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martedì 15 settembre 2026

Pinocchio: Unstrung (2026)


Non lo volevo nemmeno vedere, poi Lucia e Silvia ne hanno parlato con affetto, quindi ho recuperato Pinocchio: Unstrung, diretto e sceneggiato dal regista Rhys Frake-Waterfield.

Trama

Per risollevare il morale del nipote James, dopo la morte dei genitori e del migliore amico, Geppetto decide di fargli conoscere Pinocchio, un ragazzino di legno creato da lui. Tutto andrebbe per il meglio, non fosse che il desiderio di Pinocchio è diventare umano a sua volta...

Recensione

Non avevo voglia di guardare Pinocchio: Unstrung perché la mia fiducia nei confronti di Rhys Frake-Waterfield era pari a zero. Dopo l'inguardabile Winnie the Pooh: Sangue e miele e il suo seguito/reboot leggermente migliorato, Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele (di cui non ho ancora parlato sul blog) il cosiddetto Twisted Childhood Universe mi aveva abboffata oltremisura. Il problema principale riscontrato durante la visione dei film dedicati all'orsetto rattuso era la totale mancanza di ironia a fronte di make-up ed effetti speciali al limite del decente e degli attori canini, mentre l'unico pregio del progetto TCU era una sfacciata esibizione di gore e violenza. Per fortuna, Rhys Frake-Waterfield deve avere udito i miei improperi, perché Pinocchio: Unstrung di serio ha poco o nulla. Certo, c'è la necessaria quota da pagare per il progetto "universo condiviso" che dovrebbe prima o poi condurre a Poohniverse: Monsters Assemble, con tutta una mitologia non meglio chiarita legata alla nascita di Pinocchio e dell'inquietante Wood Mother che, se non ho capito male, dovrebbe coinvolgere anche il creatore degli ibridi visti in Winnie the Pooh, ma sono dettagli che non rovinano il divertimento. In buona sostanza, Pinocchio: Unstrung è un rozzo coming of age in cui il burattino titolare, dopo aver cercato di diventare umano nel modo peggiore (per gli altri), impara a capire la differenza tra bene e male e ad accettare la propria unicità (forse). All'interno del percorso di crescita, come succede in quasi tutte le versioni di Pinocchio, il burattino incapperà in pochi buoni amici e troppi consiglieri fraudolenti, con un paio di aggravanti: gli amici, in Pinocchio: Unstrung, sono delle minchie di mare, e i consiglieri fraudolenti degli psicopatici da primato, come se già non bastasse quel minimo sindacale di devianza mentale di cui il burattino è dotato già in partenza. A farne le spese è chiunque si azzardi a fare del male, anche poco, al piccolo James, come accadeva nel reboot de La bambola assassina... solo che a Chucky piacerebbe essere matto in culo come il Pinocchio di Rhys Frake-Waterfield!

La più recente incarnazione di Pinocchio non ha, infatti, la minima remora morale e vuole solo divertirsi come un bambino, mettendo a frutto quelle poche "lezioni" di anatomia impartitegli dall'amichetto James per raccogliere quanto serve per diventare "vero". Mai mi sarei aspettata, all'interno di un film diretto da Rhys Frake-Waterfield, di trovare la sequenza più TW del 2026, una roba atroce che ha rischiato di farmi svenire in poltrona mentre con le mani cercavo di capire se la mia faccia aveva ancora tutto al suo posto. Obiettivamente, per quanto mi riguarda, la sequenza nello studio dentistico non ha rivali, e tutto il resto è la sagra dello humour nero e della cattiveria fuori scala, uniti ad effetti speciali deliziosi, interamente o quasi affidati ad artigiani che hanno evitato la CGI come la peste, e si vede. Questo è uno dei motivi per cui Pinocchio: Unstrung va visto, perché è ben raro al giorno d'oggi questo amore per gli effettacci splatter di una volta, e tale dedizione va ricompensata. Cascate male, invece, se decidete di salire sul treno di Pinocchio: Unstrung per godervi l'interpretazione di Robert Englund, perché il grillo è ben poco parlante. Detto ciò, a parte gli amici in carne e ossa di James (la versione discount di Dudley Dursley, apprezzabile solo per la cattiveria con cui viene trattato, e l'unica studentessa delle superiori che sembra una vecchia di 30 anni), gli attori che partecipano a Pinocchio: Unstrung sono molto meglio degli scappati di casa che infestavano i primi due film del Poohniverse, per non parlare poi della presenza di Richard Brake. Se Pinocchio è "unstrung", il suo Geppetto è "unhinged", e anche se mi fa riderissimo l'idea di un riccastro inglese che di nome fa Geppetto (se quello fosse il cognome sarebbe ancora peggio, ché James Geppetto non si può sentire), l'attore non si risparmia e, da un certo punto in poi, dà vita ad uno dei suoi tipici personaggi allucinanti e disgustosi che tutti i fan dell'horror hanno imparato ad amare. Non avrei mai pensato di scriverlo sul mio blog ma guardate Pinocchio: Unstrung perché ne vale proprio la pena. Io, intanto, proverò a dare una chance agli altri film del Poohniverse che mi mancano!

Cast

Del regista e sceneggiatore Rhys Frake-Waterfield ho già parlato QUI. Richard Brake (Geppetto) e Robert Englund (voce del Grillo) li trovate invece ai rispettivi link.
 

Curiosità

Scott Chambers, che interpreta Christopher Robin, riprende il ruolo da Winnie the Pooh - Tutto sangue e niente miele, che vi consiglio di recuperare, se vi è piaciuto Pinocchio: Unstrung, assieme a Winnie the Pooh: Sangue e Miele, Peter Pan: Incubo nell'isola che non c'è Bambi: La Vendetta. ENJOY!

martedì 11 giugno 2024

The Strangers - Chapter 1 (2024)

Approfittando di un sabato piovoso e malaticcio, ho guardato The Strangers - Chapter 1, diretto dal regista Renny Harlin.


Trama: due ragazzi sono costretti a fermarsi in un Airbnb in mezzo ai boschi dopo che la loro macchina è finita in panne. Lì verranno aggrediti da tre folli mascherati...


Per scrivere una recensione onesta su The Strangers - Chapter 1 bisognerebbe farlo alla fine della trilogia progettata da Renny Harlin e basata sul The Strangers di Bryan Bertino. I tre film, infatti, sono stati girati uno dietro l'altro e andranno a comporre un affresco di cui questo è, ovviamente, solo la base preparatoria. Mi riservo dunque di riguardare Chapter 1 alla fine di tutto ma, per il momento, è innegabile che il film risenta del confronto con The Strangers. Dire che è "più brutto" sarebbe ingiusto. Bertino aveva dalla sua l'effetto sorpresa e il merito di aver ri-sdoganato l'home invasion "realistico", mescolandolo alla crudeltà della new wave francese, privando i killer di una motivazione reale salvo quella di voler fare del male perché sì, perché le vittime "erano in casa" (e presentando anche personaggi che non avevano fatto nulla di male per meritarsi un destino simile, o meglio, non avevano infranto nessuna regola degli horror anni '80-'90). Harlin deve lavorare su un canovaccio già visto e reiterato dieci anni dopo con The Strangers: Prey at Night (di cui Chapter 1 riprende alcune idee che lo rendono più spettacolare rispetto al primo The Strangers), quindi lo spettatore che conosce la saga sa già dove andrà a parare. Viene dunque meno il coinvolgimento emotivo del pubblico verso la coppia protagonista, e tutta l'introduzione che vede i due piccioncini interagire ha un po' il sapore del brodo allungato; si riduce, inevitabilmente, anche la tensione della prima parte ambientata all'interno della casa, in quanto le dinamiche sono identiche a quelle del film di Bertino, senza contare che vengono riutilizzate persino alcune delle sue inquadrature più iconiche. La seconda parte se ne distacca per buona parte o, comunque, vengono scelte soluzioni narrative simili ma non identiche a quelle dell'originale, ma, purtroppo, si riduce anche l'intelligenza dei due protagonisti, che a un certo punto fanno tutte quelle cose stupide tipiche degli horror (Cristo, hai un fucile? Per Dio, sei americano, SPARA. SPARA come se non ci fosse un domani e poi, semmai, fai domande, vantati, grattati la testa con la canna del fucile, quello che vuoi). 


Un elemento che differenzia Chapter 1 dai film precedenti è soprattutto il tentativo di creare un worldbuilding o, comunque, di spingere lo spettatore a farsi delle domande relativamente all'identità dei tre assassini mascherati. Se, infatti, i protagonisti di The Strangers e del suo seguito arrivavano sulla futura scena dei delitti senza interagire con nessuno, nel primo quarto d'ora di Chapter 1 facciamo la conoscenza di alcuni abitanti di Venus (il paese dov'è ambientato il film), quasi tutti dotati di rara simpatia e di atteggiamenti quantomeno sospetti. Considerato che lo sceriffo ha la faccia ben poco rassicurante di Richard Brake, l'idea è che i prossimi capitoli  scavino un po' nel passato della cittadina e nei suoi segreti. Ma potrei anche sbagliarmi e potrebbe anche solo essere stata una pennellata di colore, al momento non è dato sapere. Quello che è certo è che i due protagonisti mi sono sembrati un po' più vivaci rispetto a Liv Tyler Scott Speedman, ma anche più "stereotipati" per quanto riguarda la loro relazione sentimentale e vari atteggiamenti che li inseriscono all'interno di cliché ben precisi. La sensazione generale è stata quella di avere davanti un film meno cupo rispetto all'originale, più dinamico, più legato ad alcuni elementi "pop", soprattutto a livello di dialoghi e colonna sonora, e anche maggiormente allineato all'iconografia degli slasher più famosi. Ci sono dei momenti in cui la caratterizzazione redneck di chiunque incontrasse i due protagonisti mi ha ricordato Non aprite quella porta e i suoi mille sequel/remake/emuli, mentre Scarecrow è molto più fisicato dei suoi due predecessori e sembra Jason Voorhees nel remake di Nispel, quando non aveva ancora la maschera da hockey. In definitiva, per me è nì. Ho visto di meglio, ho visto di peggio, ma preso come film a sé stante mi è parso piuttosto dimenticabile. Sarò comunque molto felice di rivedere il mio giudizio alla fine della trilogia, nel caso!  


Del regista Renny Harlin ho già parlato QUI mentre Richard Brake, che interpreta lo sceriffo Rotter, lo trovate QUA


La protagonista Madelaine Petsch è una delle star di Riverdale e aveva già partecipato al film Polaroid. Se The Strangers - Chapter 1 vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, The Strangers e The Strangers - Prey at Night. ENJOY!

martedì 8 novembre 2022

Barbarian (2022)

Incensato ovunque, salutato come uno degli horror dell'anno, Barbarian, scritto e diretto dal regista Zach Cregger, è arrivato direttamente su Disney + e io non potevo lasciarmelo sfuggire. NO SPOILER, tranquilli.


Trama: Tess scopre che l'appartamento affittato su AirBnB è già occupato da un uomo. In qualche modo, i due si accordano per superare l'increscioso inconveniente ma l'incubo per Tess è appena iniziato...


La trama di cui sopra è quanto vi basta sapere per godere appieno di Barbarian, l'horror "commerciale" più particolare visto quest'anno, anche se per me non si tratta del migliore. Di sicuro, per i temi trattati e il modo intelligente e leggero, se vogliamo, con cui li affronta, Barbarian supera a destra il pesantissimo e ridondante Men, mettendo in scena, anche in questo caso, uomini che odiano le donne e donne costrette a subire l'influenza di questi ultimi, ma non solo. Barbarian è anche un horror sociale a spettro più ampio, e consacra definitivamente Detroit come uno dei luoghi cult del genere, con tutto il suo degrado, la mancanza di speranza, lo squallore derivante dalla morte del sogno americano, che lascia alle sue spalle solo povertà e schifo MA a un comodissimo passo dalla prospera grande città. Il luogo ideale, insomma, perché ci si ritrovi una ragazza come Tess, sola in un giorno  una notte di pioggia durante la quale, cercando l'appartamento affittato su AirBnB, si scontra e si incontra non già con Andrea e Giuliano ma con Bill "Pennywise" Skarsgård, primo campanello d'allarme per lo spettatore. Trovarsi l'appartamento già occupato da Billyno, nonostante il suo aspetto di bel ragazzo cortese, non convince neppure Tess, va detto, ma poiché questo è un film di uomini che quando non odiano le donne le prevaricano comunque, di lì a poco la protagonista si lascia intortare e rimane comunque a dormire in casa con uno sconosciuto, facendosi scivolare addosso ogni dettaglio stridente, vuoi per paura di essere maleducata, vuoi per convenienza. Ovvio, lo sguardo di Tess non è il nostro, quindi la si può anche capire. Zach Cregger invece si impegna in ogni modo a costruire la prima parte di Barbarian come un tipico thriller a base di donne indifese e misteri e rende ogni inquadratura, ogni sequenza, una potenziale minaccia per Tess, una demoniaca madeleine che ci costringe a ricordare tonnellate di altri thriller horror in cui la protagonista ha fatto una brutta fine per mano di un prince charming che tanto charming non era. 


E voi direte, ma che palle, dove sta la novità? La novità è che, dopo lo jump scare più efficace del 2022, la situazione peggiora. Ma poi migliora, almeno in apparenza. Barbarian è dotato, infatti, di una struttura a scatole cinesi ricavata da un paio di bruschi cambi di registro e stile, non solo di sceneggiatura ma anche di regia, fotografia e persino colonna sonora; la cosa può disturbare lo spettatore, io l'ho trovata sicuramente spiazzante ma non sgradevole, soprattutto perché Cregger dimostra di avere le idee chiare al punto da conferire una totale coerenza di temi e idee a tutti questi cambiamenti. Cambiano i personaggi, cambiano i punti di vista, ma Barbarian rimane sempre un film di uomini che odiano le donne, con diverse sfumature; chi si limita a trattarle come adorabili sciocchine da difendere, chi è uno stronzo patentato con la faccetta di merda del solito Justin Long, il cui arco narrativo trattato in guisa di commedia fa venire voglia di tornare sul set di Tusk per torturarlo ancora di più, chi è proprio un mostro senza possibilità di appello, l'incarnazione fisica e squallida del marciume che condanna i quartieri alla decadenza mentre la gente fa finta di non vedere, anzi, nasconde sotto il tappeto. E le donne, direte voi? Guardando Men mi ero lamentata perché il film di Garland connotava la protagonista solo come vittima di traumi, qui la situazione è per fortuna ben diversa. Tess, infatti, è ben consapevole di chi è e di cosa rischia, ed agisce e si adatta di conseguenza, senza subire, anzi, cercando di tutelarsi con tutta l'intelligenza e personalità di cui dispone. Eppure, ancora Barbarian non si limita solo a questo. Il regista riesce nel miracolo di farci empatizzare con tutti i personaggi tranne uno, giocando anche con i nostri sentimenti (ho speso una lacrima di commozione sul finale ma mi sono anche maledetta per la mancanza di fiducia e ci sono rimasta male per una confessione ubriaca, ché invece qualcuno il mio beneficio del dubbio se l'era accaparrato), e il risultato è che ci sentiamo ancora più coinvolti nella storia, terrorizzati... e sì, divertiti. Anzi, nel mio caso il divertimento, almeno per più di metà film, ha superato la paura, forse per questo ho apprezzato Barbarian meno di quanto avrei sperato, visto che me lo avevano venduto come un incubo ad occhi aperti. Poco male, parliamo comunque di grande cinema, ed è un peccato che in Italia abbiamo dovuto accontentarci dello streaming, perché un esordio simile avrebbe meritato lo schermo di una sala. Magari col prossimo film di Cregger, chissà...


Di Bill Skarsgård (Keith), Justin Long (AJ) e Richard Brake (Frank) ho già parlato ai rispettivi link.

Zach Cregger è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, sposato con Sara Paxton, ha diretto film come Miss Marzo. Anche attore e produttore, ha 41 anni. 


Il regista aveva offerto il ruolo di AJ a Zac Efron, che lo ha rifiutato, e ha quindi dovuto "risistemarlo" per Justin Long. Vista la particolarità di Barbarian non saprei davvero quale film consigliarvi nel caso vi fosse piaciuto, quindi non vi rimane che guardarlo! ENJOY!

martedì 14 giugno 2022

Offseason (2021)

Altro film consigliato da Lucia, altro regalo. Oggi parlerò di Offseason, presentato al Torino Film Festival 2021, scritto e diretto nel 2021 dal regista Mickey Keating.


Trama: dopo che dei vandali hanno distrutto la tomba della madre, Marie è costretta a tornare sull'isola dove sono nate entrambe e si ritrova bloccata senza possibilità di tornare sulla terraferma...


Offseason
è uno di quei film che mi fa venire voglia di prendere Providence e di rileggerlo da capo, oltre ovviamente di rimettere mano alle opere lovecraftiane, da cui il film prende dichiaratamente ispirazione, soprattutto da La maschera di Innsmouth. Film come Grano rosso sangue (un esempio famoso su mille) dimostrano che non è sempre facilissimo sfruttare un cliché horror apparentemente collaudato come "i protagonisti si recano in una città dove tutto sembra normale e si ritrovano a dover sopravvivere agli abitanti votati a un male senza nome"; il rischio, come successo anche in quel sequel (che non voglio nemmeno nominare e no, non sto parlando del remake con Nicolas Cage) di The Wicker Man, è di allontanare lo spettatore sia dai protagonisti sia dalla weirdness dei cittadini, annoiandolo con siparietti e fughe episodiche, per così dire, sfilacciando l'inquietudine e riducendo il tutto a uno slasher folk. Ciò non accade, fortunatamente, in Offseason, film che, nonostante il basso budget, coinvolge l'appassionato del genere portando sullo schermo atmosfere stranianti e una vicenda che risulta sbagliata fin dall'inizio, sin dall'agghiacciante monologo della madre di Marie, che si mostrerà assai rivelatorio col prosieguo della storia. Marie e il suo (ex?) compagno si recano, per l'appunto "fuori stagione", sull'isola dov'è nata la madre di lei, uno di quei postacci dove, finita la stagione turistica, tutto diventa morto, grigio e triste; il motivo è che la tomba della donna è stata vandalizzata, ma c'è anche la questione che la madre di Marie non voleva assolutamente essere sepolta nell'isola e la figlia non sa più a chi chiedere ragione del mancato rispetto delle sue volontà. Finita l'estate, inoltre, il ponte che collega l'isola alla terraferma viene alzato e, fino all'anno successivo, nessuno può più entrare o uscire, e i due protagonisti sono arrivati nell'isola proprio il giorno di chiusura. Considerato che il manovratore del ponte è quel simpatico omino di Richard Brake, cosa mai potrà andare storto, vi chiederete?


Mickey Keating
, con due soldi di budget sfruttati probabilmente per il finale, mette in scena un orrore cosmico da manuale, di quelli che portano sia i protagonisti sia gli spettatori a farsi delle domande relativamente al proprio posto all'interno del cosmo e a piangere spauriti e probabilmente impazziti; l'isola di Offseason è un luogo molto più piccolo di quello che si pensi, soprattutto paragonato a ciò che si nasconde nel suo passato, eppure i campi lunghi a base di spiagge sterminate e boschi, inframmezzati a inquietantissimi scorci di cimiteri nebbiosi e vicoli abbandonati mai baciati dal sole, perennemente immersi in in colori plumbei, la trasformano in una dimensione senza tempo né spazio, dalla quale non è possibile uscire e non solo per via di un ponte sollevato. Le immagini e alcuni flash stranianti sono molto più efficaci di un paio di discorsi ad hoc messi in bocca ad alcuni personaggi e danno proprio l'idea di un destino ineluttabile, che neppure la fuga in una realtà fatta di successo e prestigiose firme notarili (ma quanto "sbagliate"?) può arginare per troppo tempo, perché a cosa vale essere una briciola, un "dito di una mano", quando quella stessa mano decide di chiudersi? La scoperta di ciò che si nasconde sull'isola, al di là di ovvie immagini fatte di persone assenti ed echi di voci spettrali, passa tutta sul volto di Jocelin Donahue, che regge praticamente da sola l'intero film e che, con la sua bellezza mai sfacciata, aiuta ancor più lo spettatore ad immedesimarsi in un personaggio "normale" ed umano, dai problemi anche troppo comuni, e a provare ancora più ansia davanti al terribile destino che le si prospetta. Se vi piacciono questo genere di storie pessimiste, con sprazzi di gotico e folk, direi che avete trovato il film che fa per voi!


Di Joe Swanberg (George Darrow), Richard Brake (l'uomo del ponte), Jeremy Gardner (il pescatore) e Larry Fessenden (H. Grierson) ho già parlato ai rispettivi link.

Mickey Keating è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Carnage Park. Anche produttore e attore, ha 31 anni.


Jocelin Donahue
interpreta Marie Aldrich. Americana, ha partecipato a film come The Burrowers, The House of the Devil, Holidays, Doctor Sleep e a serie quali CSI - Scena del crimine. Ha 41 anni. 


Se Offseason vi fosse piaciuto, fate un salto QUI e recuperate tutto questo ben di Cthulhu. ENJOY!

martedì 5 ottobre 2021

Bingo Hell (2021)

Su Amazon Prime Video sono approdati i primi due film della nuova "quadrilogia" Welcome to the Blumhouse, che già l'anno scorso ci aveva regalato qualche gioia e molta tristezza. Cominciamo con Bingo Hell, diretto e co-sceneggiato dalla regista Gigi Saul Guerrero.


Trama: in un quartiere degradato e quasi in stato di abbandono viene aperta una nuova sala bingo dove si fanno vincite enormi. La combattiva Lupita, con un gruppetto di anziani suoi coetanei, indaga, scoprendo un male terribile dietro il miraggio dei soldi facili...


Come ho scritto sopra, l'operazione Welcome to the Blumhouse, iniziata l'anno scorso sotto i migliori auspici, si era rivelata una sòla coi fiocchi, salvata solo dallo splendido Nocturne, film che tutti voi dovreste guardare se dotati di un abbonamento Prime Video. E' ovvio che, dopo la delusione cocente subita, abbia deciso di affrontare la seconda tornata di film originali Blumhouse con tutta la diffidenza del caso, e forse è questo il motivo per cui non mi sento di condannare in toto Bingo Hell all'ignominia perpetua, nonostante i suoi tremila difetti. Ma andiamo con ordine. Bingo Hell è il riaggiornamento cafone e moderno di un faustiano patto col Diavolo, in cui quest'ultimo offre soldi a profusione a una cittadinanza composta da disperati bloccati in un quartiere che sta lentamente morendo; guardando a modelli meno "nobili", Bingo Hell ricorda parecchio una delle mie opere kinghiane preferite, Cose Preziose, soprattutto per il modo in cui il Diavolo (o chi per lui) riesce ad entrare subdolamente nel cuore delle persone, carpirne i desideri e distruggere la loro anima dopo averli solo apparentemente esauditi. A Castle Rock il demonio arrivava nei panni del proprietario di un negozio di antiquariato, in Bingo Hell, come da titolo, apre una sala bingo che dispensa premi in denaro stratosferici, ma il risultato è il medesimo: una volta incassata la vincita, i "fortunati" si ritrovano a goderne per ben poco tempo e ad essere legati per sempre al bieco gestore della sala. Unica immune al fascino del denaro è Lupita, un'anziana di origine ispanoamericane che della difesa del quartiere ha fatto la sua ragione di vita, forte di un passato di "eroina" capace di prendere a calci delinquenti e spacciatori assortiti, pronti a rendere Oak Springs il centro del degrado urbano. 

Bingo Hell, a livello di trama, patisce di sicuro una caratterizzazione dei personaggi tra il superficiale e l'idiota, dove l'unica leggermente approfondita è la protagonista Lupita, che però risulta semplicemente una pazza dall'accento spagnolo che si sbatte per tenere in piedi un quartiere ormai decaduto quando potrebbe prendere i suoi cinque/sei amici più stretti, incassare i soldi derivati dalla vendita di case ormai da abbattere, e andare a trascorrere una serena vecchiaia al caldo e con un cocktail in mano, tanto ad Oak Springs non ci sono più i drogati, al massimo Starbucks ad accogliere gli hipster. I suoi già nominati amici sono appena abbozzati, si accenna giusto vagamente ai loro problemi così da giustificare la cecità davanti ai soldoni promessi da Mr. Big, e anche un paio di discorsoni "pesi" su droga, passato che ritorna e necessità di rifarsi una vita lasciano un po' il tempo che trovano, inghiottiti dalle uniche due cose che salvano Bingo Hell, ovvero il sembiante di Richard Brake e il gusto per il gore della Muñeca Del Terror Gigi Saul Guerrero, già apprezzato ai tempi del dimenticabile ABCs of Death 2.5. Richard Brake è ormai un mostro vero, mi basta vederlo comparire sullo schermo per farmela sotto davanti al suo sorriso malvagio e,  nonostante manchi dell'eleganza di un Max Von Sydow, non si può negare che come attore svetti sopra a tutti gli altri interpreti, incarnando una malvagità empia e anche un po' sudicia. Inoltre, rispetto agli altri Welcome to the Blumhouse, Bingo Hell ignora il PG-13 in favore di un paio di morti orribili e simpatiche piogge di sangue, il tutto condito da una regia vivace, colorata (spesso allucinata) e accompagnata da una colonna sonora assai gradevole. Il fatto che sia un film dalla breve durata non guasta, ovviamente, a quanto pare la Guerrero ha capito che un bel gioco dura poco e ha fatto sì che il suo bingo infernale non venisse a noia con ulteriori lungaggini. Non è il capolavoro horror dell'anno, lo avrete capito, e a Nocturne può solo baciare i piedi, ma per una serata disimpegnata ci sta e potreste anche divertirvi a patto che lo guardiate in lingua originale, ché il doppiaggio è davvero fastidioso.


Di Richard Brake, che interpreta Mr. Big, ho già parlato QUI.

Gigi Saul Guerrero è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola, nonché una delle hipster che compaiono nel film. Messicana, ha diretto film come ABCs of Death 2.5 (il corto M is for Matador) ed episodi di serie quali Into the Dark e The Purge. Anche produttrice ha 31 anni. 


Adriana Barraza
interpreta Lupita. Messicana, ha partecipato a film come Babel, Drag me to Hell, Thor e a serie quali E.R. Medici in prima linea, CSI: Miami e The Strain. Anche regista, ha 65 anni e due film in uscita. 


L. Scott Caldwell
, che interpreta Dolores, era la Rose di Lost. Se Bingo Hell vi fosse piaciuto recuperate Cose preziose. ENJOY!

domenica 20 ottobre 2019

3 from Hell (2019)

Nonostante le critiche piovute da ogni dove ho voluto toccare con mano gli abissi di tristezza in cui è sprofondato Rob Zombie con l'ultimo film da lui diretto e sceneggiato, 3 from Hell.



Trama: dopo essere stati catturati più morti che vivi, Capitan Spaulding, Otis e Baby vengono rinchiusi in carcere, processati e condannati chi all'ergastolo chi alla pena di morte. Nel frattempo, Otis riesce a fuggire con l'aiuto del folle cugino e la mattanza ricomincia...



Chi segue il mio blog sa che ho sempre difeso Zombie a spada tratta, salvando anche quello che poteva non essere salvabile. Contrariamente a molti, ho apprezzato tantissimo Le streghe di Salem, ho trovato molte cose bellissime in 31, ho persino voluto bene a Halloween - The Beginning (pur non avendo visto il sequel) e a chi definiva la povera Sheri Moon Zombie "cagna maledetta" ho sempre mostrato il dito medio, facendo spallucce. Stavolta, ahimé, mi tocca gettare la spugna. Dopo La casa dei 1000 corpi, coloratissimo e psichedelico divertissement che omaggiava spudoratamente Non aprite quella porta e dopo quel capolavoro di The Devil's Rejects, horror "bruciato" dal sole capace di rendere affascinanti esseri meritevoli di odio sempiterno, Zombie ha deciso che quella vacca non era stata munta abbastanza e che era il caso di riprendere la storia di Otis, Baby e Captain Spaulding (è andata bene al povero Sid Haig, che in questa monnezza compare giusto due minuti, impossibilitato a fare di più a causa della malattia che di lì a poco lo avrebbe condotto alla morte, ciao Sid) per aggiungere un tassello in più. Come dicevano i Depeche Mode: "WRONG". 3 from Hell è un'involuzione, è peggio di un'opera di esordio sfacciata e coloratussa, è la noia fatta a film e l'incarnazione stessa dell'imbarazzo, non solo per gli attori che palesemente non ne hanno più voglia e son talmente cani da risultare irriconoscibili (probabilmente ci credono solo Sheri Moon e Richard Brake, con risultati LEGGERMENTE diversi, ché lui un po' di dignità la mantiene ancora, non fosse altro perché il ruolo di killer folle e zoticone gli calza a pennello) ma anche per la sciatteria svogliata di una trama scritta sullo scontrino di un diner, che più volte fa esclamare "e vabbé" con occhi roteanti o per la regia che non sa bene che direzione far prendere all'insieme.


E pensare che all'inizio avevo molte speranze e lì per lì mi sono anche chiesta se gli altri spettatori non fossero stati troppo cattivi con Zombie. Lo stile da documentario vintage e l'accenno di fascinazione esercitata dai 3 from Hell sull'opinione pubblica USA mi faceva sperare in un bel casino su scala nazionale, la riaffermazione dei principi anarchico-satanisti della famiglia Firefly, una riflessione profonda sulla scia di quanto mostrato in The Devil's Rejects... invece nulla, il tutto si è trasformato nello one woman show di Sheri Moon Zombie prima, tra gatteenee ballereenee e dialoghi imbarazzanti, e in un terzetto di dementi che ammazza gente a sfregio poi, tre sbandati che non sanno bene cosa fare e tanto per cambiare un po' decidono di andare in Messico a sfondarsi di zoccolone e droga, scatenando le ire di un tizio che ha la casa tappezzata da santini di Danny Trejo (scherzo, c'è un motivo, ma giuro lì ho riso tantissimo e alla fine ho persino esclamato "e adesso i santini di Danny Trejo me li piglio io"), con ovvi risultati. A un certo punto viene persino scomodato Lon Chaney col suo Gobbo di Notre Dame, altro spunto di riflessione sull'essere freaks mandato in vacca e annegato in un delirio di banalità, ma arrivati a quel punto nulla avrebbe potuto salvare la baracca, nemmeno Lon Chaney in persona. Non dopo aver visto per quasi due ore Sheri Moon Zombie miagolare a gattini immaginari, saltellare a mo' di Pippi Calzelunghe, pronunciare ogni frase in falsetto, strabuzzare gli occhioni pazzi e agitare le manine matte, provando OGNI maledetta volta il desiderio di prenderla a schiaffi fortissimi. Se alla fine di The Devil's Rejects si arrivava col magone, con l'assurda vergogna di aver parteggiato per una famiglia di maniaci almeno per un istante, qui si arriva alla fine con la sensazione che sventrare a mani nude Baby, Otis e Foxy sarebbe anche poco. Davvero, quando si preferirebbe vedere "vincere" gli antagonisti peggio caratterizzati del mondo (nei panni di Dee Wallace mi sarei vergognata e Jeff Daniel Phillips non ci fa una figura migliore) piuttosto che i protagonisti, significa che qualcosa è andato drammaticamente storto. Fossi in voi eviterei e mi fermerei a The Devil's Rejects, non importa quanto pensiate di essere fan di Zombie. Credetemi, è meglio così.


Del regista e sceneggiatore Rob Zombie ho già parlato QUI. Sheri Moon Zombie (Baby), Bill Moseley (Otis Driftwood), Sid Haig (Capitan Spaulding), Jeff Daniel Phillips (Direttore Virgil Harper), Richard Brake (Winslow Foxworth Coltrane), Dee Wallace (Greta), Clint Howard (Mr. Baggy Britches), Danny Trejo (Rondo) e Barry Bostwick (Narratore) li trovate invece ai rispettivi link.


Come ho scritto nel post, ignorate questo cumulo di sterco fumante e, se vi piace il genere, recuperate invece La casa dei 1000 corpi e The Devil's Rejects, conosciuto con l'indegno titolo italiano La casa del diavolo. Questa cosa sarà, se mai arriverà in Italia, La casa delle libertà? ENJOY!

venerdì 5 ottobre 2018

Mandy (2018)

Continuo a rimandare la visione di Sulla mia pelle per mancanza di una serata adatta ma non ho potuto esimermi invece dal recupero subitaneo di Mandy, diretto e co-sceneggiato dal regista Panos Cosmatos.


Trama: quando la compagna Mandy viene uccisa da un branco di adoratori del demonio, Red si imbarca in una sanguinosa vendetta...



Mandy è un film assurdo con un unico, terribile, non trascurabile difetto: c'è meno Nicolas Cage di quanto mi sarei aspettata. Questo mi preme sottolinearlo fin da subito, poiché ciò che mi ha spinta a recuperare il film di Panos Cosmatos è che nelle recensioni d'oltreoceano si parlava di un Nicolas Cage più Cageano che mai, lercio di sangue, urlante e folle nel suo brandire asce; è vero, in Mandy c'è tutto questo ma, come dire, prima di arrivare al succo del discorso c'è anche molto, molto di più... e molto, molto poco Nicolas Cage. Quindi sì, ci sono rimasta un po' male, lo ammetto. Però guardare Mandy è stato un bel viaggio, in più di un senso, ché Mandy è l'apoteosi della droga tagliata male che ti afferra il cervello, te lo strizza e tu boh, rimani lì inebetito come un cretino a guardare i colori cangianti e il Cheddar Goblin senza curarti troppo di quello che dice chi ti sta attorno, magari ritrovandoti a ridere senza un perché, anche se la storia in sé è davvero terrificante. In pratica, nei boschi di un non precisato nowhere americano trasformato per l'occasione in un paesaggio da fantasy truce, Red e Mandy passano la loro vita felici tra sigarette, alcool, ammore e metal, tanto metal (la citazione iniziale del film inquadra già bene Mandy nel regno della tamarreide metallozza più sfrenata), finché un povero minchione autoproclamatosi divinità di un branco di drogati non si invaghisce dell'aura di lei e la rapisce. Sempre per colpa della droga, la povera Mandy si ritrova a ridere in faccia al minchione di cui sopra, non si capisce bene se perché come cantante fa schifo alle capre oppure perché il suo strumento di riproduzione è, come dire, un po' ridotto, ma il risultato comunque non cambia e Mandy, poverella, viene bruciata viva davanti al suo amato Red che, ovviamente, giura vendetta. La storia, come vedete, è di per sé semplicissima, al limite vanno aggiunti un terzetto di demoni anch'essi drogati che probabilmente, nonostante l'aura malvagissima, sono degli scarti dell'inferno, per il resto abbiamo un loop continuo di gente in botta che spara idiozie, buoni o cattivi che siano, e l'effetto di tutto ciò è quantomeno straniante ma non brutto, affatto.


Al di là di Nicolas Cage, infatti, Mandy è un tripudio di colori e luci, di sequenze così allucinate che al confronto Le streghe di Salem è uno sceneggiato televisivo confezionato dalla RAI nel suo periodo più svogliato. Nel novanta per cento dei casi, infatti, i personaggi sono illuminati da luci fucsia, azzurre, gialle e rosse senza una motivazione plausibile (o meglio, è sempre colpa della droga), gli ambienti in cui deambulano sono privi di contorni definiti e quasi sempre immersi in un'inquietante penombra o in una luce lattiginosa che li rende eterei, al confine tra l'aldilà e l'aldiqua, come direbbe Groucho, e spesso e volentieri la voce di chi parla è distorta, per non parlare di quando i volti degli attori si sovrappongono in maniera quasi ipnotica o intervengono sequenze animate a rendere il tutto ancora più delirante. Ma basta parlare di cose poco importanti, parliamo di Nicolas Cage. Per quel poco che viene mostrato, visto che il fulcro dell'attenzione, fin dal titolo, è Andrea Riseborough (sulla quale apro una parentesi: come si può essere così affascinanti senza trucco e senza rispettare i canoni della bellezza di questo secolo? Spiegatemelo, è anche qui merito della droga? Io giuro che non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso da tanto ero affascinata...), il buon Nicolas è semplicemente stupendo. Non sto a dilungarmi sulla bellezza del vederlo allucinato e ricoperto di sangue, armato dell'ascia più improbabile di sempre o di motosega in pieno stile Leatherface e circondato da gente pronto a blandirlo con promesse di sesso disgustoso; quel favoloso sorriso da pazzo sul finale basta a compensare qualunque sua assenza e a consacrarlo re dell'horror 2018, per non parlare della sequenza che vede protagonista lui, un paio di mutande flappe, una bottiglia di superalcoolico, un bagno dalla tappezzeria improbabile e strilli addolorati come se piovessero. Grazie di esistere, Nicolas, stupefacente uomo senza vergogna. Davvero. E grazie anche a Richard Brake, alla sua tigre, al vomito formaggioso del Cheddar Goblin e al mai abbastanza compianto Jóhann Jóhannsson. Quanta meraviglia!


Di Nicolas Cage (Red Miller), Andrea Riseborough (Mandy Bloom) e Richard Brake (Chemist) ho già parlato ai rispettivi link.

Panos Cosmatos è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Italiano, ha diretto film come Beyond the Black Rainbow. Anche produttore, ha 44 anni.


Bill Duke interpreta Caruthers. Americano, ha partecipato a film come Commando, Predator, Sister Act 2 - Più svitata che mai, Red Dragon, X-Men: Conflitto finale e a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Charlie's Angels, Lost e Cold Case. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 75 anni e tre film in uscita.


La pubblicità del Cheddar Goblin è stata realizzata da Chris "Casper" Kelly , autore di alcune serie per il canale televisivo USA Adult Swim. Detto questo, se Mandy vi fosse piaciuto recuperate Le streghe di Salem e Baskin. ENJOY!


mercoledì 17 gennaio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro (2017)

Approfittando dell'illuminata programmazione del cinema d'élite savonese e della zampa ancora infortunata, sabato scorso sono andata a vedere Morto Stalin se ne fa un altro (The Death of Stalin), diretto e co-sceneggiato nel 2017 dal regista Armando Innucci e tratto dalla graphic novel La morte di Stalin, di Fabien Nury e Thierry Robin.


Trama: alla morte di Stalin, il collettivo di suoi più stretti collaboratori deve decidere le dinamiche della successione e come gestire una Nazione potenzialmente allo sbando...


Avevo letto benissimo di Morto Stalin se ne fa un altro sul blog della Poison, a seguito della programmazione al Festival del Cinema di Torino (dove ha vinto il premio Fipresci) ed ero rimasta parecchio incuriosita, non solo dalla foto di un Jason Isaacs particolarmente gnocco in divisa militare. Ho varcato la soglia della sala in lieta ignoranza, ché ormai la storia della Russia è per me un po' nebulosa, aspettandomi sinceramente di capire poco di un film che rivedeva in chiave satirica i giorni successivi alla morte di Stalin, invece mi sono goduta una commedia grottesca dove la Storia viene ridotta a gioco per bambini stupidi e dove anche le tragedie più grandi vengono mostrate come il risultato delle decisioni scellerate di individui egoisti e "piccini", con ben poca considerazione della vita umana. Punto di partenza, come dice il titolo, è la morte di Stalin, dittatore dal pugno di ferro che istillava nella nazione cieco terrore e altrettanto cieco (ed inspiegabile, lo ammetto) rispetto attraverso un sistema di spie, divieti, liste e purghe che non risparmiava nessuno, nemmeno i suoi più stretti collaboratori; per un Nikita Khruschchev che detta alla moglie tutte le frasi pronunciate in presenza di Stalin, così da pararsi le chiappe, c'è un Molotov che accetta di accusare di tradimento la consorte per mettersi in salvo, per ogni figlio che consegna il proprio padre alla polizia c'è un direttore d'orchestra che sviene temendo di avere offeso Stalin per sbaglio ed essere stato registrato. Gli esempi di questo clima di follia, purtroppo vero, continuano per tutta la pellicola, che si concentra sulla lotta di potere scoppiata dopo la morte di Stalin soprattutto tra Khruschchev e il capo della sicurezza Lavrenty Beria, i due poli "complottisti" capaci di ergersi in mezzo a un gruppo di lacchè incapaci e di mettere in moto eventi terribili per affermare la rispettiva supremazia. In mezzo viene a trovarsi Georgy Malenkov, diretto successore di Stalin descritto nel film come un imbecille senza spina dorsale che prende decisioni a seconda di chi, tra i suoi consiglieri, riesce a fare la voce più grossa, un uomo che da Stalin ha imparato solo le "pose" da leader, non il carisma. Questo tristissimo triangolo di individui cerca di sopravvivere ai due tragicomici giorni seguenti la morte di Stalin, tra funerali organizzati neanche fossero un matrimonio, mine vaganti in forma umana (uno su tutti il figlio del leader), scontri tra esercito e milizia privata, accenni di depravazione sessuale e pochissime voci fuori dal coro che morirebbero pur di non dover sottostare ad un regime così assurdo.


Per ogni risata che viene strappata da questa satira feroce, arriva la mazzata tra capo e collo di una realtà fatta di esseri umani che muoiono per un capriccio o un dubbio mai comprovato del tutto, a seconda di cos'è più comodo per il regime. La figura di Beria, uomo rubicondo al quale non si darebbe un centesimo (per di più se doppiato in italiano da Mino Caprio, la voce italiana di Peter Griffin, fonte di grandi risate solo mie, ché il resto del pubblico superava i 60 anni), è l'emblema di questa dicotomia: un essere molliccio, quasi ridicolo, che tuttavia gestisce gli aspetti più terribili delle purghe e ama torturare uomini e seviziare donne, soprattutto ragazzine. Lo spettatore non può non ridere dei dialoghi assurdi che intercorrono tra lui e gli altri personaggi eppure si prova anche un terribile senso di revulsione all'idea che probabilmente, al netto dell'umorismo grottesco alla Monty Python, queste persone forse erano davvero così, opportuniste, ignoranti, crudeli ed infide... come il novanta per cento dei politici attuali, del resto, in tutto il mondo, non solo in Russia e non solo durante una dittatura. Anche per questo Iannucci ha fatto un enorme lavoro sugli attori, prima ancora che sulla regia, comunque assai valida. Steve Buscemi, Jason Isaacs, Jeffrey Tambor e Michael Palin regalano le migliori interpretazioni da anni, riuscendo nel difficile compito di rimanere in equilibrio perfetto tra farsa e dramma (vedere il finale per credere), senza trasformare i loro corrispettivi reali in caricature senza profondità alcuna. Altro aspetto bellissimo del film è la colonna sonora, che si apre sulle note del Lago dei cigni di Tchaikovsky e continua con l'originalità dello score di Christopher Willis, ispirato alle melodie del compositore Sostakovich, in attività non a caso proprio ai tempi di Stalin benché spesso censurato dal regime (non è che so tutte queste cose perché nasco saputa ma la colonna sonora, per una volta, mi ha colpita particolarmente e mi sono chiesta se fossero musiche originali oppure di qualche compositore famoso ma a me sconosciuto). Se dovessi proprio trovare un difetto a Morto Stalin se ne fa un altro, oltre all'orripilante titolo nostrano, è la scellerata distribuzione italiana, che lo ha fatto arrivare in pochissime sale in tutta Italia, quando una simile commedia nera meriterebbe maggior riconoscimento alla faccia di tutti quelli che dicono che ridere di simili tragedie è di cattivo gusto. Recuperatelo, in lingua o doppiato, che ne vale la pena!


Di Steve Buscemi (Nikita Khruschchev), Jason Isaacs (Georgy Zhukov), Andrea Riseborough (Svetlana Stalin), Jeffrey Tambor (Georgy Malenkov), Richard Brake (Tarasov), Paddy Considine (Compagno Andryev) e Michael Palin (Vyacheslav Molotov) ho già parlato ai rispettivi link.

Armando Iannucci è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Scozzese, ha diretto film come In the Loop ed episodi di serie quali I'm Alan Partridge e Veep - Vicepresidente incompetente. Anche produttore e attore, ha 53 anni.


Tom Brooke, che interpreta Sergei, era l'esilarante Fiore della serie Preacher. Se Morto Stalin se ne fa un altro vi fosse piaciuto potreste recuperare la graphic novel La morte di Stalin, edita da Mondadori, e guardare In the Loop. ENJOY!

mercoledì 18 gennaio 2017

Detention - Terrore al liceo (2011)

Qualche sera fa mi è capitato di guardare Detention - Terrore al liceo (Detention), diretto e co-sceneggiato nel 2011 dal regista Joseph Kahn, aspettandomi una schifezza della peggior specie. E invece...


Trama: alla Grizzly Lake High School un killer chiamato Cinderhella fa strage di studenti ma questa non è l'unica cosa strana con la quale si trovano ad avere a che fare i ragazzi di questo liceo...



Detention è un film fantasioso ed esilarante, sul quale sarebbe peccato mortale dire qualcosa in più riguardo alla trama, rispetto a quello che ho scritto sopra. Il bello della pellicola di Joseph Kahn è affrontarla con tutti i pregiudizi del caso, aspettandosi l'ennesima versione becera di un film come Scream, So cosa hai fatto e compagnia cantante per poi ritrovarsi a ridere come dei matti e non capire più una mazza, arrivando alla fine di Detention esclamando "Ma cosa diamine ho visto??!!". Quel che posso dire è che Detention è un mix psichedelico che unisce scazzi e stereotipi liceali (incarnati nella solita lotta per la popolarità combattuta tra i corridoi della scuola a son di stupidera, mosse da cheerleader, sfide all'ultimo pugno e balli scolastici), l'inquietante figura di un killer mascherato che, apparentemente, agisce come il ghostface di Scream (Cinderhella copia il look di un film popolare tra i personaggi, uccide le persone più vicine alla protagonista e si limita a "stuzzicarla" cercando di farla fuori senza mai riuscirci, un po' come accadeva a Neve Campbell), e mille altri elementi che apparentemente striderebbero con la sceneggiatura ma in realtà rendono la pellicola talmente assurda e fuori dagli schemi che è impossibile non amarla. Ad accompagnarci in questo strano cammino c'è la buffa Riley, goffa quanto una Bella Swan qualsiasi ma, ahimé, non altrettanto desiderata, perlomeno non dai fighi della scuola, tra i quali rientra il suo migliore amico Clapton; quest'ultimo è un cretino fatto e finito ma perlomeno è simpatico, e il suo problema pressante è ovviamente quello di non farsi cacciare dalla scuola a causa dei suoi voti scarsi, che gli hanno guadagnato l'antipatia del preside del liceo. In più, Clapton deve anche evitare di venire ucciso dal bullo della scuola, al quale ha rubato la bionda e svampitissima fidanzata, un tempo migliore amica di Riley. Cosa c'entri tutto questo con un killer bendato e conciato come l'incubo dei topolini di Cenerentola risulterà chiaro (forse) col proseguire del film, ma vi dico fin da ora che tutto, anche quello che dai dialoghi vi verrebbe voglia di dismettere come un pettegolezzo inutile, concorrerà alla risoluzione finale di un enigma che non si limita al mero "chi si nasconderà sotto la maschera di Cinderhella?" ma raggiunge nuovi scampoli di assenza per quel che riguarda il genere horror-demenziale.


Detention inoltre è realizzato benissimo e conquista fin dai titoli di testa, anzi, prima. Joseph Kahn non è un cretino, si è fatto le ossa sui videoclip di artisti che possono non piacere ma che comunque hanno raggiunto una notorietà mondiale (qualcuno ha detto Britney Spears?) e questa esperienza viene interamente riversata nella realizzazione del film, accattivante sotto moltissimi aspetti. La sequenza iniziale è un esempio perfetto della natura ibrida di Detention: il logorroico ed isterico one woman show di Taylor Fisher, viziata reginetta della scuola nonché B.I.T.C.H. (Beauty, Intelligence, Talent, Charisma e Hoobastank) serve a presentare allo spettatore sia l'ambiente sciocco del liceo, sia la minaccia di Cinderhella sia, soprattutto, lo stile pop scelto dal regista, fatto di scritte in sovraimpressione, parodie non solo del genere horror ma anche e soprattutto del modo di vivere dei liceali moderni (tanto, troppo simile a quello dei teenager anni '90), superamenti della cosiddetta "quarta parete" e riferimenti metacinematografici. Detention prosegue per tutta la durata seguendo questo stile, senza perdere mai verve, neppure per un secondo, e complicandosi piacevolmente inserendo qua e là flashback, retroscena, spezzoni di film mai esistiti (anche se io il film Cinderhella vorrei vederlo per davvero!) e tutto ciò che serve per arrivare a conoscere meglio i personaggi o a non capirli del tutto, dipende. Altro aspetto importantissimo di Detention è la colonna sonora, soprattutto quando viene giocata la carta nostalgia (la panoramica della sala di detenzione che lentamente porta indietro nel tempo, con conseguente cambio di look e musica, è da applauso), oltre ad una cura nel trucco e nel parrucco che non si limita a rappresentare la personalità dei protagonisti ma diventa componente fondamentale per capire alcuni risvolti della trama. Insomma, non mi aspettavo nulla da Detention e invece credo proprio di avere trovato un cult che probabilmente riguarderò negli anni a venire: recuperatelo e preparatevi a farvi esplodere il cervello... in senso positivo, ovvio!


Di Richard Brake, che interpreta il padre di Billy Nolan, ho già parlato QUI mentre Ron Jeremy, che interpreta Beauty Beast, lo trovate QUA.

Joseph Kahn è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Nato in Corea del Sud, ha diretto film come Torque - Circuiti di fuoco e una sequela di video per artisti quali Backstreet Boys, Britney Spears, U2, 50 Cent e Garbage. Anche attore, ha 44 anni e un film in uscita.


Josh Hutcherson interpreta Clapton Davis. Americano, lo ricordo per film come Polar Express, Viaggio al centro della terra, Aiuto vampiro, Hunger Games, Hunger Games: la ragazza di fuoco, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte I e Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte II, inoltre ha partecipato a serie quali E.R. Medici in prima linea. Anche produttore e regista, ha 24 anni e cinque film in uscita.


Spencer Locke interpreta Ione. Americana, ha partecipato a film come Resident Evil: Extinction, Resident Evil: Afterlife e doppiato film come Monster House; ha inoltre partecipato a serie quali Cold Case, The Vampire Diaries, CSI: Miami e Due uomini e mezzo. Ha 25 anni e cinque film in uscita, tra i quali l'ultimo capitolo della saga Insidious.


Shanley Caswell, che interpreta Riley, ha partecipato al film The Conjuring - L'evocazione. Detto questo, se Detention vi fosse piaciuto recuperate Tucker and Dale vs Evil e almeno la prima stagione della serie Scream Queens. ENJOY!

mercoledì 28 settembre 2016

31 (2016)

Oggi si torna a parlare dell'amico Rob Zombie, regista e sceneggiatore di 31, uno degli horror che non dovete assolutamente perdere quest'anno.


Trama: la notte di Halloween un gruppo di giostrai viene costretto a partecipare al terrificante survival game 31, che prevede un ambiente dal quale non è possibile uscire e un gruppo di killer travestiti da clown.



Ormai lo avrete letto in ogni blog, sito e rivista che conta: Rob Zombie è tornato. Intendiamoci, per me si era giusto un po' allontanato, anche perché, sinceramente, a me erano piaciuti sia Halloween - The Beginning sia il tanto vituperato Le streghe di Salem, ma devo ammettere che le vette de La casa dei 1000 corpi e, soprattutto, di quel capolavoro che era La casa del diavolo erano ben lontane dalle sue ultime opere. Con 31, Rob è tornato a fare quello che gli riesce meglio, ovvero riunire un branco di personaggi brutti, sporchi e cattivi, e farli interagire nel peggiore dei modi possibili, con una piccola differenza. Se in La casa dei 1000 corpi avevamo il solito gruppetto di teenager insopportabili dati in pasto a degli psicopatici, cosa che portava lo spettatore a non parteggiare né per gli uni né per gli altri (anzi, forse un po' più per gli psicopatici), e in La casa del diavolo il regista era riuscito addirittura a portare lo spettatore a vergognarsi di provare qualcosa per i "cattivi", qui i sentimenti che mi hanno mossa durante la visione del film sono stati ancora diversi. E' impossibile, infatti, non empatizzare con Charly, Roscoe, Venus e compagnia, artisti di strada talmente uniti da poter tranquillamente venire definiti una famiglia e non proprio quelli che chiameremmo degli stinchi di santo: rozzi, trasandati e dediti ad alcool e droghe, i protagonisti di 31 vivono alla giornata in un mondo di libertà assoluta, forse non assolutamente soddisfacente ma comunque l'unico dal quale riescono a trarre sostentamento, cercando tra spostamenti ed espedienti di rimanere fuori dalla strada e da un destino di povertà e degrado. Quando i nostri si vedono uccidere alcuni membri della "famiglia", prima di venire rapiti e inseriti a forza in un gioco patrocinato da ricconi annoiati, qualcosa si spezza in loro e nello spettatore, che di fatto soffre a vederli alla mercé dei terrificanti clown che infestano il luogo. Allo stesso tempo, è difficile non rimanere affascinati da personaggi iconici quali l'inquietante Doom-Head, killer folle e raffinato dall'eloquio ipnotico e dal sorriso agghiacciante, capo ideale del resto della marmaglia partorita dalla mente deviata di Rob Zombie.


Forse solo Alex De La Iglesia avrebbe avuto l'ardire di portare sul grande schermo nani messicani nazisti (comunque, Rob, io aspetto ancora un lungometraggio su Werewolf Women of the SS, sallo) e teutonici giganti in tutù ad accompagnare più prosaici ma non meno sanguinosi redneck col cerone da clown e la pettorina, tutti al servizio di tre vecchi catananni conciati come il Conte Uguccione e la Madre di Jean Claude in Sensualità a Corte e già solo questo meriterebbe a Rob Zombie un plauso. Ma, non contento, il regista ha scelto di nobilitare questo sanguinoso trionfo di follia e grezzume con una splendida introduzione in bianco e nero, dove tanto è pulita e nitida la fotografia quanto è ruzzo il terrificante Richard Brake, e col finale più bello e poetico mai visto quest'anno in un horror: le immagini finali di 31, che ovviamente non vi spoilero, concentrano tutta la follia, il desiderio di sopravvivere e combattere, la comunione di due animi affini che solo una parvenza di civiltà ha fatto evolvere in maniera differente, in due intensissimi minuti accompagnati dall'evocativa Dream On degli Aerosmith, mai così bella e adatta all'atmosfera. Vi assicuro che, di fronte ad una simile conclusione, il resto del film, per quanto pregevole (soprattutto per ciò che riguarda le scenografie claustrofobiche ed oscure, il make up dei vari clown e la coraggiosa bellezza naturale di Meg Foster), scompare. Quel che ancora non è scomparso, dopo quasi una settimana dalla visione di 31, è l'ammirazione spropositata per l'attore Richard Brake il quale, come ho scritto su Facebook appena finito il film, sarebbe in grado di cancellare con uno sputacchio sanguinoso le interpretazioni di Jared Leto e Heath Ledger per diventare il Joker migliore di sempre, possibilmente accompagnato da una Harley Quinn interpretata da Sheri Moon Zombie. Dolce Sheri, poi dovrai spiegarmi come diamine fai, all'età di quasi 50 anni, ad essere ancora così gnocca, secca e sexy al punto che tuo marito non riesce a staccarti la cinepresa di dosso né a smettere di vantarsi inguainandoti dentro quella robetta che poco lascia all'immaginazione ma, se il risultato è quello di spingerlo a girare film come 31, accetto con filosofia la cosa e più non dimando!


Del regista e sceneggiatore Rob Zombie ho già parlato QUI. Sheri Moon Zombie (Charly), Jeff Daniel Phillips (Roscoe Pepper), Meg Foster (Venus Virgo), Malcom McDowell (Father Murder), Judy Geeson (Sister Dragon) e Richard Brake (Doom-Head) li trovate invece ai rispettivi link.

Lew Temple interpreta Psycho-Head. Americano, ha partecipato a film come La casa del diavolo, Non aprite quella porta: l'inizio, Déjà Vu, Halloween: The Beginning, The Lone Ranger e a serie come Walker Texas Ranger, CSI: Miami, Criminal Minds e The Walking Dead. Ha 49 anni e quattordici film in uscita.


Se 31 vi fosse piaciuto recuperate i già citati La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. ENJOY!

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