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martedì 31 marzo 2026

Bolla Loves Bruno: Armageddon - Giudizio finale (1998)


Aiuto, non so più quanti mesi sono passati dall'ultima volta che ho scritto un post per la rubrica Bolla Loves Bruno, ma non me la sono dimenticata, giuro! Oggi parliamo di Armageddon - Giudizio finale (Armageddon), diretto nel 1998 dal regista Michael Bay.

Trama

Quando la Terra viene minacciata da un asteroide simile a quello che aveva condannato i dinosauri all'estinzione, la NASA compie una scelta disperata e decide di mandare in orbita una squadra di trivellatori per farlo esplodere dall'interno...

RECENSIONE

Non mi sono dimenticata né della rubrica né di Bruce Willis, anche se pensare a lui mi fa talmente male che ogni giorno approccio i social con diffidenza, per paura che arrivi la ferale notizia che non voglio neppure mettere nero su bianco. Purtroppo, tra challenge, uscite recenti, Oscar e recuperi horror, è difficile riuscire a trovare anche il tempo per la filmografia del nostro, e promettere di essere più costante serve a poco. Sia come sia, oggi siamo arrivati a uno dei suoi film più famosi, ironicamente girato come "punizione" per quella storiaccia con Broadway Brawler. Armageddon esce nel 1998, costa 140 milioni di dollari e ne incassa più di 500 in tutto il mondo, segnando un colpaccio allucinante per la Touchstone Pictures e Michael Bay, regista già sulla cresta dell'onda dopo Bad Boys e The Rock. E' un film di merda, capiamoci, e lo dico con tutto l'amore di chi se l'è guardato, nella vita, almeno 3 o 4 volte, odiandolo fin dalla prima visione. Se non siete vissuti su Marte finora e quindi non vi è mai capitato di guardare Armageddon, il perché del mio odio potete immaginarlo, ed è lo stesso motivo che mi porta a fare una smorfia di disprezzo ogni volta che mi compare davanti Ben Affleck (benché, negli anni, lo abbia rivalutato come attore e autore). Documentandomi un po' per il post, ho peraltro scoperto che il mio odio era giustificato fin dall'età di 17 anni: in origine il film doveva essere "duro e puro", al limite focalizzarsi più sul personaggio di Dan Truman, mentre dopo l'uscita di Titanic (altro film che, all'epoca, avevo detestato) i produttori hanno deciso di inserire a forza il mielosissimo, terrificante subplot della storia d'amore tra A.J. e Grace. Sì, sono sempre stata un'adolescente strana e sì, io volevo solo vedere Bruce Willis "fare Bruce Willis" e coprirsi di gloria, altro che saltare in aria e farmi soffocare in pianti straziati ogni maledetta volta. Ma non è solo questo il motivo per cui, razionalmente e a fronte di ogni regola che determina i capolavori cinematografici, Armageddon è un film di merda. Armageddon è l'emblema della faciloneria e dell'orgoglio ammeregano, dove qualsiasi scappato di casa, se ha cuore e un sogno, può salvare il mondo (pazienza se nel frattempo i Paesi "minori" sono già stati spazzati via dai detriti spaziali) e ricoprirlo di bandierine a stelle e strisce; è un film con dialoghi invecchiati malissimo e personaggi imbarazzanti (povero Steve Buscemi...), che appena inciampa in un "maccosa?" lo cancella con un'esplosione, un'esibizione di "celodurismo" o una scena in cui A.J. e Grace limonano/si pastrugnano in un'atmosfera da videoclip zuccheroso. 

Eppure, ciò nonostante, Armageddon è quel genere di film che ti fermi a guardare fino alla fine, volente o nolente, quando lo passano in TV, emozionandoti, tifando per i protagonisti (ovviamente indignandoti per quei pochi americani cattivi che non capiscono i principi base della land of the free e agiscono, guarda un po', come un Trump qualsiasi), commuovendoti come un cretino e diventando, per un paio d'ore, Americano onorario. Il merito ce l'hanno gli attori, ovviamente, il meglio di quello che poteva offrire la fine degli anni '90. Se Bruce Willis si palleggia le battute e le pose cult migliori, affermandosi come esempio massimo di carisma e di duro dal cuore tenero, Will Patton gli fa da ragionevole spalla e Billy Bob Thornton da rispettabile controparte (sempre per la solita storia, anch'essa tipicamente USA, della contrapposizione tra working class hero e colletto bianco); il resto è un delirio di caratteristi al massimo della loro forma, tra i quali spiccano il folle Steve Buscemi, un Peter Stormare sopra le righe, il dolcissimo Michael Clarke Duncan e il buffo Owen Wilson, i quali surclassano senza problema alcuno Ben Affleck, messo lì solo per essere figo pur avendo meno presenza scenica di uno dei satelliti, e Liv Tyler, messa lì solo per essere incredibilmente fregna e attirare papino Steven, assicurando al film la ballad più famosa e strappalacrime degli Aerosmith. Guardando Armageddon dopo quasi 30 anni, c'è da dire che gli effetti speciali non sono invecchiati di un giorno e che qualsiasi sequenza di morte e distruzione, realizzata nel solito, roboante stile di Michael Bay, per quanto sia improbabile appare comunque realistica. Di Bay si può dire quello che si vuole, ma non che non abbia il senso del "ritmo", nemmeno quando ci si dovrebbe ragionevolmente fare due palle cubiche (per esempio durante gli interminabili briefing della NASA), perché persino le sequenze più statiche e introspettive contengono quel dettaglio capace di tenere desta l'attenzione e coinvolgere lo spettatore, anche a costo di infilarci dentro la nota melodrammatica a tradimento oppure la battuta improbabile e di cattivo gusto. Anche questa è arte, signore e signori, ma permettetemi di dire che a me Armageddon ha sempre fatto male, male, male da morire, perché dotato di un finale orribile e ingiusto. #TeamStamper dal 1998, #FuckAJ .

CAST

Di Bruce Willis (Harry S. Stamper), Billy Bob Thornton (Dan Truman), Ben Affleck (A.J. Frost), Liv Tyler (Grace Stamper), Will Patton (Chick), Steve Buscemi (Rockhound), William Fichtner (Colonnello Willie Sharp), Owen Wilson (Oscar), Michael Clarke Duncan (Bear), Peter Stormare (Lev Andropov), Keith David (Generale Kimsey), Jason Isaacs (Ronald Quincy), Grace Zabriskie (Dottie), Udo Kier (Psicologo), Shawnee Smith (Rossa) e Charlton Heston (la voce narrante a inizio film) ho parlato ai rispettivi link.
  • Michael Bay è il regista del film. Americano, ha diretto film come The Rock, Pearl Harbor e tutta la recente saga Transformers. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 60 anni. 

CURIOSITà

Neve Campbell ha dovuto rinunciare al ruolo di Grace Stamper perché impegnata sul set del telefilm Cinque in famiglia. Se Armageddon vi fosse piaciuto recuperate Deep Impact e Independence Day. ENJOY! 



venerdì 21 aprile 2023

Air - La storia del grande salto (2023)

Stavo quasi per perderlo, poi le recensioni entusiaste mi hanno convinta ad andare a vedere Air - La storia del grande salto (Air), diretto dal regista Ben Affleck.


Trama: Sonny Vaccaro, consulente della divisione basket di una Nike in crisi, cerca di assicurarsi Michael Jordan come volto per promuovere una nuova linea di scarpe...


Il motivo per cui stavo quasi per snobbare Air risiede nel mio atavico disinteresse verso ogni cosa che sia anche solo lontanamente legata allo sport; in particolare, di basket so solo che, da ragazzina, mi piacevano i cappellini della NBA per i colori sgargianti delle squadre e che Michael Jordan ha partecipato a Space Jam, quindi il mio terrore era quello di non capire una mazza del film e di farmi due palle cubiche. Poi hanno cominciato ad arrivare le prime recensioni positive e la quasi unanime consacrazione di Air a film da recuperare assolutamente, quindi, contando anche che al Bolluomo il basket piace, ho colto la palla al balzo per passare la domenica sera in sala. Finita la visione, sono stata molto contenta di guardare Air. Il film, co-sceneggiato dallo stesso Ben Affleck e da Matt Damon, nonostante i due non siano citati come sceneggiatori nei credits, è il classico "drama" USA in cui il destino di un'azienda e di tutti quelli che ci lavorano è affidato al carisma di una sola persona, che si fa carico di un compito apparentemente impossibile da portare a termine mentre chi lo circonda, alternativamente, lo aiuta o gli mette i bastoni tra le ruote. Nel caso in questione, Air racconta la storia "vera" di Sonny Vaccaro, il quale, per evitare il tracollo di una Nike che negli anni '80 rischiava il fallimento, ha puntato tutto su un promettente giocatore di basket di nome Michael Jordan, già all'epoca conteso da Adidas e Converse ma non ancora diventato la stella di fama mondiale che conoscono persino le capre come me. Detto questo, Air non deve però venire considerato una celebrazione di Vaccaro, della Nike o di Jordan (il quale non viene quasi mai inquadrato, se non di spalle, o mostrato in poche immagini d'archivio; al limite, la celebrazione viene riservata a Deloris Jordan, dipinta come donna di raro acume ed intelligenza, oltre ad avere fiuto per gli affari), quanto piuttosto la fotografia di un sogno americano appoggiato sulle fragilissime spalle di scommesse più o meno rischiose, dove contano sì il carisma e la capacità di capire come sta girando il vento, ma soprattutto contano le botte di culo, e se non arrivano la conseguenza è la distruzione di vite e famiglie, sacrificate al dio denaro e al capitalismo, o ai capricci di un ragazzino che vuole una Mercedes rossa, se per questo. 


Lapalissiano, in tal senso, è il bellissimo, commovente monologo pronunciato da Matt Damon per convincere Jordan a dare una chance alla Nike, interamente imperniato sul coraggio necessario a compiere il "grande salto" del titolo italiano, sulla forza indispensabile per sopportare i dolori che, inevitabilmente, verranno con le gioie, perché il rischio è quello che abbiano un peso identico se non addirittura maggiore; e altrettanto bella, a mio avviso, è l'inquadratura che, all'improvviso, si apre a mostrare per intero l'open space di cui gli uffici di Sonny e Rob Strasser sono solo una piccola parte, quella parte su cui, fino a quel momento, si sono inevitabilmente concentrate le attenzioni dello spettatore, dimentico (come del resto Sonny) della presenza di altre persone destinate a venire pesantemente influenzate dall'esito della scommessa di Vaccaro, collateral damages i cui nomi non verranno ricordati come quello di Jordan, certo, ma che sono stati comunque indispensabili per consacrarlo alla gloria imperitura. Questi, a mio avviso, sono i picchi più alti di un film ben scritto, ben diretto da un Ben Affleck sempre più sicuro dietro la macchina da presa (e più valido come regista che come attore, ma questa ormai sembra quasi una banalità da scrivere) e arricchito dal cast delle grandi occasioni. Senza nulla togliere a Matt Damon, assai bravo a reggere il film come protagonista, i miei preferiti sono Viola Davis, che spicca nei panni di una Deloris Jordan intensa ed elegante, Jason Bateman, il quale si conferma uno degli attori più versatili della sua generazione, e Chris Messina, volgarissima ed esagitata fonte delle poche ma sentite risate che mi sono fatta guardando Air. Personalmente, non lo considero il film dell'anno, ma è comunque una pellicola bella ed interessante, che merita di essere vista. Non perdetelo!


Del regista Ben Affleck, che interpreta anche Phil Knight, ho già parlato QUI. Matt Damon (Sonny Vaccaro), Jason Bateman (Rob Strasser), Chris Messina (David Falk), Viola Davis (Deloris Jordan), Chris Tucker (Howard White) e Marlon Wayans (George Raveling) li trovate invece ai rispettivi link. 


Nel cast ciccia fuori un altro degli Skarsgård, Gustaf, che nel film interpreta Horst Dassler. Julius Tennon, che interpreta il padre di Jordan, è il marito di Viola Davis anche nella realtà. Se Air vi fosse piaciuto recuperate La grande scommessa. ENJOY!

martedì 19 ottobre 2021

The Last Duel (2021)

Attirata da un trailer a dir poco spettacolare, non potevo farmi scappare The Last Duel, diretto da Ridley Scott e tratto dal libro The Last Duel: A True Story of Trial by Combat in Medieval France di Eric Jager.


Trama: Francia, quattordicesimo secolo. Il Cavaliere Jean De Carrouges sfida ad un duello mortale lo scudiero Jacques Le Gris, accusandolo di avere stuprato la moglie. 


I duellanti
è stato il primo lungometraggio realizzato da Ridley Scott. Sarebbe stata davvero un'amara ironia se The Last Duel fosse stata l'ultima pellicola del regista, ma per fortuna il mese prossimo uscirà House of Gucci, quindi almeno per questo possiamo stare tranquilli e mettere da parte l'irrazionalità superstiziosa. Ho tirato in ballo quest'ultima, però, non a caso, in quanto The Last Duel fonda l'ultima parte della sua lunga ed articolata trama proprio sulle false credenze medievali, quasi tutte sfruttabili per annientare le donne, e dipinge un mondo talmente orribile che ci si chiede come abbiamo fatto ad arrivare a sopravvivere, come umanità, fino al 2021. Nonostante, infatti, il trailer ingannevole parli della "donna che ha cambiato la Francia", in realtà la povera Marguerite de Carrouges altro non è che la vittima di una società profondamente ignorante e maschilista, all'interno della quale donne un minimo più colte del normale rischiano di fare una brutta fine in quanto consapevoli dei loro diritti e ben poco disposte a farsi calpestare da false accuse o brutali violenze, e di fatto non ha cambiato proprio nulla. Ma torniamo un attimo a I duellanti. Il primo film di Ridley Scott raccontava la storia di un'ossessione nata da questioni d'onore che finivano per perdersi in un vortice di duelli quasi immotivati, e vedeva il ferino Feraud di Harvey Keitel perseguitare per tutta la vita l'integerrimo d'Hubert di Keith Carradine; nonostante non ci fossero buoni o cattivi nel film, col tempo il primo assumeva connotazioni oscure e malvagie, soprattutto perché del secondo ci veniva mostrato tutto, anche la vita familiare e tranquilla, e in The Last Duel accade un po' la stessa cosa, anche se le carte in tavola vengono ulteriormente mescolate. La bellezza dell'ultimo film di Scott, infatti, deriva dalla pluralità di punti di vista che raccontano la stessa storia e dall'ingresso a gamba tesa di uno sguardo innocente, puro ed incredulo, che ridimensiona entrambi i contendenti sottolineandone i moltissimi lati negativi a scapito dei pochi positivi. 


Apparentemente, il protagonista "buono" è Jean de Carrouges, mentre Jacques De Gris è il "cattivo" scudiero che vive di leccate di piedi e gli ruba persino la virtù della moglie; in realtà, l'indomito e indiscutibile valore del Cavaliere Jean nasconde un animo gretto, una testardaggine inamovibile, un egoismo senza pari che non vacilla neppure davanti all'idea dell'orribile morte della moglie, nell'eventualità della sconfitta nel corso del duello. Ma anche De Gris, per quanto deprecabile, ancor più perché scatenato da un "sentimento" da consumare a tutti i costi, ha qualche lato positivo, soprattutto prima di impazzire per amore, e sembrerebbe quasi che la sua discesa nell'abisso dell'abiezione nasca principalmente dall'incapacità di Carrouges di ignorarlo e lasciare correre, godendosi la fortuna che la vita gli ha concesso, ovvero la bella, intelligente e fedele moglie Marguerite. Marguerite, poverina, di par suo non è né una dea né una strega, ma una donna normalissima che si impegna per essere fedele a un marito che le è stato imposto e che cerca quel minimo di felicità innocente per sfuggire alla pressione di essere una moglie inadempiente (sapevate che nel Medioevo si pensava che una donna potesse rimanere incinta solo dopo aver raggiunto l'orgasmo? Ecco, immaginate quali accuse doveva sostenere chi non riusciva a fare figli...), finendo per ritrovarsi vittima di una faida di decenni dove non contano più né lei né l'amore, ma solo la sopraffazione, l'affermazione davanti a un Dio menefreghista quanto i nobilastri che infestano la pellicola, a partire dal disgustoso Pierre per arrivare all'orrido Re bambino Carlo VI. L'ossessione senza fine, per l'appunto, che si ripropone da I duellanti a The Last Duel.


Avrete capito che la storia raccontata in The Last Duel mi ha avvinta parecchio e, a mio avviso, dimostra come la coppia Ben Affleck/Matt Damon possa ancora fare faville alla sceneggiatura, ma ho ovviamente apprezzato anche la regia e gli attori, chi più chi meno. Ho in particolare amato moltissimo i piccoli dettagli e cambiamenti a livello di regia ed atmosfera tra le sequenze apparentemente uguali raccontate dai diversi punti di vista, dai momenti più eclatanti (la violenza di Marguerite, vista attraverso gli occhi di Le Gris, è praticamente un soft core dove lei, pur terrorizzata, non è così riottosa e lancia segnali assai espliciti allo scudiero, mentre dal punto di vista della donna è un orrore che mozza il fiato, qualcosa di squallido e terribile nella sua disgustosa "banalità") a quelli più sottili, dove bisogna stare molto attenti per cogliere le importanti differenze; inoltre, le battaglie, soprattutto il duello finale, sono violentissime e rozze, talmente tese da risultare, a tratti, difficili da sostenere. Per quanto riguarda gli attori, non seguendo serie TV per mancanza di tempo, sono rimasta sorpresa dalla bravura di Jodie Corner, attrice che non conoscevo per nulla, mentre invece ho avuto ulteriore conferma della versatilità di Adam Driver, che qui offre nuovamente un'interpretazione ricchissima di sfumature, perfetta. Inguardabili, invece, i due sceneggiatori, Affleck e Damon, ma è una pura questione di estetica dovuta ai tagli di capelli e tinte improponibili che gli hanno appioppato, tranquilli, ché sono molto bravi anche loro. Siccome da giovedì usciranno fior di film della Madonna, il mio consiglio è quello di correre al cinema ORA così da non lasciarvi scappare The Last Duel sacrificandolo ad altre pellicole più "importanti", perché rischiate di perdervi davvero un lavoro egregio. 


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Matt Damon (Sir Jean De Carrouges), Adam Driver (Jacques Le Gris), Ben Affleck (Pierre D'Alençon) e Marton Csokas (Crespin) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jodie Comer interpreta Marguerite De Carrouge. Inglese, ha partecipato a film come Star Wars - L'ascesa di Skywalker, Free Guy - Eroe per gioco e a serie quali Killing Eve. Anche produttrice, ha 27 anni. 


Alex Lawther
, che interpreta Re Carlo VI, era il protagonista di The End of the F***ing World. Ben Affleck avrebbe dovuto interpretare Le Gris ma ha optato per un ruolo "minore" onde evitare contrattempi sul set del prossimo film di Adrian Lyne. Ciò detto, se The Last Duel vi fosse piaciuto, perché non recuperare il più volte citato I duellanti? ENJOY!

martedì 23 agosto 2016

Suicide Squad (2016)

Il Bollalmanacco sta pian piano uscendo dalle meritate vacanze estive e sabato sera, dopo un tentativo abortito mercoledì, ho fatto il mio dovere andando a vedere Suicide Squad, diretto e sceneggiato dal regista David Ayer.


Trama: terrorizzati da Superman, i più alti esponenti del governo americano accettano la proposta di Amanda Waller e mettono in piedi una squadra di "eroi" composta da pericolosi criminali, così da poter sconfiggere eventuali minacce superumane. Ovviamente, la cosa sfuggirà di mano...


Non essendo andata a vedere Batman vs Superman ed essendo ben più ferrata in materia Marvel, mi sono approcciata a Suicide Squad avendo solo una vaghissima idea di cosa avrei guardato e, soprattutto, dei personaggi che mi sarei trovata davanti. Da sporadiche letture, qualche film e ovviamente dalla visione della splendida serie a cartoni animati anni '90 dedicata a Batman, conoscevo giusto qualcosa su Joker e Harley Quinn quindi non ho potuto fare come i saputissimi spettatori alle mie spalle che hanno smontato Suicide Squad come un mobile Ikea venuto male, conseguentemente il post che seguirà sarà scritto dal punto di vista prevalentemente ignorante di uno spettatore occasionale. Del film di Ayer avevo sentito dire le peggio cose ma preso come puro intrattenimento serale ci sta: la DC ha creato il suo film Marvel, senza flagellazioni (oddio, non troppe ma il momento saudade è sempre dietro l'angolo) e con tanti trenini brigittebardòbardò, offrendo in pasto al pubblico la versione "malvagia" dei Guardiani della Galassia, con una colonna sonora gradevole ma non altrettanto accattivante. Allo stesso modo, a differenza del film di Gunn quello di Ayer non tiene il ritmo di un inizio deflagrante che presenta al meglio i protagonisti per poi bloccarsi lì ed afflosciarsi nella parte centrale in una serie ripetitiva di battaglie contro esseri letteralmente intercambiabili e privi di qualsivoglia personalità, diventando la versione cinematografica di uno sparatutto, prima di recuperare con un finale simpatico nonché probabilmente foriero di qualche sequel. Tuttavia il problema ENORME del film, oltre alla trama risibilissima e i tempi sbagliati, è che la Squadra avrebbe potuto tranquillamente essere formata da eroi minori del cosmo DC visto che la cattiveria dei membri del gruppo viene prevalentemente millantata a parole e sottolineata (pure troppo!) in ogni dialogo ma grazie al meraviglioso visto censura PG-13 americano il massimo di malvagità mostrata si concentra in qualche rivoltellata agli esseri ancora più cattivi che si ritrovano ad affrontare i protagonisti, un paio di rapine e un omicidio interrotto sul più bello da visioni di lacrimose pargolette. Il Deadpool cinematografico a questi cattivoni della Distinta Concorrenza avrebbe strappato il cuore per poi mangiarselo, scuotendo la capoccetta perplesso davanti a tanto bisogno d'aMMore dissimulato da crudeltà all'acqua di rose, lasciandosi giusto il piacere di tenere la bellissima Harley Quinn come giocattolo sessuale, tanto ci ha già pensato Ayer ad inquadrarle le natiche ogni due per tre.

Beviamoci su
A proposito di donne, sesso e amore. Non è un segreto che il 90% del battage pubblicitario di Suicide Squad sia stato giocato sulla bellezza innaturale e pazzerella di Margot Robbie, cosa che ha reso il film uno one woman show della bionda Harley Quinn, infilata a mo' di minestra in ogni dove, persino in inutili quanto dannosi flashback, però  ci sono rimasta molto male nello scoprire lo one man show di quel mollusco di Will Smith, protagonista maschile nei panni di Deadshot. Mettiamo un attimo da parte gli altri membri della squadra che non si è filato nessuno (tra cui gli unici a spiccare sono la bellissima Incantatrice e l'esilarante Capitan Boomerang, gli altri sono la quintessenza della banalità, soprattutto Diablo) e concentriamoci sui due protagonisti de facto del film. Deadshot è una presa in giro, il mercenario prezzolato che non vuole uccidere nessuno perché la figlia non vuole però ti minaccia, fa la faccia bruttabrutta e tira su la difesa da puGGile quando fai lo smargiasso con lui. Enorme BAH al sapor di Muccino. La Harley Quinn della Robbie è perfetta, stilosissima, sensuale da morire, a tratti irresistibilmente carina ma a un certo punto due papagne in faccia se le meriterebbe anche lei, con quella vocetta da bimbo che le hanno appioppato in italiano e il carico da uNNici che si porta appresso, ovvero Puddin', ovvero il Joker. E qui torniamo sul discorso donne, sesso e amore. Ayer, ma che Cristianimento ti abbiamo fatto? L'Incantatrice tenuta a bada da un po' di belino (mollo, tra l'altro. Ma mollo, mollo che lévati, 'sto svedese freddo come uno stoccafisso di Stoccolma), Katana che parla col marito morto e spera solo di ricongiungersi a lui nell'aldilà, Harley Quinn che limona felice col Joker manco fossero in una scena di Twilight, stessa musica e stesso modo di presentarti una povera cretina lieta di farsi "adoperare" da un pericoloso sadico che però è tanto, tanto innamorato di lei. Per carità, io non dico che Jared Leto nei panni di Joker non sia un figo paurosissimo nonostante i denti di latta e il capello verde, il fanciullo ha carisma da vendere, ma che per cambiare un po' caratterizzazione del Joker dopo Jack Nicholson e Heath Ledger si sia dovuti arrivare a renderlo un pimp colmo di amore per la sua Harley (Le parole "ci aspettano succo d'uva e una pelle d'orso" accompagnate da leccata di labbra e ruggito da tigre ha rischiato di farmi strozzare dalle risate), così da far venire ANCHE le palpitazioni alle ragazzine no, dai. Si sono già abbastanza rintronate con Twilight e Cinquanta Sfumature di Grigio, vederle fremere per uno che prima ti getta nell'acido poi ti limona pentito, tra l'altro snaturando quel che ricordo del rapporto tra Harley e il Joker, me lo risparmio volentieri, grazie. Potrei aggiungere altro ma tecnicamente parlando Suicide Squad rientra nella norma delle grandi produzioni DC/Marvel e si candida come miglior remake del finale del primo Ghostbusters, tanto che ad un certo punto ho creduto che sarebbe spuntato Gozer il Gozeriano, per il resto non sono rimasta né particolarmente entusiasta né particolarmente delusa. Se vi piace il genere andatelo a vedere (rimanendo ad aspettare la scena mid credits), altrimenti evitate tranquilli.

L'aMMore
Del regista e sceneggiatore David Ayer ho già parlato QUI. Margot Robbie (Harley Quinn), Viola Davis (Amanda Waller), Jared Leto (Il Joker), Jay Hernandez (Diablo) e Ben Affleck (Bruce Wayne/Batman) li trovate invece ai rispettivi link.

Will Smith interpreta Deadshot. Americano, lo ricordo per film come Bad Boys, Man in Black Independence Day, Nemico pubblico, Wild Wild West, Alì, Man in Black II, Bad Boys II, Man in Black 3 e The Anchorman 2 inoltre ha partecipato a serie come Blossom, Willy il principe di Bel Air e lavorato come doppiatore per Shark Tale. Anche produttore, cantante, regista, sceneggiatore e compositore, ha 48 anni e cinque film in uscita.


Nei panni di Dexter Tolliver compare lo sceriffo Hopper della serie Stranger Things, alias l'attore David Harbour mentre Adewale Akinnuoye-Agbaje, ovvero Killer Croc, era il Mr. Eko di Lost e Kenneth Choi, Boss della Yakuza ucciso da Katana, il giudice Ito di American Crime Story; a proposito di serie televisive, c'è un'altra comparsata che non spoilero e che penso farà felici molti fan (tra l'altro in una scena diretta da Zack Snyder). Altra gradita guest star è Scott Eastwood nei panni del Tenente Edwards e se avessero dato retta a me gli avrebbero dato il ruolo di Rick Flag, altro che Joel Kinnaman, anche se il migliore sarebbe stato comunque Tom Hardy, che ha rinunciato per partecipare a Revenant - Redivivo. Per concludere, se Suicide Squad vi fosse piaciuto recuperate Deadpool e magari Batman vs Superman - Dawn of Justice, così da capire ciò che ha portato alla nascita della Squadra. ENJOY!

martedì 23 dicembre 2014

L'amore bugiardo - Gone Girl (2014)

L'ultimo film che volevo vedere a tutti i costi in questo 2014 era L'amore bugiardo - Gone Girl (Gone Girl), diretto da David Fincher e tratto dal romanzo L'amore bugiardo di Gillian Flynn. Segue post SENZA SPOILER.


Trama: nel giorno del quinto anniversario di matrimonio Amy Dunne scompare misteriosamente, lasciando il marito Nick preda dei dubbi e delle accuse dei mass media...


Gone Girl (non chiamiamolo L'amore bugiardo, ché è un titolo ben stupido e superficiale) è la storia di una donna che "sparisce". Per estensione, avrebbe potuto anche intitolarsi Gone Boy o Gone People perché il fulcro dell'ultima pellicola di Fincher non è tanto la scomparsa di Amy quanto l'annullamento, la spersonalizzazione dell'individuo nei confronti degli altri, il suo "divenire" agli occhi di chi guarda, di chi nutre aspettative nei suoi confronti, di chi pretende qualcosa di perfetto. Lo aveva già raccontato Spike Jonze con il suo Her, c'era già arrivato Pirandello ancor prima di loro: questa è l'epoca in cui è impossibile essere UNA persona sola e, ancor peggio, è impossibile essere una persona "giusta" perché viviamo nell'era dell'apparenza, della perfezione a tutti i costi, dell'insoddisfazione e della noia precoce che ci rende affamati di scandali, più perversi e sanguinosi sono meglio è. Amy Dunne è la moglie perfetta, bambina prodigio costruita a tavolino (quindi già spersonalizzata a dovere) da genitori "colti", donna bellissima, elegante, raffinata e ricca. Ben è un manzo belloccio che, finché era impegnato in un lavoro gratificante, era l'uomo ideale agli occhi di tutti ma ha fatto presto a diventare una zecca disoccupata, un mantenuto e ovviamente un fedifrago che piuttosto che sfasciare l'apparenza di un matrimonio da sogno ha pensato bene di trincerarsi dietro un mare di bugie. La moglie ad un certo punto scompare e il matrimonio da sogno comincia a mostrare i contorni di un incubo, richiamando orde di affamati avvoltoi mediatici e falsi "amici" che non vedono l'ora di ottenere i famigerati 5 minuti di gloria sulle spalle della gente e che scagliano accuse pesanti fomentando l'opinione pubblica, incuranti di dolore, paura, sentimenti, presunzioni d'innocenza e rischi concreti di carcere o pena di morte. Come in un'orribile programma di Barbara D'Urso c'è la presentatrice che letteralmente sguazza nel letame godendo di ogni succoso pettegolezzo, ci sono "amici" ed amanti che spuntano a raccontare le loro versioni dell'accaduto e, soprattutto e purtroppo, c'è laGGente che, come si diceva in una sigla di Mai dire gol "La trovi ovunque vai" e si fa condizionare da qualsiasi rumenta venga vomitata dal tubo catodico, creando demoni o santi senza sapere nulla.


Gone Girl quindi scava nella società odierna e gioca con le nostre convinzioni, trattandoci alla stregua dei poveri boccaloni che passano le sere a martirizzare Ben e a santificare Amy, mostrandoci pochissimi sprazzi di dolorosa intelligenza (la streppona che vive nel Motel, la detective o la sorella di Ben) soffocati da tanta, troppa voglia di lasciare che sia qualcun altro a pensare per noi; in un mondo dove tutto verte sull'apparenza, vince chi sa manipolarla e chi conosce i meccanismi che regolano il gioco, come lo strapagatissimo avvocato di Ben che si fa vanto di difendere persone indifendibili, mentre gli altri sono condannati o a diventare dei poveri burattini privi d'identità, o dei disadattati incapaci di accettare ciò che non rispecchia i propri desideri oppure, peggio ancora, dei perfetti ingranaggi di un sistema che sacrifica la felicità individuale per un supposto "bene superiore" spesso illusorio quanto le menzogne che si usano per giustificarlo. David Fincher e Gillian Flynn ci spiazzano, ci terrorizzano, ci conquistano fin dal primo fotogramma con una storia terribile e crudele, un pugno nello stomaco che può essere paragonato solo allo stupro della povera Lisbeth in Uomini che odiano le donne, talmente folle nella sua lucidità da farci quasi urlare di frustrazione, come succede a Margo. Il ritmo lento della vicenda, scandito dai giorni di assenza di Amy e dai colori grigi di una fotografia perfetta, poggia interamente sulle spalle dei bravissimi interpreti: Rosamund Pike meriterebbe l'Oscar, Ben Affleck, con la sua proverbiale inespressività, è perfetto per incarnare un marito a dir poco clueless, Neil Patrick Harris e Carrie Coon sono infine due comprimari d'eccezione, ognuno favoloso a modo suo. Ancora non ho idea di quanto sia stato rispettato il romanzo di Gillian Flynn (ma l'autrice della sceneggiatura è lei, quindi non dovrebbero esserci problemi) ma dopo questa meraviglia, questo fantastico modo di concludere il 2014 cinematografico, non vedo l'ora di leggerlo per trovare altri dettagli che potrebbero essermi sfuggiti ad una prima visione. Intanto, vi consiglio di mandare al diavolo il buonismo natalizio e di correre in sala a vedere Gone Girl!


Del regista David Fincher ho già parlato qui. Ben Affleck (Nick Dunne), Rosamund Pike (Amy Dunne), Neil Patrick Harris (Desi Collings) e Missi Pyle (Ellen Abbot) li trovate invece ai rispettivi link.

Kim Dickens (vero nome Kimberly Jan Dickens) interpreta la detective Rhonda Boney. Americana, ha partecipato a film come Codice Mercury, L'uomo senza volto, The Gift - Il dono e a serie come Numb3rs, Lost e Sons of Anarchy. Ha 49 anni.


Tyler Perry, che interpreta l'avvocato Tanner Bolt, negli USA è un famoso regista prima ancora che attore (io, nella mia aulica ignoranza, non ho mai visto nemmeno un suo film) mentre Carrie Coon, che interpreta Margo Dunne, ha partecipato alla serie The Leftovers. Detto questo, se L'amore bugiardo vi fosse piaciuto recuperate Il fuggitivo o The Vanishing - Scomparsa. ENJOY!

lunedì 25 febbraio 2013

Oscar 2013

Argo Vaffanculo!! Parte spontanea la celebrazione per la vittoria di Argo, la sorpresa che ha sbaragliato il favoritissimo Lincoln all’Oscar di quest’anno. Sono molto contenta sia stato scelto come miglior film nonostante tifassi (ovviamente e spudoratamente) per Django Unchained e avessi l’ovvia consapevolezza che il bellissimo Re della terra selvaggia non avrebbe mai potuto ambire a tanto. L’ultimo lavoro di Ben Affleck mescola sapientemente metacinema, quelle patriottiche storie che piacciono tanto agli aMMericani e una non disprezzabile dose di umorismo (non a caso porta a casa anche la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale oltre a quella per il montaggio) e a quanto pare ciò è bastato per conquistare i cuori di spettatori ed Academy. Bravo Ben! E bravo anche Ang Lee, che invece ha conquistato l’Oscar per la miglior regia con il suo stupendo Vita di Pi. Una gioia per gli occhi prima ancora che per la mente, sicuramente un validissimo esempio di come il Cinema sia nato per essere una porta sui Sogni e sulla Meraviglia. Passiamo ora agli altri ambitissimi premi…


Scontata la vittoria di Daniel Day-Lewis come miglior attore protagonista. La sua interpretazione di Lincoln è a dir poco perfetta, come sempre l’attore riesce ad annullarsi nel personaggio come nessun altro. Siccome ho guardato il film in lingua italiana, urge adesso un recupero in originale per poter apprezzare ancor di più il lavoro del buon Daniel che, tra l’altro, ha salvato Lincoln dall’ignominia e dal rischio di portarsi a casa solo l’Oscar tecnico per la miglior scenografia.


Jennifer Lawrence vince invece come miglior attrice protagonista per Il lato positivo e anche per miglior premiata spalmata sul palco (altro che Ragazza di Fuoco!). Forse questo era l’unico premio davanti al quale non avevo le idee precise, visto che non ho ancora guardato né il film che vede la Lawrence protagonista, né Zero Dark Thirty, Amour, The Impossible. In compenso mi sono innamorata della piccola Quvenzhané Wallis, che era candidata per Re della terra selvaggia, e non nascondo che avrei sperato in una sua vittoria. Il lato positivo dovrebbe uscire la settimana prossima in Italia, quindi per adesso sospendo il giudizio, nel frattempo sappiate che la Lawrence tornerà presto a duettare con Bradley Cooper nell’imminente Serena e che la rivedremo interpretare due dei personaggi che l’hanno consacrata, ovvero Mystica e Katniss, nei film X-Men – Giorni di un futuro passato e Hunger Games – La ragazza di fuoco.


Da brava tarantiniana, gli unici premi che mi hanno resa felice e gli unici che, a dirla tutta, mi interessano davvero sono quelli andati a Christoph Waltz come miglior attore non protagonista e a Quentin per la miglior sceneggiatura originale. Django Unchained meritava molto di più, ovviamente, ma già solo il fatto che la mano santa di Tarantino, l’incommensurabile bravura attoriale di Christoph e l’incredibile bellezza di un personaggio come il Dottor Schultz siano state riconosciute basta a rendermi felice! Al prossimo film mio cicciosissimo aMMoro!!

No amore mio, l'inchino va a te!
Al pari di quello vinto da Waltz, l'Oscar per la miglior attrice protagonista poteva andare solo ad una persona. La Fantine di Anne Hathaway compare in Les Misérables per pochi minuti scarsi ma vedere l'attrice cantare sulle note di I've Dreamed a Dream è un'esperienza mistica, da standing ovation. Lodi alla brava Anne, dunque, mentre il film di Tom Hooper mette in saccoccia solo un paio di Oscar tecnici, miglior Make-Up e miglior Missaggio Sonoro.


Passiamo adesso ai premi "minori" che minori non sono. Scontata la vittoria di Amour come miglior film straniero e scandalosa quella di Ribelle - The Brave per il miglior lungometraggio animato; non sono riuscita a vedere Ralph Spaccatutto, ma Frankenweenie era sicuramente una spanna sopra rispetto alla pur bella storia della rossa e coraggiosa eroina. Presto lo onorerò degnamente con una recensione. Il superfavorito Zero Dark Thirty porta invece a casa un miserrimo premio per il miglior montaggio audio e gli tocca pure dividerlo con Skyfall, premiato anche grazie alla bellissima e omonima canzone di Adele. Se Anna Karenina si è beccato poi l'Oscar per i migliori costumi (e non fatico a capire il perché, visto il magnifico trailer), Vita di Pi fa man bassa di tutti i rimanenti Oscar, ovvero miglior Fotografia, Colonna Sonora ed Effetti Speciali, consacrandosi così come film più premiato di questa notte degli Oscar e facendo storcere il naso a quelli che mal hanno sopportato la storia di Piscine Molitor Patel e della tigre Richard Parker. Io mi dichiaro invece soddisfatta per un buon 80% e, chinandomi nuovamente a baciare i piedi a Quentin e Christoph, vi auguro un buon proseguimento d'anno cinematografico! ENJOY!

Yeah, Quentin, YEAAAAHH!!!! *____*



mercoledì 14 novembre 2012

Argo (2012)

Domenica sera sono andata a vedere l'ultimo film diretto da Ben Affleck, quell'Argo che mi aveva attirata fin dai primi trailer. Per una volta, la speranza di vedere qualcosa di bello non è stata frustrata, anzi. (La frustrazione viene semmai dal non sapere se la connessione, NUOVAMENTE SALTATA, MALEDETTI IDIOTI DELLA TELECOM, verrà ripristinata prima che il film diventi ormai roba della passata stagione..)


Trama: nel 1979 l'ambasciata Americana in Iran viene assaltata dai seguaci dell'Ayatollah. Tutti coloro che si trovano sul posto vengono presi in ostaggio tranne sei dipendenti, che riescono a scappare e a trovare rifugio presso l'ambasciatore Canadese. Per liberarli, interviene l'agente CIA Tony Mendes, che con un piano a dir poco azzardato cerca di farli uscire dal paese facendoli passare per membri di una troupe intenzionata a girare Argo, un film di fantascienza.


E bravo Ben Affleck che, dopo il validissimo ma un po' ingenuo The Town, ha azzeccato un altro film e stavolta, almeno per quel che ho potuto percepire io, non ha sbagliato praticamente nulla! Se infatti il suo primo film da regista risentiva di una sceneggiatura a tratti un po' troppo da fotoromanzo, Argo è tratto invece da una storia vera che ha dell'incredibile, un segreto di stato portato allo scoperto solo in tempi recenti, una validissima commistione tra spy story, commedia, film drammatico e documentario in grado di tenere con il fiato sospeso anche lo spettatore che sa qual è stato il destino dei sei ostaggi. Affleck si ritaglia un ruolo importante ma non preponderante, riservandosi la parte del protagonista ma senza eclissare gli altri importantissimi personaggi e, soprattutto, le sconvolgenti e realistiche immagini della rivoluzione Iraniana, ispirate a foto d'epoca che vengono saggiamente riproposte durante i titoli di coda a mostrare quanto il film sia fedele agli eventi e alle situazioni realmente accorse. Neanche fosse un regista consumato, il buon Ben mantiene uno stile classico e fluido per tutta la pellicola, senza ricorrere a chissà quali virtuosismi o inquadrature azzardate, e nonostante questo riesce tuttavia a cambiare di continuo il ritmo del film, passando da momenti di tensione "sussurrata", ad atmosfere da commedia "slapstick" rese ancora più divertenti dalla presenza di due mostri sacri come John Goodman e Alan Arkin, per finire con sequenze talmente concitate e al cardiopalma da fare invidia alla maggior parte degli action americani.


Argo ha il pregio di intrattenere ed interessare, presentando gli eventi narrati allo spettatore che magari non li ricorda o non li conosce senza ricorrere a spiegoni o pompose parentesi dedicate ad intrighi socio-politici, ma introducendoli attraverso la voce narrante di una donna iraniana accompagnata da immagini molto esplicite ed immediate. Più che focalizzarsi sull'aspetto dell'intelligence, il regista si concentra ovviamente su quello che conosce maggiormente, ed ecco che il film diventa anche un'ironica critica al sistema hollywoodiano, fatto di wannabes, di produttori senza fiuto, di attricette di belle speranze, di giornalisti che per vendere una storia accetterebbero anche di parlare di un film di fantascienza trashissimo ed inverosimile, ispirato ai grandi successi dell'epoca, come Star Wars e Il pianeta delle scimmie. E per una volta la critica è comunque funzionale a presentare e far meglio comprendere una crisi tra le più terribili mai affrontate da degli esseri umani, incarcerati, terrorizzati e tenuti lontani da casa per un anno e mezzo, senza sapere se il giorno dopo sarebbero stati vivi o morti, una crisi globale nata dalla sete di potere e dagli interessi economici delle nazioni, una crisi in grado di generare tensioni, odio e cieco razzismo. Argo non è quindi il solito film americano patriottico o ignorante ma, ad una prima visione, parrebbe frutto di scelte ponderate e una documentazione approfondita.


Per finire, due parole sugli attori. Di John Goodman e Alan Arkin ho già parlato, inutile sottolineare come i due riconfermino ancora una volta la loro bravura; Ben Affleck offre una performance misurata e credibile, così come Bryan Cranston nei panni del suo superiore e il sempre valido Victor Garber in quelli, ahimé un po' poco sfruttati, dell'ambasciatore canadese. Personalmente, però, sono rimasta molto impressionata dalla bravura del gruppetto di sei attori che interpretano gli ostaggi, tra i quali spicca Clea DuVall, sia per l'incredibile sensibilità che hanno dimostrato nel rendere credibili e umani questi personaggi, sia per l'effettiva somiglianza di più di metà di loro con le persone realmente esistite, guardare i titoli di coda per credere! Insomma, per concludere, sebbene un tizio alle mie spalle abbia esclamato "Embé, è un film come un altro..." a fine visione, vi consiglio comunque di andare a vedere Argo perché è una delle poche pellicole recenti che non fanno rimpiangere di avere speso i soldi del biglietto, anzi. E aggiungo "forza Ben!, continua così!"


Di Ben Affleck (Tony Mendez, ma la prima scelta del regista era stata di farlo interpretare a Brad Pitt), Bryan Cranston (Jack O' Donnel), John Goodman (John Chambers), Victor Garber (Ken Taylor), Rory Cochrane (Lee Schatz), Kyle Chandler (Hamilton Jordan), Chris Messina (Malinov) e Bob Gunton (Cyrus Vance), potete trovarli ai rispettivi link.


Alan Arkin interpreta Lester Siegel. Americano, lo ricordo per film come Edward mani di forbice, Americani, Gattaca - La porta dell'universo, I perfetti innamorati, Little Miss Sunshine (per cui ha vinto l'Oscar come miglior attore non protagonista) e I Muppet, inoltre ha partecipato ad un episodio della serie Will & Grace. Anche regista, sceneggiatore e produtore, ha 78 anni e cinque film in uscita.


Clea DuVall (vero nome Clea Helen D'etienne DuVall) interpreta Cora Lijek. Americana, la ricordo per film come Giovani pazzi e svitati, The Faculty, The Astronaut's Wife, Identità, The Grudge e Zodiac, inoltre ha partecipato alle serie E.R. Medici in prima linea, Buffy the Vampire Slayer, CSI, Heroes, Grey's Anatomy, Numb3rs, Bones, Lie to Me, CSI: Miami e American Horror Story. Anche produttrice, ha 35 anni e un film in uscita.


In mezzo allo sterminato cast compaiono anche il mio aMMoro Tom Lenk nei panni di un reporter e un non accreditato Philip Baker Hall. E adesso un paio di curiosità che vanno a gettare nuova luce su un paio di domande che mi sono fatta durante il film: lo script di Argo, ovviamente mai realizzato, esiste davvero ed è stato tratto da un romanzo dal titolo Lord of Light di un certo Roger Zelazny che purtroppo non conosco, mentre gli storyboard che si vedono nel film, nella realtà erano stati disegnati nientemeno che da Jack Kirby, il co-creatore di gran parte dei personaggi storici dell'universo Marvel. Infine, il motivo per cui si vede una scritta "Hollywood" così disastrata, è perché all'epoca era davvero caduta in rovina a causa dell'incuria e sarebbe stata restaurata qualche tempo dopo grazie a "donatori" del calibro di Hugh Hefner ed Alice Cooper. Sinceramente, non saprei che film consigliarvi di guardare dopo aver visto Argo, quindi... ENJOY!





sabato 11 agosto 2012

Clerks II (2006)

L’operazione “ViewAskew” è finita e sono riuscita a guardare anche Clerks II, diretto nel 2006 dal regista Kevin Smith.


Trama: a causa di un incendio che ha distrutto il supermercato, Dante e Randal si ritrovano trentenni e commessi presso il fast food Mooby’s. Certo, Dante è in procinto di sposarsi e scappare così dal New Jersey… ma non crederete mica che sarà così facile per lui!


Se con Clerks Kevin Smith decideva di raccontarci le vicende dei “suoi” vent’anni, dieci anni dopo arriva Clerks II a raccontarci l’esperienza dei suoi trenta. Le cose non sono poi così cambiate, a ben vedere: Dante e Randal sono sempre alle prese con un lavoro insoddisfacente che li classifica inevitabilmente come perdenti, il primo sta per sposarsi ma l’indecisione e l’incertezza sono, come sempre, gli unici punti fermi della sua vita (Randal invece non è cambiato di una virgola in dieci anni!), Jay e Silent Bob si sono disintossicati ma continuano la loro carriera di fancazzisti/spacciatori a tempo perso e il New Jersey è sempre popolato da personaggi al limite della demenza. Kevin Smith riprende così il racconto di formazione di Clerks da dove lo aveva lasciato, con i personaggi che, fondamentalmente, non hanno imparato nulla dalle esperienze pregresse, come spesso accade nella vita reale e come, probabilmente, è successo a lui. Quindi pone la domanda fatidica: ma esiste qualcosa in grado di smuoverci davvero, di costringerci a prendere il controllo delle nostre vite e metterci finalmente su un binario che possa portarci non dico al successo e alla felicità eterna, ma almeno alla soddisfazione? Beh, ovviamente non vi rovinerò il gusto di scoprirlo, ma sappiate che questo qualcosa esiste, almeno secondo Kevin Smith, ed è qualcosa di fondamentale e indispensabile, tanto quanto lo è una solida e sgangherata amicizia.

I'll fuck me.. I'll fuck me hard! XD
La recensione sta diventando però troppo seria e non rispetta lo spirito di Clerks II. Bando ai significati profondi, quindi, e parliamo di come questo sequel sia sicuramente meno cool e fondamentale del capostipite ma mille volte più esilarante e assurdo. Innanzitutto, inutile dirlo, dopo il successo ottenuto con i film precedenti Jay & Silent Bob hanno assunto il ruolo di spalle d’eccellenza e si profondono in numeri d’alta scuola come il dialogo sulla Bibbia, la “parodia” de Il silenzio degli innocenti o il geniale confronto finale in cui Jay accusa Bobbyno di essere praticamente un inutile muto. Nonostante queste loro performance, comunque, il duo non riesce a battere quella che, a mio avviso, è la coppia più geniale del film, ovvero la premiata ditta Randal/Elias: mettete insieme un cinico bastardo che odia tutto e tutti e un ragazzetto nerd senza nessuna esperienza di vita e farete così la conoscenza di Pillowpants, il famigerato “pussy troll”, oppure verrete a sapere qual è l’opinione di Kevin Smith sulla trilogia de Il signore degli anelli. A completare il quadro, aggiungo anche raffinati momenti dedicati all’”interspecies erotica” e un esilarante momento musical sulle note di ABC dei Jackson Five.

One ring to rule them all...!
A fronte di tutto questo, però, non saprei dirvi se ho preferito Clerks o Clerks II. Il primo è comunque pregno di un’atmosfera quasi vintage e di sicuro molto particolare, è in qualche modo più grezzo ma per questo anche più potente. Questo secondo capitolo si avvicina di più allo spirito moderno di Kevin Smith e probabilmente si fissa meno nella memoria dello spettatore, però è assolutamente divertente e a tratti incredibilmente commovente e coinvolgente, tanto che verrebbe quasi voglia di abbracciare Dante per tutti gli sbagli che rischia di fare ogni volta. Riflettendoci, però, Clerks II è anche troppo ottimista e facilone, soprattutto sul finale, come se ci fosse una sorta di deus ex machina in grado di cancellare tutti i problemi dei protagonisti regalando loro l’happy ending, mentre Clerks si concludeva con un bel “nulla di fatto” che lo rendeva molto più realistico. La mia preferenza andrebbe dunque alla pellicola del 1994, ciò non toglie che Clerks II è un film che consiglio spassionatamente.

Ci rivediamo a 40 anni, ragazzi! <3
Del regista Kevin Smith (che interpreta anche Silent Bob) ho già parlato qui, Jason Mewes (Jay), Brian O’Halloran (Dante), Jeff Anderson (Randal), Rosario Dawson (Becky), Ben Affleck (il cliente che si lamenta perché Dante ed Emma si baciano dietro il bancone) e il meraviglioso Jason Lee (Lance Dowds,  ruolo che era stato proposto a Matt Damon) li trovate ai rispettivi link.

Jennifer Schwalbach Smith interpreta Emma (e avrebbe interpretato Becky se Rosario Dawson avesse rifiutato la parte). Moglie di Kevin Smith sin dal 1999, ha partecipato ai film Jay & Silent Bob… fermate Hollywood!, Jersey Girl, Zack & Myri – Amore a… primo sesso e Red Estate. Anche produttrice e regista, ha 41 anni.


Kevin Weisman interpreta il fanatico degli Hobbit. Entrato di diritto nel mio personale olimpo di idoli per aver interpretato il meraviglioso Marshall della serie Alias, ha partecipato anche a film come The Rock, Fuori in 60 secondi e alle serie E.R. – Medici in prima linea, Roswell, Jarod il camaleonte, X – Files, Buffy l’ammazzavampiri, Streghe, Ghost Whisperer, CSI: NY, Numb3rs, CSI: Miami e CSI: Scena del crimine. Anche produttore, ha 42 anni e un film in uscita. 


Tra gli altri interpreti segnalo anche l’ormai storico Ethan Suplee nei panni del ragazzo che va a comprare la droga da Jay e Silent Bob, mentre la ragazzina che saluta Dante dalla finestra altri non è che Harley Quinn Smith, la figlia del regista. Nel cast avrebbe dovuto esserci anche Alec Baldwin nei panni del padre di Randal (e questa è davvero una scena che avrei voluto vedere!), mentre per il ruolo di Becky si era pensato anche a Bryce Dallas Howard e Liv Tyler. Se, dopo avere visto Clerks e Clerks II, volete continuare la vostra visita nel “ViewAskewniverse”, vi consiglio di vedere nell’ordine Generazione X, In cerca di Amy, Dogma e Jay & Silent Bob… Fermate Hollywood!, oppure l’effimera serie animata Clerks (solo 6 episodi!). ENJOY!


martedì 19 ottobre 2010

The Town (2010)

Temo che quest’anno cinematografico mi porterà a dover rivalutare qualche attore e regista che non ho mai amato. Prima mi è toccato ammettere che Leonardo Di Caprio è migliorato nel tempo fino a riuscire a sostenere una meraviglia come Inception, ora mi tocca ammettere che Ben Affleck è un bravo regista (come attore ho ancora qualche riserva, insomma…) e consigliare il suo ultimo film, The Town, tratto dal libro Prince of Thieves scritto nel 2004 dallo scrittore americano Chuck Hogan.

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Trama: Doug MacRay è un abilissimo ladro che, con i suoi tre compagni di sempre, si è specializzato nel rapinare banche e furgoni portavalori. Durante l’ultima rapina lui e i suoi prendono in ostaggio il direttore della banca, Claire. Dopo la traumatica esperienza, la ragazza viene contattata dall’FBI, e Doug decide di avvicinarsi a lei per scoprire quel che sa, solo per ritrovarsi innamorato perso, ricambiato e a rischio di compromettere l’intera banda…

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Io sono un po’ di parte, lo ammetto. Chi mi conosce sa che, forse prima ancora degli horror, i film che mi fanno veramente uscire di testa sono quelli imperniati su piccole bande di malviventi, ladri o mafiosi, pellicole che raccontano modi e luoghi del sottobosco criminale. Inutile dire, quindi, che Casinò e Quei bravi ragazzi di Scorsese, piuttosto che Il Padrino, passando per Sleepers fino ad arrivare a I Sopranos sono cose che riguarderei mille volte senza stancarmi mai. The Town omaggia, in parte, tutti questi film e serie, spostando l’”azione” in una realtà a me sconosciuta, la Charlestown di Boston, che a quanto pare è la culla dei rapinatori di banche. Il film quindi, come i grandi precursori, non si limita a mostrarci semplicemente le rapine, la lotta con l’FBI, le violenze che circondano queste persone, ma anche la loro vita, le personalità e i problemi dei singoli criminali. Ben Affleck in particolare si concentra sui due opposti, il pacato e ragionevole Doug, il cui unico sogno è di lasciarsi alle spalle Charlestown, e il violento Jim, suo migliore amico e quasi fratello, figlio immutabile della realtà in cui è nato e cresciuto. Fulcro del loro contrasto, come in ogni storia criminale che si rispetti, una donna, la semplice Claire, outsider in più di un senso in quanto estranea sia alla realtà quasi mafiosa in cui sono invischiati i protagonisti che alla città in cui vivono, e forse per questo l’unica in grado di catturare occhi e cuore di Doug, portandolo via da amici, complici, ex fidanzate e presunte figlie illegittime.

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The Town è molto ben fatto, come regista Ben Affleck è decisamente meglio che come attore. Splendide le rapine che ci vengono mostrate, con un montaggio serratissimo e l’idea inquietante di far indossare alla banda delle maschere di gomma (le suore fanno molto più senso degli scheletri, effettivamente…), emblematiche alcune immagini, come quella di Claire che cammina bendata e a piedi nudi verso la riva del mare (“Credevo che prima o poi avrei sentito il vuoto e sarei caduta…”) o come quella in cui il bastardissimo fioraio Fergie, tra parentesi il personaggio più riuscito del film assieme al folle Jim, mette il protagonista davanti ad una spiacevole verità mentre ripulisce le rose con un coltello, tagliando con violenza spine e foglie. Purtroppo Affleck, a differenza dei grandi autori, è immaturo ancora e si concede a qualche ingenuità o, peggio, a qualche desiderio del pubblico femminile (le immagini in cui si mostra seminudo a balestrarsi sono sicuramente piacevoli ma inutili, a pensarci bene…), e quel che ne risente è, paradossalmente, proprio la love story che dovrebbe essere il fulcro del film. Troppo inverosimile, nata dal nulla e basata su una reciproca tristezza che, lungi dall’essere commovente, strappa delle matte risate: il direttore di banca sarà anche caruccetto (anche se indossa sempre la stessa roba, bisogna dirlo…) ma vorrei sapere in quale mondo un rapinatore si prenderebbe il tempo di sussurrarle con voce suadente per calmarla mentre cerca di aprire la cassaforte, senza contare che i due si innamorano seguendo battute trite e ritrite con l’aggiunta di roba come: “Ah, che bella giornata di sole!” “No, a me le giornate di sole ricordano quando il mio fratellino è morto…” “Ah diamine, non lo sapevo. Beh, che dire, mia madre ha abbandonato me e quell’ubriacone di mio padre quando ero piccolo, ho passato mesi a cercarla come un fesso, consolati…” Ma ammazzatevi, che sfiga santo cielo!! A fronte di questo, ben venga un personaggio come quello di Jim, che almeno vivacizza il tutto con degli scatti di follia (e per fortuna Affleck non ha tentato l’omaggio a Joe Pesci, dando all’irlandesotto un’impronta abbastanza personale, sennò sarebbe stato passabile di fucilazione) e riporta il film sul giusto binario. Nonostante questo, comunque, The Town è davvero un bel film che merita di essere visto.

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Di Ben Affleck, regista ed interprete del protagonista, ho parlato qui, mentre l’ubiquo Pete Postlethwaite, che interpreta Fergie, lo trovate qui.

Rebecca Hall interpreta Claire. Inglese, ha partecipato a film come The Prestige, Vicky Cristina Barcellona e Dorian Gray. La sua carriera è solo all’inizio quindi! Ha 28 anni e tre film in uscita.

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Jeremy Renner interpreta James Coughlin. Californiano, ha partecipato a film come North Country e 28 settimane dopo oltre che a serie tv come Angel, CSI e Dr. House. Ha 39 anni e quattro film in uscita, tra cui The Avengers, dove avrà il ruolo di Occhio di falco.

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Chris Cooper interpreta Stephen MacRay, il padre del protagonista. Bravissimo attore che ricorderò sempre nei panni dell’ambiguo vicino di Kevin Spacey nello splendido American Beauty, tra gli altri suoi film segnalo Io me & Irene, Il patriota, l’ammorbante Seabiscuit, Capote e Syriana; ha inoltre partecipato a serie come Miami Vice e Law & Order. Americano, ha 59 anni e un film in uscita.

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E ora qualche curiosità: Titus Welliver, che interpreta l’agente Dino, è un attore che sicuramente i fanatici di Lost ricorderanno bene, visto che ha dato volto e voce al fantomatico “Uomo nero”, il fratello/avversario di Jacob nell’ultima serie. Peccato invece per il povero Victor Garber, attore che io adoro e che interpretava il padre di Sydney Bristow in Alias, che si riduce ad una comparsata da sfigato nei primi dieci minuti di film. Vi lascio quindi con il trailer originale del film... ENJOY!




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