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domenica 6 gennaio 2019

Il ritorno di Mary Poppins (2018)

Prima di Natale sono andata a vedere Il ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Rob Marshall e tratto dai romanzi di P. L. Travers.


Trama: Nel pieno della crisi economica, Mary Poppins torna ad aiutare i piccoli Banks, ormai cresciuti, e i tre figli di Michael, rimasti orfani di madre.



Chi mi conosce sa che Mary Poppins non è mai stato il mio film Disney preferito ma trattasi comunque di caposaldo della Casa del Topo; inevitabile, quindi, correre al cinema a vedere quello che è, a tutti gli effetti, un sequel del film del 1964. Abbiamo, infatti, gli stessi protagonisti, solo cresciuti o invecchiati (salvo la sempre "perfetta sotto ogni punto di vista" Mary Poppins), oppure qualche passaggio di testimone, come quello tra lo spazzacamino Bert ormai in giro per il mondo e l'acciarino Jack; abbiamo persino la stessa identica struttura, cosa che fa de Il ritorno di Mary Poppins non solo un sequel ma anche un remake aggiornato. Chi conosce un minimo Mary Poppins, infatti, ha di che sorridere. La trama è fondamentalmente la stessa fin dal 1964, con la tata volante che arriva a salvare non tanto i piccoli Banks, quanto piuttosto il padre, un Michael che sembra avere dimenticato l'infanzia passata assieme a Mary ed è diventato disilluso e cupo come il suo genitore. Ciò, ovviamente, si ripercuote sui tre figli, addolorati quanto lui per la scomparsa dell'amata mamma e costretti a crescere come un bambino non dovrebbe mai fare, con l'aggravante di aver per genitore un ex artista svanito che, a furia di dimenticarsi le cose, è persino riuscito a non pagare le ultime tre rate di un prestito chiesto alla banca e a farsi pignorare casa. A Mary Poppins, apparentemente, questa situazione familiare terrificante pare non importare e tutto ciò che fa assieme ai piccoli Banks sembra campato in aria mentre in realtà quello intrapreso dalla tata è un ragionato percorso di crescita e risoluzione di tutti i problemi affettivi ed economici che affliggono la sfortunata famiglia. C'è da dire che, rispetto al passato, il carisma distribuito all'interno della famiglia Banks si è trasferito dai genitori ai figli: tanto erano clueless e dimenticabili i pargoli di George Banks (per contro dotato di una classe e di un fascino tutto british capace di rivaleggiare con quelli di Mary Poppins) tanto i figli di Michael sono carini e intraprendenti, mentre il papà fa la figura del tonno che non si sa bene come sia capitato nella storia e lo stesso vale per la sorella Jane, fotocopia sputata della mamma, un terribile mix di impegno sociale e leziosità.


Si diceva, per l'appunto, di come la struttura del film del 1964 sia stata rispettata, anche troppo. Come nel Mary Poppins originale, anche qui abbiamo un paio di scorribande oniriche di cui una a cartoni animati (splendida perché, tra l'altro, oltre a non ricorrere all'animazione digitale ripropone per un buon 50% il character design dei cartoni del vecchio film, mentre il resto degli animaletti somigliano molto a quelli di Zootropolis) e l'altra, molto meno riuscita, subacquea; c'è la visita ad un parente matto di Mary Poppins, nella fattispecie una folle Meryl Streep con l'accento russo; c'è il balletto degli acciarini laddove in Mary Poppins c'era quello degli spazzacamini, accompagnato da una canzone che, imperniata com'è sul rhyming slang cockney (anche se pare sia stato creato un leery speak apposta per il film), sarebbe forse meglio ascoltata in originale; c'è, infine, il conflitto con la rigida realtà di banche ed avvocati, per non parlare di tutti i piccoli e grandi omaggi a Mary Poppins, tra citazioni e graditi ritorni (sapete che Dick Van Dyke sa ancora ballare? E quant'è bella la Lansbury, che all'epoca era stata "scalzata" da Julie Andrews?). Insomma, una cosa certa de Il ritorno di Mary Poppins è che non tradisce lo spirito dell'originale e non "rovina infanzie" a nessuno perché credo di non avere mai visto nulla di così rispettoso, anzi. Un pregio del film di Marshall è la sua capacità di rinfrescare il materiale di partenza soprattutto a livello visivo, giacché le coreografie, le scenografie e soprattutto i costumi di Sandy Powell sono spettacolari (quelli all'interno della sequenza animata sono fatti in modo tale da sembrare disegnati. E non mi sembrava un effetto speciale quanto proprio un particolare pattern della stoffa), e di non far rimpiangere un'icona come Julie Andrews grazie ad una Emily Blunt spocchiosa ma delicata ed adorabile quanto l'originale. Purtroppo, Lin-Manuel Miranda non è degno di lucidar le scarpe a Van Dyke, così come Ben Whishaw sta a David Tomlinson come Muccino sta a Kubrick, e le canzoni non sono nulla di particolarmente memorabile ma lo stesso Il ritorno di Mary Poppins è stata una visione assai gradita e perfetta per le festività natalizie. Tranquilli, fedeli fan Disney, ché le bestemmie vere arriveranno con Dumbo, Aladdin e Il re leone!


Del regista e co-sceneggiatore Rob Marshall ho già parlato QUI. Emily Blunt (Mary Poppins), Ben Whishaw (Michael Banks), Emily Mortimer (Jane Banks), Julie Walters (Ellen), Meryl Streep (Cugina Topsy), Colin Firth (Wilkins/Lupo), Dick Van Dyke (Mr. Dawes Jr), Angela Lansbury (Signora dei palloncini), David Warner (Ammiraglio Boom) e Chris O'Dowd (voce di Shamus il cocchiere) li trovate invece ai rispettivi link.

Mark Addy è la voce originale del cavallo Clyde. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, I Flintstones in Viva Rock Vegas, Il giro del mondo in 80 giorni e a serie quali Il trono di spade e Doctor Who. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Julie Andrews ha rifiutato il ruolo di Signora dei palloncini onde evitare di rubare la scena ad Emily Blunt ma nel film compare però Karen Dotrice, la Jane Banks originale, qui nei panni di una "signora elegante". Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto recuperate Mary Poppins e Pomi d'ottone e manici di scopa. ENJOY!


mercoledì 12 settembre 2018

Mamma Mia! Ci risiamo (2018)

Approfittando di una cena alla quale "non siamo state invitate" (true story), io e la mia amica Izzy abbiamo deciso di concederci una serata tra carampane a base di aperitivo e Mamma Mia! Ci risiamo (Mamma Mia! Here We Go Again), diretto e co-sceneggiato dal regista Ol Parker.


Trama: Sophie decide di onorare il desiderio della madre e di rinnovare e riaprire l'Hotel Bella Donna. Frustrata dalle difficoltà che precedono il giorno dell'inaugurazione, Sophie ripensa al passato della madre, Donna, e alle strane circostanze del suo concepimento.


E' troppo facile parlare male di Mamma Mia! Ci risiamo. Si potrebbe tranquillamente dire che è una commercialata, che è una banale scusa per infilare in un film tutte le canzoni che erano rimaste fuori da Mamma Mia!, che ha una trama basata sul nulla, che ha un doppiaggio italiano fastidiosissimo, che Andy Garcia sembra uscito dritto dalla pubblicità dell'Amaro Averna perché in fondo per gli americani (e anche per gli svedesi), Italia, Grecia e Spagna si somigliano tutte, che Meryl Streep ci avrà anche visto lungo ma comunque dalla cassa è passata lo stesso e che Dominic Cooper senza barba e in versione sentimentale non si può guardare né sentire, non dopo essersi sparati tre stagioni dell'adorabile Preacher. Si possono dire tutte queste cose e anche di più, è vero, e quasi sicuramente la mia ottima predisposizione d'animo sarà stata alimentata dai due bicchieri di Traminer scolati poco prima della visione del film, ma non mi vergogno a dire che Mamma Mia! Ci risiamo è la pellicola più genuinamente divertente, sfacciatamente trash ed entusiasmante vista quest'anno. E sì, agli autori è piaciuto vincere facilissimo, ché non ci vuole davvero nulla a conquistare il pubblico già predisposto piazzando a tradimento la riproposta di canzoni come Mamma Mia!, Dancing Queen e Super Trouper, aggiungendo roba "nuova" come Waterloo, I Have a Dream e un altro brano che non vi sto a spoilerare perché, per me, lì si è toccato decisamente l'apice del tripudio ma, diciamoci la verità: in quanti, dopo Mamma Mia!, si sono comunque affezionati a Donna, Sophie e a tutta la brigata di amiche, amanti e mariti? Per carità, non era il mio desiderio impellente conoscere il destino dei protagonisti di un film basato sulle canzoni degli ABBA, ma rivederli tutti sullo schermo mi ha fatto un immenso piacere. Non tanto per Sophie, in effetti. Anzi, il "litigio" tra Sophie e Sky è uno degli elementi più deboli del film, a me interessava rivedere la splendida Tanya, la tenera Rosie, i meravigliosi Harry e Bill, insomma tornare a divertirmi con quei personaggi secondari in grado di rubare la scena ai protagonisti, e non sono stata delusa in questo... anche perché, a un certo punto, arriva Cher. E lì non ce n'è più per nessuno.


Ai vecchi protagonisti tanto amati si affiancano le loro versioni più giovani, anche perché buona parte del film viene girato come un flashback che intervalla la narrazione del presente con scampoli di passato remoto. Il pubblico arriva quindi a scoprire come mai Donna fosse così incerta sulla paternità di Sophie e anche a capire come mai, tra tutti, alla fine Donna avesse scelto proprio Sam, oggetto di un intenso quanto improbabile amore... durato una settimana. C'è da dire che con gli altri due c'è stata una botta e via, quindi obiettivamente le probabilità che fosse Sam il vero padre di Sophie sono alte ma, insomma, non si sa mai. Il tuffo nel passato di Mamma Mia! Ci risiamo riserva ovviamente un paio di altre sorprese divertenti per i fan del musical e si amalgama senza troppi problemi con quello che veniva raccontato nel film precedente ma c'è comunque un piccolo problemino, ovvero gli attori. Se, infatti, Lily James è carinissima e dotata del carisma necessario per farsi carico dei vari numeri musicali, i tre baldi giovani scelti per interpretare Sam, Harry e Bill sembrano tutti uguali salvo il colore dei capelli e tutti dotati dell'espressività di tre bietoloni, per quanto sul fisico nulla da dire. Nonostante questo, tra i quattro si viene a creare un ottimo affiatamento che rende i numeri musicali assai gradevoli, benché magari non tutti all'altezza di quelli di Mamma Mia!, che ricordo più scatenati e "complessi", in qualche modo, soprattutto nelle coreografie. C'è di che gioire comunque anche in questo Mamma Mia! Ci risiamo, soprattutto verso il finale, e in generale mi è sembrato che tutti i coinvolti si siano divertiti molto, cosa che sicuramente giova all'umore dello spettatore che non può che rimanere travolto da tanta allegria ed entusiasmo. Sarà che in questo periodo avevo bisogno di divertirmi ma non posso che consigliarvi di recuperare questo film e prepararvi a cantare a squarciagola anche quando tornerete a casa!


Di Amanda Seyfried (Sophie), Andy Garcia (Señor Cienfuegos), Lily James (Donna da giovane), Dominic Cooper (Sky), Julie Walters (Rosie), Christine Baranski (Tanya), Pierce Brosnan (Sam), Colin Firth (Harry), Stellan Skarsgård (Bill/Kurt), Cher (Ruby Sheridan) e Meryl Streep (Donna) ho già parlato ai rispettivi link.

Ol Parker (vero nome, Oliver Parker) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come Imagine Me & You. Anche produttore, ha 49 anni.


Björn Ulvaeus e Benny Andersson, ex membri degli ABBA, compaiono rispettivamente come professore del college (quando cantano When I Kissed the Teacher) e pianista durante la canzone Waterloo. Per concludere, Cher aveva rifiutato il ruolo di Tanya nel primo film e ha scelto personalmente Andy Garcia per il ruolo di Cienfuegos. Se Mamma Mia! Ci risiamo vi fosse piaciuto consiglio il recupero del "capostipite", Mamma Mia!. ENJOY!

mercoledì 17 maggio 2017

Paddington (2014)

Le feste sono state anche l’occasione per dare una chance al palinsesto televisivo che di solito snobbo ma che, sotto le luci natalizie e capodannesche, si riempie di film per bambini non solo Disney. Complice anche il ricordo di recensioni positive, una sera di dicembre mi sono quindi ritrovata a guardare Paddington, diretto nel 2014 dal regista Paul King e tratto dai libri per ragazzi scritti da Michael Bond.


Trama: un orsetto originario del Peru viaggia fino a Londra e viene ospitato da una famiglia di umani, i Brown, che lo battezzano Paddington e promettono di aiutarlo a trovare l’esploratore che tanti anni prima aveva stretto amicizia con i suoi zii.



Sono troppo vecchia per queste st… dai, avete capito. Alla fine di Paddington, circondata da madre, padre e gatta addormentati sul divano, ho fatto mie le parole di papà Bolla, il quale ha aperto gli occhi giusto per dire “Ma mia cu l’ea propriu inna belinata, eh.” mentre mamma annuiva senza osare proferire favella per paura di deludermi. A meno che non abbiate cinque/sei anni, la storia di un orsetto del Peru che viaggia fino a Londra a mo’ di orfanello/profugo e si piazza nella stazione di Paddington con un cartellino al collo che recita “Prendetevi cura di lui” è qualcosa di talmente mieloso che difficilmente riuscirete ad arrivare alla fine (io ci sono riuscita ma per non soccombere alla melassa ora ho la tessera della Lega in una mano e un santino di Salveenee nell’altra, fatevi due conti), soprattutto se non sarete in grado di sorvolare sui soliti cliché “mamma matta, babbo burbero, sorella adolescente ribelle, fratello che vuol tanto bene al papà ma non viene capito incontrano essere pasticcione che gli devasta casa ma insegna loro il significato della parola aMMore (che è poi lo stesso canovaccio base del 90% degli horror che guardo, solo che al posto dell’orsetto ric…tenerino, ci sono spettri/maniaci/mostri più o meno truculenti)”. Ma anche sorvolando su questo sterotipo e provando a guardare Paddington sorseggiando una tazza di ottimo the inglese, tocca sorbirsi la parte “action” della pellicola, incentrata su una povera pazza che non ha nulla di meglio da fare se non riempire il museo di animali impagliati a causa di un trauma infantile, mentre uno dei tanti Dottori televisivi cerca inutilmente di concupirla. Certo, Paddington è un’istituzione britannica e la pellicola è rivolta ad un pubblico di bambini, l’orsettino è tanto carino e sicuramente se leggessi i libri illustrati mi convertirei alla causa di Michael Bond cominciando a riempirmi la casa di peluche con cappellini rossi e giacchine blu ma stavolta la magia, almeno a livello di storia e coinvolgimento emotivo, non ha attecchito.


Va un po’ meglio, e per fortuna, il comparto tecnico, altrimenti credo che i poveri genitori costretti a vedere questa robetta si sarebbero impiccati per la disperazione. Paddington e i suoi zii sono degli orsotti molto carini e, pur parlando il linguaggio umano, sono stati realizzati con pochissime concessioni ad un design antropomorfo, al punto da sembrare degli orsi veri. Anche le scenografie sono molto belle e si accompagnano a scelte di regia intelligenti che un po’ intristiscono visto la pochezza della storia alla quale sono state messe al servizio. La casa dei Brown è a dir poco spettacolare, con il muro dipinto con rami di fiori di ciliegio e le stanze da letto che rispecchiano la personalità del membro della famiglia che le abita, ma anche la bottega dell’antiquario e la sede degli esploratori sono spettacolari, soprattutto quest’ultima e il sistema di posta pneumatico che la caratterizza. Allo stesso modo, è simpatica la scelta di raccontare il prologo della storia con uno stile che richiama i filmini degli anni ’40 oppure quella di mostrare l’intera casa sezionata in modo da consentire al pubblico di vedere cosa accade in ciascuna stanza contemporaneamente alle altre. Per quanto riguarda il reparto attori, invece, l’appassionato di cinema e serie TV rischia di esclamare “No, Maria, io esco!”. Peter Capaldi tanto quanto se la cava, portando a casa un ruolo idiota con un tale ed autoironico aplomb scozzese da meritargli il ruolo di Lord, i membri della famiglia Brown sono accettabili nel loro essere stereotipi da film per bambini e forse anche Julie Walters, per quanto irriconoscibile, con un paio di whiskey in corpo potrebbe risultare simpatica ma Nicole Kidman e Jim Broadbent? No, dai. La Kidman è costretta in un personaggio talmente imbarazzante che penso l’abbia portata a quel livello solo la scarsità di ingaggi dovuta agli interventi estetici sbagliati, mentre il povero Broadbent è semplicemente sprecato, buttato lì a caso perché forse mancava un attore inglese da dare in pasto al pubblico, chissà. Insomma, un diludendo sotto tutti i punti di vista. Che brutto invecchiare!


Di Imelda Staunton (voce originale di zia Lucy), Michael Gambon (voce di zio Pastuzo), Ben Whishaw (voce di Paddington), Hugh Bonneville (Henry Brown), Julie Walters (Mrs Bird), Nicole Kidman (Millicent), Peter Capaldi (Mr Curry) e Jim Broadbent (Mr Gruber) ho parlato ai rispettivi link.

Paul King è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto episodi della serie The Mighty Boosh. Anche attore, ha 39 anni e un film in uscita, Paddington 2.


Colin Firth avrebbe dovuto doppiare Paddington ma, secondo il regista, l'orsetto non poteva avere la voce di un "bell'uomo di mezza età dotato della voce più bella del mondo" quindi lo ha sostituito con Ben Whishaw. Emma Thompson, che viene ringraziata nei titoli di coda, ha invece supervisionato lo script, "limandolo" per quanto possibile. L'anno prossimo dovrebbe uscire Paddington 2, con lo stesso cast, ma è già previsto anche un Paddington 3 e, se non doveste averne abbastanza di orsetti, sappiate che esistono anche tre serie animate dedicate al personaggio. Nell'attesa, potete sempre guardare Il GGG - Il grande gigante gentile. ENJOY!

mercoledì 16 marzo 2016

Brooklyn (2015)

Nel periodo Oscar ero riuscita anche a guardare Brooklyn, diretto nel 2015 dal regista John Crowley e tratto dall'omonimo romanzo di Colm Tóibín, rimaneggiato per l'occasione da Nick Hornby. La mia lentezza è proverbiale e ormai è passato quasi un mese quindi spero di ricordare ancora qualcosa di questo film che, peraltro, esce domani in Italia.


Trama: La giovane Eilis viene mandata in America dalla sorella maggiore a causa delle scarse possibilità lavorative del paesino irlandese dove entrambe sono nate e cresciute. Arrivata a Brooklyn Eilis si sente ovviamente oppressa dal terrore di una terra sconosciuta e dalla nostalgia ma a poco a poco comincia ad accettare la sua nuova vita...


Mi sembra di avere già scritto qualche volta sul blog che le storie ambientate nell'epoca in cui l'America era la meta principale dei migranti di tutto il mondo mi affascinano molto, soprattutto quelle concentrare sulle comunità italiane o irlandesi. Negli ultimi anni l'argomento l'ho sentito ancora più vicino perché mi è capitato di essere "migrante" durante il periodo passato in Australia e se, in effetti, io ero partita con l'intenzione di non fermarmi, sono tuttavia arrivata a capire bene quello che prova chi parte con la morte nel cuore, consapevole di dover lasciare parenti, famiglia ed amici perché la propria terra natia non ha nulla da offrire, ed arriva in una terra enorme, sconosciuta, dove tutti tranne te sembrano avere in pugno il proprio futuro e sanno benissimo cosa fare e dove andare. In questo senso il personaggio di Eilis è scritto benissimo; l'irlandesina non è una ragazza che spicca per particolari doti di bellezza, bravura o intelligenza, bensì una persona semplice ed umile, quindi lo spettatore è spinto naturalmente ad empatizzare con lei e mettersi nei suoi panni, accompagnandola nella sua lotta quotidiana per capire l'America, cercare di non farsi esplodere il cuore per la nostalgia di casa e, soprattutto, crearsi una propria vita nella sua nuova patria diventando una persona indipendente e "nuova", non la copia della sorella maggiore che tutti vorrebbero che fosse. Che non è così facile ed immediato, ve lo assicuro, tant'è vero che a me non è successo e alla fine dei nove mesi non vedevo l'ora di tornare in Italia e ritrovare quei legami affettivi e familiari che non ero riuscita a costruirmi in Australia. Anzi, sono così legata al suolo patrio, per quanto riconosca come l'Italia ormai faccia schifo e ai suoi abitanti non offra altro che una disperata rassegnazione, che penso di essere l'unica in tutto il pianeta a non aver apprezzato il finale di Brooklyn, convinta com'ero che Eilis si sarebbe riconciliata con le sue radici e avrebbe mandato al diavolo l'America, il glamour, il fidanzato wog e tutto il cucuzzaro. Qui però la colpa forse è anche un po' degli attori, eh.


Il problema di Brooklyn, se così si può chiamare, è che Saoirse Ronan eclissa tutti gli altri interpreti (Julie Walters a parte), soprattutto quella sorta di totano che le hanno appioppato come fidanzato italoamericano, tant'è che la reticenza della povera Eilis ad intraprendere questo legame diventa talmente condivisibile che ogni concessione a Tony pare quasi una forzatura, soprattutto se a un certo punto arriva quel gran pezzo di figliolo roscio di Domhnall Gleeson (sempre più bello, mannaggia a lui!) a candidarsi come possibile compagno di vita alternativo. La Ronan invece è uno splendore ed evolve mano a mano che la pellicola passa attraverso le sue tre fasi, un cambiamento che si evince non solo dal look sempre più cool e ricercato ma anche e soprattutto dall'atteggiamento, dallo sguardo, dal tono di voce. Col graduale mutamento del personaggio di Eilis cambiano anche la fotografia e il modo in cui il regista utilizza la macchina da presa, dividendo così il film in tre "segmenti" abbastanza distinti: quando Eilis lascia l'Irlanda per andare in America le inquadrature sono "strette", focalizzate su pochi personaggi che sembrano quasi soffocare all'interno dello schermo e la fotografia è ovviamente virata sui toni del verde, mentre dal momento in cui la protagonista si stabilisce a Brooklyn le inquadrature diventano più ampie, i colori più carichi e cambiano ancora, diventando in qualche modo più irreali, nel momento in cui Eilis torna in Irlanda. A fronte della grande cura profusa nella realizzazione del film e dell'abbondanza di fazzoletti che ho sprecato durante la visione, devo comunque avvertirvi che Brooklyn non è un film particolarmente dinamico oppure originale, anzi. Ad essere sinceri, se non ci fossero stati la Ronan e questi gradevoli virtuosismi a livello di fotografia e costumi, probabilmente la pellicola mi sarebbe risultata poco superiore rispetto ad una qualsiasi fiction banalotta, soprattutto a livello di sceneggiatura, quindi andatelo a vedere consapevoli di quello che vi aspetterà e se non amate questo genere di storie che mescolano sentimenti e "storia" americana all'acqua di rose stategli alla larga!


Di Saoirse Ronan (Eilis), Jim Broadbent (Padre Flood), Julie Walters (Mrs. Kehog) e Domhnall Gleeson (Jim Farrell) ho già parlato ai rispettivi link.

John Crowley è il regista della pellicola. Irlandese, ha diretto film come Intermission, Boy A ed episodi della seconda stagione della serie True Detective. Ha 47 anni.


Il film ha richiesto anni prima di venire realizzato e nel frattempo Saoirse Ronan, che anni fa avrebbe perso la parte di Eilis a favore di Rooney Mara perché troppo giovane, ha raggiunto l'età giusta per interpretare il personaggio. La BBC invece, visto il successo del film, ha deciso di produrne uno spin-off televisivo interamente incentrato su Mrs. Kehog e il suo stuolo di garrule inquiline, progetto questo che prevederebbe anche il ritorno di Julie Walters nei panni della schietta signora. Nell'attesa, se Brooklyn vi fosse piaciuto consiglio la visione di Le ceneri di Angela. ENJOY!

giovedì 13 settembre 2012

Ribelle - The Brave (2012)

Tra i vari film che aspettavo con parecchia trepidazione per l’anno cinematografico appena iniziato c’era il nuovo film della Pixar, Ribelle – The Brave (Brave), diretto dai registi Mark Andrews, Brenda Chapman e Steve Purcell.


Trama: Merida è una principessa molto poco convenzionale, insofferente alle rigide regole dettate dalla madre. Nel tentativo di cambiare il suo destino, però, la ragazza combina un pasticcio difficile da risolvere…


Vi siete mai chiesti perché, il 90% delle volte, nei cartoni animati dedicati alle principesse le regine madri sono morte, lontane, vittime di incantesimi o altro? Se ve lo siete chiesti ma non siete mai riusciti a capire il perché, Brave (lo so, sono spocchiosa, ma il titolo italiano non mi piace, ok?) vi offrirà la risposta su un piatto d’argento: perché sono delle grandissime, pignolissime, precisinissime e perfettissime rompicoglioni in grado di scoraggiare e zittire anche il più prode e grebano dei guerrieri. Come dite, sto recensendo un film per bambini quindi sarebbe meglio usare un linguaggio appropriato? Avete ragione, ma in questo caso la definizione è calzante, perché la pellicola è interamente incentrata sul conflitto tra madre e figlia, tra dovere e desiderio, tra una strada già tracciata e la libertà, che porta ad una giusta riflessione sul destino, sull’equilibrio e, soprattutto, sulla capacità di ascoltare gli altri per cercare di evitare i danni causati da testardaggine ed egoismo. Come avrete capito quindi, pur con questo spunto a suo modo “originale”, se mi passate il termine, Brave risulta così il più disneyano, classico e, per estensione, semplice dei film della Pixar, cosa che ha fatto storcere il naso a molti ma non a me, bambina cresciuta, nostalgica e ormai stufa delle variazioni parodistiche e “adulte” sul tema. Intendiamoci, la storia della rossa principessa non rimarrà nei miei annali personali, molto probabilmente tra una settimana o due me la sarò già dimenticata, ma per il tempo passato in sala è stata un valido intrattenimento che mi ha fatta ridere (un casino), emozionare e commuovere (sì, sul finale, per quanto telefonato).


Lungi da me rivelare alcunché sulla trama, il cui sviluppo, colpi di scena compresi, pur rimanendo celato nei trailer è comunque facilmente intuibile dal momento esatto in cui una disperata Merida fugge nel bosco, pertanto mi concentrerò sulla realizzazione di Brave. L’animazione, innanzitutto, è ineccepibile. Impossibile non venire attirati dai rossi, meravigliosi capelli della protagonista, dalla bellezza quasi mozzafiato dei paesaggi naturali ricreati dalle mani capaci degli animatori, dall’incredibile realismo degli orsi adulti o dai giochi di luce ed ombra all’interno del castello. Anche il character design dei personaggi è molto bello: gli animatori si sono particolarmente sbizzarriti con i pretendenti alla mano di Merida, un trio di esseri a dir poco inguardabili (uno di loro sembra il Trota, giuro!!) accompagnati da degni e ancor più improponibili padri, fulcro delle sequenze più esilaranti dell’intera pellicola assieme al trio di demoniaci fratellini della rossa principessa e alla strega “intagliatrice”. Per finire, tolta la gnegnosissima canzonetta cantata dalla nostrana Noemi, anche la colonna sonora è uno spettacolo, perché richiama un paio di generi che adoro, come la musica celtica e quella d’ispirazione medievale. L’unico difetto tecnico di Brave è che tutta questa mirabilia animata è purtroppo incupita da un 3D più inutile del solito, che forse aumenta un po’ la profondità dell’insieme ma, per il resto, è davvero poca roba. Vi consiglio quindi di guardare l’ultimo lavoro Pixar in una “banale” sala priva di questa tecnologia e di non lasciarvi scoraggiare dalle recensioni negative, soprattutto se avete dei bimbi, perché Brave merita sicuramente una visione e soprattutto perché….


… beh, perché prima del film proiettano il meraviglioso corto La luna di Enrico Casarosa. Non vi anticiperò nulla di nulla su questo piccolo, delizioso e poetico capolavoro di animazione, perché dovete rimanere come sono rimasta io: a bocca aperta, con la lacrima nell’occhio come Ranatan, emozionata come una bimba piccola e con un incredibile desiderio di trovarmi catapultata per magia su quella splendida luna animata. Anzi, a pensarci bene La luna vale da solo il prezzo del biglietto e, non me ne vogliano gli estimatori del carinissimo Brave, è nettamente superiore al film che precede.


Di Kelly MacDonald (voce originale di Merida), Billy Connolly (voce originale di Fergus), Emma Thompson (voce originale di Elinor), Julie Walters (voce originale della Strega, doppiata in italiano dalla grandissima Anna Mazzamauro), Robbie Coltrane (Lord Dingwall, doppiato in italiano da Giobbe Covatta) ho già parlato nei rispettivi link.

Mark Andrews è uno dei registi e sceneggiatori della pellicola. Al suo primo film come regista, ha diretto precedentemente tre corti animati. Americano, è anche designer e animatore.


Brenda Chapman è una dei registi e sceneggiatori della pellicola. Americana, ha diretto anche Il principe d’Egitto. E’ anche animatrice e produttrice.


Steve Purcell è coregista e cosceneggiatore della pellicola, nonché voce originale del Corvo, alla sua prima esperienza come regista. Americano, anche fumettista e animatore, ha 51 anni.


Kevin McKidd presta la voce in originale a Lord McGuffin (doppiato in italiano da Shel Shapiro) e al figlio. Ve lo ricordate lo sfortunato Tommy di Trainspotting? Eccolo qui, bello cresciuto e reduce dall’aver partecipato a film come The Acid House, Ideus Kinky – Un treno per Marrakech, Dog Soldiers, Hannibal Lecter – Le origini del male e a serie come Grey’s Anatomy. Scozzese, anche regista, ha 39 anni e un film in uscita.


Craig Ferguson presta la voce in originale a Lord Macintosh (doppiato in italiano da Enzo Iacchetti). Scozzese, ha partecipato a film come Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi e doppiato serie come Freakazoid!, Hercules, The Angry Beavers, American Dad! e Futurama. Anche sceneggiatore, compositore, produttore e regista, ha 50 anni e un film in uscita.


Rimanendo in ambito “doppiaggio originale”, Reese Witherspoon avrebbe dovuto prestare la voce a Merida, ma è stata costretta a rinunciare per altri impegni, mentre lo strano modo di parlare del figlio di McGuffin è semplicemente il dialetto usato nel nord della Scozia, il Doric. E ciò mi fa venire parecchia voglia di vedere il film in lingua originale. Ah, rimanete fino alla fine dei titoli di coda, così saprete se l’ordine fatto da Merida alla strega è arrivato! Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di Mulan. ENJOY!

domenica 27 novembre 2011

I predatori del Bollalmanacco perduto: Mamma mia! (2008)

E recuperiamo oggi... Mamma Mia! Con tanto di foto e video, guarda un po'... errori od Orrori di grammatica/sintassi/ortografia/distrazione compresi! Vi faccio notare anche come la povera Amanda Seyfried, che nel film interpreta la figlia di Meryl Streep, non venisse neppure nominata... ma d'altronde, all'epoca, era praticamente all'inizio della carriera e non la conoscevo! Un paio di post su di lei comunque li trovate qui.


Anche se il tempo è poco, mi ritroverò a scrivere sul mio santo Bollalmanacco, perché alla fine ho promesso a IlRanocchio che lo avrei fatto.. e poiché almeno qui sono padrona di mettere quello che voglio, ecco che mi ritroverò a parlare del Musical dell’anno: Mamma Mia! di Phyllida Lloyd, tratto dall’omonimo show di Broadway basato sulle canzoni degli ABBA.


Chi frequenta da tempo il Bollalmanacco secondo me storcerà il naso, scioccato, ma credetemi, gente, poche cose sono più trash e divertenti di questo film, e diciamo che il trash e il ridicolo (volontari o meno) sono un po’ il fil rouge di questo blog. La trama è semplice: In un’isoletta greca si sta per festeggiare il matrimonio di Sophie, una ragazza che vive sola con la madre Donna, la quale gestisce un albergo sull’orlo del fallimento. E il padre, vi chiederete? Il padre non c’è, o meglio potrebbero essercene tre, quindi la futura sposa decide di invitare segretamente tutti e tre gli ex della mamma per scoprire, finalmente, la verità. Con tutte le conseguenze del caso.


Allora, un avvertimento: il film inizia malissimo, come uno di quegli orrendi DVD di Barbie. La ragazzina canterina sul balcone spedisce le tre lettere in un trionfo di glitter e melensaggine. Quando si incontra con le due amichette, sembra di assistere all’incontro tra Barbie, Skipper e Theresa alle Hawaii: urletti, mossette, filastrocche e nomignoli. Se resisterete alla tentazione di alzarvi e andarvene inveendo contro il mondo intero, allora vi troverete davanti un Musical fatto di splendide canzoni, cantanti bravissimi, momenti esilaranti e commoventi, attori strepitosi e un finale che è la gioia di ogni cultore del Trash. Imperdibili soprattutto Dancing Queen e Does Your Mother Know?, oltre che la splendida The Winner Takes It All, che mostra tutta la bravura della vecchia Meryl.


La Streep è streepitosa e anche un po’ streeppona, canta da dio ed è assolutamente perfetta per il personaggio di Donna. L’altra sorpresa del film è Pierce Brosnan che, nonostante l’evidente sforzo che lo porta ad accartocciarsi ad ogni canzone, sfoggia uno charme e una voce alla David Bowie veramente inaspettati. I costumi sono un trionfo, i numeri musicali ovviamente strepitosi e ben coreografati, anche grazie al cast di supporto che è decisamente azzeccato. L’unica cosa che mi ha fatto storcere un po’ il naso è l’utilizzo degli autoctoni greci come una sorta di “Coro” antico composto da macchiette, emblema del maledetto senso di superiorità Americano. Prima il Capitano Corelli e il suo dannato mandolino, ora questo.. almeno non utilizzano più gli italiani, noi siamo stati eletti a “raffinati” e stilosi mafiosi. Mah.

Phyllida Lloyd è alla seconda opera cinematografica, ed è una delle più apprezzate registe teatrali inglesi. Ha 51 anni.


Meryl Streep, che interpreta Donna, è uno dei mostri sacri del cinema americano, impegnato ma anche frivolo, tendenza che ha dimostrato di apprezzare soprattutto negli ultimi anni. Tra i suoi film più belli ricordo il cacciatore, Manhattan, Kramer contro Kramer, La scelta di Sophie ( per questi due film ha vinto l’Oscar), She Devil – Lei, il diavolo, La morte ti fa bella, La casa degli spiriti, The Hours, Angels in America (forse la più bella miniserie televisiva che sia mai stata concepita), Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi, Radio America, Il Diavolo veste Prada. Ha persino dato la voce alla figlia del Reverendo Lovejoy in un episodio dei Simpson. Ha 59 anni e tre film in uscita.


Pierce Brosnan interpreta Sam, uno dei tre presunti padri. Famoso per aver interpretato il personaggio di James Bond dal 1995 con Goldeneye, fino al 2002 con Die Another Day e aver raccolto per primo l’eredità di Sean Connery. Ha partecipato, tra gli altri, a Il Tagliaerbe, Mrs. Doubtfire, Mars Attaks!, Dante’s Peak. Ha 55 anni e 3 film in uscita.


Colin Firth interpreta il secondo presunto papà. L’attore inglese ha interpretato film come il paziente inglese, Shakespeare in Love e un horror intitolato Genova. Perché lo nomino? Innanzitutto per il titolo, anche se non l’ho mai visto.. e poi perché due mie grandissime amiche hanno recitato come comparse, in mezzo a una marea di altri studenti, proprio in questo film! Ha 48 anni e 3 film in uscita.


Julie Walters interpreta Rosie, una delle vecchie amiche di Donna, il Lupo Solitario del gruppo. L’attrice inglese è famosa per aver interpretato l’insegnante di ballo di Billy Eliott e soprattutto la Signora Weasley nella serie Harry Potter e ha partecipato anche all’esilarante Calendar Girls. Ha 58 anni e due film in uscita.


Christine Baranski interpreta Tanya, la fatalona reduce da mille matrimoni e altrettanti lifting. L’attrice newyorchese ha partecipato a film come Nove settimane e mezzo, La Famiglia Addams 2 (interpreta la maledettissima Becky Martin-Granger ), Piume di struzzo, Cruel Intentions, Il Grinch. Ha partecipato anche a Una famiglia del terzo tipo, serie che mi manca tantissimo, e come doppiatrice a un episodio di American Dad! Ha 56 anni.


Stellan Skarsgard interpreta Bill, il terzo papà, il più avventuroso. L’attore svedese ha partecipato a The Kingdom II, Ronin, Dancer in The Dark, L’Esorcista – La genesi ed è stato il padre di Orlando Bloom nella serie Pirati dei Caraibi. Ha 57 anni e 3 film in uscita.


E per finire all'insegna del trash... Dancing Queen cantata dagli ABBA in abiti ottocenteschi!!! Enjoy!!!

martedì 30 novembre 2010

Harry Potter e i Doni della Morte - parte 1 (2010)

E’ cominciata qualche giorno fa, almeno per me, la lunga attesa che si protrarrà fino a giugno/luglio 2011, periodo in cui uscirà la seconda e ultima parte di Harry Potter e i Doni della Morte (Harry Potter and the Deathly Hallows), diretto da David Yates. Se il buongiorno si vede dal mattino posso ben sperare, visto che finora questo è il film della saga che mi è piaciuto di più, anche se ovviamente il libro è molto superiore.

Harry Potter and the Deathly Hallows Part I Poster 1

Trama: dopo la morte di Silente il mondo della magia è nel caos. Mentre Voldemort prende il potere, sia in Inghilterra che a Hogwarts, Harry, Ron ed Hermione partono alla ricerca degli Horcrux, oggetti incantati nei quali Colui che non deve essere nominato ha nascosto pezzi della sua anima. Il compito, ovviamente, è molto meno facile di quanto si aspettassero…

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Dopo anni passati a vedere gli splendidi libri della Rowling sacrificati in due ore e passa di film, penalizzati da tagli, approssimazioni, buchi e quant’altro, finalmente all’ultimo romanzo viene dato il trattamento che merita e si è deciso di dividerlo in due film parecchio lunghetti e pregni di indizi, rimandi ai precedenti, momenti di approfondimento e quant’altro. Per chi, come me, rasenta il fascismo quando si tratta di adattamenti cinematografici, una cosa simile è una manna dal cielo, ma nonostante questo, credetemi, avrò qualcosa per cui lamentarmi, più o meno verso la fine del post. Per ora, parliamo delle (molte) cose positive: innanzitutto, complimenti agli sceneggiatori, al regista, agli scenografi e ai costumisti perché questo Harry Potter e i Doni della Morte è curatissimo soprattutto nei dettagli. Nonostante manchino gli ambienti grandiosi e fantastici tipici dei film precedenti, come la Gringott o Hogwarts, il senso di meraviglia viene mantenuto vivo innanzitutto dagli spettacolari paesaggi che vengono utilizzati come sfondo per i vari spostamenti del trio durante la ricerca degli Horcrux, dai pochi ma degnissimi inseguimenti e scontri a base di incantesimi, dalle stilosissime mise che indossano i protagonisti e, soprattutto, dai piccoli gesti che, più di qualsiasi dialogo, mostrano allo spettatore i legami di amicizia o amore che legano i vari personaggi: commovente l’inizio con Hermione che cancella sé stessa dalla mente dei genitori, da vera wakka wakka il gesto di Ginny che, a schiena nuda, chiede a Harry di tirarle su la zip dell’abito, stupendo il faccione rapito di Ron che contempla Hermione impegnata ad insegnargli a suonare Fur Elise al pianoforte, molto carina la scena in cui Harry cerca di tirare su il morale ad Hermione facendola ballare (anche se il tutto risulta un barbatrucco per trarre in inganno gli sprovveduti che, non avendo letto i libri, potevano pensare ad una liaison tra i due…); ma quello che ho amato di più, oltre al bellissimo cartone animato che racconta la storia dei Doni della Morte (esemplare, quasi più bello dello stesso film e con un impatto grafico che mi ricordava tantissimo le Totentanzen e, per estensione, Il settimo sigillo), è come il regime di Voldemort influenzi il ministero, che si trasforma in una fabbrica di pamphlet anti-babbani in perfetto stile stalinista pattugliata da camicie nere e decorata da statue che rappresentano Babbani schiacciati dalla potenza dei maghi.

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Nonostante questa quasi perfezione, però, ho provato uno strano senso di “fretta”, di mancanza di sentimento (il che è paradossale, visto quello che ho scritto prima). Gli sceneggiatori, molto intelligentemente, hanno gettato qualche spiegazione che rammentasse gli eventi passati, hanno snellito qualche punto che nel libro era troppo lungo e ripetitivo e hanno ovviamente eliminato parecchi utilizzi della Pozione Polisucco, che ci avrebbero fatto assistere ad un film praticamente privo degli attori principali, però a tratti mi è sembrato di trovarmi davanti un film a microepisodi il cui unico scopo è esaurirsi puntando al finale necessariamente sospeso. Un’altra cosa che mi ha fatta storcere il naso è l’assoluta assenza di un elemento fondamentale come il Mantello dell’Invisibilità e che, nonostante l’abbondanza di episodi particolarmente significativi dal punto di vista “psicologico”, ci si sia dimenticati di far recuperare ad Harry l’occhio di Moody, incastonato nella porta dell’ufficio della Umbridge, e soprattutto che non si sia fatta menzione della foto strappata nella camera di Sirius; questo mi fa temere che nel secondo episodio si sorvolerà parecchio sulla vita di Piton, il che mi fa notevolmente irritare. Cerchiamo di non pensarci, e di apprezzare quello che abbiamo. Per fortuna gli attori sono tutti in gran forma (tutti tranne il solito Daniel Radcliffe che, nei panni di Harry, ormai è proprio arrivato alla frutta: l’unico momento in cui è realmente credibile, paradossalmente, è quando interpreta qualcun altro!!) nonostante debba lamentarmi del fatto che Piton e, soprattutto, Lucius, si vedano poco e che Helena Bonham Carter sia leggermente sottotono rispetto ai film precedenti. Tra l’altro ho adorato l’attore che, per una decina di minuti, sostituisce Radcliffe nelle scene ambientate al ministero: duro come un bacco ma con un’espressività esilarante! Molto bella anche la vena horror che, fin dall’inizio, percorre il film (pare che per evitare ulteriori divieti la scena della tortura di Hermione sia stata pesantemente tagliata), ma perdonate se alla fine, di fronte alla morte del pupazzo CG più mollo che la storia ricordi, non è riuscita a scendermi nemmeno una lacrima. Insomma, alla fine, do al film la sufficienza piena con un paio di virgole confidando che facciano ancora meglio nell’ultimo capitolo.

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"Lucius... mi NECESSITA la bacchetta...." GENIALE XD



Ho già parlato, e più volte, sia del regista David Yates che di quasi tutti gli attori che recitano in questo film, quindi metterò il loro nome linkabile, in caso voleste saperne di più: Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley), Emma Watson (Hermione Granger), Alan Rickman (Severus Piton), Helena Bonham Carter (Bellatrix Lestrange), Bill Nighy (Il ministro della magia Rufus Scrimgeour), Julie Walters (Molly Weasley), Timothy Spall (Codaliscia), Brendan Gleeson (Malocchio Moody) e per finire John Hurt (il fabbricante di bacchette, Olivander).

Jason Isaacs interpreta *sbava copiosamente* Lucius Malfoy. Attore inglese che la Bolla apprezza particolarmente per la beltade che lo caratterizza, lo ricordo in film come Dragonheart, Armageddon, Resident Evil, Lo Smoking, Harry Potter e la camera dei segreti, Peter Pan, Harry Potter e il Calice di fuoco, Grindhouse e Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Ha 47 anni e quattro film in uscita tra cui, ovviamente, la seconda parte de I doni della Morte.

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Ralph Fiennes interpreta nientemeno che Voldemort. Attore inglese tra i più bravi, più volte nominato per l’Oscar, fratello del meno famoso Joseph Fiennes (quello che ha fatto Shakespeare in Love, per intenderci…), lo ricordo per film come Schindler’s List, Strange Days, Il paziente inglese, The Avengers – Agenti speciali, Spider, Red Dragon, Harry Potter e il Calice di fuoco e Harry Potter e l’Ordine della Fenice, e per aver prestato la voce ne Il principe d’Egitto e Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro. Ha 48 anni e tre film in uscita, tra cui la seconda parte de I doni della Morte.

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Robbie Coltrane interpreta Hagrid. L’attore scozzese ha partecipato a tutti i film della serie Harry Potter, e tra le sue altre pellicole ricordo Flash Gordon, la versione tv di Alice nel paese delle meraviglie, From Hell – La vera storia di Jack lo squartatore, Van Helsing e Ocean’s Twelve. Ha 60 anni e due film in uscita.   

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Rhys Ifans è la new entry del film ed interpreta Xenophilius Lovegood, il papà di Luna. Attore gallese, ha recitato in Twin Town, Notting Hill, The Shipping News – Ombre dal passato, Hannibal Lecter – Le origini del male, Elizabeth: The Golden Age e il geniale I Love Radio Rock. Ha 42 anni e cinque film in uscita, tra cui il reboot di Spiderman (GIA?????) dove interpreterà, probabilmente, Lizard, e una versione televisiva di Peter Pan dove vestirà il ruolo di Capitan Uncino.

Rhys-Ifans

E ora, un paio di curiosità. Quasi all’inizio del film vengono introdotti due personaggi che sarebbero dovuti spuntare già nei film precedenti, ed uno di questi è Bill Weasley che, guarda caso, è interpretato da Domnhall Gleeson, figlio di quel Brendan Gleeson che incarna degnamente lo sfortunato Malocchio Moody. Pare, inoltre, che sia Shyamalan che Guillermo del Toro si fossero offerti di dirigere il film. Peccato che il secondo sia stato lasciato fuori, ma se il maledetto Sciabadà avesse anche solo sfiorato la cinepresa credo gli avrei amputato le mani. E ora vi lascio con il trailer che unisce i due film... vi dico la verità, non vedo l'ora che esca l'ultimo!! ENJOY!

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