Visualizzazione post con etichetta graham greene. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta graham greene. Mostra tutti i post

venerdì 27 settembre 2024

Bolla Loves Bruno: Die Hard - Duri a morire (1995)

Con l'estate ho un po' abbandonato la rassegna dedicata a Bruce Willis ma torno alla carica oggi con Die Hard - Duri a morire (Die Hard With a Vengeance), diretto nel 1995 dal regista John McTiernan.


Trama: a un passo dall'alcolismo e buttato fuori dalla polizia, John McClane è costretto a superare l'hangover cimentandosi con gli indovinelli di Simon, terrorista che lo odia e che minaccia di fare saltare in aria New York...


Dopo parecchi flop commerciali e un paio di capolavori come Pulp Fiction e La morte ti fa bella, Bruce Willis è tornato a giocare sul sicuro e a vestire la canotta d'ordinanza del suo personaggio più iconico, il poliziotto John McClane. Nonostante riconosca la superiorità di Trappola di cristallo, pellicola che ha definito un genere e lanciato più di una carriera, devo ammettere che Die Hard (il primo film della saga distribuito in Italia col titolo originale) è quello che ho guardato più volte e che ricordo meglio, complici i mille passaggi televisivi e il mio amore adolescenziale e mai esauritosi per Bruce Willis. Mi piace molto ancora oggi, ovvio. E' probabilmente più cretino dei suoi due predecessori, a livello di trama, ma proprio per questo è divertente da morire, zeppo di momenti action da rimanere a bocca aperta e Bruce Willis divide la scena con un Samuel L.Jackson che gli tiene testa senza rubargli la scena. Soprattutto, man mano che il finale si avvicina, la storia si snoda in almeno tre punti diversi, seguendo il perverso gioco messo in piedi da Simon, terrorista con un odio particolare per il povero McClane; se, all'inizio, i suoi indovinelli sono semplici, andando avanti la complessità aumenta così come la posta in ballo e i riflettori vengono puntati non solo sugli sforzi di John e Zeus, ma anche alcuni poliziotti diventano protagonisti attivi senza venire relegati a macchiette e risultando più o meno indispensabili per sventare il pericolo. Questo è anche il primo film della serie ad avere un'intera città protagonista, il che consente a McTiernan di sfruttare spettacolari, conosciutissimi setting newyorkesi e, alla sceneggiatura, di approfittare di tutti i pregi e difetti della Grande Mela per arricchire ancora di più la storia. Basti pensare al fattore tempo, reso scarso dal terrificante traffico della città, o alla quantità spropositata di scuole potenzialmente minacciate, per non parlare di quartieri pericolosissimi per un poliziotto bianco che porta in giro cartelli razzisti. 


Per quanto riguarda la regia, McTiernan confeziona un manuale dell'action, perché in Die Hard non manca nulla, tenendo conto che dopo nemmeno un minuto abbiamo già un'esplosione. Ci sono inseguimenti con automobili e persino una lotta tra camion e inondazioni, treni che si schiantano e fanno venire giù l'asfalto di mezza Wall Street, sparatorie su ogni tipo di mezzo, elicotteri impazziti, pericolosissimi salti su navi in movimento; con tutto questo, McTiernan riesce a non mandare in sovraccarico lo spettatore e a gestire anche la scena più caotica con una maestria invidiabile, inserendo persino piccoli dettagli ironici oppure indizi che risulteranno fondamentali nel corso del film. Per quanto riguarda il cast, ritengo che l'unico neo di Die Hard sia Jeremy Irons. Non fraintendetemi, è elegante ed insidioso quanto basta, ma la voce originale non mi fa impazzire (questo è uno dei rari casi in cui preferisco il doppiatore italiano) e, quanto a carisma, Alan Rickman lo batte di parecchie misure. Per fortuna, Bruce Willis ne ha invece da vendere, e quanto riesce ad essere cool anche da sfatto, col mal di testa da hangover e sporco come il lume! Il personaggio di John McClane gli calza ancora a pennello e si vede che Willis, interpretandolo, si rifugia in una comfort zone che gli permette di recitare al meglio e, soprattutto, di dare sempre di più a un personaggio che, nel '95, aveva ancora parecchio da dire (e anche da dare. Il fisico di Bruccino è di tutto rispetto, le scene action che lo vedono coinvolto, al netto dell'ovvio utilizzo di stuntman, non devono essere state facilissime da girare). I duetti con Samuel L. Jackson sono ancora oggi, a distanza di 30 anni, molto spassosi, tuttavia la questione razziale non è invecchiata proprio benissimo, o forse sono io a trovare trito e un po' fastidioso il ribadire costantemente lo stereotipo di onesto lavoratore nero di Zeus contrapponendolo al cliché di sbirro bianco e scapestrato di McClane. Per carità, il contrasto funziona, ma anche meno. Nota stonata piccolissima per un film che riguarderei anche subito, e che mi ha conquistata fin dal suo primo passaggio televisivo!


Del regista 
John McTiernan ho già parlato QUI. Bruce Willis (John McClane), Jeremy Irons (Simon), Samuel L. Jackson (Zeus), Graham Greene (Joe Lambert) e Colleen Camp (Connie Kowalski) li trovate invece ai rispettivi link. 


Il film inizialmente si doveva intitolare Simon Says e avrebbe potuto prendere due vie: o essere il terzo sequel di Arma letale oppure il seguito di Drago d'acciaio, con Brandon Lee come protagonista e Angela Bassett come personaggio femminile al posto di Zeus. Quanto a quest'ultimo, Laurence Fishburne ci ha pensato troppo e ha perso il posto in favore di Samuel L. Jackson, mentre Sean Connery ha declinato l'offerta di interpretare Simon Gruber perché troppo diabolico. Ciò detto, se Die Hard - Duri a morire vi fosse piaciuto, recuperate di sicuro Trappola di cristallo e 58 minuti per morire, e poi tentate Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire, che finora non ho mai avuto il coraggio di guardare. ENJOY!


martedì 23 luglio 2024

Bolla Loves Bruno: Genitori cercasi (1994)

Stavo quasi per saltarlo, invece nella rassegna dedicata a Bruce Willis è finito anche Genitori Cercasi (North), diretto nel 1994 dal regista Rob Reiner e tratto dal romanzo North: The Tale of a 9-Year-Old Boy Who Becomes a Free Agent and Travels the World in Search of the Perfect Parents di Alan Zweibel.


Trama: la vita del piccolo North è costellata di successi, almeno finché la natura menefreghista dei genitori non comincia ad incidere sui suoi risultati sportivi e scolastici. Disperato, North decide così di mettersi alla ricerca di due genitori migliori...


Non avevo mai visto Genitori cercasi, forse non lo avevo mai nemmeno sentito nominare. Avevo deciso di non guardarlo, in quanto Bruce Willis era segnato nei credits di Imdb come "narratore", poi mi sono capitate sott'occhio un paio di immagini in cui l'attore era vestito da coniglio pasquale e ho capito che non potevo perdermi assolutamente il film. Ho quindi guardato Genitori cercasi come faccio di solito, senza informarmi al riguardo né leggere critiche pregresse, e non avete idea dello stupore quando sono venuta a sapere, il giorno dopo la visione, che il film in questione è universalmente considerato uno dei più brutti mai girati, nonché uno dei pochissimi stroncati da Roger Ebert senza possibilità di appello. Di più, Bruce Willis non doveva neanche esserci. Come molti altri insieme a lui (andate a vedere nelle info in fondo al post) era rimasto schifato dalla sceneggiatura ed era stata l'allora moglie Demi Moore, reduce dal successo di Codice d'onore, a convincerlo a partecipare, ed è stato un miracolo che la sua carriera non sia finita nel cesso come quella di Rob Reiner, fino a quel momento considerato regista infallibile e, in seguito, destinato a un flop dietro l'altro. Ora, non pretendo di saperne più di Roger Ebert, anzi, dinnanzi a lui m'inchino, ma tutto questo odio verso Genitori cercasi mi è parso ingiustificato. E' una commedia senza alcuna pretesa di essere seria, filtrata dalle fantasie di un bambino, e come tale è un'opera d'intrattenimento che mira solo a divertire lo spettatore con le sue trovate esagerate. Mi spingo fino a dire una cosa impopolare, che probabilmente mi varrà la cancellazione del blog e una condanna a morte da parte di ogni cinèfilo dell'Internet che si rispetti: a me Genitori cercasi, a livello di sceneggiatura e personaggi sopra le righe, ha ricordato tantissimo lo stile di Wes Anderson, e se quest'ultimo fosse un regista "da remake" sono convinta che potrebbe considerare l'insana idea di riportarlo sul grande schermo con i suoi inconfondibili tratti distintivi. 


Ma perché, in soldoni, Genitori cercasi ha generato tanto odio? Beh, in primis per il suo razzismo diffuso e per gli stereotipi che perpetra. Quando North parte alla ricerca dei genitori "perfetti", comincia la sagra della presa in giro, tra texani da circo, hawaiiani che dichiarano di sentirsi sottovalutati dai parenti americani, francesi dall'umorismo discutibile e alaskani usciti dritti da una distorta idea di qualche ignorante dell'800. Mentirei se dicessi che non è imbarazzante vedere Kathy Bates con "red face" annessa per interpretare l'Inuit, ma c'è anche da dire che questi stereotipi sono talmente enfatizzati e ridicoli, che nessuno potrebbe sentirsi seriamente offeso; allo stesso modo, è stupido inalberarsi perché la scelta di North, nel prefinale, ricade sulla tipica famigliola wasp e quindi automaticamente perfetta (ragazzi, ma ci hanno messo John Ritter e l'idea era di affiancargli Suzanne Somers di Tre cuori in affitto, di cosa stiamo parlando?), cosa dovrebbe scegliere un bambino bianco degli anni '90, di andare a stare con i Jefferson? In realtà, Genitori cercasi funge da blando racconto di formazione per un bimbo che inizia il film ritenendosi il centro del mondo ed emblema di perfezione, mentre alla fine del viaggio capisce di non essere meglio di altri e di doversi accontentare di un amore imperfetto ma sincero, proprio dopo aver visitato diversi luoghi "da sogno" che sono tali solo sulle cartoline, o per una vacanza di un paio di settimane. Il tutto viene raccontato seguendo i cliché di un thriller politico, perché mentre North cerca di trovare il suo posto nel mondo, una nemesi improbabile trama alle sue spalle per sovvertire l'ordine mondiale proprio sfruttando il gesto ribelle del protagonista, con tanto di killer prezzolati, video contraffatti e informatori segreti che diventano preponderanti verso la fine del film. Come potete leggere, la pellicola è pieno di trovate sciocche, giocose ed esagerate, e tutto sta ad entrare nel mood di un'opera essenzialmente parodica, pensata per un pubblico infantile, anche se mi sono divertita persino io.


Quanto a Bruce Willis, protagonista di questa rassegna, non ritengo si sia sputtanato, né che la sua performance sia la peggiore della sua carriera, anzi. L'attore, qui, fa "Bruce Willis", tirando fuori il meglio dei personaggi che hanno contribuito a definire la sua cifra stilistica cinematografica; dotato di un talento naturale per la commedia, asservito nel tempo a ruoli da eroe, Willis ciccia fuori per dare una mano a North in ognuno dei suoi viaggi, incarnandosi, di volta in volta, in uomo carismatico ma rozzo, saggio scoglionato dalla vita che può dare il meglio sia come attore di successo, sia come working class hero, sia come figura mitologica, sia come poveraccio scappato di casa. L'interazione con Elijah Wood, all'epoca tredicenne sulla cresta dell'onda, è tenera e divertente perché il ragazzino gli tiene testa ma senza risultare supponente, in più viene a crearsi proprio un clima di fiducia che fa del "narratore" uno strumento di salvezza non solo fisica, ma anche morale. Oltre a un Bruce Willis a mio parere in formissima, all'interno del cast trovate tantissimi attori amati che non si sono tirati indietro di fronte all'overacting richiesto (Jon Lovitz più o meno fa sempre lo stesso personaggio, ma il giudice di Alan Arkin è talmente sopra le righe da fare il giro) e, soprattutto, Matthew McCurley. Costui è un piccolo mostro che è sparito dalle scene dopo una manciata di film, probabilmente dopo aver perso quell'aria da simil Maculay Culkin che deve avergli fornito gli ingaggi all'epoca, ed è un peccato, perché la sua interpretazione del viscido bastardello Winchell è la cosa più esilarante del film. Al quale, neanche a dirlo, vi invito a dare un'occhiata, anche solo per darmi della matta: è introvabile sui servizi streaming e sul mercato dell'home video, neanche avessero voluto cancellarne il ricordo, ma su Youtube è disponibile per intero e in buona qualità. Fatemi sapere!


Del regista Rob Reiner ho già parlato QUI. Elijah Wood (North), Julia Louis-Dreyfus (mamma di North), Bruce Willis (Narratore), Jon Lovitz (Arthur Belt), Alan Arkin (Giudice Buckle), Dan Aykroyd (Pa Tex), Graham Greene (Papà alaskano), Kathy Bates (Mamma alaskana), John Ritter (Ward Nelson) e Scarlett Johansson (Laura Nelson) li trovate invece ai rispettivi link.


Pronti per il valzer dei gran rifiuti? John Candy era stato scelto per il ruolo di Pa Tex ma ha rifiutato perché trovava offensivi gli stereotipi all'interno della sceneggiatura, di conseguenza Reiner ha chiesto a Robin Williams, che era però già impegnato sul set di Mrs. Doubtfire - Mammo per sempre. Altri due che hanno espresso disgusto verso lo script e declinato con grazia sono Mel Brooks e Peter Falk, contattati per interpretare il nonno alaskano; anche Kathy Bates trovava orrenda la sceneggiatura, ma ha partecipato al film per ringraziare Reiner di averle fatto vincere l'Oscar con Misery non deve morire. ENJOY!

domenica 7 novembre 2021

Antlers - Spirito insaziabile (2021)

Purtroppo, per questioni di programmazioni e lentezza mia nello scrivere, rischiate di non trovarlo più in sala nel momento in cui uscirà questo post, ma se per miracolo dovesse esserci ancora, non mancate di andare a vedere Antlers - Spirito insaziabile (Antlers), diretto e co-sceneggiato dal regista Scott Cooper a partire dal racconto The Quiet Boy di Nick Antosca.


Trama: in una sperduta cittadina dell'Oregon, un'insegnante cerca di dare una mano a un suo studente solitario, schivo e terrorizzato, ma i segreti che il piccolo nasconde rischiano di mettere in pericolo tutti gli abitanti...


Quello di Nick Antosca è un nome che ormai gli appassionati di horror conoscono bene, soprattutto grazie alla bella serie antologica Channel Zero, che gli ha aperto perfino le porte di Netflix, dove troviamo l'autore con la terrificante (e schifosetta, ma molto affascinante) New Cherry Flavour. Non mi ritengo un'esperta di Antosca, assolutamente, ma il fil rouge delle sue opere è quello di ambientare storie horror particolarmente efferate e cupe all'interno di cittadine sperdute oppure quartieri ai margini delle grandi città importanti, coinvolgendo i protagonisti, di solito già non equilibratissimi di loro e fiaccati da traumi passati più o meno profondi, in vicende di notevole spietatezza che devono affrontare fondamentalmente da soli; molti di questi elementi si ritrovano anche in Antlers, uno degli horror "commerciali" più cupi usciti di recente, che non lascia granché spazio alla speranza. Anche in questo caso, abbiamo persone che vivono ai margini di piccoli paesi, nella fattispecie un bambino costretto ad affrontare un orrore enorme senza che nessuno lo noti o si preoccupi di aiutarlo, ché i figli dei drogati di solito diventano drogati anche loro, e di base insegnanti, polizia e assistenti sociali svogliati mica possono sporcarsi troppo le mani, per carità di Dio. Sono la solitudine del piccolo Lucas, il terrore che è costretto a sopportare ogni giorno, così come il disprezzo che gli viene tributato da coetanei e adulti, a fare paura e disgusto prima ancora che subentri l'elemento sovrannaturale, a schiacciare con un'atmosfera di pesantezza assoluta che porta il cuore a volare verso quel bambino scarno, dallo sguardo spaurito, e anche a risultare gli elementi vincenti di Antlers


Non che la parte horror non sia da togliersi il cappello. Antlers fa paura, ha delle sequenze degne della migliore delle favole nere, dosa i jump scare senza però frenarsi nel gore e nell'orrore, avvalendosi di effetti speciali validissimi e dello splendido design del mostro "titolare", protagonista di un confronto finale che, per una volta, non sa di essere umano vs bamboccetto posticcio ma è fotografato, montato e diretto alla perfezione. Tuttavia, difetti in questo film ce ne sono e nascono probabilmente da un metraggio che non si confà né allo stile di Antosca né alla natura di racconto breve di The Quiet Boy. Risulta assai sfilacciata, in particolare, la scrittura dei personaggi "di supporto" più importanti, come l'insegnante che si occupa di aiutare Lucas e il fratello sceriffo (Jesse Plemons non è mai stato così clueless, terribile), i quali, nonostante ci si impegni a dotarli di un background fatto di traumi familiari pesantissimi, non consentono mai allo spettatore di empatizzare con loro, così che le loro vicende risultano dei riempitivi messi giusto per allungare il metraggio e indeboliscono un po' una storia che dovrebbe invece colpire come un maglio. Nulla di troppo grave, né motivo per evitare di guardare il film, anche se personalmente avrei preferito un po' più di approfondimento sulla figura del Wendigo, che dopo quel capolavoro de L'insaziabile non ha più trovato un'altra pellicola che gli rendesse davvero giustizia.


Del regista e co-sceneggiatore Scott Cooper ho già parlato QUI. Keri Russell (Julia Meadows), Jesse Plemons (Paul Meadows), Graham Greene (Warren Stokes) e Rory Cochrane (Daniel Lecroy) li trovate invece ai rispettivi link.

Amy Madigan interpreta la Preside Ellen Booth. Americana, ha partecipato a film come Due volte nella vita, L'uomo dei sogni, Io e zio Buck, La metà oscura, The Hunt e a serie quali Chips, Criminal Minds, E.R. Medici in prima linea e Gray's Anatomy. Anche produttrice, ha 61 anni.


Se Antlers - Spirito insaziabile vi fosse piaciuto recuperate The Empty Man, The Wretched e The Badadook. ENJOY! 

venerdì 20 aprile 2018

Molly's Game (2017)

Esce questa settimana in tutta italia Molly's Game, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Aaron Sorkin e nominato agli ultimi Oscar per la sceneggiatura non originale (il film è tratto dall'autobiografia di Molly Bloom, ovvero Molly's Game: From Hollywood's Elite to Wall Street's Billionaire Boys Club, My High-Stakes Adventure in the World of Underground Poker).


Trama: dopo un disastroso incidente che ha terminato la sua carriera di sportiva, la giovane Molly Bloom si ritrova indagata dall'FBI per essere diventata la regina del poker clandestino...


Il 2018 cinematografico probabilmente verrà ricordato come quello in cui le sportive a un passo dalle Olimpiadi escono di testa e abbracciano l'illegalità. Prima c'è stata la Tonya di Margot Robbie, ora arriva la Molly Bloom di Jessica Chastain, raffinata organizzatrice di bische clandestine che per qualche anno è riuscita a vivere alle spalle di potenti ricchi ed annoiati pronti a lasciare ingenti somme di denaro sui tavoli da poker. Le differenze tra le due donne non potrebbero essere più evidenti: mentre il retaggio di Tonya Harding è quello della white trash proletaria e la sua natura quella di "macchina da pattinaggio", Molly Bloom viene da una famiglia di atleti e, oltre ad essere incredibilmente acculturata, ha come unico obiettivo nella vita quello di vincere, non importa in quale campo. Donna fatta letteralmente d'acciaio, Molly ha subito sconfitte fin dalla più tenera età ma si è sempre rialzata e non solo a causa dello sprone di un padre severo ma ipocrita, bensì grazie soprattutto al nocciolo fondamentalmente duro del suo carattere indomito, quello stesso nocciolo che le impedisce di abbracciare appieno una carriera "criminale". A differenza di ciò che accade in molti film imperniati sul mondo delle scommesse, il personaggio di Molly ha infatti una morale e un rigido codice d'onore che le impediscono non solo di accettare compromessi ma anche di cercare facili vie di fuga quando la situazione si fa critica, inoltre l'inevitabile spirale discendente che cattura questo genere di protagonisti non è incontrollata come spesso succede, neppure quando Molly comincia a prendere delle droghe "per rimanere sveglia". Il destino di Molly assomiglia ad una sorta di caos ragionato e il film mostra una protagonista sempre e comunque lucida, calcolatrice ma non malvagia, come arriverà a scoprire l'avvocato Charlie Jaffey, incaricato di difenderla e affascinato suo malgrado dalla personalità della donna. La stessa fascinazione, nonostante la consapevolezza di una storia romanzata e sicuramente filtrata dal punto di vista soggettivo della vera Molly, autrice della biografia da cui il film è tratto, la subisce lo spettatore che non può fare altro che parteggiare per questa signora sfortunata che, in fin dei conti, non faceva altro che sfruttare i soldi di chi poteva permettersi di perderli a poker, senza depredare poveracci o simili.


D'altronde, sottrarsi al fascino carismatico di Jessica Chastain è un po' impossibile. La favolosa attrice, ingiustamente snobbata agli Oscar, mette tutta sé stessa nell'interpretazione di un personaggio difficile, a tratti talmente intelligente e capace da essere fuori dal mondo eppure lo stesso incredibilmente umano e fragile, con quello sguardo testardo capace di bucare lo schermo e la parlantina devastante che probabilmente metterà in ginocchio adattatori e doppiatori italiani. Di fatto, è soltanto la presenza di Jessica Chastain a rendere memorabile un film che soffre di qualche lungaggine a livello di sceneggiatura pur essendo strutturato in modo dinamico ed intrigante anche per chi non è avvezzo al mondo del poker. La prima parte, che vede tra le figure chiave un Michael Cera particolarmente ambiguo, scorre veloce concentrandosi sulla scalata di Molly verso i più alti livelli del gioco d'azzardo clandestino, la seconda si impantana in qualche cliché di troppo (la mafia italiana, quella russa, i problemi familiari corollati dal mega spiegone finale del padre...) ed è interessante soprattutto per quel che riguarda la parte giuridica della questione, con Idris Elba che si fa avanti per dare man forte alla protagonista dimostrando tutte le sue doti di attore carismatico e, se posso dire, anche di ometto dalla bella presenza, alla faccia delle inguardabili parrucche di Thor: Ragnarok. La chimica tra i due interpreti c'è e fa funzionare bene il film, sicuramente più di quanto non faccia la regia di Aaron Sorkin, alla sua prima prova dietro la macchina da presa e non particolarmente degno di infamia o lode, per quanto il suo modo di gestire le scene mi abbia ricordato a tratti il David O. Russel di American Hustle (ma forse era solo per l'argomento trattato, chissà. Ormai ho visto quel film talmente tanto tempo fa!). Detto questo, Molly's Game è una pellicola che merita una visione, soprattutto se vi interessa questo genere di storie che hanno per protagonisti figure ambigue al limite della legalità e se siete fan della Chastain. In quest'ultimo caso, però, meglio cercare un cinema che lo proietti in lingua originale.


Di Jessica Chastain (Molly Bloom), Idris Elba (Charlie Jaffey), Kevin Costner (Larry Bloom), Michael Cera (Giocatore X), Jeremy Strong (Dean Ketih), Chris O'Dowd (Douglas Downey) e Graham Greene (Giudice Foxman) ho già parlato ai rispettivi link.

Aaron Sorkin è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Americano, come sceneggiatore ha firmato film come Codice d'onore, Malice - Il sospetto, Il presidente - Una storia d'amore, The Social Network, che nel 2011 gli è valso un Oscar, e Steve Jobs. Anche produttore e attore, ha 57 anni.


Bill Camp interpreta Harlan Eustice. Americano, ha partecipato a film come In & Out, Lincoln, 12 anni schiavo, Birdman, Black Mass - L'ultimo gangster, Loving e The Killing of a Sacred Deer.


Tra le guest star della pellicola spunta a un certo punto il mitico Steve di Stranger Things, alias l'attore Joe Keery, nei panni dello sprovveduto Cole. Se Molly's Game vi fosse piaciuto recuperate anche Casino, Ocean's Eleven e Tonya. ENJOY!

martedì 10 aprile 2018

I segreti di Wind River (2017)

Spinta da un trailer ingannevole e supportata dalle opinioni più che positive di fior di blogger, domenica ho portato il Bolluomo a vedere I segreti di Wind River (Wind River), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Taylor Sheridan.


Trama: una ragazza viene trovata assassinata in mezzo alla neve, all'interno di una riserva indiana. Una giovane agente dell'FBI viene incaricata delle indagini e cercherà l'aiuto di un cacciatore esperto, emotivamente coinvolto nel delitto...


Mi sembra doveroso cominciare il post con un avvertimento, in quanto il trailer italiano di Wind River è incredibilmente fuorviante e rischia di scontentare molti spettatori: la pellicola di Sheridan NON è "il nuovo Silenzio degli innocenti", nemmeno per sbaglio. C'è una scena all'interno di Wind River dove l'agente dell'FBI Jane Banner percorre uno squallido dedalo di corridoi con la pistola spianata e la visuale offuscata ed effettivamente questa sequenza ricorda molto quella in cui Clarice si ritrova sola, alla mercé di Buffalo Bill, sul finale de Il silenzio degli innocenti, per il resto i due film non potrebbero essere più diversi. I segreti di Wind River è ANCHE un thriller, se così vogliamo definirlo, poiché gli eventi vengono scatenati da un omicidio che porta a delle indagini, una caccia, un confronto finale al cardiopalma, ma è SOPRATTUTTO un film sul senso di colpa, sul dolore, su come gli esseri umani cercano di sopravvivere a tragedie che rischierebbero di privarli della sanità mentale o perlomeno della voglia di vivere. E' per questo che Wind River è una delle pellicole più belle che vi capiterà di vedere in sala quest'anno, emblema di un Cinema lontano dalle opere mordi e fuggi moderne, che offre allo spettatore tutto il tempo di riflettere ed empatizzare coi protagonisti, scoprendo senza fretta (e senza bisogno di dialoghi che sviscerino ogni loro sentimento con dovizia di particolari) ciò che li muove, ciò che li ha resi quello che sono e cos'è che li lega, così che l'inevitabile pugno allo stomaco sospeso nell'aria fin dall'inizio colpisca con forza ancora maggiore. Fondamentale, per arrivare al cuore della storia, il personaggio di Jane Barren, che si fa carico del punto di vista e dell'ignoranza dello spettatore: agente giovane, inesperta, la Barren viene mandata dai suoi superiori in una terra di confine dove vigono equilibri delicatissimi, popolata da nativi americani confinati in essa a mo' di contentino proprio dagli stessi visi pallidi che si sono ripuliti la coscienza dopo averli espropriati di ogni cosa. Attraverso Jane noi non arriviamo a capire tutto, anzi. Come lei, possiamo solo prendere atto di quanto schifo e rassegnazione si celi in quella terra di frontiera dove la gente vive male, muore e scompare senza un perché e continuare a porci come osservatori esterni, piangendo tutta la nostra frustrazione davanti a una situazione che probabilmente non cambierà mai visto che neppure chi vive e lavora nella riserva di Wind River come Cory riesce a fare qualcosa per migliorarla.


Cory è la guida di Jane, il nostro Virgilio all'interno di questo girone dantesco della frontiera USA. Uomo integerrimo, cacciatore freddo come il ghiaccio ed instancabile, è stato accolto dagli abitanti della riserva in quanto marito di una delle loro "donne" e da quest'ultima è stato cacciato dopo un solo, terribile attimo di distrazione che ha causato una tragedia irreparabile. Attraverso Cory sia noi che Jane arriviamo a sfiorare la superficie di tutto il marcio nascosto dal bianco immacolato della neve ma, poiché il dolore di una persona è qualcosa di intimo e inviolabile, ciò che ci viene trasmesso è solo quello che la persona in questione desidera condividere: quando Martin piange disperato tra le braccia di Cory noi, come Jane, possiamo solo ascoltare il suo lamento di dolore ma non ci è concesso vedere, per rispetto di un uomo fiero e colpito da un'immane tragedia. Questo è solo uno dei molti esempi della delicatezza con cui Sheridan racconta per immagini una storia allo stesso tempo umana e DISumana, dove il disagio la fa da padrone e i sogni rischiano di trasformarsi in incubi per chi non vive costantemente sul chi va là e non ha la tempra per sopravvivere. La cinepresa del regista si trattiene nei momenti più "sensibili" ma non ha paura di affrontare le tempeste di neve, di seguire le motoslitte lungo le strade più impervie (con degli stacchi di montaggio da paura, per inciso, al punto che sembra quasi di essere in sella con Cory), di mostrarci l'orrore casuale di una violenza che nasce per gioco, di mozzarci il respiro con un paio di stalli che da soli darebbero dei punti al 90% dei film action moderni (anche lì, il montaggio la fa da padrone), di catturare la bellezza di un paesaggio da cartolina dove non andrei a vivere nemmeno se mi puntassero una pistola alla tempia. E pensare che c'è gente letteralmente costretta a viverci, neanche fosse la più alta delle concessioni. I segreti di Wind River, nonostante lo sciocco titolo italiano, è al momento uno dei film più belli dell'anno e sicuramente una pellicola che mi rimarrà dentro per molto tempo, concretizzata nella sensazione di magone pesantissimo che mi ha attanagliata a fine visione. E' grande cinema, fatto di tecnica, bravura e tanto cuore, messo in campo non solo dagli attori favolosi (altro che supereroi, Renner, la Olsen e Bernthal dimostrano di poter fare qualunque cosa!) ma anche e soprattutto da un Autore raffinato come Taylor Sheridan, uno dei più grandi talenti recenti. Fatevi il favore di non perderlo!


Di Jeremy Renner (Cory Lambert), Elizabeth Olsen (Jane Banner), Gil Birmingham (Martin) e Jon Bernthal (Matt) ho parlato ai rispettivi link.

Taylor Sheridan è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto un altro film, l'horror Vile. Anche attore e produttore, ha 48 anni.


Graham Greene interpreta Ben. Canadese, ha partecipato a film come Balla coi lupi, Die Hard - Duri a morire, Il miglio verde, The Twilight Saga: New Moon, Molly's Game e a serie quali La signora in giallo, Oltre i limiti Numb3rs. Ha 66 anni e ben nove film in uscita.


Jeremy Renner è stato la prima scelta del regista per il ruolo di Cory ma siccome nel 2016 l'attore era impegnato con le riprese di Arrival la parte era stata proposta anche a Chris Pine. Una volta che quest'ultimo ha cominciato a lavorare in Wonder Woman e Renner si è liberato, il buon Occhio di falco è tornato ad essere Cory. Detto questo, se I segreti di Wind River vi fosse piaciuto recuperate Sicario e Hell or High Water, i primi due "capitoli" dell'ideale Trilogia della Frontiera Americana del regista. ENJOY!




Se vuoi condividere l'articolo