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mercoledì 8 gennaio 2025

Maria (2024)

Un altro film che non volevo assolutamente perdere la prima settimana dell'anno era Maria, diretto dal regista Pablo Larraín.


Trama: il film ripercorre gli ultimi sette giorni di vita di Maria Callas, tra allucinazioni e dolorosi ricordi...


Dopo Jackie e Spencer, Pablo Larraín si cimenta con un'altra dea, anzi, con LA Divina per eccellenza, la soprano Maria Callas. Ora, a scanso di equivoci, io non so nulla né della Callas né dell'opera, mi limito a canticchiare talvolta le arie più famose senza, peraltro, saperle collocare o dare loro dei titoli, e l'unica opera alla quale abbia mai assistito è l'Aida. Nonostante questo, sono anche una di quelle persone particolarmente sensibili al canto lirico, che mi provoca brividi lungo la schiena e mi lascia lì, incantata e a bocca aperta. Guardando Maria, ho provato queste sensazioni per un buon 70% della sua durata; questo perché, come ho scoperto leggendo un paio di articoli a tema, è vero che nel corso della maggior parte del film la voce reale della Callas è stata sovrapposta a quella della Jolie, ma l'attrice ha preso mesi di lezioni e lo sforzo nel canto è visibile, così come il sentimento, il trasporto infuso in esso, finché, sul finale, si possono udire i risultati di tutto il suo impegno, senza ausilio della tecnologia, o quasi. Dunque, ho avuto brividi dall'inizio alla fine di Maria, e mi sono commossa più volte, e non poteva essere altrimenti. Maria non è un film biografico, è letteralmente un'opera in tre atti, più curtain call finale, nella quale l'attrice si confronta con in fantasmi del suo passato e si fa fantasma lei stessa. C'è ben poco di realistico in ciò che si vede sul grande schermo. Ogni cosa, persino il quotidiano con due servitori buoni che sembrano quasi archetipi teatrali, più che persone vere, è filtrato dallo sguardo di una donna che ha vissuto per il bel canto e per la musica fino a diventarne schiava, prigioniera di una gabbia dorata oltre la quale non c'è vita, non c'è la Divina Callas, ma solo l'anonima "Maria". All'inizio del film, la protagonista è morta. La sceneggiatura e la regia confezionano una ghost story in cui la Callas ripercorre gli ultimi giorni della sua vita in forma di intervista per un documentario immaginario, durante i quali non esiste una dimensione temporale definita; come un fantasma, la Divina "infesta" i luoghi a lei più cari, quali l'appartamento di Parigi e il teatro di prova, e passeggia per una Ville Lumière che diventa, alternativamente, un paradiso fatto di visioni di un glorioso passato, o un inferno in cui la protagonista è costretta a rivivere i momenti più dolorosi della sua vita o ad essere apostrofata con violenza da sconosciuti arroganti che vedono le loro aspettative tradite. Lo spettatore viene messo di fronte a una fragilità estrema dissimulata da un carattere forte, volitivo e, talvolta, insopportabile, capricci che diventano reazione al tradimento di un corpo (rivelatosi men che divino) incapace di stare dietro al desiderio della diva di cantare, proprio nel momento in cui il canto sarebbe nato non da necessità, ma da pura volontà, da puro amore.  


La regia di Larraín asseconda la sceneggiatura di Steven Knight creando non-luoghi dall'impianto teatrale squisito e dà vita alle visioni della protagonista, trasformando le vie di Parigi in sontuosi palcoscenici pieni di comparse pronte a mettersi a fare da coro alla Divina, oppure rievocando l'elegante bianco e nero di patinati cinegiornali, nel corso dei quali viene messo in scena il legame tra la Callas e il magnate Aristotele Onassis (fun fact: tra il primo e il secondo tempo c'è stato il delirio di gente, compresa me, impegnata a cercare su wikipedia dettagli scandalistici d'epoca, ché io Onassis lo ricordavo solo con Jackie Kennedy, giusto per ribadire ancora una volta la mia ignoranza!). Questa fusione continua di realtà, visioni, finti documentari e riproposizioni di spettacoli iconici mi ha ipnotizzata tanto quanto l'eleganza, l'alterigia con la quale Angelina Jolie ha rappresentato la "sua" Callas. Non sono mai andata matta per la Jolie, ma stavolta non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo; la potenza della sua interpretazione ha spazzato via anche il doppiaggio italiano, peraltro abbastanza valido, e mi ha trasportata sull'onda di un'altalena di sentimenti contrastanti, alimentati anche dallo splendido uso della colonna sonora, che mi ha annientata poco prima del finale con quel E lucevan le stelle piazzato a tradimento. La Jolie, peraltro, è l'unica attrice femminile degna di nota nel cast, che rappresenta un piccolo ma significativo neo all'interno di un film che ho trovato, altrimenti, ineccepibile. Alba Rohrwacher nei panni della governante e Valeria Golino in quelli della sorella della Callas, infatti, sono da latte alle ginocchia pur essendosi ridoppiate, per fortuna il tenerissimo Favino (ormai sempre più simile a Braccobaldo Bau) e l'affascinante Kodi Smit-McPhee, coi suoi occhi asimmetrici, sono due spalle perfette per la protagonista, e riescono ad arricchirne di ulteriori sfumature la potente interpretazione . Insomma, partivo prevenuta e convinta di addormentarmi in sala, ma mi sono trovata davanti un film meraviglioso. Vi consiglio, dunque, di liberarvi dai pregiudizi e di tentare la visione di Maria, potreste rimanere sorpresi!


Del regista Pablo Larraín ho già parlato QUI. Angelina Jolie (Maria Callas), Pierfrancesco Favino (Ferruccio), Alba Rohrwacher (Bruna), Kodi Smit-McPhee (Mandrax) e Valeria Golino (Yakinthi Callas) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Maria vi fosse piaciuto recuperate Jackie e Spencer. ENJOY!

mercoledì 29 giugno 2022

Elvis (2022)

Dopo settimane di assenza, sono tornata al cinema per godermi l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Baz Luhrmann, Elvis.

Trama: Il colonnello Tom Parker, imbonitore di Vaudeville, scopre per caso il giovane Elvis Presley e da quel momento ne condiziona l'esistenza, nel bene e nel male...

La "cultural opera" di Baz Luhrmann è finalmente arrivata in Italia ed era uno di quei film che, nonostante conosca poco l'argomento trattato, non vedevo l'ora di guardare. Poiché ci ha messo le mani il barocco Baz, Elvis non è il solito biopic fatto a mo' di compitino per gli Oscar (anche se qui materiale per eventuali statuette ce ne sarebbe) e, benché segua comunque il tipico canovaccio del genere, riesce a sorprendere almeno chi non conosceva la storia di Elvis Aaron Presley. Innanzitutto, la vita del più famoso e iconico rocker del mondo viene raccontata da una voce narrante non proprio gradevole, ovvero quella del suo discusso e discutibile manager, il Colonnello Tom Parker. Esponente di una generazione antiquata e legata al vaudeville e ai circhi itineranti, il Colonnello Parker non rifiuta di vedere il progresso rappresentato da Elvis, anzi, lo cavalca e ne approfitta prevedendone in qualche modo il brillante futuro, eppure il suo modo di gestire le cose è molto simile a quello del padrone di un circo di freaks. Il giovanissimo Elvis, gallina dalle uova d'oro se mai ce n'è stata una, diventa per Parker la merce preziosa da blandire, curare e proteggere, dandogli un'illusione di libertà che non può esulare da un guinzaglio assai corto e da un controllo pressoché totale. Il circo di Elvis era, ed è rimasto per tutta la sua vita, l'America scossa da tragedie, guerre, movimenti civili, un circo zeppo di cambiamenti continui che, di conseguenza, il Colonnello Parker ha tentato di restringere sempre più, fino a confinare Elvis nella città senza tempo per eccellenza, Las Vegas, dove in effetti il mito di Elvis si è cristallizzato per arrivare intonso fino ai nostri tempi, con immagini e mise facilmente riconoscibili anche dai non appassionati. Se l'artefice principale del successo di Elvis è anche il villain della storia narrata, Luhrmann sta bene attento a non santificare Elvis e ce lo consegna con tutte le sue fragilità ed ingenuità da ragazzo di campagna cresciuto troppo in fretta, da uomo folgorato dall'amore per la musica a prescindere da razza, sesso ed età, al punto da farne la sua unica ragione di vita, ma ne viene sottolineata anche la debolezza di carattere che portava l’artista ad alzare le testa per pochi, importanti istanti, prima di soccombere nuovamente ai consigli fraudolenti (o all’incapacità) di chi più di tutti avrebbe dovuto tutelarlo.

L'aspetto apprezzabile di Elvis è la scelta degli sceneggiatori di non indulgere (come sarebbe stata prassi per un biopic strappalacrime) nella fase di declino dell'artista, cosa che avrebbe rischiato di trasformare il film in un polpettone strappalacrime su un ciccione strafatto, bensì di dare maggior spazio all'aspetto meno universalmente conosciuto del cantante. Prima di diventare l'icona "kitsch" di Las Vegas, Elvis è stato infatti il trait d'union tra la musica nera e il country dei bifolchi bianchi, un elemento di ribelle, pericolosa instabilità in un'epoca di contestazioni civili e pesantissime tensioni razziali. La natura universale della sua musica suscita ammirazione tanto quanto provocano sgomento gli arresti e i tentativi di censura, e commuove la vista di un Elvis pronto a cantare alla Nazione nei momenti più neri di quest'ultima mentre attorno a lui si mobilitano interessi economici pronti a schiacciarlo e zittirlo. Il declino di cui sopra viene compresso nel finale e ridotto a pochi episodi fondamentali che lasciano tuttavia spazio alle immagini reali di una delle ultime esibizioni di Elvis, gonfio e praticamente immobile ma ancora dotato di una voce fenomenale e della capacità di mettere cuore ed anima nell’esibizione, elemento, quest’ultimo, che caratterizza tutti gli splendidi numeri musicali di cui il film è costellato, nonostante Elvis non sia un musical, e che condiziona lo stile con cui è stata confezionata la pellicola. 

A fronte di un comparto tecnico fenomenale, soprattutto a livello di costumi e scenografie, che rimane costante dall’inizio alla fine, la regia di Baz Luhrmann e il montaggio si modificano adattandosi alle varie fasi della carriera di Elvis. L’inizio, frenetico e scoppiettante, dove ciò che vediamo è filtrato dapprima dallo stupore e poi dalle macchinazioni del Colonnello Parker, e in buona parte influenzato dalla natura anticonformista degli artisti che hanno contribuito alla formazione del Re del Rock, al punto che molto spesso i giri di macchina e il montaggio seguono il ritmo della musica, lascia a poco a poco spazio ad uno stile più lineare, quasi “banale”, che torna tuttavia a stupire ogni volta che Elvis sceglie di abbracciare nuovamente la sua anima ribelle, la musica, il pubblico, “staccandosi” letteralmente dai prosaici problemi terreni di soldi, contratti e merchandising. Per quanto riguarda la musica, hit del passato si mescolano all'omaggio di artisti presenti, in un continuo alternarsi di stili ed epoche che, giustamente, sottolineano come senza Elvis, B.B. King, Little Richards e gli altri esponenti della loro generazione, non esisterebbe la maggior parte dei generi odierni, rap e trap compresi, e come la musica non abbia epoca né confini, come ci insegna da anni Luhrmann. Assai coinvolgenti anche le interpretazioni non solo di Austin Butler, perfetto nei panni di un Elvis bello, fragile e sensuale, pronto a regalare una performance capace di superare l'imitazione fine a sé stessa nonostante le tipiche mosse del Re siano riproposte in maniera quasi filologica, ma soprattutto quella di Tom Hanks, finalmente distante dal ruolo di vicino buono della porta accanto; il Colonnello Perkins è un abietta macchia di muffa nel salotto, un falso voltagabbana della peggior specie, e al di là del trucco sotto cui è sepolto sono proprio gli occhi e gli atteggiamenti di Hanks a veicolare tutto lo schifo che dovevano provare per Perkins i pochi che ancora avevano occhi per vedere oltre il bagliore del lusso e dei soldi da spremere a Elvis. In definitiva, direi quindi che Elvis mi è piaciuto molto: non siamo ai livelli di Moulin Rouge o Romeo + Juliet, ci mancherebbe, ma di sicuro l'ho apprezzato molto più de Il grande Gatsby, quindi vi consiglio di correre a vederlo!

Del regista e co-sceneggiatore Baz Luhrmann ho già parlato QUI. Tom Hanks (Colonnello Parker), David Wenham (Hank Snow), Olivia DeJonge (Priscilla), Kelvin Harrison Jr. (B.B. King) e Kodi Smit-McPhee (Jimmie Rodgers Snow) li trovare invece ai rispettivi link. 

Austin Butler interpreta Elvis Presley. American, ha partecipato a film come Yoga Hosers, I morti non muoiono, C'era una volta... a Hollywood e a serie quali Hannah Montana, CSI: Miami e CSI: NY. Anche, ha 31 anni e un film in uscita, Dune - Part Two.


Richard Roxburgh
interpreta Vernon. Australiano, ha partecipato a film come Moulin Rouge, La leggenda degli uomini straordinari, Van Helsing, Mission: Impossible II e La battaglia di Hacksaw Ridge. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.


Dacre Montgomery
interpreta Steve Binder. Australiano, famoso per il ruolo di Billy in Stranger Things, ha partecipato a film come Better Watch Out. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 28 anni.


Ansel Elgort, Miles Teller, Aaron Taylor-Johnson e Harry Styles hanno sostenuto il provino per il ruolo di Elvis, mentre Maggie Gyllenhaal e Rufus Sewell erano stati presi per il ruolo dei genitori del cantante ma hanno dovuto rinunciare per altri impegni dopo che la produzione si era interrotta a causa del Covid. Ciò detto, se Elvis vi fosse piaciuto recuperate Rocketman e Bohemian Rhapsody. ENJOY! 

lunedì 10 gennaio 2022

Golden Globes 2022

Alla faccia di quel famoso medico dei VIP che diceva di no, il Coviddo è tornato a mordere, e ciò, assieme a mille (probabilmente giuste) polemiche ha fatto sì che i Golden Globe di quest'anno fossero particolarmente sottotono, senza cerimonia neppure a distanza, senza nulla. Per la solita pignoleria, anche se ho visto davvero pochissimi dei candidati, facciamo un breve recap, anche per capire cosa recuperare in vista degli Oscar, che si terranno il 27 marzo. ENJOY!



Miglior film drammatico
Il potere del cane  (Inghilterra/Canada/Australia/Nuova Zelanda 2021)

Non cominciamo proprio benissimo, diciamo. Il tanto atteso ultimo film di Jane Campion l'ho trovato bellissimo a livello di regia e fotografia, ottimi gli attori, ma mi è mancato il trasporto emotivo necessario per apprezzarlo in pieno. Purtroppo, oltre a Dune, che immaginavo non avrebbe visto un globe nemmeno da lontano in quanto, oRore!, film di fantascienza, non ho avuto modo di recuperare nessun altro candidato, quindi non saprei fare paragoni. 


Miglior film - Musical o commedia
West side Story (USA, 2021)

Vittoria facile per l'ultimo film di Spielberg, che infatti ha portato a casa un sacco di premi. Anche in questo caso, però, mi è mancato qualcosa, forse perché non avevo mai avuto modo di guardare West Side Story, in nessuna delle sue versioni, e, mi perdonino i fan, ho trovato la trama un po'... ingenua (grazie, Bolla, è un musical con un po' di anni sulla schiena...)? Non so se è l'aggettivo giusto, comunque nulla da dire sulla messinscena, strepitosa, e le coreografie, ovviamente. Mentirei, però, se non dicessi che avrei preferito Don't Look Up, più nelle mie corde.  



Miglior attore protagonista in un film drammatico
Will Smith in King Richard

Lo so, sono una brutta persona, ma a me Will Smith sa sulle balle da sempre, quindi non mi fionderò al cinema a vedere King Richard e lo recupererò giusto se sarà tra i candidati all'Oscar, con calma. Per quanto riguarda gli altri candidati, ho avuto modo solo di apprezzare l'intensa interpretazione di Cumberbatch, quindi, anche in questo caso, non posso fare confronti.


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Nicole Kidman in Being the Ricardos

Adoro i film biografici su celebrità a me sconosciute, e Being the Ricardos, disponibile su Prime, era già da settimane sul mio radar. Ora, ovviamente, non posso fare altro che metterlo in cima alla lista dei recuperi, sperando mi piaccia visto che le recensioni lette sono parecchio tiepide. Per il resto, sono molto felice di un mancato premio a Lady Gaga, con tutto il bene che le voglio, e aspetto trepidante di poter vedere Kristen Stewart nei panni di Diana, anche se, ahimé, l'uscita italiana di Spencer è stata rimandata a data da destinarsi.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Andrew Garfield in Tick, Tick... Boom!

Altro film biografico, altro musical, però questo non mi ha attirato fin dal principio. Dovrò dargli una chance, anche perché è da settimane disponibile su Netflix. Peccato per Di Caprio, la cui interpretazione tragicomica di uno scienziato costretto a diventare VIP per essere creduto in una situazione da fine del mondo è decisamente calzante.


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rachel Zegler in West Side Story

Bravissima cantante, perfetto musino innocente e acqua e sapone, ma posso dire che a me 'sta Maria spueia mi ha detto davvero poco? Certo, forse è andata comunque bene così: quello in Don't Look Up non è uno dei ruoli più memorabili di Jennifer Lawrence, ed Emma Stone in Crudelia è strepitosa, ma forse non degna di un Globe. 



Miglior attore non protagonista
Kodi Smit-McPhee in Il potere del cane

Da una parte ho avuto fortuna, perché perlomeno ho avuto modo di guardare la performance del vincitore, dall'altra mi mancano tutte le altre interpretazioni. Mi viene da dire che al buon Kodi è stato riservato un ruolo assai difficile, un personaggio ermetico con il quale non è semplice empatizzare, e la sua recitazione mi è parsa assai buona, quindi posso ritenermi soddisfatta.



Miglior attrice non protagonista
Ariana DeBose in West Side Story

Al momento, questo è l'unico premio che mi convince davvero, perché la passionale Anita risplende come una stella all'interno di West Side Story ed è il personaggio che mi ha coinvolta di più, sia nei momenti faceti che in quelli drammatici. Se la ragazza portasse a casa un Oscar non mi dispiacerebbe affatto!



Miglior regista
Jane Campion per Il potere del cane

Nulla da dire, davvero, il premio per la miglior regia è ovviamente meritato. Ma sarebbe stato meritatissimo anche (forse di più) quello a Villeneuve per Dune.

Miglior sceneggiatura
Kenneth Branagh per Belfast

Il film biografico di Branagh è uno di quelli che aspetto di più, peccato che fino a Marzo noi italiani ci stra-attacchiamo al *bip*. Peccato per Adam McKay, ma obiettivamente la sceneggiatura di Don't Look Up! è leggermente derivativa, per quanto l'abbia apprezzata molto, mentre chi ha letto Il potere del cane mi dice che il romanzo è molto più emozionante del freddo adattamento, quindi nessun vilipendio alla Campion, in questo caso.


Miglior canzone originale
No Time to Die di Billie Eillish e Finneas O'Connel, per il film No Time to Die

Ammetto di non conoscere nessuna delle canzoni tranne Dos oruguitas di Encanto, che mi era piaciuta molto, quindi mi adeguo. 

Miglior colonna sonora originale
Dune di Hans Zimmer

Mi cito: "E per mesi, probabilmente, ascolterò la colonna sonora di Hans Zimmer, talmente evocativa ed esotica da risultare quasi ipnotica, uno score emozionante come non mi capitava di sentire da tempo in un "blockbuster", per quanto d'autore" Direi che stavolta ci ho visto giusto, ma mi sono piaciute molto anche le colonne sonore di The French Dispatch ed Encanto.



Miglior cartone animato
Encanto (USA 2021)

Per questione di orgoglio ligure avrei preferito la vittoria di Luca. E, pur non avendo visto gli altri film candidati e pur avendo apprezzato molto Encanto, non si tratta di uno dei prodotti migliori o più indimenticabili della Casa del Topo, quindi temo si sia trattato di un Globe leggermente paraculo, per venire incontro a questioni di minoranze ecc.


Miglior film straniero
Drive My Car (Giappone, 2021)

Ne avevo già sentito parlare come di uno dei film più belli dell'anno scorso, è arrivato il momento di metterlo in cima alla lista dei recuperi. Con tutto il rispetto per E' stata la mano di Dio, che mi ha convinta poco.

Quest'anno con le serie TV va malissimo. Tra quelle nominate ho visto solo Wanda/Vision e Squid Game e l'unico vincitore che conosco è, per l'appunto, Oh Yeung-su, l'adorabile, commovente vecchino della serie Netflix coreana. Al momento, le uniche che potrei recuperare sono Hacks, Dopesick, La ferrovia sotterranea e Omicidio a Easttown che constano di una sola stagione, il resto per me è pura utopia, non ci provo neppure! E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

venerdì 17 dicembre 2021

Il potere del cane (2021)

Dopo un po' di convalescenza si torna a scrivere, almeno ci si prova. Arrugginita come sono potrei anche non riuscire ad esprimermi bene per quanto riguarda Il potere del cane (The Power of the Dog), film diretto e sceneggiato dalla regista Jane Campion partendo dal romanzo omonimo di Thomas Savage


Trama: Phil Burbank è un ranchero rude e tutto d'un pezzo che vede il mondo crollare sotto i suoi piedi quando il fratello si sposa, portando a casa una donna e suo figlio. Phil decide di rendere la vita impossibile ai due nuovi arrivati, ma qualcosa comincia a cambiare...


Sono rimasta stupita quando ho visto che Il potere del cane era già disponibile su Netflix dopo nemmeno due settimane dall'uscita al cinema d'élite di Savona e mi dispiace dire che ho gioito della cosa, vista l'impossibilità che avevo avuto di sfruttare anche uno solo dei tre giorni di programmazione. Di base, credo però che un film come quello della Campion vada necessariamente visto su un grande schermo in quanto, a livello di "potenza" registica, è un trionfo di paesaggi naturali brulli e campi lunghissimi in perfetto stile western e dà proprio l'idea di praterie sconfinate e distanze difficili da percorrere in tempi brevi, elementi che accrescono quell'enorme senso di solitudine da cui vediamo venire schiacciati uomini dotati di moltissima terra e discrete ricchezze ma sicuramente privi di contatti umani. A scanso di equivoci, posso dire che per quanto mi riguarda (ma contate che mi hanno operata due giorni prima, quindi forse non ero proprio dell'umore giusto per apprezzare appieno un film simile) la bellezza della regia, l'incredibile fotografia e la bravura di Benedict Cumberbatch sono le uniche  cose che "salvano" Il potere del cane dall'essere un lavoro freddo e a mio avviso superficiale, che inanella un cliché dietro l'altro e non consente allo spettatore di empatizzare con nessuno dei personaggi che compaiono sullo schermo, men che meno a provare qualsiasi tipo di umana pietà nei loro confronti; l'idea di questa "distanza", fisica e mentale ma anche temporale, dal mondo e dagli affetti (questi ultimi, almeno per Phil, irraggiungibili per ovvi motivi), che crea rocce in guisa di uomini, esseri stundai che basta un niente per mandare in frantumi, è ben chiara nella mente della regista e sicuramente comprensibilissima per lo spettatore, eppure non penetra nel cuore quanto dovrebbe.


L'idea che mi ha dato Il potere del cane, premettendo che non ho letto l'opera da cui è stato tratto, è quella di un film anche troppo trattenuto nei momenti dove avrebbe dovuto correre un po' più a briglia sciolta, e inutilmente melodrammatico in altri punti, come quando Rose comincia a darsi all'alcoolismo per "sopravvivere" alle cattiverie di Phil, che in una scala da uno ad Iriza Legan non arriva neppure a baciare le scarpe della perfida nemesi di Candy Candy; per contro, l'idea di poter anche solo pensare di provare pena per Phil in quanto represso, privo di amore e condannato a ripensare quotidianamente alla leggendaria figura dell'adorato Bronco Henry, si scontra con la natura di inutile(mente) stronzo del personaggio in questione. Ci si ritrova così davanti a un'accozzaglia di personaggi solitari, muti, paurosi o crudeli (sicuramente una scelta voluta ma, cribbio, penso che un minimo di evoluzione sarebbe servita in tal senso) che verrebbe voglia di lasciare lì, ad annegare nel loro brodo di disagio, tra i quali forse si salva vagamente giusto il Peter di Kodi Smit-McPhee per la sua distaccata visione del mondo e la capacità di fare fessi uomini fatti e finiti che si riempiono la bocca di paroloni e "consigli su come si sta al mondo". Di sicuro, come finale ho preferito quello de Il filo nascosto, che almeno dalla sua aveva un minimo di nerissima ironia, mentre Il potere del cane a me è sembrato algido e represso come il pur bravissimo Cumberbatch. So però che molti lo hanno adorato, quindi dategli un'occhiata e sentitevi liberi di mandarmi a quel paese!


Di Benedict Cumberbatch (Phil Burbank), Jesse Plemons (George Burbank), Kodi Smit-McPhee (Peter Gordon), Kirsten Dunst (Rose Gordon), Thomasin McKenzie (Lola), Frances Conroy (Old Lady) e Keith Carradine (Il Governatore) ho parlato ai rispettivi link.

Jane Campion è la regista e sceneggiatrice del film. Neozelandese, ha diretto film come Lezioni di piano (per il quale ha vinto l'Oscar per la miglior sceneggiatura), Ritratto di signora, Holy Smoke e In the Cut. Anche produttrice e attrice, ha 67 anni. 


George Burbank avrebbe dovuto essere interpretato da Paul Dano, purtroppo già impegnato come Enigmista nell'imminente Batman mentre Elizabeth Moss ha dovuto rinunciare al ruolo di Rose perché impegnata nelle riprese del prossimo film di Taika Waititi. Ciò detto, se vi fosse piaciuto Il potere del cane, recuperate Lezioni di piano. ENJOY!

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