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martedì 25 giugno 2024

Inside Out 2 (2024)

Il giorno stesso dell'uscita mi sono fiondata al cinema per vedere Inside Out 2, diretto e co-sceneggiato dalla regista Kelsey Mann.


Trama: Riley è arrivata a 13 anni aiutata dalle sue emozioni, ma con l'arrivo della pubertà la sua testa si riempirà di nuovi, inquietanti elementi...


Inside Out
mi aveva rapito il cuore e la mente, e ancora oggi ritengo sia uno dei più bei film Pixar mai realizzati. Avevo un mix di aspettative e timori all'idea di un seguito, ma ho deciso comunque di dargli fiducia, perché mi interessava sapere come sarebbe cresciuta Riley. Introdotto da una bella botta di nostalgia, nella forma dello storico score di Michael Giacchino (che ovviamente mi ha spinta alle lacrime quando il film non era neppure ancora cominciato), Inside Out 2 inizia due anni dopo la fine del primo e ci mostra delle emozioni solide ed equilibrate, che lavorano in perfetta sintonia per fare di Riley un gioiellino di ragazza. "Io sono una brava persona" è il nucleo della personalità della protagonista, un nucleo che Gioia e gli altri cercano di preservare con tutte le forze, eliminando e nascondendo tutto ciò che potrebbe intaccarlo; le emozioni "base" non hanno, però, fatto i conti con la pubertà, che introduce altri destabilizzanti colleghi all'interno della mente di Riley. Invidia, Imbarazzo, Ennui e, soprattutto, la terribile Ansia, scuotono dalle fondamenta la semplice e dolce ragazzina, proprio nel momento di transizione tra scuole medie e liceo, quando un breve campo estivo di hockey diventa il fondamentale crocevia per determinare il futuro successo. In maniera non dissimile dal primo Inside Out (di cui ricalca anche la struttura narrativa e una serie di situazioni) anche il secondo capitolo contiene un importante monito a non ignorare né le emozioni né le esperienze negative, perché contribuiscono ad alimentare la complessità e la conseguente ricchezza del nostro carattere, facendoci crescere come persone, per quanto imperfette. L'esperienza evita che le emozioni ci governino e ci permette di controllarle e richiamarle secondo la nostra volontà, salvo inevitabili ricadute in momenti particolarmente stressanti o emotivamente soverchianti, com'è comprensibile per un individuo equilibrato. Nel suo percorso di crescita, l'adolescente Riley si riconferma così un personaggio col quale è facile empatizzare e in cui ci si può riconoscere, e lo stesso vale per Gioia, Tristezza e tutti i loro compagni, che crescono ed evolvono assieme alla loro "umana".


Forse perché l'Ansia è una mia costante esistenziale, mi sono riconosciuta parecchio in quel tarlo insinuante che parla senza sosta, non richiesto, scodellando una serie infinita di scenari mentali da incubo, e ho trovato la rappresentazione del passaggio tra infanzia e adolescenza molto realistica. A parer mio i realizzatori sono riusciti a renderlo molto angosciante, in virtù delle scelte sbagliate intraprese da Riley e per la visione da incubo di un nucleo positivo sempre meno luminoso; i richiami alla morte "figurata" e alla depressione sono palesi, inoltre ho apprezzato tantissimo la rappresentazione di un attacco di panico in piena regola, di quel momento in cui il cervello si blocca in una frenesia terrorizzata e senza via d'uscita. In generale, Inside Out 2 mi è sembrato ancora più dolceamaro del primo e alcune prese di coscienza, sia della protagonista che delle sue emozioni, mi hanno commossa parecchio. Per quanto riguarda la realizzazione, Inside Out 2 è bello quanto il suo predecessore. L'interazione tra mondo reale e mentale non presenta sbavature ed è molto emozionante, soprattutto è bello vedere l'evoluzione dei coloratissimi luoghi introdotti nel 2015, con interessanti aggiunte alla mente di Riley, funzionali alla sua crescita; l'idea di inserire una sorta di lago da cui si dipanano tutte le "ramificazioni" delle esperienze della protagonista è vincente, e si traduce in una miriade di splendide immagini. Passando ad argomenti più faceti, da appassionata (giuro) di La casa di Topolino, ho adorato, tra le tante parodie presenti all'interno del film, la presenza di un simil-Toodles che mi ha fatta piegare dalle risate in più di un'occasione, un colpo di genio forse un po' autoreferenziale, ma comunque sempre un colpo di genio. Anche il character design delle nuove emozioni è assai intelligente, con l'apice di preferenza personale raggiunto con Ennui, talmente molla e scazzata dalla vita da avere un modo tutto suo di muoversi senza spendere troppe, inutili, energie (viceversa, Invidia non mi ha detto nulla, e più che un vergognoso peccato capitale mi è sembrato il comprensibile, per quanto disperato e spesso sbagliato, desiderio di conformarsi a persone che si ammirano). Dopo il deludente Lightyear, nonostante non fosse sequel ma spin-off, la Pixar si è rimessa sul giusto cammino e ammetto di non vedere l'ora che esca un terzo capitolo di Inside Out che faccia luce sul terrificante mondo degli adulti!  


Di Maya Hawke (Ansia), Tony Hale (Rabbia), Diane Lane (Mamma), Kyle MacLachlan (Papà), Paul Walter Hauser (Imbarazzo), Frank Oz (Dave il poliziotto), Pete Docter (Rabbia di papà) e Flea (Jake) ho già parlato ai rispettivi link.

Kelsey Mann è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio e prima ha lavorato principalmente come storyboarder. E' anche animatore e doppiatore.


La doppiatrice originale di Ennui è Adèle Exarchopoulos, la protagonista di Vita di Adèle, mentre in Italia il personaggio è stato affidato a Deva Cassel, la splendida figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel. Se Inside Out 2 vi fosse piaciuto, recuperate Inside Out e Soul. ENJOY! 


mercoledì 13 marzo 2024

Maestro (2023)

Continua la corsa dietro ai titoli nominati per l'Oscar. Oggi tocca a Maestro, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Bradley Cooper e candidato a 7 premi Oscar: Miglior film, Miglior attore protagonista, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior fotografia, Miglior trucco e Miglior sonoro.


Trama: vita del musicista Leonard Bernstein, dal suo primo lavoro come direttore d'orchestra al legame con la moglie Felicia, complicato dalle pulsioni omosessuali di lui...


Io quest'anno sto facendo una fatica incredibile a farmi trasportare dalle atmosfere dei film che guardo e, soprattutto, ad allinearmi ai giudizi dei cinefili che, oltre ad amarla, s'intendono della settima arte. Maestro è candidato a sette premi Oscar, di cui quattro tra i più importanti, e io riesco solo a pensare all'indicibile noia che mi ha avvinta per tutta sua durata. E d'accordo, io sono ignorante, non conoscevo Bernstein (e il film non mi ha aiutata a colmare la lacuna, beninteso), ma ho guardato Maestro con un appassionato conoscitore di musica classica, e anche lui è uscito sconfitto dalla visione. La cosa, da un lato mi consola, dall'altra mi abbatte. Maestro è uno splendido lavoro a livello di regia e montaggio, entrambi usati in modo estremamente raffinato per sottolineare non solo il passaggio delle epoche (la transizione dal bianco e nero degli inizi al colore), ma anche il rapporto profondo tra Bernstein e la sua musica, con la vita che si fa musical e viceversa, mentre i personaggi passano da un ambiente e una sequenza all'altra senza apparente soluzione di continuità, come se si trovassero su un palcoscenico. Le interpretazioni dei due protagonisti, poi, sono grandiose. Nascosto, ma neppure poi tanto, da un trucco che lo rende somigliantissimo al vero Bernstein e impegnato in un'interpretazione fisica e vocale che ha dell'incredibile, Bradley Cooper riporta in vita l'artista, con tutta la sua logorrea e il suo enorme ego, sottoponendo personaggi secondari e spettatori a un estenuante, continuo confronto con un protagonista che divora lo schermo. Esce vincitrice, da questo confronto, solo un'eterea Carey Mulligan, dotata di una dignità e un carisma delicato ma deciso, che si prende con naturalezza lo spazio che le compete, consentendo a dialoghi e sequenze di "respirare", fare una pausa e cambiare un po' il punto di vista di un film interamente imperniato sul dramma personale di Bernstein, su una storia d'amore "pilotata" dal musicista. E qui passiamo alle note, per me, dolenti.


Maestro
è imperniato per quasi tutta la durata sul rapporto tra Bernstein e Felicia, con la musica "usata" soprattutto come mezzo per enfatizzare la grandeur del protagonista e come plot device per sottolineare come dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, paziente per la maggior parte del tempo, scanzonata e sognatrice, ma anche dotata di cazzimma alla bisogna, perché va bene l'amore ma Bernstein era filantropo (cit.), caro lui. Il film, in realtà, la fa anche troppo facile. Benché Felicia fosse consapevole dell'orientamento sessuale del marito e cercasse di non ostacolarlo per non renderlo infelice, Bernstein ha passato comunque anni in cura da psichiatri, alcuni dei quali praticavano l'orrida e sbagliatissima "terapia di conversione", e questo in Maestro non viene mai accennato. Al di là di questo dettaglio insignificante, ho trovato, comunque, che due ore e fischia di psicodramma amoroso fossero anche troppe, soprattutto perché, da un certo punto in poi, il film relega in secondo piano l'evoluzione della carriera di Bernstein per concentrarsi su una sequela infinita di ragazzetti piacenti ghermiti dalle grinfie del musicista sotto l'occhio sempre più critico della moglie. Il risultato è quello di avere un film né carne né pesce, indeciso se essere una travagliata storia d'amore, il dramma psicologico di un genio tormentato o il resoconto dei sensi di colpa di un uomo dalla sessualità aperta e, per l'epoca, "scomoda". Tre identità che, a mio parere, non riescono ad amalgamarsi e che mi hanno portata a non provare interesse per nessuna di esse, trasformando la visione di un film plurinominato in una sofferenza che eviterei volentieri di riprovare. Evidentemente, l'estate non canta più dentro di me, che vi devo dire. 


Del regista e co-sceneggiatore Bradley Cooper, che interpreta anche Leonard Bernstein, ho già parlato QUI. Carey Mulligan (Felicia Montealegre), Matt Bomer (David Oppenheim), Sarah Silverman (Shirley Bernstein), Maya Hawke (Jamie Bernstein) e Josh Hamilton (John Gruen) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film avrebbe dovuto essere diretto da Steven Spielberg, che ha lasciato il progetto a Cooper per dedicarsi a West Side Story, o da Martin Scorsese. Entrambi figurano come produttori. Se Maestro vi fosse piaciuto recuperate Tick, Tick... Boom!, The Danish Girl e Tár. ENJOY!


martedì 3 ottobre 2023

Asteroid City (2023)

Il Multisala di Savona ha pensato bene di NON fare uscire Talk to Me. Ciò nonostante, mi sono comunque abbassata a dare dei soldi alla baracca per amore di Asteroid City, l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Wes Anderson. (Comunque la mia intenzione era di fare un ottobre solo horror, ma come si fa a dire di no a Wes?)
EDIT: Con una settimana di ritardo, Talk to me è uscito. Ritiro gli improperi che costellavano l'inizio del post, per ringraziamento.


Trama: una compagnia teatrale mette in scena Asteroid City, la storia di un ritrovo di giovanissimi e geniali scienziati con un twist fantascientifico...


Non è mai facile parlare di un film di Wes Anderson dopo solo una visione, peraltro in versione doppiata, perché il regista mette sempre tanta di quella carne al fuoco, spingendo il cervello dello spettatore a spingere da parte la storia in favore delle splendide immagini, che spesso viene da tacciarlo di superficialità e manierismo. Questo Asteroid City avrebbe tutte le carte in regola per essere un'opera "a rischio" in tal senso, ed è un peccato perché, dopo una nottata di riposo e un po' di tempo per riflettere su una frase in particolare che mi ha dato da pensare, sono riuscita a dare un senso a tutto il cucuzzaro. A un certo punto, lo spettacolare Jason Schwartzman dice "Non puoi svegliarti se non ti addormenti", una frase che viene ripetuta come un mantra all'interno di una classe di recitazione e che contiene in sé la chiave della doppia vicenda raccontata in Asteroid City, un film che continua la poetica andersoniana di persone sole, tristi, incapaci di affrontare la vita o di gestire le proprie emozioni. Ogni personaggio di Asteroid City, infatti, non ha il coraggio di "addormentarsi", ovvero non riesce a lasciarsi andare ed accettare che la vita non abbia soluzioni immediate e comprensibili (la macchina può essere aggiustata cambiando un piccolo pezzo oppure bisogna sostituirla), e combatte con tutte le sue forze la sola idea di qualcosa di imprevisto e sconosciuto (la macchina ha un terzo problema che il meccanico non riesce minimamente a capire). Ognuno di loro, soprattutto gli adulti, ma talvolta anche i ragazzi e bambini, personaggi di finzione o attori che li interpretano, ha bisogno di un filtro, una barriera che li porti a distaccarsi da questa complessità e ridurre l'esistenza a qualcosa di comprensibile, arrivando ovviamente all'incapacità di affrontare qualsiasi evento fuori dalla loro portata. Il primo è, senza dubbio, il geniale scrittore Conrad Earp, con tutte le difficoltà incontrate nel partorire l'opera, seguito subito dopo da Augie Steenbeck e dall'attore che lo interpreta in teatro nascondendosi dietro le lenti di una macchina fotografica e tic marcati che bloccano l'affiorare di qualsiasi emozione, positiva o negativa che sia, tanto che a un certo punto subentra persino il blocco dell'interprete, in un'altra sequenza particolarmente significativa.


L'umorismo caustico di Anderson, derivante dai surreali comportamenti e dai dialoghi assurdi tra personaggi fuori dal tempo, è una patina di leggerezza che nasconde, come sempre, un profondo disagio interiore che lascia cicatrici insondabili ai personaggi mentre li rende affascinanti e "strani" a un occhio esterno, come quello dello spettatore. L'intera cornice teatrale, girata in un elegante bianco e nero e in un formato che ricorda gli speciali televisivi anni '50, è accattivante quanto il geniale set della città titolare, realizzato rispettando non solo l'iconografia di una cittadina semi-deserta dello stesso decennio, ma anche la vivacità dei fondali che si utilizzerebbero a teatro, così da continuare questa compenetrazione di realtà e finzione. Fidatevi se vi dico che, nel 2023, non vedrete mai un'alieno bello quanto quello realizzato in stop motion per il film di Wes Anderson, né un uccellino bizzarro quanto il mini-road runner che concorre a rendere ancora più weird l'atmosfera della cittadina (eppure, anche lì, nessuno si scompone, perché è più facile ignorare o fotografare - distaccandoci dal soggetto - ciò che ci lascia perplessi e persino quello che ci affascina, perché non sia mai ci stravolga la vita), ed è inutile anche che tenti di farvi capire quanto siano perfette e bellissime le singole inquadrature del film, i costumi, il trucco e la colonna sonora: per me, andare a vedere una pellicola di Anderson è come guardare la mostra di un illustratore elegantissimo, e non posso fare altro che riempirmi gli occhi di bellezza, a prescindere che dietro essa ci sia un significato o il vuoto pneumatico. Quanto al cast, basta scorrere i nomi presenti per andare in visibilio, e l'unica cosa che mi preme è sottolineare quanto siano bravi non solo Jason Schwartzman (visivamente, un affascinante mix tra Paolo Ruffini e Furio, cosa che, nonostante tutto, mi ha strappato moltissime risate) e Scarlett Johansson, ovvero i due attori con più screentime, ma anche i giovani e talvolta sconosciuti ragazzini e bimbi che popolano il film, con menzione speciale alla tenerezza delle tre gemelline Faris, capaci di tenere testa a un nome importante come quello di Tom Hanks. Io lo so che Asteroid City è stato massacrato, ma m'importa davvero poco. Sono felicissima di averlo visto e non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa di rivederlo e godermi tutto quello che di sicuro mi è sfuggito!   


Del regista e co-sceneggiatore Wes Anderson ho già parlato QUI. Bryan Cranston (Presentatore), Edward Norton (Conrad Earp), Jason Schwartzman (Augie Steenbeck), Scarlett Johansson (Midge Campbell), Maya Hawke (June), Rupert Friend (Montana), Jeffrey Wright (Generale Gibson), Hope Davis (Sandy Borden), Steve Park (Roger Cho), Liev Schreiber (J. J. Kellogg), Sophia Lillis (Shelly), Tom Hanks (Stanley Zak), Matt Dillon (Meccanico), Steve Carell (Motel Manager), Tony Revolori (Aiutante di campo), Bob Balaban (Manager della Larkings), Tilda Swinton (Dr. Hickenlooper), Jeff Goldblum (L'alieno), Adrien Brody (Schubert Green), Hong Chau (Polly), Willem Dafoe (Saltzburg Keitel) e Margot Robbie (Attrice/moglie) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jake Ryan interpreta Woodrow. Americano, ha partecipato a film come The Innkeepers, Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore, A proposito di Davis, L'isola dei cani e Diamanti grezzi. Ha 20 anni. 


Bill Murray doveva partecipare come direttore del motel, ma ha contratto il COVID all'inizio delle riprese ed è stato sostituito da Steve Carell. Se Asteroid City vi fosse piaciuto recuperate Moonrise Kingdom - Una storia d'amore, Nope e Mars Attacks!. ENJOY! 

martedì 1 novembre 2022

Do Revenge (2022)

Spinta dalla presenza di Maya Hawke e da un'insana passione per il genere "teenage bitches" ho recuperato Do Revenge, diretto e co-sceneggiato dalla regista Jennifer Kaytin Robinson, che potete trovare su Netflix.


Trama: Drea è la reginetta della scuola ma un sextape leakato dal suo cellulare mette fine al suo regno. Alleatasi con la timida e dimessa Eleanor, Drea cerca vendetta...


Mala 
tempora currunt se anche una commedia adolescenziale sul solco di Mean Girls e Ragazze a Beverly Hills deve arrivare a toccare le due ore, costringendo la sottoscritta a guardare il film spezzato in tre tranche a causa dei soliti orari del menga. E questo è solo il primo, macroscopico difetto di Do Revenge, omaggio targato Netflix ai classici del genere. Il secondo, ahimé, è la cattiveria all'acqua di rose che lo pervade e, soprattutto, la faciloneria con la quale le due protagoniste, Drea ed Eleanor, arrivano a risolvere i loro problemi. Con quest'ultima affermazione non mi riferisco allo svolgimento della vendetta delle due fanciulle, ché quello è un percorso lungo e tortuoso, con più di un ostacolo sul cammino; piuttosto, parlo di quel terrificante pre-finale in cui tutto si conclude a tarallucci e vino, consentendo a due persone deprecabili (ancora più dei modelli ai quali fanno riferimento) di farla franca in quanto "meno peggio" dei veri carnefici della vicenda. Per carità, Amiche cattive, in tal senso, era anche più imbarazzante, però quello era un film dichiaratamente trash ed esagerato, in Do Revenge l'esagerazione la si ritrova solo nelle terrificanti mise di ogni singolo coinvolto e, ovviamente, nell'opulenza fuori scala del liceo e delle ville di questi scappatelli di casa convinti di avere il mondo in tasca, per il resto le problematiche affrontate dalle protagoniste sono tristemente realistiche e legate alla società odierna, tra slut shaming, diffusione di video erotici personali tramite social, ghettizzazione del diverso e quant'altro. 


Do Revenge è dunque l'ennesimo film "medio" prodotto da Netflix, che mira ad alti modelli (anzi, in questo caso neppure troppo alti, se chiedete ai cinefili veri. E no, non sto parlando della trama che si ispira vagamente a L'altro uomo di Hitchcock) ma non riesce a rielaborarli come dovrebbe e si arena dunque in quel limbo che trasforma anche la produzione più sfarzosa in un'opera dimenticabile in una settimana o anche meno. Peccato, perché sicuramente Do Revenge denota un enorme impegno a livello di costumi, make up e scenografie, è molto curato anche a livello di colonna sonora, zeppa di hit "giovani" come si confà a questo genere di pellicola, e omaggia spesso e volentieri le colonne portanti del genere, arrivando persino a scomodare una guest appearence della sempre adorabile Sarah Michelle Gellar, a mò di passaggio di testimone, ma nonostante tutto stenta a decollare. Anche le due protagoniste, nonostante i personaggi un po' insipidi, sono abbastanza brave, soprattutto la reginetta non convenzionale (è "colorata") Camila Mendes, mentre per quanto riguarda Maya Hawke ho un dubbio che mi ha fatto gradire un po' meno la sua interpretazione: ma perché diamine Netflix l'ha relegata, dopo la carinissima performance in Stranger Things, ad interpretare solo goffe ragazzette lesbiche dall'umorismo weird? Sono convinta che la fanciulla potrebbe dare delle gioie, basterebbe solo offrirle una possibilità di crescere! Nell'attesa che ciò accada, Do Revenge è comunque una pellicola simpatica per una serata senza pretese, anche se probabilmente alla fine vorrete rifarvi gli occhi e il cervello con l'elenco di film che ho riportato in fondo al post.


Maya Hawke (Eleanor), Sophie Turner (Erica) e Sarah Michelle Gellar (la direttrice) le trovate ai rispettivi link.

Jennifer Kaytin Robinson è la regista e co-sceneggiatrice del film. Americana, ha diretto il film Someone Great. Anche produttrice e attrice, ha 34 anni.


Camila Mendes interpreta Drea. Americana, ha partecipato a film come Palm Springs e a serie quali Riverdale, inoltre ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttrice, ha 28 anni e un film in uscita. 


Se Do Revenge vi fosse piaciuto recuperate Amiche cattive, Cruel Intentions, Schegge di follia, Mean Girls, 10 cose che odio di te e, ovviamente, l'immortale e cultissimo Ragazze a Beverly Hills! ENJOY! 

martedì 6 luglio 2021

Fear Street Parte 1: 1994 (2021)

Finita la settimana dedicata all'Udine Far East Film Festival, passiamo a qualcosa di necessario per l'estate: l'horror! In tal senso, luglio sarà un mese ricchissimo grazie a Netflix, che a partire da venerdì 2 e per le due settimane seguenti proporrà la trilogia di Fear Street, tratta dai libri di R.L. Stine e diretta (oltre che co-sceneggiata) dalla regista Leigh Janiak. Cominciamo con Fear Street Parte 1: 1994 (Fear Street Part One: 1994)!


Trama: nella città di Shadyside gli omicidi sono all'ordine del giorno e ogni tanto qualche abitante impazzisce compiendo delle stragi. La giovane Deena viene coinvolta assieme al fratello, la ex fidanzata e due amici nelle trame di un serial killer e i ragazzi scopriranno che non tutto è come appare a Shadyside...


Gli originali Netflix, soprattutto se horror, danno ben poca soddisfazione, ormai lo sappiamo. Lo stato d'animo col quale mi sono accinta a guardare Fear Street 1994 non era dunque dei migliori, questo nonostante la regista avesse messo mano a quel gioiellino che era Honeymoon, e non mi aspettavo di sicuro che avrei messo in pausa il film appena cominciati i titoli di testa, dopo la folgorante sequenza introduttiva, per consigliare a Lucia di guardarlo di corsa e preparare i fazzoletti. Non pretendo di amare Scream come l'adorabile Gore Gore Girl di cui sopra ma è comunque un film che ho guardato fino alla nausea e che ho avuto la fortuna di vedere al cinema in un'età particolarmente permeabile (più o meno la stessa, per inciso, dei protagonisti di Fear Street) e ancora oggi davanti alla splendida sequenza in cui Ghostface insegue ed accoltella Drew Barrymore vengo assalita da un mix di emozioni violentissime, sulle quali ultimamente prevale il magone, e mi vengono i brividi nel momento esatto in cui sento la melodia che accompagna la carrellata iniziale sulla scuola di Woodsboro assediata dai giornalisti; immaginatemi dunque con la bocca spalancata e gli occhi lucidi alla fine di un omaggio perfetto all'omicidio della Barrymore, seguito da titoli di testa che scorrono su una colonna sonora assai simile a quella composta da Marco Beltrami per Scream (e chi figura tra i compositori di quella di Fear Street?) e provate a pensare all'ondata di amore puro che ho provato da quel momento in poi per Fear Street 1994. Che, per inciso, non è semplicemente la sagra dell'omaggio cinematografico ma un horror serio e molto coinvolgente, che già nella prima parte introduce un gruppo di personaggi ai quali è facile affezionarci e getta le basi per una storia molto articolata, che vede la contrapposizione tra due città apparentemente antitetiche (la cupa, sfortunata e povera Shadyside dove ogni tanto gli abitanti uccidono i compaesani senza un perché e la solare, ricca Sunnyvale dove chiunque sembra avere un'opportunità di ottenere il successo) e l'antica maledizione di una strega decisa a vendicarsi di chi l'ha torturata, cosa che dà il la ad un interessante e riuscitissimo mix tra teen horror, slasher, thriller sovrannaturale e chissà cos'altro ci riserveranno i due film seguenti.


Anche in questo caso fare spoiler sarebbe un delitto perché Fear Street è pieno zeppo di sorprese e colpi di scena, ha uno sviluppo dei personaggi non stupido né banale, riserva allo spettatore una quantità di colpi al cuore senza mai calare di ritmo e regala delle sequenze slasher e sanguinolente davvero soddisfacenti, inoltre a tratti riesce a mettere genuinamente paura senza ricorrere a mezzucci troppo scorretti. La paura, in primis, deriva dal terrore di vedere i nostri beniamini sbudellati, sgozzati o peggio, perché Fear Street, a differenza di moltissimo horror a base di carne da macello, ha dei protagonisti carinissimi e verosimili, interpretati da giovani attori sicuramente poco famosi (a parte Maya Hawke) ma espressivi e già molto bravi, alle prese con personaggi ricchi di sfaccettature e, anche quando magari compaiono poco, caratterizzati da piccoli dettagli, "pennellate" che catturano l'attenzione dello spettatore; così non è, ahimé, per gli adulti che (non) popolano la pellicola ma sono certa che anche loro nei sequel avranno modo di brillare perché già qualche atteggiamento ed omissione dei pochi presenti fanno drizzare le orecchie. Voto dieci anche alla messa in scena, sia per quanto riguarda le scenografie degli interni (l'intera sequenza iniziale salta all'occhio per le coloratissime luci al neon ma anche le stanze dei personaggi sono molto interessanti) sia per la scelta delle location esterne, entrambe molto suggestive, per non parlare poi di una colonna sonora talmente anni '90 che per un attimo mi sono commossa ricordando gli anni delle superiori e dell'università. Probabilmente i ragazzini che vedranno oggi Fear Street non si commuoveranno invece, ma sono ragionevolmente sicura che il film potrebbe diventare, per loro, uno di quei cult da ricordare quando saranno dei vecchiacci quarantenni, quindi incrocio le dita perché anche gli altri due capitoli siano all'altezza del primo e intanto vi consiglio spassionatamente la visione di Fear Street Parte 1: 1994!


Della regista e co-sceneggiatrice Leigh Janiak ho già parlato QUI

Maya Hawke interpreta Heather. Figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman, ha partecipato a film come C'era una volta... a Hollywood e a serie come Piccole donne e Stranger Things. Ha 23 anni.  


Nell'attesa che escano i due seguiti della trilogia, il 9 luglio e il 16, sempre su Netflix, se Fear Street 1994 vi fosse piaciuto recuperate la quadrilogia di Scream, il primo Halloween e Terrore senza volto (quest'ultimo lo recupererò anche io perché non l'ho mai visto). ENJOY!

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