Senza aspettarmi nulla di che, solo un po' di divertimento scemo, domenica sono andata a vedere Fantasy Island, diretto e co-sceneggiato dal regista Jeff Wadlow.
Trama: un gruppo di persone viene invitato su Fantasy Island, un luogo dove i sogni diventano realtà... e rischiano di trasformarsi in incubi!
Fantasy Island, in italiano Fantasilandia, è un telefilm americano andato in onda tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80, e di esso non ricordo quasi nulla salvo la faccia del nano Tattoo. Un po' come successo con The Banana Splits Movie non sono dunque cresciuta nel mito di questi due programmi televisivi e la loro trasformazione in thriller-horror non mi ha rovinato l'infanzia né creato chissà quali aspettative. Diciamo che sono andata al cinema perché il trailer mi ha intrigata, Michael Peña ha la faccetta simpatica, produce Jason Blum e in generale non mi perdo un horror al cinema (se esce a Savona), lo sapete; l'unica pecca era la firma Jeff Wadlow, che Obbligo o verità non mi era piaciuto per nulla, men che meno Kick-Ass 2, ma forse per quello sono entrata in sala senza aspettarmi nulla e proprio per questo motivo mi sono inaspettatamente divertita. Certo, il target del film è chiaro fin dall'inizio, il rating è PG-13 e ciò significa che Fantasy Island è vagamente spaventevole a tratti ed è assolutamente privo di gore (un paio di episodi violenti avvengono direttamente fuori campo e anche la figura più spaventosa di tutte, quella del mad doctor, viene trattenuta a dismisura), a differenza di The Banana Splits Movie che vantava invece una bella R, quindi come horror è molto blando, più assimilabile a un thriller con venature fantastiche, la cui trama prende almeno un paio di direzioni diverse senza troppe sbavature e facendo quadrare tutto sul finale. Il concept della serie originale, quello dell'isola in cui i sogni diventano realtà, acquista una connotazione sovrannaturale dal momento in cui il luogo viene dotato di poteri reali (mi sembra di ricordare che nella serie non ci fosse nulla di simile) e, poiché questi poteri scavano nell'animo degli ospiti scovando i loro più reconditi desideri, ecco che le esperienze di chi richiede di vivere un sogno diventano ancora più imprevedibili, soprattutto quando queste ultime arrivano, inevitabilmente, ad incrociarsi.
Andare più nello specifico, per quel che riguarda la trama, sarebbe un delitto perché un paio di colpi di scena ben orchestrati ci sono, al di là dei momenti in cui i sogni vanno in vacca e si trasformano in incubi, con alcune sequenze meglio realizzate di altre; per esempio, ho molto apprezzato lo stile "Hangover" della fantasia dei due assurdi fratelli, così come la versione "Hostel" di quella della fanciulla bullizzata da ragazzina, mentre sono molto meno efficaci quelle degli altri due personaggi (soprattutto la fantasia "militare"), per quanto entrambe funzionali al proseguimento del film, soprattutto una. I protagonisti in sé sono, in buona parte, simpatici al punto da creare un interesse dello spettatore nei confronti delle loro eventuali sorti e, se è vero che le motivazioni di qualcuno sono oltre il risibile e si condensano in un discreto WTF che rischierebbe di inficiare la qualità dell'intera operazione, è anche vero che Wadlow, stavolta, danza in punta di piedi proprio attorno a questo WTF, in maniera così sfacciata che volergli male è impossibile. Molto ma molto apprezzabile anche la quasi totale mancanza di schifezzuole semoventi realizzate in CGI o di jump scare, nonché la scelta felice di realizzare più un thriller "d'ambiente", in buona parte girato sotto la luce del sole e all'interno di un'isola paradisiaca oppure all'interno di evocative caverne, piuttosto che un'opera totalmente aderente ai canoni dell'horror commerciale moderno. Aggiungo che anche il cast non è male (Lucy Hale mi ha convinta più qui che in Obbligo o verità), peccato per un Michael Rooker un po' sottotono, in un ruolo che avrebbe potuto coprire qualunque caratterista mediamente conosciuto; onestamente, gli ho preferito Kim Coates, che compare poco ma si fa ricordare per la sua ironica follia. Con questo chiudo, consigliandovi Fantasy Island per una piacevole serata a cervello disinserito!
Del regista e co-sceneggiatore Jeff Wadlow ho già parlato QUI. Lucy Hale (Melanie), Maggie Q (Elena), Michael Peña (Mr. Roarke), Kim Coates (Diavolo), Michael Rooker (Morgan) e Austin Stowell (Randall) li trovate invece ai rispettivi link.
Portia Doubleday interpreta Sonja. Americana, ha partecipato a film come Lo sguardo di Satana - Carrie e Lei. Anche produttrice, ha 32 anni.
Ryan Hansen interpreta Bradley. Americano, ha partecipato a film come Venerdì 13, Veronica Mars - il film, Jem e le Holograms e a serie quali Ally McBeal, Hunter, Raven, Santa Clarita Diet, 2 Broke Girls e Veronica Mars; come doppiatore ha lavorato in American Dad!. Anche produttore, ha 39 anni e un film in uscita.
Parisa Fitz-Henley, che interpreta Julia, era la moglie di Luke Cage nella serie Netflix a lui dedicata e in Jessica Jones. Quanto a chi non ce l'ha fatta, abbiamo avuto ENORMI perdite. La parte di Roarke era infatti stata offerta a Nicolas Cage che ha rifiutato (forse perché il ruolo non prevedeva la consueta dose di Cageitudine) mentre Dave Bautista non è riuscito a partecipare per impegni pregressi. Se Fantasy Island vi fosse piaciuto recuperate Obbligo o verità, Escape Room e magari anche Quella casa nel bosco, che è sempre meglio riguardare. ENJOY!
martedì 18 febbraio 2020
domenica 16 febbraio 2020
Dov'è il mio corpo? (2019)
Al momento della stesura del post la premiazione degli Oscar non si sarà ancora tenuta, quindi chissà se Dov'è il mio corpo? (J'ai perdu mon corps), diretto e co-sceneggiato dal regista Jérémy Clapin a partire dal romanzo Happy Hand di Guillaume Laurant, avrà vinto la statuetta per il Miglior Lungometraggio Animato.
Trama: mentre una mano mozzata fugge dall'obitorio intenzionata a riunirsi al suo proprietario, il giovane Naoufel si innamora di una ragazza e cerca di cambiare vita.
Se qualcuno mi avesse detto "Studio Xilam" e "Marc Du Pontavice" non avrei aspettato tanto a recuperare Dov'è il mio corpo?, mannaggia a tutti. Quei due nomi magari a voi non diranno nulla ma trattasi dello studio e del produttore grazie ai quali esistono capolavori animati come Oggy and the Cockroaches, Zig & Sharko, I Dalton e altre simili amenità, garanzia dunque di un'animazione mai banale. Certo, le serie che ho nominato hanno come filo conduttore l'umorismo, cosa di cui Dov'è il mio corpo? è decisamente privo, saturo com'è di un'atmosfera malinconica e a tratti molto inquietante. Dov'è il mio corpo? è infatti la triste storia di una mano separata dal suo proprietario, costretta ad affrontare i mille pericoli della metropoli francese e i flashback di un passato felice bruscamente troncato, ma è anche la storia di Naoufel, ragazzo che pensava di avere davanti un futuro radioso e si è ritrovato intrappolato in un'esistenza insoddisfacente, precipitando dalle stelle di una famiglia agiata alle stalle dei sobborghi parigini, dove immigrazione fa rima con disagio, ignoranza e povertà. Come la storia della mano e quella di Naoufel sono collegate lo si arriva a scoprire solo guardando il film, strutturato come un intricato mosaico di eventi presenti e passati, sprazzi di coscienza, ricordi e sogni, senza un filo temporale lineare a scandire i due punti di vista che lo compongono. Una scelta simile tiene desta l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine e, soprattutto, crea empatia verso entrambi i personaggi, costretti (ognuno a modo suo) ad affrontare un'ordalia necessaria a lasciarsi alle spalle rimpianti e sensi di colpa, trovando il coraggio di andare avanti a dispetto delle terribili difficoltà e tornare ad essere integri. Il risultato è dunque un film sì "strano", ma anche molto toccante, imperniato su temi come la morte, la malattia, la quotidiana frustrazione di vivere un'esistenza ingrata, i piccoli sprazzi di bellezza e folle incoscienza che la rendono degna di essere vissuta, tematiche che rendono Dov'è il mio corpo? decisamente non adatto a un pubblico di bambini.
L'animazione di Dov'è il mio corpo? è "minimalista" e abbastanza realistica, cosa che solitamente non apprezzo molto ma che in questo caso è perfetta per raccontare questo tipo di storia (tra l'altro, una delle poche in cui determinati comportamenti da commedia romantica vengono giustamente rispediti al mittente perché inquietanti). Poiché il punto di vista della mano è importante, Jérémy Clapin confeziona delle sequenze animate che hanno poco da invidiare a un horror, sia per l'alto tasso di disgusto raggiunto da alcune di esse, sia per il modo in cui viene reso lo spaesamento di un'"appendice" che si ritrova ad essere mostro in un mondo popolato da creature divenute improvvisamente mostruose, così come Naoufel si ritrova ad essere reietto in un mondo popolato da persone per lui incomprensibili; al realismo del presente di Naoufel e al viaggio nel terrore della povera mano mozzata si accompagnano momenti di lirismo puro, fatti di disegni e colori morbidi, nostalgici, in grado di scatenare una tristezza infinita. Altro punto di forza di Dov'è il mio corpo? è la colonna sonora. I suoni elettronici del compositore Dan Levy sono perfetti per la storia raccontata nel film, perché sono allo stesso tempo strani, particolari come ben si confà all'idea di una mano mozzata che scorazza per Parigi, ma anche molto simili all'idea di un caotico universo che potrebbe agitarsi nella testa di un ragazzo che non sa bene cosa fare della sua vita, tra picchi stridenti e melodie più dolci (ai quali si aggiungono pezzi più rap e rozzi che vengono ascoltati dall'odioso cugino di Naoufel, ottimi per contestualizzare l'ambiente in cui è costretto a vivere il protagonista, ben distante dal raffinato piano e dal violoncello della madre). Quando uscirà questo post i giochi saranno già fatti ma spero vivamente che Dov'è il mio corpo?, già vincitore del premio settimanale della critica a Cannes, possa vincere qualcosina, perché al momento tifo spudoratamente per il film di Clapin in alternativa a Missing Link.
Jérémy Clapin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto corti come Skhizein. Anche animatore e produttore, ha 46 anni.
Trama: mentre una mano mozzata fugge dall'obitorio intenzionata a riunirsi al suo proprietario, il giovane Naoufel si innamora di una ragazza e cerca di cambiare vita.
Se qualcuno mi avesse detto "Studio Xilam" e "Marc Du Pontavice" non avrei aspettato tanto a recuperare Dov'è il mio corpo?, mannaggia a tutti. Quei due nomi magari a voi non diranno nulla ma trattasi dello studio e del produttore grazie ai quali esistono capolavori animati come Oggy and the Cockroaches, Zig & Sharko, I Dalton e altre simili amenità, garanzia dunque di un'animazione mai banale. Certo, le serie che ho nominato hanno come filo conduttore l'umorismo, cosa di cui Dov'è il mio corpo? è decisamente privo, saturo com'è di un'atmosfera malinconica e a tratti molto inquietante. Dov'è il mio corpo? è infatti la triste storia di una mano separata dal suo proprietario, costretta ad affrontare i mille pericoli della metropoli francese e i flashback di un passato felice bruscamente troncato, ma è anche la storia di Naoufel, ragazzo che pensava di avere davanti un futuro radioso e si è ritrovato intrappolato in un'esistenza insoddisfacente, precipitando dalle stelle di una famiglia agiata alle stalle dei sobborghi parigini, dove immigrazione fa rima con disagio, ignoranza e povertà. Come la storia della mano e quella di Naoufel sono collegate lo si arriva a scoprire solo guardando il film, strutturato come un intricato mosaico di eventi presenti e passati, sprazzi di coscienza, ricordi e sogni, senza un filo temporale lineare a scandire i due punti di vista che lo compongono. Una scelta simile tiene desta l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine e, soprattutto, crea empatia verso entrambi i personaggi, costretti (ognuno a modo suo) ad affrontare un'ordalia necessaria a lasciarsi alle spalle rimpianti e sensi di colpa, trovando il coraggio di andare avanti a dispetto delle terribili difficoltà e tornare ad essere integri. Il risultato è dunque un film sì "strano", ma anche molto toccante, imperniato su temi come la morte, la malattia, la quotidiana frustrazione di vivere un'esistenza ingrata, i piccoli sprazzi di bellezza e folle incoscienza che la rendono degna di essere vissuta, tematiche che rendono Dov'è il mio corpo? decisamente non adatto a un pubblico di bambini.
L'animazione di Dov'è il mio corpo? è "minimalista" e abbastanza realistica, cosa che solitamente non apprezzo molto ma che in questo caso è perfetta per raccontare questo tipo di storia (tra l'altro, una delle poche in cui determinati comportamenti da commedia romantica vengono giustamente rispediti al mittente perché inquietanti). Poiché il punto di vista della mano è importante, Jérémy Clapin confeziona delle sequenze animate che hanno poco da invidiare a un horror, sia per l'alto tasso di disgusto raggiunto da alcune di esse, sia per il modo in cui viene reso lo spaesamento di un'"appendice" che si ritrova ad essere mostro in un mondo popolato da creature divenute improvvisamente mostruose, così come Naoufel si ritrova ad essere reietto in un mondo popolato da persone per lui incomprensibili; al realismo del presente di Naoufel e al viaggio nel terrore della povera mano mozzata si accompagnano momenti di lirismo puro, fatti di disegni e colori morbidi, nostalgici, in grado di scatenare una tristezza infinita. Altro punto di forza di Dov'è il mio corpo? è la colonna sonora. I suoni elettronici del compositore Dan Levy sono perfetti per la storia raccontata nel film, perché sono allo stesso tempo strani, particolari come ben si confà all'idea di una mano mozzata che scorazza per Parigi, ma anche molto simili all'idea di un caotico universo che potrebbe agitarsi nella testa di un ragazzo che non sa bene cosa fare della sua vita, tra picchi stridenti e melodie più dolci (ai quali si aggiungono pezzi più rap e rozzi che vengono ascoltati dall'odioso cugino di Naoufel, ottimi per contestualizzare l'ambiente in cui è costretto a vivere il protagonista, ben distante dal raffinato piano e dal violoncello della madre). Quando uscirà questo post i giochi saranno già fatti ma spero vivamente che Dov'è il mio corpo?, già vincitore del premio settimanale della critica a Cannes, possa vincere qualcosina, perché al momento tifo spudoratamente per il film di Clapin in alternativa a Missing Link.
Jérémy Clapin è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto corti come Skhizein. Anche animatore e produttore, ha 46 anni.
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venerdì 14 febbraio 2020
Ed's Corner: Beyond the image, journey through the hidden meaning of movies - Blue Velvet
L'appuntamento del mercoledì con le dissertazioni in inglese di Edoardo è stato traslato a venerdì per colpa di Harley Quinn ma la settimana prossima conto di farlo tornare al giorno stabilito. Intanto, godetevi l'esaustiva analisi di uno dei miei Lynch preferiti, Velluto blu. Se volete anche la mia opinione la trovate QUA (A proposito, presto tornerà anche l'On Demand, promesso). ENJOY!
David Lynch had already made three films before this masterpiece came out: Eraserhead, The Elephant Man and Dune, the first two great, the third still a good film but a little less great than the others, also due to some cut imposed by the distribution house.
The word masterpiece has not being used randomly here, this is a perfect film under every single aspect (direction, screenplay, photography, costumes, acting, soundtrack), a perverse dark thriller under which real weird lurks. Needless to say, if you haven’t seen it yet, stop reading because spoilers are about to come.
The film begins with a happy little song (Blue Velvet) over a succession of peaceful images of Lumberton town: a fence with some roses, a greeting firefighter, some children crossing the street, a man watering his garden.
Here we can feel the grotesque image the director wants to give to the viewer, the one of a “happy and good” place in an imaginary ideal world. From here we can feel something else too, something strange: David Lynch lets a certain anxiety shine from these first frames, using his own personal style, like he’s trying to tell us that what we’ve seen so far is not real, is part of an enchanted world, an imaginary fake world used to hide evil.
And suddenly evil comes: the man watering the garden gets sick and passes out, while the camera frames a group of cockroaches (or ants) underground, intent on eating something. This one is a topic many times seen in literature and cinematography, and it’s very dear to Lynch: comparing a macrocosm with a microcosm, going over the human little problems and feelings in order to give a better vision of the world.
The man is taken to the hospital and his son Jeffrey (Kyle MacLachlan) comes back to his hometown to take care of him.
The day following his arrival, once ascertained that his father can’t even get out of his room, the man goes out for a walk. On an abandoned field, he finds a human ear lying on the ground. He stares at it for a little and then takes it over at the local detective John Williams’s house. Here he meets his daughter Sandy (Laura Dern).
The girl tells him about her father’s investigations, lingering on a certain Dorothy Vallens (Isabella Rossellini), a woman who works as singer in a local nightclub. So Jeffrey, pushed by the curiosity, goes to her house, pretending to be a disinfestation guy. While he’s pretending to do his job, he steals her apartment key and then sees a strange guy that rings on her door and starts talking to her. He’s wearing a loud yellow jacket.
Here for the first time the viewer can see the development of a typical example of character that marks out David Lynch’s weird filmography, a filmography full of colourful characters, with bizarre behaviours and looks.
The next evening, Jeffrey and Sandy go to the nightclub where Dorothy performs, and they can admire her singing a song: Blue Velvet. At a certain point, in the middle of the show, they leave the club to go to her house. Once at the place only Jeffrey goes inside. Our singer though finishes her show before than usual, and finds the man inside her house, and forces him to play some pervert game under the threat of a knife. In the middle of some oral sex, suddenly Dorothy hears the doorbell ringing. Now the woman completely changes her attitude, and while panicking tells Jeffrey to go hiding inside the wardrobe. When she opens the door, another character makes his appearance on the scene: Frank (Dennis Hopper), a local criminal who first insults her, than wildly abuses and hits the woman. From Frank’s behaviour we can tell that the man is a psychopath, and was probably abused by his mother when he was young (his continuous naming the mother during coitus proves it). When Frank leaves, Jeffrey gets out of the wardrobe and, after trying to console the woman in vain, he leaves the flat too.
The next day the man talks to Sandy about what happened, spending some thoughts on the human nature and on criminals like Frank. The girl tells him of a strange and beautiful dream she had, where there were a lot of robins, that represent a hope for the human kind.
The day after, Jeffrey goes again to the nightclub, where Dorothy is singing the same song, and here he sees Frank in the middle of the crowd. So he starts thinking that there’s something between the two of them: probably the man is blackmailing her, and later in the film we’ll see that it’s true (he kidnapped her husband and son). During the next days Jeffrey starts spying on Frank, and at the same time on the Man in Yellow too, who often meets with a man with a moustache, the Elegant Man, probably his business partner. Now it’s clear that the three of them are partners in crime. In the meantime he starts a sexual and S&M relationship with Dorothy, who also shows some psychopath behaviours. One night, in the middle of a sexual intercourse, they get surprised by Frank and his henchmen, and get forced to go in a car, and taken at Ben’s, an effeminate man with some white makeup on his face.
Here after threatens, bizarre jokes made to scare them and odd singing performances, at a certain point they leave the house. They’re again all inside the car, with Frank that drives like crazy. After a while the man pull over on an abandoned field, takes Jeffrey out of the car, hits him till he passes out and leaves him there. When the man wakes up, still dizzy and confused, he goes back home then heads over to the police station. There he sees the Man in Yellow, and understands that he is a colleague of Sandy’s father: detective Tom Gordon.
So he informs the detective Williams, but this one seems to be already knowing everything, and tells him to stay away from the police investigations.
That same night Jeffrey and Sandy go to a party and confess their love for each other; this will bring to a car chase performed by her fiance and his friends. The fight gets avoided thanks to Dorothy showing in front of Sandy’s house, all naked and covered in wounds.
Watching the woman like that, Jeffrey, fearing the worst, goes to her house, followed by the police and the detective Williams. Once arrived, he finds the corpse of the woman’s husband, and the Man in Yellow in a state of unconsciousness, with a wound on his head. There’s nothing more Jeffrey can do now, so he leaves; but whilst he’s about to leave the house, he sees the Elegant Man (which turns out to be Frank in disguise) running upstairs. Jeffrey starts panicking, takes the Man in Yellow’s radio and screams to the police to hurry up; than hides inside the wardrobe. Despite the bad situation, with a clever trick, he finally kills Frank, shooting him in the head (epic scene).
The next day, the nightmare seems to be over, and we are back to that Eden seen at the beginning of the film: Jeffrey’s father has miraculously healed, Sandy and Jeffrey are happy together, a robin shows up at the window, and Dorothy can finally hug her beloved son again.
But there’s always the other face of the coin: the robin is eating a cockroach, which is wiggling.
That lovely Eden doesn’t exist. The reality is relative, in order to be happy (or to survive) it is necessary the unhappiness of someone else. There can’t be winners without losers.
This critique, the ferocious critique to the ideal society and to the enchanted world, is part of the first reading. An easy reading that most will have noticed.
But there’s also a second reading, a reading that would make ends meet.
First of all Ben, the man with the white face. Doesn’t he remind you of anyone?
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| We already met... at your house |
Or after Ben’s house, during the cutscene when suddenly everyone (magically) disappears, and we see them back in the car, with Frank driving like crazy. The scene with the road, doesn’t it remind you of anything?
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| Seriously,do I have to tell you what film is this? |
And the scene with Dorothy singing at the club, doesn’t it tell you anything? Stage, melancholic song…
Or those red curtains, don’t they tell you anything?
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| Who killed Laura Palmer? |
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| Silencio |
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| No hay banda |
And then Jeffrey, doesn’t he look like someone? And what about Sandy?
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| Great coffee |
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| It's ok sweetheart, you're dying, that's all |
And then the song. But not the song you’re thinking of, I’m not talking about Blue Velvet. The real song we must pay attention to is another one, the one that Ben sings at his house, when Frank and his henchmen kidnapped Jeffrey and Sandy: In Dreams.
And last but not least, the dream Sandy talks about, the one with the robins.
And what if it was all part of the same dream, a dream started with Blue Velvet?
EDOARDO ROMANELLA
Special thanks to Alessandro Cardena and Glenda Fontana for the translation.
Versione italiana: http://ilbuioinsala.blogspot.com/2019/05/oltre-limmagine-viaggio-nel-significato.html
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giovedì 13 febbraio 2020
(Gio)WE, Bolla! del 13/2/2020
Buon giovedì a tutti! Quale giorno migliore della vigilia di San Valentino per le nuove uscite cinematografiche, una volta passata la febbre da Oscar, soprattutto se potete portare le vostre delicate fanciulle a piangere per una bella muccinata? ENJOY!
Fantasy Island
Gli anni più belli
Sonic - Il film
Al cinema d'élite doppietta Bong Joon-Ho! Mentre Parasite continua la programmazione arriva anche...
Memorie di un assassino
Fantasy Island
Reazione a caldo: Aw!
Bolla, rifletti!: Torna sugli schermi italiani la Blumhouse, stavolta col remake horror della serie col nano Tattou, Fantasilandia. Quindi mi sorge solo una domanda, premesso che la settimana prossima correrò a vederlo: il nano ci sarà? Lo spero davvero.Gli anni più belli
Reazione a caldo: Noooi! Con le ferite dei dueeeel*coffcoffhemscusate*
Bolla, rifletti!: Siccome ho visto il trailer almeno venti volte al cinema, mi ritrovo spesso a cantare a squarciagola il pezzo di canzone Baglioniana utilizzata come colonna sonora/titolo del film. A parte questo, il giorno che andrò a vedere un film di Muccino al cinema sarà il giorno in cui mi avrà vinta la demenza senile (e per allora spero che lui non esisterà più, eccheccazz), mi dispiace solo per il terzetto di attori della madonna che s'è accaparrato sto maledetto.Sonic - Il film
Reazione a caldo: Ma porcaputt...
Bolla, rifletti!: Ognuno fa quel che vuole, è vero, ma sputerò personalmente in faccia a tutti quelli che vedrò in coda per vedere 'sta ciofeca, protagonista di uno dei peggiori asservimenti al fandom della storia recente del "cinema". Gente, non è che rimettendo mano alla CGI il film migliorerà e, detto questo, mi stupisco sinceramente della presenza di Jim Carrey nel cast.Al cinema d'élite doppietta Bong Joon-Ho! Mentre Parasite continua la programmazione arriva anche...
Memorie di un assassino
Reazione a caldo: WAH!
Bolla, rifletti!: Ho tanta paura dell'adattamento italiano (qualcuno mi ha detto che quello di Parasite a tratti è impreciso) ma siccome, pur essendo uscito già 17 anni fa, non ho mai visto Memorie di un assassino, potrei cogliere l'occasione di un'uscita savonese per recuperarlo al cinema, magari assieme al Bolluomo. Gli orari stavolta sono davvero infami, purtroppo. mercoledì 12 febbraio 2020
Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (2020)
Alla faccia dei recuperi pre-Oscar non conclusi, proprio domenica sono andata a vedere Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (Birds of Prey: And the Fantabulous Emancipation of One Harley Quinn), diretto dalla regista Cathy Yan. No Spoiler, sereni.
Trama: dopo aver rotto con Joker, Harley Quinn si ritrova contro mezza Gotham e, per sopravvivere, si impegna a recuperare un diamante per conto del malvagio Romani Sionis, alias Black Mask.
Dopo il diludente Suicide Squad, la voglia di vedere un film interamente dedicato ad Harley Quinn (che pure era la cosa migliore di quella schifezza) era pari a zero. Poi, con l'uscita italiana, per curiosità sono andata a leggere un paio di commenti d'Oltreoceano e uno in particolare ha catturato la mia attenzione: "Deadpool meets John Wick". Pur con tutte le riserve del caso, ho quindi deciso di dare una chance a Birds of Prey, anche considerato il fatto che molte scene "di menare" sono state girate da David Leitch, e alla fine del film piangevo commossa all'interno di un fazzoletto dei My Little Pony, perché lo spin-off con Harley Quinn è il miglior film DC di sempre, qui lo dico e qui lo nego, almeno parlando di quell'universo condiviso che la Distinta Concorrenza vorrebbe contrapporre a quello Marvel. Anzi, se andiamo a vedere ho apprezzato più Birds of Prey di molti dei cinecomics del MCU, perché trasuda tanta di quell'ignoranza volontaria e gioiosa incoscienza che volergli male è impossibile. In più, adoro le pellicole imperniate su donne che picchiano durissimo e questo è un degno esponente del genere e, se è vero che sangue ne scorre davvero poco, la bionda Harley compensa con un sacco di ossa spezzate nei modi più disparati e con una comicità cartoonesca sempre molto apprezzabile. Certo, se vi aspettate un film coerente, con una trama che non sia scritta sul retro di un biglietto da visita e magari anche introspettivo, oppure una pellicola dove non esiste la distinzione paracula tra chi è davvero malvagio e chi è cattivello ma fondamentalmente eroe (come già accadeva in Suicide Squad, mortacci loro), cascate malissimo, ma Margot Robbie, un po' come Ryan Reynolds con Deadpool, crede così tanto nella sua Harley Quinn che tutto acquista magicamente un tocco di glitterosa luminosità, un po' come se ci ritrovassimo a sorridere maneggiando le cacchette rosa di Arale. E io in questa cacchetta rosa ci ho sguazzato per tutta la durata, divertendomi come una bambina, tra risate a profusione e applausi ad ogni violentissima trovata della bionda criminale creata da Paul Dini e Bruce Timm (per dire, una delle gioie più grandi è stata per me la sequenza animata, con lo spettacolare design di Shane Glines).
La storia, come ho scritto, è poca roba, una scusa per calcioruotare (per ora) Joker fuori dal franchise e introdurre una nuova squadra DC, le Birds of Prey appunto; almeno, queste erano le intenzioni dei realizzatori, che parlavano persino di trilogia, non fosse che Birds of Prey ecc. è stato un terrificante flop in patria e anche qui non se la cava benissimo, visto che in sala saremo stati poco più di una decina, di domenica sera, alle 20. E' un peccato che il film stia andando così male, anche perché al di là di Harley Quinn, sempre meravigliosa, anche le altre Birds of Prey sono molto interessanti e cool, sia d'aspetto che di carattere, un gruppo eterogeneo i cui membri si completano alla perfezione. La fascinosa Black Canary buca indubbiamente lo schermo ma la Cacciatrice le dà parecchio filo da torcere e la natura di sbirro anni '80 di Montoya regala alcune delle gag più riuscite del film; per quanto riguarda il reparto villain, Ewan McGregor è un matto vero, indossa i panni di un personaggio che sarebbe stato perfetto per Sam Rockwell senza colpo ferire e regala un cattivo che, per una volta, non è solo un cartonato da dimenticare il giorno dopo, mentre Chris Messina è il suo degno compare (e forse qualcosina di più, chissà!). Lo stile della Yan è pop e chiassoso, non rinuncia a scritte in sovrimpressione particolarmente esilaranti, che contribuiscono all'effetto "distruzione della quarta parete" assieme al racconto in terza persona e totalmente sconclusionato della protagonista, e si amalgama bene alle sequenze action supervisionate da Leitch, che spiccano per l'alto tasso di violenza cafona, declinata alle esigenze del personaggio (la battaglia a colpi di lustrini esplosivi è già una delle mie sequenze preferite, assieme alle evocative ambientazioni del luna park abbandonato, dove si consumano altre risse ben congegnate). A tutto ciò, aggiungete le citazioni più disparate, che vanno, tra le altre, dal subdolo omaggio a Leon, alla splendida parodia di Diamonds Are a Girl's Best Friend, passando per le citazioni a La notte del giudizio e a un capolavoro della commedia anni '80: Who's That Girl?. Se a quest'ultima, personalissima gioia, aggiungete una colonna sonora spesso zamarra ma comunque assai calzante e a tratti persino bella (come si intitola il pezzo strumentale durante i titoli di coda?? Come faccio a riascoltarlo in loop??), capirete perché Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn mi abbia fatta uscire dalla sala con un sorrisone che nemmeno il Joker di Jack Nicholson!
Di Margot Robbie (Harley Quinn), Mary Elizabeth Winstead (Helena Bertinelli/Cacciatrice), Ewan McGregor (Roman Sionis) e Chris Messina (Victor Zsasz) ho parlato ai rispettivi link.
Cathy Yan è la regista della pellicola. Cinese, ha diretto il film Dead Pigs ed è anche produttrice e sceneggiatrice.
Rosie Perez interpreta Renee Montoya. Americana, ha partecipato a film come Fa' la cosa giusta, Fearless - Senza paura, Può succedere anche a te, The Counselor - Il procuratore, I morti non muoiono e a serie quali 21 Jump Street e Frasier; come doppiatrice, ha lavorato in The Cleveland Show. Anche regista, produttrice e sceneggiatrice, ha 56 anni e un film in uscita.
Jurnee Smollett - Bell era la piccola Eve del bellissimo La baia di Eva. Prima che venisse preso Ewan McGregor, sia Sharlto Copley che, soprattutto, Sam Rockwell erano gli attori considerati per il ruolo di Black Mask, villain introdotto al posto del Pinguino, già utilizzato per il prossimo film su Batman. Per la Cacciatrice, invece, erano stati fatti i nomi di Sofia Boutella e Alexandra Daddario, mentre per Canary si sono alternati quelli di Janelle Monáe, Gugu Mbatha-Raw e persino Blake Lively. Le Birds of Prey erano già state portate sullo schermo (televisivo) in una serie omonima del 2002 ma onestamente è una serie che non conosco; se il film vi fosse piaciuto non vi dirò di recuperare Suicide Squad quanto piuttosto i tre John Wick, Atomica bionda e il primo Kick Ass. ENJOY!
Trama: dopo aver rotto con Joker, Harley Quinn si ritrova contro mezza Gotham e, per sopravvivere, si impegna a recuperare un diamante per conto del malvagio Romani Sionis, alias Black Mask.
Dopo il diludente Suicide Squad, la voglia di vedere un film interamente dedicato ad Harley Quinn (che pure era la cosa migliore di quella schifezza) era pari a zero. Poi, con l'uscita italiana, per curiosità sono andata a leggere un paio di commenti d'Oltreoceano e uno in particolare ha catturato la mia attenzione: "Deadpool meets John Wick". Pur con tutte le riserve del caso, ho quindi deciso di dare una chance a Birds of Prey, anche considerato il fatto che molte scene "di menare" sono state girate da David Leitch, e alla fine del film piangevo commossa all'interno di un fazzoletto dei My Little Pony, perché lo spin-off con Harley Quinn è il miglior film DC di sempre, qui lo dico e qui lo nego, almeno parlando di quell'universo condiviso che la Distinta Concorrenza vorrebbe contrapporre a quello Marvel. Anzi, se andiamo a vedere ho apprezzato più Birds of Prey di molti dei cinecomics del MCU, perché trasuda tanta di quell'ignoranza volontaria e gioiosa incoscienza che volergli male è impossibile. In più, adoro le pellicole imperniate su donne che picchiano durissimo e questo è un degno esponente del genere e, se è vero che sangue ne scorre davvero poco, la bionda Harley compensa con un sacco di ossa spezzate nei modi più disparati e con una comicità cartoonesca sempre molto apprezzabile. Certo, se vi aspettate un film coerente, con una trama che non sia scritta sul retro di un biglietto da visita e magari anche introspettivo, oppure una pellicola dove non esiste la distinzione paracula tra chi è davvero malvagio e chi è cattivello ma fondamentalmente eroe (come già accadeva in Suicide Squad, mortacci loro), cascate malissimo, ma Margot Robbie, un po' come Ryan Reynolds con Deadpool, crede così tanto nella sua Harley Quinn che tutto acquista magicamente un tocco di glitterosa luminosità, un po' come se ci ritrovassimo a sorridere maneggiando le cacchette rosa di Arale. E io in questa cacchetta rosa ci ho sguazzato per tutta la durata, divertendomi come una bambina, tra risate a profusione e applausi ad ogni violentissima trovata della bionda criminale creata da Paul Dini e Bruce Timm (per dire, una delle gioie più grandi è stata per me la sequenza animata, con lo spettacolare design di Shane Glines).
La storia, come ho scritto, è poca roba, una scusa per calcioruotare (per ora) Joker fuori dal franchise e introdurre una nuova squadra DC, le Birds of Prey appunto; almeno, queste erano le intenzioni dei realizzatori, che parlavano persino di trilogia, non fosse che Birds of Prey ecc. è stato un terrificante flop in patria e anche qui non se la cava benissimo, visto che in sala saremo stati poco più di una decina, di domenica sera, alle 20. E' un peccato che il film stia andando così male, anche perché al di là di Harley Quinn, sempre meravigliosa, anche le altre Birds of Prey sono molto interessanti e cool, sia d'aspetto che di carattere, un gruppo eterogeneo i cui membri si completano alla perfezione. La fascinosa Black Canary buca indubbiamente lo schermo ma la Cacciatrice le dà parecchio filo da torcere e la natura di sbirro anni '80 di Montoya regala alcune delle gag più riuscite del film; per quanto riguarda il reparto villain, Ewan McGregor è un matto vero, indossa i panni di un personaggio che sarebbe stato perfetto per Sam Rockwell senza colpo ferire e regala un cattivo che, per una volta, non è solo un cartonato da dimenticare il giorno dopo, mentre Chris Messina è il suo degno compare (e forse qualcosina di più, chissà!). Lo stile della Yan è pop e chiassoso, non rinuncia a scritte in sovrimpressione particolarmente esilaranti, che contribuiscono all'effetto "distruzione della quarta parete" assieme al racconto in terza persona e totalmente sconclusionato della protagonista, e si amalgama bene alle sequenze action supervisionate da Leitch, che spiccano per l'alto tasso di violenza cafona, declinata alle esigenze del personaggio (la battaglia a colpi di lustrini esplosivi è già una delle mie sequenze preferite, assieme alle evocative ambientazioni del luna park abbandonato, dove si consumano altre risse ben congegnate). A tutto ciò, aggiungete le citazioni più disparate, che vanno, tra le altre, dal subdolo omaggio a Leon, alla splendida parodia di Diamonds Are a Girl's Best Friend, passando per le citazioni a La notte del giudizio e a un capolavoro della commedia anni '80: Who's That Girl?. Se a quest'ultima, personalissima gioia, aggiungete una colonna sonora spesso zamarra ma comunque assai calzante e a tratti persino bella (come si intitola il pezzo strumentale durante i titoli di coda?? Come faccio a riascoltarlo in loop??), capirete perché Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn mi abbia fatta uscire dalla sala con un sorrisone che nemmeno il Joker di Jack Nicholson!
Di Margot Robbie (Harley Quinn), Mary Elizabeth Winstead (Helena Bertinelli/Cacciatrice), Ewan McGregor (Roman Sionis) e Chris Messina (Victor Zsasz) ho parlato ai rispettivi link.
Cathy Yan è la regista della pellicola. Cinese, ha diretto il film Dead Pigs ed è anche produttrice e sceneggiatrice.
Rosie Perez interpreta Renee Montoya. Americana, ha partecipato a film come Fa' la cosa giusta, Fearless - Senza paura, Può succedere anche a te, The Counselor - Il procuratore, I morti non muoiono e a serie quali 21 Jump Street e Frasier; come doppiatrice, ha lavorato in The Cleveland Show. Anche regista, produttrice e sceneggiatrice, ha 56 anni e un film in uscita.
Jurnee Smollett - Bell era la piccola Eve del bellissimo La baia di Eva. Prima che venisse preso Ewan McGregor, sia Sharlto Copley che, soprattutto, Sam Rockwell erano gli attori considerati per il ruolo di Black Mask, villain introdotto al posto del Pinguino, già utilizzato per il prossimo film su Batman. Per la Cacciatrice, invece, erano stati fatti i nomi di Sofia Boutella e Alexandra Daddario, mentre per Canary si sono alternati quelli di Janelle Monáe, Gugu Mbatha-Raw e persino Blake Lively. Le Birds of Prey erano già state portate sullo schermo (televisivo) in una serie omonima del 2002 ma onestamente è una serie che non conosco; se il film vi fosse piaciuto non vi dirò di recuperare Suicide Squad quanto piuttosto i tre John Wick, Atomica bionda e il primo Kick Ass. ENJOY!
martedì 11 febbraio 2020
Harriet (2019)
Ormai les jeux sont faites ma di film visti in previsione dell'Oscar ce ne sono ancora un po'. Oggi parliamo di Harriet, diretto e co-sceneggiato nel 2019 dalla regista Kasi Lemmons e candidato a due premi: Miglior Attrice Protagonista e Miglior Canzone Originale.
Trama: dopo essere fuggita ai suoi padroni, la schiava Minty si unisce a un gruppo di antischiavisti, prendendo il nome Harriet ed impegnandosi a a liberare altri sfortunati come lei.
Il bello dei recuperi "da Oscar" è spesso quello di venire a conoscenza di storie reali di cui non avevo nozione alcuna, come quella di Harriet Tubman, che nella seconda metà dell'ottocento è diventata la prima attivista donna di colore, contribuendo con i suoi sforzi a liberare moltissimi schiavi e condurli dapprima verso gli stati del Nord, poi in Canada, superando pericoli di ogni genere. Alla vera storia di Harriet Tubman, il cui motto era "Ci sono due cose a cui ho diritto: la libertà o la morte; se non posso avere l'una, avrò l'altra", la sceneggiatura unisce anche un elemento sovrannaturale che ha un fondamento biografico. La Tubman, nata Araminta Ross, aveva avuto un grave incidente con conseguente commozione cerebrale, che l'aveva lasciata soggetta ad attacchi di epilessia che sfociavano, talvolta, in "visioni" divine; nel film, questo ausilio divino è importante e rende Harriet una sorta di supereroina capace di prevedere persino il futuro ed evitare quindi trappole ed eventuali imboscate degli schiavisti. Normalmente, una cosa simile renderebbe la pellicola una pacchianata, in realtà Kasi Lemmons è molto abile a non calcare mai la mano e a mescolare con naturalezza realtà biografica e finzione sovrannaturale, rendendo quest'ultima molto verosimile senza abusarne, quasi a sottolineare effettivamente il miracolo dell'esistenza di una persona come Harriet, la prima donna ad essersi impegnata non solo per i diritti degli schiavi ma anche per il suffragio femminile, questione di cui tuttavia nel film non si parla. Il risultato è una pellicola di sicuro interessante e distante dai soliti pipponi biografici "da Oscar" soprattutto grazie alla presenza di un personaggio forte e ben caratterizzato, costretto ad affrontare nemici odiosi nel corso delle sue fughe rocambolesche, elemento che rende il film movimentato e vario.
Detto questo, ho guardato Harriet principalmente per la nomination di Cynthia Erivo nella rosa delle migliori attrici, e onestamente ritengo sia la solita candidatura appioppata per accontentare le quote di colore, visto che la sua interpretazione non spicca particolarmente né regge il confronto con le altre candidate (la Johansson ha fatto molto meglio e la Zellweger ha dalla sua il trasformismo, quindi secondo me c'è poca gara); la Erivo mi aveva fatto un'impressione molto migliore in un film che, peraltro, mi aveva detto ben poco, ovvero 7 sconosciuti a El Royale, ma mi rendo conto che, data la caratura di Harriet Tubman e l'importanza all'interno della storia americana, questo è più materiale da Oscar. Ottima però l'idea della Lemmons di sfruttare le indubbie note canore della Erivo rendendo le poche, intense canzoni all'interno del film un escamotage indispensabile ai fini della trama, l'unico modo per gli schiavi di comunicare senza che i "massa" bianchi possano capire i loro intenti e, non a caso, Harriet è candidato all'Oscar anche per la Miglior Canzone Originale (ma le mie preferite sono I'm Gonna Love Me Again da Rocketman e Into the Unknown da Frozen 2, perdonate i miei gusti cheap e commerciali). In definitiva, Harriet non è affatto un brutto film e sono contenta di averlo recuperato nel corso della forsennata caccia all'Oscar, viceversa probabilmente non lo avrei guardato e non avrei idea dell'esistenza di Harriet Tubman, tuttavia c'è da dire che non è nemmeno una pellicola memorabile e non stupisce che la distribuzione italiana, già cieca con film più meritevoli, abbia deciso di lasciarlo al palo nonostante le nomination. Vi invito a recuperarlo, anche solo per mera curiosità, se non altro perché le sue due ore di durata passano molto veloci.
Kasi Lemmons è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Americana, ha diretto film come La baia di Eva e un episodio della serie Luke Cage. Anche attrice e produttrice, ha 59 anni.
Cynthia Erivo interpreta Harriet/Minty. Inglese, la ricordo per film come Widows: Eredità criminale e 7 sconosciuti a El Royale, inoltre ha partecipato a serie quali The Outsider. Anche cantante, ha 34 anni e due film in uscita.
Janelle Monáe interpreta Marie Buchanon. Cantante americana, la ricordo per film come Moonlight e Il diritto di contare. Anche compositrice, ha 35 anni e un film in uscita, Antebellum.
Vondie Curtis-Hall interpreta il reverendo Green. Americano, ha partecipato a film come Il principe cerca moglie, Black Rain - Pioggia sporca, 58 minuti per morire, Un giorno di ordinaria follia, Nome in codice: Broken Arrow, Romeo + Giulietta di William Shakespeare, Gridlock'd - Istinti criminali, La baia di Eva e a serie quali Nightmare Café, E.R. Medici in prima linea, I Soprano, Medium, Criminal Minds e Daredevil. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 70 anni e un film in uscita.
Vanessa Bell Calloway, che interpreta la madre di Harriet, era la futura moglie "abbaiante" di Eddie Murphy ne Il principe cerca moglie. ENJOY!
Trama: dopo essere fuggita ai suoi padroni, la schiava Minty si unisce a un gruppo di antischiavisti, prendendo il nome Harriet ed impegnandosi a a liberare altri sfortunati come lei.
Il bello dei recuperi "da Oscar" è spesso quello di venire a conoscenza di storie reali di cui non avevo nozione alcuna, come quella di Harriet Tubman, che nella seconda metà dell'ottocento è diventata la prima attivista donna di colore, contribuendo con i suoi sforzi a liberare moltissimi schiavi e condurli dapprima verso gli stati del Nord, poi in Canada, superando pericoli di ogni genere. Alla vera storia di Harriet Tubman, il cui motto era "Ci sono due cose a cui ho diritto: la libertà o la morte; se non posso avere l'una, avrò l'altra", la sceneggiatura unisce anche un elemento sovrannaturale che ha un fondamento biografico. La Tubman, nata Araminta Ross, aveva avuto un grave incidente con conseguente commozione cerebrale, che l'aveva lasciata soggetta ad attacchi di epilessia che sfociavano, talvolta, in "visioni" divine; nel film, questo ausilio divino è importante e rende Harriet una sorta di supereroina capace di prevedere persino il futuro ed evitare quindi trappole ed eventuali imboscate degli schiavisti. Normalmente, una cosa simile renderebbe la pellicola una pacchianata, in realtà Kasi Lemmons è molto abile a non calcare mai la mano e a mescolare con naturalezza realtà biografica e finzione sovrannaturale, rendendo quest'ultima molto verosimile senza abusarne, quasi a sottolineare effettivamente il miracolo dell'esistenza di una persona come Harriet, la prima donna ad essersi impegnata non solo per i diritti degli schiavi ma anche per il suffragio femminile, questione di cui tuttavia nel film non si parla. Il risultato è una pellicola di sicuro interessante e distante dai soliti pipponi biografici "da Oscar" soprattutto grazie alla presenza di un personaggio forte e ben caratterizzato, costretto ad affrontare nemici odiosi nel corso delle sue fughe rocambolesche, elemento che rende il film movimentato e vario.
Detto questo, ho guardato Harriet principalmente per la nomination di Cynthia Erivo nella rosa delle migliori attrici, e onestamente ritengo sia la solita candidatura appioppata per accontentare le quote di colore, visto che la sua interpretazione non spicca particolarmente né regge il confronto con le altre candidate (la Johansson ha fatto molto meglio e la Zellweger ha dalla sua il trasformismo, quindi secondo me c'è poca gara); la Erivo mi aveva fatto un'impressione molto migliore in un film che, peraltro, mi aveva detto ben poco, ovvero 7 sconosciuti a El Royale, ma mi rendo conto che, data la caratura di Harriet Tubman e l'importanza all'interno della storia americana, questo è più materiale da Oscar. Ottima però l'idea della Lemmons di sfruttare le indubbie note canore della Erivo rendendo le poche, intense canzoni all'interno del film un escamotage indispensabile ai fini della trama, l'unico modo per gli schiavi di comunicare senza che i "massa" bianchi possano capire i loro intenti e, non a caso, Harriet è candidato all'Oscar anche per la Miglior Canzone Originale (ma le mie preferite sono I'm Gonna Love Me Again da Rocketman e Into the Unknown da Frozen 2, perdonate i miei gusti cheap e commerciali). In definitiva, Harriet non è affatto un brutto film e sono contenta di averlo recuperato nel corso della forsennata caccia all'Oscar, viceversa probabilmente non lo avrei guardato e non avrei idea dell'esistenza di Harriet Tubman, tuttavia c'è da dire che non è nemmeno una pellicola memorabile e non stupisce che la distribuzione italiana, già cieca con film più meritevoli, abbia deciso di lasciarlo al palo nonostante le nomination. Vi invito a recuperarlo, anche solo per mera curiosità, se non altro perché le sue due ore di durata passano molto veloci.
Kasi Lemmons è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Americana, ha diretto film come La baia di Eva e un episodio della serie Luke Cage. Anche attrice e produttrice, ha 59 anni.
Cynthia Erivo interpreta Harriet/Minty. Inglese, la ricordo per film come Widows: Eredità criminale e 7 sconosciuti a El Royale, inoltre ha partecipato a serie quali The Outsider. Anche cantante, ha 34 anni e due film in uscita.
Janelle Monáe interpreta Marie Buchanon. Cantante americana, la ricordo per film come Moonlight e Il diritto di contare. Anche compositrice, ha 35 anni e un film in uscita, Antebellum.
Vondie Curtis-Hall interpreta il reverendo Green. Americano, ha partecipato a film come Il principe cerca moglie, Black Rain - Pioggia sporca, 58 minuti per morire, Un giorno di ordinaria follia, Nome in codice: Broken Arrow, Romeo + Giulietta di William Shakespeare, Gridlock'd - Istinti criminali, La baia di Eva e a serie quali Nightmare Café, E.R. Medici in prima linea, I Soprano, Medium, Criminal Minds e Daredevil. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 70 anni e un film in uscita.
Vanessa Bell Calloway, che interpreta la madre di Harriet, era la futura moglie "abbaiante" di Eddie Murphy ne Il principe cerca moglie. ENJOY!
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lunedì 10 febbraio 2020
Oscar 2020
Buon lunedì a tutti! Stanotte ero bella pimpante ma ora ho un sonno boia, quindi spero di non scrivere troppe belinate sul recap della notte degli Oscar da poco conclusa, che ha visto il giusto trionfo di Parasite, la triste "punizione" a un Maestro del Cinema che ha osato andare contro lo strapotere della Disney/Marvel e tanto diludendo per un altro snobbato, il povero Quentin. Ma andiamo con ordine e... ENJOY!
Penso che nessuno si sarebbe aspettato, dopo l'Oscar a Parasite come miglior Film Straniero, quello per la regia e quello per la sceneggiatura originale a Bong Joon Ho, che l'intero cast del film più amato dell'anno salisse sul palco per ritirare anche la statuetta per il Miglior Film. Giusto riconoscimento alla pellicola più particolare dello scorso anno e a un regista bravissimo, che probabilmente ora starà girando ubriaco per le strade di Los Angeles e a cui va tutto il mio amore (ha ringraziato, giustamente, Martin Scorsese, di cui si studiano i film persino in Corea, scatenando una standing ovation che mi ha spezzato il cuore, ché Martino meritava TUTTO, alla faccia dell'Academy di merda, ignorante e bieca; e, giusto per sottolineare la bieca ignoranza, ha ringraziato Tarantino, altrimenti col cazzo che in America avrebbero saputo dell'esistenza di una cinematografia coreana), però, se posso dire, agli Oscar o si fanno minchiate o si stroppia: a questo punto, l'Oscar per il Miglior Film Straniero FORSE potevano assegnarlo a un altro film, no? Pazienza, è andata come andata, la fortuna è avere al mondo Bong Joon Ho e il suo Parasite.
E per un quartetto di premi inaspettati, ce ne sono due sui quali non c'erano dubbi, da settimane. Joaquin Phoenix vince l'Oscar per il Miglior Attore Protagonista con Joker, infilando nel suo spiazzante discorso di ringraziamento rimbrotti vegani, giustizia per i vitelli e una citazione del fratello morto. Poteva concludere sparando alla Zellweger, invece no, ahimé. Joker, ringraziando il cielo, porta a casa solo un altro premio, quello per la migliore colonna sonora originale. Per carità, Hildur Guðnadóttir è stata carinissima, ma quel premio sa tanto di contentino per le quote rosa, altrimenti abbastanza sacrificate quest'anno.
La terrificante (e non in senso buono) Renée Zellweger vince invece come Miglior Attrice Protagonista per Judy, film freddissimo salvato, in parte, dalla sua interpretazione, valida solo nelle parti cantate. Dispiace, e molto, per Saoirse Ronan e Scarlett Johansson, che con due nomination non ha vinto una cippa.
Laura Dern vince la statuetta di Miglior Attrice Non Protagonista per Marriage Story. Mi spiace storcere il naso davanti a Laura Dern, che adoro da sempre, però quest'anno avrei visto meglio come vincitrici Margot Robbie oppure Kathy Bates. Certo, in un mondo migliore, Florence Pugh si sarebbe contesa con Lupita Nyong'o il premio di Attrice Protagonista, l'una per Midsommar e l'altra per Noi, ma questo è un mondo brutto, e dobbiamo vedere nomination date a caso da gente che 99 su 100 non guarda film. Ah, a proposito di Laura Dern, David Lynch ha ottenuto, assieme a Lina Wertmuller e Wes Studi, l'Oscar alla carriera, mentre Geena Davis si è presa quello "umanitario".
Va a Brad Pitt l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, e vabbé. Ogni Oscar che, indirettamente o meno, finisce a Quentin (purtroppo C'era una volta a... Hollywood ha vinto solo un altro premio, quello per la Migliore Scenografia, probabilmente quello meno adatto) è un Oscar ben speso, ma lasciatemi dire che Joe Pesci e Al Pacino meritavano molto ma molto di più. Gli Oscar non vanno dati "perché era l'unico rimasto ancora senza", ma per l'effettiva bravura, dai.
JoJo Rabbit vince invece il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, ahimé l'unico Oscar portato a casa dal film di Waititi, che se non altro non è rimasto a bocca asciutta.
Assieme a Scorsese, ad uscirne con le ossa rotte è stato il favoritissimo 1917, premiato "solo" con un Oscar importante, quello per la Fotografia (bravissimo Roger Deakins, che ha fatto un lavoro della Madonna percepibile persino da un'ignorante come me, ma non riconoscere la superiorità e l'eleganza di una mano come quella di Jarin Blaschke in The Lighthouse è davvero da stronzi), e quelli tecnici per gli effetti speciali e il missaggio sonoro. A proposito di vilipendio continuo e reiterato a Scorsese, la povera Thelma Schoonmaker è stata battuta dal montaggio di Le Mans '66, che ha vinto anche il premio per il miglior montaggio sonoro. Alle piccole gioie per le vittorie dei costumi di Piccole Donne, di Elton John con la miglior canzone originale e del make-up/acconciature di Bombshell, si accompagna invece l'incredula tristezza per la marchettona gigante alla Pixar: davanti a ottimi esempi di animazione non banale come Dov'è il mio corpo?, Missing Link e Klaus, si è preferito premiare Toy Story 4, che per quanto abbia trovato molto carino è il meno bello della quadrilogia. Insomma, questi Oscar non sono andati male, ma potevano andare molto, molto meglio. Andrò ad ubriacarmi assieme al nuovo eroe di Hollywood, Bong Joon Ho, dandovi appuntamento all'anno prossimo. ENJOY!
Penso che nessuno si sarebbe aspettato, dopo l'Oscar a Parasite come miglior Film Straniero, quello per la regia e quello per la sceneggiatura originale a Bong Joon Ho, che l'intero cast del film più amato dell'anno salisse sul palco per ritirare anche la statuetta per il Miglior Film. Giusto riconoscimento alla pellicola più particolare dello scorso anno e a un regista bravissimo, che probabilmente ora starà girando ubriaco per le strade di Los Angeles e a cui va tutto il mio amore (ha ringraziato, giustamente, Martin Scorsese, di cui si studiano i film persino in Corea, scatenando una standing ovation che mi ha spezzato il cuore, ché Martino meritava TUTTO, alla faccia dell'Academy di merda, ignorante e bieca; e, giusto per sottolineare la bieca ignoranza, ha ringraziato Tarantino, altrimenti col cazzo che in America avrebbero saputo dell'esistenza di una cinematografia coreana), però, se posso dire, agli Oscar o si fanno minchiate o si stroppia: a questo punto, l'Oscar per il Miglior Film Straniero FORSE potevano assegnarlo a un altro film, no? Pazienza, è andata come andata, la fortuna è avere al mondo Bong Joon Ho e il suo Parasite.
Va a Brad Pitt l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, e vabbé. Ogni Oscar che, indirettamente o meno, finisce a Quentin (purtroppo C'era una volta a... Hollywood ha vinto solo un altro premio, quello per la Migliore Scenografia, probabilmente quello meno adatto) è un Oscar ben speso, ma lasciatemi dire che Joe Pesci e Al Pacino meritavano molto ma molto di più. Gli Oscar non vanno dati "perché era l'unico rimasto ancora senza", ma per l'effettiva bravura, dai.
JoJo Rabbit vince invece il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale, ahimé l'unico Oscar portato a casa dal film di Waititi, che se non altro non è rimasto a bocca asciutta.
Assieme a Scorsese, ad uscirne con le ossa rotte è stato il favoritissimo 1917, premiato "solo" con un Oscar importante, quello per la Fotografia (bravissimo Roger Deakins, che ha fatto un lavoro della Madonna percepibile persino da un'ignorante come me, ma non riconoscere la superiorità e l'eleganza di una mano come quella di Jarin Blaschke in The Lighthouse è davvero da stronzi), e quelli tecnici per gli effetti speciali e il missaggio sonoro. A proposito di vilipendio continuo e reiterato a Scorsese, la povera Thelma Schoonmaker è stata battuta dal montaggio di Le Mans '66, che ha vinto anche il premio per il miglior montaggio sonoro. Alle piccole gioie per le vittorie dei costumi di Piccole Donne, di Elton John con la miglior canzone originale e del make-up/acconciature di Bombshell, si accompagna invece l'incredula tristezza per la marchettona gigante alla Pixar: davanti a ottimi esempi di animazione non banale come Dov'è il mio corpo?, Missing Link e Klaus, si è preferito premiare Toy Story 4, che per quanto abbia trovato molto carino è il meno bello della quadrilogia. Insomma, questi Oscar non sono andati male, ma potevano andare molto, molto meglio. Andrò ad ubriacarmi assieme al nuovo eroe di Hollywood, Bong Joon Ho, dandovi appuntamento all'anno prossimo. ENJOY!
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