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martedì 25 giugno 2024

Inside Out 2 (2024)

Il giorno stesso dell'uscita mi sono fiondata al cinema per vedere Inside Out 2, diretto e co-sceneggiato dalla regista Kelsey Mann.


Trama: Riley è arrivata a 13 anni aiutata dalle sue emozioni, ma con l'arrivo della pubertà la sua testa si riempirà di nuovi, inquietanti elementi...


Inside Out
mi aveva rapito il cuore e la mente, e ancora oggi ritengo sia uno dei più bei film Pixar mai realizzati. Avevo un mix di aspettative e timori all'idea di un seguito, ma ho deciso comunque di dargli fiducia, perché mi interessava sapere come sarebbe cresciuta Riley. Introdotto da una bella botta di nostalgia, nella forma dello storico score di Michael Giacchino (che ovviamente mi ha spinta alle lacrime quando il film non era neppure ancora cominciato), Inside Out 2 inizia due anni dopo la fine del primo e ci mostra delle emozioni solide ed equilibrate, che lavorano in perfetta sintonia per fare di Riley un gioiellino di ragazza. "Io sono una brava persona" è il nucleo della personalità della protagonista, un nucleo che Gioia e gli altri cercano di preservare con tutte le forze, eliminando e nascondendo tutto ciò che potrebbe intaccarlo; le emozioni "base" non hanno, però, fatto i conti con la pubertà, che introduce altri destabilizzanti colleghi all'interno della mente di Riley. Invidia, Imbarazzo, Ennui e, soprattutto, la terribile Ansia, scuotono dalle fondamenta la semplice e dolce ragazzina, proprio nel momento di transizione tra scuole medie e liceo, quando un breve campo estivo di hockey diventa il fondamentale crocevia per determinare il futuro successo. In maniera non dissimile dal primo Inside Out (di cui ricalca anche la struttura narrativa e una serie di situazioni) anche il secondo capitolo contiene un importante monito a non ignorare né le emozioni né le esperienze negative, perché contribuiscono ad alimentare la complessità e la conseguente ricchezza del nostro carattere, facendoci crescere come persone, per quanto imperfette. L'esperienza evita che le emozioni ci governino e ci permette di controllarle e richiamarle secondo la nostra volontà, salvo inevitabili ricadute in momenti particolarmente stressanti o emotivamente soverchianti, com'è comprensibile per un individuo equilibrato. Nel suo percorso di crescita, l'adolescente Riley si riconferma così un personaggio col quale è facile empatizzare e in cui ci si può riconoscere, e lo stesso vale per Gioia, Tristezza e tutti i loro compagni, che crescono ed evolvono assieme alla loro "umana".


Forse perché l'Ansia è una mia costante esistenziale, mi sono riconosciuta parecchio in quel tarlo insinuante che parla senza sosta, non richiesto, scodellando una serie infinita di scenari mentali da incubo, e ho trovato la rappresentazione del passaggio tra infanzia e adolescenza molto realistica. A parer mio i realizzatori sono riusciti a renderlo molto angosciante, in virtù delle scelte sbagliate intraprese da Riley e per la visione da incubo di un nucleo positivo sempre meno luminoso; i richiami alla morte "figurata" e alla depressione sono palesi, inoltre ho apprezzato tantissimo la rappresentazione di un attacco di panico in piena regola, di quel momento in cui il cervello si blocca in una frenesia terrorizzata e senza via d'uscita. In generale, Inside Out 2 mi è sembrato ancora più dolceamaro del primo e alcune prese di coscienza, sia della protagonista che delle sue emozioni, mi hanno commossa parecchio. Per quanto riguarda la realizzazione, Inside Out 2 è bello quanto il suo predecessore. L'interazione tra mondo reale e mentale non presenta sbavature ed è molto emozionante, soprattutto è bello vedere l'evoluzione dei coloratissimi luoghi introdotti nel 2015, con interessanti aggiunte alla mente di Riley, funzionali alla sua crescita; l'idea di inserire una sorta di lago da cui si dipanano tutte le "ramificazioni" delle esperienze della protagonista è vincente, e si traduce in una miriade di splendide immagini. Passando ad argomenti più faceti, da appassionata (giuro) di La casa di Topolino, ho adorato, tra le tante parodie presenti all'interno del film, la presenza di un simil-Toodles che mi ha fatta piegare dalle risate in più di un'occasione, un colpo di genio forse un po' autoreferenziale, ma comunque sempre un colpo di genio. Anche il character design delle nuove emozioni è assai intelligente, con l'apice di preferenza personale raggiunto con Ennui, talmente molla e scazzata dalla vita da avere un modo tutto suo di muoversi senza spendere troppe, inutili, energie (viceversa, Invidia non mi ha detto nulla, e più che un vergognoso peccato capitale mi è sembrato il comprensibile, per quanto disperato e spesso sbagliato, desiderio di conformarsi a persone che si ammirano). Dopo il deludente Lightyear, nonostante non fosse sequel ma spin-off, la Pixar si è rimessa sul giusto cammino e ammetto di non vedere l'ora che esca un terzo capitolo di Inside Out che faccia luce sul terrificante mondo degli adulti!  


Di Maya Hawke (Ansia), Tony Hale (Rabbia), Diane Lane (Mamma), Kyle MacLachlan (Papà), Paul Walter Hauser (Imbarazzo), Frank Oz (Dave il poliziotto), Pete Docter (Rabbia di papà) e Flea (Jake) ho già parlato ai rispettivi link.

Kelsey Mann è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio e prima ha lavorato principalmente come storyboarder. E' anche animatore e doppiatore.


La doppiatrice originale di Ennui è Adèle Exarchopoulos, la protagonista di Vita di Adèle, mentre in Italia il personaggio è stato affidato a Deva Cassel, la splendida figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel. Se Inside Out 2 vi fosse piaciuto, recuperate Inside Out e Soul. ENJOY! 


mercoledì 25 gennaio 2023

Babylon (2022)

Invogliata da un trailer favoloso, domenica sono corsa al cinema a vedere Babylon, diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Damien Chazelle. Con oggi comincia ufficialmente la Road to the Oscar, visto che Babylon è candidato a tre statuette (Miglior Scenografia, Colonna Sonora e Costumi).


Trama: nella Hollywood di fine anni '20, grandi star e semplici mestieranti devono fare i conti con una nuova era inaugurata dall'avvento del sonoro...


Dopo l'esordio strepitoso con Whiplash avevo un po' litigato con Chazelle. Il suo La La Land, osannato da chiunque, mi aveva lasciata abbastanza tiepida nonostante l'indubbia bellezza formale, mentre di First Man non ricordo nemmeno un fotogramma. Ciò nonostante, il trailer di Babylon, dal montaggio forsennato e accompagnato da una splendida colonna sonora, mi ha attirata fin dalla prima volta che l'ho visto e lo stesso vale per il cast all star che si è piano piano svelato agli occhi dei futuri spettatori. A dimostrazione di quante speranze riponessi in Babylon, non mi sono fatta sviare né dalle stroncature praticamente unanimi di critica e pubblico, né dalla durata elefantiaca della pellicola e, a posteriori, devo dire che sono strafelice di essermelo goduto al cinema (l'unica pecca, come sempre, doppiaggio e adattamento, ma che cosa ci posso fare se a Savona è già un lusso che i film escano?) perché Babylon è diventata la mia prima folgorazione per questo 2023. Ovviamente, capisco perché possa non piacere, e per questo chiedo scusa ai miei due compagni di visione, che verranno testé tirati in ballo: nonostante entrambi abbiano dichiarato di essersi divertiti e abbiano apprezzato molti aspetti del film, il Bolluomo lo ha definito una pellicola "riservata" agli addetti ai lavori, a gente che ama il cinema e ne conosce un po' la storia, la nostra compare invece non ha saputo bene come prenderlo, in quanto troppo strano e sbilanciato nei toni della commedia o della tragedia. In effetti, Babylon è un film sul cinema, scritto e diretto da un autore che il cinema lo ama e lo vive, e tratta un periodo storico ben preciso con riferimenti a fatti ben noti e persone realmente esistite. Le vicende narrate nascono non solo dall'avvento del sonoro, che aveva fatto piazza pulita di molte star del cinema muto (inadeguate per via di una voce inadatta, in totale contrasto con l'aspetto fisico, come nel caso di John Gilbert, che ha ispirato il personaggio di Jack Conrad), ma anche dal ben più "castrante" avvento del Codice Hayes, un compendio di regole severissime atte non solo a regolare regie e sceneggiature (soprattutto per quanto riguardava sesso e violenza ma si andavano a toccare anche mille questioni morali e di "decoro", così che nulla potesse anche solo indurre in tentazione lo spettatore), ma anche la vita degli attori fuori dal set dopo anni di eccessi che il folgorante inizio di Babylon, uno schizofrenico mix di piani sequenza e raccordi di montaggio ad hoc, sbatte in faccia allo spettatore tenendo perfettamente fede al titolo. Hollywood come una Babilonia delirante fatta di orge e morti accidentali, sacrificati all'altare dello spettacolo o del piacere, completamente priva dell'aura di magia che ogni film acquista agli occhi dello spettatore facendolo sognare eppure, lo stesso, affascinante, glamour e desiderabile, come se ogni cosa orribile o scatologica facesse comunque parte dello spettacolo e, dunque, non potesse fare troppo male perché "finta". 


Passando alla critica mossa dalla mia compare, Babylon è certamente un film strano ed atipico ma, a mio avviso, rispecchia in pieno la mancanza di regole dell'epoca del muto nel momento in cui i toni della commedia grottesca la fanno da padrone, perché nella prima parte i protagonisti sono o troppo innocenti o troppo addentro agli ingranaggi del sistema per poter anche solo pensare di offrire il fianco alla disperazione (sempre presente nelle vite dei quattro personaggi principali, basti pensare alla madre di Nelly, alla famiglia perduta di Manny, al razzismo subito da Sidney, ai mille vizi e follie di Jack); con l'arrivo dei grandi cambiamenti nell'industria cinematografica muta anche il tono del film, che diventa sempre più malinconico e tragico, più lento, se vogliamo, perché "il tempo passa quando ci si diverte", ma quando cominciano i problemi inizia a pesare come piombo. La struttura di Babylon, in questo, somiglia molto a quella di capolavori Scorsesiani come Quei bravi ragazzi, Casinò o The Wolf of Wall Street, dove lo spettatore subisce il "fascino dello schifo" e viene talmente distratto dall'abbondanza di dettagli da arrivare a parteggiare persino per personaggi deprecabili e autodistruttivi come Jack o Nelly, la cui vita fatta di eccessi corre, inesorabilmente, incontro al destino di chi non è in grado di gestirsi e, soprattutto nel caso di Nelly, rovina l'esistenza di chiunque abbia la (s)fortuna di incontrarli. Anche in questo caso, giusto per continuare il parallelo con Scorsese, ci sono personaggi con un piede appena fuori dall'illusoria bellezza di Hollywood che fungono da occhio esterno pur non essendo totalmente estranei all'influsso della "Babilonia" e anche il loro destino (abbandonare il carro dei vincitori con la dignità ancora intatta o venire buttati giù a calci perché ancora non sono riusciti a capire le regole del gioco) dipende dal grado di coinvolgimento o di distacco coi quali si rapportano alla sirena del successo; in particolare, l'occhio dello spettatore viene rappresentato da quello di Manny che, in un cerchio (im)perfetto, parte come sognatore appassionato di film, si spoglia di ogni illusione nel momento in cui diventa parte integrante del business, e torna a sognare dopo anni di rifiuto quando si rende conto che, nonostante tutte le delusioni e le esperienze negative, il Cinema è una magia che si rinnova in eterno. 


In tal senso, l'unica critica vera che posso muovere a Chazelle è, forse, l'eccessiva indulgenza nei confronti dell'industria cinematografica. Nonostante venga spesso sottolineato l'orrore nascosto dietro la patina luccicante, il regista e sceneggiatore si mostra anche troppo innamorato dei suoi personaggi e li ammanta di un'aura malinconica e poetica, rendendoli rappresentanti di "bei tempi che non torneranno più" quando, razionalmente, sia Nelly che Jack hanno ben pochi aspetti positivi, salvo l'essere delle vivaci schegge impazzite che vanno contro ogni convenzione. Eppure, magia del cinema o di attori talmente in parte da essere perfetti (sì, Brad Pitt sembra quasi il doppelganger di Di Caprio in C'era una volta... Hollywood ma è comunque intensissimo, la Robbie, con quel vestitino rosso che può portare solo lei, è una dea scesa in terra a prescindere da quanto sia sfatta, il semi-esordiente Diego Calva si porta a casa un primo piano finale da applausi e un'interpretazione degna di un veterano, Jovan Adepo fa una tenerezza infinita e persino Flea è bello, ma mai quanto un P.J. Byrne che vorrei al lavoro ad urlare e bestemmiare ogni volta che qualcuno scazza), quando il film si è avviato verso la sua china tragica e triste non ho potuto fare altro che emozionarmi e piangere, passando attraverso quell'unico momento di ansia e disgusto vero che mi ha fatto pensare a un Chazelle come possibile regista horror e mi ha scosso i nervi più di quanto credessi possibile, alla faccia della bellezza barocca e della grandeur di tutto il resto di Babylon. Il film, per inciso, conferma la bravura di Chazelle come regista, sempre più a suo agio dietro la macchina da presa, con riprese ed inquadrature che annullano ogni confine tra finzione e realtà e si fanno metacinema di alto livello, fonte di interesse per gli spettatori curiosi, affiancate ad altre quasi oniriche, Felliniane, per non parlare di quel finale che sembra quasi un testamento, più che un atto d'amore. E siccome le citazioni e i rimandi non bastano mai, Chazelle omaggia se stesso con la colonna sonora jazzissima del fido Justin Hurwitz, che in qualche modo rievoca quella di La La Land soprattutto nel pezzo strappacuore intitolato Manny and Nellie's Theme (ripresa di Call Me Manny), riproposto più volte a mo' di leitmotiv, il mio preferito assieme a quella splendida Voodoo Mama che si sente già nei trailer. Mi rendo conto di avere scritto un post lungo, raffazzonato e pesante come un macigno, quindi mi taccio e vi dico l'unica cosa importante, ovvero "correte a vedere Babylon", ovviamente al cinema, perché val la pena di passare tre ore (che sembrano una) in quel magico luogo che, da sempre, veicola mille emozioni!


Del regista e sceneggiatore Damien Chazelle ho già parlato QUI. Margot Robbie (Nelly La Roy), Flea (Bob Levine), Brad Pitt (Jack Conrad), Olivia Wilde (Ina Conrad), Joe Dallesandro (Charlie/Fotografo), Lukas Haas (George Munn), Patrik Fugit (Agente Elwood), Eric Roberts (Robert Roy), P.J. Byrne (Max), Max Minghella (Irving Thalberg), Samara Weaving (Costance Moore), Katherine Waterston (Estelle), Ethan Suplee (Wilson), Tobey Maguire (James McKay) e Spike Jonze (Otto) li trovate invece ai rispettivi link.

Jovan Adepo interpreta Sidney Palmer. Inglese, ha partecipato a film come Barriere, Madre!, Overlord e a serie quali L'ombra dello scorpione. Ha 35 anni e un film in uscita. 


Jean Smart, che interpreta Elinor St. John, era la Melanie della serie Legion mentre del carismatico Diego Calva, che interpreta Manny ed è stato persino nominato al Globe, non ho mai visto nulla. Tra gli altri attori più o meno conosciuti segnalo Kaia Gerber (già nel cast di American Horror Story/Stories, qui interpreta un'attricetta), Li Jun Li (la Rose della serie L'esorcista, qui nei panni di Lady Fay Zhu) e Olivia Hamilton (interpreta Ruth Adler e, oltre ad essere la moglie di Chazelle, ha partecipato a La La Land e First Man). Emma Stone era stata scelta per il ruolo principale quando il film doveva essere una sorta di biografia della diva del muto Clara Bow ma ha dovuto rinunciare a causa dei ritardi della produzione e, quando è stata ingaggiata Margot Robbie, il suo personaggio si è distaccato maggiormente dalla fonte di ispirazione iniziale. Se Babylon vi fosse piaciuto recuperate C'era una volta a... Hollywood, La La Land, Viale del tramonto e Cantando sotto la pioggia. ENJOY!


martedì 17 marzo 2020

Queen & Slim (2019)

Chi lo aveva visto al Torino Film Festival ne aveva detto meraviglie, io purtroppo non ero riuscita a vederlo allora ma l'ho recuperato adesso. Sto parlando di Queen & Slim, diretto nel 2019 dalla regista Melina Matsoukas.


Trama: un ragazzo e una ragazza di colore, alla fine di un primo appuntamento disastroso, vengono fermati da un poliziotto per un banale controllo di routine e lo uccidono. Da quel momento i due si ritrovano in fuga...


"Un ragazzo incontra una ragazza. Sono entrambi fuoco, incendiano la stanza". Capita, se i due ragazzi sono di colore e la stanza è l'America. Capita anche se, all'inizio, questi due ragazzi non sono fuoco, quanto piuttosto olio ed acqua: non si capiscono, non si piacciono granché, vengono da due mondi che più diversi non si può. Lui, Slim, è uno sfigatello coccolato dalla famiglia, dai sogni semplici e dal cuore buono. Lei, Queen, apparentemente regina lo è davvero, in quanto è un avvocato di colore e guarda Slim dall'alto in basso. Eppure, la prima scintilla scocca quando i due vengono fermati da un poliziotto e, per una nefasta serie di eventi facenti capo alla stupidità di quest'ultimo, lo uccidono. Da lì comincia una fuga disperata per le strade d'America, una fuga in cui soprattutto Queen rivela di non essere la stronza superiore e distaccata che voleva far credere; donna complessa, dal passato difficile e dall'animo deturpato da mille cicatrici, in lei ci sono una durezza e una disillusione tali da isolarla dal resto del mondo e, allo stesso tempo, da farglielo comprendere in tutte le sue brutture. Però anche Slim non è un semplice babbeo felice. In lui albergano una tristezza infinita ma anche una forza inaspettata, una forza legata a ideali come la famiglia e la religione, alla capacità di tenere comunque i piedi per terra. I due impareranno a rispettarsi, a capirsi, persino ad innamorarsi a un certo punto, ma come accade nei migliori road movie non è l'arrivo il punto importante (anche perché Queen & Slim non è un film d'amore) quanto piuttosto il percorso fatto per arrivarci, un percorso che non si limita ai due protagonisti e che arriva a toccare le diverse realtà di un America dove i neri sono ancora una minoranza in difficoltà. Una scintilla, appunto, che segue la scia di benzina che i due si lasciano dietro, scatenando spesso degli incendi e, talvolta, anche delle deflagrazioni, in un'America razzista che ha un disperato bisogno di (anti)eroi.


Queen & Slim è un film bellissimo, come lo sono i suoi due protagonisti. Icone loro malgrado, Daniel Kaluyya e Jodie-Turner Smith interpretano i ruoli dei due fuggitivi con una sensibilità incredibile, regalando allo spettatore momenti memorabili di infinita, malinconica dolcezza; penso alla sequenza della sala da ballo, in cui la fuga ha cominciato ad avvicinarli ma ancora con qualche diffidenza, laddove la paura di vedere finire la propria vita dietro le sbarre si mescola al profumo di libertà e, forse, anche di felicità, ma ci sono mille altre sequenze di gioia dolceamara, all'interno delle quali sono sguardi, gesti e non parole a farci percepire vivi i personaggi più di qualunque dialogo. Melina Matsoukas, invece, è una regista sorprendente e tutta da scoprire; a vedere Queen & Slim, non si direbbe che la signora ha diretto solo videoclip nella sua carriera, perché riesce a tenere le fila di una pellicola molto lunga e sfaccettata senza una sola caduta di stile, un'inquadratura sbagliata, una sequenza che non sia assolutamente necessaria a completare l'insieme del bellissimo affresco realizzato. Persino momenti retorici incarnati in pugni alzati o concessioni al melodramma, soprattutto sul finale, sono note indispensabili di una sinfonia che compone uno dei film più belli ed interessanti dell'anno, che spero vivamente possa venire riproposto nei cinema quando questa maledetta crisi da coronavirus sarà passata. Già l'industria cinematografica sta soffrendo, privare gli spettatori di un film come Queen & Slim sarebbe veramente un peccato.


Di Daniel Kaluuya (Slim), Chloe Sevigny (Mrs. Shepherd) e Flea (Mr. Shepherd) ho parlato ai rispettivi link.

Melina Matsoukas è la regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Americana, anche produttrice, ha 39 anni.


Jodie-Turner Smith, che interpreta Queen, aveva già partecipato a The Neon Demon. ENJOY!

mercoledì 20 marzo 2019

Boy Erased - Vite cancellate (2018)

Conquistata fin dal trailer, questa settimana sono corsa a guardare anche Boy Erased - Vite cancellate (Boy Erased), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Joel Edgerton a partire dall'autobiografia omonima di Garrard Conley.


Trama: il giovane Jared, figlio di un pastore, scopre al college di essere gay. Il padre decide quindi di mandarlo in una struttura "correttiva".


Già non dev'essere facile nascere gay e scoprire, quando cominciano ad affacciarsi le prime pulsioni sessuali, di non essere come gli altri si aspettano, ovvero pronto a vivere una "sana" vita di coppia eterosessuale e sfornare tanti bei pargoletti; non oso immaginare cosa debba essere nascere gay in una famiglia estremamente religiosa, che considera l'omosessualità una malattia al pari di una polmonite, un "incidente di percorso" da correggere con l'aiuto di Dio. Non posso (e non voglio) nemmeno cominciare a riflettere sul perché simili cretinate antiscientifiche ed incredibilmente bigotte si siano diffuse al punto da giustificare l'esistenza di centri correttivi apposta per gay, dove le persone vengono costrette a rinnegare se stesse attraverso discutibili percorsi fatti di preghiera e psicanalisi d'accatto, atti ad individuare i motivi esterni che hanno fatto nascere questo "peccato" così da riuscire a liberarsene il prima possibile. Il problema, come sottolinea Garrard Conley che in uno di questi centri c'è stato davvero, è che i ragazzi e le ragazze omosessuali non vengono mandati lì per cattiveria ma probabilmente perché le famiglie sono sinceramente convinte di fare il loro bene e, spesso, non conoscono l'inevitabile incompetenza di chi gestisce queste strutture, magari anche loro animati da buone intenzioni ma comunque capre ignoranti poco meno superstiziose di chi uccide i gatti neri perché portano sfortuna; il risultato di queste "cure", alla fine di un percorso fatto di umiliazione e vergogna quando va bene, rischia tra l'altro di non essere quello sperato dai familiari, poiché giustamente per evitare di vivere in quelle condizioni un istante di più, il paziente decide di mentire a se stesso e agli altri, pronto ad affrontare una vita in perenne clandestinità emotiva, frustrante e triste. Insomma, un incubo. Un incubo legalizzato che Joel Edgerton ha scelto di portare sullo schermo in questo dramma misurato e dai toni delicati ma comunque ben difficile da digerire, all'interno del quale il protagonista, Jared, viene costretto dapprima a prendere dolorosamente coscienza della sua omosessualità, poi della chiusura mentale dei suoi genitori, tanto amorevoli quanto orribilmente bigotti.


Quello che mi ha colpita più di tutto guardando Boy Erased, al di là dell'ovvia condanna di questo tipo di centri, fortemente connotati in maniera negativa con tanto di "villain", è il modo dolceamaro in cui viene descritta la presa di coscienza di Jared, senza storie d'amore esaltanti o relazioni osteggiate dai genitori. Il cammino di Jared verso il coming out è qualcosa di intimo e dolorosamente solitario, fatto di due esperienze segnanti sia in positivo che in negativo e vissute nella solitudine di un college, lontano dagli amici e dalla famiglia; la prima violenza, accolta con terrore dopo mesi di pulsioni segrete e di speranze e la difficoltà a fidarsi nuovamente di chi è omosessuale, si rispecchiano nell'atteggiamento schivo e allo stesso tempo speranzoso di Jared, interpretato alla perfezione da un Lucas Hedges espressivo e dimesso, un ragazzo che minaccia di essere cancellato e di diventare un manichino, un semplice burattino da riempire con le aspettative dei genitori. Due grandi attori come Nicole Kidman e Russell Crowe si limitano, in questo caso, a fare da spalla, sostenendo l'interpretazione di Hedges e in un paio di casi arricchendola, rendendola ancora più emozionante, come nel confronto finale tra padre e figlio o nel momento in cui mamma Nancy si rende conto di cosa si nasconda davvero dietro il centro correzionale ("Shame on you. Shame on you. And shame on me, too"). Joel Edgerton, che come attore ha iniziato a non piacermi proprio, mette al servizio di questa storia personale la sua natura "stundaia" e delicata, creando così un film che non fa urlare al miracolo per quanto riguarda la regia o la sceneggiatura e tuttavia centra l'obiettivo che si era prefissato, preferendo concentrarsi sulla sostanza più che sull'apparenza, dando modo allo spettatore di riflettere e ragionare su una piaga sociale realmente esistente, senza farsi trasportare troppo dagli inevitabili sentimenti. Che sul finale arrivano a colpire duro, a mo' di ginocchiata, ma perlomeno sono sentimenti sinceri, in quanto non si può proprio accusare Boy Erased di essere ruffiano e lacrimevole. In sostanza, un gran bel film, consigliato, magari per aprire un po' gli occhi sulla sofferenza di chi spesso viene considerato "frivolo" e malato o forse solo capriccioso.


Del regista e co-sceneggiatore Joel Edgerton, che interpreta anche Victor Sykes, ho già parlato QUI. Lucas Hedges (Jared Eamons), Nicole Kidman (Nancy Eamons) e Russell Crowe (Marshall Eamons) li trovate invece ai rispettivi link.

Xavier Dolan interpreta Jon. Canadese, soprattutto conosciuto come regista, ha partecipato a film come Martyrs e 7 sconosciuti a El Royale. Anche sceneggiatore, produttore, costumista, compositore, ha 30 anni e due film in uscita tra i quali It: Capitolo 2, dove interpreterà nientemeno che Adrian Mellon.


Flea (vero nome Michael Peter Balzary) interpreta Brandon. Australiano, storico bassista dei Red Hot Chili Peppers, lo ricordo per film come I ragazzi della 56ª strada, Ritorno al futuro - Parte II, Ritorno al futuro - Parte III, Belli e dannati, Il grande Lebowski, Paura e delirio a Las Vegas, Psycho e Baby Driver - Il genio della fuga; come doppiatore, ha lavorato ne I Simpson, American Dad!, I Griffin e Inside Out. Anche sceneggiatore e produttore ha 57 anni.


Se Boy Erased vi fosse piaciuto cercate di recuperare il recente La diseducazione di Cameron Post, che tratta le stesse tematiche. ENJOY!

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