domenica 6 giugno 2021

Crudelia (2021)

Pur essendo ancora traumatizzata da quell'obbrobrio di Maleficent ho deciso di dare una chance a Crudelia (Cruella), diretto dal regista Craig Gillespie.


Trama: dopo la morte della madre, la piccola Estella comincia a vivere di espedienti e furtarelli, almeno finché non viene notata dalla Baronessa, la stilista più famosa della swinging London. Lavorando per la Baronessa, Estella scopre gli oscuri segreti del suo passato e arriva a meditare vendetta...


Vai a sapere perché la Disney ha deciso di fornire delle "giustificazioni" alla cattiveria dei suoi villain, come se già non bastasse la ridda di figli adolescenti scemi che gli hanno appioppato con Descendants (tra l'altro Crudelia De Mon si è beccata credo il cretino peggiore, ma non è il caso di parlarne). Probabilmente la Casa del Topo, nonostante abbia ora per le mani il franchise di Star Wars e un intero universo supereroistico, quindi abbastanza materiale per realizzare film da qui alla fine del mondo, non sa più dove sbattere la testa per quanto riguarda le idee originali, e ha deciso di fornire delle fondamenta al fascino misterioso di queste creature oscure che ci "perseguitano" fin da bambini, questi personaggi che a 40 anni arriviamo anche a capire, poverelli, "circondati da idioti" come sono oppure costretti a subire la melassa grondante di varie principesse. Crudelia De Mon, in realtà, è un caso un po' particolare, in quanto spinta da vanesio desiderio di possedere una pelliccia di cuccioli di dalmata e, quindi, è già più difficile parteggiare per lei piuttosto che per una Maleficent o un'Ursula, ma è anche vero che ella è "demonio di classe che incanta con stile", modellata su Tallulah Bankhead, quindi affascinante e scazzato modello di vita a prescindere; la sua origin story non poteva dunque essere una robetta banale e stracciapalle come quella di Maleficent bensì qualcosa di cool, moderno, più vicino a un'idea alla Birds of Prey che ai recenti live action disneyani. A dire il vero, a un certo punto mi è venuto quasi da pensare che Cruella fosse la origin story di Vivienne Westwood, radicata com'è nel mondo della moda e impreziosita, letteralmente, dai costumi più belli e sfacciati visti quest'anno, e non è un caso che molti citino Il diavolo veste Prada visto che la fonte di tutti i mali della povera Cruella è una meravigliosa baronessa che darebbe filo da torcere a Miranda Priestly. Anzi, diciamocela tutta, La baronessa della Thompson dà parecchi punti alla Miranda della Streep ed è il capo maligno che tutte vorremmo essere almeno una volta nella vita. Ma torniamo a Cruella.


Nata come la versione gnocca di un gelato Pinguino, la futura signora De Mon (o De Vil. Parentesi aperta sull'adattamento. Ma porco belino, ho capito che Estella/Crudelia non funzionava, ma chi, in Italia, ha mai conosciuto il personaggio come Cruella?) è bipolare già nella capigliatura e fin da bambina è costretta a tenere a bada la sua indole caotica, di persona fuori dagli schemi ed anticonformista. Narrata attraverso la caustica voce narrante di un "io" futuro e già divenuto Crudelia, la storia di Estella sembrerebbe quella di Cenerentola, non fosse che al posto delle due sorellastre la piccola, una volta rimasta orfana, si ritrova accanto due amichetti sbandati (i futuri Gaspare e Orazio, qui Jasper e Horace) che la aiutano in qualche modo a superare infanzia e adolescenza tra un furtarello e una truffa, finché la fanciulla non diventa assistente della già citata Baronessa. Dotata di uno spiccato gusto per la moda e uno stile fuori dal comune, Estella potrebbe rapidamente scalare i vertici di un'azienda gestita fondamentalmente da una parassita di idee, non fosse che detta parassita è legata a doppio filo alla morte di sua madre; abbandonata quella che Estrella pensava fosse la sua vera personalità, quella remissiva e goffa, per riuscire a fare luce sui tanti misteri che la circondano la ragazza lascia quindi spazio a Cruella, il suo lato malvagio, dirompente e menefreghista, arrivando a poco a poco a scoprire, come già successo per il Joker di Joaquin Phoenix, che talvolta la nostra faccia "buona" è solo una maschera che utilizziamo per essere accettati dalla società, quella stessa società che ci mette con le spalle al muro e ci costringe a combatterla mostrandoci per quello che siamo: degli psicopatici senza se e senza ma. 


Dimenticatevi i cuccioli di dalmata, la perfidia senza ragione, l'immancabile fumo di sigaretta, perché questa Cruella sarà anche matta ma non compie nulla di particolarmente sconvolgente o irreparabile, anzi, paragonata alla Baronessa è un agnellino, ma almeno la sua cattiveria non è stata innescata dai futuri padroni di Pongo e Peggy (come invece succedeva in Maleficent, dove re Stefano veniva trasformato in un mostro spietato). Anzi, paliamo un po' dei dalmata. La pelliccia bramata viene spesso citata e un eventuale odio verso i cani a pois viene "stuzzicato" all'inizio sfruttando una delle scene di morte meno epiche e più esilaranti della storia della Disney, ma non c'è nulla che spieghi come mai in futuro una donna amante dei cani dovrebbe decidere di spellarli per puro piacere, a meno che non si voglia tirare in ballo la demenza senile. Allo stesso modo, non si capisce perché Jasper, connotato come possibile love interest della protagonista, a un certo punto si veda azzerare il Q.I. per avvicinarlo maggiormente alla sua controparte animata, quando per buona parte del film abbiamo davanti un bel ragazzo, intelligente, simpatico ed affettuoso. Fortunatamente, questi difetti o errori di continuity, chiamateli un po' come volete, non inficiano la fondamentale validità di una scanzonata commedia nera in perfetto stile Craig Gillespie, che smorza con una patina di black humour qualunque momento rischi di diventare strappalacrime e confonde lo spettatore con una girandola ricchissima di avvenimenti, colpi di scena, sfondamenti della quarta parete, colori e suoni. Emma Stone sarà anche perfetta (e si è portata dietro l'esperienza dell'interpretazione borderline in La favorita), Emma Thompson mai troppo lodata (anche lei ispirata dal personaggio interpretato nel suo ultimo film, E poi c'è Katherine), ma la vera bellezza del film sono i meravigliosi costumi, le stupende scenografie che fanno loro da scrigno e, ovviamente, una colonna sonora furbissima, perfetta per accompagnare ogni sequenza della pellicola nemmeno ci trovassimo davanti a una sfilata di moda. Sperando che prima o poi qualcuno decida di mettere in commercio tutte le mise indossate dalla Stone, vi invito a non essere schizzinosi com'ero io prima della visione e a dare una chance a questo Cruella, potrebbe sorprendervi. 


Del regista Craig Gillespie ho già parlato QUI. Emma Stone (Estella/Cruella), Emma Thompson (La baronessa), Paul Walter Hauser (Horace), Emily Beecham (Catherine) e Mark Strong (John) li trovate invece ai rispettivi link. 

Joel Fry interpreta Jasper. Inglese, ha partecipato a film come Paddington 2, Yesterday, In the Earth e a serie quali Il trono di spade. Anche produttore, ha 37 anni.


Le altre attrici in lizza per il ruolo della Baronessa erano Nicole Kidman, Charlize Theron, Julianne Moore e Demi Moore. Ovviamente, se Crudelia vi è piaciuto, consiglierei il recupero de La carica dei 101, La carica dei 101 - Questa volta la magia è vera e anche di Tonya, film questo da non propinare ai bambini, per carità. ENJOY!

venerdì 4 giugno 2021

Oxygen (2021)

Piano piano (molto, molto lentamente) sto riuscendo anche a recuperare quei due o tre originali Netflix che mi interessavano, tra cui Oxygen (Oxygène), diretto dal regista Alexandre Aja. Niente spoiler, leggete tranquilli!


Trama: una donna si sveglia all'interno di una capsula medica danneggiata e deve capire chi e perché l'ha rinchiusa lì dentro prima che finisca l'ossigeno.


Evidentemente Aja, dopo l'exploit con i coccodrilli di Crawl, ci ha preso gusto con i film claustrofobici e c'è da dire che gli vengono anche bene. Se in Crawl i protagonisti, benché braccati da coccodrilli mordaci in ambienti ristretti e allagati, riuscivano in qualche modo a muoversi e respirare, in Oxygen la protagonista non ha la stessa fortuna ed è rinchiusa all'interno di una capsula impossibile da aprire, con le riserve d'ossigeno dimezzate e in via d'esaurimento. Quello di Elizabeth è un incubo che disorienta, all'interno del quale le immagini di una capsula pericolosissima e dotata di troppi mezzi per dare al paziente una morte rapida ed indolore, somministrata dalla voce incorporea dell'assistente computerizzato M.I.L.O., si alternano a flash di una vita dimenticata che potrebbero anche non essere ricordi, ma semplici allucinazioni. La lotta di Elizabeth è dunque duplice, uno sforzo fisico e mentale, perché la sua salvezza dipende in primis dal riuscire a ricordare la propria identità e il proprio passato, all'interno del quale si nasconde la chiave per poter sbloccare una capsula ironicamente progettata per la salvezza del soggetto che ospita, un oggetto futuristico viziato da un sacco di "gabole" antiquate. Nulla più vi conviene sapere della trama; con un po' di attenzione probabilmente riuscirete, com'è successo a me, ad intuire quello che avrebbe dovuto essere il twist più sconvolgente del mucchio (la sceneggiatura è molto ricca in tal senso) ma lo stesso "capire" non preclude il divertimento di scoprire le cose poco a poco. 


Un film interamente ambientato in un luogo così ristretto rischierebbe di offrire presto il fianco alla noia ma per fortuna Aja ha parecchi elementi con cui giocare. All'interno della capsula, come già ho scritto sopra, ci sono oggetti potenzialmente mortali che rendono ogni azione di Elizabeth un terno al lotto, ché non si sa mai come potrebbe reagire M.I.L.O., inoltre, mano a mano che l'ossigeno diminuisce, ci si mettono anche le allucinazioni della protagonista ad accelerare la tachicardia alimentata dalla situazione già abbastanza spinosa. Accanto alla concretezza del presente ci sono poi i flash del passato, un po' ripetitivi all'inizio e non particolarmente interessanti (anzi, sembra quasi che Aja ricerchi il contrasto tra l'ansia della situazione contingente e ricordi anche troppo idilliaci) ma sempre più importanti ed inquietanti mano a mano che il film prosegue, finché il regista non si decide ad allargare il campo delle inquadrature lasciandoci letteralmente a bocca aperta. Fondamentale, ovviamente, la presenza di Mélanie Laurent, che regge sulle spalle tutto il film e contribuisce, con la sua bella ed intensa interpretazione, a far sì che lo spettatore si faccia carico delle sofferenze di Elizabeth arrivando ad immedesimarsi fino a rimanere senza respiro. Per tutti questi motivi, tra gli originali Netflix visti di recente, Oxigen è uno dei migliori, quindi dategli un'occhiata. 


Del regista Alexandre Aja ho già parlato QUI. Mathieu Almaric, che dà la voce a M.I.L.O. lo trovate invece QUA.

Mélanie Laurent interpreta Elizabeth "Liz" Hansen. Francese, la ricordo per film come Bastardi senza gloria e Now You See Me - I maghi del crimine. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 38 anni e un film in uscita. 


Anne Hathaway è stata la prima attrice chiamata per il ruolo di protagonista, alla quale è poi subentrata Noomi Rapace, sostituita definitivamente dalla Laurent quando il progetto è stato preso in mano da Aja. Se Oxygen vi fosse piaciuto recuperate Meander e Buried. ENJOY!

martedì 1 giugno 2021

After Midnight (2019)

Finita la solita rincorsa agli Oscar (anche se probabilmente questo post uscirà chissà quando per questioni di programmazione, ecc.) ho deciso di cominciare un po' di recuperi horror, doverosi, tenendo a mente sia i consigli di Lucia che il calendario di uscite originali della miniera d'oro Shudder. Oggi parlerò di After Midnight, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Jeremy Gardner.


Trama: dopo che la fidanzata se n'è andata, Hank si ritrova a dover affrontare ogni notte un mostro che cerca di entrargli in casa...


After Midnight
è una dolce commedia sentimentale dove l'horror conta fino a un certo punto, quanto basta perché, in effetti, lo spettatore si ponga almeno una domanda scomoda riproposta anche dal personaggio principale durante la sequenza "cuore" della pellicola. E' un'opera realizzata in puro spirito indipendente, finanziata da Aaron Moorehead e Justin Benson, che qui compare anche nel ruolo dello sceriffo Shane, dove compare l'ormai nota faccetta di Brea Grant, diventata un po' una madrina del genere. Come tale, After Midnight non si avvale di un gran dispendio di effetti speciali, location o scenografie: l'azione si svolge principalmente all'interno o all'esterno della casa fatiscente di Hank, al massimo nel bar da lui gestito, e il mostro si vede bene giusto sul finale, mostrandosi in tutta la sua gloria artigianale di orrido bestio di gomma che, badate bene, non lesina abbondanti quantità di sangue, e buona parte delle sequenze sono ricordi dei bei tempi in cui Hank e Abby stavano assieme, baciati dal sole, dalla musica e dall'amore. 


A proposito di amore, After Midnight, nonostante sia scritto da un uomo, ovvero Jeremy Gardner, che si accolla anche il ruolo di Hank, è un film che descrive alla perfezione quanto anche il sentimento più forte rischia di venire distrutto quando una delle due metà della coppia non si rende conto di essere una merda patentata; lo spettatore, cullato dai dolci ricordi di Hank e sconvolto dalla pericolosa situazione in cui viene a trovarsi, tende per buona parte del film a considerare Abby, filtrata appunto dalla visione personale di Hank, come una matta fedifraga, la tipica donna angelicata pronta però a spezzare cuori senza un perché, e a commiserare il protagonista, lasciato solo a combattere un mostro mentre nessuno attorno a lui gli crede o lo consola. Per questo è molto interessante, nonché indice di alta bravura attoriale, nonostante il basso budget, il confronto tra i due, durante il quale arriviamo a scoprire che Hank non è così pacioso come pensavamo e che Abby ha tutte le ragioni di essersi rotta le palle di stare assieme ad un uomo egoista e mollo come la panissa, innamorato più della sua natura di redneck provincialotto che di una ragazza che vorrebbe solo un minimo di considerazione in presenza, non diventare un malinconico ricordo. Ciò detto, forse non consiglio After Midnight a chi cerca l'horror buzzurro tout court o la cupezza pesantissima, rischiereste di annoiarvi, ma per chi ama i piccoli film indipendenti potrebbe essere una visione gradevole!


Di Brea Grant, che interpreta Abby, ho già parlato QUI mentre Justin Benson, che interpreta Shane, lo trovate QUA.

Jeremy Gardner è il co-regista e sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Hank. Americano, ha diretto altri due film, The Battery e Tex Montana will Survive! ed è anche produttore.  Christian Stella è il co-regista della pellicola. Americano, ha co-diretto Tex Montana will Survive!. Anche tecnico del suono, attore, produttore e sceneggiatore, ha 36 anni.





 

venerdì 28 maggio 2021

The Empty Man (2020)

L'horror più sorprendente dell'anno è, al momento, The Empty Man, diretto e co-sceneggiato dal regista David Prior. Se avete voglia di leggere, vi spiego perché...


Trama: anni '80, Buthan. La vacanza di quattro ragazzi finisce malissimo dopo un macabro ritrovamento. Ai nostri giorni, l'ex detective James Lasombra riceve dalla vicina di casa la richiesta di rintracciare la figlia, scomparsa dopo avere lasciato in bagno una scritta inquietante: "The Empty Man made me do it", ed entra in contatto con un mistero dalla portata mondiale...


Tagliamo subito la testa al toro. Non ho scritto sopra che The Empty Man è il film horror più bello dell'anno, perché ha qualche difetto su cui tornerò più avanti, ma di sicuro è il più sorprendente ed interessante perché, fino all'ultimo, riesce a spiazzare qualunque spettatore, anche quello che ha visto miliardi di pellicole d'orrore e crede di saper prevedere dall'inizio alla fine quello che succederà. Purtroppo per questo genere di spettatori, The Empty Man è, letteralmente, tre film in uno: comincia come una specie di tesissimo survival horror a sfondo sovrannaturale, di quelli capaci di far agitare parecchio sulla poltrona, continua come una di quelle cretinate per adolescenti dove i personaggi scemi fanno cose stupide (nella fattispecie: invocare l'Empty Man del titolo) per poi morire malissimo, e a un certo punto cambia completamente faccia e abbandona le velleità teen per diventare un horror "noir" a base di complotti mondiali e stravolgimenti cosmici da cardiopalma, quelle cose Lovecraftiane che ti fanno pregare di non capire MAI cosa ci sia oltre il velo della realtà (spoiler: cose brutte, ovviamente). Abbandonarsi a queste tre anime è bellissimo, rende un horror di più di due ore scorrevole come se durasse la metà e mette in campo tanta di quella carne al fuoco che sarebbe meglio far passare qualche mese e poi riguardare The Empty Man col senno di poi, giusto per godersi quei quattro/cinque passaggi che magari non avevamo colto appieno ad una prima visione. In un'epoca di horror usa e getta, di film magari bellissimi ma comunque realizzati con due lire oppure "concentrati" sul nucleo della storia (giusto quelli di Ari Aster e La cura dal benessere vanno in controtendenza), un'opera come quella di David Prior, che si prende tutto il tempo di divagare, di giocare sulle atmosfere, di indulgere in dettagli magari insignificanti, è davvero una mosca bianca e per questo ancora più piacevole. 


Come ho detto sopra, certo, The Empty Man non è esente da difetti. David Prior a volte pare perdere un po' il filo della sceneggiatura imbastita, tanto che a rifletterci dopo la visione ci sono alcune cose che non tornano, soprattutto quando il film si inoltra nel territorio pericolosissimo del thriller sovrannaturale ambizioso, e onestamente non ho apprezzato granché la CGI sul finale, che fa a pugni con una realizzazione altrimenti splendida.  Prior è infatti un regista con la R maiuscola e, senza fretta alcuna, gira delle scene splendide e inserisce dei raccordi assai raffinati tra l'una e l'altra (la lunga introduzione è un capolavoro di suspance che sfrutta l'ambiente montano per mettere ancora più ansia, senza bisogno di jump scare, ma c'è una sequenza di puro delirio cosmico che mette i brividi al solo ricordo, e questo per fare un paio di esempi), sfruttando alla perfezione anche il sonoro e dei sussurri particolarmente fastidiosi, che si insinuano nel cervello facendolo prudere davvero. Anche il comparto attori non è male, a partire dal protagonista James Badge Dale, che ha quell'aria da detective "fincheriano", mentre la giovane Sasha Frolova, già vista in Kindred Spirits dove spiccava per le doti recitative in un film altrimenti dimenticabile, è una di quelle facce da tenere d'occhio. Lo stesso, ovviamente, vale per The Empty Man, un film a cui dovreste dare una chance, sia che siate appassionati di horror o che semplicemente abbiate voglia di guardare una pellicola intrigante, per una serata un po' diversa. 


Di James Badge Dale (James Lasombra), Marin Ireland (Nora Quail),  Aaron Poole (Paul), Stephen Root (Arthur Parsons) e Owen Teague (Duncan West) ho già parlato ai rispettivi link.

David Prior è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americano, è anche produttore, montatore, fotografo, attore, tecnico degli effetti speciali, compositore e scenografo. Ha 52 anni.


Sasha Frolova
interpreta Amanda Quail. Americana, ha partecipato a film come Kindred Spirits e Piccole donne. Ha 26 anni.


The Empty Man
è vagamente ispirato alla serie a fumetti omonima, scritta da Cullen Bunn e disegnata da Vanessa R. del Rey, mai pubblicata in Italia, direi. Se siete curiosi, recuperatela. ENJOY!

martedì 25 maggio 2021

Elegia americana (2020)

Lo hanno bocciato tutti o quasi, quindi è con qualche remora che mi sono approcciata a Elegia Americana (Hillbilly Elegy), diretto nel 2020 da Ron Howard e tratto dall'autobiografia di J.D. Vance.


Trama: J.D. studia legge a Yale ma viene da una sgangheratissima famiglia degli Appalachi che gli ha lasciato parecchie cicatrici e che rischia di stroncare sul nascere la sua eventuale carriera di avvocato.


Sarà la pandemia ma a me pare i protagonisti dei film candidati ai Golden Globe siano tutti fastidiosissimi e di un'antipatia rara. Ma Rainey era da fustigare, Marla non ne parliamo e i maledetti hillbilly di Elegia Americana meriterebbero di scomparire dalla faccia della terra, tanto il loro squallore mi provoca istintivo disgusto. Ma prima di andare avanti, che cos'è un hillbilly? Noi li chiameremmo "montanari", è un modo dispregiativo di definire gli abitanti delle zone montuose d'America, connotati da poca raffinatezza e abbondanti dosi di ignoranza. I parenti di J.D., il protagonista del film, non fanno eccezione e sono lo stereotipo dell'americano repubblicano e timorato di Dio che passa la vita a sfondarsi di junk food mentre orde di figli e nipoti razzolano nello sporco e nell'indigenza, imprigionati in cittadine dove alcool e droga sono gli unici modi per sopravvivere a una vita misera, fatta di precariato e scuole lasciate a metà. Il rischio, in un ambiente simile, è quello di avere il destino già segnato, soprattutto se per carattere si tende a lasciarsi andare e non combattere, ed è ciò che rischia J.D. ogni giorno nonostante una vena di sensibilità e intelligenza che gli potrebbe fare ambire traguardi più alti; la storia di Elegia Americana è proprio la storia di J.D., dall'infanzia passata con la madre pazza e drogata all'adolescenza salvata per il rotto della cuffia da una nonna distante anni luce dall'idea di "nonnina" normale, fino alla temporanea liberazione durante gli anni della maturità, quando il tentativo di fuga dalle radici deve fare il conto con problemi familiari mai risolti.


Eppure, nonostante la palese negatività di un ambiente come quello in cui J.D. Vance è realmente vissuto, la sua è un'elegia, un'elegia dei valori che lo hanno cresciuto fin da ragazzino e che possono riassumersi in una protezione totale da parte della famiglia, un "non venire lasciati mai soli" nonostante tutti gli errori e i difetti, in virtù di una testardaggine e una vena di durezza assai simile a quella delle rocce delle montagne; emblema di questa durezza è proprio Mamaw Vance, schiacciata dalla vecchiaia e dai sogni di giovinezza infranti eppure determinata a non cedere e, soprattutto, a fare sì che il nipote non faccia la stessa fine della madre, cosa che ovviamente la rende in pratica l'unico personaggio a cui il pubblico riesce ad affezionarsi. Forse è proprio questo che ha tenuto distanti gli spettatori dall'ultimo film di Ron Howard, nonostante le interpretazioni magistrali di Amy Adams (brutta, imprevedibile e pazza) e Glenn Close, altrettanto irriconoscibile. Probabilmente molti americani non avranno gradito lo "sputtanamento" e l'occhio per nulla indulgente con cui lo star system ha messo in scena una storia di ordinaria decadenza urbana, mentre il resto del mondo, già scosso dalla pandemia, forse non aveva bisogno di una storia che, nonostante l'happy ending "formativo", è di una tristezza atroce e spesso raggiunge picchi di fastidio insostenibili. Nonostante questo, vi dirò, a me è comunque piaciuto e, anche se non lo farò mai rientrare nel novero di film per cui tiferò ai Golden (infatti nulla ha vinto, in questo caso) o agli Oscar, è una visione che consiglio.


Del regista Ron Howard ho già parlato QUI. Amy Adams (Bev), Glenn Close (Mamaw) e Haley Bennett (Lindsay) le trovate invece ai rispettivi link. 

Gabriel Basso interpreta J.D. Vance. Americano, ha partecipato a film come Super 8 e Una doppia verità. Ha 27 anni. 



venerdì 21 maggio 2021

The Father (2020)

E' uscito ieri nelle sale italiane The Father, diretto e co-sceneggiato dal regista Florian Zeller, vincitore di un Oscar per il miglior attore protagonista e per la Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: Anthony, ormai anziano, si ritrova a non riconoscere più non solo i suoi familiari ma anche il mondo che lo circonda...


I film che trattano il tema delicato dell'Alzheimer e di tutto ciò che implica questa orribile malattia, per chi ne è affetto e per chi gli sta accanto, nel corso di questi ultimi anni si sono moltiplicati, eppure a me pare che The Father sia il primo a mostrare il punto di vista del malato senza piegarlo al desiderio di comprensione dello spettatore. L'opera di Florian Zeller, tratta da una sua pièce teatrale, ci introduce infatti alle ultime fasi della vita di Anthony, uomo che si ritrova a dipendere sempre più dalla figlia Anne a causa di una malattia degenerativa che lo sta privando, a poco a poco, della lucidità e della memoria; un uomo che si è sempre distinto per umorismo, intelligenza e gusti, fiero della propria indipendenza, arriva a guardare con diffidenza tutto ciò che lo circonda, ritrovandosi spiazzato davanti a persone che non riconosce e luoghi che non sono quello che sembrano. L'inizio del film è trattato come un giallo hitchcockiano, tanto che nello spettatore si insinua la stessa angoscia che comincia a corrompere ancor più la mente di Anthony, soprattutto dal momento in cui anche la dimensione temporale di The Father, la consecutio degli avvenimenti, comincia a privarsi di ordine e logica, lasciando ancora più spiazzati e consapevoli di come dev'essere "perdere le foglie", ritrovarsi come un albero nudo, privi di quella sicurezza che deriva dalla piena coscienza di sé, alla mercé di qualsiasi cambiamento. Quella stessa insicurezza si riversa sullo spettatore, che a un certo punto si chiede se ciò che si vede sullo schermo sia interamente reale o in parte frutto delle percezioni distorte di Anthony, soprattutto nella sequenza più orribile dell'intera pellicola, quella in cui il marito di Anne comincia a picchiare l'anziano suocero che scoppia in lacrime così cocenti e terrorizzate da spezzare il cuore a un sasso.


E lacrime si versano anche davanti ai dubbi di Anne e al suo senso di colpa, ché The Father, nonostante la sua breve durata, riesce anche, con poche pennellate, a delineare la situazione di chi ha a che fare con la malattia da "esterno", vittima non solo del dolore di vedere sfiorire il proprio caro ma anche di quello di diventare bersaglio di esternazioni violente e anche troppo "sincere", soprattutto quando a prendersi cura del malato non è la figlia preferita, come in questo caso. Lo strazio di sentirsi lacerare tra l'affetto per il malato, il senso di dovere filiale, e l'umana fatica di dover sopportare una simile situazione anelando la libertà e la possibilità di vivere un'esistenza normale si leggono in ogni ruga del viso della bravissima Olivia Colman, nei suoi sguardi, in quel groppo alla gola che diventa un riverbero di quello dello spettatore. E quanto è tornato ad essere bravo, finalmente, anche Anthony Hopkins, che in una sequenza affascina e conquista, per poi straziare durante un finale in cui si fatica a non distogliere lo sguardo per il modo in cui viene messa in scena tutta la pena di una malattia che priva le persone dell'indipendenza e della dignità, lasciando solo un fragile guscio vuoto là dove un tempo c'era un essere umano integro e meravigliosamente complesso. Di fronte a questo, The Father non è un film che consiglio a chi dovesse trovarsi in una simile situazione, perché rischierebbe di non essere per nulla catartico e di aumentare la sofferenza, tuttavia è una delle pellicole che ho apprezzato maggiormente nel corso dell'annuale, forsennata rincorsa al recupero pre-Oscar, quindi guardatelo perché merita. 


Di Anthony Hopkins (Anthony), Olivia Colman (Anne), Mark Gatiss (l'uomo), Olivia Williams (la donna), Imogen Poots (Laura) e Rufus Sewell (Paul) ho già parlato ai rispettivi link. 

Florian Zeller è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, è al suo primo lungometraggio. Anche produttore, ha 42 anni.


Se The Father vi fosse piaciuto recuperate Still Alice, lo trovate a noleggio su varie piattaforme. ENJOY!

mercoledì 19 maggio 2021

Jakob's Wife (2021)

Potevo evitare il trinomio Crampton/Fessenden/vampiri? Assolutamente no e ringrazio Lucia per avere parlato di Jakob's Wife, diretto e co-sceneggiato dal regista Travis Stevens.


Trama: Anne è la moglie fedele e devota del pastore Jakob e da trent'anni vive a fianco dell'uomo, o meglio, un passo indietro. Un giorno Anne viene morsa da un vampiro e tutto cambia...


Jakob's Wife
è uno di quei film molto interessanti che sfrutta l'horror per parlare di qualcos'altro, fin dal titolo. Non "Anne" ma "Jakob's Wife", la silenziosa, dimessa moglie del pastore Jakob, colui che ha sempre una parola buona per i suoi fedeli; talmente tante parole, in effetti, che ogni volta che Anne prova ad aprire bocca lui le parla addosso, zittendola come se neppure esistesse. Non è violento Jakob, attenzione. Almeno, non di quella violenza consapevole fatta di botte o insulti, ma è innegabile che ormai non veda più la moglie come donna o compagna ma solo come accessorio "pratico", indispensabile al funzionamento del matrimonio nella misura in cui tiene pulita la casa, cucina e, soprattutto, mantiene le apparenze di sposa devota e felice agli occhi di Dio e della comunità. La stessa Anne, poverella, non sa come sia finita a fare quella vita, a sfiorire perdendo ogni capacità di parlare per sé, di far valere desideri ed opinioni, accanto a un uomo che nonostante tutto ama. La stabilità decennale fatta di rinunce e sopraffazioni viene giustamente spazzata via quando Anne viene morsa da un vampiro ed è allora che la protagonista, ironicamente non morta, apre nuovamente gli occhi alla vita, alle mille possibilità che potrebbero spalancarlesi davanti se solo si rendesse conto di essere un individuo e non l'appendice di qualcun altro; nello stesso momento, Jakob è costretto a fare i conti con una persona nuova e a rimettersi in discussione come marito e uomo, prima ancora che come servo di Dio, riscoprendo dentro di sé emozioni come amore, gelosia e paura (non tanto dei vampiri, quanto piuttosto di essere lasciato).


La nascita di questa nuova vita (o non-morte) a sessant'anni, viene portata sullo schermo con leggerezza ed intelligenza  attraverso un film che accontenta tutti, sia gli amanti del gore spinto, magari anche un po' citazionista, sia gli spettatori che dall'horror pretendono qualcosina in più. Non che non avessi già stima di Barbara Crampton e Larry Fessenden ma Jakob's Wife mi ha fatta innamorare di entrambi, due dimostrazioni viventi di come anche le storie più semplici, se raccontate attraverso l'alchimia perfetta tra gli attori che la interpretano, possono diventare dei piccoli gioiellini. La Crampton riempie letteralmente la scena, sia nel suo aspetto dimesso sia quando le viene data l'occasione di tornare a brillare e prendere le redini della sua vita, diventando una dark lady di una bellezza sconvolgente, mentre Fessenden, nei panni del pastore Jakob, strappa alternativamente la voglia di schiaffeggiarlo a quella di consolarlo per essere finito in un casino più grande di lui ed è perfetto sia nei momenti drammatici che nei molti momenti più legati alla commedia. Insieme, poi, formano una delle coppie più affiatate viste di recente e se, personalmente, ho trovato il frame finale geniale e sexy allo stesso tempo (madonna lo sguardo che si scambiano e quella tensione da tagliare col coltello, cosa non sono!!), c'è da fare la standing ovation alla scena di sesso più sentita e hot dell'ultimo decennio, uno sputo in un occhio alle cazzatelle patinate e fintamente erotiche lasciate nelle mani di attori bellocci ma distaccati, superati a destra dalla divina Crampton e dall'umanissimo Fessenden. Che gli Antichi vi conservino ancora a lungo, signori, perché i giovinetti di belle speranze hanno solo da imparare da voi!


Di Barbara Crampton (Anne Fedder) e Larry Fessenden (Pastore Jakob Fedder) ho già parlato ai rispettivi link. 

Travis Stevens è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto il film La ragazza del terzo piano. E' anche produttore, attore e stuntman.




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