale (James Lasombra), Marin Ireland (Nora Quail),  Aaron Poole (Paul), Stephen Root (Arthur Parsons) e Owen Teague (Duncan West) ho già parlato ai rispettivi link.

David Prior è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore, montatore, fotografo, attore, tecnico degli effetti speciali, compositore e scenografo. Ha 52 anni.


Sasha Frolova
interpreta Amanda Quail. Americana, ha partecipato a film come Kindred Spirits e Piccole donne. Ha 26 anni.


The Empty Man
è vagamente ispirato alla serie a fumetti omonima, scritta da Cullen Bunn e disegnata da Vanessa R. del Rey, mai pubblicata in Italia, direi. Se siete curiosi, recuperatela. ENJOY!

martedì 5 gennaio 2021

Zio Frank (2020)

Consigliata da Mr. Ink, sempre nelle benedette ferie natalizie sono riuscita a guardare Zio Frank (Uncle Frank), scritto e diretto del 2020 dal regista Alan Ball e disponibile su Amazon Prime Video.


Trama: dopo la morte del padre, Frank torna nella sua città natale assieme alla nipote Beth e al compagno Wally, per affrontare i traumi del passato...


Madonna, Alan Ball. Che belli i tempi in cui potevo permettermi di guardare il suo Six Feet Under senza problemi di tempo od orario, perdendomi nelle sue elucubrazioni sulla morte, ad amare e odiare personaggi sfaccettati come mai ne avevo visti in TV, tranne forse ne I Soprano prima di loro. Quando ho letto che Ball era il regista e sceneggiatore di Zio Frank, ho deciso di dare retta al consiglio di Mr. Ink, con sommo scorno del Bolluomo che si è palesemente rotto le scatole ma non ha avuto il coraggio di dirlo alla sua fidanzata in lacrime e presa dai problemi esistenziali di Frank, professore universitario newyorkese considerato lo "strano" della famiglia. D'altronde, in South Carolina, negli anni '70, già conoscere la letteratura americana o non mostrare interesse per il football sarà stato sicuramente indice di stranezza, e non stupisce che la giovane Beth sia incuriosita e affascinata da questo zio che fa il professore a New York e ha tagliato i ponti con quasi tutti. Arrivata a New York per studiare, Beth scopre che lo zio non è solo weird, ma anche queer nell'accezione più gaia del termine, proprio quando il patriarca della famiglia muore e c'è da andare ad uno scomodo funerale dove, sicuramente, il compagno di Frank non sarà ben accetto in quanto uomo e persino mediorientale. La morte dell'odioso "papà Mac" sarà l'occasione per un viaggio in macchina, durante il quale Beth arriverà a capire che lo zio Frank non è "figo", bensì un uomo molto fragile con un trauma orribile alle spalle, vittima dei fantasmi del passato e terrorizzato dagli spettri del presente al punto che il rapporto con Walid (o Wally) diventa ogni giorno una lotta per potersi concretizzare. Anzi, è la vita di Frank ad essere una lotta, schiacciata da un senso di colpa e una vergogna tenute a bada soltanto dalla distanza da una terra fatta di ignorante timore di Dio e padri padroni che meriterebbero non un funerale ma una bella pisciata collettiva sulle loro tombe.


Ormai sono passati molti anni da quando guardavo Six Feet Under, ma davanti a Zio Frank mi è parso per un momento di reimmergermi nelle stesse atmosfere che caratterizzavano le vicende della famiglia Fisher: la morte come catalizzatore di eventi positivi o negativi, una costante nella vita anche dei più giovani, un umorismo talvolta leggero e altre volte quasi grottesco, l'impossibilità di avere sentimenti univoci nei confronti dei protagonisti, soprattutto. Salvo Beth e Wally, entrambi incredibilmente deliziosi, gli altri personaggi non sono così "simpatici", Frank in primis, che sfoggia gli stessi "lampi" di virilità testarda ed ignorante che mi rendeva terribilmente odioso il povero David all'inizio della prima stagione di Six Feet Under, quello stesso egoismo che minaccia di distruggere tutto e di non renderlo migliore di chi ha speso l'esistenza a fargli del male. Certo, questi sono anche i  motivi per i quali ho trovato Uncle Frank leggermente frettoloso e conseguentemente meno incisivo di quanto avrei voluto, visto che uno stile come quello di Ball merita tempi più dilatati, ma ciò non toglie che gli attori siano tutti incredibilmente bravi (la Lillis è ormai una garanzia ma stavolta la palma va alla famiglia sgangherata di Frank) e che la regia di Ball contribuisca ad immergere lo spettatore in un'atmosfera di falsa sicurezza in cui i ricordi più dolci si tramutano in un istante in incubi ricorrenti, alla faccia della bellezza di tutti gli elementi naturali che paiono caratterizzare il South Carolina. Se vi piace il genere, consiglierei senza dubbio il recupero.


Di Paul Bettany (Frank), Sophia Lillis (Beth), Steve Zahn (Mike), Judy Greer (Kitty), Margo Martindale (Mammaw), Stephen Root (Papà Mac) e Lois Smith (Zia Butch) ho già parlato ai rispettivi link.

Alan Ball è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Niente velo per Jasira e serie quali Six Feet Under. Anche produttore e attore, ha 63 anni.


Peter Macdissi
interpreta Wally. Libanese, ha partecipato a film come Three Kings, Niente velo per Jasira e a serie quali X-Files, Six Feet Under e 24. Anche produttore, ha 46 anni.




venerdì 14 dicembre 2018

La ballata di Buster Scruggs (2018)

Nel catalogo di originali Netflix spesso ciofecosi ecco spuntare la magia dei Coen e del loro western ad episodi, La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs), diretto e sceneggiato proprio da Joel ed Ethan Coen.


Il film comincia con l'episodio titolare, The Ballad of Buster Scruggs, appunto. Tra tutti, l'ho trovato il segmento più divertente, un mix tra western, influenze campyssime di musica country, alcuni dei migliori episodi di Lucky Luke e ovviamente Fratello, dove sei? , film dei Coen che dovrei decidermi a riguardare e recensire. The Ballad of Buster Scruggs è un florilegio di musica e personaggi surreali che più caricati non si può, a partire dal protagonista, interpretato da uno spettacolare Tim Blake Nelson. Andando avanti ci sono episodi più elaborati e profondi ma come antipasto questo è perfetto perché mette subito nel mood giusto, introducendo il fil rouge delle storie narrate dai Coen, ovvero la casualità di un destino di morte che non guarda in faccia a nessuno, che si tratti di buoni, cattivi, intelligenti o stupidi.


Near Algodones è un episodio altrettanto esilarante e pregno di umorismo nero. In dieci minuti i Coen sono riusciti a fare quello che non è riuscito a MacFarlane nelle due ore del suo logorroico Un milione di modi per morire nel West, presentandoci una terra pericolosissima, zeppa di contraddizioni, dove nel giro di un momento la vittima diventa carnefice e il bandito diventa vittima e dove non bisogna sottovalutare nessuno, nemmeno i vecchietti ciarlieri. Il finale è decisamente poetico e malinconico e, per una volta, ho adorato la faccetta da ca**o di James Franco dall'inizio alla fine.


A proposito di triste e malinconico, ma anche grottesco, Meal Ticket è indubbiamente uno degli episodi che rischiano di rimanere maggiormente impressi nella mente dello spettatore e di spezzargli il cuore per la casualità con la quale la disperazione arriva a privare le persone di ogni residuo di umanità. In una terra dove la sopravvivenza e la povertà vanno a braccetto, dove il pericolo è sempre dietro l'angolo, essere indifesi è una condanna ed essere acculturati non serve a nulla; soprattutto, la disumanizzazione del protagonista tocca il cuore e fa male. Potrei dire anche che fa pensare, riflettere su un mondo odierno non tanto diverso dal West, dove lo sfoggio di cultura fine a se stesso si risolve in un tweet o in un post su Facebook di rapido consumo e altrettanto rapido disinteresse, ripetuto fino a privarsi del suo significato originale, ma servirebbe solo a  deprimersi ulteriormente.


Basato su un racconto di Jack London, All Gold Canyon è lo one man show di un Tom Waits strepitoso, un inno alla testardaggine e alla natura predatoria dell'uomo. In esso, seguiamo un cercatore d'oro che all'inizio viene connotato nel modo più negativo possibile, soprattutto se confrontato con la natura incontaminata che la sua sete d'oro arriva a disturbare: acque limpide sporcate di terra, animali costretti a fuggire, splendidi prati ridotti a un colabrodo, risorse rubate, ecco ciò che porta la febbre, la smania del Cercatore. Eppure, nella sua ricerca febbrile ci sono metodo e rispetto, un qualche codice d'onore che ad un certo punto, quando l'uomo è a un passo dal suo obiettivo, ce lo rendono molto più simpatico, ribaltando in un istante la percezione del protagonista. Un episodio girato benissimo, recitato alla perfezione, costruito come un cerchio perfetto ed incredibilmente profondo nella sua brutale semplicità.


The Girl Who Got Rattled (ispirato a un racconto di Stewart Edward White) è invece uno spaccato di quotidianità colonica con tutto quel che ne consegue. Probabilmente è il segmento più "complesso", dal momento che è reiterato nel tempo, si basa su eventi sottesi e prevede un'evoluzione costante dei personaggi principali, al punto che lo spettatore comincerebbe ad affezionarsi agli occhioni sgranati di Zoe Kazan (sempre bellissima) e al timido cowboy che arriva a farle la corte, sperando di poterli seguire nella loro futura vita da marito e moglie. Invece i Coen non sono minimamente interessati all'aspetto più soapoperistico dello slice of life western portato sullo schermo, anzi, ci tengono a ribadire come la quotidianità del west andava comunque a braccetto con terribili incognite e con la morte sempre a un passo; ignorare il pericolo trincerandosi dietro ingenuità ed ignoranza significa mettere con le spalle al muro se stessi e gli altri, diventare un peso insostenibile che rischia di scatenare tragedie ancora più grandi. E' la tipica natura clueless di buona parte dei personaggi Coeniani a venire celebrata (criticata?) qui, l'atteggiamento di chi non ha ben inquadrato la realtà in cui vive e si limita a stare ai margini combinando solo casini. Il che ci porta dritti all'ultimo segmento.


The Mortal Remains, le spoglie mortali. Il semplice viaggio di cinque persone all'interno di una carrozza? O forse il loro ultimo viaggio, quello definitivo? L'ambiguità è voluta ma come chiosa finale propenderei più per l'ultima opzione, anche per quella fotografia cupissima, virata sul grigio, e quelle scenografie inquietantemente posticce sul finale. Sta di fatto che l'episodio, benché in esso, di fatto, succeda poco o nulla, è uno dei miei preferiti perché è recitato benissimo, ha dei dialoghi che spaziano dall'incredibilmente witty al malinconico e permette a Brendan Gleeson di sfogare le sue doti canore con una tristissima ballata irlandese.


Riassumendo, La ballata di Buster Scruggs è un'antologia western che non perde un colpo che sia uno. Introdotta ed intervallata, come i vecchi film Disney, dalla ripresa di un libro a cui vengono sfogliate le pagine, sulle quali c'è scritto esattamente come iniziano e finiscono gli episodi, consente ai Coen di sfruttare diversi stili di regia e spaziare attraverso svariati registri narrativi che coinvolgono lo spettatore senza mai annoiarlo: si passa dal musical al western, dallo slice of life alla tragedia per arrivare a tinte da ghost story, il tutto interpretato, diretto, scritto e soprattutto musicato alla perfezione. Al momento, oserei dire che La ballata di Buster Scruggs è uno dei più bei film che potete trovare su Netflix e consiglierei il recupero non solo agli amanti dei Coen, che troveranno pane per i loro denti, ma anche a chi di solito non mastica western perché qui c'è da rimanere estasiati a prescindere dal genere.


Dei registi e co-sceneggiatori Joel e Ethan Coen ho già parlato QUI. Tim Blake Nelson (Buster Scruggs), Clancy Brown (Surly Joe), David Krumholtz (il francese), James Franco (Cowboy), Stephen Root (Teller), Ralph Ineson (Leader del branco), Liam Neeson (Impresario), Zoe Kazan (Alice Longabaugh) e Brendan Gleeson (L'irlandese) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Waits interpreta il Cercatore. Cantautore americano, ha partecipato a film come I ragazzi della 56sima strada, Rusty il selvaggio, La leggenda del re pescatore, Dracula di Bram Stoker, America oggi e ha lavorato come doppiatore in un episodio de I Simpson. Anche sceneggiatore, ha 69 anni e un film in uscita.


Harry Melling, che interpreta l'Artista nell'episodio Meat Ticket, era l'odioso Dudley Dursley nei film di Harry Potter. Detto questo, se La ballata di Buster Scruggs vi fosse piaciuta potete recuperare Il Grinta e Fratello, dove sei? ENJOY!

mercoledì 26 luglio 2017

Red State (2011)

A giugno la Midnight Factory ha fatto arrivare anche sul mercato home video italiano Red State, film diretto e sceneggiato nel lontano 2011 dal regista Kevin Smith.


Trama: tre ragazzi rispondono ad un annuncio di sesso on line e finiscono nelle grinfie del folle predicatore Abin Cooper, deciso a punirli per i loro peccati...



Erano anni che sentivo parlare molto bene dell'incursione nell'horror "serio" di Kevin Smith, regista ormai notoriamente bollito a furia di farsi gran cannoni/tirare rigoni (semicit.), e nonostante abbia aspettato sei anni per vederlo le mie aspettative erano a mille. D'altronde, Smith e la religione si sono sempre presi molto bene, come dimostrato dal pregevole Dogma, simpatica satira all'acqua di rose non capita dal 90% della popolazione credente e per questo ingiustamente osteggiata, quindi la presenza di un predicatore cattolico radicale, chiaramente ispirato a figure come Fred Phelps, mi faceva se non altro pensare a qualcosa di molto gustoso. Invece ammetto che, nonostante il claim Tarantiniano presente sulla copertina del bluray (pare che Quentin in persona lo abbia inserito tra pellicole più belle del 2011), Red State mi ha lasciata abbastanza fredda e mi è sembrato un lavoro riuscito a metà, rabberciato alla bell'e meglio da un regista e sceneggiatore che non sapeva bene dove andare a parare. L'inizio, per esempio, è quello tipico di un horror: tre ragazzi rispondono ad un annuncio on line sperando di trovarsi per le mani il primo foursome della loro vita e finiscono invece incaprettati, prede di una comune religiosa popolata da folli e guidata da un pazzo convinto che Dio odi tutti i peccatori e deciso quindi a punirli nel modo più violento possibile. Data questa premessa, avrei scommesso tutti i miei averi su una svolta improntata sul torture porn, invece a un certo punto subentrano i federali e il film si trasforma in un assedio dove nessun personaggio, nemmeno quelli che dovrebbero essere i "buoni", riescono ad accattivarsi le simpatie dello spettatore, rivelando la loro fondamentale natura violenta e crudele, tipicamente "umana" a sentire le parole finali di Joseph Keenan. Considerato che amo essere sorpresa, questo cambiamento di registro mi è anche sembrato un tocco di classe, il problema è che Smith non è propriamente in grado di girare film capaci di mantenere il necessario ritmo di un thriller, di un horror o di un action perché, di fondo, ciccio Kevin è un gran sbrodolone.


Definisco Kevin Smith "sbrodolone" perché è uno che, come il già citato Tarantino, ama un sacco il suono della sua voce e delle sue idee e conseguentemente adora infarcire i suoi film di dialoghi "oziosi". La cosa funziona bene in film come Clerks, In cerca di Amy, Generazione X, persino Dogma, ma in una pellicola come Red State bisognerebbe avere anche la capacità tarantiniana di scioccare il pubblico e tenerlo in scacco con splendide immagini di violenza non con la stasi di un povero John Goodman costretto a parlamentare e stare al telefono per delle ore o, ancor peggio, con l'utilizzo della camera a mano vomitilla. Michael Parks, unica vera punta di diamante del film nonché unico pregio indiscutibile, incanta con la sua voce, riempie d'orrore con le sue tirate di fuoco e sangue contro gli omosessuali, mette i brividi con la sua aria da bravo papà amato da una grande famiglia (di matti, ma comunque matti normali, capaci di condurre una vita persino noiosa, almeno finché non scelgono di imbracciare le armi per difendere il loro Credo distorto) ma la cosa finisce lì, persa in un mare di false partenze e tentennamenti che toccano l'apice nel finale loffissimo. Ecco, quel finale è una cosa che non perdono al grasso orgoglio di Smith perché capisco la mancanza di budget e la sboroneria ma bastava tenere ancora un po' il film in cantiere, ricorrere ad quello stesso crowdfunding che ha partorito un aborto come Tusk, e sarebbe uscita fuori un'Apocalisse capace di lasciare a bocca aperta qualsiasi spettatore, Bolluomo in primis che ci aveva quasi creduto. E invece, ennesima tirata di un John Goodman bravissimo ma costretto nei panni di un personaggio pavido, che non sa neppure lui che pesci prendere, ridotto a raccontare una storiaccia "moralista" degna del peggior Silent Bob e ad un trucco narrativo che a momenti non oserebbero utilizzare neppure in Fear the Walking Dead. Insomma, meglio di Tusk o Yoga Hosers (e ci mancherebbe altro...) ma comunque non benissimo, un triste presagio di quello che sarebbe diventato Kevin Smith nel giro di cinque o sei anni. O forse, una conferma di quello che è sempre stato ma eravamo troppo ciechi per vedere.


Del regista e sceneggiatore Kevin Smith, al quale appartiene anche la voce del carcerato che insulta Cooper sul finale, ho già parlato QUI. Kyle Gallner (Jarod), Stephen Root (Sceriffo Wynan), Kerry Bishé (Cheyenne), Melissa Leo (Sara), James Parks (Mordechai), Michael Parks (Abin Cooper), Jennifer Schwalbach Smith (Esther), John Goodman (Joseph Keenan) e Kevin Pollack (ASAC Brooks) li trovate invece ai rispettivi link.

Ralph Garman interpreta Caleb. Americano, ha partecipato a film come Ted, Un milione di modi per morire nel west, Tusk, Ted 2, Lavalantula, Yoga Hosers e a serie quali Streghe, NYPD, Dr. House e Bones; come doppiatore ha lavorato per le serie American Dad!, I Griffin, Celebrity Deathmatch, The Cleveland Show, Robot Chicken e per Lego Batman - Il film. Anche sceneggiatore e produttore, ha 53 anni e un film in uscita.


Patrick Fischler interpreta l'agente Hammond. Americano, ha partecipato a film come L'uomo ombra, Twister, Mulholland Drive, Ghost World, Ave Cesare! e a serie quali Jarod il camaleonte, NYPD, Nash Bridges, Streghe, Angel, CSI - Scena del crimine, ER Medici in prima linea, Tutto in famiglia, Monk, CSI: NY, CSI: Miami, La vita secondo Jim, Bones, Cold Case, Lost, Weeds, Criminal Minds, Grey's Anatomy, C'era una volta e Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 48 anni e due film in uscita.


L'edizione Blu-Ray della Midnight Factory purtroppo non presenta extra degni di nota (solo il trailer, mentre nell'edizione inglese ci sono dietro le quinte, podcast, scene eliminate, commento del regista ecc.) benché sia corredata dall'ottimo libretto esplicativo curato dalla redazione di Nocturno Cinema. Michael Angarano, che interpreta Travis (uno dei tre protagonisti) era Elliot, il figlio di Jack, nella serie Will & Grace mentre Marc Blucas, riconoscibile sotto l'elmetto del cecchino che si impietosisce davanti a Cheyenne, era Riley nella serie Buffy l'ammazzavampiri. Per il ruolo di Joseph Keenan Smith aveva pensato sia a Samuel L. Jackson che ad Alan Rickman ma quest'ultimo ha dovuto rinunciare perché impegnato nelle riprese di Harry Potter e i doni della morte. Nello script la scena dell'Apocalisse era presente ma Kevin Smith ha dovuto eliminarla per problemi di budget: dopo il confronto tra Cooper e Keenan, che nel film continua col racconto di quest'ultimo, teste e cuori di tutti i presenti, fedeli e poliziotti, avrebbero dovuto esplodere lasciando in vita solo Keenan, testimone della venuta di un angelo gigante (che avrebbe impalato Cooper con una spada fiammeggiante) e dei quattro cavalieri dell'Apocalisse. Detto questo, se Red State vi fosse piaciuto recuperate The Sacrament, The Wicker Man e The Conspiracy. ENJOY!

mercoledì 12 luglio 2017

Monkey Shines - Esperimento nel terrore (1988)

Siccome questa è la settimana delle scimmie, oggi si torna nei tanto amati anni '80, nella fattispecie al 1988, quando George Romero dirigeva e sceneggiava Monkey Shines - Esperimento nel terrore (Monkey Shines), partendo dal racconto omonimo di Michael Stewart.


Trama: rimasto paralizzato in un incidente stradale, Allan tenta il suicidio. L'amico scienziato Geoffrey decide quindi di fare addestrare Ella, una delle scimmiette del suo laboratorio, affinché l'animaletto gli tenga compagnia e soprattutto per poter continuare indisturbato i suoi esperimenti sull'intelligenza dei primati. Il legame tra Ella e Allan prende tuttavia una strana e pericolosa piega...



In quanto gibbonetto egli stesso, il Bolluomo alias Mirco ha una passione per i primati così ho biecamente scelto di sfruttare questo suo debole per invogliarlo alla visione di Monkey Shines. Ricordavo vagamente questo film dai tempi in cui passava spesso in televisione e, da bambina, mi capitava di guardarlo rimanendo ogni volta delusa perché speravo si trattasse invece di Link, horror inglese del 1986 un po' più violento e meno psicologico, avente per protagonista un orango invece di una scimmietta cappuccino. Presto o tardi parlerò anche di Link in quanto, se mi passate la battuta, la scimmia di riguardarlo mi è rimasta ma oggi è il caso di spendere due parole su questo strano "esperimento" di George Romero, probabilmente uno dei suoi film meno riusciti anche a causa delle pesanti ingerenze degli studios (non è un caso che, dopo Monkey Shines, il regista sia tornato al cinema indipendente). A distanza di trent'anni e anche visto con un'ottica più adulta, purtroppo Monkey Shines continua a non entusiasmarmi: troppo poco horror, troppo poco thriller, troppo televisivo e, soprattutto, troppo carina la scimmietta protagonista, un esserino tenerino che non fa paura neppure quando mostra i dentini col musetto arrabbiatusso. Alé, scrivo come una demente ma Ella è davvero deliziosa, al punto che viene spontaneo emettere gridolini estatici anche quando la bestiola compie le peggiori nefandezze e perdonarle tutto. D'altronde, qui la critica Romeriana non è rivolta all'animale, quanto all'uomo che cerca di sovvertire la natura per i suoi propositi, senza pensare che la Creazione, se provocata, sa reagire nei modi peggiori; ancora, nel film si parla di emozioni grezze e primordiali che neppure delle iniezioni di cellule cerebrali possono placare, anzi, al limite tra uomo e animale si viene a creare un legame empatico/psichico che cancella i confini tra le due nature con risultati devastanti... o meglio, avrebbero potuto essere devastanti ma la verità è che Monkey Shines si concentra molto sul melodramma, su diatribe tra dottori e scienziati dai metodi ugualmente detestabili e infine su improbabili storie d'amore che spezzano l'azione e annacquano la tensione claustrofobica che dovrebbe derivare dalle condizioni del protagonista, paralitico costretto a sottostare ai voleri di una creatura imprevedibile (tensione resa mille volte meglio da Rob Reiner con Misery non deve morire, per esempio).


La mancanza di ritmo è un po' la croce di questo Monkey Shines il quale, ridotto nel metraggio e magari privo del finale posticcio voluto dagli studios, avrebbe potuto assurgere al rango di cult, anche perché Romero inanella una crudeltà dietro l'altra, prendendo in giro lo spettatore e lo stesso protagonista con quella "giornata perfetta" girata all'inizio prima di gettargli addosso una sequela ininterrotta di sfighe assortite. A pensarci, l'unica cosa "vera" o, meglio, l'unico personaggio bello dentro e fuori è la dolce Melanie interpretata da Kate McNeil perché, per il resto, tutto ciò che circonda Allan dopo l'incidente mostra un'inquietante doppia natura, come a dire che la tragedia è riuscita a tirare fuori tutto il marcio di una vita apparentemente perfetta: amici ambigui e pericolosi, fidanzate fedifraghe, medici incompetenti, madri ossessive, infermiere psicopatiche e, ovviamente, un odio furibondo per tutto ciò che è toccato in sorte al protagonista, amplificato dalla natura selvaggia della piccola Ella. Purtroppo, tutto ciò viene portato sullo schermo da Romero con uno stile insolitamente piatto, quasi svogliato, che non impedisce al regista di confezionare un paio di scene interessanti e particolari (l'amplesso tra Allan e Melanie, allo stesso tempo naturale e "complicato", rimane più impresso dell'atroce e gratuito omaggio al chestburster di Alien) ma, in definitiva, passa e lascia davvero poco, sia in termini di inquietudine che di bellezza visiva. Probabilmente, alla fine della visione di Monkey Shines ricorderete con orrore soltanto un giovane Stanley Tucci particolarmente viscido e sarete colpiti dall'insana voglia di tenere in casa una scimmietta cappuccina, magari una capace di mettere su un po' di musica e abbracciarvi nei momenti di sconforto. Oppure di trovarvi un ragazzo/a gibbonetto, vedete un po' voi.


Del regista e co-sceneggiatore George Romero ho già parlato QUI. Stephen Root (Dean Burbage) e Stanley Tucci (Dr. John Wiseman) li trovate invece ai rispettivi link.

Jason Beghe interpreta Allan Mann. Americano, ha partecipato a film come Thelma & Louise, Soldato Jane, X-Files - Il film, Chiamata senza risposta, X-Men - L'inizio e a serie quali La signora in giallo, L'ispettore Tibbs, X-Files, Melrose Place, Dharma & Greg, CSI - Scena del crimine, CSI: NY, Numb3rs, Criminal Minds, Ghost Whisperer, Medium e soprattutto Chicago Med, Chicago Fire, Chicago Justice e Chicago P.D.. Ha 57 anni e un film in uscita.


John Pankow interpreta Geoffrey Fisher. Americano, ha partecipato a film come Miriam si sveglia a mezzanotte, Rambo 2 - La vendetta, Il segreto del mio successo, Miracolo sull'8a strada, Talk Radio e a serie quali Miami Vice, Innamorati pazzi e Ally McBeal. Ha 63 anni e due film in uscita.


Joyce Van Patten interpreta Dorothy Mann. Americana, ha partecipato a film come Appuntamento al buio, Io & Marley, Un weekend da bamboccioni, This Must Be the Place e a serie quali Ai confini della realtà, Perry Mason, Tre nipoti e un maggiordomo, Colombo, ... e vissero infelici per sempre, I Soprano e Desperate Housewives. Anche produttrice, ha 73 anni.


Se Monkey Shines - Esperimento nel terrore vi fosse piaciuto recuperate Link... io spero di farlo presto! ENJOY!

venerdì 26 maggio 2017

Scappa: Get Out (2017)

Col solito ritardo da bradipo ho finalmente visto anch'io l'horror sulla bocca di tutti, ovvero Scappa: Get Out, diretto e sceneggiato dal regista Jordan Peele. NO SPOILER, anche se probabilmente chiunque leggerà il post avrà già visto il film.


Trama: Chris, ragazzo di colore, viene invitato dalla fidanzata bianca a raggiungere i genitori di lei per il weekend. I due arriveranno nel bel mezzo di una riunione di famiglia e Chris comincerà a sentirsi sempre più a disagio ed inquieto, non solo per il colore della pelle...


Purtroppo anche questo post rischia di essere più breve del solito, nonostante Get Out mi sia piaciuto molto. Il motivo è presto detto: potete tranquillamente mandare al diavolo chiunque accenni anche solo vagamente a ciò che succede nel film perché il bello di guardarlo è proprio andare oltre a un trailer per una volta fatto bene, che spinge lo spettatore a farsi un'idea abbastanza diversa dell'opera prima di Jordan Peele. Premesso che le persone mediamente scafate in ambito horror/thriller possono riuscire ad anticipare il twist più grande dopo dieci minuti di pellicola, ci sono tanti piccoli risvolti che, anche dopo la rivelazione principale, riescono a sorprendere in positivo mandando a ramengo tutti i cliché del genere e, soprattutto, c'è tutto ciò che viene prima e che rende Get Out non solo un ottimo thriller psicologico ma in particolare un'ottima riflessione sull'America d'oggi. Quell'America per cui Black Lives Matter ma intanto si vota Trump e dove le tensioni razziali non sono mai scomparse del tutto, nemmeno dopo conquiste civili di importanza capitale. Indovina chi viene a cena? è stato girato nel 1967 eppure la premessa di Get Out è la stessa, dopo 50 anni di civiltà "moderna": una ragazza bianca deve presentare ai suoi genitori il fidanzato nero, del quale non ha mai parlato in famiglia. All'ingenuità di lei si accompagnano le giuste perplessità di lui, costretto ad entrare nella tana del lupo praticamente nudo ed indifeso in uno Stato (a occhio e croce direi l'Alabama) non particolarmente famoso per la tolleranza, dove le case di stile colonico abbondano e i ricconi bianchi spopolano, costringendo la polizia a guardare con sospetto qualunque Fratello Nero si aggiri nei dintorni dei praticelli ordinati del quartiere. I genitori di Rose però sono la quintessenza del liberal, il papà di lei "se potesse voterebbe Obama per la terza volta", hanno un paio di domestici di colore tenuti solo perché "lavoravano già per i nonni, siamo così affezionati, in pratica sono di famiglia", quindi tutto a posto, no? Non proprio. Il disagio di Chris, prima ancora che dal risvolto thriller, nasce inevitabilmente dal dover confrontarsi con persone che non lo trattano con diffidente razzismo ma, e forse è peggio, si rapportano con lui come fosse una piacevole novità, un tocco esotico di cui vantarsi con gli amici, una persona su cui misurare il metro della propria apertura mentale per sentirsi superiori, alzando quindi una barriera originata non già dall'odio ma dalla convinzione di "fare del bene" accettando il diverso e facendolo sentire, di conseguenza, ANCORA più diverso, nemmeno fosse una specie protetta. Insomma, lo spettatore viene messo fin da subito nella condizione di empatizzare con Chris e con la sensazione di "estraneità" da lui provata appena messo piede nella dimora degli Armitage senza ricorrere ad elementi palesemente "sbagliati" (quelli arrivano dopo, a rafforzare il generale clima di inquietudine), esempio di perfetta scrittura che rende ciò che segue ancora più scioccante.


Basta, altro sulla trama non dirò ma avrete capito che Get Out è un thriller-horror psicologico perfettamente radicato nell'attualità e per questo ancora più efficace (non a caso lo scrittore e regista è un comico di colore quindi chi meglio di lui potrebbe avere il polso della situazione senza cadere in scomodi cliché?). Ovviamente, non di sole "sensazioni" vive l'appassionato di horror, ci mancherebbe. Get Out mette la pelle d'oca con pochissimi jump scare ben piazzati, la giusta quantità di splatter e un paio di inquietanti sequenze quasi oniriche capaci di comprimere il petto dello spettatore e spingerlo subito a voler bene ad un "novellino" che, invece di tentare la facile via del mockumentary/found footage o dell'omaggio dichiarato allo slasher anni '80, punta tutto sui primissimi piani, sulle suggestioni degli ambienti naturali e artificiali, su immagini simboliche di immediata comprensione e su inquadrature attente ai dettagli e alla composizione della sequenza. Altro punto a favore della pellicola sono le bellissime musiche di Michael Abels, tra le quali spicca l'evocativa Sikiliza Kwa Wahenga (probabilmente una delle melodie più belle utilizzate per introdurre un horror recente), molte delle quali imperniate sul tema principale del film e zeppe di consigli per il povero Chris. Anche il cast è validissimo, sia per quel che riguarda il protagonista Daniel Kaluuya, con quegli occhioni da cervo abbagliato dai fari che terrorizzano più di qualunque altra cosa, che per gli attori che lo circondano: Caleb Landry Jones nei panni del figlio minore è fin troppo caricato mentre Katherine Keener e Bradley Whitford sono favolosi nella loro inquietante normalità di bianchi della upper class... ma attenzione perché, se devo dare retta ai commenti dei ragazzetti in sala, l'idolo indiscusso delle folle e il personaggio che più rimarrà impresso dopo la visione è la terrificante Georgina di Betty Gabriel, causa degli epiteti più esilaranti uditi in sala. Le aspettative sono state dunque ripagate e indubbiamente Get Out si candida per essere uno dei cinque horror da piazzare nella classifica di fine anno, sia per l'intelligenza che per la bella realizzazione e, diamine, sono persino riuscita a scrivere un post di lunghezza standard senza fare spoiler, quindi tanta roba. Speriamo che Jordan Peele continui a bazzicare nel campo dell'horror, c'è bisogno di comici seri come lui!


Di Catherine Keener (Missy Armitage), Bradley Whitford (Dean Armitage) e Caleb Landry Jones (Jeremy Armitage) ho già parlato ai rispettivi link.

Jordan Peele è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa. Comico americano, è anche attore e produttore e ha 38 anni.


Daniel Kaluuya interpreta Chris Washington. Inglese, ha partecipato a film come I segreti della mente, Johnny English - La rinascita, Kick-Ass 2 e a serie quali Doctor Who e Black Mirror. Anche sceneggiatore, ha 28 anni e due film in uscita tra cui Black Panther.


Marcus Henderson interpreta Walter. Americano, ha partecipato a film come Django Unchained, Whiplash e Il drago invisibile. Ha tre film in uscita tra cui Insidious: Chapter 4.


Lakeith Stanfield interpreta Andrew Logan King. Americano, ha partecipato a film come Anarchia - La notte del giudizio, Selma - La strada per la libertà e Snowden. Anche produttore, ha 26 anni e cinque film in uscita tra cui il live action di Death Note, dove interpreterà L.


Stephen Root interpreta Jim Hudson. Americano, ha partecipato a film come Mr. Crocodile Dundee II, Monkey Shines - Esperimento nel terrore, Black Rain - Pioggia sporca, Ghost - Fantasma, Buffy - L'ammazza vampiri, Robocop 3, Pandora's Clock - La terra è in pericolo, L'uomo bicentenario, Fratello dove sei?, Ladykillers, Palle al balzo - Dodgeball, Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie, Non è un paese per vecchi, L'uomo che fissa le capre, J. Edgar, Bad Milo!, The Lone Ranger, Selma - La strada per la libertà, L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo e a serie come Pappa e ciccia, Quell'uragano di papà, Blossom, L'ispettore Tibbs, Cinque in famiglia, Seinfeld, Malcom, La vita secondo Jim, CSI - Scena del crimine, 24 e The Big Bang Theory; come doppiatore ha inoltre lavorato nelle serie Johnny Bravo, Kim Possible, American Dad!, The Cleveland Show, Phineas and Ferb, Adventure Time e nei film L'era glaciale, Alla ricerca di Nemo, L'era glaciale 2 - Il disgelo e Alla ricerca di Dory. Ha 66 anni e due film in uscita.


Eddie Murphy avrebbe dovuto interpretare Chris ma alla fine, giustamente, Jordan Peele ha deciso che l'attore era troppo vecchio per la parte. Il finale originale di Get Out prevedeva SPOOOOOILERRRRR l'arresto di Chris da parte della polizia (come avevo immaginato dall'inquadratura e dal sorriso di Rose) ma il regista ha scelto di dare al pubblico un happy ending. FINE SPOILER Se Get Out vi fosse piaciuto recuperate La fabbrica delle mogli, The Wicker Man, Terrore dallo spazio profondo, Society e La notte dei morti viventi. ENJOY!

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