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mercoledì 3 settembre 2025

Hallow Road (2025)

Nella sfera social horror che conta, la settimana scorsa si è fatto un gran parlare di Hallow Road, diretto dal regista Babak Anvari, quindi ho deciso di recuperarlo il prima possibile.


Trama: Maddie e Frank ricevono una telefonata dalla figlia, rimasta coinvolta in un incidente. I due partono in macchina per andare ad aiutarla, ma cominciano a succedere cose strane...


Hallow Road
è uno di quei film che, forse, non sarebbero da definire horror tout court. La maggior parte degli spettatori, infatti, potrebbero lamentarsi perché, nel corso del film, "non succede nulla", non si vede niente di spaventoso, non ci sono scene splatter né jump scares. Eppure, Hallow Road, per quanto mi riguarda, E' un horror, perché è interamente giocato su atmosfere più che angoscianti e sfrutta il non visto per spalancare un abisso di terrificanti possibilità interamente immaginate o, ancor peggio, ragionate a seguito della visione. Purtroppo, per chi apprezza solo le opere chiare dall'inizio alla fine, Hallow Road non offre risposte né soluzioni, ed ha un finale definitivo ma aperto, che non spiega, di preciso, cosa sia successo ad Alice durante la fatidica notte raccontata nel film. Hallow Road si apre con una lenta carrellata su un sottobosco notturno, che si conclude con l'immagine di una scarpa da ginnastica insanguinata, dopodiché presenta un'altra lenta carrellata, questa volta di una sala da pranzo in cui una cena è stata lasciata a metà e durante la quale si è rotto un bicchiere. E' passato del tempo dalla cena, perché Maddie e Frank, i padroni di casa, dormono entrambi e vengono prima svegliati dall'allarme antincendio scattato senza apparente motivo e, poi, costretti ad uscire dalla telefonata della figlia Alice, che comunica di avere avuto un incidente. La trama del film, scritta da William Gillies, verte interamente sul dialogo telefonico tra Alice e i suoi genitori, e l'unica cosa certa, per lo spettatore, è ciò che accade all'interno della macchina, durante il viaggio verso Hallow Road; ciò che invece accade nel luogo in cui si trova Alice, che noi non vediamo mai, è affidato interamente alle parole di una narratrice inaffidabile (giovane, preda dello shock, probabilmente alterata da sostanze stupefacenti) e agli inevitabili limiti del mezzo telefonico, tra linee che cadono e utenti irraggiungibili, atti a creare ancora più buchi all'interno di una storia di cui non è facilissimo rimettere insieme i pezzi. A un certo punto, poi, subentrano eventi inspiegabili a scombinare ancor più le carte, e l'orrore, che prima faceva affidamento sul montaggio e sulla bravura degli interpreti, diventa un incubo sonoro, fatto di violenti suoni scricchiolanti, da fare accapponare la pelle, e voci misteriose ma stranamente familiari.


Ricamare ulteriormente sulla trama di Hallow Road sarebbe un po' un delitto ma, oltre all'inquietudine legata alla comprensione di ciò che è accaduto ad Alice, c'è anche l'angoscia di vedere due esseri umani che, messi in condizioni di profondo stress, vomitano tutto ciò che li tormenta, nascosto a loro stessi e alla famiglia, mostrandosi nudi di fronte a verità dolorose e rendendosi conto, tragicamente, che il male, troppo spesso, ce lo attiriamo addosso con i nostri silenzi, la testardaggine e la diffidenza. In questo, Hallow Road non funzionerebbe senza l'incredibile bravura dei due attori principali. Rosamund Pike si riconferma un'attrice impressionante, un mostro di controllo che, a poco a poco, si sgretola rivelando una fragilità tristemente umana; Matthew Rhys le tiene testa nei panni di un uomo buono, ma disabituato al vedere andare all'aria i suoi progetti, pronto ad arrivare a conseguenze estreme pur di non deviare dal percorso stabilito per sé o per gli altri. Ai due grandissimi attori è consentito brillare grazie alla sinergia tra il regista Babak Anvari e il montaggio di Laura Jennings, la quale scandisce alla perfezione il ritmo della vicenda con tantissimi, importanti stacchi in grado di rendere incredibilmente vario quello che, potenzialmente, avrebbe rischiato di essere un noioso film ridotto ad un singolo ambiente, per di più buio. Invece, regia e montaggio catturano l'interesse dello spettatore alimentandone l'ansia (la sequenza della rianimazione cardiopolmonare è magistrale, spinge proprio a seguire le istruzioni di Maddie, muovendosi a ritmo con le sue mani esperte), dirigendo lo sguardo verso dettagli inquietanti, creando un importantissimo legame con una persona che non vediamo mai se non in foto, e per quanto mi riguarda questo è grande cinema. Ho un paio di teorie sul finale e, in generale, sull'intera vicenda, ma se volete ne parliamo nei commenti. Intanto, vi consiglio di recuperare appena possibile questo film (lo trovate a noleggio su tutte le piattaforme di streaming legale), tenendo in conto però che vi aspetta una serata all'insegna dell'ansia!


Del regista Babak Anvari ho già parlato QUI. Rosamund Pike (Maddie/voce della signora gentile) e Matthew Rhys (Frank/voce dell'uomo gentile) li trovate invece ai rispettivi link.



martedì 2 aprile 2024

Saltburn (2023)

Con la mia solita, bradipesca lentezza ho recuperato il film che a Natale era sulla bocca di tutti, ovvero Saltburn, diretto e sceneggiato nel 2023 dalla regista Emerald Fennell.


Trama: Oliver è una matricola che fatica ad integrarsi ad Oxford in virtù del suo aspetto dimesso e delle sue origini umili. Nonostante ciò, riesce comunque a fare amicizia con Felix, ricco ragazzo da cui è affascinato, e a passare l'estate nell'enorme tenuta della sua famiglia. Ma non è tutto oro quello che luccica...


Saltburn è uno di quei film che, grazie al passaparola, è diventato conosciuto (almeno di fama) persino tra chi non bazzica il cinema, anche perché le iperboli si sono sprecate: chi ha parlato di capolavoro assoluto, chi di assoluta porcata, con entrambe le fazioni impegnate a darsi addosso nei vari gruppi Facebook. Pomo della discordia, in particolare, sono state le scene "disturbanti" che hanno scioccato più di uno spettatore, col risultato di bollare Saltburn come un abominio perverso o, viceversa, come un'opera geniale che sbatte in faccia ai benpensanti/puritani/beghini un po' di sano disgusto. Come spesso accade, io mi pongo nel mezzo. Ridurre Saltburn a quelle quattro scene "scandalose" (le ho contate, sono proprio 4: il sogno erotico di ogni vampiro, la vasca, la tomba e il balletto finale) significa fare un torto al film della Fennell, i cui pregi sono la totale mancanza di simpatia sia verso l'alta borghesia inglese di cui la stessa regista fa parte, che genera sequenze di esilarante, britannico nonsense, sia verso il protagonista, un working class hero più interessato all'egoistico benessere che a segnare un punto per i disagiati meno abbienti. Seguire l'evoluzione del rapporto tra Oliver e i Catton e il ribaltamento della prospettiva sui rispettivi giochi di forza è l'aspetto più interessante del film, questo nonostante alla Fennell manchi un po' di quella sottigliezza che avrebbe conferito più equilibrio alla vicenda. Il cambiamento di personalità di Oliver è, infatti, talmente repentino che ci si chiede quanto debbano essere imbecilli i personaggi secondari per non calcioruotarlo fuori dalla tenuta dopo mezza giornata, soprattutto quando, nell'ombra, si aggira un maggiordomo dalle potenzialità inutilizzate, che avrebbe potuto dare delle gioie come nemesi dell'ambiguo protagonista. La scrittura di Promising Young Woman era molto più centrata e tesa verso un obiettivo, mentre qui sembra che la Fennell si perda un po' nell'edonismo che critica, confezionando una storia "banale" (passatemi il termine) anche nei suoi twist, ermetica per quanto riguarda le motivazioni del protagonista e quasi troppo prolissa per tutto ciò che riguarda il castello di carte montato da quest'ultimo, cosa che mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca.


La cosa brucia anche di più (non come il sale, per carità!) perché Barry Keoghan è favoloso. Il suo Oliver, narratore inaffidabile se mai ce n'è stato uno, respinge ed affascina contemporaneamente, come se fosse una versione più posh del Martin de Il sacrificio del cervo sacro, ma la sua natura machiavellica sembra quasi troppo per un film che fa del vuoto pneumatico la sua ragion d'essere. Attorno a lui gravitano fior di attori che riescono, non si sa come, a tenergli testa quanto basta per non venire inghiottiti dall'assoluto carisma dell'irlandesotto e, soprattutto, a smuovere qualche sentimento nonostante la natura caricaturale dei personaggi che interpretano. A Jacob Elordi basta essere figo, non gli si chiede nient'altro, ma è comunque una bella sorpresa, al pari di Alison Oliver, mentre Rosamund Pike Richard E. Grant sono incredibili come al solito; la prima, in particolare, paga un ottimo contrappasso per il ruolo giocato sia in Gone Girl che in I Care a Lot, due film che consiglio (soprattutto il primo) se le atmosfere di Saltburn vi fossero congeniali. Da rivedere la regia, nel senso che, come sempre, ogni dettaglio inserito dalla Fennel nelle sequenze è funzionale al racconto in maniera non solo ironica, ma anche rivelatoria, di conseguenza vorrei riguardare presto Saltburn col senno di poi, senza farmi soverchiare dall'accuratezza e dall'eleganza di abiti, ambienti, pettinature, costumi e musiche, tutti ovviamente scelti con palese puntiglio certosino. Nell'attesa di riuscire nel mio intento, quel che è certo è che l'occhio della Fennell riesce a confezionare un film splendido a livello visivo, zeppo di artifici e citazioni, riconfermando la bravura di una regista di cui aspetterò il prossimo film con trepidazione, anche se questo non mi ha folgorata quanto avrei voluto.


Della regista e sceneggiatrice Emerald Fennell ho già parlato QUI. Barry Keoghan (Oliver Quick), Richard E. Grant (Sir James Catton), Rosamund Pike (Elspeth Catton) e Carey Mulligan (Povera, cara Pamela) li trovate invece ai rispettivi link.

Jacob Elordi interpreta Felix. Australiano, ha partecipato a film come The Mortuary Collection e a serie quali Euphoria. Anche sceneggiatore e produttore, ha 26 anni e due film in uscita. 


Se Saltburn vi fosse piaciuto, recuperate Una donna promettente, Il sacrificio del cervo sacro, Il talento di Mr. Ripley e Un piccolo favore. ENJOY! 

lunedì 1 marzo 2021

Golden Globes 2021

Buon lunedì a tutti! Stanotte c'è stata la cerimonia di assegnazione dei Golden Globe "ai tempi del Covid", tra chupito, audio che va e viene, qualche premio prevedibilissimo e un unico diludendo, ovvero la tremebonda snobbata ai danni del bellissimo Promising Young Woman che, se tanto mi da tanto, vedrà sfumare non solo qualsiasi possibilità di vincere degli Oscar, ma anche di venire candidato per qualsivoglia categoria. La solita tristezza, insomma, quest'anno aggravata dal fatto che distribuzione italiana latita ancor più... ENJOY!


Miglior film drammatico
Nomadland  (USA/Germania, 2020)
Nonostante lo scippo ai danni di Promising Young Woman, non posso "odiare" in partenza un film con l'adorata Frances McDormand. A quanto si capisce dalla trama, Nomadland dev'essere un on the road spinto dalla disperazione di aver perso tutto e, ne sono quasi sicura, un film simile andrebbe visto al cinema per godere della regia. Purtroppo non esiste ancora una data di uscita italiana, anche perché non si sa ancora se e quando riapriranno le sale... il problema è che non si sa nemmeno se Nomadland finirà su qualche piattaforma di streaming legale. Insomma, come al solito buon per quelli che lo hanno visto a Venezia: noi stronzi aspettiamo e speriamo.



Miglior film - Musical o commedia
Borat Subsequent Moviefilm  (USA, 2020)
Questo invece lo si trova facile, è su Amazon Prime Video. Peccato che il prequel, che io non ho mai visto perché uscito nel periodo in cui avevo Baron Cohen in odio totale, non si trovi se non a pagamento e anche no, dai, grazie. Attenderò di guardarlo nel caso arrivasse agli Oscar, altrimenti pazienza, con calma. 

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Chadwick Boseman in Ma Rainey's Black Bottom
Vittoria scontata, sebbene meritata, anche perché Boseman è uno degli unici due elementi che rende Ma Rainey's Black Bottom un film sopportabile. Anzi, visto il contorno fuffoso, la sua performance risulta ancora più bella e intensa.



Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Andra Day in The United States vs. Billie Holiday
La "biografia" di Billie Holiday o, meglio, lo scandalo nato dalla sua canzone Strange Fruit, è un altro di quei film missing in action. In America è uscito pochi giorni fa sulla piattaforma Hulu, in Italia i diritti li ha la BIM, quindi potrebbero creare un evento come per il film di Sia oppure distribuirlo (chissà quando) su altre piattaforme come Chili ecc. Nell'attesa di vederlo, mi rammarico per Carey Mulligan, ovviamente, ma anche Viola Davis e Vanessa Kirby sono state bravissime, quindi come minimo la Day, al suo primo ruolo da protagonista, dovrà essere eccelsa.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Sacha Baron Cohen in Borat Subsequent Movie
Ammetto di avere visto solo la performance di Andy Samberg quindi non faccio testo ma siccome ultimamente il mio odio per Cohen è finito, non posso che essere felice per lui.


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rosamund Pike in I Care a Lot
Altro premio prevedibilissimo e personalmente assai gradito, visto che la Pike asfalta davvero tutti nel film.



Miglior attore non protagonista
Daniel Kaluuya in Judas and the Black Messiah
Benché abbia sempre voluto bene a Kaluuya e sia sinceramente contenta per lui, questo è un altro film che non conosco e che è missing in distribution. La storia del leader delle Pantere Nere in America è stata distribuita su HBO Max, qui in Italia chissà. Per il resto non saprei davvero come commentare il premio, mi mancano tutti i contendenti tranne Baron Cohen, effettivamente bravissimo ma già premiato altrove.


Miglior attrice non protagonista
Jodie Foster in The Mauritanian
Anche in questo caso vivo in totale ignoranza. Sia Glenn Close che la piccola Helena Zengel mi sono piaciute molto ma alla Foster voglio sempre bene, quindi spero di potermi godere la sua performance ma, anche in questo caso, chissà quando.


Miglior regista
Chloé Zhao per Nomadland.
Il premio a una regista donna accresce ancor più la mia attesa per questo film anche se sarebbe stata meglio Emerald Fennell, mannaggia. E pazienza per Fincher e i suoi shottini!

Miglior sceneggiatura
Aaron Sorkin per Il processo ai Chicago 7.
A Sorkin non si può dir di no. Comunque erano molto interessanti anche le sceneggiature di Promising Young Woman e Mank.



Miglior canzone originale
Io sì (Seen) di Diane Warren, Niccolò Agliardi e Laura Pausini, per il film La vita davanti a sé
Gesù che ammorbo. E non aggiungo altro.

Miglior colonna sonora originale
Soul di Trent Reznor, Atticus Ross, Jon Batiste
Purtroppo ho poco orecchio musicale ma sicuramente, per un film come Soul, questa era la scelta più giusta.

Miglior cartone animato
Soul (USA 2020)
E non avevo dubbi avrebbe vinto Soul, onestamente, anche se devo ancora vedere The Wolfwalkers, l'unico col quale potrei mettere in discussione l'ultima meraviglia Pixar.

Miglior film straniero
Minari (USA, 2020)
Adoro Steven Yeun quindi non me lo perderò, anche se un po' mi spiace per La llorona, in quanto unico horror del mucchio. Purtroppo, anche in questo caso, non si sa nulla su un'eventuale distribuzione italiana.
Ti amo. Ti amo alla follia.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo
pochissime, quest'anno più che mai. Stavolta, hanno vinto tutto serie conosciutissime e amatissime che, ahimé, non ho avuto tempo (e continuerò a non avere, per inciso) di recuperare come The Crown e La regina degli scacchi. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

martedì 23 febbraio 2021

I Care a Lot (2020)

Fresco di una nomination ai Golden Globe per Rosamund Pike come miglior attrice in una commedia o musical, la settimana scorsa è uscito su Prime Video (chissà perché in America ce l'hanno invece su Netflix) il film I Care a Lot, diretto e sceneggiato nel 2020 dal regista J Blakeson.


Trama: Marla è una tutrice legale il cui unico scopo e privare delle loro fortune gli anziani sotto la sua tutela. L'attività procede bene, finché tra le sue grinfie non finisce una donna dai legami insospettabili...


Non sarà facile spiegare il mix di sentimenti contrastanti derivati dalla visione di I Care a Lot, commedia nerissima che consiglio spassionatamente di guardare, ma con nervi saldi, pena la volontà costante di spaccare lo schermo a pugni. Lo consiglio, in primis per la presenza di signori attori, soprattutto Rosamund Pike, che con la sua performance gelida e cazzuta regge praticamente il film da sola, mettendosi negli scomodi panni (come se non le fossero bastati quelli della gone girl Fincheriana) di una donna senza scrupoli, una "leonessa" che mira a fare soldi sulla pelle degli anziani, sfruttando senza un battito di ciglia tutte le orribili gabole legali che rendono gli USA, Paese della libertà, un incubo kafkiano per chiunque finisca impreparato nelle maglie del sistema; ad affiancarla, c'è il sempre meraviglioso Peter Dinklage, una rediviva Dianne Wiest che finisce per essere più inquietante della stessa Pike, e la dolce bellezza di un'umanissima Eiza González, l'unica in grado di dare un minimo di credibilità al personaggio di Marla, che senza la partner (non solo in crime) sarebbe solo pura malvagità. Anche la trama di I Care a Lot è molto interessante, soprattutto nella prima parte, e mescola in maniera sfacciata elementi assai plausibili e altri decisamente più "spettacolari" ed improbabili, soprattutto dopo che le carte sono state scoperte e il film passa dall'essere una rocambolesca pellicola di denuncia sociale a un thriller con parecchi tocchi di humour nero, un cambiamento di registro che contribuisce a tenere molto alto il livello di adrenalina e di attenzione dello spettatore, che non passa un solo minuto senza chiedersi dove diamine potrebbe andare a parare I Care a Lot e cosa avrà voluto comunicare J Blakeson.


Qui è però scattato, almeno per me, il problema di I Care a Lot, ovvero le "troppe" domande, la pretesa di un qualche messaggio serio da comunicare. Personalmente credo che I Care a Lot avrebbe funzionato alla perfezione se fosse stata una commedia nerissima al 100%, con una protagonista sì immorale, ma senza giustificazione, una villainess tout court completamente priva di appigli per poter in qualche modo empatizzare con lei. Invece, quegli accenni di tirate femministe, di donna costretta a subire gli insulti sessisti degli uomini che non riescono a batterla ad armi pari, di essere umano con qualche problemino accennato alle spalle (esempio: della madre non le frega nulla, uno intuisce che la sua mancanza di scrupoli verso gli anziani derivi da un rapporto meno che idilliaco) hanno contribuito, almeno nel mio caso, a farmi odiare Marla al punto da augurarmi che le succedessero le peggio cose, questo nonostante il suo antagonista sia senza scrupoli e detestabile quanto lei; Marla e Fran, novelle Thelma & Louise, si imbarcano in una ribellione contro la società e il maschilismo imperante ma ai danni di vecchietti indifesi, tanto che per renderle un pochino meno immorali lo sceneggiatore ha dovuto connotare in maniera incredibilmente negativa tutti quelli che provano a opporsi a loro, un escamotage cheap, se mi consentite il termine, che onestamente con me non ha attecchito. Piuttosto che questo colpo al cerchio e un altro alla botte, avrei preferito una cosa completamente demenziale e staccata dalla realtà come un La signora ammazzatutti, oppure una cosa serissima, di denuncia, ma così I Care a Lot non è né carne né pesce e vale davvero solo per le notevoli interpretazioni degli attori, quelle sì imperdibili... ma magari voi riuscite a non farvi montare l'odio e ad apprezzarlo più di quanto abbia fatto io, chissà.


Di Rosamund Pike (Marla Grayson), Peter Dinklage (Roman Lunyov), Eiza González (Fran), Dianne Wiest (Jennifer Peterson), Chris Messina (Dean Ericson), Macon Blair (Feldstrom) e Alicia Witt (Dr. Amos) ho già parlato ai rispettivi link.

J Blakeson (vero nome Jonathan Blakeson) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Inglese, ha diretto film come La scomparsa di Alice Creed e La quinta onda. Anche attore e produttore, ha 43 anni.


Se I Care a Lot vi fosse piaciuto recuperate Promising Young Woman. ENJOY!


martedì 23 dicembre 2014

L'amore bugiardo - Gone Girl (2014)

L'ultimo film che volevo vedere a tutti i costi in questo 2014 era L'amore bugiardo - Gone Girl (Gone Girl), diretto da David Fincher e tratto dal romanzo L'amore bugiardo di Gillian Flynn. Segue post SENZA SPOILER.


Trama: nel giorno del quinto anniversario di matrimonio Amy Dunne scompare misteriosamente, lasciando il marito Nick preda dei dubbi e delle accuse dei mass media...


Gone Girl (non chiamiamolo L'amore bugiardo, ché è un titolo ben stupido e superficiale) è la storia di una donna che "sparisce". Per estensione, avrebbe potuto anche intitolarsi Gone Boy o Gone People perché il fulcro dell'ultima pellicola di Fincher non è tanto la scomparsa di Amy quanto l'annullamento, la spersonalizzazione dell'individuo nei confronti degli altri, il suo "divenire" agli occhi di chi guarda, di chi nutre aspettative nei suoi confronti, di chi pretende qualcosa di perfetto. Lo aveva già raccontato Spike Jonze con il suo Her, c'era già arrivato Pirandello ancor prima di loro: questa è l'epoca in cui è impossibile essere UNA persona sola e, ancor peggio, è impossibile essere una persona "giusta" perché viviamo nell'era dell'apparenza, della perfezione a tutti i costi, dell'insoddisfazione e della noia precoce che ci rende affamati di scandali, più perversi e sanguinosi sono meglio è. Amy Dunne è la moglie perfetta, bambina prodigio costruita a tavolino (quindi già spersonalizzata a dovere) da genitori "colti", donna bellissima, elegante, raffinata e ricca. Ben è un manzo belloccio che, finché era impegnato in un lavoro gratificante, era l'uomo ideale agli occhi di tutti ma ha fatto presto a diventare una zecca disoccupata, un mantenuto e ovviamente un fedifrago che piuttosto che sfasciare l'apparenza di un matrimonio da sogno ha pensato bene di trincerarsi dietro un mare di bugie. La moglie ad un certo punto scompare e il matrimonio da sogno comincia a mostrare i contorni di un incubo, richiamando orde di affamati avvoltoi mediatici e falsi "amici" che non vedono l'ora di ottenere i famigerati 5 minuti di gloria sulle spalle della gente e che scagliano accuse pesanti fomentando l'opinione pubblica, incuranti di dolore, paura, sentimenti, presunzioni d'innocenza e rischi concreti di carcere o pena di morte. Come in un'orribile programma di Barbara D'Urso c'è la presentatrice che letteralmente sguazza nel letame godendo di ogni succoso pettegolezzo, ci sono "amici" ed amanti che spuntano a raccontare le loro versioni dell'accaduto e, soprattutto e purtroppo, c'è laGGente che, come si diceva in una sigla di Mai dire gol "La trovi ovunque vai" e si fa condizionare da qualsiasi rumenta venga vomitata dal tubo catodico, creando demoni o santi senza sapere nulla.


Gone Girl quindi scava nella società odierna e gioca con le nostre convinzioni, trattandoci alla stregua dei poveri boccaloni che passano le sere a martirizzare Ben e a santificare Amy, mostrandoci pochissimi sprazzi di dolorosa intelligenza (la streppona che vive nel Motel, la detective o la sorella di Ben) soffocati da tanta, troppa voglia di lasciare che sia qualcun altro a pensare per noi; in un mondo dove tutto verte sull'apparenza, vince chi sa manipolarla e chi conosce i meccanismi che regolano il gioco, come lo strapagatissimo avvocato di Ben che si fa vanto di difendere persone indifendibili, mentre gli altri sono condannati o a diventare dei poveri burattini privi d'identità, o dei disadattati incapaci di accettare ciò che non rispecchia i propri desideri oppure, peggio ancora, dei perfetti ingranaggi di un sistema che sacrifica la felicità individuale per un supposto "bene superiore" spesso illusorio quanto le menzogne che si usano per giustificarlo. David Fincher e Gillian Flynn ci spiazzano, ci terrorizzano, ci conquistano fin dal primo fotogramma con una storia terribile e crudele, un pugno nello stomaco che può essere paragonato solo allo stupro della povera Lisbeth in Uomini che odiano le donne, talmente folle nella sua lucidità da farci quasi urlare di frustrazione, come succede a Margo. Il ritmo lento della vicenda, scandito dai giorni di assenza di Amy e dai colori grigi di una fotografia perfetta, poggia interamente sulle spalle dei bravissimi interpreti: Rosamund Pike meriterebbe l'Oscar, Ben Affleck, con la sua proverbiale inespressività, è perfetto per incarnare un marito a dir poco clueless, Neil Patrick Harris e Carrie Coon sono infine due comprimari d'eccezione, ognuno favoloso a modo suo. Ancora non ho idea di quanto sia stato rispettato il romanzo di Gillian Flynn (ma l'autrice della sceneggiatura è lei, quindi non dovrebbero esserci problemi) ma dopo questa meraviglia, questo fantastico modo di concludere il 2014 cinematografico, non vedo l'ora di leggerlo per trovare altri dettagli che potrebbero essermi sfuggiti ad una prima visione. Intanto, vi consiglio di mandare al diavolo il buonismo natalizio e di correre in sala a vedere Gone Girl!


Del regista David Fincher ho già parlato qui. Ben Affleck (Nick Dunne), Rosamund Pike (Amy Dunne), Neil Patrick Harris (Desi Collings) e Missi Pyle (Ellen Abbot) li trovate invece ai rispettivi link.

Kim Dickens (vero nome Kimberly Jan Dickens) interpreta la detective Rhonda Boney. Americana, ha partecipato a film come Codice Mercury, L'uomo senza volto, The Gift - Il dono e a serie come Numb3rs, Lost e Sons of Anarchy. Ha 49 anni.


Tyler Perry, che interpreta l'avvocato Tanner Bolt, negli USA è un famoso regista prima ancora che attore (io, nella mia aulica ignoranza, non ho mai visto nemmeno un suo film) mentre Carrie Coon, che interpreta Margo Dunne, ha partecipato alla serie The Leftovers. Detto questo, se L'amore bugiardo vi fosse piaciuto recuperate Il fuggitivo o The Vanishing - Scomparsa. ENJOY!

venerdì 27 settembre 2013

The World's End (2013)

Finalmente è arrivato il momento di vedere conclusa una delle trilogie “non ufficiali” più amate del mondo! La Blood and Cornetto Trilogy si congeda dai suoi fan con The World’s End, sempre diretto e co-sceneggiato, come i suoi fratellini, dal regista Edgar Wright. Segue recensione SENZA SPOILER, giuro.


Trama: il disadattato Gary riunisce, dopo 20 anni, lo storico gruppo di amici con i quali era quasi riuscito a fare il giro completo dei pub nel loro sonnolento paesino natale. Le cose però, dopo 20 anni, sono molto cambiate e quella che comincia come una serata normale diventa presto una corsa per la sopravvivenza…


I film che prevedono la collaborazione tra Wright, Pegg e Frost sono un po' l'antitesi del diludendo: ci può essere magari quello un pochino meno bello degli altri, ma in generale si sa che saranno delle pellicole favolose e The World's End non fa eccezione, collocandosi nella scala del Cornettometro appena sotto Shaun of the Dead e sopra Hot Fuzz. D'altronde, ormai la sinergia del trio è tale che sono loro i primi a divertirsi girando i film e, di conseguenza, lo spettatore non può fare a meno di rimanerne influenzato e apprezzare ogni gag, ogni riferimento agli altri due episodi della trilogia (ormai un marchio di fabbrica, assieme al Cornetto, il salto degli steccati), ogni battuta e ogni momento commovente, senza dimenticare di avere comunque davanti un film a sé stante. Che, in questo caso, pesca a piene mani dalla fantascienza maccartista e la mescola con quei film apocalittici che stanno andando tanto per la maggiore in questi ultimi anni, risultando però nettamente migliore nel descrivere la fine del mondo del titolo italiano. La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Pegg e Wright, è infatti un cerchio perfetto dove ogni avvenimento o particolare insignificante non è messo a caso: The World's End andrebbe guardato almeno due volte solo per riuscire ad apprezzare appieno come, per esempio, tutto ciò che viene detto e fatto all'inizio prefiguri in qualche modo l'intero film, così come i nomi dei dodici pub dove il protagonista, Gary King (il Re affiancato da Cavaliere, Ciambellano, Paggio, Ministro e Principe), decide di prendersi l'epica sbronza e rinverdire i fasti di gioventù. The World's End è un film "di congedo", un'amara e malinconica riflessione sul tempo che passa impietoso, sul diventare adulti e sulle speranze infrante e, di conseguenza, un'ulteriore evoluzione dei due fancazzisti di Shaun of the Dead: lì Shaun ed Ed avevano una trentina d'anni (appena a inizio carriera?) ed erano ancora "recuperabili" mentre Gary è un triste e squallido quarantenne che ha deciso di non crescere e di rimanere ancorato all'ultimo giorno in cui si è sentito giovane, vivo ed invincibile.


Simon e Nick questa volta si scambiano quindi i ruoli e quello che un tempo era lo streppone Ed si ritrova oggi nei panni di un personaggio "antipatico" e precisino come il vecchio Pete, almeno per i primi 20 minuti. Il risultato è esilarante, Pegg con la tinta nera, i vestiti GGiovani e il viso pieno di rughe dell'adulto sfatto è divertentissimo ma allo stesso tempo triste e pietoso e tutti i comprimari che compongono il gruppo dei "cinque moschettieri" interagiscono tra loro in maniera divina. Tolti "i soliti due" (anche Nick Frost da il bianco e mi chiedo come abbia fatto a non farsi venire un infarto visto che corre di lungo!!), ho apprezzato molto la deliziosa, malinconica faccetta di un Eddie Marsan sempre più ubriaco e svampito mano a mano che il film prosegue e a tal proposito, prima di passare agli aspetti tecnici, vorrei spendere due parole sul doppiaggio. Mi rendo conto che in Italia le sale che proiettano i film in lingua originale sono mosche bianche (da me non è nemmeno arrivato doppiato...), tuttavia questo è il motivo per cui mi sarei comunque rifiutata di andare a vedere The World's End al cinema: ho conosciuto Pegg e Frost in Australia, non ho mai visto un loro film "di coppia" in italiano e questo vale soprattutto per quelli della Trilogia, quindi non riuscirei a sopportare la mancanza delle loro voci e il modo in cui si accompagnano alle loro espressioni (una su tutte: Simon Pegg spara una cazzata qualsiasi davanti alla ragazza e fa quell'incredibile smorfia da cagnetto bastonato, con la bocca piegata all'ingiù)... ma a maggior ragione in The World's End più i protagonisti si ubriacano più la loro parlata diventa biascicata, rapida, sincopata ed esilarante, per non parlare poi dei giochi di parole come "He was new! Like a baby! Like a man baby!" "Like a maybe". Quindi, ci siamo capiti, recuperatelo in lingua appena potete e preparatevi a ridere di più.


Delirio linguistico a parte, come gli altri due film della Trilogia anche The World's End è curatissimo per quel che riguarda regia ed effetti speciali. Devo ammettere che questi ultimi all'inizio mi hanno lasciata perplessa (non ricordo se nel trailer si vedevano, però il primo impatto è scioccante...) ma concorrono a dare al film un piglio più grottesco che risulta ancora più divertente a fronte di scene da combattimento veramente serie e ben fatte. Le entità contro cui devono combattere i nostri cinque moschettieri a tratti mettono davvero paura soprattutto per gli urlacci accompagnati da fasci di luce che ricordano tanto L'invasione degli ultracorpi e il finale, teso e mozzafiato, ha proprio poco da invidiare ai "veri" film di fantascienza. E detto questo, siccome ho promesso di non fare spoiler, conviene chiudere qui la recensione prima che il delirio e l'amore mi travolgano e vi racconti tutto questo spazialissimo, adorabile The World's End come avrei voglia di fare finché l'onda dell'entusiasmo, che dura ormai da due giorni e mi accompagnerà per mesi (lo riguarderei già ora!!!), è ancora lì a travolgermi. Correte in sala e ringraziate l'Inghilterra per averci dato questi tre geni e il loro assurdo modo di fare cinema!


Del regista e co-sceneggiatore della pellicola Edgar Wright ho già parlato qui. Simon Pegg (co-sceneggiatore, Gary King), Nick Frost (Andy Knightley), Martin Freeman (Oliver Chamberlain), Eddie Marsan (Peter Page), Pierce Brosnan (Guy Shephard) e Bill Nighy (in originale presta la voce al Network) ho già parlato nei rispettivi link. 

Paddy Considine interpreta Steven Prince. Inglese, ha partecipato a film come Cinderella Man, Hot Fuzz e The Bourne Ulimatum – Il ritorno dello sciacallo. Anche sceneggiatore e regista, ha 39 anni e due film in uscita.


Rosamund Pike interpreta Sam Chamberlain. Inglese, ha partecipato a film come La morte può attendere, The Libertine, Orgoglio e pregiudizio, La versione di Barney, Johnny English - La rinascita e Jack Reacher - La prova decisiva. Ha 34 anni e cinque film in uscita.


Tra gli altri attori, segnalo la presenza di David Bradley, ovvero l’uomo che ogni fan di Harry Potter conosce come Gazza, lo scorbutico custode di Hogwarts, qui nei panni del folle Basil. Anche Rafe Spall e i due protagonisti di Killer in viaggio compaiono come guest star, il primo ed Alice Lowe come avventori di un pub, mentre Steve Oram è riconoscibilissimo nei panni del poliziotto in moto. Infine, se il film vi fosse piaciuto (e non vedo come non potrebbe!!) consiglio il recupero di Shaun of the Dead e Hot Fuzz. ENJOY!!

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