martedì 17 dicembre 2019

Che fine ha fatto Bernadette? (2019)

Nonostante il trailer non mi avesse detto granché, ho comunque recuperato Che fine ha fatto Bernadette? (Where'd You Go, Bernadette?), diretto e co-sceneggiato dal regista Richard Linklater partendo dal romanzo omonimo di Maria Semple.


Trama: Bernadette, moglie, madre ed ex architetto in profonda crisi creativa, deve affrontare la sua condizione di reclusa volontaria e far ripartire la sua vita...


Come ho scritto sopra, il trailer di Che fine ha fatto Bernadette? non mi aveva invogliata molto, ma siccome Cate Blanchett ha ricevuto una nomination ai Golden Globe ed è un'attrice che solitamente adoro veder recitare, ho deciso di dare comunque una chance al film. Non me ne sono pentita, perché Che fine ha fatto Bernadette? non è per nulla malvagio, tuttavia è una di quelle opere che, per funzionare e diventare indimenticabile, avrebbe dovuto finire tra le mani di Wes Anderson, non di un Linklater in versione anonima. I personaggi, infatti, hanno tutte le caratteristiche tanto amate dal regista di Houston, soprattutto quello principale: Bernadette è un architetto geniale, vive in un ex collegio cattolico femminile che sta cadendo in rovina, è piena di tic e fobie che le impediscono di avere una vita normale, detesta la gente ma ha una figlia che la adora, è piagata da un passato di frustrazione professionale che non riesce a superare. Basterebbe questo a farla diventare un membro onorario de I Tenenbaum, per dire, e non è meno atipico il metodo scelto per riprendere tra le mani le redini della sua vita, ovvero una fuga in Antartide, probabilmente il luogo meno ospitale del mondo. Eppure, con tutto questo, parrebbe quasi di guardare un film perfetto per i pomeriggi di Canale 5 o Rete 4, con l'unica differenza che sì, Cate Blanchett è davvero brava e si è palesemente divertita un mondo a interpretare la "strana" Bernadette, riuscendo allo stesso tempo a conferire una dimensione umana a un personaggio con il quale è difficile relazionarsi al 100%, come dimostra il marito ormai incerto sulla natura della donna che ha sposato.


Il problema di fondo di Che fine ha fatto Bernadette, comunque, è proprio questo: il divertimento. La malattia di Bernadette non è così sciocca e banale: parliamo di una donna che ha vissuto per anni una carriera frenetica all'apice del successo e che ha finito per svuotarsi, per rinnegare il suo lato creativo diventando così una persona prona alla depressione e incapace di relazionarsi con altri che non siano la sua paziente, giovane figlia. La questione della malattia mentale viene trattata invece come un gioco, un plot device facile da superare con una fuga rocambolesca e un'ancor più rocambolesca arrampicata verso la libertà e il ritorno della creatività a lungo rifiutata. Il dramma umano di Bernadette rischia di passare completamente inosservato, sviscerato com'è in 5 minuti di monologo davanti a un attonito Laurence Fishburne oppure confidato dal marito a una psichiatra che si perde nel mucchio di guest star, e quello che rimane di Che fine ha fatto Bernadette? è semplicemente l'idea di una simpatica, eccentrica matta con qualche problemino di comunicazione e tutti i soldi che vuole per risolverli nel modo più atipico possibile, abbracciando un happy ending scontato che consolerà tutta la famiglia (per dire, nel romanzo si parla di una relazione tra il marito di Bernadette e la sua assistente, cosa che nel film è completamente assente, e il finale mi pare abbastanza "sospeso"). E' vero, le tragedie e la serietà a tutti i costi non sempre pagano, soprattutto in questi tempi così pessimisti, ma lo stesso vale per la volontà di essere leggerini a sproposito; non ho letto il romanzo di Maria Semple e magari poi il tono dell'opera cartacea è simile a quello del film, ma riguardo a quest'ultimo devo ammettere che l'avrei preferito un po' meno confuso sul registro da utilizzare, con buona pace di una Blanchett comunque bravissima.


Del regista e co-sceneggiatore Richard Linklater ho già parlato QUI. Kristen Wiig (Audrey), Cate Blanchett (Bernadette Fox), Billy Cudrup (Elgie Branch), Judy Greer (Dr. Kurtz), Laurence Fishburne (Paul Jellinek), Megan Mullally (Judy Toll) e Steve Zahn (David Walker) li trovate invece ai rispettivi link.



domenica 15 dicembre 2019

Storia di un matrimonio (2019)

Siccome ne parlavano tutti benissimo e ha fatto faville ai Golden Globe (è in lizza con sei nomination), la scorsa sera ho guardato su Netflix Storia di un Matrimonio (Marriage Story), scritto e diretto dal regista Noah Baumbach.


Trama: Charlie e Nicole, regista e attrice, decidono di divorziare dopo un matrimonio durato dieci anni. Nonostante le buone intenzioni di separarsi senza avvocati e senza traumatizzare il figlio, le cose prenderanno una piega sempre più spiacevole...


Il matrimonio è la tomba dell'amore, recita un vecchio adagio. Modo sicuramente banale di iniziare un post su Storia di un matrimonio, ma questo è quanto si evince dal film di Baumbach. Il matrimonio è la tomba dell'amore ma i piccoli gesti quotidiani, reiterati, dettati da un affetto (sopportazione? Complicità?) difficile da sradicare, restano anche nei momenti peggiori, quando sia il desiderio che l'amore sono scomparsi da chissà quanto tempo e restano solo i ricordi di tempi più felici, di episodi dolci e banali che ci facevano sciogliere di tenerezza. Di base, è ciò che succede a Charlie e Nicole, che dopo dieci anni passati assieme, una carriera condivisa e un figlio, decidono di separarsi. I problemi sono molteplici: lei, come diceva Bisio, ricerca "nuovi scampoli d'assenza", schiacciata nella sua professione di attrice dall'ego del marito regista e genio, che l'ha sradicata da Los Angeles per portarla a vivere a New York, lui invece non ascolta e non capisce, lì per lì parrebbe totalmente clueless e convinto che Nicole stia passando una "fase", una follia temporanea facilmente ricomponibile, anche perché, che diamine!, c'è di mezzo un figlio. Convinti di poterla risolvere con le buone, a Los Angeles Nicole si farà convincere a coinvolgere un'avvocatessa/squalo che la spingerà a volere di più e volerlo per sé, come risarcimento di un decennio di sofferenze e incomprensioni sempre rimaste sotto la superficie di una vita apparentemente felice, col risultato di rendere ancor più orribile una situazione già non bella di suo e di trasformare la separazione in una continua serie di sottesi e ripicche. Se posso dire, niente di nuovo sotto il sole e io che speravo di commuovermi e struggermi per questo amore finito, mi sono ritrovata a testimoniare gli sfoghi egoisti di due drama queen, una perenne scontenta priva di carattere e un passivo aggressivo con deliri di onnipotenza che non ammetterebbe nemmeno a se stesso; se penso che tutto nasce dalle esperienze del regista (separato da Jennifer Jason Leigh), Scarlett Johansson (separata da Ryan Reynolds e dal giornalista Romain Dauriac) e Adam Driver (figlio di genitori separati) mi fa strano ammettere di avere visto dinamiche migliori portate sul piccolo e grande schermo.


Quindi sì, le diatribe di Charlie e Nicole non mi hanno toccata più di tanto, forse perché il bambino che avrebbe dovuto risentire della separazione e scatenare la parte "tenera" dello spettatore è un piccolo moscio e non particolarmente accattivante, ma riconosco che invece Storia di un matrimonio è un gran bell'esempio di regia e soprattutto di bravura attoriale (ma quanto è meravigliosa Laura Dern?). La sequenza più bella, a mio avviso, è quella in cui Driver e la Johansson si scagliano l'uno contro l'altro in un parossismo di insulti e rabbia, accusandosi reciprocamente di aver rovinato l'esistenza del coniuge; Driver in particolare si mangia la Johansson con parole dure e dolorosissime, le uniche che sono riuscite a scatenare in me una qualche reazione (magonato stupore, se lo avessi avuto davanti probabilmente lo avrei massacrato di pugni tra un pianto e l'altro), e sul finale si profonde in una canzone splendida, perfetta per il suo vocione e per il tema della pellicola, senza sbagliare nemmeno una nota, riconfermandosi (fuori da Star Wars) uno degli attori più versatili e particolari in circolazione. Probabilmente è anche merito della sceneggiatura. Alla Johansson è stata offerta infatti la parte di una donna affettuosa e fragile ma in competizione con un marito che non esita, direi anche giustamente vista la spietatezza della realtà sociale in cui è costretta a muoversi, a lasciarsi alle spalle col sorriso sulle labbra, mentre Driver, pur non interpretando un personaggio positivo, a un certo punto ha proprio un crollo, nella vita, nella carriera e persino nei gesti, ritrovandosi spesso, letteralmente, prostrato a terra. Il finale in cui rilegge tutti i pregi elencati all'inizio dalla moglie (presentati con un delizioso uso della camera a mano e del montaggio) è la triste condanna di un uomo che, per noncuranza o senso di superiorità, ha perso tutto quello che aveva di importante nella vita, rimanendo solo come un cane, pieno di rimpianti e ritrovandosi paradossalmente in una situazione che, l'avesse accettata anni prima invece di farsi i fatti suoi, gli avrebbe permesso di salvare il matrimonio. #JeSuisCharlie, quindi, ma anche #JeNeSuisPasMarriageStory , per quanto sia un film che merita una visione, soprattutto se siete abbonati a Netflix.


Di Adam Driver (Charlie), Scarlett Johansson (Nicole), Wallace Shawn (Frank), Laura Dern (Nora Fanshaw) e Ray Liotta (Jay Marotta) ho parlato ai rispettivi link.

Noah Baumbach è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Il calamaro e la balena, Lo stravagante mondo di Greenberg e Frances Ha. Anche produttore e attore, ha 50 anni.


Se Storia di un matrimonio vi fosse piaciuto potreste recuperare Kramer contro Kramer e La guerra dei Roses. ENJOY!

venerdì 13 dicembre 2019

I Goonies (1985)

Lunedì e martedì anche il multisala savonese ha aderito alla splendida iniziativa di far tornare al cinema I Goonies, diretto nel 1985 da Richard Donner. Potevo forse perderlo?


Trama: il giorno prima dell'esproprio forzato delle loro case, un gruppo di ragazzini denominatosi Goonies parte alla ricerca del tesoro di Willy l'orbo, sepolto da qualche parte nelle caverne sotto la cittadina.


Parlare de I Goonies è come parlare di uno di famiglia, visto che mi tiene compagnia da quando ero bambina. A onor del vero non lo riguardavo da almeno una decina d'anni, complice lo scarso utilizzo della TV e la precedenza accordata a film ancora da vedere, ma mi è bastato sedermi in sala martedì per ritrovare tutte le sensazioni di gioia, meraviglia e divertimento che questo piccolo gioiello suscita in me da sempre. I Goonies è la quintessenza di ciò che dovrebbe essere un film d'avventura per ragazzi, non a caso è un prodotto uscito dalle mani esperte di Steven Spielberg e Chris Columbus, che ne hanno firmato la sceneggiatura. Innanzitutto, ha dei personaggi iconici i cui tratti salienti possono venire riassunti in un'unica, fondamentale scena introduttiva sulla scia di un folle inseguimento con sparatoria (fateci caso, bastano pochi fotogrammi per ognuno: Mouth è lo sbruffoncello, Data l'inventore pasticcione, Chunk il ciccione ingenuo e casinista, Mikey il "capo" ragionevole e malinconico, a cui viene dedicata qualche inquadratura in più); questi stessi personaggi si rapportano tra loro con un cameratismo realistico e divertente e la loro avventura straordinaria nasce da problemi terribilmente ordinari, ovvero debiti, povertà e persone senza scrupoli (tre cose che, se ricordate, doveva affrontare anche il protagonista di Gremlins, sempre scritto da Columbus), che rischiano di rappresentare la fine non solo della loro amicizia ma anche della loro infanzia, dei loro sogni cancellati a colpi di carte bollate. La ricerca del tesoro di Willy l'orbo rappresenta la speranza di fuga, la fantasia che corre in aiuto di ragazzini schiacciati dalla realtà ed è giusto che presenti tutti i topoi di un romanzo d'avventura, con enigmi da risolvere, pericoli mortali, trappole e nemici senza scrupoli che cercano di far loro la pelle, anche se questi nemici sono l'esilarante terzetto formato dalla famiglia Fratelli. Aggiungiamo poi l'indispensabile elemento horror, qui rappresentato da scheletri in abbondanza e soprattutto dal mitico Sloth, che non sfigurerebbe dietro le intercapedini de La casa nera anche se alla fine è tanto buonino come Lupo De' Lupis e più che una creatura paurosa è il vero tesoro scoperto dai Goonies.


Quella de I Goonies è una storia che non perde freschezza da più di trent'anni (anche se noi, da maledetti stronzi quasi quarantenni, abbiamo avuto modo di porci domande scomode che non riporterò in questa sede) ma anche gli altri aspetti della pellicola sono invecchiati benissimo. La colonna sonora funge da suono pavloviano, bastano le prime note per tornare bambini e la faccia di Cindy Lauper per profondersi nel peggiore dei karaoke, ma è bellissimo anche farsi accompagnare da Donner nei meandri oscuri e zeppi di "tracobetti" del sottosuolo di Goon Docks, tra sequenze frenetiche di pura azione e commoventi primi piani ispirati, per non parlare poi della ricchezza e dell'inquietante maestosità della nave di Willy l'orbo, sia all'interno del suo rifugio sia in quell'ultimo viaggio verso l'ignoto, salutata dagli increduli abitanti della cittadina. C'è da dire poi che, visto dopo trenta e fischia anni, I Goonies regala anche delle gioie a livello di casting; si ride parecchio all'idea di un Brand che, per vendicarsi di tutti i soprusi subiti nel corso del film, decide di schioccare le dita ed eliminare un buon 50% della popolazione e si possono trovare parecchie similitudini tra la dolce, quieta testardaggine del piccolo Mikey e la pazienza di Samvise Gamgee, ma il mio cuore ovviamente è sempre per Corey Feldman e le mattane spagnole del suo Mouth, oltre che per l'accento smaccatamente siculo che il doppiaggio italiano ha appioppato a mamma Fratelli e ai sue due figli rincoglioniti. A prescindere da quale personaggio amiate di più, non c'è dubbio che quello de I Goonies è stato un casting particolarmente ispirato che funziona alla perfezione oggi come allora e non c'è uno solo degli attori che non vorrei abbracciare e ringraziare per aver contribuito a realizzare quello che, a mio avviso, è il film per ragazzi più bello di sempre. Un vero peccato che alla proiezione serale delle 21 ci fossimo quasi solo noi adulti, perché per un bambino vedere una pellicola simile al cinema potrebbe diventare un ricordo indelebile ed importante.


Del regista Richard Donner, che compare non accreditato nei panni di un poliziotto, ho già parlato QUI. Sean Astin (Mikey), Josh Brolin (Brand), Corey Feldman (Mouth) e Robert Davi (Jake) li trovate invece ai rispettivi link.

Joe Pantoliano interpreta Francis. Americano, lo ricordo come Ralph Cifaretto de I Soprano ma ha partecipato a film come L'impero del sole, Il fuggitivo, Baby Birba - Un giorno in libertà, Congo, Bound - Torbido inganno, Matrix, Memento, Daredevil e a serie come MASH, I racconti della cripta, Oltre i limiti, Roswell; come doppiatore ha lavorato ne I Simpson e SpongeBob Squarepants. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 68 anni e tre film in uscita.


Anne Ramsey interpreta Mamma Fratelli. Americana, ha partecipato a film come Dovevi essere morta, Getta la mamma dal treno, S.O.S. Fantasmi e a serie quali Charlie's Angels, Wonder Woman, Starsky & Hutch, Chips, La signora in giallo, Casa Keaton, Supercar e ALF. E' morta nel 1988 all'età di 59 anni.


Ke Huy Quan, che interpreta Data, aveva partecipato l'anno prima a Indiana Jones e il tempio maledetto nel ruolo di Short. Cosa faccia ora l'ex ragazzino è un mistero, probabilmente vive girando per convention nerd mentre Jeff Cohen, alias Chunk, ha appeso da molto la recitazione al chiodo ed è diventato un famoso avvocato. Heather Langenkamp aveva fatto il provino per il ruolo di Andy ma, anche se Spielberg e Donner erano entusiasti della sua performance, l'attrice era troppo vecchia per il ruolo; Spielberg ha cercato di scusarsi anni dopo offrendo alla Langenkamp il ruolo della dottoressa Ellie Sattler in Jurassic Park ma l'attrice si era già impegnata con Nightmare - Nuovo incubo. Detto questo, se I Goonies vi fosse piaciuto recuperate Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, Scuola di mostri, Mud, Navigator, Explorers e Stand by Me - Ricordo di un'estate. ENJOY!


giovedì 12 dicembre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 12/12/2019

Buon giovedì a tutti! Ancora una settimana e i pezzi grossi arriveranno ma nel frattempo ci sono state le noiose nomination ai Golden Globes e qualcosa si smuove nella distribuzione, piazzando qui e là qualche papabile film da vedere in previsione degli Oscar... ENJOY!

Il primo Natale
Reazione a caldo: Mf.
Bolla, rifletti!: Per la favola di Natale aspetto il Pinocchio di Garrone anche se con tristi presagi, la comicità di Ficarra e Picone, che pur non mi stanno antipatici, la lascio volentieri ad altri.

Che fine ha fatto Bernadette?
Reazione a caldo: Mah...
Bolla, rifletti!: Vero è che la Blanchett ha ricevuto una nomination per il Golden Globe ma il trailer di questa storia di rinunce e voglia di libertà non mi ha coinvolta per nulla e le critiche che si leggono non sono entusiaste. Credo ripiegherò su altro.

L'inganno perfetto
Reazione a caldo: At last!
Bolla, rifletti!: Perso al TFF, arrivato con una settimana di ritardo, adorato dalla Poison. Se aggiungete il duetto Helen Mirren/Ian McKellen potete capire che questo diventa il must see della settimana!

C'è profumo di cancarone e di Greco passito al cinema d'élite!

Qualcosa di meraviglioso
Reazione a caldo: Géraaaaaard!!
Bolla, rifletti!: Gérardone molla la bottiglia e diventa maestro di scacchi in una storia vera di tolleranza e speranza. Come si può voler male a un film simile?

Aspromonte - La terra degli ultimi
Reazione a caldo: Interessante...
Bolla, rifletti!: Il cinema italiano recente riserva delle ottime sorprese e credo rientri nel mucchio anche questo film, ambientato in una Calabria arcaica dove ignoranza e timori si scontrano con un lento, fondamentale progresso. 

mercoledì 11 dicembre 2019

La lunga notte dell'orrore (1966)

Siccome nel programma del Torino Film Festival di quest'anno c'erano una marea di interessantissimi horror d'antan, ho passato la mattinata del secondo giorno guardando La lunga notte dell'orrore (The Plague of the Zombies), diretto nel 1966 dal regista John Gilling.



Trama: in un villaggio sperduto della Cornovaglia la gente muore senza un perché. Richiamato dalla lettera di un vecchio studente ora divenuto medico, Sir James Forbes parte con la figlia alla volta del villaggio e rimane coinvolto in una terribile vicenda di riti voodoo...



Gli horror anni '60 e quelli della Hammer hanno sempre un loro fascino ma purtroppo li conosco davvero poco. Ammetto infatti l'ignoranza di non aver mai sentito parlare, prima della settimana scorsa, di La lunga notte dell'orrore, che viene considerato una delle fonti di ispirazione de La notte dei morti viventi di Romero e che, nonostante la presenza di riti voodoo all'interno della trama, effettivamente presenta un'idea di "morto vivente" assai vicina a quella moderna sebbene gli zombi del film non mangino né contagino la gente. E' più una questione visiva, soprattutto per quanto riguarda un paio di sequenze oniriche ambientate all'interno di un cimitero, dove i morti scavano per risalire in superficie e vengono inquadrate mani protese e fameliche, pronte a ghermire i malcapitati del tutto privi di una via di uscita e circondati da mostri implacabili pronti a ucciderli, perché per il resto l'orrore e il gore vengono "confinati" in una efferata decapitazione tramite badile, un paio di vilipendi di cadavere e in un'apparizione tanto scioccante quanto inaspettata, che immagino all'epoca avrà fatto saltare sulla sedia più di uno spettatore. In realtà, però, La lunga notte dell'orrore è più una "lunga notte del mistero" e i protagonisti sono impegnati non tanto a sopravvivere quanto ad indagare su quanto sta accadendo in un villaggetto della Cornovaglia dove la gente muore di una malattia sconosciuta e dove spadroneggia una banda di bulli mal gestita dallo squire del luogo, Sir Clive Hamilton, inspiegabilmente ricco e molto affascinante. E' la lettera di un giovane dottore disperato a richiamare in Cornovaglia l'eroe del film, l'attempato Sir James Forbes, che giunge al villaggio accompagnato dalla volitiva figlia, ex compagna di classe della moglie del dottorino, e che comincia a impiegare tutta la sua esperienza e il suo acume per liberare il luogo dal male che lo affligge.


Mi perdonino i puristi e i fan se oso scrivere che La lunga notte dell'orrore ricorda molto un episodio di Scooby Doo dove gli zombi sono veri e il malvagio è realmente dotato di poteri oscuri, perché molto del minutaggio del film viene impiegato per sviscerare i ragionamenti dell'irreprensibile James Forbes, l'uomo giusto al momento giusto, l'esponente principe di una razza inglese dai nervi saldi, l'eleganza innata e un fortissimo senso dell'ordine e dell'onore, un "detective per caso" che non se la fa menare da nessuno e che avrebbe meritato una serie di film a lui dedicati (anzi, probabilmente se all'epoca fosse esistita Netflix ciò sarebbe accaduto!). E' proprio Forbes, e l'interpretazione che ne da André Morell, il punto forte del film; Forbes non è figo come Indiana Jones ma a tratti parrebbe davvero di guardare un antesignano de Il tempio maledetto vista l'ironia serpeggiante nei dialoghi, la cura infusa nel rendere la psicologia del personaggio principale e della figlia (testarda e intraprendente, non la classica damsel in distress), per i quali gli spettatori arrivano realmente a fare il tifo, e vista anche l'aura di fascino che ammanta il villain, capace di ipnotizzare le sue vittime femminili non solo grazie alle sue arti magiche ma anche per quel modo di fare da elegante marpione. Gli zombi, salvo la già citata sequenza onirica, rimangono un po' sullo sfondo, poverini, ma l'impegno da parte di regista, costumisti e scenografi nel rendere un'atmosfera di orrore esotico e sanguinoso c'è e, nonostante un paio di ingenuità (le sequenze notturne sono palesemente girate di giorno), La lunga notte dell'orrore è anche un bello spettacolo per gli occhi o forse sono io che adoro gli horror in costume e la bellezza vintage di attrici come Diane Clare e Jacqueline Pearce. Comunque sia, il mio consiglio è di recuperare La lunga notte dell'orrore: non so se sia realmente introvabile, come diceva qualcuno in fila al TFF, ma nel caso merita una ricerca approfondita.

John Gilling è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film a me sconosciuti come La gente gamma, La baia dei pirati, I pirati del fiume rosso, Le jene di Edimburgo, La morte arriva strisciando e Il sudario della mummia. Anche sceneggiatore e produttore, è morto nel 1984 all'età di 72 anni.


André Morell interpreta Sir James Forbes. Inglese, ha partecipato a film come Il ponte sul fiume Kwai, Ben-Hur, Il sudario della mummia, Barry Lyndon e a serie come Doctor Who, inoltre ha lavorato come doppiatore ne Il signore degli anelli. Anche, è morto nel 1978 all'età di 69 anni.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate La notte dei morti viventi e Il serpente e l'arcobaleno. ENJOY!

martedì 10 dicembre 2019

L'ufficiale e la spia (2019)

Abbiamo sfidato il multisala per tre settimane e abbiamo vinto: L'ufficiale e la spia (J'accuse), diretto e co-sceneggiato da Roman Polanski, è durato fino a domenica e siamo riusciti ad andarlo a vedere col Bolluomo.


Trama: il Colonello Picquart, una volta messo a capo dei servizi segreti francesi, si ritrova tra le mani le prove dell'innocenza di Alfred Dreyfus, soldato condannato per alto tradimento.


Considerato il titolo internazionale dell'ultimo film di Polanski, stavolta non sono stati solo i malvagi titolisti italiani a prendere sottogamba lo spettatore, preferendo il didascalico L'ufficiale e la spia, giusto per dare un piglio più "moderno" alla storia, al J'accuse coniato dallo scrittore Emile Zola, entrato a far parte comunque del linguaggio comune e citato all'interno della pellicola. Non stiamo a spaccare il capello; in effetti, all'interno del film si sottolinea spesso il legame "a distanza" tra l'Ufficiale, ovvero il Colonnello Picquart, antisemita ma dotato di una profonda coscienza, e la presunta spia, ovvero Alfred Dreyfus, soldato di origini ebraiche accusato di aver venduto delle informazioni all'esercito tedesco e condannato ai lavori forzati sull'Isola del Diavolo. I due si parlano direttamente solo un paio di volte ma le loro vicende si intrecciano e influenzano le reciproche esistenze, oltre alla società francese della Terza Repubblica, tra crescenti sentimenti antisemiti e la nascita dell'impegno intellettuale moderno, quello in grado di influenzare l'opinione pubblica e portare le masse ignoranti a pensare (o a rimanere ancora più ignorante). A tal proposito, mi rifiuto di mettere bocca sull'affaire Polanski. Se il regista ha deciso di girare il film eleggendo Dreyfus a suo innocente alter ego sono affari suoi e mi ritengo una spettatrice abbastanza intelligente da essermi goduta L'ufficiale e la spia come un'ottima riproposizione storica di una vicenda tristemente attuale, vergognosamente intrisa non solo di razzismo ma anche di incompetenza, menefreghismo e desiderio di parare il culo a chi lo tiene al caldo nei piani alti, trincerandosi dietro la scusa di voler "salvaguardare il nome della Repubblica e della Francia" senza ammettere di aver sbagliato, rovinando non solo la vita a un uomo innocente ma anche facendo prosperare i reali colpevoli.


E' una vicenda conosciuta e che avrebbe potuto, con un altro piglio, risultare pedante o noiosa mentre Polanski decide di giocare la carta della spy story, tra complotti e attentati, e dei legal drama che vanno tanto per la maggiore oggi, riuscendo a spettacolarizzare gli svariati processi di cui si compone il film grazie a un mix vincente di dialoghi e attori bravissimi. Tutto è filtrato attraverso l'occhio di un perfetto Jean Dujardin, che interpreta il Colonnello Picquart, ufficiale dell'esercito per il quale la condanna di Dreyfus è come "aver purgato un organismo da un male terribile"; uomo nel pieno della sua carriera, nonostante l'antisemitismo e l'odio palese per Dreyfus, Picquart non si sottrae al suo senso del dovere e della morale nemmeno quando salvare Dreyfus significherebbe non solo venire degradato ed imprigionato, ma persino rischiare di essere messo a tacere in modi peggiori, mettendo in pericolo la propria vita e quella di amici, amanti e conoscenti. Il senso di angoscia che si respira dalla scoperta di documenti compromettenti è palese, par quasi che Picquart abbia tutti gli occhi addosso, sia quando effettivamente viene spiato dai suoi attuali o ex colleghi, sia quando il Colonnello è solo nel suo appartamento o nel suo studio. Assai forte è anche il senso di frustrazione che si prova guardando L'ufficiale e la spia, perché se è vero che la storia di Dreyfus è risaputa, pare comunque di essere stati inghiottiti da un incubo kafkiano, all'interno del quale la verità viene bloccata e negata tante di quelle volte da rasentare il surreale. Accanto a una storia interessante già di per sé, raccontata in modo moderno e spigliato, c'è ovviamente la messa in scena raffinata di Polanski, che non indulge nel sovraccarico visivo tipico dei film in costume ma preferisce concentrarsi sui protagonisti, sui loro sguardi e gesti, lasciando che la cinepresa indugi su piccoli dettagli fondamentali per capirne la psicologia e le motivazioni. Che siate o meno appassionati di questo genere di pellicole, che amiate oppure odiate l'"uomo" Polanski, è innegabile che L'ufficiale e la spia sia un film molto bello e lo consiglio a tutti.


Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski, che compare tra il pubblico del concerto, ho già parlato QUI. Jean Dujardin (Colonnello Jacques Picquart), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier), Mathieu Almaric (Bertillon) e Vincent Perez (Leblois) li trovate invece ai rispettivi link.

Louis Garrel interpreta Alfred Dreyfus. Francese, ha partecipato a film come The Dreamers - I sognatori, Van Gogh - Alla soglia dell'eternità e l'imminente Piccole donne. Anche regista e sceneggiatore, ha 36 anni e tre film in uscita.


Nei panni di Philippe Monnier compare l'attore e produttore Luca Barbareschi. Se vi fosse piaciuto L'ufficiale e le spia e vi interessasse il tema, recuperate L'affare Dreyfus. ENJOY!

domenica 8 dicembre 2019

Frozen II - Il segreto di Arendelle (2019)

Nonostante l'uscita novembrina che lo ha privato dello status di "cartone Disney da vedere a Natale", mercoledì sono andata al cinema per Frozen II - Il segreto di Arendelle (Frozen II), diretto dai registi Chris Buck e Jennifer Lee.


Trama: tre anni dopo l'incoronazione di Elsa a regina, la nuova sovrana comincia a sentire un richiamo lontano, che porterà lei e la sorella Anna a scoprire nuove, incredibili cose sul loro passato e su quello di Arendelle.


Sono passati sei anni dall'uscita di Frozen - Il regno di ghiaccio, film Disney che dato un ulteriore, perfido significato alla parola "merchandising" rimpinguando di miliardi di paperdollari le casse della Casa del Topo e prendendosi anche i miei soldi vista la bellezza di tutti gli oggettini a tema Elsa/Olaf che pullulano in ogni dove, dai Disney Store ai normali supermercati. Ma sto divagando. Sei anni, dicevo, tre all'interno del regno di Arendelle, dove la vita SEMBRA scorrere lieta, governata da un equilibratissimo status quo: Elsa è regina, Anna e Kristoff vivono il loro legame da storditi innamorati, il pupazzo di neve Olaf (che non ha più la nuvoletta in testa e si sta godendo il permafrost poiché i poteri di Elsa sono diventati più forti) sta crescendo e comincia a porsi dubbi esistenziali. La bellissima regina, però, è irrequieta, perché qualcosa la chiama, il canto di una sirena che ne turba i giorni e le notti, e quando Elsa capisce che quel richiamo arriva da un passato radicato nelle favole che le raccontava la mamma da bambina, decide di partire alla volta di una foresta incantata poco distante da Arendelle, una foresta popolata da spiriti adirati e pronti a distruggere il regno per riparare a un torto passato. Altro non si può dire sulla trama imbastita per questo Frozen II, sequel assai più adulto della favola del 2013, imperniato su temi cupi e probabilmente di non facile comprensione per i bambini. Nel corso del film sono infatti ricorrenti i riferimenti allo scorrere del tempo, all'impossibilità di opporsi a cambiamenti anche dolorosi nel corso della vita, alla necessità di accettare questi cambiamenti e trovare comunque la forza di andare avanti, in primis dentro noi stessi, sperando che ci sia sempre qualcuno pronto a tenderci la mano; in poche parole, i personaggi di Frozen cambiano e crescono, subiscono degli sviluppi che vanno oltre il classico happy ending e, come insegnava Inside Out, li portano ad abbracciare emozioni complesse, come una felicità velata di profonda malinconia o una tristezza capace di rendere il cuore comunque più leggero.


La saga di Frozen si riconferma dunque una delle più innovative a livello di maturazione dei personaggi (non tanto di trama, visto che gli sviluppi della stessa, finale e twist compresi, sono intuibili dopo cinque minuti dall'inizio del film), nonché una delle più belle a livello di animazioni e character design. In questo secondo capitolo ci sono delle intere sequenze che lasciano a bocca aperta per il modo in cui riescono a fondere le esaltanti caratteristiche di una scena d'azione alla raffinata bellezza di eleganti numeri da musical, come se gli X-Men o gli Avengers incontrassero la fantasia del Cirque Du Soleil, e sono quasi tutte imperniate (chevvelodicoaffare) sul personaggio di Elsa. La fanciulla subisce una metamorfosi sottile ma innegabile, diventando la principessa Disney più elegante, sensuale, bella e potente di sempre, un trionfo da vedere ed ascoltare che, con un solo gesto della mano, fa scomparire tutti i personaggi di supporto, sorella Anna compresa. A onor del vero, in effetti, molto del contorno di Frozen II è deboluccio: le riflessioni filosofiche e le mattane di Olaf sono simpatiche ma alla lunga irritanti, Anna è spesso lagnosetta e si risolleva più o meno a metà film, il povero Kristoff fa la figura del servo della gleba (ma si ritaglia il numero musicale più esilarante, un omaggio alle love song anni '80 alla Bon Jovi e Ryan Adams con tanto di video che cita nientemeno che Bohemian Rhapsody; peccato che la versione italiana richiami "antenati" meno nobili, come i Beehive.) e dei nuovi personaggi introdotti, affascinanti ma poco incisivi, ricorderò solo lo splendido spirito del fuoco, la cosa più tenera e meravigliosa che sia mai stata creata per un film Disney. Nulla da dire invece sulle canzoni. Penso che l'adattamento italiano ne appiattisca un po' i testi ma la voce di Serena Autieri mette i brividi e in generale le melodie sono molto belle; Christophe Back ha cercato un'altra Let it Go (canzone che, peraltro, provoca a un certo punto brividi di disgusto alla bella Elsa) e ha creato le ugualmente splendide Show YourselfInto the Unknown, Nell'ignoto per gli amici italiani e per Giuliano Sangiorgi che frantuma l'ugola e non solo nei titoli di coda dell'edizione nostrana, una canzone che rimane in testa anche grazie al brevissimo, evocativo gorgheggio della cantautrice norvegese AURORA. Per concludere, devo dire che avevo letto le peggio cose su Frozen II ma io non l'ho trovato tanto diverso dal primo capitolo della saga e onestamente l'ho apprezzato molto. L'unico, vero neo? Non c'è nessun corto a precederlo. Tristezza vera.


Dei registi Chris Buck e Jennifer Lee ho già parlato QUI. Kristen Bell (Anna), Josh Gad (Olaf), Sterling K. Brown (Mattias), Alfred Molina (Agnarr), Jeremy Sisto (Re Runeard), Ciarán Hinds (Granpapà) e Alan Tudyk (Guardia/ Capo dei Nortuldri / Soldato di Arendelle / Duca di Weselton) li trovate invece ai rispettivi link.

Evan Rachel Wood è la voce originale della regina Iduna. Americana, ha partecipato a film come S1m0ne e a serie quali CSI - Scena del crimine, True Blood, What We Do in the Shadows e Westworld, oltre ad aver lavorato come doppiatrice in Robot Chicken. Anche cantante, regista e sceneggiatrice, ha 32 anni e due film in uscita.


Martha Plimpton, che doppia Yelena, era la Stef de I Goonies. Le vicende narrate in Frozen II seguono di tre anni quelle di Frozen - Il regno di ghiaccio, che vi consiglio di recuperare assieme ai corti Frozen Fever e Frozen - Le avventure di Olaf. ENJOY!

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