Visualizzazione post con etichetta emily blunt. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emily blunt. Mostra tutti i post

martedì 16 giugno 2026

Disclosure Day (2026)


Sabato sono corsa al cinema a vedere Disclosure Day, l'ultimo film diretto dal regista Steven Spielberg.

Trama

Mentre un ragazzo ruba dei video secretati dalla ditta per cui lavora ed è costretto a fuggire assieme alla fidanzata per non essere ucciso, la meteorologa di una stazione televisiva comincia a mostrare strani poteri telepatici legati proprio ai segreti nascosti nei video...

RECENSIONE

Nel 1986 usciva Fievel sbarca in America, co-prodotto dalla Amblin, casa di produzione di Spielberg. All'interno del film, che ricordo ancora abbastanza bene, la famiglia di topolini russi protagonisti decideva di emigrare in America perché, come diceva il testo di una delle canzoni, "Non ci son gatti in America". L'America è da sempre stata una terra mitologica per noi che non ci viviamo, un luogo dove i cattivi sono davvero molto cattivi e pronti a fare il male dell'umanità, come scopriva a sue spese il povero Fievel (i gatti c'erano eccome), ma dove esistono anche i buoni, per di più buoni "speciali", se non addirittura gli eroi che alla fine salveranno il pianeta. E' un'idea confortante, benché sia stata sbugiardata dalla realtà non solo ora che il presidente degli USA è un imbecille arancione ma già dai tempi della fondazione degli Stati Uniti, e che ci riporta a quando eravamo bambini, innocenti, rapiti da film che, in sostanza, ci propinano da sempre la stessa visione delle cose. Tutto questo giro intorno al mondo mi è balenato in testa quando ho cercato di capire perché Disclosure Day mi abbia lasciata spesso a bocca aperta, rapita dalla narrazione, talvolta in lacrime, soprattutto nel corso del terzo atto, quando invece, razionalmente, mi rendo conto che la sceneggiatura, scritta a quattro mani da David Koepp e dallo stesso regista, presenti più di un'incongruenza e tanti momenti WTF. La risposta di Lucia, Spielberghiana di ferro, è stata "Perché è un'opera d'arte", ma io sono bimba di Scorsese, non di Spielberg, e non ritengo affatto Disclosure Day un'opera d'arte. L'unica cosa che mi è venuta in mente, dunque, è che Spielberg sia riuscito a ricreare la magia che ci avvinceva da bambini, quella che nasce dallo spingere il cuore dello spettatore verso un afflato di ingenua speranza, verso la convinzione che non siamo soli nell'Universo e che, lassù tra le stelle, Qualcuno è incuriosito dalla nostra presenza sulla Terra. Qualcuno che, ovviamente, punta lo sguardo solo sull'America, ed estrae a sorte poche persone speciali in un luogo zeppo di entità governative o private che non hanno il minimo interesse a riferire al mondo messaggi di pace, e che scelgono di tenere la conoscenza per sé, perché troppo pericolosa. Qualcuno che sceglie l'empatia come fondamentale mezzo di salvezza per un'umanità condannata, offrendo doni che possano abbattere le differenze e fornirci una maggior comprensione di noi stessi e di coloro che ci circondano, anche se quel primo contatto può rappresentare un trauma e rischia di venire percepito come un'invasione. Spielberg è l'unico che, da Incontri ravvicinati del terzo tipo, riesce a convincere lo spettatore che tutto questo possa succedere davvero, anzi, a dargli la speranza che possa succedere, perché la sua è una fantascienza che parte innanzitutto dall'uomo e dai suoi complessi sentimenti.

All'interno di una trama radicata nell'attualità, che vede un mondo alle soglie della terza guerra mondiale, Disclosure Day punta l'attenzione su persone che hanno perso loro stesse, prive di uno scopo nella vita oppure asservite a quella che credono sia la loro missione. Il film è interamente filtrato dal punto di vista di Daniel e Margaret, pedine fondamentali alle quali mancano tutti i pezzi del puzzle o quasi, ed è attraverso il loro cammino verso la progressiva conoscenza che anche noi spettatori arriviamo a farci un quadro più o meno chiaro della situazione. Il percorso dei due protagonisti non è privo di dilemmi morali, e un altro aspetto interessante del film è la mancanza di una polarizzazione netta tra bene e male, in quanto Noah, connotato come villain, condivide gli stessi dubbi e paure di Jane, la ragazza di Daniel, su quanto sia opportuno per l'umanità venire a conoscenza di segreti alieni proprio nel momento di massima incertezza geopolitica. Se l'atteggiamento dei due personaggi è diametralmente opposto, anche in virtù di un diverso background (Noah è un razionale e freddo burocrate, Jane un'ex novizia che ha perso la fede), la natura dei loro dubbi risiede in una fondamentale e legittima sfiducia verso l'umanità che, inevitabilmente, riverbera nello spettatore. L'aspetto geniale di Disclosure Day, per quanto mi riguarda, è proprio il modo in cui umanizza talmente i due protagonisti, Daniel e Margaret, da illuderci di potere essere loro, quando la realtà è ben diversa, e lo dimostra il ribaltamento finale: noi non siamo i veicoli della "rivelazione", bensì gli utenti finali, il pubblico che deve mettersi seduto in silenzio a testimoniare una meraviglia, un orrore, davanti ai quali non ci sono parole. E ognuno di noi è chiamato a reagire secondo la propria coscienza, perché non ci sono concesse né istruzioni chiarificatrici né messaggi di qualche entità superiore; possiamo solo riflettere, una volta riaccese le luci in sala, su cosa faremmo se davvero un "Disclosure Day" arrivasse a ribaltare tutte le nostre convinzioni. Forse è per questo che sono uscita dal cinema in lacrime, per la paura che un giorno così io non lo vedrò mai, o forse per il terrore che, qualora succedesse, mi mancherebbe il coraggio di affrontare la verità.

Le scene finali di Disclosure Day, infatti, sono molto difficili da sostenere senza farsi venire la tachicardia. Spielberg coniuga una regia meticolosa, che si serve di ottimi effetti speciali, a un montaggio eccelso, atto a trasmettere tutta l'urgenza derivante da una notizia epocale; i filmati di archivio ricreati si alternano alla concitazione dell'interno di una sala di regia, a una sufficienza pratica ma un po' scocciata che lascia spazio a un'incredulità reverenziale, a maschere di professionalità che vanno in frantumi per rivelare persone spaventate e prive di mezzi per descrivere ciò a cui stanno assistendo. Gli ultimi minuti di Disclosure Day sono un capolavoro di tecnica cinematografica, in grado di stare in piedi anche senza l'ausilio di bravi attori. Tutto ciò che viene prima, per quanto bello e tecnicamente ineccepibile, si regge invece sulle spalle di due attrici incredibili, una praticamente sconosciuta, l'altra una garanzia. Emily Blunt qui è semplicemente magnifica. Nulla da togliere a Josh O'Connor, ma il cuore di Disclosure Day è Margaret, così umana, così impreparata ad accogliere un dono potentissimo, spesso buffa e nevrotica, a tratti così schiacciata dal peso della (non) conoscenza da spezzare il cuore. Ho cominciato a piangere nel momento stesso in cui Margaret torna "a casa" ma la sequenza che mi ha annientata, probabilmente, annullando tutte le mie barriere emotive, è stata quella, di poco precedente, dell'attacco di panico, così vicina e così reale che ho rischiato di averne uno assieme alla Blunt. Se, come ho scritto su, non avevo alcun dubbio sulla bravura della Blunt, la sorpresa del film è stata la nepo baby Eve Hewson. Bellissima e delicata, la Hewson si fa carico dell'aspetto "religioso" del film senza esacerbarlo, tiene testa a un attore come Colin Firth rivelandosi perfetta per un futuro nel genere horror, e si fa portavoce dei poveri spettatori "normali", uscendo a testa alta da una vicenda più grande di lei. Se siete arrivati a leggere fin qui, vi sarete resi conto che Disclosure Day mi ha messa in seria difficoltà, perché ancora adesso, a mente fredda, non riesco a capire il motivo per cui abbia avuto una così grande presa emotiva su di me. Razionalmente mi rendo conto che non è affatto un capolavoro (il Bolluomo è rimasto ben poco colpito, per esempio), pertanto non pretendo di convincere i miei sparuti lettori ad andarlo a vedere, ma mi piacerebbe sapere qual è stata la vostra reazione al film per parlarne nei commenti, quindi recuperatelo in qualche modo!

CAST

Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUI. Emily Blunt (Margaret Fairchild), Josh O'Connor (Dr. Daniel Kellner), Colin Firth (Noah Scanlon), Colman Domingo (Hugo Wakefield), Wyatt Russell (Jackson) e Elizabeth Marvel (Sorella Maura) li trovate invece ai rispettivi link. 

CURIOSITà

Chavo Guerrero Jr. compare nelle scene iniziali come l'arbitro del match di wrestling. Se Disclosure Day vi fosse piaciuto recuperate Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. L'extraterrestre. ENJOY!


  

mercoledì 30 agosto 2023

Oppenheimer (2023)

Affrontando il guasto da aria condizionata, domenica pomeriggio sono andata a vedere Oppenheimer, diretto e sceneggiato dal regista Christopher Nolan a partire dalla biografia scritta da Kai Bird e Martin Sherwin.

Trama: ascesa e caduta del fisico J. Robert Oppenheimer, dai frenetici e visionari anni giovanili, alla consacrazione come "padre della bomba atomica", per arrivare all'indagine su possibili coinvolgimenti coi comunisti...

Avevo il TERRORE di questo Oppenheimer. Tre ore biografiche su una figura storica al cui riguardo non ho mai letto nulla, gestite da un regista che, nonostante l'indubbia bravura, ama sbrodolarsi addosso e farla più lunga e difficile di quello che è, tra l'altro viste (tappatevi gli occhi, saltate un paio di righe, andate oltre soprattutto se siete tra quelli che hanno prenotato un viaggio a Londra solo per andare a vedere Oppenheimer) SENZA 70mm, SENZA IMAX, DOPPIATE, per l'amor d'iDDio!!! Qualcuno potrebbe dirmi che, a queste condizioni, qualunque cosa io possa scrivere sul film non varrebbe. Questo qualcuno si beccherà, oltre al mio dito medio alzato e un invito a pagarmi viaggio + biglietto verso il primo cinema valido disponibile, anche la stilettata di sapere che l'aria condizionata del Multisala (come avevo già intuito durante la visione de La casa dei fantasmi) era guasta e che quindi ho visto l'intero film col suono del condizionatore morente sparato nell'orecchio sinistro. "Now I Am Become Death, the Destroyer of Ears", come se non fosse bastata l'avvolgentissima colonna sonora di Ludwig Göransson ad insinuarsi nei padiglioni auricolari, nella mente e nel cuore, spesso sovrastando persino i dialoghi. Eppure, nonostante ciò, Oppenheimer mi è piaciuto davvero molto. Per me non è e non sarà mai un capolavoro necessario, come ho letto da più parti, perché per quanto mi riguarda pecca di lungaggine eccessiva e l'appendice del processo annacqua un po' la questione pressante del dilemma morale del protagonista contrapponendo a quest'ultimo una "nemesi" quasi puerile nelle sue machiavelliche macchinazioni, ma sicuramente è un film interessante, che fa riflettere. E, nella sua alternanza di stili, tiene desta l'attenzione dello spettatore ben più di quanto è riuscito a fare Ari Aster, di solito più nelle mie corde, con Beau ha paura (giusto per paragonare due film dalla durata elefantiaca usciti nello stesso anno). 

L'inizio, per esempio, è ipnotico. L'inquadratura della donna dalle braccia incrociate di Picasso, il quale dichiarava "Dipingo gli oggetti come li penso, non come li vedo", carica di significato tutte le visioni giovanili di Oppenheimer, la dolorosa intrusione nella realtà comunemente conosciuta di flash fatti di fiamme, esplosioni e scie luminose; sembra quasi di guardare un film di Malick, e il montaggio che alterna e mescola presente e passato è a malapena "aiutato" dallo stacco tra immagini a colori e un bianco e nero che è raffinato specchio di un mondo privo di quella vitale e frenetica pulsione (di quell'inarrestabile reazione a catena) che ha spinto Oppenheimer ad arrivare dove nessuno sarebbe mai dovuto giungere. Una volta esplosa la bomba, tutto si esaurisce, si "scarica". Il protagonista ha letteralmente dato forma a ciò che era solo pensiero, è rimasto disgustato dal suo egoismo e dalla sua cieca sconsideratezza, cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, rimettendoci la carriera in un parossismo punitivo; di conseguenza, al pensiero creativo si sostituisce la squallida realtà distruttiva di chi, imperterrito, continua a pensare solo al successo materiale e al prestigio, anche a costo di condannare l'umanità intera. Lo stesso film, a quel punto, si adagia sul sentiero stra-battuto del courtroom movie, dove contano più le interpretazioni della regia, e lo fa come se Nolan fosse stato fiaccato dallo sforzo di costruire la sequenza per me più emozionante di Oppenheimer, quella dove, a Los Alamos, la bomba viene fatta esplodere per la prima volta. La magia di Nolan, lì, è stata quella di farmi dimenticare che l'esperimento era riuscito, di farmi stare sulle spine assieme a tutti i membri del Progetto Manhattan, di spazzare via la sala del cinema tanto che mi sembrava di essere lì, un tutt'uno con la colonna sonora soverchiante e le immagini frenetiche, tanto che quando il suono della bomba è arrivato ho fatto un salto di un metro. L'unica cosa che Nolan non mi ha fatto dimenticare, neppure per un istante, è la conseguenza del successo di Oppenheimer, che mi ha strappato una dolorosa lacrima ben prima che l'orrore (costruito con tutti i terrificanti stilemi di un film di genere) travolgesse il protagonista con visioni di un terribile futuro. Una visione pessimista, un monito che chiude inequivocabilmente il film con lo sguardo allucinato di chi potrà venire riabilitato dalla storia, ma non da se stesso, e che ci ricorda quanto la spada di Damocle di un olocausto nucleare sia sempre lì a penderci sul capo, cosa che mi ha stretto di nuovo la gola in un magone angosciato.


Cillian Murphy, poverino, sembra caricarsela tutta addosso questa visione, dà l'idea che se lo sia spolpato fino alle ossa, trasformandolo in uno scheletro tutto occhi, a cui pendono i vestiti di dosso. Lo sguardo febbrile di Murphy diventa il film stesso, tanto che l'attore si annulla e scompare, più vero della realtà, ed inevitabilmente spiccano accanto a lui l'ambiguo Robert Downey Jr. ed Emily Blunt i quali, invece, "interpretano" ed affascinano, diventando punte di diamante di un cast all star dove il meno conosciuto si è comunque fatto anni come co-protagonista in E.R oppure fa Skarsgård di cognome (ah, lo scrivo qui sperando che legga. Non ricordo in quale gruppo di cinema su Facebook qualcuno ha scritto "lo spettatore medio nemmeno riuscirà a capire chi interpreta Truman". Gianfresc*, col cuore, vai a giocare in autostrada. E' colpa di invasati spocchiosi come te se il cinema, lentamente, muore). La Blunt, in particolare, è ammirevole per il modo in cui ha messo anima e corpo nel tentativo (riuscito) di rendere tridimensionale un personaggio la cui unica funzione è quella di fungere da alcolizzata bussola morale del marito, in contrasto con l'altra donna presente nel film, che invece ha il solo scopo di destabilizzare il protagonista e fungere da gancio per tutte le accuse di comunismo ai danni di Oppenheimer (ma tanto Florence Pugh è splendida comunque e affronterebbe con grazia anche il ruolo di un cassonetto). Altri interpreti che ho adorato o che mi hanno colpita, in ordine sparso: un irriconoscibile ed agghiacciante Casey Affleck nei panni dell'"inquisitore" russo, il sempre bravo Matt Damon, un David Dastmalchian che vorrei finalmente vedere protagonista di un film che ne metta in risalto il carisma magnetico, il "fidanzatino" ebreo di Mercoledì Addams invecchiato ed imbolsito e, ovviamente, un Dane DeHaan sempre meravigliosamente merda. Quindi, come avete potuto vedere, Nolan mi ha convinta. Oppenheimer non è un film che riguarderò presto, anche se mi piacerebbe, appena sarà disponibile, godermelo in lingua originale, ma è sicuramente un'opera splendida, nata e pensata per il grande schermo, fatta per chi non è ancora pronto a soccombere allo strapotere dei film usa e getta e visti con un occhio sullo smartphone. A tal proposito, dal giorno dell'uscita gli spettacoli di Oppenheimer al multisala di Savona hanno fatto sempre il tutto esaurito, e anche Barbie ha fatto sfracelli sia lì che nel cinema all'aperto. Spero proprio non sia un trend limitato a questi due "colossi" accompagnati da battage pubblicitari assurdi e che la gente abbia riscoperto l'amore per la sala, perché ce n'è bisogno!


Del regista e sceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato QUI. Cillian Murphy (J. Robert Oppenheimer), Emily Blunt (Kitty Oppenheimer), Robert Downey Jr. (Lewis Strauss), Alden Ehrenreich (l'assistente del Senato), Scott Grimes (il consulente legale), Jason Clarke (Roger Robb), Tony Goldwyn (Gordon Gray), Macon Blair (Lloyd Garrison), James D'Arcy (Patrick Blackett), Kenneth Branagh (Niels Bohr), David Krumholtz (Isidor Rabi), Josh Hartnett (Ernest Lawrence), Alex Wolff (Luis Alvarez), Florence Pugh (Jean Tatlock), Matthew Modine (Vannevar Bush), David Dastmalchian (William Borden), Matt Damon (Leslie Groves), Dane DeHaan (Kenneth Nichols), Jack Quaid (Richard Feynman), Benny Safdie (Edward Teller), Rami Malek (David Hill), Casey Affleck (Boris Pash), Steve Coulter (James Conant) e Gary Oldman (Harry Truman) ho già parlato ai rispettivi link.

Dylan Arnold interpreta Frank Oppenheimer. Americano, ha partecipato a film come Mudbound, Halloween, Halloween Kills e a serie quali The Purge. Anche produttore, ha 29 anni e un film in uscita. 


Tra le mille altre facce più o meno conosciute presenti nel film segnalo Harry Groener (Senatore McGee, era il sindaco Wilkins della serie Buffy l'ammazzavampiri), Matthias Schweighöfer (Werner Heisenberg, era il tedesco di Army of the Dead nonché protagonista dello spin-off Army of Thieves), Emma Dumont (Jackie Oppenheimer, era la Polaris di The Gifted) e Gustaf Skarsgård (Hans Bethe, ha partecipato alla serie Vikings). La storia raccontata in Oppenheimer era stata già portata sullo schermo con L'ombra di mille soli, film che non ho mai visto, dove Paul Newman interpretava Leslie Groves; se l'argomento vi interessasse, potreste recuperarlo assieme a I Giorni Dell'Atomica, mentre se amate le biografie di geni controversi potete buttarvi su La teoria del tutto, Il diritto di contare, The Imitation Game e A Beautiful Mind. ENJOY! 

mercoledì 7 luglio 2021

A Quiet Place II (2020)

Dopo aver consultato il sito di Autostrade e Google Maps, approfittando di una splendida mostra di Milo Manara al Porto di Genova, che vi consiglio di non perdere, sabato sono riuscita anch'io a vedere al cinema A Quiet Place II, diretto e co-sceneggiato nel 2020 dal regista John Krasinski.


Trama: il giorno dopo gli eventi del primo film, Evelyn e i suoi figli devono cercare di sopravvivere ai mostri che hanno decimato l'umanità, ovviamente sempre senza fare rumore...


A fronte delle molte recensioni negative intraviste sul web, ho cominciato la visione di A Quiet Place II con le peggiori aspettative, anche perché uno dei giudizi meno lusinghieri che ho letto è stato "Sembra una puntata di The Walking Dead". Lo scrivente, evidentemente, si è dimenticato di aggiungere "quando ancora i personaggi funzionavano e le trame non erano un inno all'imbecillità", perché se le puntate dello show di cui un tempo non mi perdevo un episodio fossero rimaste al livello di A Quiet Place II, di sicuro non lo avrei mai abbandonato. Il film comincia esattamente dov'era finito il primo capitolo, con una triste situazione che non vi spoilero se ancora non lo avete visto. Come allora, la famiglia Abbott deve cercare di sopravvivere in un mondo diventato silenzioso causa orride creature aliene che attaccano e distruggono qualunque cosa emetta poco più di un sussurro ma qualcosa, nel frattempo, è cambiato (anzi, due cose); il nucleo familiare è diventato molto più debole e vulnerabile, e questo è l'aspetto negativo della vicenda, ma la giovane Regan, sordomuta dalla nascita, ha scoperto che il suo apparecchio acustico può essere un'arma assai potente per sconfiggere un nemico che sembrava inarrestabile. Da qui partono le nuove disavventure degli Abbott, interrotte giusto da un piccolissimo flashback atto a mostrare com'era il mondo poco prima di cambiare per sempre, disavventure che a me fanno vivere ogni volta un'ora e mezza di ansia mortale per un semplice, banalissimo motivo: degli Abbott, signori miei, mi importa. Non abbiamo a che fare con i pupazzi che popolano The Walking Dead, ma esseri umani tratteggiati con maestria (anche con pochissimi tocchi quasi impercettibili, per esempio ho adorato come vengono introdotti i problemi di ansia di Marcus, che lì per lì potrebbe risultare semplicemente un ragazzino scemo utile per fare progredire le trame, un po' come la figlia di Bautista in Army of the Dead, invece ha un carattere ben definito), tremendamente imperfetti, talmente legati tra loro che persino gli stundai piagati da mille perdite sono costretti a cedere davanti alla speranza disperata e all'amore reciproco che li muove. Il pensiero che uno di loro possa morire mi strazia e ogni pericolo che minaccia di eliminarli mi ammazza di ansia. 


Ciò detto, non è del tutto vero che A Quiet Place II non cambia rispetto al primo capitolo. Innanzitutto, muta la struttura, che a un certo punto porta la trama a diramarsi in tre tronconi ben definiti ed ottimamente legati da un montaggio tra i migliori visti quest'anno, chiaro e dinamico come pochi. Seconda cosa, nonostante il punto focale dell'azione siano sempre gli Abbott, questa volta Krasinski e soci aumentano un po' la portata del coinvolgimento degli eventi che li riguardano, arrivando a toccare altre realtà che nel film precedente avevamo solo intravisto (chi ricorda l'uomo nel bosco, disperato ed urlante?) e permettendoci di scoprire non solo come hanno reagito gli altri sopravvissuti all'arrivo inaspettato delle mostruose creature ma anche qualcosina in più rispetto alla provenienza e alla natura delle stesse. Per il resto, cambia anche l'atmosfera, perché se il primo film giocava "di sottrazione", presentando personaggi che per la maggior parte del tempo si ponevano in difesa, qui si pensa anche parecchio all'attacco, si cercano soluzioni, ci si muove cercando di riportare una sorta di ordine nel caos, e la pellicola risulta di sicuro più dinamica. La cosa importante, comunque, è che la maggiore concessione all'azione non corrisponde  a una diminuzione della qualità tecnica (il sonoro continua a rimanere qualcosa di eccezionale e raffinatissimo, soprattutto quando arriva quello spettacolare, sconvolgente flashback a infilarsi a mo' di lama nelle orecchie disattente degli spettatori) o recitativa (Millicent Simmonds è sempre più brava, oltre che bellissima, mentre davanti all'incidente di Marcus ho cominciato direttamente a piangere e ad ogni urlo di Noah Jupe cercavo di non mettermi a singhiozzare, tanto ero nervosa e agitata), il che rende A Quiet Place II un sequel degno di tenere compagnia al suo splendido fratello maggiore. Vedere per credere!


Del regista e co-sceneggiatore John Krasinski, che interpreta anche Lee Abbott, ho già parlato QUI. Emily Blunt (Evelyn Abbott), Noah Jupe (Marcus Abbott), Cillian Murphy (Emmett) e Djimon Hounsou (uomo sull'isola) li trovate invece ai rispettivi link.  

Millicent Simmonds interpreta Regan Abbott. Americana, davvero sordomuta, ha partecipato a film come La stanza delle meraviglie e A Quiet Place - Un posto tranquillo. Ha 18 anni. 


Se A Quiet Place II vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente,  A Quiet Place - Un posto tranquillo. ENJOY!

domenica 6 gennaio 2019

Il ritorno di Mary Poppins (2018)

Prima di Natale sono andata a vedere Il ritorno di Mary Poppins (Mary Poppins Returns), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Rob Marshall e tratto dai romanzi di P. L. Travers.


Trama: Nel pieno della crisi economica, Mary Poppins torna ad aiutare i piccoli Banks, ormai cresciuti, e i tre figli di Michael, rimasti orfani di madre.



Chi mi conosce sa che Mary Poppins non è mai stato il mio film Disney preferito ma trattasi comunque di caposaldo della Casa del Topo; inevitabile, quindi, correre al cinema a vedere quello che è, a tutti gli effetti, un sequel del film del 1964. Abbiamo, infatti, gli stessi protagonisti, solo cresciuti o invecchiati (salvo la sempre "perfetta sotto ogni punto di vista" Mary Poppins), oppure qualche passaggio di testimone, come quello tra lo spazzacamino Bert ormai in giro per il mondo e l'acciarino Jack; abbiamo persino la stessa identica struttura, cosa che fa de Il ritorno di Mary Poppins non solo un sequel ma anche un remake aggiornato. Chi conosce un minimo Mary Poppins, infatti, ha di che sorridere. La trama è fondamentalmente la stessa fin dal 1964, con la tata volante che arriva a salvare non tanto i piccoli Banks, quanto piuttosto il padre, un Michael che sembra avere dimenticato l'infanzia passata assieme a Mary ed è diventato disilluso e cupo come il suo genitore. Ciò, ovviamente, si ripercuote sui tre figli, addolorati quanto lui per la scomparsa dell'amata mamma e costretti a crescere come un bambino non dovrebbe mai fare, con l'aggravante di aver per genitore un ex artista svanito che, a furia di dimenticarsi le cose, è persino riuscito a non pagare le ultime tre rate di un prestito chiesto alla banca e a farsi pignorare casa. A Mary Poppins, apparentemente, questa situazione familiare terrificante pare non importare e tutto ciò che fa assieme ai piccoli Banks sembra campato in aria mentre in realtà quello intrapreso dalla tata è un ragionato percorso di crescita e risoluzione di tutti i problemi affettivi ed economici che affliggono la sfortunata famiglia. C'è da dire che, rispetto al passato, il carisma distribuito all'interno della famiglia Banks si è trasferito dai genitori ai figli: tanto erano clueless e dimenticabili i pargoli di George Banks (per contro dotato di una classe e di un fascino tutto british capace di rivaleggiare con quelli di Mary Poppins) tanto i figli di Michael sono carini e intraprendenti, mentre il papà fa la figura del tonno che non si sa bene come sia capitato nella storia e lo stesso vale per la sorella Jane, fotocopia sputata della mamma, un terribile mix di impegno sociale e leziosità.


Si diceva, per l'appunto, di come la struttura del film del 1964 sia stata rispettata, anche troppo. Come nel Mary Poppins originale, anche qui abbiamo un paio di scorribande oniriche di cui una a cartoni animati (splendida perché, tra l'altro, oltre a non ricorrere all'animazione digitale ripropone per un buon 50% il character design dei cartoni del vecchio film, mentre il resto degli animaletti somigliano molto a quelli di Zootropolis) e l'altra, molto meno riuscita, subacquea; c'è la visita ad un parente matto di Mary Poppins, nella fattispecie una folle Meryl Streep con l'accento russo; c'è il balletto degli acciarini laddove in Mary Poppins c'era quello degli spazzacamini, accompagnato da una canzone che, imperniata com'è sul rhyming slang cockney (anche se pare sia stato creato un leery speak apposta per il film), sarebbe forse meglio ascoltata in originale; c'è, infine, il conflitto con la rigida realtà di banche ed avvocati, per non parlare di tutti i piccoli e grandi omaggi a Mary Poppins, tra citazioni e graditi ritorni (sapete che Dick Van Dyke sa ancora ballare? E quant'è bella la Lansbury, che all'epoca era stata "scalzata" da Julie Andrews?). Insomma, una cosa certa de Il ritorno di Mary Poppins è che non tradisce lo spirito dell'originale e non "rovina infanzie" a nessuno perché credo di non avere mai visto nulla di così rispettoso, anzi. Un pregio del film di Marshall è la sua capacità di rinfrescare il materiale di partenza soprattutto a livello visivo, giacché le coreografie, le scenografie e soprattutto i costumi di Sandy Powell sono spettacolari (quelli all'interno della sequenza animata sono fatti in modo tale da sembrare disegnati. E non mi sembrava un effetto speciale quanto proprio un particolare pattern della stoffa), e di non far rimpiangere un'icona come Julie Andrews grazie ad una Emily Blunt spocchiosa ma delicata ed adorabile quanto l'originale. Purtroppo, Lin-Manuel Miranda non è degno di lucidar le scarpe a Van Dyke, così come Ben Whishaw sta a David Tomlinson come Muccino sta a Kubrick, e le canzoni non sono nulla di particolarmente memorabile ma lo stesso Il ritorno di Mary Poppins è stata una visione assai gradita e perfetta per le festività natalizie. Tranquilli, fedeli fan Disney, ché le bestemmie vere arriveranno con Dumbo, Aladdin e Il re leone!


Del regista e co-sceneggiatore Rob Marshall ho già parlato QUI. Emily Blunt (Mary Poppins), Ben Whishaw (Michael Banks), Emily Mortimer (Jane Banks), Julie Walters (Ellen), Meryl Streep (Cugina Topsy), Colin Firth (Wilkins/Lupo), Dick Van Dyke (Mr. Dawes Jr), Angela Lansbury (Signora dei palloncini), David Warner (Ammiraglio Boom) e Chris O'Dowd (voce di Shamus il cocchiere) li trovate invece ai rispettivi link.

Mark Addy è la voce originale del cavallo Clyde. Inglese, ha partecipato a film come Full Monty, I Flintstones in Viva Rock Vegas, Il giro del mondo in 80 giorni e a serie quali Il trono di spade e Doctor Who. Ha 54 anni e un film in uscita. 


Julie Andrews ha rifiutato il ruolo di Signora dei palloncini onde evitare di rubare la scena ad Emily Blunt ma nel film compare però Karen Dotrice, la Jane Banks originale, qui nei panni di una "signora elegante". Ovviamente, se il film vi fosse piaciuto recuperate Mary Poppins e Pomi d'ottone e manici di scopa. ENJOY!


domenica 21 ottobre 2018

Sicario (2015)

In occasione dell'uscita di Soldado, ho finalmente recuperato Sicario, diretto nel 2015 dal regista Denis Villeneuve.


Trama: un'agente dell'FBI viene coinvolta in un'operazione della CIA atta a smantellare un cartello messicano ma la questione, ovviamente, è ben più complicata di così.


Di Sicario avevano parlato tutti benissimo all'epoca. TUTTI. Non fatico a capire perché un film simile avesse messo d'accordo chiunque e ancora mi chiedo cosa ho aspettato a vederlo. Non tanto per la trama, bisogna dirlo. Sicario è uno di quei film a base di agenti e complotti che mi vedono persa dopo due secondi netti, tanto che prima di scrivere il post ho dovuto fare un po' di mente locale per vedere se avevo effettivamente capito quello che viene raccontato: in pratica, abbiamo agenti FBI coinvolti loro malgrado in un'operazione CIA dove chiunque ha un proprio scopo da perseguire tranne la povera, integerrima Kate, che invece vorrebbe solo capire in cosa si sia andata a infilare, mentre nell'ombra cospira un uomo ancor più insondabile degli altri. Ora, io sono sicuramente un po' tarda quando mi ritrovo davanti  questo genere di pellicole, però mi è sembrato che la trama di Sicario non fosse poi così importante e che i personaggi, su carta (e sottolineo: su carta) avessero lo spessore di un'ostia, degli abbozzi di carattere, delle immagini di qualcosa di impossibile da approfondire in un paio d'ore di film... talvolta, dei cliché. E proprio perché a livello di scrittura, quello insomma verso il quale sono più portata, Sicario non spicca particolarmente, il post rischierebbe di essere anche troppo corto per i livelli standard, ed è un peccato perché il film di Villeneuve è splendido, ma purtroppo meriterebbe gente competente e in grado di approfondire argomenti come regia, fotografia, montaggio e colonna sonora per parlarne degnamente. Quindi vi rimanderei, molto pigramente, QUI e QUI, prima di riprendere la parola e sottolineare quelle cose che mi hanno particolarmente colpita.


LA cosa che mi ha colpita maggiormente, che mai dimenticherò finché campo, è Benicio del Toro. Ora, il personaggio di Del Toro dirà sì e no dieci parole in tutto il film ma compensa con un carisma ed un magnetismo enormi, derivanti essenzialmente da quel suo assurdo sguardo da gatto sornione pronto a far scattare gli artigli ed ucciderti solo perché hai pensato di guardarlo storto. Sia da solo, sia quando duetta in maniera strepitosa con Emily Blunt, soprattutto nell'angosciante sequenza finale dove la mia ansia faceva a pugni col desiderio folle di saltare addosso al buon Benicio, Del Toro mangia letteralmente la scena e riesce a spiccare anche all'interno di un cast praticamente perfetto. La già citata Emily Blunt, oltre ad essere bellissima anche nei panni di un personaggio dimesso, è emblema di forza e fragilità, riempie la sua Kate con un'umanità che la scrittura da sola non le avrebbe mai conferito e con essa riesce a rendere viva questa traumatizzata e complicata agente dell'FBI. I già bravissimi attori vengono valorizzati dalla regia di Villeneuve il quale non sbaglia un'inquadratura e, avvalendosi di un ottimo montaggio e una splendida fotografia (nominata all'Oscar assieme a colonna sonora ed effetti sonori), ottiene due risultati fondamentali: in primis, dona alla pellicola un ritmo particolare e serrato, che porta lo spettatore ad aspettarsi gli eventi peggiori per tutta la durata del film (anche grazie alla colonna sonora del mai abbastanza compianto Johann Johansson, incombente e minacciosa come quella di un horror), secondariamente immerge ognuno dei protagonisti in un'atmosfera fatta di luci eteree ed ombre cupissime, completando la già valida interpretazione degli attori, oppure ci restituisce delle scene di albe magnifiche ed impressionanti colori, un paesaggio da sogno (ma non da cartolina) dove la gente soffre, suda e muore dopo essere stata ingannata malamente. Insomma, una meraviglia di film al quale io non riesco a rendere giustizia quindi vi dico di guardarlo senza perdere tempo come ho fatto io, tanto più che lo trovate anche su Netflix!


Del regista Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Emily Blunt (Kate Macer), Benicio Del Toro (Alejandro), Josh Brolin (Matt Graver), Victor Garber (Dave Jennings), Jon Bernthal (Ted) e Daniel Kaluuya (Reggie Wayne) li trovate invece ai rispettivi link.


Soldado, in uscita proprio in questi giorni, dovrebbe essere una sorta di sequel del film quindi, se Sicario vi fosse piaciuto, ne consiglierei il recupero sperando sia bello come la pellicola di Villeneuve. ENJOY!


venerdì 13 aprile 2018

A Quiet Place: Un posto tranquillo (2018)

Per un pelo, visto che mercoledì era l'ultimo giorno di programmazione savonese, ho recuperato il bellissimo A Quiet Place: Un posto tranquillo (A Quiet Place), diretto e co-sceneggiato dal regista John Krasinski.


Trama: in un futuro non precisato, una famiglia è costretta a sopravvivere senza far rumore, circondata da orribili creature scatenate da qualsiasi tipo di suono.


Non mi sono mai trovata a riflettere su quanto sia rumoroso il mondo. A pensarci, anche in questo istante sto facendo casino, battendo le dita sulla tastiera, mentre ascolto la musica e il vicino di casa sta passando il tosaerba, i pargoli a strillare non si sa bene per quale motivo; tutte queste cose non le classifichiamo come "rumori", al massimo come suoni di fondo ad accompagnare la quotidianità delle nostre giornate, ma cosa succederebbe se questa naturale "colonna sonora" implicasse la nostra morte istantanea? E' incredibile pensare a quante attività si fermerebbero, a come sarebbe impossibile anche solo spostarsi se non a piedi, comunicare con le persone lontane, persino lavare i piatti, ché comunque le stoviglie fanno rumore anche maneggiandole con attenzione. Insomma, ogni attività, anche la più banale, diventerebbe un terno al lotto per la sopravvivenza. In questa condizione di estremo disagio viene a trovarsi la famiglia Abbott, isolata in un mondo che è diventato ormai un "posto tranquillo", dove ognuno deve tentare di sopravvivere come può sperando che i mostri (alieni?) sparsi ovunque non vengano attirati dal minimo rumore; l'idea che si riversa potente sullo spettatore è quella di persone costrette a vivere in un clima di costante tensione, soppesando ogni singolo movimento e comunicando attraverso il linguaggio dei segni, al punto che qualunque suono un po' più forte di un sussurro viene vissuto anche dal pubblico come qualcosa di orribile e pericoloso, da evitare a tutti i costi. Qui risiede la bellezza di A Quiet Place, un film che sfrutta al meglio il sonoro e l'assenza dello stesso, permettendosi il lusso di portare al cinema una storia praticamente priva di dialoghi e a tratti persino di colonna sonora. Abituando l'orecchio dello spettatore all'assenza di suono e coinvolgendolo con una trama che sottolinea costantemente il pericolo insito in qualsiasi tipo di rumore, si ottiene un effetto di "orrore sonoro" e un perfetto meccanismo thriller che scatena la paura non tanto quando compaiono le creature, quanto piuttosto quando un personaggio si ritrova in una situazione all'interno della quale non è umanamente possibile rimanere in silenzio.


Questa scelta azzeccatissima non influisce soltanto sull'aspetto horror della vicenda ma funziona anche per quel che riguarda l'approfondimento psicologico dei personaggi e, soprattutto, l'empatia che lo spettatore arriva a provare verso questi ultimi. Gli Abbott non sono persone dotate di abilità o conoscenze particolari, tuttavia il loro desiderio di sopravvivere a tutti i costi, rimanere insieme e vivere un'esistenza normale, per quanto possibile, li porta a difendersi al meglio delle loro possibilità e fin dall'inizio speriamo che tutte le loro precauzioni consentano ai singoli membri di rimanere vivi e magari, perché no, di sconfiggere la piaga aliena che infesta la Terra. Sono i piccoli dettagli che mi hanno conquistata, i gesti e gli sguardi che si scambiano alcuni personaggi, specchio di una profonda spaccatura tra i vari membri della famiglia per motivi che non vi sto a spoilerare, la ricerca di gratificazioni quotidiane come una semplice canzone da ascoltare con le cuffie, soprattutto mi ha spinta alle lacrime la necessità di reprimere le urla, non tanto quelle di dolore quanto quelle "naturali" di frustrazione e rabbia: il pensiero di odiare il mondo e la propria condizione senza potere nemmeno sfogarsi urlando o tirando pugni perché una cosa simile significherebbe richiamare una morte orribile mi ha letteralmente fatto venire voglia di distruggere la poltrona del cinema per il nervoso, aumentando ancora di più il mio amore verso la sfortunata famiglia protagonista del film. Recentemente ho guardato It Comes at Night e non posso fare a meno di pensare come, pur presentando situazioni molto simili, i due film siano diversissimi per quel che riguarda la capacità di trasmettere emozioni al pubblico, al di là della semplice tensione derivante da una forma di isolamento combinata a un pericolo incombente, e come A Quiet Place gli sia nettamente superiore pur mancando di velleità "autoriali", o forse proprio per questo. Il film di Krasinski (qui anche convincente attore assieme alla moglie nella vita reale, Emily Blunt, semplicemente perfetta) è semplice nella realizzazione, tocca forse delle corde più "primordiali" rispetto a quello di Shults e, a pensarci bene, presenta qualche ingenuità a livello di trama ma al momento rappresenta un'alta asticella che altre pellicole di genere faticheranno a superare quest'anno, testimonianza del fatto che l'horror "commerciale" non ha esaurito tutte le sue cartucce da sparare finché ci saranno sceneggiatori e registi desiderosi di realizzare opere originali e curate a prescindere dal budget.


Di Emily Blunt, che interpreta Evelyn Abbott, ho già parlato QUI.

John Krasinski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Lee Abbott. Americano, marito di Emily Blunt, ha diretto film mai arrivati in Italia come Brief Interviews with Hideous Men e The Hollars e alcuni episodi della serie The Office. Anche produttore, ha 39 anni.


Millicent Simmonds, che interpreta Regan, è davvero sorda fin dall'infanzia e ha recitato anche nel film La stanza delle meraviglie, che dovrebbe uscire in Italia a giugno. A Quiet Place ha "rischiato" di venire prodotto come parte del franchise di Cloverfield ma per fortuna la Paramount ha deciso alla fine di realizzarlo come film a sé stante, completamente originale. Detto questo, se A Quiet Place vi fosse piaciuto recuperate Signs, Man in the Dark e Hush. ENJOY!

venerdì 11 novembre 2016

La ragazza del treno (2016)

Approfittando del cinema a 2 euro, mercoledì scorso sono andata a vedere La ragazza del treno (The Girl on the Train), diretto dal regista Tate Taylor e tratto dal romanzo omonimo di Paula Hawkins.


Trama: Rachel, donna con gravi problemi legati all'alcool, percorre tutti i giorni col treno la stessa tratta e comincia ad interessarsi alla vita di Megan, una ragazza che vive col marito nei pressi di una delle fermate e la cui casa è perfettamente visibile dalla carrozza dove siede Rachel. Un giorno però Megan scompare e Rachel viene coinvolta nelle complicate indagini...


Come al solito, sono arrivata al cinema completamente digiuna dal romanzo da cui è stato tratto La ragazza del treno, anche perché io i "casi editoriali" tendo un po' ad evitarli. Il risultato, probabilmente, è stato quello di essermi goduta il film più di tante altre persone che lo hanno stroncato, sottolineando come fosse solo la bravura della Blunt a risollevare le sorti della pellicola. Premesso di essere concorde con l'ultimo punto delle critiche, Emily Blunt è mostruosa e varrebbe la pena di guardare il film anche solo per lei, dal mio punto di vista La ragazza del treno è lo stesso un thriller godibilissimo, magari senza particolari aspetti degni di nota ma comunque l'ideale per intrattenersi la sera con un whodunnit che regge almeno fino alla fine del primo tempo (al netto di ragionamenti arzigogolati della sottoscritta, che hanno fatto ridere la mia collega che aveva già letto il libro, diciamo che ho picchiato abbastanza vicino alla soluzione del caso, una volta riportati i piedi per terra) e che richiede comunque un minimo di attenzione in più da parte dello spettatore. La struttura de La ragazza del treno è idealmente suddivisa in tre “capitoli” introduttivi, ognuno dedicato ad uno dei personaggi femminili, e in alcuni flashback aventi luogo in tempi diversi rispetto all’avvenimento che è il motore di tutta la vicenda, ovvero la scomparsa di Megan; buona parte della storia viene filtrata attraverso gli occhi e la memoria spezzata dell'alcolista Rachel, fatta di incertezze e lacune, quindi la bellezza del film (e del romanzo) sta proprio nell'impegno che deve mettere lo spettatore nel ricostruire la storia e comprendere tutti i segreti che in qualche modo legano i personaggi, anche quelli che apparentemente non c'entrano nulla l'uno con l'altro. Nonostante tutto l'interesse che ha suscitato in me la parte "gialla" della vicenda, devo però dare ragione ai critici più implacabili e ammettere che ciò che sta intorno alla scomparsa di Megan è ben poca cosa, e che non solo le motivazioni dei singoli individui implicati sono una più risibile dell'altra, ma anche la risoluzione finale dell'intreccio è tirata per i capelli tanto quanto ciò che veniamo a scoprire sul passato di Rachel e persino di Megan (anzi, soprattutto di Megan. Non voglio fare spoiler ma, diamine, credo di avere assistito alla disgrazia più fasulla ed improbabile della storia della fiction). Non avendo letto il libro, come ho detto, non posso dare interamente la colpa agli sceneggiatori della pellicola, sta di fatto che se già di suo il romanzo di Paula Hawkins presenta un branco di personaggi con i quali non si riesce a provare la minima empatia, è naturale che il film non piaccia a chi magari si aspettava qualcosa di più.


Parlando della versione cinematografica, Rachel, Megan e Anna sono infatti tre pittime della peggior specie. Rachel, poveraccia, è la meno peggio perché comunque viene tratteggiata come una donna alla quale la natura ha negato la possibilità di avere figli, cosa che l'ha portata all'alcolismo e al conseguente divorzio da Tom e, sarà per la già citata bravura della Blunt, non si riesce a volerle troppo male, neppure quando la sua natura si rivela, in sostanza, quella di una persona che necessita di sentirsi parte di "qualcosa", qualunque cosa essa sia. Fosse anche un casino nato dalla volontà di non farsi i fatti propri, per dire. Anna, la nuova moglie di Tom, è invece il nulla fatto a personaggio, meritevole di tutti gli schiaffi del mondo, innanzitutto perché usa la figlia come scusa per non fare una cippa, né in casa né fuori, e in sostanza passa il tempo a dormire e covare rancore verso chiunque. Ma muovere un po' il culo ti pare brutto? Per la cronaca, uno dei responsabili di quel finale un po' MEH è proprio lei, la quale molto probabilmente viene chiamata confidenzialmente Aquila o Volpe da amici e parenti. Megan, infine, è il terzo ma non per questo ultimo elemento di questo ensemble di tristezza femminile, un personaggio che ha meritato la mia stima solo quando ha scelto di mandare al diavolo Anna, per la quale faceva la babysitter consentendole non tanto di lavorare, quanto di "schiacciar patate e fare volontariato". Per il resto, Megan è la tipica "sgnaccamaroni" (se avete letto Il grande Magazzi di Leo Ortolani capirete di cosa parlo, in caso contrario pentitevi e comprate subito quella perla) impegnata a vivere il suo ruolo di bella e maledetta, di spleen con la patata, di tizia scazzata che non può fare un passo senza che il marito le tiri giù le mutande e la copuli, a prescindere che lei stia cucinando la bagna cauda o stia facendo jogging, condizione disagiata per la quale ella, ovviamente, soffre tantissimo, tanto da doverla dare a tutti per cambiare un po'. Non aiuta il fatto che Haley Bennett in questo film sia la fotocopia vivente di Jennifer Lawrence, attrice per la quale non nutro proprio una passione sviscerata, quindi forse i miei giudizi sul personaggio sono stati condizionati da questa somiglianza, ma giuro che sono pochi i film nei quali mi sono ritrovata così poco coinvolta a livello empatico da tre tipologie di donna che, con un po' di impegno in più, avrebbero potuto dire e dare moltissimo. A parte queste personalissime considerazioni, se avete voglia di guardare un thriller con risvolti psicologici capace di tenere desta l'attenzione fino all'ultimo e non avete grandi pretese autoriali, una chance a La ragazza del treno io la darei.


Del regista Tate Taylor ho già parlato QUI. Emily Blunt (Rachel), Haley Bennett (Megan), Justin Theroux (Tom), Luke Evans (Scott), Edgar Ramírez (Dr. Kamal Abdic) e Allison Janney (Detective Riley) li trovate invece ai rispettivi link.

Rebecca Ferguson interpreta Anna. Svedese, ha partecipato a film come Mission: Impossible - Rogue Nation e l'imminente Florence Foster Jenkins. Ha 33 anni e cinque film in uscita.


Lisa Kudrow interpreta Martha. Indimenticabile Phoebe della serie Friends, ha partecipato a film come Terapia e pallottole, Il dottor Dolittle 2, Un boss sotto stress e altre serie quali Hercules e Innamorati pazzi; come doppiatrice, ha partecipato a serie come I Simpson, American Dad! e Bojack Horseman. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.


Laura Prepon, che interpreta Kathy, è stata un elemento importante del cast di That's 70's Show e Orange is the New Black mentre Jared Leto e Chris Evans hanno rinunciato rispettivamente ai ruoli di Scott e Tom perché impegnati con altri film. Detto questo, se La ragazza del treno vi fosse piaciuto recuperate L'amore bugiardo - Gone Girl. ENJOY!

martedì 7 giugno 2016

Il cacciatore e la regina di ghiaccio (2016)

Ogni tanto ci sono quelle sere in cui si guarda quel che passa al convento e, in questo caso, è toccato a Il cacciatore e la regina di ghiaccio (Huntsman: Winter's War), diretto dal regista Cedric Nicolas-Troyan, riempire il vuoto.


Trama: molti anni prima della nascita di Biancaneve, la matrigna cattiva Ravenna viveva con la sorella Freya. Quest'ultima un giorno è stata tradita dall'amore e ha scatenato i suoi gelidi poteri, rapendo tutti i bambini dei villaggi conquistati onde crescerli come "cacciatori". Questo destino è capitato ad Eric e alla moglie Sara, dapprima uniti e poi separati proprio dalla crudeltà di Freya...


Correva l'anno 2012 e gli schermi di tutto il mondo venivano ammorbati da una ciofeca quale Biancaneve e il cacciatore, buona solo per gli effetti speciali e per la bellezza fuori scala di una Charlize Theron in formissima. I difetti principali della pellicola in questione, a parte quello macroscopico di avere un merluzzo al posto dell'eroina principale, era l'incredibile nonché gotica serietà con la quale Rupert Sanders aveva affrontato il progetto, l'eccesso di effetti speciali bessonico/ghibliani e la quasi totale assenza di umorismo, cosa questa che rendeva il film più pesante del necessario. Sinceramente, dal sequel mi aspettavo gli stessi, fatali nei (meno il merluzzo, ovvio) e invece sono rimasta sorpresa da una pellicola non bella, questo no per carità, ma perlomeno divertente e capace di intrattenere. Fermo restando che Frozen ha fatto più danni del colera e che ora qualsiasi regina dalla morale ambigua e dai poteri magici deve avere per forza dei legami col ghiaccio, il seguito di Biancaneve e il cacciatore si sofferma sul passato del Cacciatore Eric e su quella moglie che nel primo film era solo nominata, partendo da un lungo flashback che a un certo punto diventa il proseguimento della storia che conoscevamo tutti: Ravenna è stata sconfitta ma lo specchio è rimasto e sta mandando fuori di testa il Merluzzo, quindi il regale consorte, rimasto nel frattempo mollo come la panissa, sceglie di affidare al Cacciatore l'ingrato compito di distruggerlo. Dei sette nani ne è rimasto soltanto uno, Nick Frost, l'unico che ha avuto il coraggio di ri-sputtanarsi in guisa di nanetto e, per completare l'opera, ne vengono aggiunti altri tre, un maschio logorroico e due femmine bruttarelle ma mai quanto Kristen Stewart. Come eroina principale abbiamo Jessicona Chastain, talmente bella e brava da riuscire a rendere gradevole un personaggio che è un banalissimo compendio di tutte le donne forti presenti nel cinema fantasy d'azione, a partire da Eowyn per arrivare alla sciacquetta, là, Katniss, e c'è da dire che le sue interazioni col cacciatore bonazzo non sono proprio adatte ad un pubblico di bambini.


Il cacciatore e la regina di ghiaccio procede dunque innocuo tra una battuta fatta dal cacciatore particolarmente piacionetto e guascone (ma solo io lo ricordo come un musone insopportabile nel primo film?) per spezzare la tensione, approcci amorosi naneschi ed esempi di inusitata crudeltà verso bambini bruciati e persone impalate, scorrendo lieve e vagamente privo di emozioni finché non ricompare lei, la Divina. Charlize Theron è una gnocca imperiale, quando è in scena la perfida Ravenna persino l'effetto speciale più scrauso scompare davanti alla sua assurda bellezza; impossibile non tifare per un personaggio stronzo ma infinitamente carismatico, capace di cancellare con un gesto la presenza della trascurabile Emily Blunt dal cuoricino di ghiaccio, di espellere dal corpo lance nere o fondersi in un tripudio di scaglie d'oro. La carta vincente che potrebbero giocare i realizzatori di un eventuale (e, ahimé, abbastanza probabile) terzo capitolo sarebbe quella di mandare al diavolo cacciatori e nani e raccontare la vita di Ravenna ma poi la saga diventerebbe un horror softcore e il pubblico di ragazzine e pargoletti dove finirebbe? Così, stavolta bisogna accontentarsi di un ex-tecnico degli effetti speciali ed aiuto-regista che viene chiamato a tenere le redini del discorso, cosa che ha depersonalizzato lo stile già abbastanza derivativo di Biancaneve e il cacciatore per lasciare spazio ad una cosa più blanda e terra terra, più videogame che fantasy dark, mentre il budget per gli effetti speciali è stato giustamente concentrato sulla spettacolarità dei poteri delle due regine. Per il resto, direi che Il cacciatore e la regina di ghiaccio è un film senza infamia e senza lode, salvato dalla simpatia degli interpreti e da quel senso di "leggerezza" che può provocare solo chi non desidera dare una svolta "autoriale" a delle belinate buone giusto per una serata di relax.


Di Chris Hemsworth (Eric, il cacciatore), Charlize Theron (Ravenna), Jessica Chastain (Sara), Emily Blunt (Freya) e Nick Frost (Nion) ho già parlato ai rispettivi link.

Cedric Nicolas-Troyan (vero nome Cedric Gabriel Fernand Nicolas) è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Francese, è conosciuto soprattutto come tecnico degli effetti speciali, che ha curato per film come One Hour Photo, The Ring, La maledizione della prima luna, Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma e Biancaneve e il cacciatore. Anche sceneggiatore, ha 47 anni e un film in uscita, il futuro remake di Highlander.


Se, come me, vi foste chiesti cosa ci faccia un'attrice brillante e sulla cresta dell'onda come Jessica Chastain in quella che è fondamentalmente una belinata fantasy, sappiate che la povera Jessicona è stata obbligata a partecipare per contratto, dopo aver preso parte a Crimson Peak, anch'esso distribuito dalla Universal; quanto a Charlize Theron, in seguito all'hakeraggio delle mail della Sony si è scoperto che l'attrice sarebbe stata pagata molto meno di Chris Hemsworth e ha giustamente rifiutato di firmare il contratto finché i due "stipendi" non sono stati equiparati. Si dice invece che Kristen Stewart non sia stata contemplata nel progetto, che pur nelle intenzioni iniziali dei produttori avrebbe dovuto essere un seguito di Biancaneve e il cacciatore, perché la signorina aveva avuto una relazione con Rupert Sanders, regista del primo film (ed estromesso dal sequel/prequel per lo stesso motivo); sempre rimanendo in tema di registi, l'ha scampata bella anche Frank Darabont, che ha abbandonato il progetto in fase di pre-produzione, anche per quel che riguarda la sceneggiatura. Detto questo, se Il cacciatore e la regina di ghiaccio vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Biancaneve e il cacciatore. ENJOY!

venerdì 10 aprile 2015

Into the Woods (2014)

Dopo aver rotto ben ben le palle al povero Toto e nonostante le critiche pessime lette sui vari blog amici, mercoledì sera sono riuscita a guardare Into the Woods, diretto nel 2014 dal regista Rob Marshall e tratto dall'omonimo musical scritto da James Lapine e musicato da Stephen Sondheim.


 Trama: un fornaio e sua moglie, impossibilitati ad avere figli, scoprono che le loro difficoltà nascono dalla maledizione di una strega. Per annullare il maleficio la strega li incarica di recuperare quattro oggetti appartenenti ad altrettanti personaggi da fiaba: Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Jack e Rapunzel.


Quando ho cominciato a guardare Into the Woods mi sono chiesta se tutti i blogger che stimo e a cui voglio bene non avessero per caso perso il senso dell'umorismo. La prima ora di film è infatti una gigantesca supercazzola canterina, il tripudio del kitsch e del ridicolo apparentemente volontario, una bestia stranissima davanti alla quale non ho potuto fare altro che ridere ed applaudire come una bambina per ogni trovata imbecille; la strega che compare come se nulla fosse asserendo di essere "la vicina di casa", Cappuccetto Rosso che si sfonda di cibo, la gente che non riesce ad usare la treccia di Rapunzel come corda, due principi che cantano a squarciagola "Agony" strappandosi le vesti di dosso e lanciando gli addominali scolpiti in pasto alle spettatrici, una Cenerentola che scappa a gambe levate davanti a siffatto principe, preferendo tornare ad accudire due sorellastre e una matrigna che più vajasse non si può, un lupo palesemente pedofilo e il cacciatore più ridicolo del creato solo solo alcuni tra i mille eventi weird di cui è costellata la prima parte di Into the Woods, una gioia per gli occhi e le orecchie di chi, come me, ama il genere musical e non disdegna l'inevitabile pacchianeria che spesso lo accompagna. Pur non meritando affatto la nomination agli Oscar di quest'anno, Meryl Streep nei panni della strega è esilarante e molto in parte, così come sono validissimi tutti gli altri attori, eclissati da una Christine Baranski che si vede poco ma incarna una matrigna superiore persino a quella dell'algida e bellissima Cate Blanchett; i costumi di Colleen Atwood sono strepitosi come le scenografie, cupe e dark e costruite in studio quindi prive di quell'aspetto di fastidioso "fintume" tipico degli ambienti ricreati con la computer graphic e le canzoni sono orecchiabili e piacevoli, soprattutto il prologo e la già citata, parodistica Agony. Insomma, tutto andava bene fino al "midmovie finale", l'unico al mondo che finalmente conclude la storia di Cenerentola così come viene scritto nella fiaba, mandando al diavolo il finto buonismo Disney... e poi, a un certo punto, è successo l'irreparabile.


Arrivati a metà film con le vicende apparentemente concluse, nel bene o nel male, io e Toto effettivamente ci siamo chiesti con cosa avrebbero riempito la seconda metà e, purtroppo, la risposta è stata "con della camurrìa". Into the Woods infatti continua dopo quel "e vissero felici e contenti" che, evidentemente, ai realizzatori sembrava troppo banale, e diventa una robaccia tediosissima, cupa, moralista fino all'inverosimile, pedante e ripetitiva. Concetti come "nessuno è solo", "il bosco rappresenta quella vita che è imprevedibile, non sempre bella, fatta di momenti da custodire", "bisogna avere coraggio e affrontare ogni dura prova", ecc. ecc. vengono ribaditi almeno settecento volte all'interno di canzoni sempre più infantili, zeppe di rime baciate e soprattutto discontinue, come se la natura di musical venisse a un certo punto meno, preferendo lasciare gli attori liberi di dialogare tra loro e allungare la broda all'infinito. Persino il registro visivo di Into the Woods cambia, con una fotografia innaturalmente cupa e zeppa di toni bluastri che ammorba ancor più lo spettatore già provato da due ore e fischia di banalità assortite ed intollerabili. Gli attori, poverini, continuano a fare del loro meglio ma è ben difficile quando i personaggi più carismatici vengono tolti dalla scacchiera senza una ragione plausibile (la scomparsa della Strega mi ha lasciata perplessa, sarò limitata ma è così), lasciando in scena le peggiori pittime della pellicola alle prese con una "trappola" talmente mal girata, mal fotografata e mal montata da risultare quasi incomprensibile. E qui ho finalmente capito perché tutta la blogosfera si sia unita per condannare all'onta perpetua questo Into the Woods che, davvero, aveva tutte le carte in regola per essere la gioia e la delizia di chi adora i musical e le storie gotiche ed irriverenti ma si è rivelato un "guazzabuglio medievale" che si candida di diritto ad essere uno dei film più brutti del 2015. Al confronto, persino un disastro come Maleficent diventa quasi un capolavoro! Evitate di sottoporvi a questa lunghissima serie di mattonate sui marroni soprattutto in sala, perché lì sarete costretti a subire l'ancor più fastidiosa tortura di un adattamento che mescola dialoghi in italiano e canzoni in inglese, con l'inevitabile divario tra voci doppiate e originali: fidatevi, Into the Woods è già pesante in una lingua, figuriamoci in due!


 Del regista Rob Marshall ho già parlato QUI. Anna Kendrick (Cenerentola), Christine Baranski (la matrigna), Meryl Streep (la strega), Johnny Depp (il lupo), Chris Pine (il principe di Cenerentola) e Frances de la Tour (la gigantessa) li trovate invece ai rispettivi link.

James Corden interpreta il fornaio. Inglese, ha partecipato a film come I fantastici viaggi di Gulliver, I tre moschettieri e a serie come Little Britain e Doctor Who. Anche sceneggiatore e produttore, ha 37 anni e due film in uscita.


Emily Blunt interpreta la moglie del fornaio. Inglese, ha partecipato a film come Il diavolo veste Prada, Wolfman, I fantastici viaggi di Gulliver, I guardiani del destino, I Muppet, Looper - In fuga dal passato, Edge of Tomorrow e a serie come Little Britain e Doctor Who; come doppiatrice ha inoltre lavorato per serie come I Simpson e per la versione inglese di Si alza il vento. Ha 32 anni e quattro film in uscita.


Tracey Ullman (vero nome Trace Ullman) interpreta la madre di Jack. Inglese, ha partecipato a film come Jumpin'Jack Flash, Ti amerò... fino ad ammazzarti, Robin Hood un uomo in calzamaglia e a serie come Ally McBeal, Will & Grace e How I Met Your Mother; come doppiatrice ha inoltre lavorato per serie come I Simpson e per film come La sposa cadavere. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 56 anni e un film in uscita.

Il piccolo Daniel Huttlestone, che interpreta Jack, era già stato Gavroche in Les Misérables mentre il principe di Raperonzolo Billy Magnussen interpretava l'esilarante Thor, il ragazzo incapace di distinguere i colori, in Damsels in Distress. Nel musical originale, leggermente rimaneggiato dalla Disney per quanto riguarda temi e morti per non turbare la sensibilità dei piccoli spettatori (per esempio, la madre di Jack viene colpita a morte con un bastone, non spinta, mentre Rapunzel muore schiacciata dal gigante), ci sono due personaggi che sono stati eliminati dal film, uno è il Mistery Man (confluito in parte nella Strega) e uno è il Narratore, che è stato sostituito dalla voce narrante del Fornaio; prima di arrivare a questa decisione si era però pensato di affidare il ruolo del Narratore ad attori del calibro di Jeremy Irons, Christopher Plummer, Geoffrey Rush, John Cleese, Michael Caine, Michael Gambon, Alan Rickman e persino Julie Andrews o Angela Lansbury. Rimaniamo in tema cambiamenti: Chris Pine era stato scelto per il ruolo di principe di Rapunzel, con Jake Gyllenhaal ad affiancarlo come principe di Cenerentola. Quando Gyllenhaal ha dato forfait, Pine ha preso il suo posto e assieme a Rapunzel c'è finito Billy Magnussen. Non ce l'hanno fatta invece Emma Stone, che ha rifiutato il ruolo di Cenerentola perché convinta di non avere la voce adatta, e neppure Kathy Bates ed Allison Janney, in lizza per il ruolo della madre di Jack. E per chi ha odiato fermamente Into the Woods, ecco qualcosa che ve lo farà odiare ancora di più e che mi sta uccidendo dal dispiacere: Jim Henson nel 1995 aveva chiesto il permesso per realizzare un film con i suoi pupazzi al posto degli animali e dallo script erano usciti ben due progetti; il cast del primo prevedeva Martin Short come Fornaio, Neil Patrick Harris come Jack e Daryl Hannah come Rapunzel, mentre il secondo progetto sfiorava la perfezione perché prevedeva Robin Williams come Fornaio, Goldie Hawn sua moglie, Cher come Strega, Carrie Fisher come Lucinda, Kyle MacLachlan e Brendan Fraser come i due principi, Elijah Wood come Jack, Roseanne Barr sua madre, Steve Martin come lupo e Danny DeVito come gigante. Datemi una fottuta macchina del tempo e fatemi convincere i maledetti studios a produrre questa meraviglia! Nell'attesa che qualcuno la costruisca, se Into the Woods vi è piaciuto recuperate Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo